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Il modello armeno per la Bielorussia, di Carl Bildt (da Project Syndicate, 18 agosto 2020)

 

Aug 18, 2020

The Armenian Model for Belarus

CARL BILDT

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STOCKHOLM – With Belarusians taking to the streets in unprecedented numbers and refusing to be cowed by state violence, it is obvious that Belarusian President Alexander Lukashenko has failed in his bid to steal another election and prolong his time in power. By all standards, his days in power are now numbered.

Many commentators are comparing the situation in Belarus to Ukraine’s Orange and Maidan revolutions in 2004-05 and 2014, respectively. But Belarus is not Ukraine, and nor is it particularly helpful to apply the Maidan model to the scene playing out in Minsk and other Belarusian cities and towns.

Although domestic issues of corruption and mismanagement have undoubtedly played a role in Ukraine’s post-Cold War political developments, the main determining factor has been the wish to bring the country into the European fold. The Maidan movement was a direct response to then-Ukrainian President Viktor Yanukovich’s attempt to abandon the cause of European integration and reform. The revolutionaries openly mobilized under the banner of the European Union.

The uprising in Belarus is different. Domestic concerns are clearly playing the more salient role, and questions about the country’s orientation vis-à-vis Europe or Russia are almost totally absent. Belarusians are simply fed up with the 26-year reign of a man who is increasingly out of touch with society. The banner of the revolution is the forbidden white-red-white Belarusian national flag, which is likely soon to become the country’s official flag (as it was in 1918 and 1991-95). Indeed, no other banners have even made an appearance.

Still, while every political revolution must forge its own path, there are models available to help outside observers understand what may lie ahead. In Belarus’s case, I would offer an analogy not to Ukraine, but rather to Armenia in the spring of 2018, when mass demonstrations led to the resignation of longtime President Serzh Sargsyan and inaugurated a new democratic era for the country.

Armenia, too, has always had a close relationship with Russia, for both historical and strategic reasons. In 2013, the country abstained from joining Georgia, Moldova, and Ukraine in entering into a Deep and Comprehensive Free-Trade Agreement with the EU, opting instead to join the Russian-led Eurasian Economic Union (EEU).

During the events of 2018, there were justifiable fears that Russia would intervene in some way in order to forestall another “color revolution” in a former Soviet republic. But, because Armenia’s geopolitical orientation wasn’t poised to change, the Kremlin seems to have restrained itself.

Under the best of circumstances, the Armenian revolution could provide a template for Belarus. The immediate goal is for a transitional administration to pave the way for a new presidential election under international monitoring. To ensure a smooth process, Belarus’s external orientation should be kept off the table. The election and broader struggle must be solely about democracy within the country, and nothing else.

To create the conditions for the “Armenia model,” the EU must craft its coming sanctions carefully, targeting only the individuals who are responsible for and involved in the obvious falsification of the election and the ensuing violent crackdown on protesters. Any action that imposes costs on Belarusian society and the economy more broadly would be counterproductive.

Moreover, Europe and other Western powers will need to accept that a newly democratic Belarus will still be dependent economically on Russia, at least for now. Long-needed reforms to modernize the Belarusian economy will, one hopes, gradually make that relationship more balanced within the framework of the EEU.

Similarly, because a Ukraine-style association agreement with the EU won’t be an option, the priority should be to bring Belarus into the World Trade Organization, and to support it through the International Monetary Fund. Both of these processes would introduce conditions for domestic economic reforms, and the hope is that a democratic regime would quickly adopt them.

After its democratic revolution, Armenia continued to host a Russian military base outside of its capital, Yerevan. While Russia doesn’t have a comparable military presence in Belarus, it does have obvious security interests, with a small air force unit and two strategic facilities. On this and similar defense issues that do not represent a threat to anyone else, there is no reason why existing arrangements shouldn’t remain in place.

Whether Russian President Vladimir Putin would accept an Armenian-style political transition in Belarus is, of course, an open question. There are bound to be some in his inner circle issuing paranoid warnings about a slippery slope leading to NATO taking over. To head off those calling for a brutal crackdown to prevent any kind of democratic breakthrough, the West will have to be proactive in its diplomacy, making clear that it will support a democratic Belarus that still chooses to have close links to Russia.

The situation in Belarus is not a geopolitical struggle. It is a domestic matter, concerning the Belarusian people and a regime that has lost legitimacy and outlived its usefulness. Western diplomacy can help the Belarusian people arrive at a democratic outcome, but only if it is conducted wisely.

 

Il modello armeno per la Bielorussia,

di Carl Bildt

 

STOCCOLMA – Con i bielorussi che scendono in strada numerosi come mai e rifiutano la paura della violenza di stato, è evidente che il Presidente bielorusso Alexander Lukashenko non è riuscito ne suo tentativo di rubare ancora una volta le elezioni e di prolungare la sua permanenza al potere. Da tutti i punti di vista, adesso i suoi giorni al potere sono contati.

Molti commentatori stanno paragonando la situazione in Bielorussia alle rivoluzioni arancioni e di Maidan [1], rispettivamente nel 2005-05 e nel 2014. Ma la Bielorussia non è l’Ucraina, e neppure è particolarmente  fruttuoso applicare il modello Maidan alle scena in svolgimento a Minsk e in altre città e cittadine bielorusse.

