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Come l’Europa può commerciare con l’Iran ed evitare le sanzioni degli Stati Uniti, di Barry Eichengreen (da Project Syndicate, 12 marzo 2019)

 

Mar 12, 2019

How Europe Can Trade with Iran and Avoid US Sanctions

BARRY EICHENGREEN

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BERKELEY – US President Donald Trump’s unilateral withdrawal from the 2015 Iran nuclear deal – formally known as the Joint Comprehensive Plan of Action – has put Europe in a bind. Its governments remain committed to economic engagement with Iran as a way to encourage compliance with the JCPOA, which means providing not just humanitarian assistance, but also other goods. Firms supplying these exports, however, risk incurring sanctions from the Trump administration.

For the same reason, European banks are reluctant to provide euros to finance trade with Iran. And US banks, for their part, are prohibited from providing dollars. Collectively, these obstacles constitute a formidable barrier to the sought-after engagement.

In response, France, Germany, and the United Kingdom, the three European signatories to the nuclear deal, have established a mechanism for conducting trade with Iran independent of the United States. That mechanism, the Instrument in Support of Trade Exchanges, or Instex, is registered in France and reports to a supervisory board of diplomats from the three countries.

But in the month since its establishment, Instex has financed zero trade. It has just a single staff member, the former Commerzbank manager Per Fischer. There is less information than confusion about how it will work.

Fortunately, there is a precedent for the initiative: the European Payments Union (EPU) that operated between 1950 and 1958.

In the wake of World War II, Europe’s currencies couldn’t be converted into dollars or exchanged for one another, owing to the continent’s financial difficulties. As a result, they couldn’t be used to finance or settle international transactions. Nor were there substitutes. In particular, European countries possessed little gold and few dollars with which to make international payments.

In order to trade, European countries therefore had to rely on bilateral agreements. They had to balance their trade country by country, essentially reducing their transactions to barter. This was not an efficient way to reconstruct the continent’s trade and payments, to put it mildly.

By 1950, it had become clear that these difficulties were holding back the recovery of the European economy, prompting 18 European governments to create the EPU. The new organization pooled its members’ trade deficits and surpluses, and, by offsetting the deficits a country incurred with one set of partners against the surpluses it ran with others, enabled Europe to settle its trade multilaterally without having to make its currencies convertible.

The analogy with Instex is a direct one. Iran will be able to offset the deficits it runs with one set of European countries using the surpluses it runs with others. It will be able to do so without recourse to dollar credits and without having to make payments via SWIFT, the Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications, through which conventional cross-border settlements are carried out, and which has similarly been threatened with US sanctions.

In addition, the EPU was endowed with $600 million to lend to members running temporary trade deficits with the group as a whole. The EPU Board was understandably concerned that these credits be repaid. When West Germany showed signs in 1950 of exhausting its credits, the Board dispatched a small team of experts to diagnose the problem. It recommended an increase in the German central bank’s interest rate, higher commercial-bank reserve requirements, and a ceiling on credit. With the adoption of these restrictive monetary measures, German trade swung back into balance. The EPU lived to fight another day.

Again, the implications for Instex are clear. There is no reason to expect trade between Iran and Europe to balance minute by minute. There will have to be credits to compensate firms exporting to Iran in periods when the country is buying more from Europe than it sells. There will have to be policy oversight and adjustment to insure prompt repayment of those credits.

Before 1950, the US government strongly opposed the creation of the EPU, just as it now strongly opposes Instex. The concern then was discrimination: European countries, it was feared, would find it easier to import from one another, but, lacking dollars, would still refuse to import from America. In addition, US officials worried that the EPU would duplicate and undermine the functions of the newly created International Monetary Fund.

At this point, however, the two narratives diverge. With the advent of the Cold War, President Harry S. Truman’s administration and the US Congress recognized the urgency of European reconstruction. To this end, they authorized the EPU’s use of $350 million of Marshall Plan funds.

This time, the US is not about to help Europe with its trade-settlement project, new Cold War or not. But, in contrast to 1950, European governments today are capable of operating this type of mechanism on their own. They have the money. They can manage the clearing. History provides guidance on how to get it done.

 

Come l’Europa può commerciare con l’Iran ed evitare le sanzioni degli Stati Uniti,

di Barry Eichengreen

BERKELEY – L’uscita unilaterale del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dall’accordo nucleare con l’Iran del 2015 – formalmente noto come Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA) – ha messo l’Europa in un guaio. I suoi governi restano impegnati al coinvolgimento economico con l’Iran come la via per incoraggiare il rispetto dell’accordo, il che comporta non solo fornire assistenza umanitaria, ma anche altri beni. Le imprese fornitrici di queste esportazioni, tuttavia, rischiano di incorrere nelle sanzioni della Amministrazione Trump.

Per la stessa ragione le banche europee sono riluttanti a fornire euro per finanziare il commercio con l’Iran. E alle banche degi Stati Uniti, per parte loro, è fatto divieto di fornire dollari. Complessivamente, questi ostacoli costituiscono una formidabile barriera all’impegno desiderato.

