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L’austerità finirà solo quando i nostri dirigenti cominceranno ad essere onesti, di Simon Wren-Lewis (dal blog Mainly Macro, 19 giugno 2017)

 

Monday, 19 June 2017

Austerity will only end when our leaders start being honest

By Simon Wren-Lewis

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Austerity was the underlying motivation for starting this blog. Sometimes I think everything that I, Paul Krugman and many others have written over the last six or more years has fallen on deaf ears. Take two recent pieces of evidence: this FT article by Nicholas Macpherson, ex permanent secretary at the Treasury, and this interview of the Chancellor by Andrew Marr.

In talking about Osborne’s fiscal consolidation that began in 2010, Macpherson says: “With hindsight, there was a case for going further faster.” His rationale is that the public like a dose of austerity, but tire after a time. At no point does he mention the economy (a recovery that stalled from 2010 to 2013, and then only started growing at trend thereafter), or monetary policy (interest rates were stuck at their lower bound). His desire for a shorter, sharper fiscal shock would have almost certainly produced a second recession.

I calculated that the fiscal consolidation that did take place cost the average household at least £4,000 in lost resources. This is based on OBR numbers, and assumes (as the OBR does) that the economy recovers quickly from any fiscal consolidation. This latter assumption looks very shaky indeed. Once you stop making it, the costs of austerity become horribly large. Not a word about this from Macpherson, which allows him to make the ridiculous argument that we should have had a shorter sharper consolidation.

One of the other ridiculous things Macpherson says is that, from 2010 to 2016, the UK did not even experience austerity. He justifies this because the debt to GDP ratio over this period rose. I’ve heard similar things in comments on my blog, presumably because of what Conservative politicians or their apologists say in the press. The statement confuses levels with rates of change, whether you are talking about the impact on the economy or on individuals. This is first year undergraduate stuff.

Philip Hammond said in his interview that a deficit of 2.5% is not sustainable. The normal definition of sustainability is a deficit that keeps the debt to GDP ratio constant. The current debt to GDP ratio is 86.5%. To work out roughly what the sustainable deficit is, divide the debt level by 100 and multiply that by the expected growth rate of nominal GDP. That means that today a deficit of 2.5% of GDP would be sustainable as long as nominal GDP grew at about 3%. So his statement that a deficit of 2.5% is not sustainable simply looks wrong.

You could rationalise this by saying that he believes our current debt to GDP level is not sustainable, and that therefore he wants to reduce it, but if that is what he means he should say so. Instead it seems that he wants to pretend that the government is like a household, and so therefore there is some reason why a deficit of zero is desirable. Of course Hammond does not mention interest rates either. And he knows that, in an interview like this, he can get away with anything involving economics or numbers.

Austerity has been supposedly dying since after the Brexit vote, but that just reflects misleading or dishonest reporting. As Torsten Bell says, for most people austerity means cuts to public spending, and for public sector workers and those on low incomes there is more austerity to come. Hammond also said Labour’s proposed fiscal policy would be “catastrophic for the country”. I suspect this kind of nonsense hyperbole, frequently invoked by the right wing press, has now become counter-productive. In reality at the heart of Labour’s fiscal policy is a fiscal rule which takes the government’s role in the economy seriously, rather than reduce it to the budget of a Swabian housewife. I cannot wait for the day that becomes the UK government’s fiscal rule, and we can move discussion of UK fiscal policy away from numbers ‘not adding up’ and back into the 21st century.

 

L’austerità finirà solo quando i nostri dirigenti cominceranno ad essere onesti,

di Simon Wren-Lewis

L’austerità fu la motivazione implicita per l’avvio di questo blog. Talvolta penso che tutto quello che il sottoscritto, Paul Krugman e molti altri hanno scritto nel corso dei sei o più anni passati sia rimasto inascoltato. Si consideri la prova di due recenti articoli: questo articolo in connessione del Financial Times di Nicholas Macpherson, il passato Segretario Permanente al Tesoro [1] e questa intervista del Cancelliere dello Schacchiere a Andrew Marr [2].

Nel parlare del consolidamento delle finanze pubbliche che iniziò nel 2010, Macpherson afferma: “Con il senso di poi, c’erano argomenti per andare avanti con maggiore velocità”. La sua logica è che l’opinione pubblica gradisce una dose di austerità, ma dopo un po’ di tempo si stanca. Proprio in nessun punto egli fa menzione dell’economia (una ripresa che ristagnava dal 2010 al 2013, e poi cominciò a crescere con la tendenza successiva), o di politica monetaria (i tassi di interesse erano bloccati al loro limite inferiore dello zero). La sua propensione per uno shock della finanza pubblica più breve e più brusco, quasi certamente, avrebbe provocato una seconda recessione.

