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	<title>La Fata Turchina &#187; admin</title>
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	<description>Politica, economia e mondi</description>
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		<title>Presentazione del blog, di Marco Marcucci (Luglio 2013)</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jul 2013 08:09:54 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Archivio presentazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lavoro intellettuale di Paul Krugman e il suo successo, ormai nell’opinione pubblica mondiale, sono un fenomeno non semplice da definire. Intanto una attività abbastanza stupefacente: un Premio Nobel per l’economia che sceglie di essere “columnist” del New York Times e, un anno  dietro l’altro, pubblica due articoli alla settimana, probabilmente i più letti e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il lavoro intellettuale di Paul Krugman e il suo successo, ormai nell’opinione pubblica mondiale, sono un fenomeno non semplice da definire. Intanto una attività abbastanza stupefacente: un Premio Nobel per l’economia che sceglie di essere “columnist” del <i>New York Times</i> e, un anno  dietro l’altro, pubblica due articoli alla settimana, probabilmente i più letti e influenti negli Stati Uniti, che spaziano dalla analisi economica e sociale, ai temi del lavoro, della sanità e della previdenza, delle grandi emergenze ambientali, dello scontro politico quotidiano e della evoluzione del sistema politico americano, dei guai e dei destini dell’Europa; un economista prestigioso, che un giorno legge a Cambridge la stupenda prolusione al convegno mondiale per il 75° anniversario della pubblicazione del capolavoro di Keynes, e un altro giorno scende in campo a mani nude contro le bugie dei repubblicani americani nella campagna presidenziale;   un ricercatore economico e sociale che ci offre i suoi tre o quattro interventi quotidiani sul <i>blog</i>, direi utilizzando come nessun altro  un nuovo genere di comunicazione intellettuale, in pratica immettendoci nel suo laboratorio e al tempo stesso inondandoci di materiale di conoscenza del mondo reale, di dati, tabelle e diagrammi,  abituandoci ad un racconto politico fatto di misure, di verifica continua delle idee. Dopodiché la collaborazione, la sintonia e quasi il “gioco di squadra” con un certo numero di altri importanti economisti ed opinionisti, negli Stati Uniti e nel mondo; i suoi libri; i suoi saggi su <i>Times Magazine</i>, al tempo stesso sintesi di ricerca e strumenti di divulgazione. E, infine, la interlocuzione,  nel sostegno aperto e nella polemica aspra, con i massimi protagonisti della politica (un importante esperto degli Stati Uniti come Zucconi ha scritto tempo fa  che le sue opinioni sono semplicemente le cose più “ascoltate”).</p>
<p>Ora, tutto questo è inconsueto e in questo lavoro, nella scelta dei suoi strumenti, c’è una idea di fondo: si può ripensare la politica, la si può rendere maggiormente verificabile, spogliarla di retorica logora ma anche rivestirla di idee e di sfide, non essere costretti ad accettare  i luoghi dove la politica si incancrenisce e perde il requisito di essere verificabile, avere il coraggio di rifondarla non attraverso scorciatoie letterarie, ma anzitutto attraverso il confronto con i fatti ordinati con metodo scientifico. E in questa ambizione si può fare molta strada sul semplice terreno della “battaglia delle idee”, anche perché la rivoluzione dell’informazione apre uno spazio senza precedenti al potere delle idee. Questo è quello che io capisco del suo tragitto dalla teoria economica “pura” alla politica: la sua intuizione dello spazio che si è aperto nella trasmissione di idee da un versante all’altro, sino a costituire una vera e propria ipotesi di riforma della politica. Un tema grande ed anche, ammettiamolo, inatteso.</p>
<p>E&#8217; chiaro che quel progetto è possibile se si mette al centro, se si rilegge e si fa propria, quella critica dell’economia che si produsse con John Maynard Keynes. Ma in questa condizione c’è qualcosa che è niente affatto, diciamo così, ‘scolastico’; non dovremmo avere il timore di doverci nuovamente iscrivere ad una ‘lettura del mondo’; dobbiamo solo avere la curiosità di leggere quello che accade alla luce di pensieri già espressi. Pensieri, però, che non è mai stato facile assimilare in modo organico. Perché Keynes non fu semplicemente un teorico dei ‘rimedi’ alle crisi economiche, come in genere ritengono tutti coloro che non lo hanno letto. Keynes fornì una lettura dei difetti iscritti geneticamente nelle società economiche moderne, indicandoli nelle loro manifestazioni più elementari (le società fondate sulla costruzione gregaria delle aspettative, come nei concorsi di bellezza sui giornali di un secolo fa; le economie-casinò esposte ai rischi degli eccessi finanziari ed immobiliari, ed anche agli eccessi