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I “Non-so-nulla” del Ventunesimo Secolo, (dal blog di Paul Krugman, 15 gennaio 2018)

 

Know-Nothings for the 21st Century

Paul Krugman JAN. 15, 2018

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Portrait of a young man, circa 1864, representing the nativist ideal of the Know Nothing party.

 

 

These days calling someone a “know-nothing” could mean one of two things.

If you’re a student of history, you might be comparing that person to a member of the Know Nothing party of the 1850s, a bigoted, xenophobic, anti-immigrant group that at its peak included more than a hundred members of Congress and eight governors. More likely, however, you’re suggesting that said person is willfully ignorant, someone who rejects facts that might conflict with his or her prejudices.

The sad thing is that America is currently ruled by people who fit both definitions. And the know-nothings in power are doing all they can to undermine the very foundations of American greatness.

The parallels between anti-immigrant agitation in the mid-19th century and Trumpism are obvious. Only the identities of the maligned nationalities have changed.

After all, Ireland and Germany, the main sources of that era’s immigration wave, were the shithole countries of the day. Half of Ireland’s population emigrated in the face of famine, while Germans were fleeing both economic and political turmoil. Immigrants from both countries, but the Irish in particular, were portrayed as drunken criminals if not subhuman. They were also seen as subversives: Catholics whose first loyalty was to the pope. A few decades later, the next great immigration wave — of Italians, Jews and many other peoples — inspired similar prejudice.

 

And here we are again. Anti-Irish prejudice, anti-German prejudice, anti-Italian prejudice are mostly things of the past (although anti-Semitism springs eternal), but there are always new groups to hate.

But today’s Republicans — for this isn’t just about Donald Trump, it’s about a whole party — aren’t just Know-Nothings, they’re also know-nothings. The range of issues on which conservatives insist that the facts have a well-known liberal bias just keeps widening.

One result of this embrace of ignorance is a remarkable estrangement between modern conservatives and highly educated Americans, especially but not only college faculty. The right insists that the scarcity of self-identified conservatives in the academy is evidence of discrimination against their views, of political correctness run wild.

Yet conservative professors are rare even in hard sciences like physics and biology, and it’s not difficult to see why. When the more or less official position of your party is that climate change is a hoax and evolution never happened, you won’t get much support from people who take evidence seriously.

But conservatives don’t see the rejection of their orthodoxies by people who know what they’re talking about as a sign that they might need to rethink. Instead, they’ve soured on scholarship and education in general. Remarkably, a clear majority of Republicans now say that colleges and universities have a negative effect on America.

So the party that currently controls all three branches of the federal government is increasingly for bigotry and against education. That should disturb you for multiple reasons, one of which is that the G.O.P. has rejected the very values that made America great.

Think of where we’d be as a nation if we hadn’t experienced those great waves of immigrants driven by the dream of a better life. Think of where we’d be if we hadn’t led the world, first in universal basic education, then in the creation of great institutions of higher education. Surely we’d be a shrunken, stagnant, second-rate society.

And that’s what we’ll become if modern know-nothingism prevails.

I’ve been rereading an important 2012 book, Enrico Moretti’s “The New Geography of Jobs,” about the growing divergence of regional fortunes within the United States. Until around 1980, America seemed on the path toward broadly spread prosperity, with poor regions like the Deep South rapidly catching up with the rest. Since then, however, the gaps have widened again, with incomes in some parts of the nation surging while other parts fall behind.

Moretti argues, rightly in the view of many economists, that this new divergence reflects the growing importance of clusters of highly skilled workers — many of them immigrants — often centered on great universities, that create virtuous circles of growth and innovation. And as it happens, the 2016 election largely pitted these rising regions against those left behind, which is why counties carried by Hillary Clinton, who won only a narrow majority of the popular vote, account for a remarkable 64 percent of U.S. G.D.P., almost twice as much as Trump counties.

