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Sui tweet e sul commercio, di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 31 marzo 2017)

 

Of Tweets And Trade, di Paul Krugman

 MARCH 31, 2017 10:13 AM 

 

Is anything ever going to happen on trade, Trump’s signature issue other than immigration? As Matt Yglesias notes, so far almost nothing has. Bloomberg tells us that companies are back to the usual business of moving jobs to Mexico, after a brief hiatus — unclear whether there was any real pause, or just a pause in announcements, but in any case CEOs seem to have decided that NAFTA isn’t under much threat.

True, Trump is tweeting threats about the China trade, and maybe something big will happen after Mar-a-Lago. But that gets us to the question, is Trump actually in a position to pursue the trade issue in any serious way?

My answer is probably not — except as a move taken out of political desperation.

The starting point for any such discussion has to be the observation that during the campaign, when Trump talked trade, he had no idea what he was talking about — no more than he did on health care, or taxes, or coal, or …. Specifically, Trump seemed to have two false ideas in mind:

  1. Existing trade agreements are obviously and bigly unfair to the United States, putting us at a disadvantage.
  2. Restricting trade would be good for America and bad for foreigners, so the threat of protectionism gives us lots of leverage.

Now, reality: if you look for the obvious giveaways in NAFTA, which the US can demand be redressed, you won’t find them. NAFTA brought down most trade barriers between us and Mexico; there wasn’t any marked asymmetry. In fact, since Mexican tariffs were higher to start with, in effect Mexico made more concessions than we did (although we were giving access to a bigger market.) China is a bit more complicated — arguably the Chinese effectively evade some WTO rules. But even there it’s not obvious what you would demand from a new agreement.

Oh, and China currency manipulation was an issue 5 years ago — but isn’t now.

What about the effects of protectionism? Leave aside Econ 101 gains from trade, and let’s just talk about business interests. The fact is that modern international trade creates interdependence in a way that old-fashioned trade didn’t; stuff you export is often produced with a lot of imported components, stuff you import often indirectly includes a lot of your own exports. Here’s the domestic share of value added in transport equipment:

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When we buy autos from Mexico, only about half the value added is Mexican, with most of the rest coming from the US — so if you restrict those imports, a lot of U.S. production workers will be hurt. If we restrict imports of components from Mexico, we’re going to raise the costs of U.S. producers who export to other markets; again, a lot of U.S. jobs will be hit. So even if you completely ignore the effects on consumers, protectionist policies would produce many losers in the U.S. industrial sector.

And Trump can’t ignore consumer interests, either; if nothing else, Walmart employs 1.5 million people in America, i.e., 30 times the total number of US coal miners.

So any attempt on Trump’s part to get real about trade will run into fierce opposition, not from the kind of people his supporters love to hate, but from major business interests. Is he really ready for that?

So far, at least, the Trump trade agenda, such as it is, has involved tweeting at companies, telling them to keep jobs here, then claiming credit for any seemingly job-creating actions they take. And that got him a couple of favorable news cycles. In practice, however, it means little or nothing. And even tweet-and-photo-op policy seems to be fading out: companies that might have wanted to help Trump puff himself up a couple of months ago are likely to be a lot less accommodating to Mr. Can’t-Pass-A-Health-Billl, with his 36 percent approval rating.

All of this suggests that on trade, as on everything else substantive, Trumpism is going to be all huffing and puffing with very little to show for it. But there is one observation that gives me pause — namely, Trump’s growing need to find some way to change the subject away from his administration’s death spiral. Domestic policy is stalled; the Russia story is getting closer by the day; even Republicans are starting to lose their fear of standing up to the man they not-so-secretly despise. What’s he going to do?

Well, the classic answer of collapsing juntas is the Malvinas solution: rally the nation by creating a foreign confrontation of some kind. Usually this involves a shooting war; but maybe a trade war would serve the same purpose.

In other words, never mind economic nationalism and all that. If Trump does do something drastic on trade, it won’t be driven by his economic theories, it will be driven by his plunging approval rating.

 

Sui tweet e sul commercio, di Paul Krugman

di Paul Krugman

Sta per accadere qualcosa sul commercio, il tema distintivo di Trump oltre all’immigrazione? Come osserva Matt Yglesias, sino ad ora non è successo quasi niente. Bloomberg ci informa che le società sono tornate alle pratiche usuali di spostare i posti di lavoro in Messico, dopo una breve interruzione – non è chiaro se ci sia stata una vera pausa, o solo una pausa negli annunci, ma in ogni caso gli amministratori delegati sembrano aver deciso che il NAFTA non è minacciato.

È vero, Trump sta twittando sul commercio della Cina, e forse qualcosa di grosso accadrà dopo l’incontro di Mar-a-Lago. Ma questo ci porta alla domanda: effettivamente Trump è nella condizione di perseguire il tema del commercio con una qualche serietà?

La mia risposta è che probabilmente non lo sia – a meno che non si tratti di una mossa che deriva dalla disperazione politica.

