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La bomba a orologeria siriana, di Joschka Fischer (da Project Syndicate, 22 febbraio 2018)

 

Feb 22, 2018

The sirian time bomb

JOSCHKA FISCHER

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BERLIN – The ongoing conflict in Syria has much in common with the Thirty Years’ War, which devastated the heart of Europe – particularly the German city of Magdeburg, the Aleppo of the time – from 1618 to 1648. Viewed from a distance, the war was a succession of conflicts that visited immeasurable suffering upon Europe’s population, ending, with the Peace of Westphalia, only when all of the parties involved had become utterly exhausted.

The Thirty Years’ War was nominally a religious conflict between Catholic and Protestant Christians, just as the main divide in today’s Middle East is between Sunni and Shia Muslims. But, as in Syria today, religion masked a deeper struggle for power and regional dominance.

The Syrian war started during the Arab Spring, after Syrian protesters called for democracy and an end to President Bashar al-Assad’s dictatorship. But it soon became an international affair. Iran and Hezbollah, the Lebanese Shia militia it supports, along with Russia, intervened militarily and prevented Assad’s fall to rebel forces, which were backed by Turkey and Saudi Arabia, representing the Sunni side of the divide.

Meanwhile, the war had also expanded to include a US-led campaign against the Islamic State (ISIS). And when ISIS was defeated last year, another conflict, this time between Turkey and Kurds in Northern Syria, quickly ensued. Now, the US-allied Kurdish YPG (People’s Protection Units) fighters who proved indispensable in the fight against ISIS are being targeted by Turkey, which raises the possibility of a direct military confrontation between two NATO allies. Moreover, there is also a growing risk of a confrontation between the US and Russia, underscored by recent reports that a US airstrike killed dozens of Russian mercenaries in Syria.

With every new chapter, the Syrian tragedy seems to get more dangerous. The conflict is no longer about who holds power in Damascus, but about who holds hegemony in the Middle East. The struggle is not only between Russia and the US, but also pits Shia Iran against Sunni Saudi Arabia, which has increasingly aligned itself with Israel, another US ally.

Turkey, for its part, is driven primarily by the fear that a Kurdish state will be established in Northern Syria, which could encourage separatist Kurdish factions in Southeast Turkey. Indeed, the Kurds in Northern Iraq (Kurdistan) have already been vying for their own state, and even held an independence referendum last year.

Finally, Israel, the region’s military superpower, has its own security interests in Lebanon and southern Syria. Until recently, Israel had mostly kept out of the war. But it has had to intervene from the air to block arms shipments from reaching Hezbollah, and to prevent Iran from establishing a presence near its northern border.

Israel’s involvement increased earlier this month when it shot down an Iranian drone that had entered its airspace from Syria. When Israeli warplanes responded by striking Iranian targets in Syria, one was downed by Syrian antiaircraft fire (the pilots reached Israeli territory safely), prompting Israel to strike Assad’s forces directly.

As these events unfolded, it quickly became clear that Israel could not rely on the supposed special relationship between Russian President Vladimir Putin and Israeli Prime Minister Binyamin Netanyahu. Russia proved either unwilling or unable to control Iran. So, whether it likes it or not, Israel is now an active player in Syria.

It is precisely on this front that another war could ensue, this time between Israel and Iran. Such a conflict would serve neither party’s interests, but it is easy to see how it could happen anyway, given the current realities. Israel simply cannot stay out of the conflict while Assad’s regime, Russia, Iran, and Hezbollah secure a military victory. The facts on the ground are fundamentally threatening Israel’s own security, and dramatically strengthening its enemy, Iran.

A war between Iran and Israel (with Saudi Arabia in the background) would imperil the entire region, because it would be yet another front in the battle for hegemony. But Europe, too, would be directly affected, and not just because a larger conflict would send even more refugees north. With US President Donald Trump threatening to sabotage the Iran nuclear deal, Europe could find itself with a dangerous arms race – or even another great war – unfolding not far from its borders.

Given these dangers, Europe can no longer afford to watch from the sidelines. Europeans must defend the Iran nuclear agreement for the sake of their own security. And because the European Union has longstanding obligations to Israel, it must not allow a violent hegemonic struggle that would directly threaten Israel.

Now, more than ever, is the time for European diplomacy. With another great war looming in the Middle East, European leaders must act.

 

 

 

 

La bomba a orologeria siriana,

di Joschka Fischer

BERLINO – Il perdurante conflitto in Siria ha molto in comune con la Guerra dei Trent’anni, che devastò il cuore dell’Europa – in particolare la città tedesca di Magdeburgo, la Aleppo dell’epoca – dal 1618 al 1648. Considerata da lontano, la guerra fu una successione di conflitti che provocarono sofferenze infinite alla popolazione europea, e si concluse, con la pace di Westfalia, soltanto quando tutte le parti coinvolte giunsero all’esaurimento completo.

La Guerra dei Trent’anni fu formalmente un conflitto religioso tra i cattolici e i cristiani protestanti, proprio come la divisione principale nel Medio Oriente odierno è tra i musulmani sunniti e sciiti. Ma, come nella Siria di oggi, la religione mascherava una lotta più profonda per il potere e per il dominio regionale.