delle ineguaglianze; più in generale una economia nella quale la domanda non è mera conseguenza dell’offerta, la decisione di investire e di consumare non dipende in modo semplicistico dalla capacità di produrre) e in quel modo ci suggerì il tema del possibile ritorno delle grandi crisi. I decenni dei trionfi del liberismo, sono stati anche l’epoca di grandi squilibri, all’interno dei quali la lunga recessione giapponese aveva caratteri che dovevano far riflettere, come se si fosse nuovamente prodotto un guasto nei meccanismi che presiedono alla volontà di crescita (al “magnete”, ovvero al sistema elettrico, disse Keynes). Di quei decenni, occorreva capire quello che si preferì non vedere; ovvero che  la storia del mondo, almeno per alcuni aspetti fondamentali,  era ancora quella che aveva prodotto la grande crisi degli anni Trenta. Non solo nel senso che le economie avanzate erano ancora esposte allo scoppio delle bolle finanziarie ed immobiliari, ed alle conseguenti  crisi di panico; soprattutto nel senso che, dopo il panico, dopo le enormi dilapidazioni di risorse nei salvataggi della finanza, si sarebbe riprodotto un guasto nei meccanismi della volontà di crescita. Saremmo nuovamente stati messi alla prova di una ‘trappola di liquidità’, ovvero di una situazione nella quale qualcosa si blocca nelle aspettative ordinarie e dunque negli investimenti delle imprese e nella spesa delle famiglie; nella quale i deficit si accompagnano a tassi di interesse vicini allo zero, la crescita della base monetaria si accompagna ad una bassa inflazione e lo stesso strumento della politica monetaria non può bastare, se non è accompagnato da un forte stimolo della spesa pubblica. L’austerità non porta fiducia ma depressione. L’incertezza nel sostegno pubblico all’economia porta a nuove cadute recessive, come nell’America del 1937.  Occorre disinnescare il guasto per far ripartire il meccanismo, fare le riforme che avrebbero potuto  evitare  la crisi globale, assumere in via (più) definitiva un metodo di giustizia sociale e di eguaglianza delle opportunità senza il quale non si coesiste col capitalismo.</p>
<p>Può darsi che da questo elenco di concetti traspaia come una esagerata presunzione di verità. Vien fatto di chiedersi: è dunque tutto così chiaro? In realtà, non mi pare che ci sia niente di più lontano da Krugman, quanto la pretesa di risolvere i problemi di oggi ricorrendo ad ideologie, a racconti non verificabili. La sua difesa è semplice, perché il suo metodo è quello della messa a confronto trasparente delle idee in campo. Era sufficiente lo “stimulus” di Obama? C’era un altro modo per affrontare il dramma della Grecia? L’austerità europea avrebbe prodotto espansione? L’ampliamento della base monetaria avrebbe fatto schizzare in alto l’inflazione? Avevano ragione o torto quegli economisti che vedevano grandi rischi nell’esperimento dell’euro, se non si fosse avuto il coraggio di riforme più grandi? Se si mettono insieme tutti questi capitoli ed altri ancora, è arduo sostenere che il problema sia, come è stata chiamata, la “trasgressività” di Krugman: è abbastanza evidente che il problema di questi anni non è stato il suo racconto, ma l’economia “magica” che hanno preteso di raccontare coloro che avevano la responsabilità di riparare i danni. Ed è evidente che questo è stato, in un certa misura, anche il problema delle forze progressiste. E’ difficile non vedere che in questi anni siamo stati di continuo sopravanzati da fatti che mostravano la fragilità del nostro impianto di idee. Possiamo negare che l’interesse che oggi sentiamo vivo per quegli argomenti, derivi fondamentalmente dal fatto che avrebbero dovuto essere i nostri argomenti?</p>
<p>Ma qua mi fermo, perché con questo spazio non si vuole fare niente di più che favorire una conoscenza più completa e diretta di quelle idee. Questa presentazione voleva essere una spiegazione di questo lavoro che faccio da un po’ di anni, al quale mi ha spinto una curiosità politica viva e non certo una competenza specialistica. Per questo ho deciso di rendere pubblica questa attività, superando la forma di “<i>samizdat</i>” che ha avuto sinora, con un centinaio di pazienti amici che ricevevano via via questi lavori.</p>
<p>Mi pare, infine, superfluo fornire delucidazioni e consigli sulle cose che vengono pubblicate su questo blog. Con poca curiosità si possono facilmente comprendere le caratteristiche dei vari settori. Le note sulla traduzione, sia quelle a fondo pagina che quelle della apposita rubrica, possono essere utili, se credete. Lo spazio per la discussione è aperto, purché sia chiaro, naturalmente, che è una discussione tra noi tutti e non con me in particolare, che ho già il mio daffare a tradurre (per la quale ultima attività sono invece apertissimo a critiche e consigli). Devo però fornire un chiarimento finale sul titolo di questo blog: perchè &#8220;La Fata Turchina&#8221;?</p>