In risposta, Francia, Germania e Regno Unito, i tre paesi europei firmatari dell’accordo nucleare, hanno stabilito un meccanismo per effettuare scambi con l’Iran indipendenti dagli Stati Uniti. Quel meccanismo, lo Strumento a Sostegno degli Scambi Commerciali, o Instex, viene protocollato in Francia e riferisce ad un comitato di supervisione composto da diplomatici dei tre paesi.

Ma l’Instex, nel mese trascorso dalla sua istituzione, non ha finanziato alcuno scambio commerciale. Esso e composto da un unico membro, il passato manager della Commerzbank Per Fischer. Sulla operatività dell’Instex c’è più confusione che informazione.

Fortunatamente, c’è un precedente favorevole all’iniziativa: l’Unione Europea dei Pagamenti (EPU) che ha operato dal 1950 al 1958.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le valute europee non potevano essere convertite in dollari o scambiate l’una con l’altra, a seguito delle difficoltà finanziarie del continente. Di conseguenza, non potevano essere utilizzate per finanziare o dare forma alle transazioni internazionali. In particolare, i paesi europei possedevano poco oro e pochi dollari con i quali fare i pagamenti internazionali.

Per avere scambi commeerciali, i paesi europei dovettero quindi basarsi su accordi bilaterali. Essi dovevano bilanciare i loro scambi paese per paese, in sostanza riducendo le loro transazioni al baratto. A dir poco, non era un modo efficace per ricostruire il commercio e il sistema dei pagamenti del continente.

Nel 1950, era diventato chiaro che queste difficoltà stavano trattenendo la ripresa dell’economia europea, il che suggerì ai 18 Governi europei di creare l’EPU. La nuova organizzazione mise assieme i deficit e i surplus commerciali dei suoi membri, e, bilanciando i deficit nei quali un paese incorreva con un complesso di partner con i surplus che realizzava con altri, mise nelle condizioni l’Europa di sistemare il suo commercio multilaterale senza dover rendere le sue valute convertibili.

La analogia con Instex è assai diretta. L’Iran sarà in grado di bilanciare i deficit che essa realizza con un complesso di paesi europei utilizzando i surplus che realizza con gli altri. Sarà in grado di farlo senza ricorrere ai crediti in dollari e senza dover fare i pagamenti attraverso la SWIFT, la Società per le Telecomunicazioni Finanziarie Interbancarie Mondiali, attraverso la quale sono eseguiti gli accordi convenzionali transnazionali, che è stata in modo analogo minacciata dalle sanzioni statunitensi.

In aggiunta, l’EPU venne sovvenzionata con 600 milioni di dollari per dare prestiti ai membri che realizzavano deficit commerciali temporanei con il gruppo nel suo complesso. Il Comitato dell’EPU era comprensibilmente preoccupato che questi crediti venissero restituiti. Quando la Germania Occidentale, nel 1950, mostrò segni di esaurimento dei suoi crediti, il Comitato inviò una piccola squadra di esperti per analizzare il problema. Esso raccomandò un aumento del tasso di interesse della banca centrale tedesca, requisiti di riserve per le banche commerciali più elevati e un tetto sul credito. Con l’adozione di queste misure monetarie restrittive, il commercio tedesco tornò in equilibrio. L’EPU sopravvisse per continuare a combattere.

Di nuovo, le implicazioni per Instex sono chiare. Non c’è alcun bisogno di immaginare che il commercio tra Iran ed Europa sia in equilibrio minuto per minuto. Ci dovranno essere crediti per compensare le imprese che esportano in Iran in periodi nei quali il paese compra dall’Europa più di quello che vende. Ci dovrà essere una politica di supervisione e di correzione per assicurare la pronta restituzione di quei crediti.

Prima del 1950 il Governo deegli Stati Uniti si oppose con forza alla creazione dell’EPU, proprio come oggi si oppone con forza a Instex. Allora la preoccupazione era la discriminazione: si temeva che i paesi europei avrebbero trovato più semplice importare l’uno dall’altro ma che, in carenza di dollari, avrebbero comunque rifiutato di importare dall’America. In aggiunta, i dirigenti degli Stati Uniti erano preoccupati che l’EPU duplicasse e mettesse a repentaglio l’appena creato Fondo Monetario Internazionale.

A questo punto, tuttavia, i due racconti divergono. Con l’avvento della Guerra Fredda, l’Amministrazione del Presidente Harry S. Truman e il Congresso degli Stati Uniti riconobbero l’urgenza della ricostruzione europea. A questo fine, essi autorizzarono l’EPU a usare 350 milioni di dollari dei finanziamenti del Piano Marshall.

Questa volta, gli Stati Uniti non sono propensi ad aiutare l’Europa nel suo progetto di accordo commerciale, che si tratti o no di una nuova Guerra Fredda. Ma, contrariamente al 1950, oggi i Governi europei sono capaci di mettere in atto questo tipo di meccanismo per loro conto. Hanno il denaro. Possono gestire le compensazioni. La storia fornisce l’indirizzo su come portarlo a compimento.

 

 

 

 

 

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