Sebbene i temi nazionali della corruzione e del cattivo governo abbiano indubbiamente giocato un ruolo negli sviluppi politici successivi alla Guerra Fredda in Ucraina, il fattore principalmente determinante era stato il desiderio di portare il paese nell’ovile europeo. Il movimento Maidan fu una diretta risposta al tentativo dell’allora Presidente Viktor Yanukovich di abbandonare la causa dell’integrazione europea e delle riforme. I rivoluzionari si mobilitarono apertamente sotto la bandiera dell’Unione Europea.

La rivolta in Bielorussia è diversa. Le preoccupazioni nazionali stanno chiaramente giocando il ruolo più rilevante, e le questioni dell’orientamento del paese di fronte all’Europa o alla Russia sono quasi totalmente assenti. I bielorussi semplicemente non ne possono più del regno durato 26 anni di un un uomo che è sempre più scollegato dalla società. Il contrassegno della rivoluzione è la proibita bandiera nazionale bielorussa bianca, rossa e bianca, che è probabile divenga presto la bandiera ufficiale del paese (come era nel 1918 e nel 1991-95). In effetti, non sono nemmeno comparsi altri simboli.

Tuttavia, se ogni rivoluzione politica deve dare forma al suo proprio sentiero, ci sono modelli disponibili per aiutare gli osservatori esterni a comprendere cosa sta per accadere. Nel caso della Bielorussia io non offrirei una analogia con l’Ucraina, ma piuttosto con l’Armenia del 2018, quando manifestazioni di massa portarono alle dimissioni del Presidente da lungo tempo Serzh Sargsyan e inaugurarono una nuova epoca democratica nel paese.

Anche l’Armenia ebbe sempre strette relazioni con la Russia, per ragioni sia storiche che strategiche. Nel 2013, il paese si astenne dal prendere parte con la Georgia, la Moldavia e l’Ucraina alla adesione all’Accordo Profondo e Organico di Libero Commercio con l’UE,  scegliendo invece di partecipare all’Unione economica euroasiatica guidata dalla Russia (EEU).

Durante gli eventi del 2018 ci furono timori giustificabili che la Russia sarebbe in qualche modo intervenuta allo scopo di impedire un’altra “rivoluzione colorata” in una passata repubblica sovietica. Ma, poiché l’orientamento geopolitica dell’Armenia non era in procinto di cambiare, il Cremlino sembrò contenersi.

Nelle circostanze più propizie, la rivoluzione armena potrebbe fornire un modello per la Bielorussia. L’obbiettivo immediato è una amministrazione di transizione che apra la strada a nuove elezioni presidenziali sotto il controllo internazionale. Per garantire un processo tranquillo, l’orientamento esterno dela Bielorussia dovrebbe essere tenuto fuori dal tavolo. Le elezioni e la lotta più generale dovrebbero riguardare unicamente la democrazia all’interno del paese, e niente altro.

Per creare le condizioni di un “modello armeno” l’UE deve mettere in pratica con scrupolo le imminenti sanzioni, prendendo di mira gli individui singoli che sono responsabili e includendo l’evidente falsificazione delle elezioni e le successive violente repressioni dei manifestanti. Ogni iniziativa che comporti costi alla società bielorussa e all’economia più in generale sarebbe controproducente.

Inoltre, l’Europa e le altre potenze occidentali dovrebbero accettare che una rinnovata Bielorussia democratica sia economicamente dipendente dalla Russia, almeno per il momento. Le riforme da tanto tempo necessarie per modernizzare l’economia bielorussa, si spera, gradualmente renderanno quella relazione più equilibrata all’interno dello schema dell’Unione Economica Euroasiatica.

In modo simile, poiché un accordo di associazione con l’UE sul modello ucraino non sarà un’opzione, la priorità dovrebbe essere portare la Bielorussia all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e fornirle sostegno attraverso il Fondo Monetario Internazionale. Entrambi questi processi introdurrebbero condizioni per riforme economiche interne, e la speranza che un regime democratico le adotti rapidamente.

Dopo la sua rivoluzione democratica, l’Armenia ha continuato ad ospitare una base militare russa fuori dalla sua capitale, Yerevan. Mentre la Russia non ha una presenza militare paragonabile in Bielorussia, essa ha in effetti evidenti interessi di sicurezza, e una piccola unità di forze aeree e due strutture strategiche. Su queste e su simili tematiche di difesa che non rappresentano una minaccia per nessun altro, non c’è ragione perché gli accordi esistenti non debbano rimanere in funzione.

Che il Presidente russo Vladimir Putin accetti una transizione politica in Bielorussia di modello armeno è, naturalmente, una questione aperta.  Ci sono certamente alcuni nella sua cerchia più ristretta che si pronunciano con ammonimenti paranoidi su una scivolosa tendenza che porterebbe ad una annessione nella NATO. Per mettere le mani avanti su queste richieste di un repressione brutale per evitare ogni genere di svolta democratica, l’Occidente dovrà avere spirito di iniziativa nella sua diplomazia, rendendo chiaro che sosterrà una Bielorussia democratica che ancora scelga di avere rapporti stretti con la Russia.

La situazione in Bielorussia non è una battaglia geopolitica. È una faccenda interna, che riguarda il popolo bielorusso e un regime che ha perso la sua legittimazione ed è sopravvissuto al suo scopo. La diplomazia occidentale può aiutare il popolo bielorusso a giungere ad un risultato democratico, ma solo se è orientata con saggezza.

 

 

 

 

 

 

[1] “Maidan” in ucraino significa “piazza”.

 

 

 

 

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