La guerra siriana cominciò durante la ‘primavera araba’, dopo che gli oppositori siriani si pronunciarono per la democrazia e per una fine della dittatura del Presidente Bashar-al-Assad. Ma divenne presto un affare internazionale. L’Iran ed Hezbollah, la milizia libanese sciita che lo appoggia, assieme alla Russia, intervennero militarmente ed impedirono che Assad cedesse alle forze ribelli, che erano sostenute dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, che rappresentano la componente sunnita dello spartiacque.

Nel frattempo la guerra si era anche ampliata sino a includere la campagna contro lo Stato Islamico (ISIS), guidata dagli Stati Uniti. E quando l’anno passato l’ISIS venne sconfitto, rapidamente seguì un altro conflitto, questa volta tra la Turchia e i curdi nella Siria del Nord. Adesso, i combattenti curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo), alleati degli Stati Uniti, che si sono dimostrati indispensabili nella lotta contro l’ISIS, vengono presi mira dalla Turchia, il che solleva la possibilità di uno scontro militare diretto tra due alleati della NATO. Inoltre, c’è anche un rischio crescente di uno scontro tra Stati Uniti e Russia, evidenziato da recenti resoconti secondo i quali una incursione aerea statunitense ha ucciso decine di mercenari russi in Siria.

Come si apre un nuovo capitolo, la tragedia siriana sembra diventare più pericolosa. Il conflitto non è più su chi detiene il potere a Damasco, ma su chi ha l’egemonia nel Medio Oriente. La battaglia non è solo tra Russia e Stati Uniti, ma scava anche un solco tra Iran sciita ed Arabia Saudita sunnita, che è sempre più allineata con Israele, un altro alleato degli Stati Uniti.

La Turchia, per la sua parte, è spinta principalmente dal timore che venga realizzato uno Stato curdo nel Nord della Siria, la qual cosa incoraggerebbe le fazioni separatiste curde nella Turchia sudorientale. In effetti, i curdi nell’Iraq settentrionale (Kurdistan) sono già in lotta per un proprio Stato, ed hanno tenuto persino un referendum per l’indipendenza l’anno passato.

Infine Israele, la superpotenza militare regionale, ha i suoi propri interessi di sicurezza nel Libano e nella Siria meridionale. Sino al periodo più recente, Israele si è principalmente tenuta fuori dalla guerra. Ma è dovuta intervenire dal cielo per impedire che i trasporti di armi raggiungessero gli Hezbollah e che l’Iran consilidasse una presenza nei pressi del suo confine settentrionale.

Agli inizi di questo mese, il coinvolgimento di Israele è aumentato, quando ha abbattuto un drone iraniano che era entrato nel suo spazio aereo dalla Siria. Quando i veivoli militari hanno risposto colpendo obbiettivi iraniani in Siria, uno di essi è stato abbattuto dal fuoco contraereo (i piloti hanno raggiunto in sicurezza il territorio israeliano), spingendo Israele a colpire direttamente le forze di Assad.

Con il dispiegarsi di questi eventi, è rapidamente diventato chiaro che Israele non potrebbe affidarsi alle presunte relazioni speciali tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Primo Ministro israeliano Binyamin Netanyahu. In aggiunta la Russia si è dimostrata indisponibile o incapace a controllare l’Iran. Dunque, che piaccia o no, adesso Israele è un attore attivo in Siria.

È precisamente su questo fronte che potrebbe innescarsi un’altra guerra, questa volta tra Israele e l’Iran. Un tale conflitto non risponderebbe agli interessi di nessuna parte, ma è facile costatare come potrebbe comunque aver luogo, nelle condizioni attuali. Semplicemente, Israele non può stare fuori dal conflitto mentre il regime di Assad, la Russia, l’Iran e gli Hezbollah si assicurano una vittoria militare. I fatti sul terreno stanno fondamentalmente minacciando la stessa sicurezza di Israele, e rafforzando in modo clamoroso il suo nemico, l’Iran.

Una guerra tra l’Iran e Israele (con l’Arabia Saudita sullo sfondo) metterebbe in pericolo l’intera regione, perché sarebbe ancora un altro fronte della battaglia per l’egemonia. Ma anche l’Europa ne sarebbe direttamente coinvolta, e non solo perché un conflitto più ampio spedirebbe a nord un numero persino maggiore di rifugiati. Con il Presidente Donald Trump che minaccia di sabotare l’accordo nucleare con l’Iran, l’Europa potrebbe ritrovarsi in una pericolosa corsa agli armamenti – o persino in un’altra grande guerra – che si apre non lontano dai suoi confini.

Dati questi pericoli, l’Europa non può più permettersi di stare a guardare dal fondocampo. Gli europei devono difendere l’accordo nucleare con l’Iran nell’interesse della loro stessa sicurezza. E poiché l’Unione Europea ha obblighi di vecchia data con Israele, essa non deve consentire una violenta lotta egemonica che minaccerebbe direttamente Israele.

Ora più che mai è tempo per una diplomazia europea. Con un’altra grande guerra che incombe nel Medio Oriente, i dirigenti europei devono agire.

 

 

 

 

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