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Finalmente, qualche buona notizia sull’inflazione, di Paul Krugman (New York Times, 11 agosto 2022)


Aug. 11, 2022

Finally, Some Good News on Inflation

By Paul Krugman

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This is not the end of inflation. It is not even the beginning of the end. But it is, perhaps, the end of the beginning.

On Wednesday, the Bureau of Labor Statistics reported something we haven’t seen since the depths of the pandemic recession: a month without inflation. That is, the average price of the goods and services consumers buy was no higher (actually slightly lower) in July than it was in June.

Before I get to what the latest inflation numbers mean, two notes on reactions to the report.

First, there is absolutely no reason to question the numbers. There were many advance indications that this report, and probably the next few reports, would show a sharp drop in inflation. In fact, I wrote about that last week. It’s not just falling gasoline prices; business surveys point to declining inflation and supply chain problems are easing. Zero was a somewhat lower number than most observers expected, but not wildly so.

Second, the enraged reaction of Republicans to the report came as something of a surprise, at least to me — not that it happened, but the form their outrage took. I expected them to accuse the Biden administration of cooking the books. Instead, most of the flailing seemed to involve a failure to understand the difference between monthly and annual numbers.

When President Biden declared, accurately, that we had zero inflation in July, many on the right accused him of lying, because prices in July 2022 were 8.5 percent higher than they were in July 2021. Do they really not understand the difference? To be fair, sloppy business reporting may have contributed to their confusion — I saw many headlines to the effect that “inflation was 8.5 percent in July.” But the more fundamental issue, surely, is that it’s difficult to get people to understand something when their sloganeering depends on their not understanding it.

OK, but what about the substantive implications of the Big Zero?

Unfortunately, one month of zero inflation doesn’t mean that the inflation problem is solved. Economists have long known that you get a much better read on underlying inflation if you strip out highly volatile prices — normally food and energy, but there are a variety of measures of core inflation, and all of them are still unacceptably high. That’s a clear indication that the economy is running too hot. The Federal Reserve has been raising interest rates to cool things down, and nothing in Wednesday’s report should or will induce the Fed to change course.

The Fed might, however, take some comfort from a different report, released Monday: the New York Fed’s monthly Survey of Consumer Expectations, which showed “substantial declines in short-, medium- and longer-term inflation expectations.”

Ever since prices took off last year, Fed officials have been concerned that inflation might become entrenched. What they mean is that businesses and consumers might come to believe that large price increases are the new normal, making inflation self-perpetuating, and that getting inflation back down would require putting the economy into a severe, extended slump. That’s what most economists think happened in the 1970s, and it’s not an experience anyone wants to repeat.

The good news is that there doesn’t seem to be any entrenching going on. Public expectations of future inflation are falling, not rising; financial markets also seem to anticipate much lower inflation than we’ve seen over the past year.

Despite this good news, the Fed will surely keep raising rates until it sees clear evidence that underlying inflation is coming down. But it has some breathing room to be less aggressive than it might otherwise have been, waiting to see how the economic situation develops.

Overall, falling inflation probably won’t have much effect on economic policy. It might, however, have big political implications.

The truth, although Republicans go feral when you point it out, is that Joe Biden has presided over a huge jobs boom. Yet he has gotten no credit for that boom, possibly in part because many Americans don’t know about it, but largely because voters are focused on inflation — especially the fact that prices have risen faster than wages, reducing families’ purchasing power.

Now at least that part of the story has gone into reverse. Wages are still rising fast, which is actually one reason to believe that underlying inflation remains high. But for now, at least, inflation has slowed, so workers will be seeing significant real wage gains. Indeed, average real wages rose half a percentage point in July alone.

Hence G.O.P. outrage over accurate reporting on July’s inflation numbers. Republicans had been counting on high inflation, and high gas prices in particular, to deliver big gains for their party in the midterm elections. Suddenly, however, the economic facts have a liberal bias: Gas prices are plunging, inflation is down, and real wages are up.

Will these facts make a difference in November? I have no idea. But the current hysteria on the right shows that Republicans are worried that they might.


Finalmente, qualche buona notizia sull’inflazione,

di Paul Krugman


Questa non è la fine dell’inflazione. Non è neppure l’inizio della fine. Ma è, forse, la fine dell’inizio.

Mercoledì, l’Ufficio della Statistiche del Lavoro ha pubblicato qualcosa che non vedevamo dal periodo della più profonda recessione pandemica: un mese senza inflazione. Ovvero, il prezzo medio dei beni e dei servizi acquistati dai consumatori a luglio non era più alto (in effetti, leggermente più basso) di quello che era stato a giugno.

Prima di venire a quello che gli ultimi dati sull’inflazione significano, due osservazioni sulle reazioni alla notizia.

Anzitutto, non c’è assolutamente alcuna ragione per dubitare dei dati. C’erano state in anticipo molte indicazioni che questa notizia, e probabilmente le prossime notizie, avrebbero mostrato una brusca caduta dell’inflazione. Di fatto, ne avevo scritto la settimana passata. Non si tratta soltanto dei prezzi della benzina; i sondaggi sulle imprese indicano un declino dell’inflazione e i problemi delle catene dell’offerta si stanno allentando. Lo zero era in qualche modo un dato che la maggior parte degli osservatori si aspettavano, ma non così all’improvviso.

