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Le cattive notizie nelle buone notizie (dal blog di Paul Krugman, 2 febbraio 2018)

The Bad News in the Good News

Paul Krugman FEB. 2, 2018

 

This morning’s job market report was definitely good. Job creation was surprisingly strong for this late in an economic expansion; wages are finally rising, although still far more slowly than they were before the Great Recession. You never want to make too much of one month’s report, but this was clearly positive.

And stocks plunged. What?

One answer is that stocks gonna do what they’re gonna do – as Paul Samuelson famously put it, the market predicted nine of the last five recessions. But there’s a bit of economic logic here too. One way of looking at recent economic data is that they’re actually telling us that future U.S. growth will be lower than one might have hoped.

If we care about the medium term – say, 5 or 10 years – prospects for U.S. growth depend on two things. First, how much slack is there in the economy? How many people who aren’t working can still be drawn into employment without inflation taking off?

Second, how fast will productivity – output per person-hour – rise?

The first question has posed something of a puzzle. Standard indicators like the unemployment rate and the quit rate suggest an economy at more or less full employment. (Quits matter because they tell us how easily workers expect to find new jobs.) But low wage growth suggested that there might still be substantial room to run.

Now, finally, we may be seeing some significant wage gains:

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Again, you don’t want to make too much of one month’s number. But the wage gain strengthens the case that we really are near full employment; interest rates rose because the odds of Fed rate hikes to limit inflation have risen. And that hit stocks.

Meanwhile, productivity numbers have been pretty dismal:

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So what the data are suggesting, although not with a lot of confidence, is that America is about to settle into a low-growth rut, maybe 1.5% a year. And yes, that’s only half what Trump is promising.

 

Le cattive notizie nelle buone notizie,

di Paul Krugman

 

Il rapporto di stamane sul mercato del lavoro è certamente positivo. La creazione di posti di lavoro è stata sorprendentemente forte per questo periodo tardivo della espansione economica; i salari stanno finalmente crescendo, sebbene ancora assai più lentamente di quanto facevano prima della Grande Recessione. Non si dovrebbe mai attribuire troppo significato al rapporto di un mese, ma questo è stato chiaramente positivo.

E le azioni stanno crollando. Come è possibile?

Una risposta è che le azioni si comportano come si comportano – come si espresse notoriamente Paul Samuelson, il mercato ha previsto nove delle ultime cinque recessioni. Ma anche in questo c’è un po’ di logica economica. Un modo di guardare ai recenti dati dell’economia è che essi ci stanno dicendo che la crescita futura degli Stati Uniti sarà più bassa di quanto non ci si sarebbe aspettati.

Se ci occupiamo del medio termine – diciamo, 5 o 10 anni – le prospettive di crescita degli Stati Uniti dipendono da due fattori. Il primo, quanto è fiacca l’economia? Quante persone che non stanno lavorando possono ancora essere attratte nell’occupazione, senza che decolli l’inflazione?

Il secondo, con quanta velocità crescerà la produttività – la produzione per ora lavorativa di una persona?

La prima domanda ha costituito una specie di enigma. Gli indicatori consueti come il tasso di disoccupazione e il tasso di abbandono dei passati posti di lavoro indicano un’economia più o meno di piena occupazione (gli abbandoni sono importanti perché ci dicono quanto facilmente i lavoratori si aspettano di trovare nuovi posti di lavoro). Ma la bassa crescita dei salari indicava che lo spazio per correre poteva ancora essere sostanziale.

Adesso, finalmente, possiamo osservare qualche significativo miglioramento nei salari:

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Lo ripeto, non si può dare troppa importanza al dato di un mese. Ma il miglioramento dei salari rafforza l’ipotesi che siamo realmente vicini alla piena occupazione; i tassi di interesse salgono perché le probabilità che la Fed aumenti il tasso di riferimento per limitare l’inflazione sono cresciute. E questo influisce sulle azioni.

Nel contempo, i dati sulla produttività sono stati abbastanza scadenti:

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Dunque, quello che i dati ci stanno suggerendo, sebbene non con assoluta certezza, è che l’America è prossima ad abituarsi ad una monotonia di bassa crescita, forse l’1,5% all’anno. Ed è vero che questa è solo la metà di quello che Trump sta promettendo.

 

 

 

 

 

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