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	<title>La Fata Turchina &#187; Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci</title>
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	<description>Politica, economia e mondi</description>
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		<title>Un medico su quello che ha visto a Gaza. Ospedali in rovina.  Di Dayton Dalton (New Yorker Daily, 18 aprile 2025)</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Apr 2025 17:24:19 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<h2></h2> 
  
 
  
<h1><span style="color: #ff0000;"><strong>Un medico su quello che ha visto a Gaza. Ospedali in rovina.  </strong><strong>Di Dayton Dalton (<em>New Yorker Daily, 18 aprile 2025)</em> </strong></span></h1> 
  
<h2><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2025/04/gaza.gif"><img class=" wp-image-31137 aligncenter" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2025/04/gaza-300x169.gif" alt="gaza" width="433" height="244" /></a></h2> 
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Il 29 gennaio, due settimane dopo l’accordo tra Israele e Hamas sul cessate il fuoco, ho attraversato Gaza come componente di una missione medica di dodici persone. Dopo aver attraversato il sud di Israele in un convoglio delle Nazioni Unite, abbiamo seguito una scorta militare israeliana attraverso un labirinto di barriere di cemento. Poi siamo usciti dai nostri veicoli e abbiamo trascinato valige piene di cose essenziali – garze, antibiotici, cateteri, cesoie da trauma – attraverso una porta blindata. Abbiamo superato una terra di nessuno di filo spinato dove crescevano inverosimili piante di tarassaco. Infine, siamo montati su un furgoncino con un parabrezza in frantumi e ci ha portato a Khan Younis, una città di varie centinaia di migliaia di persone nella zona meridionale di Gaza. Il nostro guidatore sterzava di continuo per evitare i crateri; quasi tutte le strutture che superavamo erano danneggiate. Ad un incrocio, un minareto sorgeva su una moschea in rovina. Eppure la città era viva. Ho visto una famiglia che sorseggiava tè in un edificio senza tetto. Quasi la metà dei due milioni di residenti di Gaza sono bambini, e sono dappertutto – ridono, salutano, fanno volare aquiloni di carta. (prosegue nell'interno)

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				<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
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<h1><span style="color: #ff0000;"><strong>Un medico su quello che ha visto a Gaza. Ospedali in rovina.  </strong><strong>Di Dayton Dalton (<em>New Yorker Daily, 18 aprile 2025)</em> </strong></span></h1>
<p>&nbsp;</p>
<h2><a href="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2025/04/gaza.gif"><img class="  wp-image-31137 aligncenter" src="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2025/04/gaza.gif?resize=433%2C244" alt="gaza" data-recalc-dims="1" /></a></h2>
<h2></h2>
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<p><strong><em>[Questo resoconto è stato scritto da un medico americano, Dayton Dalton, che per vari giorni ha compiuto un viaggio in quello che resta delle strutture sanitarie di Gaza. Il suo viaggio è dipeso dalla circostanza che si trovava in missione durante il cessate il fuoco, quando i dipartimenti dell&#8217;emergenza non erano strapieni, e gli fu consigliato dai colleghi palestinesi di visitare i luoghi nei quali operavano. Sono in un certo senso gli &#8220;interni&#8221; di un genocidio, raccontati da immagini e dalle poche parole degli esseri umani che lo subiscono. Dalton non ha nessun interesse alle definizioni (ad eccezione di un confronto illuminante tra quello che vede e le parole usate nelle Convenzioni di Ginevra). E le persone che incontra o che lo accompagnano non hanno certo parole da sprecare. Pur trattandosi della loro vita quotidiana, quando parlano è solo per esprimere sentimenti di incredulità.]