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Stagnazione illiberale, di Joseph Stiglitz (da Social Europe, 7 aprile 2017)

 

Illiberal Stagnation

by Joseph Stiglitz on 7 April 2017 

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Today, a quarter-century after the Cold War’s end, the West and Russia are again at odds. This time, though, at least on one side, the dispute is more transparently about geopolitical power, not ideology. The West has supported in a variety of ways democratic movements in the post-Soviet region, hardly hiding its enthusiasm for the various “color” revolutions that have replaced long-standing dictators with more responsive leaders – though not all have turned out to be the committed democrats they pretended to be.

Too many countries of the former Soviet bloc remain under the control of authoritarian leaders, including some, like Russian President Vladimir Putin, who have learned how to maintain a more convincing façade of elections than their communist predecessors. They sell their system of “illiberal democracy” on the basis of pragmatism, not some universal theory of history. These leaders claim that they are simply more effective at getting things done.

That is certainly true when it comes to stirring nationalist sentiment and stifling dissent. They have been less effective, however, in nurturing long-term economic growth. Once one of the world’s two superpowers, Russia’s GDP is now about 40% of Germany’s and just over 50% of France’s. Life expectancy at birth ranks 153rd in the world, just behind Honduras and Kazakhstan.

In terms of per capita income, Russia now ranks 73rd (in terms of purchasing power parity) – well below the Soviet Union’s former satellites in Central and Eastern Europe. The country has deindustrialized: the vast majority of its exports now come from natural resources. It has not evolved into a “normal” market economy, but rather into a peculiar form of crony-state capitalism.

Yes, Russia still punches above its weight in some areas, like nuclear weapons. And it retains veto power at the United Nations. As the recent hacking of the Democratic Party in the United States shows, it has cyber capacities that enable it to be enormously meddlesome in Western elections.

There is every reason to believe that such intrusions will continue. Given US President Donald Trump’s deep ties with unsavory Russian characters (themselves closely linked to Putin), Americans are deeply concerned about potential Russian influences in the US – matters that may be clarified by ongoing investigations.

Many had much higher hopes for Russia, and the former Soviet Union more broadly, when the Iron Curtain fell. After seven decades of Communism, the transition to a democratic market economy would not be easy. But, given the obvious advantages of democratic market capitalism to the system that had just fallen apart, it was assumed that the economy would flourish and citizens would demand a greater voice.

What went wrong? Who, if anyone, is to blame? Could Russia’s post-communist transition have been managed better?

We can never answer such questions definitively: history cannot be re-run. But I believe what we are confronting is partly the legacy of the flawed Washington Consensus that shaped Russia’s transition. This framework’s influences was reflected in the tremendous emphasis reformers placed on privatization, no matter how it was done, with speed taking precedence over everything else, including creating the institutional infrastructure needed to make a market economy work.

Fifteen years ago, when I wrote Globalization and its DiscontentsI argued that this “shock therapy” approach to economic reform was a dismal failure. But defenders of that doctrine cautioned patience: one could make such judgments only with a longer-run perspective.

Today, more than a quarter-century since the onset of transition, those earlier results have been confirmed, and those who argued that private property rights, once created, would give rise to broader demands for the rule of law have been proven wrong. Russia and many of the other transition countries are lagging further behind the advanced economies than ever. GDP in some transition countries is below its level at the beginning of the transition.

Many in Russia believe that the US Treasury pushed Washington Consensus policies to weaken their country. The deep corruption of the Harvard University team chosen to “help” Russia in its transition, described in a detailed account published in 2006 by Institutional Investor, reinforced these beliefs.

I believe the explanation was less sinister: flawed ideas, even with the best of intentions, can have serious consequences. And the opportunities for self-interested greed offered by Russia were simply too great for some to resist. Clearly, democratization in Russia required efforts aimed at ensuring shared prosperity, not policies that led to the creation of an oligarchy.

