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Reddito minimo garantito in India, di Thomas Piketty (dal blog di Piketty, 16 aprile 2019)

 

16 aprile 2019

Basic income in India,

Thomas Piketty

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The biggest election in world history has just begun in India: there are over 900 million electors. It is often said that India learned the art of parliamentary democracy through contact with the British. The observation is not entirely false, provided that we add that India is now implementing this art on an unprecedented scale in a political community of 1.3 billion people, split along huge socio-cultural and linguistic divisions, which is a much more complex issue.

Meanwhile the United Kingdom has considerably difficulty in remaining united at the level of the British Isles. Following in the steps of Ireland at the beginning of the 20th century, it may just possibly be Scotland’s turn to leave the United Kingdom and its Parliament at this start of the 21st century. For its part, the European Union and its 500 million inhabitants have still not succeeded in setting up democratic rules for the adoption of the slightest common tax and continue to grant a right of veto to Grand Duchies in which barely 0.1% of its citizens reside. Instead of explaining in learned fashion that nothing in this fine system can be changed, European leaders would be well advised to look at the Indian Union and its model of federal and parliamentary Republic.

Obviously not everything in the garden is rosy in the biggest democracy in the world. The country’s development is marred by huge inequalities and poverty which is too slow in declining. One the principle innovations of the electoral campaign which is ending is the proposal made by the party in Congress to introduce a system of basic income, the NYAY (nyuntam aay yojana, minimum guaranteed income). The amount announced is 6,000 rupees per month and per household, or the equivalent of about 250 Euros in purchasing power parity (3 times less at the current exchange rate), which is far from negligible in India (where the median income does not exceed 400 Euros per household). This system would apply to the poorest 20% of Indians. The cost would be significant (a little over 1% of GDP) but not prohibitive.

As always with proposals of this type, it is important not to stop there and not take the basic income as a miracle solution or a final settlement. Setting up a fair distribution of wealth and a model for sustainable and equitable development, requires the backing of a total package of social, educational and fiscal measures, the basic income only being one element therein. As Nitin Bharti and Lucas Chancel have shown, public expenditure on health has stagnated at 1.3% of GDP between 2009-2013 and 2014-2018, and the investment in education even fell from 3.1% to 2.6%. A complex balance remains to be found between the reduction in monetary poverty and these social investments which condition the closing of the gap between India and China. China has found a way to mobilise greater resources to raise the level of training and health of the population as a whole.

The fact remains that the proposal by Congress has the merit of stressing the questions of redistribution and of going beyond mechanisms of ‘quotas’ and ‘reservations’. True, these have enabled a fraction of the lower castes to access the university, public sector jobs and to hold elective offices but they are not sufficient.

The biggest drawback of the proposal is that Congress has chosen to remain very discrete about its financing. This is a pity because it afforded an opportunity to rehabilitate the role of progressive taxation, and to definitely turn the page on its neo-liberal moment in the 1980s and 1990s. Above all it would have provided an occasion for more explicitly coming closer to the new alliance between the socialist parties and the lower castes (SP, BSP) who propose the creation of a federal tax of 2% on net worth over 25 million Rupees (1 million Euros in parity of purchasing power), which would bring in the equivalent of the amounts required for the NYAY, and strengthen the progressivity of the federal income tax.

Fundamentally, the real issue at stake in this election is the constitution in India of a left-wing coalition, both egalitarian and multi-cultural, the only coalition capable of beating the pro-business and anti-Muslim nationalism of the BJP. This time this may not be enough. The Congress, which was formerly the hegemonic party from the centre, is still led by the far from popular Rahul Gandhi (from the Nehru-Gandhi family) whereas the BJP had the sense to adopt Modi, for the first time a leader from humble origins. Congress fears it may be outflanked and lose the control of the government if it were to launch into an over-explicit coalition with parties to its left.