</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 29 gennaio, due settimane dopo l’accordo tra Israele e Hamas sul cessate il fuoco, ho attraversato Gaza come componente di una missione medica di dodici persone. Dopo aver attraversato il sud di Israele in un convoglio delle Nazioni Unite, abbiamo seguito una scorta militare israeliana attraverso un labirinto di barriere di cemento. Poi siamo usciti dai nostri veicoli e abbiamo trascinato valige piene di cose essenziali – garze, antibiotici, cateteri, cesoie da trauma – attraverso una porta blindata. Abbiamo superato una terra di nessuno di filo spinato dove crescevano inverosimili piante di tarassaco. Infine, siamo montati su un furgoncino con un parabrezza in frantumi e ci ha portato a Khan Younis, una città di varie centinaia di migliaia di persone nella zona meridionale di Gaza. Il nostro guidatore sterzava di continuo per evitare i crateri; quasi tutte le strutture che superavamo erano danneggiate. Ad un incrocio, un minareto sorgeva su una moschea in rovina. Eppure la città era viva. Ho visto una famiglia che sorseggiava tè in un edificio senza tetto. Quasi la metà dei due milioni di residenti di Gaza sono bambini, e sono dappertutto – ridono, salutano, fanno volare aquiloni di carta.</p>
<p>Agli inizi, quando mi iscrissi per lavorare a Gaza alla fine del 2024, l’esercito israeliano eseguiva più o meno giornalmente offensive di terra e di aria. Pazienti feriti stavano schiacciando l’appena funzionante sistema sanitario della regione. Mi aspettavo di accovacciarmi in un unico ospedale e di passare due settimane per aiutare a curarli. Invece, quando arrivai, le forze israeliane si erano ritirate da parti di Gaza, gli attacchi aerei erano un buona parte sospesi e le famiglie sfollate stavano tornando nei luoghi dai quali erano fuggite. Questo comportava che la nostra visuale non era limitata all’interno di un edificio. Avrei ricevuto un inconsueto quadro completo delle infrastrutture sanitarie di Gaza.</p>
<p>Passammo la notte all’<em>Ospedale Nasser</em>, un edificio beige e marrone di cinque piani a Khan Younis. Mentre ci avvicinavamo un passante, riconoscendoci come  operatori umanitari, gridò una supplica attraverso la finestra del nostro furgoncino: “Restate con noi! Non limitatevi ad arrivare e partire. Qua va di scena l’umanità!” Il <em>Nasser</em> è stato il luogo di un importante attacco a febbraio del 2024, quando l’esercito israeliano – lo IDF (<em>Forze di Difesa Israeliane</em>) – bombardò l’ospedale, interruppe l’energia elettrica e l’ossigeno e saccheggiò la struttura. Un dottore disse alla CNN che era stato perquisito. “Siamo sotto un assedio completo”, disse. “Siamo stati senza elettricità, senza ossigeno, senza riscaldamento, a mala pena con un po’ di cibo e di acqua”. Il Ministro della Sanità di Gaza riferì che come risultato dell’attacco morirono una dozzina di pazienti; l’<em>Organizzazione Mondiale della Sanità </em>ammonì che “l’ulteriore interruzione della assistenza salvavita per gli ammalati ed i feriti avrebbe portato a più morti”.</p>
<p>Lo IDF raccontava una storia diversa. Esso disse che presso il <em>Nasser</em> aveva trovato armi, in aggiunta a medicine destinate agli ostaggi israeliani. Esso sostenne anche di aver arrestato centinaia di sospetti terroristi, compresi alcuni che presumibilmente avevano posato o lavorato come staff medico. “L’attività operativa venne condotta per assicurare la minima interruzione alla prosecuzione delle attività dell’ospedale e senza danni per i pazienti e lo staff medico”, affermò una dichiarazione dell’IDF. “Lo IDF continuerà ad operare in accordo con la legge internazionale contro l’organizzazione terroristica Hamas, che opera sistematicamente dagli ospedali”. Presso i terntasei ospedali di Gaza, questa dinamica è andata in scena ripetutamente. Lo IDF ha giustificato il bombardamento e gli assalti agli ospedali, potenziali crimini di guerra, accusando Hamas di crimini di guerra: trasformare i centri medici in “centri del terrore” e nascondersi dietro le infrastrutture civili. Ma raramente i dirigenti israeliani forniscono sufficienti prove alle agenzie giornalistiche ed alle organizzazioni internazionali per verificare le loro pretese. Hamas ha negato di usare strutture sanitarie per scopi militari.</p>