Clearly, we need policies to spread the benefits of growth and innovation more widely. But one way to think of Trumpism is as an attempt to narrow regional disparities, not by bringing the lagging regions up, but by cutting the growing regions down. For that’s what attacks on education and immigration, key drivers of the new economy’s success stories, would do.

So will our modern know-nothings prevail? I have no idea. What’s clear, however, is that if they do, they won’t make America great again — they’ll kill the very things that made it great.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I “Non-so-nulla” del Ventunesimo Secolo,

di Paul Krugman

Al giorno d’oggi, chiamare qualcuno “Non-so-nulla” può significare una di queste due cose.

Se siete uno studente, potreste voler paragonare quella persona al Partito del “Non-so-nulla” degli anni attorno al 1850, un gruppo fazioso, xenofobo, contro gli immigranti che nel suo fulgore comprendeva più di un centinaio di membri del Congresso e otto Governatori. È più probabile, tuttavia, che vogliate suggerire che tale persona è un ostinato ignorante, qualcuno che respinge i fatti che potrebbero entrare in conflitto con i suoi pregiudizi.

La cosa triste è che l’America è attualmente governata da individui che calzano alla perfezione con entrambe le definizioni. E i “Non-so-nulla” al potere stanno facendo tutto il possibile per mettere a repentaglio i veri fondamenti della grandezza americana.

I paralleli tra l’agitazione contro gli immigranti nella metà del diciannovesimo secolo e il trumpismo sono evidenti. Sono cambiati solo i riferimenti delle nazionalità diffamate.

In fin dei conti, l’Irlanda e la Germania, le principali fonti delle ondate migratorie di quell’epoca, erano i ‘paesi cesso’ all’ordine del giorno [1]. Metà della popolazione dell’Irlanda emigrò a fronte della carestia, mentre i tedeschi erano in fuga sia dal subbuglio economico che da quello politico. Gli immigranti di entrambi i paesi, ma gli irlandesi in particolare, venivano descritti come criminali ubriachi se non come subumani. Erano anche considerati sovversivi: cattolici soprattutto fedeli al Papa. Alcuni decenni dopo, la successiva grande ondata migratoria – degli italiani, degli ebrei e di molti altri popoli – ispirava simili pregiudizi.

E siamo di nuovo a quel punto. Il pregiudizio contro gli irlandesi, quello contro i tedeschi e quello contro gli italiani sono soprattutto cose del passato (sebbene il pregiudizio antisemita zampilli eternamente), ma ci sono sempre nuovi gruppi da odiare.

Sennonché i repubblicani odierni – la cosa non riguarda soltanto Donald Trump, riguarda il partito nel suo complesso – non sono solo i “Non-so-nulla” di quella tradizione storica, sono anche “non-so-nulla” letterali. La gamma dei temi sui quali i conservatori ribadiscono che i fatti hanno una ben nota inclinazione progressista continua proprio ad allargarsi.

Un risultato di questo sposare l’ignoranza è una rilevante separazione tra i conservatori contemporanei e gli americani di elevata istruzione, specialmente, ma non solo, quelli delle facoltà universitarie. La destra insiste che la scarsità di coloro che si definiscono conservatori negli ambienti accademici è la prova della discriminazione contro i loro punti di vista, del ‘politicamente corretto’ che dilaga.

Tuttavia i professori conservatori sono molto rari persino nelle scienze naturali come fisica e biologia, e non è difficile capire perché. Quando la più o meno ufficiale posizione del vostro partito è che il cambiamento climatico è una bufala e l’evoluzione non c’è mai stata, non avrete molto sostegno dalle persone che prendono sul serio le prove.

Ma i conservatori non considerano il rigetto delle loro ortodossie da parte di persone che sanno di cosa parlano, come un segno che forse dovrebbero pensarci meglio. Piuttosto, sono irritati con il sapere e con l’istruzione in generale. È rilevante che una chiara maggioranza di repubblicani adesso dica che i college e le università [2] hanno un effetto negativo sull’America.

