Altri Economisti » Selezione della Settimana

No, non abbiamo “bisogno” di una recessione, di J. Bradford DeLong (da Project Syndicate, 1 ottobre 2019)

 

Oct 1, 2019

No, We Don’t “Need” a Recession

BRADFORD DELONG

zz 533

BERKELEY – I recently received an email from my friend Mark Thoma of the University of Oregon, asking if I had noticed an increase in commentaries suggesting that a recession would be a good and healthy purge for the economy (or something along those lines). In fact, I, too, have noticed more commentators expressing the view that “recessions, painful as they are, are a necessary growth input.” I am rather surprised by it.

Of course, it was not uncommon for commentators to argue for a “needed” recession before the big one hit in 2008-2010. But I, for one, assumed that this claim was long dead. Who in 2019 could say with a straight face that a recession and high unemployment under conditions of low inflation would be a good thing?

Apparently, I was wrong. The argument turns out to be an example of what Nobel laureate economist Paul Krugman calls a “zombie idea … that should have died long ago in the face of evidence or logic, but just keeps shambling forward, eating peoples’ brains.” Clearly, those who claim to welcome recessions have never looked at the data. If they did, they would understand that beneficial structural changes to the economy occur during booms, not during busts.

Obviously, shifting workers from a low-marginal-product activity to a zero-marginal-product activity is not progress. Nor is there any theoretical or empirical reason to think that people and resources cannot be pulled directly from low- to high-marginal-product activities during upswings, as if it takes a full washout to create the conditions for such movements.

Those who cheer loudest for recessions usually are not consumers, workers, or employers. They are most often financiers. After all, workers themselves are rarely unhappy to be working during booms.

To be sure, in the 1970s, the Nobel laureate economist Robert Lucas speculated that in the aftermath of a boom, workers would actually end up being unhappy for having worked during the good times. Having misperceived the prices of the goods they were buying, he argued, they would discover that they had overestimated their real (inflation-adjusted) wages: they had not been earning as much as they thought they were. But Lucas never explained why workers would have more information about wages than about the prices they were paying for groceries, rent, and so forth. Even as an abstract description of some unspecified process, the overall conjecture made very little sense.

By the same token, consumers rarely misperceive the utility of what they purchase. And firms, likewise, are rarely unhappy to have produced during a boom. They, too, have as much information about the prices at which they are buying as the prices at which they are selling. They, too, are subject to what Lucas called “nominal misperceptions.” Monopoly (and monopsony) power can drive a wedge between prices and marginal revenues (and between wages and marginal labor costs). But, generally speaking, firms prefer to hire more workers and make more stuff at whatever the current wage/price. They will seize known opportunities in the present rather than wait around for some unknown future.

So, who is really the most blinkered during booms? It is all of those who invested in outright scams like Theranos, or in risky bets like WeWork and Bitcoin. They are the ones who are sorry after the fact, and who wish that the central bank had taken away the punch bowl much earlier. If only they hadn’t succumbed to a fit of positive-feedback trading. If only they hadn’t been deranged by irrational exuberance, falling for what they heard in the financial-gossip echo chamber. As the twentieth-century economic historian Charles P. Kindleberger famously joked, “There is nothing as disturbing to one’s wellbeing and judgment as to see a friend get rich.”

Envy and greed are the muses that always convince some to buy at the peak of a bubble. Only afterwards will these greater fools wonder why there hadn’t been more hints of the risks, or reach for some other argument to keep them in their right minds.

Yet even from this perspective, the conviction that a period of liquidation and contraction is needed after a boom remains incomprehensible. Business cycles can end with a rolling readjustment in which asset values are marked back down to reflect underlying fundamentals, or they can end in depression and mass unemployment. There is never any good reason why the second option should prevail.

 

No, non abbiamo “bisogno” di una recessione,

di J. Bradford DeLong

 

BERKELEY – Ho di recente ricevuto una email dal mio amico Mark Thoma dell’Università dell’Oregon, che mi chiedeva se avessi notato un aumento di commenti che indicano che una recessione sarebbe una purga positiva e salutare per l’economia (o qualcosa con questi caratteri). In effetti, anch’io ho notato che un numero maggiore di commentatori esprime il punto di vista secondo il quale “le recessioni, con la loro carica di sofferenze, sono un contributo necessario alla crescita”. E ne sono rimasto piuttosto sorpreso.

Naturalmente, non era insolito che i commentatori si pronunciassero per la ‘necessità’ della recessione prima del grosso colpo patito negli anni dal 2008 al 2010. Ma io, in primo luogo, consideravo che quella pretesa fosse morta da tempo. Chi potrebbe sostenere nel 2019, restando impassibile, che sarebbe una cosa positiva una recessione ed una elevata disoccupazione, nel contesto di una bassa inflazione?

Sembra che avessi torto. Si scopre che l’argomento è un esempio di quello che l’economista Premio Nobel Paul Krugman definisce “una idea zombi … che dovrebbe essere scomparsa molto tempo fa a fronte delle prove o della logica, ma continua precisamente a camminare in avanti nel tipico modo dinoccolato degli zombi, mangiandosi i cervelli della gente”. Chiaramente, coloro che sostengono di considerare benvenute le recessioni non hanno mai osservato i dati. Se l’avessero fatto, avrebbero compreso che i mutamenti strutturali benefici per l’economia intervengono durante le grandi espansioni, non durante i crolli.

