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Quale fu il periodo aureo degli intellettuali conservatori? (dal blog di Krugman, 9 luglio 2017)

 

When Was The Golden Age Of Conservative Intellectuals?

di Paul Krugman

 JULY 9, 2017 3:00 PM 

A few days late, but a few thoughts on Bret Stephens’s column about the intellectual decline of conservatism. As you might guess, I agree completely with his take on the modern degeneracy of the movement. But Stephens harks back to a golden age of deep thought; and my question is, when was this age, exactly?

William F. Buckley is a problematic icon. Surely one needs to mention his spirited defense of white supremacy in the South, and National Review’s weird infatuation with Generalissimo Francisco Franco. I’d also note that while God and Man at Yale castigated my alma mater for its downgrading of religion, he seemed equally dismayed by the fact that it was teaching Keynesian economics — you know, the stuff that has been so thoroughly vindicated these past few years.

But leave that aside. When did conservatives have good ideas, and when did they stop? Let’s talk about four areas I know pretty well: macroeconomics, environment, health care, and inequality.

In macroeconomics, there’s no question that Milton Friedman and, initially, Robert Lucas performed a useful service by challenging the case for policy activism, especially fiscal activism. Circa 1976 the track record of Chicago macroeconomics was impressive indeed.

But then it all fell apart. Lucas-type models failed the test of events in the 1980s, while updated Keynesianism held up. Rather than admitting that they had overreached, however, conservative macroeconomists just dug themselves deeper into the rabbit hole — effectively turning their back on Friedman-style monetarism as well as Keynesianism. Vigorous monetary expansion to fight a deep slump, originally a conservative idea, became anathema on the right even as it was welcomed on the left. What was once a good conservative idea was incorporated by liberals while rejected by the right.

On environment, a similar turn took place a bit later. The use of markets and price incentives to fight pollution was, initially, a conservative idea condemned by some on the left. But liberals eventually took it on board — while cap-and-trade became a dirty word on the right. Crude slogans –Government bad! — plus subservience to corporate interests trumped analysis.

On health care, ObamaRomneycare — relying on mandates, regulation, and subsidies rather than a single-payer system — was, famously, a conservative idea developed at the Heritage Foundation. But liberals took it on board — pretty quickly, actually — while conservatives began denouncing their own side’s clever idea as evil incarnate.

Finally, on inequality, conservative intellectuals were terrible from the very beginning. I wrote a long piece in 1992 detailing their evasions and distortions, many of which remain unchanged to this day. It wasn’t just that they were wrong; as I wrote at the time,

the combination of mendacity and sheer incompetence displayed by the Wall Street Journal, the U.S. Treasury Department, and a number of supposed economic experts demonstrates something else: the extent of the moral and intellectual decline of American conservatism.

Remember, this was a quarter-century ago.

So when was the golden age of conservative intellectuals? Actually, there never was one. Certainly, the supposed era in which only conservatives had all the interesting ideas while liberals rehashed tired dogma never happened in any field I know well. That said, there was a period when conservatives contributed some useful stuff to the discourse. But that era ended a long, long time ago.

 

Quale fu il periodo aureo degli intellettuali conservatori?

di Paul Krugman 

Alcune riflessioni, sia pure con alcuni giorni di ritardo, sull’articolo di Bret Stephens sul declino intellettuale del conservatorismo. Come potete immaginarvi, concordo pienamente con la sua presa di posizione sulla moderna degenerazione del movimento. Ma Stephens risale ad una età aurea di pensiero profondo; e la mia domanda è, quale fu quel periodo, esattamente?

William F. Buckley è una icona problematica [1]. Di sicuro si dovrebbe ricordare la sua vivace difesa della supremazia bianca nel Sud, e l’infatuazione della National Review per il Generalissimo Francisco Franco.  Osserverei anche che mentre il suo libro Dio e l’uomo a Yale se la prendeva con la mia Università di provenienza per la sua scarsa considerazione della religione, egli sembrava anche sconcertato dal fatto che in essa si insegnava economia keynesiana – sapete, quella roba che è stata così completamente risarcita negli ultimi anni.

Ma lasciamo da parte questi argomenti. Quando i conservatori ebbero buone idee, e quando smisero di averne? Consentitemi di parlare di quattro aree che conosco abbastanza bene: la macroeconomia, l’ambiente, l’assistenza sanitaria e l’ineguaglianza.