Il punto di partenza per ogni discussione non può che essere l’osservazione che durante la campagna elettorale, quando Trump parlava di commercio, non aveva alcuna idea di cosa stesse parlando – non più di quelle che aveva sulla assistenza sanitaria, sulle tasse, sul carbone o su altro. In particolare, Trump sembrava avere due convinzioni false in testa:

  1. Gli accordi commerciali esistenti sono senza dubbio e ‘alla grande’ [1] ingiusti per gli Stati Uniti, mettendoci in una condizione di svantaggio.
  2. Restrizioni commerciali sarebbero positive per l’America e negative per gli stranieri, cosicché la minaccia del protezionismo ci fornisce un grande potere.

Vediamo la realtà: se voleste cercare un evidente regalo nel NAFTA, che gli Stati Uniti possono chiedere sia risarcito, non ne trovereste uno. Il NAFTA ha abbattuto molte barriere commerciali tra noi e il Messico; non c’era alcuna particolare asimmetria. Nei fatti, dato che le tariffe messicane erano più alte alla partenza, il Messico ha fatto in sostanza maggiori concessioni di quelle che abbiamo fatto noi (sebbene noi stiamo fornendo accesso ad un mercato più grande). La Cina è un po’ più complicata – probabilmente i cinesi eludono qualche regola del WTO. Ma anche in quel caso non è così chiaro cosa chiedere con un nuovo accordo.

Inoltre, la questione della manipolazione valutaria della Cina esisteva cinque anni fa – adesso non esiste più.

Che dire degli effetti del protezionismo? Lasciamo da parte i vantaggi che ogni libro di testo spiega sul commercio, e parliamo soltanto degli interessi delle imprese. Il fatto è che il commercio internazionale moderno crea interdipendenza in un modo che il commercio di un tempo non faceva; le cose che si esportano sono spesso prodotte con molte componenti di importazione, le cose che si importano spesso includono indirettamente molte delle proprie esportazioni. Ecco la quota nazionale del valore aggiunto nel parco circolante:

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Quando acquistiamo automobili dal Messico, soltanto circa la metà del valore aggiunto è messicano, mentre la maggior parte del resto viene dagli Stati Uniti – se dunque si restringono quelle importazioni, molti lavoratori della produzione statunitense saranno danneggiati. Se restringiamo l’importazione delle componenti dal Messico, finiremo coll’elevare i costi dei produttori degli Stati Uniti che esportano su altri mercati; nuovamente verrà colpita una gran quantità di posti di lavoro americani. Dunque, persino se si ignorassero completamente gli effetti sui consumatori, le politiche protezioniste produrrebbero molti perdenti nei settori dell’industria degli Stati Uniti.

E Trump non può neppure ignorare gli interessi dei consumatori; per non dire di altro, la Walmart occupa 1 milione e 500 mila persone in America, ovvero 30 volte il numero totale dei minatori statunitensi del carbone.

Dunque ogni tentativo da parte di Trump di fare sul serio sul commercio andrà a sbattere contro la forte opposizione non da parte delle persone che i suoi sostenitori sono inclini ad odiare, ma degli importanti interessi delle imprese. È davvero pronto per questo?

Sino ad ora, l’agenda sul commercio di Trump, per quello che era, aveva riguardato l’interlocuzione su Twitter con le società, il dir loro di mantenere qua i posti di lavoro, per poi vantare un merito per ogni apparente iniziativa di creazione di posti di lavoro che esse assumevano. E questo gli dava un paio di passaggi favorevoli nel mondo delle informazioni. In pratica, tuttavia, questo significa poco o nulla. E persino la politica dei tweet e dei servizi fotografici sembra stia svanendo: le società che potevano aiutare Trump a darsi delle arie un paio di mesi fa, è probabile che siano molto meno ben disposte nei confronti del Signor-non-mi-riesce-di-far approvare-la proposta-sulla-sanità, con il suo 36 per cento di percentuale di consensi.

Tutto questo indica che sul commercio, come su ogni altra cosa sostanziale, il trumpismo sta battendo la fiacca, ed ha ben poco spettacolo da mettere in mostra. Ma c’è una considerazione che mi rende incerto – precisamente, il bisogno crescente di Trump di trovare un qualche modo per cambiare copione, fuori dalla spirale fatale della sua Amministrazione. La politica interna è in stallo; la storia sulla Russia si avvicina sempre di più; persino i repubblicani stanno cominciando a perdere il loro timore di prendere posizione nei confronti dell’individuo che detestano non-tanto-segretamente. E lui cosa finirà per fare?

Ebbene, la risposta classica dei governi prossimi al collasso è la soluzione delle Malvine: riaggregare la nazione creando un conflitto con l’estero di qualche genere. Di solito questo riguarda uno scontro militare; ma forse una guerra commerciale servirebbe allo stesso scopo.

In altre parole, non è importante il nazionalismo economico e tutto il resto. Se Trump farà qualcosa di drastico sul commercio, non sarà determinato dalle sue teorie economiche, sarà determinato dal suo crollo nell’indice dei consensi.

 

 

[1] “Bigly” in lingua inglese non esiste; è un neologismo coniato da Trump, che noi tradurremmo facilmente con qualcosa come “alla grande”.

 

 

 

 

 

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