<p><i>“Confidence fairy” – “la fata della fiducia” – è il nomignolo con il quale da anni Paul Krugman definisce le politiche economiche dell’austerità; l’idea magica secondo la quale, dinanzi alla caduta della domanda privata, tagliando la spesa pubblica e riducendo la crisi ad una sorta di racconto morale sugli sprechi presunti degli Stati assistenziali, si possa esserne compensati con la fiducia degli investitori, delle imprese e dei consumatori, dunque con la ripresa. A conti fatti, la “confidence fairy” non pare si stia materializzando. Forse per nostalgia collodiana, mi venne fatto sin dall’inizio di tradurre con “la Fata Turchina”, senza pensare che questa è tutt’altro genere di fata: non propone racconti magici, semmai è dotata di sconsolato realismo, pur nella affettività materna vede le disgrazie che si annunciano per il suo protetto. Ed ha “compassion” verso chi ha sfortuna, si sforza di aiutare i più deboli a vedere le trappole. Ad una certo punto decisi che non potevo continuare  a confondere due storie così diverse. </i></p>
<p><i>Dunque, oggi le dedico  il titolo di questo spazio. Non è evidente che, a modo loro, anche i progressisti hanno bisogno d’una fata? E poi, se non altro,  a titolo di modesto risarcimento per quella citazione impropria.</i></p>
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		<title>La paura della schiuma (29 luglio 2013)</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jul 2013 05:40:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog di Krugman]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<div class="ezcol ezcol-one-half">
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<p>July 29, 2013, 7:04 am</p>
<h3><span style="color: #ff0000;"><a title="Permanent Link to Fear of Froth" href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/07/29/fear-of-froth/"><span style="color: #ff0000;">Fear of Froth</span></a></span></h3>
<p><a href="http://carolabinder.blogspot.com/2013/07/president-obamas-big-frothy-hint.html">Carola Binder</a> parses President Obama’s big <a href="http://www.nytimes.com/2013/07/28/us/politics/interview-with-president-obama.html?pagewanted=all">interview with the Times</a>, and thinks it hints at a Summers, or anyway non-Yellen appointment. Maybe; in any case, can I say just how really stupid it is for the White House to have allowed this show even to get started? Here we have Obama trying to reboot his economic message, and much of the reporting is instead focused on palace intrigue.</p>
<p>Anyway, the passage in question is striking; whatever it says about the Fed succession, it does give us a sense of how the people Obama listens to talk. And it’s not good:</p>
<p><i>And what I’m looking for is somebody who understands the Fed has a dual mandate, that that’s not just lip service; that it is very important to keep inflation in check, to keep our dollar sound, and to ensure stability in the markets. But the idea is not just to promote those things in the abstract. The idea is to promote those things in service of the lives of ordinary Americans getting better.</i></p>
<p><i>And when unemployment is still too high, and long-term unemployment is still too high, and there’s still weak demand in a lot of industries, I want a Fed chairman that can step back and look at that objectively and say, let’s make sure that we’re growing the economy, but let’s also keep an eye on inflation, and if it starts heating up, if the markets start frothing up, let’s make sure that we’re not creating new bubbles.</i></p>
<p>So, here we are with inflation at a long-term low, many economists arguing that we need higher inflation expectations, and unemployment the overwhelming problem we face. Yet Obama appears if anything to give more emphasis to inflation-fighting than to unemployment reduction, and throws in stuff about bubbles; basically, he has a definite tight-money lean. I don’t know who it’s coming from.</p>
<p>And this has, by the way, been true all along. Back in the fall of 2009 <a href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/11/20/interest-rates-the-phantom-menace/">the word I got</a> was that senior Administration officials believed that we were in a Treasury bubble,and that long-term interest rates — then around 3.5 percent — might soar any day now. This in turn was partly behind the disastrous “pivot” away from unemployment to deficits.</p>
<p>The bad news from that Times interview is that it suggests that the president is still listening to the people who were telling him, four years ago, to be afraid of surging rates unless we turned to fiscal austerity. Not good.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><b>La paura della schiuma</b></span></p>
