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Una tassa sulla ricchezza non è di buonsenso? Di J. Bradford DeLong (da Project Syndicate, 7 gennaio 2020)

 

Jan 7, 2020

Isn’t a Wealth Tax Common Sense?

BRADFORD DELONG

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BERKELEY – I was not surprised when leading Democratic primary contenders began endorsing a “wealth tax” along the lines of what has been proposed by my University of California, Berkeley, colleagues Gabriel Zucman and Emmanuel Saez. What has surprised me is the level of pushback these candidates have received, particularly from those who should be in favor of anything that moves the United States toward a more progressive tax system.

When I first began studying public finance, I was taught that there were three principles of taxation, all stemming from the seventeenth-century French politician Jean-Baptiste Colbert’s dictum to “so [pluck] the goose as to obtain the largest possible amount of feathers with the smallest possible amount of hissing.”

The first principle is always to broaden the tax base, so that you can hit your revenue target with the lowest possible (the least hiss-inducing) tax rates. The second is to tax items with inelastic demand, in order to minimize the tax system’s distortive effects on broader patterns of economic activity. Finally, the actors who should be taxed the most are those for whom the utility costs of paying taxes are the least – that is, the rich.

Keeping all three principles in mind, what is the broadest possible tax base upon which to tax the rich? It is their wealth, of course. And what good are the rich least willing to sacrifice in order to reduce their tax burden? Their wealth, of course.

Given these basic principles, it is obvious from a technocratic perspective that the tax system should contain a substantial wealth-tax component. Even those drawing on the work of economists Christophe Chamley and Ken Judd to argue that one should tax labor income in the long run seem to accept that establishing some level of wealth taxation should be a high priority in the immediate term.

That is why I was surprised to hear smart, sensible, public-spirited people opposing the wealth-tax proposals advanced by Elizabeth Warren, Bernie Sanders, and others. According to Alan D. Viard of the American Enterprise Institute, it would be “simpler and more prudent” to reform “the income tax and estate and gift taxes” than to pursue a wealth tax. Likewise, William Gale of the Brookings Institution supports higher taxes on the wealthy, but then says that he is “not ready to buy [in] to the wealth tax yet for a lot of reasons.” And Karl W. Smith of the Tax Foundation believes a wealth tax would “undermine a central animating idea of American capitalism.”

Moreover, when Saez and Zucman presented their wealth-tax proposal for a Brookings Institution conference, they were met by a chorus of naysayers, with many fearing that the policy would reduce Americans’ willingness to make risky investments. Even my former co-author Dean Baker of the Center for Economic Policy Research worries that a wealth tax would strengthen the incentive for the rich to “hire accountants, lawyers, and other people engaged in the tax avoidance/evasion industry.”

Similarly, my good friend and long-time patron Lawrence H. Summers warns that a wealth tax could actually increase the influence of money in politics and policymaking, arguing that if the rich cannot keep their wealth to pass down to future generations, they will instead spend it shaping society in the here and now. Summers sees the push for a wealth tax as a distraction: “For progressives to invest their energy in a proposal that the Supreme Court has a better-than-50% chance of declaring unconstitutional … seems to me to potentially sacrifice an immense opportunity.” Finally, the Tax Policy Center’s Janet Holtzblatt – who, as I learned back in 1993, is better at public finance than I am – notes that a wealth tax could come with “grave implementation and administrative challenges.”

Summers’s point about a potential wasted opportunity seems cogent. For an effective wealth tax to prove lasting, the US would also need a government committed to doubling the size of the Supreme Court. Between Bush v. Gore(2000), Citizens United v. Federal Election Commission (2011), and Senate Republicans’ refusal even to hold hearings on Merrick Garland’s nomination, such a move is more than justified.

The concerns about administrative and enforcement problems are also understandable. Defining and assigning a value to the wealth (and incomes) of the rich would be an immense and difficult undertaking. To simplify matters, the Internal Revenue Service perhaps should be given just one task: either to tax all income, or to tax wealth and labor income.

Yet looking beyond these details, I cannot help but think that the discussion has gone badly wrong. A basic public-finance point seems to have been lost. It should be a settled technocratic doctrine that a wealth tax is the ideal way to tax the wealthy. As such, shouldn’t the burden of proof lie not with proponents of a wealth tax, but with all who would defend a status quo that departs from that ideal benchmark? I am genuinely puzzled, and would love to hear a convincing response on that question.

 

Una tassa sulla ricchezza non è di buonsenso?

Di J. Bradford DeLong

 

BERKELEY – Non rimasi sorpreso quando competitori di primo piano delle primarie democratiche cominciarono ad appoggiare una “tassa sulla ricchezza” secondo l’indirizzo che era stato proposto dai miei colleghi Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez dell’Università della California, a Berkeley. Quello che mi ha sorpreso è stato il livello della bocciatura che questi candidati hanno ricevuto, in particolare da parte di coloro che dovrebbero essere favorevoli ad ogni cosa che orienti gli Stati Uniti verso un sistema fiscale più progressivo.

Quando agli inizi cominciai a studiare la finanza pubblica, mi venne insegnato che c’erano tre principi di tassazione, che derivavano tutti dalla massima del politico francese del diciassettesimo secolo Jean-Baptiste Colbert, secondo la quale “[si spenni] dunque l’oca in modo da ottenere la più ampia quantità di piume con il minimo starnazzo possibile”.

