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Quanto è grande l’affare che Trump sta facendo (per esperti)? (dal blog di Paul Krugman, 10 febbraio 2018)

 

How Big a Bang for Trump’s Buck? (Wonkish)

Paul Krugman FEB. 10, 2018

 

Back in the days of austerity amidst depression, some of us spent a lot of time thinking and writing about fiscal multipliers. Reading Neil Irwin on the effects of the GOP’s new what-me-worry approach to deficits, I found myself thinking back to that discussion, and what it implies for the short-run economic impact. Specifically: what kind of multiplier effect should we expect to see here?

The most convincing evidence on multipliers, in my view, has always come from natural experiments: cases in which we know from the historical political record that governments were imposing large changes in taxes and/or spending, and we can see the effects of these fiscal shocks on growth relative to what was previously expected. (Attempts to use fancy statistical techniques to extract fiscal shocks have worked much less well.)

A lot of this work came from the IMF. In 2010 the Fund produced a report on austerity policies (Chapter 3) that was in effect a response to the “expansionary austerity” literature, using the historical record to assess past austerity policies. That analysis suggested a multiplier of about 0.5 – that is, a 1 point cut in government spending as a percentage of GDP would reduce output by half a percent.

However, past austerity took place under normal monetary conditions – that is, central banks could and did offset fiscal contraction by cutting interest rates. By contrast, austerity after 2009 took place in countries where interest rates were already zero and could not be cut further. You would expect the multiplier to be larger under these conditions, and sure enough, a variety of studies – most influentially Blanchard and Leigh – found a multiplier of around 1.5, three times as large. (Nakamura and Steinsson’s clever use of regional data on defense spending within the U.S. as a measure of the multiplier came up with a similar number.)

So now we have a stimulus from tax cuts and spending increases in an economy already down to 4 percent unemployment, where the Fed is already raising rates to head off potential inflation. That is, we’re looking at normal monetary conditions, where we’d expect a smallish multiplier.

 

Quanto è grande l’affare che Trump sta facendo (per esperti)? Di Paul Krugman

Nel passato periodo dell’austerità nel bel mezzo della depressione, alcuni di noi spesero molto tempo a ragionare e a scrivere sui moltiplicatori della spesa pubblica. Nel leggere Neil Irwin sugli effetti del nuovo approccio del Partito Repubblicano ai deficit (“non ce ne può importare di meno”), mi sono ritrovato a tornare a ragionare su quel dibattito, e su cosa esso implichi per l’impatto di breve periodo sull’economia. In particolare: che genere di effetto moltiplicatore dovremmo aspettarci in questo caso?

Secondo me, le prove più convincenti sui moltiplicatori sono sempre venute da esperimenti naturali: casi nei quali sappiamo dalle serie politiche della storia quando i Governi avevano deciso ampie modifiche nelle tasse o nelle spese pubbliche, e abbiamo potuto verificare gli effetti di questi shock della finanza pubblica sulla crescita in rapporto a quello che ci si era precedentemente immaginati (i tentativi di utilizzare sofisticate tecniche statistiche per dedurne shock nelle finanze pubbliche hanno funzionato molto meno bene).

Gran parte di questo lavoro deriva dal FMI. Nel 2010 il Fondo pubblicò un rapporto sulle politiche dell’austerità (Capitolo 3) che era in effetti una risposta alle tesi sull’ “austerità espansiva”, utilizzando le serie storiche per definire le passate politiche di austerità. Quell’analisi suggeriva un moltiplicatore di circa lo 0,5 – ovvero, un punto di tagli nella spesa pubblica come percentuale del PIL avrebbe ridotto la produzione di mezzo punto.

Tuttavia, l’austerità del passato aveva preso piede in condizioni monetarie normali – vale a dire che le banche centrali potevano bilanciare la contrazione della finanza pubblica tagliando i tassi di interesse, e in effetti lo fecero. All’opposto, l’austerità dopo il 2009 prese piede in paesi nei quali i tassi di interesse erano già allo zero e non potevano essere tagliati ulteriormente.  Vi sareste aspettati che il moltiplicatore, in queste condizioni, fosse più ampio, e di fatto una varietà di studi – il più influente quello di Blanchard e Leigh – scoprirono un moltiplicatore di circa 1,5, tre volte superiore (l’uso intelligente da parte di Nakamura e Steinsson dei dati regionali sulle spese nel settore della difesa all’interno degli Stati Uniti come misura del moltiplicatore giunsero ad un dato simile).

Dunque, adesso abbiamo uno stimolo per effetto di tagli fiscali e incrementi di spesa in un’economia che è già sotto il 4 per cento di disoccupazione, dove la Fed sta già rialzando i tassi per bloccare una inflazione potenziale. Ovvero, siamo in presenza a normali condizioni monetarie, con le quali ci dovremmo aspettare un moltiplicatore assai modesto.

 

 

 

 

 

 

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