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Perché la crisi non ha frenato Wall Street? (Newsletter di Paul Krugman, 5 novembre 2019)

 

November 5, 2019

Why didn’t the crisis chasten Wall Street?
Di Paul Krugman

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Back in the summer of 2007 The Times published an article titled “The richest of the rich, proud of a new Gilded Age.” The article opened with Sanford Weill, head of Citigroup, boasting of all that he and his billionaire counterparts had achieved.

By most accounts, the financial crisis that would soon engulf the whole world economy began a few weeks after that article was published. By late 2008 the financial sector, Citi very much included, was in meltdown; collapse was avoided only thanks to immense lending by the Federal Reserve and other official institutions. Citi, in particular, borrowed almost $100 billion from the Fed.

You might have thought that this experience would both have chastened Wall Street, making it a bit less arrogant, and also led to some reduction in the financial industry’s political influence. But as I wrote in today’s column, the tycoons of finance are not only unchastened, they’re out there railing hysterically against any hint of criticism.

The thing is, even before the financial crisis, Wall Street’s boasts about the great things it was accomplishing never made much sense.

During the great postwar boom — the generation after World War II, over whose course real wages and family incomes roughly doubled — finance was a relatively small part of the economy, around 2 to 3 percent of G.D.P. Nor was it especially lucrative: Average earnings in finance were only a bit higher than those in the rest of the economy. Money managers only began to emerge as Masters of the Universe, in Tom Wolfe’s satirical phrase, around 1980; the turn probably reflected a combination of deregulation and the proliferation of “shadow banking,” financial arrangements that did an end run around the prudential regulations that still existed. By 2007 both the financial industry and the amount of credit outstanding had more than doubled relative to the size of the economy.

But what did this “financialization” of the economy achieve? Economic growth didn’t accelerate; even before the 2008 crisis it was slower, not faster, than it had been during previous decades. Wages of ordinary workers and the incomes of typical families entered an era of slow growth or stagnation. Household debt did, however, soar, because that — not business investment — was where most of the credit growth went.

As I mentioned in my column, the disappointments of U.S. financialization weren’t unique. Growth in the banking system can be very valuable to poor countries, but once it gets beyond a certain point, research from places like the Bank for International Settlements — a very staid institution of bankers’ bankers — suggests that it becomes counterproductive.

The main — perhaps the only — beneficiaries of hyper-financialization seem to have been a small group of very wealthy individuals, who kept their wealth only thanks to huge public bailouts in the crisis. So it’s kind of amazing to see some of those people lecturing us about how much good they do, and the evils of big government.

 

Perchè la crisi non ha frenato Wall Street?

Newsletter di Paul Krugman

 

Nella passata estate del 2007 The Times pubblicò un articolo dal titolo “I più ricchi dei ricchi, orgogliosi di una nuova Età Dorata”. L’articolo si apriva con Sanford Weill, capo di Citigroup, che si vantava di tutto quello che lui e i suoi omologhi avevano realizzato.

Secondo la maggioranza dei resoconti, la crisi finanziaria che avrebbe presto travolto l’economia del mondo intero cominciò poche settimane dopo che quell’articolo venisse pubblicato. Con la fine del 2008 il settore finanziario, con Citigroup nelle prime posizioni, precipitò nel disastro: il collasso venne evitato solo grazie agli enormi prestiti da parte della Federal Reserve e di altri istituti ufficiali. In particolare, Citigroup si indebitò per quasi 100 miliardi di dollari dalla Fed.

Potevate pensare che questa esperienza avrebbe sia frenato Wall Street, rendendola un po’ meno arrogante, che anche portato a una qualche riduzione dell’influenza politica del settore finanziario. Ma come ho scritto nell’articolo di oggi, i magnati della finanza non solo non sono stati frenati, escono istericamente dai binari dinanzi ad ogni cenno di critica.

Il punto è che anche prima della crisi finanziaria, le vanterie di Wall Street sulle grandi cose che il settore stava realizzando non hanno mai avuto molto senso.

Durante la grande espansione postbellica – la generazione successiva alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale i salari reali e i redditi delle famiglie grosso modo raddoppiarono – la finanza ebbe una parte relativamente piccola nell’economia, circa dal 2 al 3 per cento del PIL. Non era neppure particolarmente lucrativa: i guadagni medi nella finanza erano solo un po’ più alti di quelli nel resto dell’economia. Gli operatori finanziari cominciarono ad emergere come Padroni dell’Universo, secondo la definizione satirica di Tom Wolfe, attorno al 1980; la svolta probabilmente riflettè una combinazione di deregolamentazione e di proliferazione del “settore bancario ombra”, soluzioni finanziarie che costituirono una scappatoia attorno ai regolamenti prudenziali che ancora erano in vigore. Con il 2007, sia il settore della finanza che la quantità di crediti in sospeso era più che raddoppiata rispetto alle dimensioni dell’economia.

Ma cosa produsse questa “finanziarizzazione” dell’economia? La crescita economica non accelerò; persino prima della crisi del 2008 era più lenta, non più veloce, di quanto era stata nei decenni precedenti. I salari dei lavoratori ordinari e i redditi delle famiglie comuni entrarono in un’epoca di lenta crescita o di stagnazione. Il debito delle famiglie, tuttavia, schizzò in alto, giacché quello – e non gli investimenti delle imprese – fu il luogo dove finì la maggior parte della crescita del credito.

Come ho ricordato nel mio articolo, le delusioni per la finanziarizzazione statunitense non furono isolate. La crescita nel sistema bancario può essere molto apprezzabile per i paesi poveri, ma una volta che va oltre un certo livello, le ricerche da postazioni come la Banca dei Regolamenti Internazionali – un istituto molto compassato di banchieri dei banchieri – indicano che essa diventa controproducente.

I principali – forse gli unici – beneficiari della iper-finanziarizzazione sembrano essere stati un gruppo di individui ricchissimi, che hanno realizzato la loro ricchezza solo grazie a enormi salvataggi pubblici durante la crisi. Dunque è abbastanza stupefacente constatare come quelle persone ci stiano facendo ramanzine su quanto bene essi facciano, e sui mali di forti amministrazioni pubbliche.

 

 

 

 

 

 

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