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Il taglio delle tasse di Trump: anche peggio di quello che avevate sentito dire (dal blog di Paul Krugman, 1 gennaio 2019)

 

Jan. 1, 2019

The Trump Tax Cut: Even Worse Than You’ve Heard

By Paul Krugman

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The 2017 tax cut has received pretty bad press, and rightly so. Its proponents made big promises about soaring investment and wages, and also assured everyone that it would pay for itself; none of that has happened.

Yet coverage actually hasn’t been negative enough. The story you mostly read runs something like this: The tax cut has caused corporations to bring some money home, but they’ve used it for stock buybacks rather than to raise wages, and the boost to growth has been modest. That doesn’t sound great, but it’s still better than the reality: No money has, in fact, been brought home, and the tax cut has probably reduced national income. Indeed, at least 90 percent of Americans will end up poorer thanks to that cut.

Let me explain each point in turn.

First, when people say that U.S. corporations have “brought money home” they’re referring to dividends overseas subsidiaries have paid to their parent corporations. These did indeed surge briefly in 2018, as the tax law made it advantageous to transfer some assets from the books of those subsidiaries to the home companies; these transactions also showed up as a reduction in the measured stake of the parents in the subsidiaries, i.e., as negative direct investment (Figure 1).

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Figure 1 Bureau of Economic Analysis

But these transactions are simply rearrangements of companies’ books for tax purposes; they don’t necessarily correspond to anything real. Suppose that Multinational Megacorp USA decides to have its subsidiary, Multinational Mega Ireland, transfer some assets to the home company. This will produce the kind of simultaneous and opposite movement in dividends and direct investment you see in Figure 1. But the company’s overall balance sheet – which always included the assets of MM Ireland – hasn’t changed at all. No real resources have been transferred; MM USA has neither gained nor lost the ability to invest here.

 

If you want to know whether investable funds are really being transferred to the U.S., you need to look at the overall balance on financial account – or, what should be the same (and is more accurately measured), the inverse of the balance on current account. Figure 2 shows that balance as a share of GDP – and as you can see, basically nothing has happened.

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Figure 2 Bureau of Economic Analysis

So the tax cut induced some accounting maneuvers, but did nothing to promote capital flows to America.

The tax cut did, however, have one important international effect: We’re now paying more money to foreigners.

Bear in mind that the one clear, overwhelming result of the tax cut is a big break for corporations: Federal tax receipts on corporate income have plunged (Figure 3).

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Figure 3 Bureau of Economic Analysis

The key point to realize is that in today’s globalized corporate system, a lot of any country’s corporate sector, our own very much included, is actually owned by foreigners, either directly because corporations here are foreign subsidiaries, or indirectly because foreigners own American stocks. Indeed, roughly a third of U.S. corporate profits basically flow to foreign nationals – which means that a third of the tax cut flowed abroad, rather than staying at home. This probably outweighs any positive effect on GDP growth. So the tax cut probably made America poorer, not richer.

And it certainly made most Americans poorer. While 2/3 of the corporate tax cut may have gone to U.S. residents, 84 percent of stocks are held by the wealthiest 10 percent of the population. Everyone else will see hardly any benefit.

Meanwhile, since the tax cut isn’t paying for itself, it will eventually have to be paid for some other way – either by raising other taxes, or by cutting spending on programs people value. The cost of these hikes or cuts will be much less concentrated on the top 10 percent than the benefit of the original tax cut. So it’s a near-certainty that the vast majority of Americans will be worse off thanks to Trump’s only major legislative success.

As I said, even the mainly negative reporting doesn’t convey how bad a deal this whole thing is turning out to be.

 

Il taglio delle tasse di Trump: anche peggio di quello che avevate sentito dire,

di Paul Krugman

Il taglio delle tasse del 2017 ricevette commenti abbastanza negativi sulla stampa, e meritatamente. I suoi proponenti avevano fatto grandi promesse sulla impennata degli investimenti e dei salari ed avevano anche assicurato che si sarebbe ripagato da solo; non è accaduto niente del genere.

Tuttavia, i resoconti non sono stati in realtà a sufficienza negativi. La ricostruzione che di solito si legge è di questo tipo: il taglio delle tasse ha spinto le società a riportare un po’ di soldi a casa, ma sono stati usati per il riacquisto delle azioni piuttosto che per elevare i salari, e l’incoraggiamento alla crescita è stato modesto. Non sembra granché, eppure è ancora meglio che nella realtà: di fatto, non c’è stato alcun rimpatrio di denaro e il taglio alle tasse ha probabilmente ridotto il reddito nazionale. In effetti, almeno il 90 per cento degli americani grazie a quel taglio si ritroveranno più poveri.