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<p>Carola Binder elogia la importante intervista del Presidente Obama con il <i>Times</i> e pensa che essa alluda ad una nomina di Summers, comunque non della Yellen. Può darsi: in ogni caso, posso semplicemente dire quanto sia stato davvero stupido per la Casa Bianca aver consentito questo spettacolo prima ancora di cominciare? Ecco che abbiamo un Obama che cerca di rinforzare il suo messaggio sull’economia, e gran parte della stampa si concentra sugli intrighi di palazzo.</p>
<p>In ogni modo, il passaggio in oggetto è impressionante; qualsiasi cosa significhi sulla successione alla Fed, ci dà proprio il senso di come parla la gente che Obama ascolta. E non è una bella sensazione:</p>
<p><i>“E quello che sto cercando è qualcuno che capisca che la Fed ha un mandato duplice, che non è solo una promessa di facciata; che è molto importante tenere l’inflazione sotto controllo, mantenere sano il dollaro ed assicurare la stabilità sui mercati. Ma l’idea non è solo quella di promuovere queste cose in astratto. L’idea è promuovere queste cose al servizio di un miglioramento della vita degli americani comuni.</i></p>
<p><i>E quando la disoccupazione è ancora troppo alta, ed è troppo elevata la disoccupazione di lungo periodo, e c’è ancora una domanda troppo debole in una quantità di industrie, io voglio un Presidente della Fed che sappia fare un passo indietro e guardare a tutto questo obiettivamente e dire, assicuriamoci di far crescere l’economia, ma teniamo anche un occhio sull’inflazione, e se essa comincia a riscaldarsi, se i mercati cominciano a far schiuma, assicuriamoci che non stiamo creando nuove bolle.”</i></p>
<p>Dunque, a questo punto noi siamo con un’inflazione a lungo termine bassa, con molti economisti che sostengono che abbiamo bisogno di più alte aspettative di inflazione, e con una disoccupazione che è di gran lunga il più grave problema che abbiamo dinanzi. Tuttavia Obama appare piuttosto porre maggiore enfasi nella lotta all’inflazione che non nella riduzione della disoccupazione, e ci aggiunge questa roba sulle bolle: fondamentalmente, mostra una chiara inclinazione a favore di una restrizione monetaria. Non capisco da chi la tiri fuori.</p>
<p>E questo, per inciso, è stato così da sempre.</p>
<p>Nel passato autunno del 2009 quello che potevo dire era che i dirigenti  della Amministrazione credevano che fossimo in una bolla del Tesoro, e che i tassi di interesse a lungo termine – allora attorno al 3,5 per cento – avrebbero potuto schizzare in alto in ogni momento. A sua volta, questo in parte contribuì al disastroso “spostamento di attenzione” dalla disoccupazione ai deficit.</p>
<p>La cattiva notizia che viene dall’intervista al <i>Times </i>è che essa indica che il Presidente sta ancora ascoltando la gente che, quattro anni orsono, gli diceva di preoccuparsi  dei tassi in crescita se non si fosse passati alla austerità della finanza pubblica. Non è bene.</p>
</div><div class="ezcol-divider"></div></p>
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		<title>Questa è fantastica (28 luglio 2013)</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jul 2013 04:58:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog di Krugman]]></category>

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		<description><![CDATA[[1] Marco Rubio è il più giovane Senatore repubblicano della Florida. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; [2] La Cooper Union for the Advancement of Science and Art (più comunemente chiamata Cooper Union) è un&#8217;università privata a Manhattan, New York City. La Cooper Union, fondata nel 1859 da Peter Cooper, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="ezcol ezcol-one-half">
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<p>July 28, 2013, 6:12 am</p>
<h3><span style="color: #ff0000;"><a title="Permanent Link to That Is Cool" href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/07/28/that-is-cool-2/"><span style="color: #ff0000;">That Is Cool</span></a></span></h3>
<p><a href="http://www.washingtonpost.com/blogs/plum-line/wp/2013/07/26/government-shutdown-threats-wont-work-but-maybe-complete-gibberish-will/">Greg Sargent</a> finds Marco Rubio trying to redefine the nature of budget blackmail, declaring that it’s not about Republicans threatening to shut down the government unless Obama defunds heath reform; it’s about Obama threatening to shut down the government unless he gets to implement the law. No, really. Rubio:</p>
<p><i>I think the real question is: Is Barack Obama willing to shut down the government over ObamaCare? In essence, I think we should pay our military. I think we should fund the government. I just don’t think we should fund ObamaCare. And what the President is saying is we either fund ObamaCare or we don’t fund anything. And I think that’s an unreasonable position. And that’s the position he’s taken and the Democrats have taken.</i></p>
<p>So, where have I heard that before? In Lincoln’s <a href="http://www.abrahamlincolnonline.org/lincoln/speeches/cooper.htm">Cooper Union address</a>, in which he talks of slave interests declaring that they will break up the Union if Northerners vote in a Republican, which will make secession the fault of … anti-slavery forces:</p>
