Altri Economisti » Selezione della Settimana

Ineguaglianza e povertà, di Simon Wren-Lewis (dal blog Mainly Macro, 18 aprile 2017)

 

Tuesday, 18 April 2017

Inequality or poverty

By Simon Wren-Lewis

zz-228

Tony Blair famously said:

“[It’s] not that I don’t care about the gap [between high and low incomes], so much as I don’t care if there are people who earn a lot of money. They’re not my concern. I do care about people who are without opportunity, disadvantaged and poor.”

 

Most people, including the Labour government, interpreted that as focusing on poverty rather than inequality. For an excelllent discussion of historic trends in inequality and how they were influenced, among other things, by poverty reduction programmes pushed by Labour (as well as how that may unwind in the near future) see this excellent discussion by Rick.

 

I recently saw a very clear defence of the position that poverty mattered more than inequality from Miles Kimball. His argument comes from surveys that quantify a basic principle of economics, which is diminishing marginal utility. He quotes results which suggest that a dollar of income means an awful lot more to someone earning half the average wage than someone who earns double the average wage. He suggests the results come close to validating the second principle of justice suggested by John Rawls. To put the idea at its most simple, we should not worry about the rich too much because their extra money buys them very little extra happiness, but instead focus on reducing poverty.

Now of course this point is irrelevant if we are talking about reducing poverty by taxing the rich. The rich are a very good source of money, because they will not miss it very much. The importance comes if we compare two societies. One has no poverty, but a significant number of very rich people. The other has no rich people, but still has poverty. Miles’s argument is that we should prefer the society with no poverty to the one with no super-rich. In a static sense I think that is right, but I have dynamic concerns that I will now come to.

 

Right at the start of Miles’s discussion is an interesting paragraph:

Before going on, let me concede first of all that the amount of wealth held by the ultra-rich is truly astonishing, and that making sure that the ultra-rich do not convert their wealth into total control of our political system is important. Documenting and studying in detail all of the ways in which the ultra-rich influence politics is crucial. But short of the ultra-rich subverting our political system, the focus of our concern about inequality should be how well we take care of the poor; whether money needed to help the poor comes from middle-income families or the rich is an important issue, but still of secondary importance to how well we take care of the poor.”

 

I want to explore a point that Miles does not pursue. If money matters so little to the very rich, why would they want to become ultra-rich to an astonishing degree, and go on to try and control the political system to ensure they get even more? The answer comes from exactly the same logic as Miles uses. If £1000 means nothing to you because you are very rich, if opportunities arise you put effort into making that £1000 into £10,000 or £100,000. The fact that the ultra-rich have wealth that is truly astonishing may not be an accident, but may be a result of exactly the same principle that Miles explores: diminishing marginal utility. The rich are no different from everyone else in wanting more utility, except for them it requires huge amounts of money to get it. [1]

To see why this can matter, consider an argument put forward by Piketty, Saez and Stantcheva that I discussed here. Why has pre-tax income for the 1% risen so much in the two countries, the UK and US, that in the 1980s saw large reductions in top income tax rates? The argument these authors put forward is that with punitive tax rates, there was little incentive for CEOs or finance high-flyers to use their monopoly power to extract rent (take profits away) from their firms. It would only gain you a few thousands after tax, which as they were already well paid would not increase their utility very much. However once top tax rates were cut, it now became worthwhile for these individuals to put effort into rent extraction.

 

As I discussed here, the bonus culture may be the means of rent extraction that was incentivised by cutting top tax rates. If you want to see the kind of thing I have in mind in action, read this article by Ben Chu on what happened to Theresa May’s wish to see annually binding votes by shareholders on executive pay. That kind of lobbying takes effort. It worked, and as a result top executives at the builder Crest Nicholson can ignore a shareholder vote against changes to their compensation rules. No wonder executive pay seems to rise even when a company’s fortunes turn sour.

