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Intelligenza artificiale e problemi artificiali, di Brad DeLong (da Project Syndicate, 3 aprile 2017)

 

APR 3, 2017

Artificial Intelligence and Artificial Problems

J. BRADFORD DELONG

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BERKELEY – Former US Treasury Secretary Larry Summers recently took exception to current US Treasury Secretary Steve Mnuchin’s views on “artificial intelligence” (AI) and related topics. The difference between the two seems to be, more than anything else, a matter of priorities and emphasis.

Mnuchin takes a narrow approach. He thinks that the problem of particular technologies called “artificial intelligence taking over American jobs” lies “far in the future.” And he seems to question the high stock-market valuations for “unicorns” – companies valued at or above $1 billion that have no record of producing revenues that would justify their supposed worth and no clear plan to do so.

Summers takes a broader view. He looks at the “impact of technology on jobs” generally, and considers the stock-market valuation for highly profitable technology companies such as Google and Apple to be more than fair.

I think that Summers is right about the optics of Mnuchin’s statements. A US treasury secretary should not answer questions narrowly, because people will extrapolate broader conclusions even from limited answers. The impact of information technology on employment is undoubtedly a major issue, but it is also not in society’s interest to discourage investment in high-tech companies.

On the other hand, I sympathize with Mnuchin’s effort to warn non-experts against routinely investing in castles in the sky. Although great technologies are worth the investment from a societal point of view, it is not so easy for a company to achieve sustained profitability. Presumably, a treasury secretary already has enough on his plate to have to worry about the rise of the machines.

In fact, it is profoundly unhelpful to stoke fears about robots, and to frame the issue as “artificial intelligence taking American jobs.” There are far more constructive areas for policymakers to direct their focus. If the government is properly fulfilling its duty to prevent a demand-shortfall depression, technological progress in a market economy need not impoverish unskilled workers.

This is especially true when value is derived from the work of human hands, or the work of things that human hands have made, rather than from scarce natural resources, as in the Middle Ages. Karl Marx was one of the smartest and most dedicated theorists on this topic, and even he could not consistently show that technological progress necessarily impoverishes unskilled workers.

Technological innovations make whatever is produced primarily by machines more useful, albeit with relatively fewer contributions from unskilled labor. But that by itself does not impoverish anyone. To do that, technological advances also have to make whatever is produced primarily by unskilled workers less useful. But this is rarely the case, because there is nothing keeping the relatively cheap machines used by unskilled workers in labor-intensive occupations from becoming more powerful. With more advanced tools, these workers can then produce more useful things.

Historically, there are relatively few cases in which technological progress, occurring within the context of a market economy, has directly impoverished unskilled workers. In these instances, machines caused the value of a good that was produced in a labor-intensive sector to fall sharply, by increasing the production of that good so much as to satisfy all potential consumers.

The canonical example of this phenomenon is textiles in eighteenth- and nineteenth-century India and Britain. New machines made the exact same products that handloom weavers had been making, but they did so on a massive scale. Owing to limited demand, consumers were no longer willing to pay for what handloom weavers were producing. The value of wares produced by this form of unskilled labor plummeted, but the prices of commodities that unskilled laborers bought did not.

The lesson from history is not that the robots should be stopped; it is that we will need to confront the social-engineering and political problem of maintaining a fair balance of relative incomes across society. Toward that end, our task becomes threefold.

First, we need to make sure that governments carry out their proper macroeconomic role, by maintaining a stable, low-unemployment economy so that markets can function properly. Second, we need to redistribute wealth to maintain a proper distribution of income. Our market economy should promote, rather than undermine, societal goals that correspond to our values and morals. Finally, workers must be educated and trained to use increasingly high-tech tools (especially in labor-intensive industries), so that they can make useful things for which there is still demand.

Sounding the alarm about “artificial intelligence taking American jobs” does nothing to bring such policies about. Mnuchin is right: the rise of the robots should not be on a treasury secretary’s radar.

 

Intelligenza artificiale e problemi artificiali,

di Brad DeLong

BERKELEY – Il passato Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Larry Summers ha di recente sollevato una obiezione sulle opinioni in materia di “intelligenza artificiale” (AI) e tematiche connesse di Steve Mnuchin, attuale Segretario al Tesoro. La differenza tra i due sembra essere, più che altro, una questione di priorità e di enfasi.

Mnuchin assume un approccio limitato. Egli pensa che il problema delle particolari tecnologie chiamato “l’intelligenza artificiale che sostituisce i posti di lavoro americani” si manifesterà “in un lontano futuro”. E sembra mettere in dubbio l’alta valutazione del mercato azionario sulle cosiddette “unicorno” – le società che sono valutate un miliardo di dollari o più, che non hanno alcuna prestazione nel produrre entrate che giustifichi il loro supposto valore e nessun piano per arrivare a quel punto.

