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La vita nella corte di Trump, di Paul Krugman (New York Times 28 aprile 2017)


Living in the Trump Zone

Paul Krugman APRIL 28, 2017

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Fans of old TV series may remember a classic “Twilight Zone” episode titled “It’s a Good Life.” It featured a small town terrorized by a 6-year-old who for some reason had monstrous superpowers, coupled with complete emotional immaturity. Everyone lived in constant fear, made worse by the need to pretend that everything was fine. After all, any hint of discontent could bring terrible retribution.

And now you know what it must be like working in the Trump administration. Actually, it feels a bit like that just living in Trump’s America.

What set me off on this chain of association? The answer may surprise you; it was the tax “plan” the administration released on Wednesday.

The reason I use scare quotes here is that the single-page document the White House circulated this week bore no resemblance to what people normally mean when they talk about a tax plan. True, a few tax rates were mentioned — but nothing was said about the income thresholds at which these rates apply.

Meanwhile, the document said something about eliminating tax breaks, but didn’t say which. For example, would the tax exemption for 401(k) retirement accounts be preserved? The answer, according to the White House, was yes, or maybe no, or then again yes, depending on whom you asked and when you asked.

So if you were looking for a document that you could use to estimate, even roughly, how much a given individual would end up paying, sorry.

It’s clear, the White House is proposing huge tax breaks for corporations and the wealthy, with the breaks especially big for people who can bypass regular personal taxes by channeling their income into tax-privileged businesses — people, for example, named Donald Trump. So Trump plans to blow up the deficit bigly, largely to his own personal benefit; but that’s about all we know.

So why would the White House release such an embarrassing document? Why would the Treasury Department go along with this clown show?

Unfortunately, we know the answer. Every report from inside the White House conveys the impression that Trump is like a temperamental child, bored by details and easily frustrated when things don’t go his way; being an effective staffer seems to involve finding ways to make him feel good and take his mind off news that he feels makes him look bad.

If he says he wants something, no matter how ridiculous, you say, “Yes, Mr. President!”; at most, you try to minimize the damage.

Right now, by all accounts, the child-man in chief is in a snit over the prospect of news stories that review his first 100 days and conclude that he hasn’t achieved much if anything (because he hasn’t). So last week he announced the imminent release of something he could call a tax plan.

According to The Times, this left Treasury staff — who were nowhere near having a plan ready to go — “speechless.” But nobody dared tell him it couldn’t be done. Instead, they released … something, with nobody sure what it means.

And the absence of a real tax plan isn’t the only thing the inner circle apparently doesn’t dare tell him.

Obviously, nobody has yet dared to tell Trump that he did something both ludicrous and vile by accusing President Barack Obama of wiretapping his campaign; instead, administration officials spent weeks trying to come up with something, anything, that would lend substance to the charge.

Or consider health care. The attempt to repeal and replace Obamacare failed ignominiously, for very good reasons: After all that huffing and puffing, Republicans couldn’t come up with a better idea. On the contrary, all their proposals would lead to mass loss of coverage and soaring costs for the most vulnerable.

Clearly, Trump and company should just let it go and move on to something else. But that would require a certain level of maturity — which is a quality nowhere to be found in this White House. So they just keep at it, with proposals everyone I know call zombie Trumpcare 2.0, 3.0, and so on.

And I don’t even want to think about foreign policy. On the domestic front, soothing the president’s fragile ego with forceful-sounding but incoherent proclamations can do only so much damage; on the international front it’s a good way to stumble into a diplomatic crisis, or even a war.

In any case, I’d like to make a plea to my colleagues in the news media: Don’t pretend that this is normal. Let’s not act as if that thing released on Wednesday, whatever it was, was something like, say, the 2001 Bush tax cut; I strongly disapproved of that cut, but at least it was comprehensible. Let’s not pretend that we’re having a real discussion of, say, the growth effects of changes in business tax rates.

No, what we’re looking at here isn’t policy; it’s pieces of paper whose goal is to soothe the big man’s temper tantrums. Unfortunately, we may all pay the price of his therapy.


La vita nella corte di Trump, di Paul Krugman

New York Times 28 aprile 2017

Gli appassionati delle vecchie serie televisive forse ricordano un classico episodio di “Zona grigia” dal titolo “È una bella vita”. Rappresentava una piccola cittadina terrorizzata da un bambino di 6 anni che per qualche motivo aveva superpoteri, assieme ad una completa immaturità emotiva. Tutti vivevano in una paura costante, resa peggiore dal bisogno di fingere che fosse tutto a posto. Ogni cenno di scontentezza, in fin dei conti, poteva comportare un terribile castigo.

È così che potete avere un’idea a cosa assomigli lavorare nella Amministrazione Trump. In effetti, vivere nell’America di Trump sembra proprio un po’ come quella storia.

Che cosa ha messo in moto dentro di me questa catena di associazioni? Può darsi che la risposta vi sorprenda: è stato il “piano” fiscale della Amministrazione reso noto mercoledì.

