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Trump non porterà contentezza alla cittadella dei ricchi, di Paul Krugman (New York Times 30 ottobre 2017)

 

Trump Won’t Bring Joy to Moolaville

Paul Krugman OCT. 30, 2017

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Over the weekend Donald Trump raged against the Russia “witch hunt,” which he claimed was an effort to distract from his push for “historic Tax Cuts & Reform.” And there actually is a relationship — but it goes in the other direction. If Trump survives this crisis — which may mean that American democracy doesn’t — tax cuts will have a lot to do with it.

For Republicans in Congress know perfectly well that Trump is utterly unfit for office and has been abusing his position for personal gain. Many of them surely suspected, long before Monday’s indictments, that members of his inner circle, and perhaps he himself, have colluded with a hostile foreign power.

If they nonetheless circle the wagons around Trump — in particular, if they allow him to fire Robert Mueller, which now seems all too likely — there will be one main reason: Trump offers their big opportunity to cut taxes for the very wealthy. Indeed, the nonpartisan Tax Policy Center estimates that almost 80 percent of the Trump tax cut would go to people with incomes over $1 million; these people would get an average cut of around $230,000 a year.

But here’s what gets me: The wealthy donors for whom the G.O.P. will apparently do anything, up to and including covering up for possible treason, will get no joy from their tax cuts.

I don’t mean that history will judge them harshly, although it will. I don’t even mean that plutocrats as well as plebeians will eventually suffer if America becomes a lawless, authoritarian regime. I mean that a few hundred thousand dollars extra will do little if anything to make the already wealthy more satisfied with their lives.

You might well ask, who cares? Even if tax cuts would make the rich joyful, this shouldn’t count against the sheer misery Republicans are trying to impose on the tens of millions of people they’re trying to deprive of health care, food stamps, disability benefits and more.

Still, for some reason I find it fascinating that all this misery, plus the possible destruction of constitutional government, may happen without even making the intended beneficiaries happy.

To be fair, money is a nice thing to have, and I personally am by no means an ascetic. In New York 2017, in particular, life is good if and only if you can afford a decent place to live, which doesn’t come cheap.

Furthermore, there’s a lot of evidence, both within and between countries, showing that other things being equal, having more money does make people happier. This evidence is, however, based on surveys that don’t capture what’s happening at the very top of the income scale.

To figure out what extra money means at the top, you need to turn to less formal sources of insight.

Take, for example, reactions to the Obama tax hike of 2013. Few people seem aware that the wealthy faced a pretty big tax increase that year — average federal taxes on the top 1 percent rose to 34 percent of income from 29 percent of income — thanks to expiration of part of the Bush tax cuts and the imposition of new taxes to help pay for Obamacare.

So, do you remember widespread wailing and rending of garments among the economic elite? I don’t; many super-affluent Americans barely seemed to notice.

Or take a fascinating Fortune article from 1955, reprinted a few years ago, describing the lives of top executives. At the time, thanks to income taxes and wage compression, such men were much poorer than their counterparts had been in 1930. The 1955 executive owned a motorboat, not a yacht, and “gets along with one or two servants.”

Yet the article conveys a sense of men satisfied with their lives. Maybe all the wealth members of that class lost under the New Deal — and have regained many times over in our second Gilded Age — didn’t do much for their happiness?

Now, obviously much of the pursuit of wealth is really about status and power — as Tom Wolfe wrote in 1968, it’s about “seeing ’em jump.” You can see this in Trump’s personal taste in furnishings, which a Politico article che un articolo su perceptively described as “dictator chic” — designed not to be comfortable, but to impress and intimidate.

But a tax cut that goes to almost all wealthy Americans doesn’t even deliver the kind of status payoff many of the truly rich crave, since the guy in the mansion next door gets the same cut.

Again, arguably none of this matters very much. The G.O.P. policy agenda of rewarding the wealthy at the expense of the poor and working class would be vile even if tax cuts would make the rich ecstatic. The party’s willingness to turn a blind eye to corruption with a hint of treason would be horrifying whatever the motivation. Still, there seems to me to be an extra dimension of awfulness to the whole situation once you realize that all this betrayal serves no real purpose, not even a bad one.

And maybe, just maybe, members of the G.O.P. donor class will take this moment of national crisis to ask themselves what really matters. For what shall it profit a man, if he gain a $230,000 tax cut, and his formerly democratic nation lose its soul?

 

Trump non porterà contentezza alla cittadella dei ricchi, di Paul Krugman

New York Times 30 ottobre 2017

Nel fine settimana, Trump ha inveito contro la “caccia alle streghe” russa, che ha definito come un tentativo di distrarre dai suo sforzi per “storici sgravi e per la riforma del fisco”. E in effetti c’è una relazione – ma va in una diversa direzione. Se Trump sopravvive a questa crisi – il che può significare che non sopravvive la democrazia americana – gli sgravi fiscali c’entreranno molto.

Perché i repubblicani del Congresso sanno bene che egli è inadatto a ricoprire la sua carica e che sta abusando della sua posizione per vantaggi personali. Molti di loro certamente sospettano, da molto tempo prima delle messe in stato d’accusa di lunedì, che componenti della sua cerchia ristretta, e forse sui stesso, sono stati collusi con una potenza straniera ostile.

