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E adesso qualche pensiero di tutt’altro genere, di Paul Krugman (Newsletter di Krugman del 7 aprile 2020)

 

April 7, 2020

And now for something completely different,

Paul Krugman

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Many people, predictably, have reacted to the Covid-19 pandemic by insisting that it makes the case for whatever policies they were advocating before. Conservatives who believe in the magical power of tax cuts insist that we should respond to a pandemic by, you guessed it, cutting taxes. Anti-immigrant groups insist that it shows that we must stop immigration. Bernie Sanders supporters insist that for some reason it means that Democrats should turn away from Joe Biden. Advocates of a universal basic income insist that it shows why we need U.B.I.

So it’s kind of impressive, amid this orgy of confirmation bias, to find many mainstream economists — and, with a slight delay, the Democratic leadership in Congress — acknowledging that coronavirus economics really is different, that it calls for policies that are different from the usual recession-fighting playbook.

For the record: even if you believe that cutting taxes would greatly increase Americans’ incentive to work hard (which you shouldn’t), tax cuts aren’t the answer when millions of workers are necessarily idle because of a lockdown meant to limit viral infection.

And the coronavirus slump actually makes the case against universal basic income, even though part of that $2 trillion not-a-stimulus bill did involve sending everyone a check. What’s happening now is that a large number of American workers — maybe as many as one in four — have lost their income because of social distancing. These workers have bills to pay; they need replacement income close to what they were making before. The rest of the work force doesn’t need anything comparable.

And if you just send everyone a check, it will be either grossly inadequate for the newly unemployed, impossibly expensive, or both. Universal income, independent of circumstances, won’t do the job.

So what should our economic policy be? Over the past week or so mainstream economists have largely converged on the view that we should focus not on economic stimulus — we want part of the economy shut down for the time being — but on disaster relief for those losing their incomes.

What’s striking is that this is the answer coming even from Keynesian economists like Larry Summers, Olivier Blanchard, and yours truly, who generally favor fiscal stimulus in the form of spending to fight slumps, and have been urging the U.S. to take advantage of low interest rates to do a lot more public investment. You might have expected this gang of nerds to use the current slump as an excuse to pursue their (our) favorite policy.

But hard thinking about the nature of the current crisis says that infrastructure spending, however desirable it may be, doesn’t address the immediate issues. Enhanced unemployment benefits and aid to small businesses do get at the heart of the current problem. So that’s what serious economists are recommending, and Democrats in Congress have mostly come around to the same view.

Making your policy recommendations contingent on what’s actually happening in the world may not sound like a terribly hard test of intellectual integrity. But given the political world we live in, I’m actually impressed and gratified to see so many economists rising to the challenge.

 

E adesso qualche pensiero di tutt’altro genere,

di Paul Krugman

 

Molte persone, come era prevedibile, hanno reagito alla pandemia del Covid-19 insistendo che essa conferma l’idea di qualsiasi voglia politica essi stessero sostenendo prima. I conservatori che credono nel potere magico dei tagli delle tasse insistono che dovremmo rispondere alla pandemia, indovinate un po’, tagliando le tasse. I gruppi contro gli immigranti insistono che essa dimostra che dobbiamo fermare l’immigrazione. I sostenitori di Bernie Sanders insistono che per qualche ragione essa comporta che dovremmo voltare le spalle a Joe Biden. I sostenitori del reddito universale di base insistono che essa dimostra che abbiamo bisogno di quello.

Così fa un po’ impressione, in mezzo a questa orgia di conferme preconcette, trovare molti principali economisti – e, con un leggero ritardo, la leadership dei democratici del Congresso – riconoscere che l’economia del coronavirus è in realtà un’altra cosa, che essa richiede politiche diverse dalle consuete strategie di lotta alla recessione.

Per la cronaca: persino se credete che i tagli delle tasse accrescano grandemente l’incentivo degli americani a lavorare duro (e non dovreste), i tagli alle tasse non sono la risposta quando milioni di lavoratori sono necessariamente inerti a causa di un blocco fatto apposta per limitare l’infezione virale.

E la recessione del coronavirus in realtà contraddice il reddito universale di base, anche se parte di quei 2 mila miliardi di dollari che non servono allo stimolo hanno incluso lo spedire ad ognuno un assegno. Quello che adesso sta avvenendo è che un ampio numero di lavoratori americani – forse uno su quattro – hanno perso il loro reddito per il distanziamento sociale. Questi lavoratori hanno conti da pagare; hanno bisogno di un reddito sostitutivo vicino a quello che percepivano in precedenza. Il resto della forza lavoro non ha bisogno di niente di paragonabile.

E se si spedisce a tutti un assegno, esso sarà o del tutto inadeguato per i nuovi disoccupati ed esageratamente dispendioso, o entrambe le cose. Il reddito universale, indipendente dalle circostanze, non servirà a quello scopo.

Dunque, in cosa dovrebbe consistere la politica economica? Nella scorsa settimana o giù di lì alcuni principali economisti hanno ampiamente convenuto con il punto di vista secondo il quale non dovremmo concentrarci su uno stimolo dell’economia – nel tempo presente noi vogliamo che una parte dell’economia chiuda – ma su un aiuto nella calamità a coloro che perdono il loro reddito.

Quello che è impressionante è che questa risposta venga anche da economisti keynesiani come Larry Summers, Olivier Blanchard e il sottoscritto, che in generale sono a favore di uno stimolo all’economia nella forma di una spesa per combattere la recessione, ed hanno spinto perché gli Stati Uniti si avvantaggino dei bassi tassi di interesse per fare un bel po’ di maggiore investimento pubblico. Vi potevate aspettare che questa banda di esperti usasse la recessione come una scusa per perseguire la loro (la nostra) politica preferita.

Ma pensare seriamente alla natura della crisi attuale ci dice che la spesa sulle infrastrutture, per quanto possa essere desiderabile, non affronta le questioni immediate. Incrementare i sussidi di disoccupazione e aiutare le piccole imprese è ciò che va al cuore del problema attuale. Dunque è quello che seri economisti stanno raccomandando, e i democratici del Congresso si sono in gran parte raccolti attorno allo stesso punto di vista.

Avanzare raccomandazioni politiche corrispondenti a quello che sta realmente accadendo nel mondo non rappresenta una prova di integrità intellettuale particolarmente ardua. Ma considerato il contesto politico nel quale viviamo, sono effettivamente impressionato e lieto di constatare che tanti economisti siano all’altezza della sfida.

 

 

 

 

 

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