Ho calcolato che il costo del consolidamento della finanza pubblica che si è attuato ha gravato su una famiglia media almeno per 4.000 sterline di risorse perse. Questo calcolo è basato sui dati dell’Ufficio per la Responsabilità del Bilancio (OBR), ed assume (come fa l’OBR) che l’economia si riprenda rapidamente da ogni consolidamento. In effetti il secondo assunto sembra molto traballante. Una volta che non ci si basa su di esso, i costi dell’austerità diventano terribilmente grandi. Su questo non una parola da Macpherson, che si consente di avanzare l’argomento ridicolo secondo il quale avremmo dovuto avere un consolidamento più breve e più brusco.

Una delle altre cose ridicole che Macpherson dice è che, dal 2010 al 2016, il Regno Unito non ha neanche conosciuto l’austerità. Lo giustifica con l’argomento che il rapporto debito/PIL in quel periodo è cresciuto. Ho sentito dire cose del genere in commenti sul mio blog, probabilmente a causa di quello che dicono sulla stampa i politici conservatori o i loro sostenitori. Tali dichiarazioni confrondono i livelli con i tassi di cambiamento, sia che si stia parlando dell’impatto sull’economia che sulle persone singole. Roba da un primo anno di un corso di laurea.

Nella sua intervista, Philip Hammond ha detto che un deficit del 2,5% è insostenibile. La normale definizione di sostenibilità è un deficit che mantiene il rapporto tra debito e PIL costante. L’attuale rapporto tra debito e PIL è all’86,5%. Per calcolare approssimativamente quale sia il deficit sostenibile, si divide il livello del debito per 100 e si moltiplica per il tasso di crescita atteso del PIL nominale. Questo significa che oggi un deficit pari al 2,5% del PIL sarebbe sostenibile finché il PIL nominale crescesse di circa il 3%. Dunque, il suo giudizio secondo il quale un deficit del 2,5% non è sostenibile è semplicemente sbagliato.

Si potrebbe dare una logica a questo dicendo che egli crede che il nostro attuale livello del debito sul PIL non è sostenibile, e che di conseguenza voglia ridurlo, ma se è questo che egli intende dovrebbe dirlo. Invece sembra che voglia far finta che il Governo sia come una famiglia, e di conseguenza che ci sia qualche ragione perché sia desiderabile un deficit pari a zero. Naturalmente, neanche Hammond fa menzione di tassi di interesse. E lui sa che in una intervista come questa può cavarsela senza far cenno all’economia o ai dati.

Dal momento successivo al voto sulla Brexit, si è supposto che l’austerità fosse in via di estinzione, ma questo dipende soltanto da resoconti fuorvianti o disonesti. Come dice Torsten Bell, per la maggioranza delle persone l’austerità comporta tagli sulla spesa pubblica, e per i lavoratori del pubblico impiego e per coloro con redditi bassi c’è maggiore austerità in arrivo. Hammond ha anche detto che la politica di finanza pubblica proposta dal Labour sarebbe “catastrofica per il paese”. Io ho il sospetto che questo genere di esagerazione senza senso, invocata frequentemente dalla stampa di destra, oggi sia diventata controproducente. In realtà, al centro della politica di finanza pubblica del Labour sta una regola finanziaria che considera il ruolo del Governo nell’economia seriamente, anziché ridurlo al bilancio di una ‘casalinga sveva’ [3]. Io non vedo l’ora che arrivi una regola di finanza pubblica del Governo del Regno unito, è che si possa spostare il dibattito della politica di finanza pubblica del Regno Unito da dati ‘che non hanno senso’ al 21° Secolo.

 

 

[1] Il Segretario Permanente, nella tradizione britannica, è l’impiegato più alto in grado di un Dipartimento, incaricato della gestione su basi quotidiane di un Dipartimento.

[2] Il Cancelliere dello Scacchiere nel Governo May dal 13 luglio 2016 è Philip Hammond. In precedenza era stato Segretario agli Affari Esteri nel Governo Cameron per due anni.

[3] L’equazione tra i risparmi dello Stato e quelli di una ‘casalinga sveva’ appare frequentemente nei discorsi dei politici tedeschi e della Cancelliera Merkel.

 

 

 

 

 

 

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