Se ciononostante difendono in cerchio la diligenza di Trump – in particolare, se gli consentono di licenziare Mueller, che a questo punto sembra sin troppo probabile – ci sarà una ragione principale: Trump offre loro una grande opportunità di tagliare le tasse ai super ricchi. Infatti, l’indipendente Tax Policy Center stima che quaqsi l’80 per cento degli sgravi fiscali di Trump andrebbero a persone con redditi superiori ad un milione di dollari; questa gente riceverebbe in media sgravi per circa 230.000 dollari all’anno.

Ma ecco quello che mi lascia perplesso: i ricchi finanziatori per i quali il Partito Repubblicano farebbe apparentemente ogni cosa, sino a nascondere un possibile tradimento, non avranno alcuna soddisfazione dai loro sgravi fiscali.

Non mi rifersco al fatto che la storia li giudicherà severamente, sebbene sarà così. Neanche mi riferisco al fatto che i plutocrati alla fine soffriranno come i plebei se l’America diventa un regime senza legge ed autoritario. Voglio dire che poche centinaia di migliaia di dollari saranno un nonnulla per rendere le persone già ricche più soddisfatte delle loro vite.

Potreste ben chiedere, che cosa importa? Persino se gli sgravi fiscali rendessero i ricchi felici, questo non dovrebbe contare a fronte della pura e semplice miseria che i repubblicani stanno cercando di imporre su decine di milioni di persone alle quali stanno provando a togliere l’assistenza sanitaria, gli aiuti alimentari, i sussidi di disabilità e tutto il resto.

Eppure, per qualche ragione, trovo affascinante che tutta questa miseria, in aggiunta alla possibile distruzione di un governo costituzionale, possa avvenire senza nemmeno rendere felici i previsti beneficiari.

Ad essere onesti, avere denaro è una cosa piacevole, e in nessun senso io personalmente sono un asceta. Nella New York del 2017, in particolare, la vita è bella se e soltanto se vi potete permettere un posto decente dove vivere, che non si trova economicamente.

Inoltre ci sono una grande quantità di prove, sia all’interno dei paesi che tra di loro, che mostrano che, a parità delle altre condizioni, avere più soldi rende le persone più felici. Queste prove, tuttavia, sono basate su sondaggi che non restituiscono quello che sta succedendo in cima alla scala dei redditi.

Per immaginarvi quello che denaro aggiuntivo comporta a quei livelli, si deve ricorrere a fonti di intuizione meno formali.

Si prendano, ad esempio, le reazioni al rialzo delle tasse da parte di Obama nel 2013. Poche persone paiono consapevoli che quell’anno i ricchi conobbero incrementi fiscali abbastanza elevati – le tasse federali sull’1 per cento dei più ricchi salirono, dal 29 per cento del reddito, al 34 per cento – grazie all’esaurimento di parte degli sgravi fiscali di Bush e all’imposizione di nuove tasse per contribuire a finanziare la riforma sanitaria.

Avete memoria, dunque, di pianti e di lacerazione dei vestiti nell’elite economica? Io no: molti super benestanti americani sembrarono appena accorgersene.

Oppure considerate un affascinante articolo su Fortune del 1955, ristampato pochi anni fa, che descriveva le vite degli amministratori più ricchi. A quel tempo, grazie alle tasse sui redditi e alla compressione dei salari, tali persone erano molto meno ricche di quello che erano stati i loro simili nel 1930. Gli amministratori delle società possedevano un motoscafo, non uno yacht, e “andavano avanti con uno o due domestici”.

Tuttavia quell’articolo produce una sensazione di persone soddisfatte delle loro vite. Forse tutti i ricchi componenti di quella classe avevano perso reddito con il New Deal – e ne hanno riguadagnato molte volte nel corso della nostra seconda “Età aurea” – non facevano granché per la loro felicità?

Ora, ovviamente una buona parte dei propositi dei ricchi è relativa allo status ed al potere – come scrisse Tom Wolfe [1] nel 1968, riguarda il “vederli far carriera”. Ve ne potete accorgere nel gusto personale di Trump per il mobilio, che un articolo su Politico ha descritto acutamente come “dictator chic” – non destinato ad essere confortevole, ma a impressionare e a intimidire.

Ma un taglio fiscale che va a quasi tutti gli americani ricchi non produce neppure quel genere di risultato di status che molti di coloro che sono per davvero ricchi desiderano ardentemente, dal momento che il Tizio che abita nella villa della porta accanto riceve lo stesso taglio.

Di nuovo, probabilmente niente di tutto questo conta davvero molto. Il programma politico del Partito Repubblicano di dare un premio ai ricchi a spese dei poveri e della classe lavoratrice sarebbe mserabile anche se gli sgravi fiscali deliziassero i ricchi. La disponibilità del partito a chiudere un occhio sulla corruzione con tracce di tradimento sarebbe orripilante, qualsiasi fosse la motivazione. Eppure, a me sembra che ci sia in tutta questa situazione,  una tremenda dimensione aggiuntiva, una volta che si comprenda che tutto questo tradimento non è al servizio di nessuno scopo reale, neppure di un cattivo scopo.

E forse, solo forse, i componenti della classe dei finanziatori del Partito Repubblicano coglieranno l’occasione di questo momento di crisi nazionale per chiedersi che cosa sia davvero importante. Perché quale vantaggio ci sarà per una persona, se guadagna un taglio fiscale di 230.000 dollari, e la sua nazione che era democratica perde l’anima?    

 

 

 

 

[1] Tom Wolfe, all’anagrafe Thomas Kennerly Wolfe Jr. (Richmond2 marzo 1931), è un saggistagiornalistascrittore e critico d’arte statunitense.

 

 

 

 

 

 

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