Furthermore, Modi is massively funded by Indian big business, in a country which is well-known for its total absence of regulation in this respect. In addition, he has skilfully exploited the attack in Pulwama in Jammu and Kashmir and the air-raids which followed to activate the anti-Pakistan feelings and accuse the Congress and the left-wing parties of collusion with fundamentalist Islam (this does not only happen in France), in what may well remain the turning point in the campaign.

Whatever the case may be, the seeds sown will grow along with the politico-ideological changes ongoing all over the world. The decisions debated in India will increasingly affect us all. In this respect, this Indian election is indeed an election of global importance.

 

PS: the graph on BJP vote by caste is extracted from this research by Banerjee-Gethin-Piketty on changing political cleavages in India.

 

Reddito minimo garantito in India,

di Thomas Piketty

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Le più grandi elezioni nella storia del mondo sono appena partite in India: interessano più di 900 milioni di elettori. Si dice spesso che l’India ha appreso l’arte della democrazia parlamentare attraverso il contatto con i britannici. Questa affermazione non è del tutto falsa, ammesso che si aggiunga che adesso l’India sta mettendo in pratica quest’arte su una dimensione senza precedenti in una comunità politica di 1 miliardo e 300 milioni di persone, frazionata sulla base di differenze socio culturali e linguistiche, il che la rende una faccenda assai più complicata.

Nel frattempo il Regno Unito sperimenta una difficoltà considerevole a rimanere unito al livello delle isole britanniche. Seguendo il precedente dell’Irlanda agli inizi del Ventesimo Secolo, agli inizi del Ventunesimo potrebbe forse essere proprio la volta della Scozia a lasciare il Regno Unito e il suo Parlamento. Da parte sua, l’Unione Europea e i suoi 500 milioni di abitanti non sono ancora riusciti a stabilire regole democratiche per l’adozione della più insignificante tassazione comune e continuano a garantire un diritto di veto ai Granducati nei quali risiedono appena lo 0,1 per cento dei suoi cittadini. Piuttosto che spiegare con modi eruditi che niente può essere modificato in questo buon sistema, i dirigenti europei farebbero bene a osservare l’Unione Indiana e il suo modello di repubblica federale e parlamentare.

Ovviamente non tutto è roseo nel giardino della più grande democrazia del mondo. Lo sviluppo del paese è guastato da grandi ineguaglianze e da una povertà che è troppo lenta a ridursi. Una delle principali innovazioni della campagna elettorale che sta terminando è la proposta avanzata dal Partito del Congresso di introdurre un sistema di reddito minimo garantito, il NYAY (nyuntam aay yojana, reddito minimo garantito). Il corrispettivo annunciato è 6.000 rupie al mese per famiglia, ovvero l’equivalente di circa 250 euro a parità del potere di acquisto (tre volte meno dell’attuale tasso di cambio), il che è tutt’altro che trascurabile in India (dove il reddito mediano non eccede i 400 euro per famiglia). Il sistema si applicherebbe ai più poveri, ovvero al 20% degli indiani). Il costo sarebbe significativo (un po’ di più dell’1% del PIL) ma non proibitivo.

Come sempre in proposte del genere, l’importante è non fermarsi lì e non scambiare il reddito minimo garantito per una soluzione miracolistica o per una soluzione definitiva. Stabilire una giusta distribuzione della ricchezza e un modello per uno sviluppo sostenibile e equo, richiede il supporto di un pacchetto complessivo di misure sociali, educative e fiscali, tra le quali il reddito minimo garantito è solo un elemento. Come Nitin Bharti e Lucas Chancel hanno dimostrato, la spesa pubblica sulla salute è rimasta stagnante tra il 2009-2013 e il 2014-2018 all’1,3% del PIL, e l’investimento nell’istruzione è addirittura caduto dal 3,1% al 2,6% del PIL. Deve ancora essere trovato un equilibrio complesso tra la riduzione della povertà monetaria e questi investimenti sociali, che è la condizione della chiusura del divario tra l’India e la Cina. La Cina ha trovato un modo per mobilitare più grandi risorse per elevare il livello di formazione e di salute della popolazione nel suo complesso.

