Articoli sul NYT

La storia di Paul Ryan: dagli imbrogli al fascismo, di Paul Krugman (New York Times 12 aprile 2018)

 

April 12, 2018

The Paul Ryan Story:
From Flimflam to Fascism

By Paul Krugman

zz 437

Why did Paul Ryan choose not to run for re-election? What will be the consequences? Your guess is as good as mine — literally. I can speculate based on what I read in the papers, but so can you.

On the other hand, I do have some insight into how Ryan — who has always been an obvious con man, to anyone willing to see — came to become speaker of the House. And that’s a story that reflects badly not just on Ryan himself, not just on his party, but also on self-proclaimed centrists and the news media, who boosted his career through their malfeasance. Furthermore, the forces that brought Ryan to a position of power are the same forces that have brought America to the edge of a constitutional crisis.

About Ryan: Incredibly, I’m seeing some news reports about his exit that portray him as a serious policy wonk and fiscal hawk who, sadly, found himself unable to fulfill his mission in the Trump era. Unbelievable.

Look, the single animating principle of everything Ryan did and proposed was to comfort the comfortable while afflicting the afflicted. Can anyone name a single instance in which his supposed concern about the deficit made him willing to impose any burden on the wealthy, in which his supposed compassion made him willing to improve the lives of the poor? Remember, he voted against the Simpson-Bowles debt commission proposal not because of its real flaws, but because it would raise taxes and fail to repeal Obamacare.

And his “deficit reduction” proposals were always frauds. The revenue loss from tax cuts always exceeded any explicit spending cuts, so the pretense of fiscal responsibility came entirely from “magic asterisks”: extra revenue from closing unspecified loopholes, reduced spending from cutting unspecified programs. I called him a flimflam man back in 2010, and nothing he has done since has called that judgment into question.

So how did such an obvious con artist get a reputation for seriousness and fiscal probity? Basically, he was the beneficiary of ideological affirmative action.

Even now, in this age of Trump, there are a substantial number of opinion leaders — especially, but not only, in the news media — whose careers, whose professional brands, rest on the notion that they stand above the political fray. For such people, asserting that both sides have a point, that there are serious, honest people on both left and right, practically defines their identity.

Yet the reality of 21st-century U.S. politics is one of asymmetric polarization in many dimensions. One of these dimensions is intellectual: While there are some serious, honest conservative thinkers, they have no influence on the modern Republican Party. What’s a centrist to do?

The answer, all too often, has involved what we might call motivated gullibility. Centrists who couldn’t find real examples of serious, honest conservatives lavished praise on politicians who played that role on TV. Paul Ryan wasn’t actually very good at faking it; true fiscal experts ridiculed his “mystery meat” budgets. But never mind: The narrative required that the character Ryan played exist, so everyone pretended that he was the genuine article.

And let me say that the same bothsidesism that turned Ryan into a fiscal hero played a crucial role in the election of Donald Trump. How did the most corrupt presidential candidate in American history eke out an Electoral College victory? There were many factors, any one of which could have turned the tide in a close election. But it wouldn’t have been close if much of the news media hadn’t engaged in an orgy of false equivalence.

Which brings us to the role of the congressional G.O.P. and Ryan in particular in the Trump era.

Some commentators seem surprised at the way men who talked nonstop about fiscal probity under Barack Obama cheerfully supported tax cuts that will explode the deficit under Trump. They also seem shocked at the apparent indifference of Ryan and his colleagues to Trump’s corruption and contempt for the rule of law. What happened to their principles?

The answer, of course, is that the principles they claimed to have never had anything to do with their actual goals. In particular, Republicans haven’t abandoned their concerns about budget deficits, because they never cared about deficits; they only faked concern as an excuse to cut social programs.

And if you ask why Ryan never took a stand against Trumpian corruption, why he never showed any concern about Trump’s authoritarian tendencies, what ever made you think he would take such a stand? Again, if you look at Ryan’s actions, not the character he played to gullible audiences, he has never shown himself willing to sacrifice anything he wants — not one dime — on behalf of his professed principles. Why on earth would you expect him to stick his neck out to defend the rule of law?

So now Ryan is leaving. Good riddance. But hold the celebrations: If he was no better than the rest of his party, he was also no worse. It’s possible that his successor as speaker will show more backbone than he has — but only if that successor is, well, a Democrat.

 

La storia di Paul Ryan: dagli imbrogli al fascismo, di Paul Krugman

New York Times 12 aprile 2018

Perché Paul Ryan ha deciso di non mettersi in lizza per la rielezione? Quali saranno le conseguenze? La vostra congettura può valere esattamente come la mia. Posso avanzare impressioni sulla base di quello che leggo sui giornali, ma voi potete fare altrettanto.

D’altra parte, ho effettivamente qualche idea su come Ryan – che è sempre stato un evidente imbroglione, per chiunque avesse voglia di intendere – è arrivato ad occupare il posto di Presidente della Camera dei Rappresentanti. E si tratta di una storia che si riflette negativamente non solo su Ryan stesso, non solo sul suo Partito, ma anche sui sedicenti centristi e sui media dell’informazione, che hanno incoraggiato la sua carriera con le loro malefatte. D’altra parte, le forze che hanno portato Ryan in una posizione di potere sono le stesse che hanno portato l’America sull’orlo di una crisi costituzionale.

A proposito di Ryan, sto leggendo alcuni resoconti sulla sua uscita che lo ritraggono come un serio esperto di politica e un falco della finanza pubblica che, tristemente, si è scoperto incapace di onorare la sua missione nell’epoca di Trump. Incredibile.

