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Il soccorso pandemico è in aggiunta, non in alternativa Di Paul Krugman (dal blog di Krugman, 27 gennaio 2021)

 

Jan 27, 2021

Pandemic Rescue: It’s ‘And’ Not ‘Or’

By Paul Krugman

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President Biden is proposing a large relief package to deal with the continuing fallout from the coronavirus. The package is expansive, as it should be. But it is, predictably, facing demands that it be scaled back. Which, if any, of these demands have some validity?

We can discount opposition from Republican leaders who have suddenly decided, after years of enabling deficits under Trump, that federal debt is a terrible thing. We’ve seen this movie before, during the Obama years: Republicans oppose economic aid not because they believe it will fail but because they fear it might succeed, both helping Democrats’ political prospects and legitimizing an expanded role for government.

But there are also some good-faith objections to parts of the Biden proposal, coming from Democrats like Joe Manchin and progressive economic commentators like Larry Summers. What these commentators object to, mainly, are plans for broadly distributed “stimulus checks” (they aren’t checks and they aren’t stimulus, but never mind): payments of $1400 to many families.

I’m posting this note to explain why I believe that these objections are wrong. To be more precise, I’d argue that these critics are giving the right answer to the wrong question.

Let’s start from common ground: The main purpose of the proposed plan isn’t stimulus, it’s disaster relief. The U.S. economy will remain depressed as long as the pandemic is rampant, so the goal is to help those parts of our society hit hard by the constrained economy to make it through with minimum damage. This includes families with unemployed workers, state and local governments that can’t run deficits and are taking a financial hit, and businesses hurt by lockdown.

The core of the package, then, is aid to these afflicted groups — enhanced unemployment benefits, aid to state and local governments, and business financial relief. And these things, along with specific pandemic and vaccine funding, account for most of the proposed outlays.

The controversial part is those broad-based grants to families, many of which would go to Americans who are doing OK. And the critics are right to say that many of those who would receive payment wouldn’t need the money.

Where they go wrong is in assuming that the stimulus checks (I’ll call them that, since everyone else does) are in competition with the other parts of the package.

The fact is that the U.S. government is not financially constrained. It has no trouble borrowing, and borrowing is very cheap, with the 10-year interest rate barely above one percent.

This interest rate is far below the economy’s expected growth rate. The Congressional Budget Office expects the dollar value of potential GDP — output at full employment — to grow at an annual rate of 3.7 percent over the next decade. What this means is that borrowing now will not store up big burdens for the future: Any debt we incur will tend to melt away as a share of GDP over time.

So there isn’t a relevant dollar limit on the amount we can spend on economic rescue. The constraints are, instead, political: The crucial thing is to build enough support for aid to those who do need it.

And stimulus checks would help build that support, for two reasons.

One is that the checks would play a useful role. Unemployment benefits won’t reach everyone hurt by the pandemic, so some of the outlays on broad payments would reach people who need help. They wouldn’t be as well targeted as other aid, but again, money is not the constraint here.

The other is that stimulus checks are both very popular and something Democrats have promised. So why not honor that promise and do something that builds support for all the measures in the rescue package?

Put it this way: Given the economic and political situation we’re in, stimulus checks are an “and,” not an “or.” They’re complementary to other emergency relief, not in competition with it.

What about concerns that we’ll end up providing too much aid, and that it will be inflationary?

I’m actually an optimist about near-term economic prospects. There’s a quite good chance that the economy will come roaring back late this year, once vaccinations have produced herd immunity and Americans can resume normal life. If and when that happens, the economy won’t need whatever stimulus the rescue package is still providing.

But so what? We’ll be coming out of the pandemic with inflation still below the Fed’s target, and it would do little harm to overshoot that target and run the economy hot, leading to a bit of excess inflation — and a bit is all that would happen, because inflation responds slowly to economic conditions. If the boom gets big enough and goes on long enough that inflation actually starts to look like a concern, the Fed can always rein it in by modestly raising interest rates.

We need to remember the lesson of the 2009 stimulus: The risks of doing too little are much bigger than the risks of doing too much. Do too little and you probably won’t get a second chance; do too much and the Fed can easily contain any pickup in inflation.

So please, don’t nitpick this plan. Not every dollar has to be spent in the best possible way. Speed, simplicity and broad support, not purity, are of the essence.

 

Il soccorso pandemico è in aggiunta, non in alternativa

Di Paul Krugman

 

Il Presidente Biden sta proponendo un ampio pacchetto di aiuti per misurarsi con le perduranti conseguenze negative della pandemia. Il pacchetto è costoso, quanto è giusto che sia. Ma sta andando incontro a richieste, come era prevedibile, di una riduzione. Quali di queste richieste hanno qualche validità, ammesso che ce ne sia qualcuna?

Possiamo non considerare l’opposizione dei dirigenti repubblicani che d’un tratto hanno deciso, dopo anni di autorizzazione ai deficit sotto Trump, che il debito federale è una cosa terribile. Abbiamo visto questo film in precedenza, durante gli anni di Obama: i repubblicani si oppongono all’aiuto economico non perché credono che non funzioni ma perché temono che abbia successo, aiutando le prospettive politiche dei democratici e legittimando un ruolo più ampio da parte del Governo.

Ma ci sono anche obiezioni in buona fede ad alcune parti della proposta di Biden, che vengono da democratici come Joe Manchin e da commentatori economici progressisti come Larry Summers. Quello che questi commentatori principalmente contestano sono i programmi per la distribuzione generalizzata degli “assegni per lo stimolo dell’economia” (non sono assegni e non servono a stimolare l’economia, ma tant’è): i contributi di 1.400 dollari a molte famiglie.