In macroeconomia non c’è dubbio che Milton Friedman e, inizialmente, Robert Lucas fecero un servizio utile mettendo alla prova l’argomento dell’attivismo politico, in particolare dell’attivismo in materia di finanza pubblica. In effetti, attorno al 1976, i risultati della macroeconomia di Chicago erano impressionanti.

Ma poi andò tutto in frantumi. Negli anni ’80 i modelli del genere di Lucas non superarono la prova dei fatti, mentre un keynesismo aggiornato resse. Tuttavia, piuttosto che ammettere di essersi spinti troppo oltre, i macroeconomisti conservatori si rintanarono più a fondo nella buca del coniglio – in sostanza voltando le spalle sia al monetarismo sul genere di Friedman che al keynesismo. Una vigorosa espansione monetaria per combattere una profonda recessione, originariamente un’idea conservatrice, divenne a destra un anatema, persino quando era bene accolta a sinistra. Si trattò di una precedente buona idea conservatrice che era stata incorporata dai progressisti, nel mentre veniva rigettata dalla destra.

Sull’ambiente, un po’ dopo si manifestò una svolta simile. L’uso dei mercati e degli incentivi dei prezzi per combattere l’inquinamento era stata, inizialmente, un’idea conservatrice, condannata da alcuni a sinistra. Ma alla fine i progressisti la accolsero – mentre la politica del “cap-and-trade[2] per la destra divenne un espressione sconcia. Puri e semplici slogan – il Governo è il Male! – oltre alla sottomissione agli interessi delle grandi società,  prevalsero sull’analisi.

Sulla assistenza sanitaria, le riforme di Obama e di Romney [3] – che si basavano sull’obbligo ad acquistare una assicurazione, sui regolamenti e sui sussidi anziché su un sistema centralizzato di pagamenti – furono, come è noto, un’idea sviluppata presso la Fondazione Heritage. Ma i progressisti la fecero propria – in effetti, abbastanza rapidamente – mentre i conservatori cominciarono a denunciare l’idea intelligente prodotta dal loro stesso schieramento come un’incarnazione del Male.

Infine, sull’ineguaglianza gli intellettuali conservatori sono stati terribili sin dall’inizio. Io scrissi nel 1992 un lungo articolo per dettagliare le loro ambiguità e le loro distorsioni, molte delle quali restano immutate sino ai giorni nostri. Non era solo il fatto che sbagliavano; come scrissi a quel tempo la combinazione di menzogne e di pura e semplice incompetenza mostrata dal Wall Street Journal, dal Dipartimento del Tesoro e da un certo numero di presunti esperti di economia dimostrano qualcos’altro: la misura del declino morale e intellettuale del conservatorismo americano.

Ricordiamo che questo accadeva un quarto di secolo fa.

Dunque, quale fu il periodo aureo degli intellettuali conservatori? Effettivamente, non ce n’è mai stato uno. Certamente, la presunta epoca nella quale soltanto gli intellettuali conservatori avevano tutte le idee interessanti mentre i progressisti rimasticavano stanchi dogmi, non c’è mai stata in nessun campo che io conosco bene. Ciò detto, ci fu un periodo nel quale i conservatori fornirono il contributo di qualche cosa di utile al dibattito. Ma quell’epoca terminò molto tempo fa.

 

 

[1] William Frank Buckley Junior (New York24 novembre 1925 – Stamford28 febbraio 2008) è stato un saggistagiornalista e conduttore televisivo statunitense. Probabilmente viene definito “icona problematica” considerato che – oltre ai particolari segnalati nel post, dopo una pur ricca carriera di studi – trovò il modo di fare esperienze più singolari, come diventare membro di una setta chiamata “Teschio ed ossa” e lavorare per la CIA in Messico.

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[2] Letteralmente, del “mettere un limite e consentire gli scambi” in materia di inquinamento ambientale – ovvero mettere un limite all’inquinamento e premiare chi sta sotto quel limite, anche permettendogli di ‘vendere’ il proprio comportamento virtuoso a chi resta provvisoriamente indietro (l’acquisto di ‘punti’ dai più virtuosi – e talora anche di tecnologie – essendo un modo provvisorio per restare nella legalità).

[3] Come si è varie volte segnalato, Krugman insiste nel mettere sullo stesso piano le due riforme – quella di Obama e la precedente del repubblicano Romney nello Stato del Massachusetts – perché c’era una effettiva somiglianza. Romney non poté mai vantarsene, perché nel periodo di tempo trascorso da quando era Governatore di quello stato a quando divenne candidato repubblicano, i repubblicani ormai la consideravano una bestemmia.

 

 

 

 

 

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