Si faccia attenzione: l’unico principio ispiratore di tutto quello che Ryan ha fatto e proposto è stato portare benefici a chi sta bene e affliggere chi sta male. Può qualcuno ricordare un singolo caso nel quale la sua presunta preoccupazione per il deficit l’abbia portato a voler imporre un qualche peso sui ricchi, nel quale il suo presunto senso di pietà l’abbia indotto a voler migliorare l’esistenza della povera gente? Si ricordi, egli votò contro la proposta della Commissione Simpson-Bowles sul debito non per i suoi veri difetti, ma perché avrebbe alzato le tasse e non sarebbe riuscita ad abrogare la riforma sanitaria di Obama.

E le sue proposte di “riduzione del deficit” sono state sempre degli inganni. Le entrate perdute dai tagli alle tasse hanno sempre ecceduto ogni dichiarato taglio alle spese, cosicché la pretesa della responsabilità in materia di finanza pubblica derivava per intero dai “magici asterischi”: entrate supplementari dalla interruzione di elusioni fiscali non specificate, riduzione delle spese da tagli a programmi non specificati. Lo chiamai nel 2010 l’uomo degli imbrogli, e da allora non ha fatto niente che potesse rimettere in questione quel giudizio.

Come ha fatto, dunque, un evidente genio degli imbrogli a procurarsi una reputazione di serietà e di correttezza nella finanza pubblica? Fondamentalmente, è stato beneficiario di un credito di natura ideologica.

Persino oggi, in questa epoca segnata da Trump, c’è un certo numero non irrilevante di individui che fanno opinione – particolarmente, ma non soltanto, nei media dell’informazione – le cui carriere, i cui stili professionali, si basano sul concetto secondo il quale si collocherebbero al di sopra della mischia politica. Per tali individui, asserire che entrambi gli schieramenti hanno un senso, che ci sono persone serie ed oneste sia a sinistra che a destra, in pratica definisce la loro identità.

Tuttavia, la realtà della politica americana del ventunesimo secolo è, per molti aspetti, una polarizzazione asimmetrica. Uno di queste aspetti è quello intellettuale: mentre esistono alcuni seri ed onesti pensatori conservatori, essi non hanno alcuna influenza nel Partito Repubblicano odierno. Cosa deve fare un centrista?

La risposta, anche troppo spesso, è consistita in quella che potremmo definire una dabbenaggine giustificata. I centristi che non potevano trovare alcuni esempi veri di conservatori seri ed onesti, riversavano elogi sui politici che recitavano quella parte nelle televisioni. In realtà, Paul Ryan non era granché nel simulare una cosa del genere; i veri esperti di finanza pubblica ridicolizzavano i suoi bilanci basati su “misteriosi ingredienti”. Ma non contava: il racconto richiedeva che la parte recitata da Ryan esistesse, dunque tutti pretendevano che egli fosse un soggetto autentico.

E lasciatemi dire che lo stesso concetto secondo il quale i due schieramenti sono uguali che ha trasformato Ryan in un eroe della finanza pubblica, ha giocato un ruolo cruciale nella elezione di Donald Trump. Come ha potuto il più corrotto candidato presidenziale della storia americana ottenere una vittoria di misura nel Collegio Elettorale? Hanno giocato molti fattori, ognuno dei quali avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi in una competizione serrata. Ma non sarebbe stata serrata se i media dell’informazione non si fossero impegnati in un’orgia della ‘falsa equivalenza’.

La qual cosa mi porta al ruolo del Partito Repubblicano del Congresso nell’era di Trump, e, in particolare, al ruolo di Ryan.

Alcuni commentatori sembrano sorpresi per il modo in cui le persone che hanno parlato a non finire di correttezza della finanza pubblica con Obama, hanno poi graziosamente sostenuto gli sgravi fiscali che faranno esplodere il deficit con Trump. Costoro sembrano anche stupefatti per la apparente indifferenza di Ryan e dei suoi colleghi nei riguardi della corruzione di Trump e del suo disprezzo per lo Stato di diritto. Cosa è successo ai loro principi?

La risposta, ovviamente, è che i principi che pretendevano di avere non avevano niente a che fare con i loro effettivi propositi. In particolare, i repubblicani non hanno abbandonato le loro preoccupazioni sui deficit di bilancio, perché non si sono mai curati di tali deficit: simulavano soltanto tale preoccupazione, come una scusa per tagliare i programmi sociali.

E se vi chiedete perché Ryan non abbia mai preso posizione contro la corruzione trumpiana, perché non abbia mai mostrato alcuna preoccupazione per le tendenze autoritarie di Trump, cosa mai vi fa pensare che egli avrebbe potuto prendere tale posizione? Di nuovo: se guardate alle iniziative di Ryan, non al ruolo che ha giocato dinanzi a pubblici creduloni, egli non si è mai mostrato disponibile a sacrificare niente di quello che vuole – neanche un centesimo – nell’interesse dei suoi presunti principi. Perché diavolo dovevate aspettarvi che si giocasse l’osso del collo per difendere lo Stato di diritto?

Dunque, adesso Ryan fa le valige. Bella liberazione. Ma contenete gli entusiasmi: se non era migliore del resto del suo Partito, non era neanche peggiore. È possibile che il suo successore alla Presidenza della Camera mostri più spina dorsale della sua – ma, diciamolo, soltanto se quel successore sarà un democratico.

 

 

 

By


Commenti dei Lettori (0)


E' possibile commentare l'articolo nell'area "Commenti del Mese"