Dunque, il Partito che attualmente controlla i tre rami del Governo Federale è sempre più favorevole al fanatismo e ostile alla istruzione. Il che dovrebbe preoccuparvi per varie ragioni, una delle quali è che il Partito Repubblicano rigetta i veri valori che hanno reso grande l’America.

Si pensi a dove saremmo come nazione se non avessimo conosciuto quelle grandi ondate di immigranti guidati dal sogno di una vita migliore. Si pensi a dove saremmo se non avessimo guidato il mondo, prima di tutto nella istruzione universale di base, poi nella creazione di grandi istituti di educazione superiore. Sicuramente saremmo una società rinsecchita, stagnante, di secondo livello.

Ed è quello che diventeremo, se il “non –so-nulla” odierno prevarrà.

Ho riletto un importante libro del 2012, “La nuova geografia dei posti di lavoro” di Enrico Moretti [3], sulla crescente divergenza delle fortune regionali all’interno degli Stati Uniti. Sino a circa il 1980, l’America sembrava sulla strada di una prosperità ampiamente diffusa, con regioni povere come il Profondo Sud che stavano raggiungendo tutte le altre. Da allora, tuttavia, i divari si sono nuovamente allargati, con i redditi che salivano in alcune parti della nazione, mentre in altre restavano indietro.

Moretti sostiene, giustamente secondo l’opinione di molti economisti, che questa nuova divergenza riflette la crescente importanza di distretti con lavoratori altamente specializzati – molti dei quali immigranti – spesso centrati su grandi Università, che creano circoli virtuosi di crescita e di innovazione. E accade che le elezioni del 2016 abbiano in gran parte messo in competizione queste regioni in crescita contro quelle rimaste indietro, che è il motivo per il quale le contee dove ha vinto Hillary Clinton, che guadagnò solo una stretta maggioranza del voto popolare, pesano per un considerevole 64 per cento del PIL degli Stati Uniti, quasi due volte tanto le contee di Trump.

Chiaramente, abbiamo bisogno di diffondere più ampiamente i benefici della crescita e dell’innovazione. Ma un modo di pensare al trumpismo è considerarlo come un tentativo di ridurre le disparità regionali, non portando in alto le regioni che restano indietro, bensì tagliando sulle regioni in crescita. Perché è quello che farebbero gli attacchi all’istruzione e all’immigrazione, fattori cruciali dei successi della nuova economia.

Dunque i nostri “Non-so-nulla” moderni prevarranno? Non ne ho idea. Quello che è chiaro, tuttavia, è che essi non renderanno di nuovo grande l’America – piuttosto ammazzeranno i fattori che l’hanno davvero resa grande.

 

 

 

 

 

[1] È noto che la definizione (”shithole countries”) è stata coniata da Trump, riferita ad Haiti, al Salvador e all’Africa intera.

[2] Nonostante spesso siano usati come sinonimi, il College e la University, negli Stati Uniti, sono due cose distinte. Sia perché, effettivamente, sono due tipi di istituti scolastici differenti, sia perché tra loro hanno molte differenze che inducono spesso a scegliere uno piuttosto che un altro. Una prima grande differenza sta nella dimensione dei due istituti; il college è un leggermente più piccolo, anche per la dimensione delle aule. Un’altra differenza la si registra nella durata del percorso di studi. Il college propone una scelta che si orienta in uno o due campi di studio. Chi sceglie l’università, invece, ha una scelta più ampia e variegata. Il college dura, solitamente, quattro anni e al termine di esso si ottiene il Bachelor. L’università ha una durata maggiore, terminata la quale si ottiene un Degree (Laurea) alla quale possono aggiungersi dottorati e/o master. Le risorse economiche disponibili dall’università (con relativo costo maggiore della retta annuale) sono maggiori rispetto a quelle del college e questo si registra anche nelle disponibilità in termini di mezzi e di strumenti per la ricerca. (Lettera 43)

[3] Il libro è pubblicato anche in Italia. Enrico Moretti, chiaramente italiano, è professore all’Università di Berkeley.

 

 

 

 

 

 

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