<p><i>That is cool. A highwayman holds a pistol to my ear, and mutters through his teeth, “Stand and deliver, or I shall kill you, and then you will be a murderer!”</i></p>
<p>Old Abe would have recognized today’s Republicans — and would probably have been saddened that this modern equivalent of the people he fought against bear the name, though none of the spirit, of his party.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><b>Questa è fantastica</b></span></p>
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<p>Greg Sargent ritiene che Marco Rubio <a title="" href="#_ftn1">[1]</a>stia cercando di ridefinire la natura del ricatto sul bilancio, dichiarando che esso non consisterebbe nella minaccia dei Repubblicani di interrompere le funzioni del Governo a meno che Obama non elimini i finanziamenti alla riforma sanitaria, ma piuttosto nella minaccia di Obama di interrompere le funzioni di governo se non ottiene i finanziamenti alla legge. In realtà non è così. Rubio:</p>
<p><i>“Io penso che la domanda vera sia: vuole Barack Obama interrompere ogni funzione governativa sul caso della sua riforma della assistenza? In sostanza, io penso che noi dovremmo pagare il nostro esercito. Io penso che dovremmo finanziare le funzioni di governo. Io semplicemente non penso che dovremmo finanziare la riforma della assistenza sanitaria di Obama. E quello che il Presidente sta dicendo è che o finanziamo quella riforma o non finanziamo niente. Io penso che quella sia una posizione irragionevole, e quella è la posizione che hanno assunto lui ed i Democratici.”</i></p>
<p>Dunque, dove l’avevo già sentita in precedenza? <i> </i>Nel discorso di Lincoln alla <i>Cooper Union <a title="" href="#_ftn2"><b>[2]</b></a></i>, nel quale egli parlava degli interessi degli schiavi a dichiarare che avrebbero fatto saltare l’Unione se i Nordisti avessero scelto col voto un repubblicano, con il che la secessione sarebbe stata colpa …. delle forze contrarie alla schiavitù:</p>
<p><i>“Questa è fantastica. Un brigante mi punta la pistola all’orecchio, e mi biascica attraverso i denti: “Alzati in piedi e dammi quello che voglio, o ti ammazzerò, dopodiché tu sarai un assassino!”</i></p>
<p>Il vecchio Abe avrebbe riconosciuto i repubblicani di oggi – e probabilmente sarebbe stato rattristato che questo moderno equivalente delle gente contro la quale aveva combattuto porti il nome del suo Partito, per quanto non conservi niente del suo spirito.</p>
<div><br clear="all" /></p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Marco Rubio è il più giovane Senatore repubblicano della Florida.</p>
<p><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-25.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3579" alt="w 25" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-25.jpg?resize=220%2C279" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> La Cooper Union for the Advancement of Science and Art (più comunemente chiamata Cooper Union) è un&#8217;università privata a <a title="Manhattan" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Manhattan">Manhattan</a>, <a title="New York City" href="http://it.wikipedia.org/wiki/New_York_City">New York City</a>. La Cooper Union, fondata nel 1859 da <a title="Peter Cooper" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Cooper">Peter Cooper</a>, creò un modello nuovo e radicale per l&#8217;educazione universitaria in America. La sua missione riflette la convinzione fondamentale che l&#8217;educazione della massima qualità debba essere &#8220;libera e gratuita come l&#8217;aria e l&#8217;acqua&#8221; e debba essere disponibile a tutti indipendentemente della propria razza, religione, sesso o classe sociale. Per centocinquant&#8217;anni l&#8217;università ha ammesso studenti in base esclusivamente al merito e garantito una borsa di studio comprendente l&#8217;intero costo della scuola (Wikipedia).</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-26.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-3580" alt="w 26" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-26.jpg?resize=300%2C225" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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		<title>Il Paradiso ancora perduto di Milton (27 luglio 2013)</title>
		<link>https://www.fataturchinaeconomics.com/2013/07/il-paradiso-ancora-perduto-di-milton-27-luglio-2013/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Jul 2013 06:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog di Krugman]]></category>

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		<description><![CDATA[[1] Il Paradiso perduto (titolo originale: Paradise Lost), pubblicato nel 1667, è il poema epico in versi sciolti (blank verse) di John Milton, che racconta l&#8217;episodio biblico della caduta dell&#8217;uomo: la tentazione di Adamo e Eva a opera di Satana e la loro cacciata dal giardino dell&#8217;Eden. [2] Come si spiega nelle note sulla traduzione, [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="ezcol ezcol-one-half">
