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L’economia di guerra arriva in Europa, di Paul Krugman (New York Times, 8 settembre 2022)


Sept. 8, 2022

Wartime Economics Comes to Europe

By Paul Krugman

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The West isn’t exactly at war with Russia. However, it isn’t exactly not at war, either. Western weapons have helped Ukraine to stall Russia’s invasion and even to counterattack, while Western economic sanctions have clearly created serious problems for Russian industry.

Russia has retaliated with a de facto embargo on exports of natural gas to Europe. This shows how Vladimir Putin actually thinks the war is going. After all, this will have huge long-run costs: Nobody will ever again consider Russia a reliable trading partner. But Putin appears willing to bear those costs in an attempt to bully the West into reducing its support for Ukraine — which he wouldn’t do if he were confident about the military situation.

In any case, the embargo has raised the economic stakes. Six months ago, there was a lot of discussion about whether Europe could or should stop importing energy from Russia. Well, Russia has, in effect, made that decision on Europe’s behalf.

And Europe seems set to respond by doing what democracies always do when confronted with wartime inflation: imposing windfall profits taxes, price controls and (probably) rationing.

Before I get there, let’s note that for now, at least, we’re talking about a specifically European problem. America is currently experiencing a sort of inflation holiday, largely thanks to falling gasoline prices, but also reflecting other factors, like plunging shipping costs.

Europe, however, allowed itself to become highly dependent on gas piped in from Russia — a flow that has now been largely cut off.

It’s important to understand the nature of the problem this cutoff poses. The physical scarcity of gas, while real, shouldn’t be crippling; Europe currently has above normal amounts of gas in storage, and between conservation measures and alternative energy sources, Europe should be able to get through the winter without freezing.

The key problem instead is financial and, ultimately, social. European gas prices have soared, and as buyers turn to alternatives, prices of other energy sources, including nuclear, renewable energy and coal, have also soared.

Textbook economics says that this is how things are supposed to work. Europe is facing a major energy shortfall; higher prices give everyone an incentive to alleviate that shortfall. Consumers will have an incentive to turn down their thermostats, improve their insulation and wear sweaters. Producers will have an incentive to maximize production and add capacity. Letting markets do their thing is the efficient policy.

It is also grotesquely inequitable. Energy producers whose costs haven’t risen will reap huge profits, while many families and some businesses will face financial ruin from gigantic energy bills. Lecturing the losers about the importance of incentives for efficiency isn’t going to mollify them.

There’s also a macroeconomic risk. Europe still has powerful unions, and some of them will be in a position to demand wage increases to offset a soaring cost of living. The result could be a wage-price spiral that would be costly to unwind.

So just letting energy prices rise isn’t really an option.

What about handing out lump-sum checks to compensate families for higher energy costs? On paper this may look like a good idea, since people would still have an incentive to limit energy consumption. In practice, though, different families, even if they have similar incomes, can have very different energy bills — and people who happen to live in poorly insulated homes can’t fix that problem on very short notice.

So Europe seems set to do what, as I said, democracies always do when faced with wartime inflation: try to protect the public from very large price increases, and also try to prevent extremely high profits at a time of public distress.

On Wednesday, Ursula von der Leyen, the president of the European Commission, issued a statement on energy calling for “a mandatory target for reducing electricity use” (i.e., rationing), a “cap on the revenues” of low-cost energy producers (i.e., price controls) and a “solidarity contribution” for fossil fuel producers (i.e., excess profits taxes). It’s important to note that von der Leyen isn’t a head of government and has very little direct power. But her proposed measures probably give a pretty good idea of where Europe is heading.

Will it work? The details will, of course, be crucial. One hopeful sign is that Europe clearly isn’t going to pull a Nixon and try to suppress inflation with controls even while juicing up the economy. On the contrary, these sorts of wartime controls will come at the same time the European Central Bank is sharply tightening monetary policy, at considerable risk of causing a recession.

We’ll see how it plays out. But we’re getting a real-time lesson in the realities of economic policy. You can’t — indeed, shouldn’t — always let markets rip. It would be a bad thing if the emergency controls Europe appears about to impose were to become permanent. But right now protecting families and preserving a sense of fairness have to take priority over textbook market efficiency.


L’economia di guerra arriva in Europa,

di Paul Krugman


L’Occidente non è esattamente in guerra con la Russia. Tuttavia, non è neanche esattamente non in guerra. Le armi occidentali hanno contribuito a fermare l’invasione della Russia e persino a contrattaccare, mentre le sanzioni economiche occidentali hanno chiaramente creato problemi seri all’industria russa.

La Russia si è rivalsa con un embargo di fatto delle esportazioni di gas naturale all’Europa. Questo mostra cosa Vladimir Putin pensi effettivamente su come la guerra stia andando. Dopo tutto, questo avrà enormi costi economici a lungo termine: nessuno considererà mai più la Russia un partner commerciale affidabile. Ma Putin sembra disponibile a sopportare quei costi in un tentativo di intimidire l’Occidente per ridurre il suo sostegno all’Ucraina – una cosa che non farebbe se fosse fiducioso sulla situazione militare.

