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C’è un mistero rivelatore nelle tariffe sulla Cina, di Larry Summers (15 maggio 2019)

 

May 15, 2019

There’s a revealing puzzle in the China tariffs

Larry Summers 

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On Monday, China announced new tariffs on $60 billion of U.S. exports, and the United States threatened new tariffs on up to $300 billion of Chinese goods. These actions were cited as the principle reason for a decline of more than 600 points in the Dow Jones industrial average, or about 2.4 percent in broader measures of the stock market. With the total value of U.S. stocks around $30 trillion, this decline represents more than $700 billion in lost wealth.

This was not an isolated event. Again and again in the past year, markets have gyrated in response to the state of trade negotiations between the United States and China.

The market sensitivity to threats and counter-threats in the trade war is quite remarkable. Monday’s announcement by the Chinese, for example, would be expected to raise China’s tariffs by about $10 billion. Much of this will show up as higher prices for Chinese importers, and some of it will be avoided by diverting exports of goods such as liquid natural gas to other markets, so the impact on U.S. corporate profits will be far less than $10 billion. Meanwhile, U.S. tariffs are likely to raise corporate profits as higher import costs push some business to domestic producers.

There is the further consideration that reasonable market participants should not have entirely discounted the possibility of tariff increases Monday and that there surely remains some chance a trade deal will be reached. So, in fact, the market should not even have moved in full proportion to the change in corporate profitability associated with new tariffs.

There is a revealing puzzle here. Events whose direct impact on corporate profits is a few billion dollars seem to be driving market fluctuations that change the total value of corporations by hundreds of billions of dollars. To be sure, there would be many ways of refining my calculation of the profit impact to recognize various feedbacks, and certainly the imposition of tariffs increases uncertainty, which in general depresses markets. But with any plausible calculation of the direct impact of tariff changes on profitability or uncertainty about profitability, it is not possible to justify the kinds of changes in market value we observed Monday or on many other days when there was news about the status of the U.S.-China trade negotiations.

Part of the answer to the puzzle, I suspect, lies in markets’ tendency to sometimes overreact to news, especially in areas where they do not have long experience. This idea is supported by the tendency illustrated by the market’s Tuesday rally, which took place without any particularly encouraging U.S.-China developments.

A larger part of the answer probably lies in the idea that the current trade conflict is a possible prelude to a far larger conflict between the two nations with the largest economies and greatest power for as far as can be foreseen. When it appears less likely that a conflict over well-defined and ultimately not-that-difficult commercial issues can be resolved, rational observers conclude that it is also less likely the United States and China can manage issues ranging from 5G wireless technology to North Korea, from the future of Taiwan to global climate change, and from the management of globalization to the security architecture of the Pacific region.

A world where relations between the United States and China are largely conflictual could involve a breakdown of global supply chains, a splinternet (as separate, noninteroperable internets compete around the world), greatly increased defense expenditures and conceivably even military conflict. All of this would be catastrophic for living standards and would also have huge adverse effects on the value of global companies.

It is, I suspect, the greater risk of catastrophic medium-run outcomes, rather than the proximate impact of trade conflicts, that is driving the outsize market reactions to trade negotiation news.

This carries with it an important lesson for both sides: It is risky to turn the pursuit of even vital national objectives into an existential crusade. Rather, even when nations have objectives that are in conflict, it is important to seek compromise, to avoid inflammatory rhetoric and to confine rather than enlarge the areas where demands are being made. Establishing credibility that promises will be kept and surprises will be avoided is as or more important with adversaries as with friends.

As the Trump administration carries on the trade negotiations, and as the presidential campaign heats up, Americans will do well to remember that there is no greater threat to the success of our national enterprise over the next quarter-century than mismanagement of the relationship with China. It is not just possible but essential to be strong and resolute without being imprudent and provocative

 

C’è un mistero rivelatore nelle tariffe sulla Cina,

di Larry Summers [1]

 

Lunedì la Cina ha annunciato nuove tariffe su 60 miliardi di esportazioni statunitensi e gli Stati Uniti hanno minacciato nuove tariffe sino a 300 miliardi sui prodotti cinesi. Queste iniziative sono state citate come la ragione principale per il declino di più di 600 punti nella media industriale del Dow Jones, ovvero di circa il 2,4 per cento nei dati più generali del mercato azionario. Su un valore totale delle azioni statunitensi di circa 30 milia miliardi di dollari, questo declino rappresenta più di 700 miliardi di ricchezza perduta.

Questo non è stato un evento isolato. Più volte nell’anno passato, i mercati hanno ruotato in risposta alla situazione dei negoziati commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina.