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<p>July 27, 2013, 8:33 am</p>
<h3><span style="color: #ff0000;"><a title="Permanent Link to Milton’s Paradise, Still Lost" href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/07/27/miltons-paradise-still-lost/"><span style="color: #ff0000;">Milton’s Paradise, Still Lost</span></a></span></h3>
<p><a href="http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2013/07/quantitative-easing">Robert Skidelsky</a> has an interesting note asking why quantitative easing has received so much stress in recent economic debates. Its effectiveness is, after all, questionable — whereas there is overwhelming evidence that fiscal policy works as advertised.</p>
<p>Skidelsky is right, I think, to downplay the idea that it’s all welfare for the financial service sector. After all, many of the most bitter critics of QE come from Wall Street.</p>
<p>He argues that the affection for QE comes, instead, from the alluring prospect — to some conservatives, at least — of getting economic stabilization without any need for activist government outside the narrow sphere of monetary policy. What he doesn’t say clearly, at least in this piece, is that this was the allure of old-fashioned monetarism too. Just stabilize the money supply, declared Milton Friedman, and we don’t need any of this Keynesian stuff (even though Friedman, when pressured into providing an underlying framework, basically acknowledged that he believed in IS-LM). Why, if only the Fed had stabilized M2, there would have been no Great Depression!</p>
<p>Friedman’s money supply rule soon proved itself inadequate, but a more flexible kind of monetarism — one that still left no role for fiscal policy — did end up ruling conventional wisdom from the mid-80s to 2007, the era of the Great Moderation. Then came the Great Recession, the Fed funds rate came up against the zero lower bound, and we were banished from the monetarist paradise. In fact, as I’ve written on a number of occasions, recent experience pretty conclusively shows that Friedman’s claims about how easy it would have been to avert depression were all wrong.</p>
<p>Still, QE, in the eyes of its most enthusiastic advocates, can return us to Milton’s Eden. And they are determined to read the evidence as confirming that hopeful notion.</p>
<p>Yet there are many economists, myself included, who regard this view as highly unrealistic, yet support more aggressive Fed action all the same. Why? First, because it might help and is unlikely to do harm. Second, because the alternative — fiscal policy — may be of proven effectiveness, but is also completely blocked by politics. So the Fed’s efforts are all we have.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><b>Il Paradiso ancora perduto di Milton <a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #ff0000;"><b>[1]</b></span></a></b></span></p>
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<p>Robert Skidelsky scrive una interessante nota chiedendosi perché la “facilitazione quantitativa” abbia ricevuto tante pressioni nei dibattiti recenti. Dopo tutto, si può dubitare della sua efficacia – mentre ci sono prove schiaccianti che la politica della spesa pubblica <a title="" href="#_ftn2">[2]</a> funziona proprio come si dice.</p>
<p>Skidelsky ha ragione, penso, a minimizzare l’idea secondo la quale tutto dipenda da una forma di assistenza verso il sistema finanziario. Dopo tutto, molti delle critiche più aspre della FQ <a title="" href="#_ftn3">[3]</a> vengono da Wall Street.</p>
<p>Egli sostiene che l’attaccamento alla FQ derivi, piuttosto, dalla allettante prospettiva – almeno per alcuni conservatori – di ottenere la stabilizzazione economica senza alcun bisogno di attivismo da parte del Governo, fuori dalla sfera ristretta della politica monetaria. Quello che egli non dice chiaramente, almeno in questa nota, è che questa era l’attrazione anche del monetarismo che andava di moda nel passato. Si stabilizzi semplicemente l’offerta di moneta, sosteneva Milton Friedman, e non avremo bisogno di questa roba keynesiana (anche se Friedman, quando veniva sollecitato a fornire il suo schema implicito, fondamentalmente ammetteva di credere nel modello IS-LM). Perché, se la Fed avesse solo stabilizzato l’aggregato monetario M2 <a title="" href="#_ftn4">[4]</a>, non ci sarebbe stata la Grande Depressione!</p>