The West’s failures then should not undermine its resolve now to work to create democratic states respecting human rights and international law. The US is struggling to prevent the Trump administration’s extremism – whether it’s a travel ban aimed at Muslims, science-denying environmental policies, or threats to ignore international trade commitments – from being normalized. But other countries’ violations of international law, such as Russia’s actions in Ukraine, cannot be “normalized” either.

 

Stagnazione illiberale,

di Joseph Stiglitz

Oggi, un quarto di secolo dopo la fine della Guerra Fredda, l’Occidente e la Russia sono nuovamente in contrasto. Tuttavia questa volta, almeno per uno schieramento, la disputa è più chiaramente relativa al potere geopolitico, che non all’ideologia. L’Occidente ha sostenuto in varie forme i movimenti democratici nelle regioni post sovietiche, a fatica nascondendo il suo entusiasmo per le varie ‘colorite’ rivoluzioni che hanno sostituito dittatori da tempo al potere con dirigenti più efficienti – sebbene non tutti costoro si siano dimostrati democratici conseguenti, come pretendevano di essere.

Troppi paesi del passato blocco sovietico restano sotto il controllo di leader autoritari, inclusi alcuni, come il Presidente russo Vladimir Putin, che hanno imparato a convivere con più convincenti apparenze di elezioni dei loro predecessori comunisti. Rivendono il loro sistema di “democrazia illiberale” sul fondamento del pragmatismo, non di qualche universale teoria della storia. Sostengono di essere semplicemente dirigenti più efficaci nel realizzare le cose.

Se ci si riferisce alla passione dei sentimenti nazionalistici ed alla oppressione del dissenso, questo è sicuramente vero. Tuttavia, sono stati meno efficaci nell’alimentare una crescita economica a lungo termine. Un tempo una delle due superpotenze mondiali, la Russia ha oggi un PIL che ammonta circa al 40% di quello della Germania ed è appena sopra il 50% di quello della Francia. L’aspettativa di vita si colloca al 153° posto al mondo, subito dietro l’Honduras e il Kazakistan.

In termini di reddito procapite, la Russia si colloca oggi al 73° posto (in termini di parità di potere di acquisto) – ben al di sotto dei passati satelliti dell’Unione Sovietica nell’Europa Centrale ed Orientale. Il paese si è deindustrializzato: la grande maggioranza delle sue esportazioni proviene oggi dalle risorse naturali. Essa non si è evoluta in una “normale” economia di mercato, ma piuttosto in una forma peculiare di capitalismo di stato clientelare.

È vero, la Russia in alcuni settori continua ad appartenere ad una categoria superiore, come nell’armamento nucleare. E mantiene il suo potere di veto alle Nazioni Unite. Come i recenti attacchi informatici al Partito Democratico degli Stati Uniti dimostrano, su internet ha potenzialità che le consentono di essere enormemente invasiva nelle elezioni nell’Occidente.

Ci sono tutte le ragioni per credere che queste intrusioni proseguiranno.  Dati i profondi legami del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump con sgradevoli personaggi russi (a loro volta strettamente legati a Putin), gli americani sono profondamente preoccupati per le potenziali influenze russe negli Stati Uniti – faccende che possono essere chiarite dalle indagini in corso.

In molti avevano speranze molto superiori per la Russia, e più in generale per la passata Unione Sovietica, quando cadde la Cortina di Ferro. Dopo sette decenni di comunismo, la transizione a una democratica economia di mercato non sarebbe stata facile. Ma, dati gli evidenti vantaggi del capitalismo democratico di mercato rispetto al sistema che era appena crollato, si riteneva che l’economia avrebbe prosperato e i cittadini avrebbero preteso di avere un ruolo maggiore.

Cosa non ha funzionato? Di che è stata la colpa, se è stata di qualcuno? La transizione della Russia post-comunista poteva essere gestita meglio?