<p>Il <em>Nasser</em> è stato in buona parte riparato, ma i ricordi della violenza erano dappertutto. In un campo adiacente giacciono i resti contorti e carbonizzati delle ambulanze. Su un balcone esterno  ai nostri dormitori, un dottore palestinese ci ha mostrato buchi di proiettili dal fuoco dei cecchini che ha detto era indirizzato a lui e ai suoi colleghi. Un chirurgo della nostra squadra ha detto che, durante una precedente missione, aveva trovato un osso di un dito umano sul terreno dell’ospedale; non sapendo cosa altro fare, lo aveva bruciato.</p>
<p>Il giorno successivo, alcuni di noi sono stati portati all’<em>Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa</em>, lontano dieci chilometri, nella zona centrale di Gaza. Andando a nord, abbiamo visto interi blocchi di edifici rasi al suolo. Centinaia di rifugi informali – messi assieme con lamiere, porte di automobili, tappeti, teloni – erano stati eretti in mezzo alle lastre di cemento. Le persone stavano smistando i detriti in mucchi; abbiamo incrociato un uomo che spazzava la strada con una scopa.</p>
<p><em>Al-Aqsa</em>, un gruppo di edifici in mattoni gialli segnati dalle schegge in un denso quartiere residenziale, era stato originariamente costruito per ospitare qualche centinaio di pazienti. Poi gli attacchi aerei, una invasione di terra dello IDF e pesanti scontri con i militanti palestinesi hanno spinto quasi un milione di persone nell’area. La struttura talvolta riceveva più di un centinaio di pazienti al giorno e frequentemente terminava il carburante e le scorte. Anche <em>Al-Aqsa</em> divenne un obbiettivo. Attacchi aerei colpirono un giardino dove centinaia di persone stavano rifugiandosi nelle tende. L’IDF disse che l’ospedale stava alloggiando un centro di comando terrorista.</p>
<p>La nostra guida ad <em>Al-Aqsa</em> era un robusto residente, un ortopedico trentacinquenne di nome Mohammad Shaheen. Scherzava dicendo che il conflitto era stato formidabile per la sua linea – aveva perso trenta chili.  Aprì la porta di un enorme capannone di metallo che faceva le funzioni di reparto improvvisato. “L’abbiamo costruito in dieci giorni”, ci disse. Adesso era buio, con barelle vuote agli angoli. “Stiamo passando dal trauma alla ricostruzione”, mi disse. Innumerevoli abitanti di Gaza avevano bisogno di assistenza sanitaria per ferite passate e condizioni sanitarie non curate. Quartieri interi dovevano essere ripuliti dalle macerie e dagli ordigni inesplosi.</p>
<p>Il dipartimento dell’emergenza di Al-Aqsa era uno spazio debolmente illuminato che conteneva circa quindici letti. Con mia sorpresa, solo uno ospitava un paziente. La mia specialità, la medicina di emergenza, in apparenza non aveva avuto una elevata domanda dall’inizio del cessate il fuoco. Il direttore di A-Aqsa suggeriva che, piuttosto che gestire un pronto soccorso stranamente calmo, forse avrei dovuto documentare lo stato degli ospedali in tutta Gaza. “Ci meritiamo una vita migliore di questa”, disse.</p>
<p>Quel pomeriggio, nella sala operatoria vidi un giovane la cui mano sinistra era stata maciullata. Un chirurgo si fregò le mani mentre mi raccontava cosa era successo: l’uomo era tornato sui relitti della sua casa ed una bomba era esplosa. Non c’erano lacci emostatici disponibili, dunque un catetere vescicale gli era stato legato al braccio per rallentare l’emorragia. Non c’erano neanche camici da ospedale, dunque lui stava indossando una maglione rosso quando l’anestesista lo addormentò.</p>
<p>Al piano di sopra c’era l’unità di assistenza intensiva. Sulla sua porta, che era chiusa, qualcuno aveva scritto “ICU” con un pennarello rosso. Un uomo nel corridoio forzò la porta con un cucchiaio. Dentro, uno dei miei colleghi, un intensivista con la barba di nome Shiraz Saleem, stava curando una ragazza di dieci anni con una chetoacidosi diabetica, una complicazione letale del diabete provocata dalla mancanza di insulina. Ma i dottori avevano difficoltà a monitorare il suo zucchero nel sangue perché non avevano un glucometro, uno strumento che nelle farmacie americane si vende per circa 20 dollari.</p>
