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La rovina del giocatore d’azzardo delle piccole città (per esperti), ( dal blog di Paul Krugman, 30 dicembre 2017)

 

The Gambler’s Ruin of Small Cities (Wonkish)

Paul Krugman DEC. 30, 2017

 

I’m on vacation, keeping vague track of the news but basically taking a break and spending a lot of time communing with nature. But I’ve also been thinking a bit about economics, taking advantage of psychological distance to ruminate on stuff that isn’t closely connected to the news. And one of the areas I’ve been chewing over goes back to my old stomping ground of economic geography.

In particular, I’ve been trying to clarify my thoughts after reading Emily Badger’s stimulating piece on how megacities seem to have less and less need for smaller cities. I found myself asking what might seem like an odd question: what, in the modern economy, are small cities even for? What purpose do they serve? And this question leads me to a chain of thought that’s a bit different from Badger’s, although not necessarily contradictory.

Once upon a time, it was obvious what towns and small cities did: they served as central places serving a mainly rural population engaged in agriculture and other natural resource-based activities. The rural population was dispersed because arable land and other resources were dispersed, and so you had lots of small cities dotting the landscape.

Over time, however, agriculture has become ever less important as a share of the economy, and the rural population has correspondingly declined as a determinant of urban location. Nonetheless, many small cities survived and grew by becoming industrial centers, generally specialized in some cluster of industries held together by the Marshallian trinity of information exchange, specialized suppliers, and a pool of labor with specialized skills.

What determined which industries a small city developed? In some cases particular features of the location and nearby resources were important, but often it was more or less random chance at first, then a sequence in which one industry created conditions that favored another.

Take the (fairly celebrated) example of Rochester, New York. It started as a flour milling center, benefitting from the Erie Canal, then as a center for nurseries and seeds. So it was a resource-based center. Then, in 1853, John Jacob Bausch, a German immigrant, started a company making monocles, which became a major producer of glasses, microscopes, and all things lens related.

So Rochester became a place where people knew about optics, presumably creating the preconditions for the rise of Eastman Kodak, and much later Xerox. This was typical of small industrial cities: even if what a city was doing in, say, 1970 seemed very different from what it was doing in 1880, there was usually a sort of chain of external economies creating the conditions that allowed the city to take advantage of particular new technological and market opportunities when they arose.

Obviously, this was a chancy process. Some localized industries created fertile ground for new industries to replace them; others presumably became dead ends. And while a big, diversified city can afford a lot of dead ends, a smaller city can’t. Some small cities got lucky repeatedly, and grew big. Others didn’t; and when a city starts out fairly small and specialized, over a long period there will be a substantial chance that it will lose enough coin flips that it effectively loses any reason to exist.

I’m not saying that there weren’t patterns of success and failure. Small cities were and are more likely to fail if they have miserable winters, more likely to come up with new tricks if they’re college towns and/or destinations for immigrants. Still, if you back up enough, it makes sense to think of urban destinies as a random process of wins and losses in which small cities face a relatively high likelihood of experiencing gambler’s ruin.

Again, it was not always thus: once upon a time dispersed agriculture ensured that small cities serving rural hinterlands would survive. But for generations we have lived in an economy in which smaller cities have nothing going for them except historical luck, which eventually tends to run out.

Notice, by the way, that globalization and all that isn’t central to this story. If I’m right, the conditions for small-city decline and fall have been building for a very long time, and we’d be seeing much the same story – maybe more slowly – even without the growth of world trade.

Are there policy implications from this diagnosis? Maybe. There are arguably social costs involved in letting small cities implode, so that there’s a case for regional development policies that try to preserve their viability. But it’s going to be an uphill struggle. In the modern economy, which has cut loose from the land, any particular small city exists only because of historical contingency that sooner or later loses its relevance.

 

La rovina del giocatore d’azzardo delle piccole città (per esperti),

di Paul Krugman

Sono in vacanza, mantengo un vago collegamento con quel che accade ma fondamentalmente mi sto prendendo una pausa e spendo molto tempo in comunione con la natura. Ma ragiono anche un po’ di economia, avvantaggiandomi della distanza psicologica per riflettere su cose che non sono strettamente connesse con le notizie. Ed una delle aree sulle quali rimugino torna ad essere il mio terreno, che un tempo battevo, della geografia economica.

In particolare, sto cercando di chiarirmi le idee dopo aver letto lo stimolante articolo di Emily Badger su come le grandi metropoli sembrano aver sempre meno bisogno delle piccole città. Mi ritrovo a pormi quella che potrebbe sembrare una domanda bizzarra: a che cosa servono, addirittura, le piccole città in una economia moderna? Qual’è il loro scopo? E questa domanda mi conduce ad una catena di pensieri che è un po’ diversa da quella di Badger, sebbene non necessariamente in contraddizione.