<p>La regola dell’offerta di moneta di Friedman si mostrò rapidamente inadeguata, ma un tipo di monetarismo più flessibile – che pure continuava a non prevedere alcun ruolo per la politica della spesa pubblica – finì con l’imporsi sulla saggezza convenzionale dalla metà degli anni ‘80 al 2007, il periodo della cosiddetta Grande Moderazione. Poi venne la Grande Recessione, il tasso di sconto della Fed si scontrò con il limite inferiore di zero, e venimmo messi al bando dal paradiso monetarista. Di fatto, come abbiamo scritto in un certo numero di occasioni, l’esperienza recente dimostra abbastanza definitivamente che le tesi di Friedman su quanto fosse facile evitare la depressione fossero tutte sbagliate.</p>
<p>Eppure, la FQ, agli occhi dei suoi sostenitori più entusiasti, può tornare all’Eden di Milton. E sono determinati a leggere i fatti come se confermassero tale confortante concetto.</p>
<p>Tuttavia ci sono molti economisti, incluso il sottoscritto, che considerano questo punto di vista come altamente irrealistico, ma contemporaneamente sostengono una azione più aggressiva da parte della Fed. Perché? In primo luogo, perché  essa può dare un aiuto ed è improbabile che sia dannosa. In secondo luogo perché l’alternativa – la politica attiva della finanza pubblica – può essere di collaudata efficacia, ma è anche bloccata da scelte di natura politica. Cosicché gli sforzi della Fed sono ciò che abbiamo.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Il Paradiso perduto (titolo originale: Paradise Lost), pubblicato nel <a title="1667" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1667">1667</a>, è il <a title="Poema epico" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Poema_epico">poema epico</a> in versi sciolti (<a title="Blank verse" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Blank_verse">blank verse</a>) di <a title="John Milton" href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Milton">John Milton</a>, che racconta l&#8217;episodio <a title="Bibbia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bibbia">biblico</a> della <a title="Caduta dell'uomo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Caduta_dell%27uomo">caduta dell&#8217;uomo</a>: la tentazione di <a title="Adamo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Adamo">Adamo</a> e <a title="Eva" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eva">Eva</a> a opera di <a title="Satana" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Satana">Satana</a> e la loro cacciata dal <a title="Giardino dell'Eden" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_dell%27Eden">giardino dell&#8217;Eden</a>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Come si spiega nelle note sulla traduzione, preferiamo non tradurre “fiscal policy” con “politica fiscale”, per la semplice ragione che “fiscale” in lingua italiana è qualcosa che attiene alle tasse (si veda, ad esempio, Devoto-Olli), mentre in lingua inglese è qualcosa che attiene in generale alle finanze pubbliche. Qualcuno potrebbe ritenerla una soluzione un po’ testarda, visto che il termine ormai sta entrando nel nostro linguaggio nel senso che ha nella lingua inglese. Il punto è che, anche se questo avvenisse, resterebbe una contraddizione. Mentre, infatti, in inglese la “fiscal policy” non è mai la “politica della tassazione” – perché il riferimento alle tasse avviene di norma con i termini “tax, tax rate, tax policy  etc.” – in italiano “politica fiscale” finirebbe con l’avere due significati, l’uno diverso dall’altro.</p>
<p>Quando poi il termine “fiscal policy”, come sopra, si riferisce con evidenza ad una “politica attiva ed antidepressiva” della finanza pubblica, possiamo talora tradurlo direttamente con il termine “politica della spesa pubblica”.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Facilitazione Quantitativa.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Per “M2” si intende l’aggregato di offerta di moneta che aggiunge al contante (M1) i depositi connessi, i depositi dei risparmi ed i finanziamenti non istituzionali del mercato monetario.</p>
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		<title>Le cose sono andate a pezzi (26 luglio 2913)</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jul 2013 07:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog di Krugman]]></category>

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		<description><![CDATA[[1] Newton Leroy Gingrich (Harrisburg, 17 giugno 1943) è un politico statunitense, dirigente nazionale del Partito repubblicano. &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; [2] Norman J. Ornstein è un politologo americano e ricercatore presso l’ American Enterprise Institute di Washington. Scrive frequentemente sul “centrista” Washington Post. &#160; &#160; &#160; &#160; [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="ezcol ezcol-one-half">
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<p>July 26, 2013, 9:32 am</p>
<h3><span style="color: #ff0000;"><a title="Permanent Link to Things Fell Apart" href="http://krugman.blogs.nytimes.com/2013/07/26/things-fell-apart/"><span style="color: #ff0000;">Things Fell Apart</span></a></span></h3>