Il primo principio è sempre quello di allargare la base fiscale, in modo tale che si possa raggiungere il proprio obbiettivo di entrate con le aliquote fiscali più basse possibili (che inducono i minori starnazzi). Il secondo è di tassare oggetti con domanda anelastica, allo scopo di minimizzare gli effetti distorsivi del sistema fiscale sugli schemi più generali di funzionamento dell’economia. Infine, i soggetti che dovrebbero essere maggiormente tassati sono coloro per i quali i costi in termini di utilità del pagare le tasse sono minimi – ovvero, i ricchi.

Tenendo a mente tutti e tre i principi, qual è la più ampia base fiscale possibile sulla quale tassare i ricchi? È la loro ricchezza, naturalmente. E quale bene i ricchi sono meno disponibili a sacrificare allo scopo di ridurre il loro gravame col fisco [1]? La loro ricchezza, come è ovvio.

Dati questi principi di base, è evidente in una prospettiva tecnicistica che un sistema fiscale dovrebbe contenere una componente sostanziale di tassa sulla ricchezza. Persino coloro che fanno ricorso al lavoro degli economisti Christophe Chamley e Ken  Judd per sostenere che si dovrebbe, nel lungo periodo, tassare i redditi da lavoro, sembrano accettare che stabilire un qualche livello di tassazione della ricchezza dovrebbe essere, in termini immediati, un’alta priorità.

Questa è la ragione per la quale sono stato sorpreso nel sentire persone intelligenti, ragionevoli, orientate al bene comune opporsi alle proposte di una tassa sulla ricchezza avanzate da Elizabeth Warren, Bernie Sanders e altri. Secondo Alan D. Viard dell’American Enterprise Institute, sarebbe “più semplice e più prudente” riformare “la tassa sul reddito e le imposte sugli immobili e sulle donazioni” anziché proporsi una tassa sulla ricchezza. In modo analogo, William Gale del Brookings Institution è a favore di tasse più alte sui ricchi, ma poi dice di non essere “ancora pronto ad accettare la tassa sulla ricchezza per una quantità di ragioni”. E Karl W. Smith della Tax Foundation crede che una tassa sulla ricchezza “metterebbe a repentaglio un’idea animatrice centrale del capitalismo americano”.

Inoltre, quando Saez e Zucman hanno presentato la loro proposta di una tassa sulla ricchezza ad una conferenza del Brookings Institution, si sono imbattuti in un coro di bastian contrari, con molti che temevano che quella politica avrebbe ridotto la disponibilità degli americani a fare investimenti rischiosi. Persino il mio passato coautore Dean Baker del Center for Economic Policy Research teme che una tassa sulla ricchezza costituirebbe un incentivo per i ricchi ad “assumere commercialisti, avvocati e altra gente impegnata nel settore della elusione/evasione delle tasse”.

In modo simile, il mio buon amico e da lungo tempo sostenitore Lawrence H. Summers mette in guardia che una tassa sulla ricchezza potrebbe effettivamente aumentare l’influenza del denaro nella politica e nella direzione pubblica, sostenendo che se i ricchi non possono continuare a tramandare il denaro alle generazioni future, lo spenderanno invece nel condizionare la società qua ed oggi. Summers considera la spinta per una tassa sulla ricchezza come una distrazione: “Per i progressisti investire la loro energia in una proposta che la Corte Suprema ha più del 50 per cento di possibilità di dichiarare incostituzionale … mi sembra potenzialmente come sacrificare una immensa opportunità”. Infine. Janet Holtzblatt del Centro per la Politica Fiscale – che, come appresi nel passato 1993, è più ferrata di me in finanza pubblica – osserva che una tassa sulla ricchezza potrebbe comportare “pesanti adempimenti e sfide amministrative”.

L’osservazione di Summers a proposito di una potenziale opportunità sprecata sembra convincente. Perché una tassa sulla ricchezza si confermi duratura, gli Stati Uniti avrebbero anche bisogno di raddoppiare le dimensioni della Corte Suprema. Considerati gli esiti delle cause Bush contro Gore (2000), Cittadini Uniti contro la Commissione Elettorale Federale (2011) e il rifiuto del Senato persino a tenere audizioni sulla nomina di Merrick Garland, una iniziativa del genere è più che giustificata.

Anche le preoccupazioni sui problemi amministrativi e di applicazione della norma sono comprensibili. Definire ed assegnare un valore alla ricchezza (e ai redditi) dei ricchi sarebbe una iniziativa immensa e difficile. Per semplificare le cose, forse alla Agenzia delle Entrate si dovrebbe dare solo un compito: o tassare tutti i redditi, oppure tassare la ricchezza e i redditi da lavoro.

Tuttavia, andando oltre questi dettagli, io non posso capacitarmi che il dibattito prosegua in modo così evidentemente sbagliato. Pare si sia smarrito un argomento fondamentale della finanza pubblica. Dovrebbe essere stabilito da una consolidata dottrina tecnica che una tassa sulla ricchezza è il modo ideale di tassare i ricchi. Se è così, l’onere della prova non dovrebbe risiedere su tutti coloro che difendono uno status quo che si allontana da quell’ideale riferimento, anziché su coloro che propongono una tassa sulla ricchezza? Sono sinceramente disorientato e mi piacerebbe ascoltare una risposta convincente a tale domanda.

 

 

 

 

 

 

[1] Credo che si debba intendere nel senso che alterare, magari anche legalmente, i dati sulla ricchezza (renderli più elastici) è meno naturale che alterare i dati sul reddito.

 

 

 

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