Sto pubblicando questa nota per spiegare perché credo che queste obiezioni siano sbagliate. Per essere più preciso, direi che questi critici stanno dando la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Cominciamo dalle cose sulle quali concordiamo: lo scopo principale del programma proposto non è lo stimolo dell’economia, è l’aiuto nella emergenza. L’economia statunitense resterà depressa finché la pandemia sarà aggressiva, dunque l’obbiettivo è aiutare quelle parti della nostra società duramente colpite dall’economia forzata, in modo che sopportino il minimo danno. Questo include le famiglie con lavoratori disoccupati, i governi degli Stati e delle comunità locali che non possono gestire deficit e sono colpiti sul piano finanziario e le imprese danneggiate dal blocco delle attività.

Il cuore del pacchetto, dunque, riguarda l’aiuto a questi gruppi in difficoltà – sussidi di disoccupazione aumentati, aiuto agli Stati ed ai governi locali e sollievo finanziario alle imprese. E queste cose, assieme a finanziamenti specifici sulla pandemia e sui vaccini, pesano per la maggioranza delle spese proposte.

La parte controversa sono quelle sovvenzioni ad ampio spettro alle famiglie, molte delle quali andrebbero ad americani che stanno bene. E i critici hanno ragione a dire che molti di coloro che riceveranno le sovvenzioni non avrebbero bisogno di soldi.

Dove sbagliano è nel considerare che gli assegni per lo stimolo economico (li chiamerò così, dato che lo fanno tutti) siano in competizione con altre parti del pacchetto.

Il fatto è che il Governo degli Stati Uniti non è finanziariamente condizionato. Non ha difficoltà a indebitarsi e indebitarsi è molto conveniente, con i tassi di interesse decennali appena sopra l’uno per cento.

Il tasso di interesse è molto al di sotto del tasso di crescita atteso dell’economia. L’Ufficio Congressuale del Bilancio si aspetta che il valore in dollari del PIL potenziale – la produzione in condizioni di piena occupazione – cresca nel prossimo decennio ad una tasso annuale del 3,7 per cento. Quello che questo significa è che indebitarsi adesso non comporterà grandi oneri per il futuro: ogni debito che assumiamo tenderà a dissolversi nel corso del tempo come una quota del PIL.

Dunque, non c’è un rilevante limite in dollari sulla quantità che possiamo spendere nel soccorso all’economia. I limiti sono, piuttosto, di natura politica: la questione cruciale è realizzare un sostegno sufficiente per aiutare coloro che ne hanno bisogno.

E gli assegni per lo stimolo economico aiuterebbero a realizzare quel sostegno, per due ragioni.

Una è che gli assegni giocherebbero una funzione utile. I sussidi di disoccupazione non raggiungeranno tutti coloro che sono stati colpiti dalla pandemia, dunque alcuni degli esborsi per le sovvenzioni generalizzate andrebbero a persone che hanno bisogno di aiuto. Non sarebbero così bene mirati come altre forme di aiuto, ma, di nuovo, in questo caso il denaro non è il limite.

L’altra è che gli assegni per lo stimolo dell’economia sono molto popolari e sono qualcosa che i democratici hanno promesso. Perché dunque non onorare quella promessa e fare qualcosa che costruisca un sostegno a tutte le misure nel pacchetto dei soccorsi?

Mettiamola in questo modo: data la situazione economica e politica nella quale siamo, gli assegni per lo stimolo dell’economia sono “in aggiunta”, non “in alternativa”. Sono complementari ad altri aiuti nell’emergenza, non in competizione con essi.

Cosa si può dire delle preoccupazioni secondo le quali finiremo col concedere troppo aiuto e col provocare effetti inflazionistici?

In realtà, io sono ottimista sulle prospettive economiche a breve termine.  C’è una possibilità abbastanza buona che l’economia torni a ruggire alla fine di quest’anno, una volta che i vaccini abbiano prodotto l’immunità di gregge e che gli americani possano riprendere una vita normale. Se e quando ciò accadrà, l’economia non avrà bisogno di nessuno stimolo che il pacchetto di aiuti starà ancora fornendo.

E allora qual è il problema? Stiamo venendo fuori dalla pandemia con una inflazione ancora al di sotto dell’obbiettivo della Fed, e ci sarebbe poco danno a oltrepassare quell’obbiettivo e a far riscaldare l’economia, portando a un po’ di inflazione in eccesso – e poca inflazione è tutto quello che accadrebbe, giacché essa risponde con lentezza alle condizioni economiche. Se l’espansione diverrà abbastanza forte e procederà abbastanza a lungo da cominciare effettivamente a far apparire l’inflazione come una preoccupazione, la Fed potrà sempre tenerla a freno elevando modestamente i tassi di interesse.

Dobbiamo ricordarci della lezione delle misure di stimolo del 2009: i rischi di fare troppo poco sono molti più grandi dei rischi di fare troppo. Se si fa troppo poco probabilmente non si avrà una seconda possibilità; se si fa troppo la Fed può facilmente contenere ogni accelerazione dell’inflazione.

Dunque, per favore, non cerchiamo il pelo nell’uovo in questo programma. Non sarà speso nel miglior modo possibile ogni dollaro. Ma la velocità, la semplicità e l’ampio sostegno, non la perfezione, sono la sostanza.

 

 

 

 

 

 

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