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Il canto della sirena dell’austerità, di J. Bradford DeLong (da Project Syndicate, 19 novembre 2020)

 

Nov 19, 2020

The Siren Song of Austerity

BRADFORD DELONG

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BERKELEY – Ten years and ten months ago, US President Barack Obama announced in his 2010 State of the Union address that it was time for austerity. “Families across the country are tightening their belts and making tough decisions,” he explained. “The federal government should do the same.” Signaling his willingness to freeze government spending for three years, Obama argued that, “Like any cash-strapped family, we will work within a budget to invest in what we need and sacrifice what we don’t.” So great was the perceived need for austerity that he even vowed to “enforce this discipline by veto,” just in case congressional Democrats had something else in mind.

Immediately following these remarks, which appeared to fly in the face of economic common sense, some in the Obama administration tried to convince me that the president was merely engaging in Dingbat Kabuki Theater. The implication was that the administration would, of course, continue to use fiscal policy to reduce unemployment through tax cuts and spending on items that were exempt from the freeze: “national security, Medicare, Medicaid, and Social Security.”

But political theater can have a powerful effect on policy debates, determining which arguments can and cannot command broad assent in the public sphere. After the 2008 financial crisis, I and others had argued that in an environment of still-high unemployment and extremely low interest rates, the cost of continued government borrowing and spending would be trivial compared to the benefits. Yet Obama’s rhetoric lent austerity the bipartisan gloss that it needed to prevail.

Never mind that the US prime-age employment rate was still a dismal 75.1%, having fallen from 80% in early 2007 (and from almost 82% in mid-2000). Owing to the embrace of austerity, the employment rate was still only 75.6% when Obama gave his Second Inaugural Address in January 2013. Almost three years later, it remained at 77.4% – making up less than half the loss since 2007, and just one-third of the loss since 2000. Nonetheless, then-Federal Reserve Chair Janet Yellen announced in December 2015 that the economy would soon be running “too hot” unless interest rates were raised.

In the event, the Fed started raising its benchmark rate for the first time in a decade. The US prime-age employment rate did not return to its 2007 level until August 2019, and even then, US national income was still 8.3% below its 2000-07 growth trend, meaning that none of the lost real income and production output since Obama’s January 2010 speech had been recouped.

In 2012, Lawrence H. Summers, the director of Obama’s National Economic Council until January 2011, and I warned that without a renewal of aggressive fiscal stimulus, prime-age employment, productivity, and real incomes would never recover to their pre-2007 trends. We were right about the latter two, while the prime-age employment rate eventually recovered only after 12 years (three times longer than in previous post-World War II business cycles).

Summers and I considered it a matter of elementary arithmetic. The rates at which savers around the world were lending to the US government, we noted, implied a willingness to pay the government to keep their wealth safe. Not only was there no cost to government borrowing; there also was no need to divert resources to service the debt.

Under those conditions, borrowing to fund additional stimulus would have been wholly beneficial. Although there might well come a time when savers would lose their taste for holding US government debt, and when policies to curtail the debt would be appropriate, 2012 certainly wasn’t it.

Needless to say, our arguments had little if any impact. But I am reminded of this now-ancient history because it increasingly looks like we are about to repeat it.

Owing to the COVID-19 pandemic, US prime-age employment is back down to 76%, just a little higher than it was in 2010. Remember, in normal times (before 2007-08), one-fifth of prime-age Americans were neither employed nor looking for a job; but now, an extra 5% of the population has been added to this cohort. That is millions of people who could be performing any number of useful paid tasks that are currently being left undone.

Under a sane national policy, the federal government would spend as much money as it takes to generate the demand necessary to make it worthwhile for employers to re-hire this one-twentieth of the working-age population. Worries about what we can afford would be set aside until the day the world’s savers no longer regard US government debt as a special, singularly valuable asset. That day may never come.

As John Maynard Keynes famously observed during World War II, “What we can do, we can afford.” Today, the point is even more obvious. We do not even have to figure out how to finance the response to the current crisis; that part of the equation has already worked itself out.

 

Il canto della sirena dell’austerità,

di J. Bradford DeLong

 

BERKELEY – Dieci anni e dieci mesi orsono, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama annunciò nel suo discorso del 2010 sullo Stato dell’Unione che era tempo di austerità. “Le famiglie in tutto il paese stanno stringendo le loro cintole e prendendo decisioni severe”, spiegò. “Il Governo federale dovrebbe fare lo stesso”. Segnalando la sua disponibilità a congelare la spesa pubblica per tre anni, Obama sostenne che: “Come ogni famiglia in difficoltà finanziarie, dobbiamo lavorare entro un bilancio per investire su ciò di cui abbiamo bisogno e sacrificare ciò che non è urgente”. Il bisogno dell’austerità veniva percepito così intensamente che egli promise di “mettere in atto questa disciplina tramite il veto”, nel caso che i democratici del Congresso avessero qualcos’altro in mente.

Immediatamente dopo queste osservazioni, che sembravano in contrasto con il buon senso economico, qualcuno nell’Amministrazione Obama cercò di convincermi che il Presidente si era semplicemente impegnato in una rappresentazione del Teatro del Dingbat Kabuki [1]. Il senso era che l’Amministrazione, ovviamente, avrebbe continuato a utilizzare la politica finanziaria pubblica attraverso i tagli alle tasse e la spesa sulle tematiche che erano esenti dal congelamento: “la sicurezza nazionale, Medicare, Medicaid e il sistema pensionistico”.