 

So it seems to me that I could take the same basic principle that Miles explores and write a very different conclusion. Once we allow those at the top the opportunity to earn very high incomes, and the only way these individuals can see to get additional utility is to embark on rent seeking, we can at the very least divert their effort from socially enhancing activities (i.e improving the company). When those efforts extend to influencing the political system, we are in serious trouble. These activities may culminate in taking over the political system, which after all is what has happened in the US, with potentially disastrous consequences. For that reason alone, inequality matters as well as poverty.

 

[1] Of course status linked to competitive consumption is also important.

 

 

 

Ineguaglianza e povertà,

di Simon Wren-Lewis

È noto che Tony Blair affermò:

“Non si tratta del fatto che io non mi curi del divario [tra redditi alti e bassi], così come non mi curo se ci siano persone che guadagnano una gran quantità di denaro. Non sono quelle le mie preoccupazioni. Mi curo effettivamente della gente che è senza opportunità, svantaggiata e povera.”

La maggioranza delle persone, incluso il Governo del Labour, interpretò quella frase come un invito a concentrarsi sulla povertà anziché sull’ineguaglianza. Per una eccellente discussione sulle tendenze storiche dell’ineguaglianza e su come esse sono state influenzate, tra le altre cose, dalla riduzione sui programmi sulla povertà che mise in atto il Labour (così come su come essa potrebbe manifestarsi nel futuro prossimo) si veda questo (in connessione nel testo inglese) dibattito a cura di Rick.

Ho letto di recente una difesa molto esplicita della posizione per la quale la povertà è stata più importante dell’ineguaglianza, da parte di Miles Kimball. Il suo argomento deriva da rilevamenti che quantificano un principio base dell’economia, la diminuzione dell’utilità marginale. Egli cita risultati che indicano che un dollaro di reddito significa davvero molto di più per qualcuno che percepisce la metà di un salario medio rispetto a qualcuno che ne percepisce il doppio. Egli suggerisce che i risultati derivino strettamente dalla convalida del secondo principio di giustizia indicato da John Rawls. Per esprimere l’idea nel suo modo più semplice, non dovremmo preoccuparci del fatto che il ricco guadagni troppo, giacché i suoi soldi in più acquistano molto poca felicità aggiuntiva, piuttosto dovremmo concentrarci sulla riduzione della povertà.

Ora, naturalmente questo argomento è irrilevante se stiamo parlando di ridurre la povertà tassando i ricchi. I ricchi sono una ottima fonte di denaro, perché non ne sentiranno molto la privazione. Il rilievo dell’argomento deriva dal confronto tra due società. Una non ha povertà, ma ha un numero significativo di persone molto ricche. L’altra non ha ricchi, ma ha tuttavia povertà. L’argomento di Miles è che dovremmo preferire la società senza povertà a quella senza individui super ricchi. In senso statico, io penso che questo sia giusto, ma ho preoccupazioni dinamiche alle quali arrivo immediatamente.

Proprio all’inizio dell’intervento di Miles c’è un paragrafo interessante:

“Prima di procedere, permettetemi anzitutto di rilevare che la quantità di ricchezza detenuta dagli ultra-ricchi è davvero stupefacente, e che garantirsi che gli ultra-ricchi non utilizzino la loro ricchezza per prendere un controllo totale del nostro sistema politico è importante. Documentare e studiare in dettaglio tutti i modi nei quali gli ultra-ricchi influenzano la politica è cruciale. Ma, a parte il condizionamento del nostro sistema politico da parte degli ultra-ricchi, la concentrazione della nostra preoccupazione sull’ineguaglianza dovrebbe riguardare il modo in cui ci prendiamo cura dei poveri; se i soldi necessari per aiutare i poveri debbano venire dalle famiglie di medio reddito o dai ricchi è un tema importante, ma è ancora di secondaria importanza rispetto a quello di come prendiamo cura dei poveri.”