La sensibilità dei mercati alle minacce e alle controminacce nella guerra commerciale è abbastanza rilevante. L’annuncio di lunedì da parte dei cinesi, ad esempio, ci si sarebbe aspettati che elevasse le tariffe della Cina per circa 10 miliardi di dollari. In gran parte questo si presenterà nella forma di prezzi più elevati per gli importatori cinesi, e in una certa misura sarà evitato dirottando l’esportazione di beni come il gas naturale liquido su altri mercati, cosicché l’impatto sui profitti delle società statunitensi sarà molto minore di 10 miliardi di dollari. Nel frattempo, le tariffe statunitensi probabilmente aumenteranno i profitti delle società dato che i costi più alti delle esportazioni spingono alcune imprese verso i produttori nazionali.

C’è l’ulteriore considerazione secondo la quale i protagonisti ragionevoli del mercato non dovrebbero aver interamente ignorato, lunedì, la possibilità di aumenti delle tariffe e restano certamente alcune possibilità che un accordo commerciale venga raggiunto. Cosicché, in sostanza, il mercato non avrebbe dovuto muoversi neanche in completa proporzione alle modifiche nella capacità di ottenere profitti da parte delle società con nuove tariffe.

A questo punto, c’è un mistero rivelatore. Eventi che hanno un impatto diretto sui profitti delle società per pochi miliardi di dollari sembra stiano provocando fluttuazioni sui mercati che modificano il valore complessivo delle società per centinaia di miliardi di dollari. Ci sarebbero di sicuro molti modi per affinare il mio calcolo sull’impatto sui profitti riconoscendo vari riscontri, e certamente l’imposizione di tariffe accresce l’incertezza, il che in generale deprime i mercati. Ma con tutti i possibili calcoli sull’impatto diretto dei cambiamenti tariffari sulla profittabilità o sull’incertezza della profittabilità, non è possibile giustificare il tipo di mutamenti sui valori di mercato che abbiamo osservato lunedì o in varie altre occasioni, quando ci sono state notizie sulla situazione dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Sospetto che in parte la risposta al mistero risieda nella tendenza dei mercati a reagire talvolta esageratamente alle notizie, specialmente in aree nelle quali non hanno lunga esperienza. Questa idea è confermata dalla tendenza illustrata dalla ripresa del mercato di martedì, che ha avuto luogo senza alcun particolare sviluppo incoraggiante tra Stati Uniti e Cina.

Una parte più ampia della risposta probabilmente risiede nell’idea che l’attuale conflitto commerciale sia un possibile preludio ad un conflitto assai più ampio di quello che sinora è stato possibile prevedere tra le due nazioni con le economie più forti e il massimo potere. Quando appare meno probabile che un conflitto su tematiche commerciali ben definite e in ultima analisi non particolarmente difficili possa essere risolto, gli osservatori razionali arrivano alla conclusione che è anche meno probabile che gli Stati Uniti e la Cina possano gestire temi che vanno dalla tecnologia wireless 5G alla Corea del Nord, dal futuro di Taiwan al cambiamento climatico globale, e dalla gestione della globalizzazione alla architettura della difesa nella regione del Pacifico.

Un mondo nel quale le relazioni tra Stati Uniti e Cina fossero ampiamente conflittuali potrebbe interessare una rottura delle catene dell’offerta globali, una frantumazione di Internet (dato che separati e non cooperativi sistemi Internet competono in tutto il mondo), le spese per la difesa grandemente accresciute, non ecluso persino un conflitto militare. Tutto questo sarebbe catastrofico per i livelli di vita ed avrebbe anche enormi effetti negativi sul valore delle società globali.

Io sospetto che sia il rischio maggiore di risultati catastrofici nel medio periodo, piuttosto che l’impatto a breve dei conflitti commerciali, che sta provocando le reazioni esagerate alle notizie del negoziato commerciale.

Questo comporta una importante lezione per entrambi gli schieramenti: è pericoloso trasformare il perseguimento di obbiettivi nazionali persino vitali in una crociata esistenziale. È piuttosto importante, quando le nazioni hanno obbiettivi che sono in conflitto, cercare il compromesso, evitare la retorica incendiaria e isolare, piuttosto che allargare, i settori nei quali vengano avanzate richieste. Stabilire una credibilità che le promesse verranno mantenute e le sorprese saranno evitate è altrettanto o più importante con gli avversari che con gli amici.

Quando l’Amministrazione Trump fa i capricci nei negoziati commerciali, e quando la campagna per le presidenziali si surriscalda, gli americani faranno bene a ricordare che non c’è peggiore minaccia per il successo della nostra iniziativa nazionale nel prossimo quarto di secolo che la cattiva gestione delle relazioni con la Cina. Non è solo possibile, ma essenziale essere forti e risoluti senza essere imprudenti e provocatori.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Questo post di Summers è di alcuni mesi fa, ma non l’avevo trovato sul suo blog (forse non era un post, ma un articolo su un giornale). Viene oggi segnalato su Twitter da Krugman, che lo definisce “un articolo molto perspicace che sostiene che i mercati stanno considerando la politica commerciale come un segnale di un conflitto potenzialmente molto peggiore”.

 

 

 

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