Ma il teatro in politica può avere un effetto potente sui dibattiti politici, determinando quali argomenti possono o non possono predisporre il consenso generale  nella sfera pubblica. Dopo la crisi finanziaria del 2008, io ed altri sostenemmo che in un contesto di disoccupazione ancora elevata e di bassi tassi di interesse, a confronto con i benefici, il costo di una prosecuzione dell’indebitamento e della spesa pubblica sarebbe stato banale. Tuttavia la retorica di Obama fornì all’austerità una patina interpartitica che era necessaria perché prevalesse.

Non contava che il tasso di occupazione statunitense nella principale età lavorativa [2] fosse ancora uno scadente 75,1%, essendo caduto dall’80% agli inizi del 2007 (e da quasi l’82% alla metà del 2000). A seguito dell’abbraccio dell’austerità, il tasso di occupazione era ancora soltanto il 75,6% quando Obama tenne il secondo Discorso Inaugurale nel gennaio del 2013. Quasi tre anni dopo, era rimasto al 77,4% – realizzando meno della metà della perdita dal 2007, e solo un terzo della perdita dal 2000. Ciononostante, l’allora Presidente della Federal Reserve Janet Yellen, a dicembre del 2015, annunciò che presto l’economia avrebbe preso a correre “troppo intensamente” se i tassi di interesse non fossero stati alzati. Nell’occasione, la Fed cominciò ad alzare per la prima volta in un decennio il suo tasso di riferimento. Il tasso di occupazione nella principale età lavorativa non tornò al suo livello del 2007 sino ad agosto del 2019, e anche allora il reddito nazionale degli Stati Uniti era ancora dell’8,3% al di sotto della sua tendenza di crescita tra il 2000 e il 2007, il che significava che niente della perdita del reddito reale e dell’andamento della produzione dal discorso di Obama del gennaio 2010 era stato recuperato.

Nel 2012, Lawrence H. Summers, il direttore del Consiglio Economico Nazionale di Obama sino al gennaio 2011, e il sottoscritto eravamo preoccupati che senza una ripresa di uno stimolo aggressivo della finanza pubblica, l’occupazione nella principale età lavorativa, la produttività e i redditi reali non sarebbero mai tornati alle loro tendenze precedenti il 2007. Sul secondo aspetto avevamo ragione, mentre il tasso di occupazione nella principale età lavorativa alla fine recuperò soltanto dopo 12 anni (un tempo tre volte maggiore che non nei cicli economici precedenti del periodo post bellico).

Summers e il sottoscritto la consideravamo una questione di elementare matematica. I tassi ai quali i risparmiatori nel mondo stavano dando prestiti al Governo degli Stati Uniti, osservavamo, comportavano una disponibilità a pagare il Governo perché mantenesse al sicuro la loro ricchezza. Non solo non c’era alcun costo per l’indebitamento pubblico; non c’era nemmeno alcun bisogno di dirottare risorse verso il servizio del debito [3].

A quelle condizioni, indebitarsi per finanziare uno stimolo aggiuntivo sarebbe stato interamente vantaggioso. Sebbene poteva ben arrivare un momento nel quale i risparmiatori avrebbero perso la loro soddisfazione per il possesso di titoli del debito pubblico statunitense, e nel quale politiche per tagliare il debito sarebbero state appropriate, quel momento non era certo il 2012.

Non è il caso di dire che i nostri argomenti non ebbero alcun effetto, neppure piccolo. Ma mi sono ricordato di questa storia ormai antica perché sembra sempre più probabile che essa stia per ripetersi.

A seguito della pandemia del Covid-19, l’occupazione statunitense nella prima età lavorativa è tornata al 76%, solo un po’ più alta di quello che era nel 2010. Si ricordi, in tempi normali (prima del 2007-2008), un quinto degli americani nella principale età lavorativa non erano occupati e nemmeno cercavano posti di lavoro; ma adesso, un 5% aggiuntivo della popolazione si è aggiunto a questa schiera. Sono milioni di persone che potrebbero soddisfare un qualche numero di utili obbiettivi retribuiti che attualmente vengono lasciati inutilizzati.

Con una politica nazionale sana, il Governo federale spenderebbe il denaro occorrente per generare la domanda necessaria per rendere conveniente per i datori di lavoro riassumere un decimo della popolazione in età di lavoro. Le preoccupazioni su quello che possiamo permetterci dovrebbero essere messe da parte sino al giorno che i risparmiatori mondiali non considerino più il debito pubblico degli Stati Uniti come un asset particolare, di singolare valore. Quel giorno potrebbe non venire mai.

Come osservò John Maynard Keynes durante la Seconda Guerra Mondiale, “Quello che possiamo fare, possiamo permettercelo”. Oggi, le cose sono persino più evidenti. Non dobbiamo neppure immaginarci come finanziare la risposta alla crisi attuale; quella parte di equazione si è già risolta da sola.

 

 

 

 

 

 

[1] Spettacolo teatrale popolare giapponese noto nel 1600, prediletto dai chonin, ovvero dalla emergente classe borghese cittadina composta di commercianti, professionisti, artigiani. La sua caratteristica era quella di escludere caratterizzazioni complesse dei personaggi di natura morale o politica, piuttosto concentrandosi sulla loro tipicità e su una enfasi emotiva sulle loro nature.

[2] Il “tasso di occupazione nella principale età lavorativa” indica di solito il livello di occupazione nella popolazione tra i 25 ed i 54 anni. È una misura particolarmente utile nella valutazione dei livelli di partecipazione al lavoro, perché depura i dati dalle età nelle quali essi sono normalmente influenzati dai livelli di scolarizzazione o di pensionamento. Ad esempio, è spesso usata per paragonare in modo più realistico i diversi tassi di occupazione statunitensi ed europei.

[3] Ovvero, per pagare un livello aggiuntivo di interessi.

 

 

 

 

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