In secondo luogo, la reazione infuriata dei repubblicani al rapporto è stata un po’ una sorpresa, almeno per me – non perché ci sia stata, ma per la forma che ha preso la loro indignazione. Mi aspettavo che accusassero l’Amministrazione Biden di aver manipolato i dati. Invece, la maggior parte della agitazione è parsa dipendere dall’incapacità di capire la differenza tra i dati mensili e quelli annuali.

Quando il Presidente Biden ha dichiarato, correttamente, che avevamo avuto zero inflazione a luglio, molti a destra l’hanno accusato di mentire, perché i prezzi del luglio 2022 erano dell’8,5 per cento più alti del luglio 2021. Davvero non capiscono la differenza? Ad esser giusti, i resoconti sciatti sulle imprese possono aver contribuito alla loro confusione – ho visto molti titoli ad effetto secondo i quali “a luglio l’inflazione è stata dell’8,5 per cento”. Ma il tema più fondamentale, sicuramente, è che è difficile che la gente capisca qualcosa quando i loro slogan dipendono dal non capirlo.

Va bene, ma che dire delle implicazioni di sostanza del Grande Zero?

Sfortunatamente, un mese di inflazione pari a zero non comporta che il problema dell’inflazione sia risolto. Da tempo gli economisti sanno che è molto meglio per comprendere l’inflazione sostanziale escludere i prezzi altamente volatili – normalmente i generi alimentari e l’energia, ma ci sono una varietà di misurazioni dell’inflazione sostanziale, e sono ancora tutte inaccettabilmente elevate. Quella è una chiara indicazione che l’economia è ancora surriscaldata. La Federal Reserve sta alzando i tassi di interesse per raffreddare la situazione, e niente nel rapporto di mercoledì dovrebbe indurre,  né indurrà, la Fed a cambiare indirizzo.

Tuttavia, la Fed dovrebbe trarre un qualche conforto da un diverso rapporto, pubblicato lunedì: il Sondaggio sulle Aspettative dei Consumatori della Fed di New York, pubblicato mensilmente, cha ha mostrato “cali sostanziali nelle aspettative di inflazione a breve e a più lungo termine”.

I dirigenti della Fed, dal momento in cui i prezzi sono decollati l’anno passato, sono sempre stati preoccupati che l’inflazione potesse mettere radici. Essi si riferiscono al fatto che le imprese e i consumatori potrebbero arrivare a credere che ampi incrementi dei prezzi siano la nuova normalità, al punto che l’inflazione  si perpetui da sola, e che riportarla in basso richiederebbe costringere l’economia ad una severa e prolungata recessione. Ciò è quello che la maggioranza degli economisti pensa sia accaduto negli anni ’70, ed è una esperienza che nessuno vuole ripetere.

La buona notizia è che non sembra esserci alcun radicamento in corso. Le aspettative dell’opinione pubblica sulla inflazione futura sono in calo, non in crescita; anche i mercati finanziari sembrano prevedere un’inflazione molto più bassa di quella che abbiamo avuto l’anno passato.

Nonostante queste buone notizie, la Fed sicuramente continuerà ad alzare i tassi finché non vede una chiara prova che l’inflazione sostanziale sta abbassandosi. Ma essa ha un qualche margine per essere meno aggressiva di quanto sarebbe stata altrimenti, in attesa di vedere come la situazione economica si sviluppa.

Nel complesso, l’inflazione in calo probabilmente non avrà molto effetto sulla politica economica. Essa potrebbe, tuttavia, avere grandi implicazioni politiche.

La verità, anche se i repubblicani divengono ferini quando lo mettete in evidenza, è che Joe Biden ha governato nel corso di una grande espansione dei posti di lavoro. Tuttavia non ha ricevuto alcun merito per quella espansione,  in parte probabilmente perché molti americani non ne sono stati consapevoli, ma in larga parte perché gli elettori sono concentrati sull’inflazione – particolarmente su fatto che i prezzi sono cresciuti più velocemente dei salari, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie.

Adesso, almeno quella parte della storia si sta invertendo. I salari stanno ancora crescendo velocemente, che effettivamente è una ragione per credere che l’inflazione sostanziale resti elevata. Ma, almeno al momento, l’inflazione ha rallentato, cosicché i lavoratori vedranno guadagni salariali reali significativi. In effetti, soltanto nel mese di luglio la media dei salari reali è cresciuta di mezzo punto percentuale.

Da qua l’indignazione del Partito Repubblicano per il corretto resoconto dei dati dell’inflazione di luglio. I repubblicani contavano che un’alta inflazione, e in particolare alti prezzi della benzina, dessero al loro partito grandi vantaggi nelle elezioni di medio termine. All’improvviso, tuttavia, i fatti economici mostrano una tendenza progressista: i prezzi della benzina stanno crollando, l’inflazione cala e i salari reali crescono.

Questi fatti faranno una differenza a novembre? Non ne ho idea. Ma l’attuale isteria nella destra mostra che i repubblicani sono preoccupati che possano farla.







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