<p>Ezra Klein has a good piece <a href="http://www.washingtonpost.com/blogs/wonkblog/wp/2013/07/25/theres-no-such-thing-as-the-center/">urging journalists</a> to stop talking about the “center” — unless they first explain what they mean, which in practice would mean acknowledging that what they call the “center” isn’t at the center of anything, except maybe the prejudices of a self-referential elite.</p>
<p>Now, this wasn’t always true. There was a time when, as Ezra said, you could more or less define the center as the set of policy ideas that could gain bipartisan support and pass Congress — say, the early 80s Social Security fix or the 1986 tax reform. But that era ended in 1994, when the Gingrich brigades took over Congress. When you have a GOP so radical that Norm Ornstein feels compelled to clarify that its actions — its attempts to sabotage the law of the land — don’t quite rise to the <a href="http://www.nationaljournal.com/columns/washington-inside-out/the-unprecedented-and-contemptible-attempts-to-sabotage-obamacare-20130724?mrefid=mostViewed">standard of treason</a>, the old notion that equated centrism with practical politics is utterly outdated.</p>
<p>So what do journalists mean when they talk about centrism? Today the term “centrist” is used for things like Simpson-Bowles, which are both desperately unpopular and impossible to enact as legislation. Meanwhile, extremely popular ideas, like breaking up big banks and raising taxes on high incomes, are treated as somehow radical.</p>
<p>This is not a helpful form of political analysis, and is all the worse because its unreasonable assumptions are kept implicit.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><b>Le cose sono andate a pezzi</b></span></p>
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<p>Ezra Klein scrive un buon articolo per spingere i giornalisti a smetterla di parlare di “centro” – senza anzitutto spiegare cosa intendono, il che in pratica significherebbe riconoscere che quello che chiamano “centro” non è al centro di nulla, se non forse dei pregiudizi di una classe dirigente autoreferenziale.</p>
<p>Ora, questo non è stato sempre vero. Ci fu un tempo nel quale, come dice Ezra, potevate più o meno definire il centro come un complesso di idee politiche che potevano guadagnare il sostegno bipartizan ed essere approvate dal Congresso – diciamo, la correzione della Previdenza Sociale nei primi anni ’80 o la riforma fiscale del 1986. Ma quell’epoca finì nel 1994, quando le brigate di Gingrich <a title="" href="#_ftn1">[1]</a> si impossessarono del Congresso. Quando avete un Partito Repubblicano così estremista che Norm Ornstein <a title="" href="#_ftn2">[2]</a> si sente costretto a chiarire che le sue iniziative – il suo tentativo di sabotare le leggi della nazione – non hanno esattamente le caratteristiche del tradimento, la vecchia idea che equiparava il centrismo ad una concreta politica diventa completamente superata.</p>
<p>Cosa intendono, dunque, i giornalisti quando parlano di centrismo? Oggi il termine “centrista” è utilizzato per cose come le posizioni di Simpson-Bowles, che sono disperatamente impopolari ed anche impossibili ad essere deliberate come legislazione. Di contro, idee estremamente popolari, come mandare a pezzi la grandi banche e alzare le tasse sugli alti redditi, sono considerate in qualche modo radicali.</p>
<p>Questa non è una forma utile di analisi politica, e tutto è anche peggio perché i suoi irragionevoli assunti sono ritenuti impliciti.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Newton Leroy Gingrich (<a title="Harrisburg" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Harrisburg">Harrisburg</a>, <a title="17 giugno" href="http://it.wikipedia.org/wiki/17_giugno">17 giugno</a> <a title="1943" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1943">1943</a>) è un <a title="Politico" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Politico">politico</a> <a title="Stati Uniti d'America" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_Uniti_d%27America">statunitense</a>, dirigente nazionale del <a title="Partito repubblicano (USA)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_repubblicano_(USA)">Partito repubblicano</a>.</p>
<p><a href="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-23.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3571" alt="w 23" src="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-23.jpg?resize=200%2C256" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Norman J. Ornstein è un politologo americano e ricercatore presso l’ American Enterprise Institute di Washington. Scrive frequentemente sul “centrista” Washington Post.</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-24.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-3572" alt="w 24" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2013/07/w-24.jpg?resize=161%2C219" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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