Vorrei indagare un aspetto che Miles non si propone. Se il denaro è così poco importante per i molto ricchi, perché essi vorrebbero diventare ultra-ricchi in una misura così stupefacente, e proseguire nei tentativi di controllare il sistema politico per assicurarsi di ottenere ancora di più? La risposta proviene esattamente dalla stessa logica che utilizza Miles. Se 1.000 sterline non significano niente perché siete molto ricchi, se si presenta l’opportunità voi fate i vostri sforzi per trasformare quelle 1.000 sterline in 10.0000 o in 100.000. Il fatto che gli ultra-ricchi abbiano una ricchezza che è davvero stupefacente può non essere un accidente, può essere invece esattamente il risultato dello stesso principio che Miles indaga: la diminuzione dell’utilità marginale. I ricchi non sono diversi da chiunque altro nel volere maggiore utilità, se non per il fatto che essa richiede grandi quantità di denaro per essere ottenuta.

Per vedere come tutto questo può essere importante, si consideri un argomento avanzato da Picketty, Saez e Stantcheva che io ho discusso in questa connessione (nel testo inglese). Perché il reddito precedente alle tasse per l’1 per cento dei più ricchi è cresciuto così tanto in due paesi, il Regno Unito e gli Stati Uniti, che negli anni ’80 conobbero ampie riduzioni nelle aliquote fiscali sui redditi più alti? L’argomento avanzato da questi autori è che con aliquote fiscali punitive, c’erano stati pochi incentivi per gli amministratori delegati o per i grandi papaveri della finanza per utilizzare il loro potere di monopolio per estrarre rendite dalle loro imprese (teniamo pure fuori i profitti). Quel potere li avrebbe avvantaggiati per poche centinaia di sterline dopo le tasse, il che, dato che erano già ben remunerati, non avrebbe incrementato di molto la loro utilità. Tuttavia, una volta che le aliquote fiscali dei più ricchi furono tagliate, a quel punto per quegli individui valse la pena di impegnarsi e realizzare rendite.

Come ho discusso in questa connessione (nel testo inglese), la cultura dei dividendi può consistere nei modi nei quali la realizzazione di rendite venne incentivata dal taglio delle aliquote fiscali sui più ricchi. Se volete vedere il genere di situazione che ho in mente, leggete questo articolo di Ben Chu (in connessione nel testo inglese) su quanto è accaduto al desiderio di Theresa May di verificare ogni anno i voti vincolanti degli azionisti sulla remunerazione degli amministratori. Quel genere di azione lobbistica richiede impegno. Essa ha funzionato, con il risultato che i massimi dirigenti dell’impresa di costruzioni Crest Nicholson possono ignorare il voto degli azionisti contro le modifiche alle loro regole sui compensi. Nessuna sorpresa se, a quanto pare, i compensi dei dirigenti crescono persino quando le forune di una impresa si guastano.   

Mi sembra dunque che potrei utilizzare lo stesso principio di base che Miles indaga e arrivare a conclusioni molto diverse. Una volta che consentiamo ai più ricchi l’opportunità di guadagnare redditi molto elevati, e il solo modo nel quale questi individui possono cercare di ottenere utilità aggiuntiva è quello di impegnarsi nella ricerca di posizioni di rendita, di fatto come minimo li distogliamo dal loro sforzo di aumentare le loro attività in senso sociale (ad esempio, migliorando le loro imprese). Quando quegli sforzi si estendono sino ad influenzare il sistema politico, siamo in guai seri. Queste attività possono culminare nel subentrare al sistema politico, che dopo tutto è quello che è successo negli Stati Uniti, con conseguenze potenzialmente disastrose. Solo per quella ragione, anche l’ineguaglianza è importante come la povertà.

 

 

[1] Naturalmente, anche la condizione connessa con il consumo competitivo è importante.

 

 

 

By


Commenti dei Lettori (0)


E' possibile commentare l'articolo nell'area "Commenti del Mese"