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Un po’ di fuorviante geometria sulle tasse delle società (per esperti) (dal blog di Krugman, 21 ottobre 2017)

 

Some Misleading Geometry on Corporate Taxes (Wonkish)

 OCTOBER 21, 2017 4:07

Paul Krugman 

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Figure 1

I very much doubt that additional facts or analysis are going to matter much for the fate of the Trump tax cuts. It’s obvious to pretty much everyone – I suspect even those pushing the cuts – that they will confer huge benefits on the wealthy, do little if anything for the middle class, and greatly increase the deficit. Indeed, in some ways those are not only the likely results, but the goals: big benefits for the donor class, and future deficits that can be used to justify tearing new holes in the social safety net.

Still, there is a somewhat interesting discussion going on over the effects of corporate tax cuts in an open economy. This discussion is, however, made somewhat more confused – in my view – by putting it in the context of Ramsey models (for the uninitiated who ignored my warning and are still reading, these are models of optimal saving by immortal consumers.) Consumer saving doesn’t actually play the key role here; it’s all about international capital mobility and how it changes things.

And it seems to me that there’s a fairly simple geometric way to see where the optimistic view that cutting corporate taxes is great for wages comes from. Furthermore, once we have that picture straight, it becomes a lot easier to ask “What’s wrong with this picture?” (Answer: a lot).

So, envision a small open economy with a fixed labor force (because labor supply isn’t of the essence here) that can import from or export capital to the rest of the world. Let’s also ignore saving, which also isn’t of the essence: the stock of capital, we’ll assume, changes only through capital inflows or outflows.

Oh, and let’s provisionally assume perfect competition, so that factors of production are paid their marginal products.

Then we can represent the economy with Figure 1, which has the stock of capital on the horizontal axis and the rate of return on capital on the vertical axis. The curve MPK is the marginal product of capital, diminishing in the quantity of capital because of the fixed labor force. The area under MPK – the integral of the marginal products of successive units of capital – is the economy’s real GDP, its total output.

Initially we assume that the economy faces a given world rate of return r*. However, the government imposes a profits tax at a rate t, so that to achieve a post-tax return r* domestic capital must earn r*/(1-t). And in the initial equilibrium that requirement determines the size of the domestic capital stock.

We can read off the distribution of income in Figure 1 by looking at the areas of various rectangles. In the initial equilibrium real output is a+b+d. Of this, d is the after-tax return to capital, b is profit taxes, and a – the rest – is wages.

Now imagine eliminating the profits tax (we can also do a small cut, but that’s harder and this is already sufficiently wonky). In equilibrium, the capital stock rises by ∆K, and so does GDP, to a+b+c+d+e (of which, however, e is returns to foreign capital, so GNP doesn’t rise as much as GDP.) Profit taxes disappear: that’s a revenue loss of b. But wages rise to a+b+c, a gain of b+c – which is larger than the loss of revenue. Hurray for cutting corporate taxes!

OK, what’s wrong with this picture? Why shouldn’t we believe it? Four reasons I can think of.

First, a lot of what we tax with the corporate profits tax isn’t a return to capital; it’s monopoly profits and other kinds of rents. There is no reason to believe that these rents would be bid down by capital inflows, so the revenue loss on those taxes is just a revenue loss, not something shifted to wages.

Second, capital mobility is far from perfect.

Third, the US isn’t a small open economy – we can affect world rates of return. Between point #2 and this point, we surely face an upward-sloping supply curve of capital, which means that the wage gains from profit tax cuts are smaller.

Finally, a point I’ve been trying to make: what we’re showing here is long-run equilibrium, what happens after enough foreign capital has flowed in to equalize after-tax rates of return. How does that happen? You don’t roll factories across the border: capital inflows take place as the counterpart of trade deficits, which in turn have to be created by a temporarily overvalued real exchange rate.

And the kind of adjustment we’re talking about here would require moving a lot of capital, meaning very big trade deficits, meaning a strongly overvalued dollar, which would itself be a deterrent to capital inflows. So we’re talking about a slow process, taking place over many years. Long-run analysis is a very poor guide to the incidence of corporate taxes in any politically or policy-relevant time horizon. Over shorter horizons, you’d expect very little of the tax cut to be passed on to workers.

So that’s the story. As economic arguments go, it’s not even very hard.

 

Un po’ di fuorviante geometria sulle tasse delle società (per esperti)

Di Paul Krugman

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Figura 1

Dubito davvero molto che fatti o analisi aggiuntive siano destinati a contare granché per il destino degli sgravi fiscali di Trump. È evidente per quasi tutti – sospetto persino per coloro che spingono per i tagli –  che essi porteranno grandi vantaggi ai ricchi, faranno poco se non nulla per le classi medie e aumenteranno grandemente il deficit. In effetti, da molti punti di vista questi non sono solo i probabili risultati, ma gli obbiettivi: grandi vantaggi per la categoria dei finanziatori della politica e deficit futuri che possono essere utilizzati per accelerare nuovi buchi nella rete della sicurezza sociale.