Ovviamente, spostare i lavoratori da una attività con un basso prodotto marginale ad una attività con nessun prodotto marginale non è un progresso. Non c’è neppure alcuna ragione teorica o empirica per pensare che le persone e le risorse non possano essere attratte da attività a basso prodotto marginale ad attività ad elevato prodotto marginale durante le espansioni, come se occorressero completi fallimenti per creare le condizioni per tali spostamenti.

Coloro che fanno rumorosamente il tifo per le recessioni non sono solitamente i consumatori, i lavoratori o gli imprenditori. Sono più spesso i finanzieri. In fin dei conti, gli stessi lavoratori raramente sono scontenti di essere al lavoro durante le fasi espansive.

Di sicuro, nel corso degli anni ’70, l’economista Premio Nobel Robert Lucas aveva teorizzato che nel periodo successivo ad un boom, i lavoratori avrebbero finito per essere scontenti di aver lavorato durante i tempi buoni. Avendo frainteso i prezzi dei prodotti che avevano acquistato, egli sostenne, essi avrebbero scoperto che avevano sovrastimato i loro salari reali (corretti per l’inflazione): essi non avevano guadagnato così tanto come pensavano di aver fatto. Ma Lucas non spiegò mai perché i lavoratori avrebbero ricevuto maggiori informazioni sui salari che non sui prezzi che avevano pagato per i generi alimentari, gli affitti e tutto il resto. Anche come astratta descrizione di un imprecisato fenomeno, l’intera congettura appariva aver poco senso.

Allo stesso modo, raramente i consumatori fraintendono l’utilità di quello che acquistano. E le imprese, analogamente, sono raramente scontente di aver prodotto durante una fase di espansione. Esse, inoltre, hanno altrettanta informazione dei prezzi ai quali acquistano rispetto ai prezzi ai quali vendono. Anch’esse sono soggette a quelli che Lucas chiamava “fraintentimenri nominali”. Il potere di monopolio (e di monopsonio) può creare tensioni tra i prezzi e i redditi marginali (come tra i salari e i costi marginali del lavoro). Ma, parlando in generale, le imprese preferiscono assumere più lavoratori e fare più cose, qualunque sia il rapporto attuale tra salari e prezzi. Esse coglieranno le opportunità note nel presente piuttosto che stare ad aspettare qualche ignoto futuro.

Dunque, chi ha realmente le vedute maggiormente ristrette durante le espansioni? Si tratta di tutti coloro che hanno investito in aperte frodi come Theranos [1] o in rischiose scommesse come WeWork [2]  e Bitcoin. Sono coloro che sono dispiaciuti a cose fatte e che vorrebbero che la banca centrale avesse tolto di circolazione la tazza del punch molto prima [3]. Bastava che non si fossero lasciati contagiare da scambi commerciali con ricadute positive. Bastava che non fossero usciti di senno per esuberanza irrazionale, facendosi ingannare da quello che avevano sentito dire nella camera di risonanza dei gossip finanziari. Come disse scherzando lo storico dell’economia Charles Kindleberger “Non c’è niente di più dannoso per il benessere e la capacità di giudizio di una persona, quanto osservare un amico che diventa ricco”.

L’invidia e l’avarizia sono le muse che convincono sempre qualcuno a fare acquisti all’apice di una bolla. Soltanto in seguito questi sciocchi più importanti si chiederanno perché non ci sono stati maggiori avvertimenti sui rischi, o aderiscono a qualche altro concetto per mantenersi sani di mente.

Tuttavia, anche in questa prospettiva, la convinzione che un periodo di liquidazione e di contrazione sia necessaria dopo un boom resta incomprensibile. I cicli economici possono terminare con un graduale riaggiustamento con il quale i valori degli asset vengono segnalati al ribasso per riflettere i fondamentali economici basilari, oppure possono terminare con una depressione e con una disoccupazione di massa. Non c’è mai una buona ragione perché debba prevalere la seconda opzione.

 

 

 

 

 

 

 

[1] Theranos era una società privata di tecnologia sanitaria, inizialmente pubblicizzata come una società tecnologica innovativa, ma successivamente famigerata per le sue false affermazioni di aver escogitato esami del sangue che necessitavano solo di piccole quantità di sangue.

[2] Una società che acquista e organizza spazi che offre a società, in particolare a start-up. Nel suo caso il problema è stato che il suo impegno di ‘tecnologizzazione’ di tali spazi appare piuttosto di facciata, comunque non tale da meritare la definizione di tech company. Della qualcosa  un certo punto si sono accorti anche i mercati finanziari.

[3] Togliere la ‘tazza del punch’ – soluzione alla quale di solito si ricorre durante una festa, quando gli avventori appaiono troppo esuberanti – è una espressione che si usa frequentemente anche per le banche centrali. Significa che quando l’economia si surriscalda, di solito per effetto di bolle speculative, la banca centrale dovrebbe, ad esempio riducendo il tasso di interesse, scoraggiare le condotte irrazionali.

 

 

 

 

 

By


Commenti dei Lettori (0)


E' possibile commentare l'articolo nell'area "Commenti del Mese"