Una volta, era evidente a cosa servivano i paesi e le piccole città: erano i luoghi centrali che servivano principalmente una popolazione rurale ed altre attività basate sulle risorse naturali. La popolazione rurale era dispersa perché la terra arabile e le altre risorse erano disperse, e così si aveva un gran numero di piccole cittadine che punteggiavano il territorio.

Col tempo, tuttavia, l’agricoltura è diventata sempre meno importante come parte dell’economia, e corrispondentemente la popolazione rurale è declinata come fattore determinante della localizzazione urbana. Ciononostante, molte piccole città sono sopravvissute e sono cresciute diventando centri industriali, in genere specializzati in alcuni distretti di industrie tenute assieme dalla ‘trinità’ marshalliana dello scambio di informazioni, delle offerte specialistiche e di gruppi di lavoratori con elevate competenze.

Cosa decideva quali industrie una piccola città avrebbe sviluppato? In alcuni casi particolari caratteristiche della loro collocazione e delle risorse circostanti erano importanti, ma spesso si trattava agli inizi di una scelta più o meno casuale, poi una sequenza nella quale una industria creava condizioni che ne favorivano un’altra.

Si prenda il caso, giustamente celebrato, di Rochester. Cominciò come un centro di mulini di farina, beneficiando del Canale Erie, poi come un centro di vivai e di sementi. In tal modo era un centro che si basava sulle risorse. Poi, nel 1853, John Jacob Bausch, un immigrato tedesco, avviò una società che fabbricava monocoli, che divenne una importante produzione di occhiali, di microscopi e di tutte le cose collegate con le lenti.

Dunque Rochester divenne un luogo dove la gente si intendeva di ottica, presumibilmente creando le precondizioni per l’avvento della Eastman Kodak, e molto più tardi della Xerox. Questo era tipico delle piccole città industriali: persino se quello che una città fabbricava, diciamo nel 1970, sembrava assai diverso da quello che faceva nel 1880, c’era di solito una specie di catena di economie esterne che creavano le condizioni che permettevano alla città di avvantaggiarsi di particolare nuove opportunità tecnologiche e di mercato, quando esse si presentavano.

Ovviamente, si trattò di un processo rischioso. Alcune industrie localizzate crearono un terreno fertile perché nuove industrie le rimpiazzassero; altre presumibilmente divennero vicoli ciechi. E mentre una grande città diversificata può permettersi vicoli ciechi, una città più piccola non può permetterseli. Alcune piccole città ebbero frequenti colpi di fortuna e divennero grandi. Ad altre non accadde; e quando una città parte discretamente piccola e specializzata, nel lungo periodo ci sarà una possibilità sostanziale che essa perda un numero tale di scommesse da dover rinunciare sostanzialmente ad ogni ragione per esistere.

Non sto dicendo che ci furono modelli di successo e di fallimento. È più probabile che le piccole città falliscano se hanno inverni gelidi, è più probabile arrangiarsi con nuovi accorgimenti se sono cittadine universitarie e/o destinazioni per gli immigrati.  Eppure, se andate abbastanza indietro col tempo, ha senso pensare ai destini urbani come un processo casuale di vittorie e sconfitte, durante il quale le piccole città fronteggiano una probabilità piuttosto elevata di fare l’esperienza della ‘rovina del giocatore d’azzardo’.

Di nuovo, non è sempre stato così: un tempo l’agricoltura dispersa assicurava che le piccole città al servizio di hinterland rurali sopravvivessero. Ma per generazioni abbiamo vissuto in un’economia nella quale le piccole città non avevano niente da inventare se non una buona sorte nella loro storia, che alla fine tendeva ad esaurirsi.

Si noti, per inciso, che la globalizzazione e tutto il resto, in questa storia, non occupa un posto centrale. Se sono nel giusto, le condizioni per un declino ed una caduta delle piccole città sono state predisposte in un tempo molto lungo, e avremmo assistito in gran parte alla stessa storia – forse con più lentezza – anche senza la crescita del commercio globale.

Da questa diagnosi ne derivano implicazioni politiche? Forse. Probabilmente ci sono costi sociali nel permettere che le piccole città implodano, cosicché c’è un argomento per politiche di sviluppo regionale che cerchino di preservare le loro possibilità di sopravvivenza. Ma è una lotta difficile. Nell’economia moderna, che si è messa alle spalle il legame col territorio, qualche particolare piccola città esiste solo per una contingenza storica che prima o poi perde la sua rilevanza.

 

 

 

 

 

 

 

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