Summers assume un punto di vista più ampio. Egli osserva in generale “l’impatto della tecnologia sui posti di lavoro” e considera la valutazione del mercato azionario per le società di tecnologie altamente remunerative quali Google ed Apple più che giustificata.

Io penso che Summers abbia ragione a proposito dell’ottica dei pronunciamenti di Mnuchin. Come Segretario al Tesoro degli Stati Uniti non dovrebbe rispondere ai quesiti in modo stringato, giacché le persone estrapoleranno conclusioni più generali anche da risposte limitate. L’impatto della tecnologia dell’informazione sull’occupazione è indubbiamente un tema importante, ma non è neppure nell’interesse della società scoraggiare gli investimenti nelle società ad alta tecnologia.

D’altronde, io simpatizzo con lo sforzo di Mnuchin di mettere in guardia i non esperti contro investimenti abituali su castelli in aria. Sebbene le grandi tecnologie siano meritevoli di investimento da un punto di vista sociale, non è facile per una società realizzare una remuneratività prolungata. Presumibilmente, un Segretario al Tesoro ha già abbastanza da fare per doversi preoccupare della ascesa dei robot.

Di fatto, è profondamente inutile alimentare paure sui robot, e inquadrare la questione come “l’intelligenza artificiale che porta via i posti di lavoro americani”. Ci sono settori di gran lunga più produttivi sui quali le autorità possono dirigere la loro attenzione. Se il Governo si attiene in modo appropriato al suo dovere di impedire una depressione da un deficit di domanda, il progresso tecnologico in una economia di mercato non deve impoverire i lavoratori privi di competenze.

Questo è specialmente vero quando il valore deriva dal lavoro delle mani degli uomini, oppure dal lavoro degli strumenti che sono state realizzati dalle mani degli uomini, piuttosto che da scarse risorse naturali, come nel Medio Evo. Su questa materia Karl Marx fu uno dei torici più acuti e più impegnati, e persino lui non poté coerentemente dimostrare che il progresso tecnico impoverisce necessariamente i lavoratori privi di competenze.

Le innovazioni tecnologiche rendono più utile qualsiasi cosa sia principalmente prodotta dalle macchine, sebbene con contributi relativamente minori da parte dei lavoratori privi di competenze. Ma quello di per sé non impoverisce nessuno. Per farlo, gli avanzamenti tecnologici devono rendere meno utile qualsiasi cosa sia prodotta principalmente da lavoratori senza competenze. Ma questo raramente è il caso, perché non c’è niente che impedisce che macchine relativamente convenienti utilizzate da lavoratori privi di competenze in occupazioni ad alta intensità di lavoro diventino più potenti. Con strumenti più avanzati, questi lavoratori possono in seguito produrre cose più utili.

Storicamente, ci sono stati relativamente pochi casi nei quali il progresso tecnologico, allorché si verifica nel contesto di un’economia di mercato, abbia direttamente impoverito lavoratori sprovvisti di specifica professionalità. In queste circostanze, le macchine provocano la brusca caduta del valore di un bene che era prodotto in un settore ad alta intensità di lavoro, incrementando talmente la produzione di quel bene da soddisfare tutti i potenziali consumatori.

L’esempio canonico di questo fenomeno è il settore tessile nel diciottesimo e diciannovesimo secolo in India e in Inghilterra. Le nuove macchine facevano esattamente gli stessi prodotti che stavano realizzando i tessitori su telai a mano, ma lo facevano su una scala massiccia. A seguito della limitata domanda, i consumatori non erano più disponibili a pagare quello che i tessitori sui telai a mano stavano producendo. Il valore delle merci prodotte da questo tipo di lavoro privo di competenze precipitò, ma i prezzi dei beni che quei lavoratori non qualificati acquistavano non precipitarono.

La lezione della storia non è che i robot dovrebbero essere fermati; è che avremo bisogno di misurarci con il problema di ingegneria sociale e politico del mantenere un giusto equilibrio dei redditi relativi all’interno della società. Verso quella finalità, il nostro compito diventa triplice.

Il primo luogo, abbiamo bisogno che i Governi esercitino il loro appropriato ruolo macroeconomico, mantenendo un’economia stabile, a bassa disoccupazione, in modo tale che i mercati possano funzionare adeguatamente. In secondo luogo, abbiamo bisogno di distribuire la ricchezza per mantenere una giusta distribuzione del reddito. La nostra economia di mercato dovrebbe promuovere, anziché indebolire, quegli obbiettivi sociali che corrispondono ai nostri valori e alla nostra morale. Infine, i lavoratori dovrebbero essere istruiti e formati ad usare sempre di più strumenti ad elevata tecnologia (in particolare nelle industrie ad alta intensità di lavoro), cosicché possano realizzare utilmente cose per le quali c’è ancora domanda.

Suonare l’allarme sulla “intelligenza artificiale che espropria i posti di lavoro americani” non fa niente per provocare tali politiche. Mnuchin ha ragione: la crescita dei robot non dovrebbe essere un argomento che turba un Segretario al Tesoro.

 

 

 

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