La ragione per la quale utilizzo quel confronto terribile è che il documento di una pagina messo in circolazione questa settimana dalla Casa Bianca non presentava nessuna somiglianza con quello che le persone normalmente intendono quando parlano di un piano fiscale. È vero, si faceva riferimento ad alcune aliquote fiscali – ma non veniva detto niente a proposito delle soglie di reddito alle quali tali aliquote si applicherebbero.

Contemporaneamente, il documento diceva qualcosa su come eliminare agevolazioni fiscali, ma non diceva quali. Ad esempio, verrebbe conservata l’esenzione fiscale per i piani pensionistici definiti sul modello previdenziale chiamato “401 (k)”? La risposta, secondo la Casa Bianca, era affermativa, o forse no, o forse ancora affermativa, a seconda di colui a cui veniva richiesta e di quando veniva richiesta.

Dunque, se stavate cercando un documento per poterlo utilizzare per una stima, anche approssimativa di quanto un dato individuo avrebbe finito col pagare, siamo spiacenti.

È chiaro che la Casa Bianca sta proponendo grandi agevolazioni per le società e per i più ricchi, particolarmente grandi per le persone che possono aggirare le normali tasse regolamentari incanalando i loro reddito in imprese fiscalmente privilegiate – persone, tanto per dire, che si chiamano Donald Trump. Cosicché i progetti di Trump farebbero esplodere i deficit alla grande, in gran parte a vantaggio personale di lui medesimo; ma oltre a questo non sappiamo altro.

Per quale ragione, dunque, la Casa Bianca rende noto un tale imbarazzante documento? Perché il Dipartimento del Tesoro dovrebbe acconsentire a questa sceneggiata?

Disgraziatamente, conosciamo la risposta. Ogni resoconto dall’interno della Casa Bianca comunica l’impressione che Trump sia come un bambino volubile, annoiato dai dettagli e facilmente demoralizzabile quando le cose non vanno come vorrebbe; per essere un suo collaboratore affidabile si devono trovare modi per metterlo a suo agio e per mettere la sua mente al riparo dalle notizie che gli producano l’impressione di metterlo in cattiva luce.

Se egli dice qualcosa, non conta quanto ridicola, voi dite “Sissignor Presidente!”; il massimo che potete fare è cercare di minimizzare il danno.

In questo momento, l’uomo-bambino in capo è irritato della prospettiva dei racconti giornalistici che esaminano i suoi primi 100 giorni e concludono che, ammesso abbia ottenuto qualcosa, non ha realizzato granché (che è quanto è accaduto). Dunque, la scorsa settimana ha annunciato l’imminente lancio di qualcosa che potesse definire come un progetto fiscale.

Secondo The Times, questo ha lasciato i collaboratori al Tesoro – che non erano affatto vicini ad avere un piano cui dar corso – “senza parole”. Ma nessuno ha osato digli che non si poteva fare. Piuttosto hanno pubblicato …. qualcosa che nessuno è sicuro di cosa significhi.

E l’assenza di un piano fiscale vero e proprio non è l’unica cosa che la cerchia ristretta dei collaboratori non osa dirgli.

Ovviamente, nessuno ha ancora osato dire a Trump di aver fatto qualcosa che è insieme ridicolo e vile accusando Obama di aver messo sotto controllo la sua campagna elettorale; i dirigenti della Amministrazione hanno invece speso settimane nel tentativo di venirsene fuori con qualcosa, qualsiasi cosa, che dia sostanza all’accusa.

Oppure, si consideri l’assistenza sanitaria. Il tentativo di abrogare e sostituire la riforma di Obama è fallito in modo ignominioso, per ottime ragioni: dopo tutto il loro imprecare, i repubblicani non potevano inventarsi un’idea migliore. Al contrario, tutte le loro proposte avrebbero portato ad una massiccia riduzione della copertura assicurativa e a costi alle stelle per le persone più vulnerabili.

Chiaramente, Trump e soci avrebbero solo dovuto lasciar perdere e spostarsi su qualche altra cosa. Ma ciò avrebbe richiesto un certo livello di maturità – che è una qualità che non si trova da nessuna parte in questa Casa Bianca. Quindi si accaniscono, con proposte che tutti quelli che conosco definiscono la riforma zombi di Trump numero 2, numero 3, e via dicendo.

E non voglio nemmeno pensare alla politica estera. Sul fronte interno, ammansire il fragile ego del Presidente con proclami chiassosi ma incoerenti può solo far molto danno; sul fronte internazionale è un buon modo per inciampare in una crisi diplomatica, o persino in una guerra.

In ogni caso, vorrei rivolgere una supplica ai miei colleghi dei media: non fingete che questo sia normale. Non comportiamoci come se quella cosa pubblicata mercoledì, qualsiasi cosa fosse, sia simile, ad esempio, agli sgravi fiscali di Bush nel 2001; io disapprovai energicamente quei tagli, ma almeno erano comprensibili. Non fingiamo di avere una reale dibattito, ad esempio, sugli effetti sulla crescita dei cambiamenti delle aliquote fiscali delle imprese.

No, quello che abbiamo dinanzi in questo caso non è una politica; sono pezzi di carta il cui obbiettivo è lenire gli scatti d’ira del grand’uomo. Sfortunatamente, questa terapia comporterà un prezzo per noi tutti.




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