Eppure c’è qualcosa di interessante nel dibattito che va avanti sugli effetti dei tagli del fisco sulle società in un’economia aperta. Questo dibattito, tuttavia, secondo il mio punto di vista, viene condotto in un modo piuttosto più confuso collocandolo nel contesto dei modelli di Ramsey (per i non esperti che hanno ignorato la mia messa in guardia e continuano a leggere, questi sono modelli di risparmio ottimale da parte di consumatori eterni). In realtà, i risparmi dei consumatori non giocano qua un ruolo centrale; tutto è relativo alla mobilità internazionale dei capitali e a come essa cambia le cose.

E mi pare che ci sia un modo geometrico abbastanza semplice per vedere da cosa derivi il punto di vista ottimistico secondo il quale tagliare le tasse alle società è una gran cosa per i salari. Inoltre, una volta che abbiamo quel quadro in ordine, diventa molto più facile chiedersi “Cosa è sbagliato in questa rappresentazione?” (la risposta è: molto).

Dunque, consideriamo una piccola economia aperta con una forza lavoro fissa (perché l’offerta di lavoro in questo caso non è sostanziale) che può importare dal o esportare al resto del mondo capitali. Possiamo anche ignorare i risparmi, che anch’essi non sono la sostanza: lo stock di capitale, ipotizzeremo, cambia soltanto attraverso i flussi in ingresso e in uscita dei capitali.

Inoltre, assumiamo provvisoriamente una competizione perfetta, cosicché i fattori della produzione siano ripagati dai loro prodotti marginali.

Possiamo allora rappresentare l’economia con la Figura 1, che ha lo stock di capitale sull’asse orizzontale e il tasso di rendimento sul capitale sull’asse verticale. La curva MPK è il prodotto marginale del capitale, che si riduce nella quantità di capitale a causa della stabilità della forza lavoro. L’area al di sotto di MPK – l’integrale dei prodotti marginali delle successive unità di capitale – è il PIL reale dell’economia, il suo prodotto totale.

Assumiamo inizialmente che l’economia si misuri con un dato tasso di rendimento globale r*. Tuttavia il Governo impone una tassa sui profitti ad una aliquota t, in modo tale che per ottenere un rendimento dopo le tasse r*, il capitale nazionale deve guadagnare r*/(1-t). E nell’equilibrio iniziale questa condizione determina la dimensione dello stock di capitale interno.

Possiamo leggere la distribuzione del reddito nella Figura 1 osservando le aree dei vari rettangoli. Nell’equilibrio iniziale la produzione reale è a+b+d. Di questo, d è il rendimento del capitale dopo le tasse, b sono le tasse sui profitti e il restante a sono i salari.

Ora, immaginiamo di eliminare la tassa sui profitti (possiamo anche fare un piccolo taglio, ma è più difficile e questo quadro è già sufficientemente per esperti). In equilibrio lo stock di capitale cresce secondo ∆K, e lo stesso fa il PIL sino a a+b+c+d+e (del quale, tuttavia, e è il rendimento del capitale straniero, cosicché il PNL non cresce altrettanto del PIL). Le tasse sui profitti scompaiono: quella è la perdita di entrate di b. Ma i salari crescono a a+b+c, un guadagno di b+c – che è maggiore della perdita delle entrate. Evviva i tagli alle tasse sulle imprese!

Va bene, ma cosa c’è di sbagliato in questa rappresentazione? Perché non dovremmo crederci? Posso elencare quattro motivi.

Il primo, una buona parte di quello che tassiamo con la tassa sui profitti delle società non è rendimento del capitale; sono profitti di monopolio e altri tipi di rendite. Non c’è nessuna ragione per credere che queste rendite verrebbero inibite dai flussi di capitale, dunque la perdita di entrate su queste tasse è solo una perdita di entrate, non qualcosa che si sposta sui salari.

In secondo luogo, la mobilità dei capitali è lungi dall’essere perfetta.

In terzo luogo, gli Stati Uniti non sono una piccola economia aperta – noi possiamo influenzare i tassi di rendimento globali. Considerata questo punto e il punto 2, certamente siamo di fronte ad una curva dell’offerta di capitali tendente verso l’alto, il che significa che i vantaggi salariali dai tagli fiscali sui profitti sono minori.

Infine, un aspetto che ho cercato di segnalare: quello che qu stiamo mostrando è un equilibrio di lungo periodo, che avviene dopo che un sufficiente capitale straniero è affluito allo scopo di eguagliare i tassi di rendimento dopo le tasse. Come avviene ciò? Non si debbono spostare gli stabilimenti oltre il confine: i flussi di capitale hanno luogo come controparte dei deficit commerciali, il che a sua volta deve essere determinato da un tasso di cambio temporaneamente sopravvalutato.

E il genere di correzione di cui stiamo qua ragionando richiederebbe di muovere grandi quantità di capitali, comportando deficit commerciali molto elevati, un dollaro fortemente sopravvalutato, che per suo conto sarebbe un deterrente ai flussi di capitali. Stiamo dunque parlando di un processo lento, che ha luogo nel corso di molti anni. L’analisi di lungo periodo è una guida assai modesta ai fini dell’incidenza delle tasse sulle società in ogni orizzonte temporale della politica o rilevante per i programmi politici. Negli orizzonti più brevi, ci si dovrebbe attendere che una parte minima degli sgravi fiscali si trasferisca sui lavoratori.

Questa è dunque la storia. Per come procedono i temi dell’economia, non è neppure molto difficile.

 

 

 

 

 

 

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