Resta il fatto che la proposta da parte del Partito del Congresso ha il merito di porre l’accento sulle domande di redistribuzione e di andare oltre i meccanismi delle “quote” e delle “riserve”. È vero, queste hanno consentito ad una frazione delle caste più basse di accedere alle università, ai posti di lavoro del settore pubblico e di avere incarichi elettivi, ma non sono sufficienti.

Il limite più grande della proposta è che il Partito del Congresso ha scelto di restare molto discreto sul suo finanziamento. Questo è un peccato perché avrebbe offerto una opportunità per riabilitare il ruolo della tassazione progressiva, e voltare definitivamente pagina rispetto al periodo neoliberista degli anni ’80 e ’90. Soprattutto avrebbe fornito una occasione per un esplicito avvicinamento alla nuova allenza tra i partiti socialisti e le caste più basse (il Samajwadi Party [2], il Bahujan Samaj Party [3]) che propongono una tassa federale del 2% sui valori netti superiori ai 25 milioni di rupie (a parità di potere d’acquisto, pari a 1 milione di euro), che porterebbe ad entrate equivalenti ai mezzi necessari per la NYAY e rafforzerebbe la progressività della tassa sul reddito federale.

Fondamentalmente, la vera questione in gioco in queste elezioni è la costituzione in India di una coalizione di sinistra, egualitaria e multi culturale, l’unica coalizione capace di sconfiggere il nazionalismo favorevole alle grandi imprese e anti musulmano del BJP [4]. Questa volta potrebbe non essere sufficiente. Il Partito del Congresso, che era originariamente il partito egemone del centro, è ancora guidato dal tutt’altro che popolare Raul Gandhi (proveniente dalla famiglia Nehru-Gandhi), mentre il BJP ha avuto l’accortezza di adottare Modi, per la prima volta un leader di origini umili. Il Partito del Congresso teme di prestare il fianco e di perdere il controllo del Governo se dovesse lanciarsi in una coalizione sovra esposta con i partiti alla sua sinistra.

Inoltre, Modi è massicciamente finanziato dalla grande impresa indiana, in un paese ben noto per l’assenza totale di regolamenti, sotto questo aspetto. In aggiunta, egli ha sapientemente sfruttato l’attacco nel Pulwama, nel Jammu e nel Kashmir e i raid aerei che ne sono seguiti, per mobilitare i sentimenti anti Pakistan e accusare il Partito del Congresso e i partiti della sinistra di collusione con l’Islam fondamentalista (non accade soltanto in Francia), in quello che potrebbe restare il punto di svolta della campagna elettorale.

Qualsiasi cosa avvenga, i semi gettati cresceranno assieme ai cambiamenti politico ideologici che procedono in tutto il mondo. Le decisioni discusse in India ci influenzeranno in modo crescente. Sotto questo aspetto, le elezioni indiane sono in effetti elezioni di importanza globale.

 

Post Scriptum: il grafico sui voti al BJP da parte delle varie caste è tratto da questa ricerca (in connessione nel testo inglese) a cura di Banerjee-Gethin-Piketty sui mutamenti delle divisioni politiche in India.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Il grafico indica i voti al BJP e agli altri partiti della destra, sulla base della appartenenza degli elettori alle diverse caste, nelle elezioni dal 1962 al 2014.

[2] In indiano, Partito Socialista. Che ha tradizionalmente una base cospicua nello Stato dell’Uttar Pradesh, ma è solo il tredicesimo partito al livello nazionale.

[3] In indiano, Partito dell Società Maggioritaria. Anch’esso forte soprattutto nello Stato dell’Uttar Pradesh, che è del resto lo Stato più popoloso dell’India.

[4] Bharatiya Janata Party, ovvero il Partito del Popolo Indiano, è la forza politica principale della destra, con una marcata attitudine al primato etnico induista. Al Governo dal 2014 con il Primo Ministro Narendra Modi, è il partito politico con più iscritti al mondo (110 milioni di tesserati).

 

 

 

 

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