Consentitemi di spiegare entrambi gli aspetti, uno alla volta.

In primo luogo, quando si dice che le società americane hanno “riportato denaro in patria” ci si riferisce ai dividendi che le sussidiarie oltreoceano hanno pagato alle loro società madri. Questi dividendi sono in effetti cresciuti per un breve periodo nel 2018, quando la legge fiscale rese vantaggioso trasferire alcuni asset dai libri contabili di quelle sussidiarie alle sedi nazionali delle società; queste transazioni hanno anche messo in evidenza una accertata riduzione della partecipazione delle società madri nelle sussidiarie, ovvero un investimento diretto negativo (vedi Figura 1):

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Figura 1 Ufficio di analisi economica

 

Ma queste transazioni sono semplicemente riorganizzazioni delle contabilità delle società per finalità fiscali; ad esse non corrisponde necessariamente niente di reale. Supponiamo che la ‘Multinational Megacorp USA’ decida che la sua sussidiaria, la ‘Multinational Mega Ireland’ debba trasferire alcuni asset alla società madre. Questo produrrà quel tipo di movimenti simultanei e opposti dei dividendi e negli investimenti diretti che si vedono nella Figura 1. Ma gli equilibri patrimoniali complessivi della società – che hanno sempre incluso gli asset della società dell’Irlanda –  non sono affatto cambiati. Nessuna risorsa reale è stata trasferita; la società MM USA non ha né guadagnato né perso la sua possibilità di investire qua.

Se volete sapere se fondi investibili vengono realmente trasferiti negli Stati Uniti, dovete osservare il bilancio complessivo del conto finanziario – ovvero, ciò che sarebbe l’equivalente (e più accuratamente misurato), inverso del bilancio di conto corrente. La figura 2 mostra quel bilancio come percentuale del PIL – e come potete vedere, fondamentalmente non è cambiato niente.

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Figura 2. Ufficio dell’Analisi Economica

 

Dunque, il taglio delle tasse ha provocato qualche manovra contabile, ma non ha fatto niente per promuovere un flusso di capitali in America.

Tuttavia, quel taglio delle tasse ha un importante effetto internazionale: adesso noi stiamo pagando più soldi agli stranieri.

Si tenga presente che l’unico, enorme risultato del taglio delle tasse è un grande sgravio per le società; le entrate fiscali federali sul reddito delle società sono crollate (Figura 3):

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Figura 3. Ufficio dell’analisi economica

 

L’aspetto fondamentale da comprendere è che nel sistema societario globalizzato odierno, una gran parte di qualsiasi settore societario di un paese, compreso certamente il nostro, è effettivamente posseduta da stranieri, sia in forma diretta perché le società sono sussidiarie straniere, sia indirettamente perché coloro che possiedono le azioni americane sono stranieri. In effetti, grosso modo un terzo dei profitti societari fondamentalmente si riversano su cittadini stranieri – il che significa che un terzo degli sgravi fiscali si sono riversati all’estero, anziché restare nel paese. Questo probabilmente ha una importanza maggiore di qualsiasi effetto positivo sulla crescita del PIL. Dunque, il taglio delle tasse ha probabilmente reso l’America più povera, non più ricca.

Ed esso ha certamente reso la maggioranza degli americani più poveri. Mentre 2/3 degli sgravi fiscali alle società può essere andato a residenti negli Stati Uniti, l’84 per cento delle azioni sono posseduti dal 10 per cento più ricco della popolazione. Sarà difficile che tutti gli altri vedano un qualche beneficio.

Nel frattempo, dal momento che il taglio delle tasse non si ripaga da solo, alla fine dovrà essere pagato in qualche altro modo – sia elevando altre tasse, che tagliando la spesa su programmi che la popolazione apprezza. Il costo di questi rialzi o tagli sarà molto meno concentrato sul 10 per cento dei più ricchi di quanto non lo siano i benefici dello sgravio fiscale originario. Dunque, è quasi certo che la grande maggioranza degli americani andrà a star peggio grazie all’unico importante successo legislativo di Trump.

Come ho detto, neppure i resoconti principalmente negativi illustrano che pessimo affare questa intera faccenda si rivela essere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] La tabella mostra – da quello che comprendo – come si sono indirizzati i profitti degli investimenti diretti: lungo la linea arancione nei dividendi, lungo quella blu in reinvestimenti. Ma l’articolo spiega perché anche questo fenomeno sia in gran parte prodotto da manovre contabili.

 

 

 

 

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