Non si possono mai dare a tali domande risposte definitive: la storia non può essere replicata. Ma io credo che ciò a cui stiamo assistendo è in parte l’eredità del fallace Washington Consensus che decise la forma della transizione russa. Le influenze di quello schema si rifletterono nell’esagerata enfasi che i riformatori posero sulla privatizzazione, a prescindere da come veniva realizzata, che rapidamente ebbe la precedenza su ogni altro aspetto, inclusa la realizzazione di una infrastruttura istituzionale necessaria per rendere funzionante una economia di mercato.

Quindici anni orsono, quando scrissi La globalizzazione e i suoi oppositori [1], sostenni che questo approccio da “terapia shock” alla riforma economica era un penoso fallimento. Ma i difensori di quella dottrina ammonivano ad avere pazienza: tali giudizi si potevano avanzare solo in una prospettiva di più lungo periodo.

Oggi, più di un quarto di secolo dall’avvio della transizione, quei primi risultati sono stati confermati, e coloro che sostenevano che i diritti della proprietà privata, una volta creati, avrebbero fatto crescere richieste più vaste per uno stato di diritto, hanno avuto torto. La Russia e molti degli altri paesi della transizione stanno perdendo più che mai terreno rispetto alle economie avanzate. Il PIL in alcuni paesi in transizione è più basso del suo livello agli inizi della transizione.

Molti in Russia credono che il ministero del Tesoro degli Stati Uniti abbia spinto le politiche del Washington Consensus per indebolire il loro paese. La profonda corruzione della squadra dell’Università di Harvard scelta per “aiutare” la Russia nella sua transizione, descritta in un dettagliato rapporto pubblicato nel 2006 da Institutional Investor, ha rafforzato questi convincimenti [2].

Io credo che la spiegazione fosse meno scellerata: idee difettose, anche con le migliori intenzioni, possono avere serie conseguenze. E le opportunità offerte dalla Russia per un avido affarismo nel proprio interesse erano semplicemente troppo grandi perché qualcuno sapesse resistere. Chiaramente, la democratizzazione in Russia richiedeva sforzi rivolti ad assicurare una prosperità condivisa, non politiche che portassero alla creazione di un’oligarchia.

I fallimenti dell’Occidente non minano la sua risolutezza a lavorare oggi per creare stati democratici che rispettino i diritti umani e la legge internazionale. Gli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia per impedire che l’estremismo della Amministrazione Trump – che si tratti del bando ai viaggi rivolto ai Musulmani, delle politiche ambientali in negazione della scienza o delle minacce a ignorare gli impegni commerciali internazionali – divenga una normalità. Ma le violazioni da parte di altri paesi della legge internazionale, quali le azioni della Russia in Ucraina, non devono neanche esse finir per essere “normalizzate”.

 

 

[1] È il titolo del libro edito in Italia.

[2] Il testo nella connessione è a cura di David McClintick, ed è una ampia ricostruzione delle vicende che interessarono alcuni economisti di Harvard impegnati, su richiesta del Governo russo e con la mediazione di quello statunitense, a fornire ‘consigli’ sul periodo di transizione. Nella introduzione si descrive in particolare la attività dell’economista principale, Andrei Shleifer, allora trentacinquenne stella nascente harvardiana. Pare che Shleifer (e sua moglie) si fossero assai impegnati – oltre che in consulenza malaccorta – anche in attività di investimento, in conflitto con la legislazione americana in materia di consulenze. Per tali iniziative, alla fine Shleifer, assieme ad altri, dovette pagare una penale al Governo americano di 31 miliardi di dollari. Particolarmente interessante il fatto che Shleifer avesse un rapporto stretto con Lawrence Summers, che era in effetti suo mentore, in particolare quando Summers nel 2001 divenne Presidente dell’Università di Harvard. Secondo il rapporto, Summers aveva frequentemente messo in guardia i suoi economisti dai rischi della vasta corruzione della situazione russa, ma alla fine aveva cercato di proteggere la loro attività.

 

 

 

 

 

 

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