In ogni caso, l’embargo ha sollevato la posta in gioco economica. Sei mesi fa, c’era una gran dibattito se l’Europa potesse o dovesse fermare l’importazione di energia dalla Russia. Ebbene, in effetti la Russia ha preso tale decisione per conto dell’Europa.

E l’Europa sembra disposta a rispondere facendo quello che le democrazie sempre fanno quando si misurano con l’inflazione in tempi di guerra: imporre tasse sui profitti inattesi, controlli dei prezzi e (probabilmente) razionamenti.

Prima di passare a tali aspetti, consentitemi di osservare che, almeno al momento, stiamo parlando di un problema specificamente europeo. Attualmente l’America sta sperimentando una sorta di sospensione dell’inflazione, grazie ai prezzi in calo della benzina, ma anche in conseguenza di altri fattori, come il crollo dei costi delle spedizioni.

Tuttavia, l’Europa si è permessa di diventare altamente dipendente dal gas trasportato dalla Russia – un flusso che adesso è stato in larga parte tagliato.

È importante capire la natura del problema costituito da questo taglio. La scarsità fisica di questo taglio, per quanto reale, non dovrebbe essere paralizzante; l’Europa ha attualmente quantità di gas in stoccaggio superiori alla norma; e tra le misure di conservazione e le fonti energetiche alternative, dovrebbe essere capace di passare l’inverno senza congelare.

Il problema cruciale è invece finanziario e, in ultima analisi, sociale. I prezzi europei del gas sono schizzati alle stelle, e dal momento che i compratori si rivolgono ad alternative, anche i prezzi di altre fonti energetiche, compreso il nucleare, le energie rinnovabili ed il carbone, sono saliti in alto.

L’economia dei libri di testo dice che questo è il modo in cui si suppone che le cose funzionino. L’Europa sta affrontando un importante deficit di energia; i prezzi più elevati spingono tutti ad alleviare questo deficit. I consumatori avranno un incentivo  ad abbassare i loro termostati, a migliorare i loro isolamenti e a indossare maglioni. I produttori avranno un incentivo a massimizzare la produzione ed a aumentare la potenza. Lasciare che i mercati facciano il loro mestiere è la politica valida.

Ciò è anche grottescamente iniquo. I produttori di energia i cui costi non sono saliti otterranno enormi profitti, mentre molte famiglie e alcune imprese saranno di fronte alla rovina a seguito di bollette energetiche gigantesche. Dare lezioni a coloro che ci rimettono sull’importanza degli incentivi e dell’efficienza, non è destinato a rabbonirli.

C’è anche un rischio macroeconomico. L’Europa ha ancora sindacati potenti, e alcuni di loro saranno nella condizione di chiedere aumenti salariali per bilanciare i costi crescenti della vita. Il risultato potrebbe essere una spirale salari-prezzi che sarebbe costosa da contrastare.

Dunque, lasciare che crescano i prezzi dell’energia non è una opzione.

Come giudicare, per compensare le famiglie per i costi più alti dell’energia, la distribuzione forfettaria di assegni? Sulla carta parrebbe una buona idea, dal momento che le persone avrebbero ancora un incentivo a limitare il consumo di energia. In pratica, tuttavia, famiglie differenti, persino se hanno redditi simili, possono avere bollette energetiche molto diverse – e le persone a cui capita di abitare in abitazioni poveramente isolate non potranno correggere quel problema da un giorno all’altro.

Dunque, l’Europa sembra pronta a fare quello che, come ho detto, le democrazie fanno sempre quando si misurano con l’inflazione in tempi di guerra: cercare di proteggere la popolazione da aumenti dei prezzi molto ampi, e cercare anche di impedire profitti estremamente elevati in un periodo di emergenza pubblica.

Mercoledì, Ursula von der Leyen, la Presidente della Commissione Europea, ha pubblicato una dichiarazione sull’energia pronunciandosi per “un obbiettivo tassativo per la riduzione dell’uso di energia” (ovvero, razionamento), un “tetto alle entrate” dei produttori di energia a bassi costi (ovvero, controlli dei prezzi) e un “contributo di solidarietà” per i produttori di combustibili fossili (ovvero, tasse sui profitti in eccesso). È importante notare che von der Leyen non è a capo di un Governo ed ha un potere diretto molto modesto. Ma le misure da lei proposte danno probabilmente un’idea abbastanza precisa di dove l’Europa si sta indirizzando.

Funzionerà? Ovviamente, saranno fondamentali i dettagli. Un aspetto che dà ottimismo è che l’Europa chiaramente non sta orientandosi verso soluzioni alla Nixon e cercare di reprimere l’inflazione con i controlli dei prezzi persino mentre spreme l’economia. Al contrario, questa sorta di controlli da tempi di guerra arrivano nello stesso momento nel quale la Banca Centrale Europea sta bruscamente restringendo la politica monetaria, con il rischio considerevole di provocare una recessione.

Vedremo come funzionerà. Ma stiamo avendo in tempo reale una lezione delle realtà della politica economica. Non si può – in effetti, non si dovrebbe – fare sempre a pezzi i mercati. Sarebbe una cosa negativa se i controlli di emergenza che l’Europa sembra prossima ad imporre stessero per divenire permanenti. Ma in questo momento proteggere le famiglie e conservare un senso di giustizia deve avere una priorità sull’efficienza del mercato dei libri di testo.







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