<p>Nel reparto di pediatria, uno spazio angusto che aveva personaggi dei fumetti dipinti sulle pareti, una ragazza di otto anni di nome Mariam piangeva piano mentre un altro dei miei colleghi la esaminava.  I suoi capelli erano ordinatamente intrecciati con un elastico giallo. Mariam aveva perso un braccio per una amputazione dopo un attacco aereo, e una scheggia di proiettile le aveva fatto un buco tra la vescica e il retto. Era già stata sottoposta a cinque interventi chirurgici. Su un letto vicino giaceva un ragazzo di tre anni, che aveva avuto bisogno di un intervento dopo essere stato ferito in un attacco aereo; nell’attacco era stato ucciso il suo fratello di cinque anni. Il ragazzo soffriva di una ferita chirurgica infetta. Saleem mi disse dopo: “Come possono essere vere cose così orribili?”</p>
<p>Nel pomeriggio, un urologo palestinese mi mostrò sul suo telefono fotografie di pazienti che egli aveva trattato. Vidi un giovane che si diceva fosse stato colpito all’inguine da un cecchino israeliano, una donna trentacinquenne con una ferita da esplosione alla vagina, un uomo il cui scroto era stato fatto a pezzi. La faccia dell’urologo, illuminata dal bagliore di queste immagini, era livida. Continuava a scorrere, più indietro nel suo passato, finché la sua macchina fotografica all’improvviso non entrò in una realtà diversa – fotografie di incontri familiari, di ragazzi che correvano nell’erba.</p>
<p>Il 7 ottobre del 2023, migliaia di militanti guidati da Hamas erano entrati in Israele ed avevano effettuato attacchi attentamente pianificati contro civili, molti dei quali stavano partecipando ad un festival musicale. Uomini armati su motocicli e su camioncini aveva circondato le persone in fuga e aperto il fuoco. In un kibbutz vicino erano andati casa per casa, sparando ad alcuni residenti e rapendone altri. Circa milleduecento persone erano state uccise, comprese varie dozzine di bambini, e più di duecentocinquanta persone, di età che andavano dai nove mesi agli ottantacinque anni, vennero prese in ostaggio (cinquantanove ostaggi rimangono a Gaza; ventiquattro si ritiene siano vivi). Israele e il resto del mondo vennero inondati dalle immagini delle sanguinose conseguenze; alcune mostravano corpi irriconoscibili bruciati. Alla fine della giornata, le autorità israeliane stava parlando non solo di giustizia ma anche di castigo. “Per questo giorno nero ci prenderemo una possente vendetta”, dichiarò il Primo Ministro Benjamin Netanyahu. “Tutti i luoghi dove Hamas si nasconde e dai quali opera – li trasformeremo in città di rovine”.</p>
<p>In questo momento, Israele ha scaricato più esplosivo in Gaza di quello che cadde su Londra, Dresda e Amburgo messe assieme durante la Seconda Guerra Mondiale. Sono stati uccisi più di cinquantamila palestinesi. Gli ospedali non sono stati risparmiati; la maggior parte non sono più funzionali. Poche settimane prima del mio viaggio, l’<em>Organizzazione Mondiale della Sanità </em>rese noto che più di un migliaio di lavoratori della sanità erano stati uccisi, e che essa aveva verificato seicento cinquantaquattro attacchi sulle strutture sanitarie di Gaza. Il settore sanitario del territorio “è stato sistematicamente smantellato”, ha detto un rappresentante dell’OMS. Solo il mese scorso, sono stati filmati soldati israeliani che aprivano il fuoco a Gaza meridionale, uccidendo quindici operatori dei soccorsi. Un portavoce dello IDF  aveva inizialmente sostenuto che i veicoli “stavano avanzando in modo sospetto verso le truppe dell’IDF senza fari o segnali di emergenza”, ma l’IDF ha ritrattato quella dichiarazione ed ha aperto una indagine dopo che un filmato pubblicato dal Times aveva mostrato un medico in uniforme accanto ad ambulanze immobili e chiaramente segnalate, seguito da cinque minuti di sparatoria da parte dell’IDF.</p>
<p>Dal 7 di ottobre, i resoconti dall’interno di Gaza sono stati estremamente limitati. Secondo la <em>Commissione per la protezione dei giornalisti</em>, almeno cento sessantuno operatori dei media sono stati uccisi in Israele e nei territori palestinesi occupati – uno di loro, l’anno passato, in una tenda per i media fuori dall’<em>Ospedale Al-Aqsa</em>, e un altro vicino all’<em>Ospedale Nasser</em>. Mentre ero là, il solo fatto che potevo uscire dall’ospedale sembrava surreale.</p>
<p>Una sera, feci una passeggiata con Saleem, Shaheen e uno studente di medicina di ventun anni. Avevamo superato venditori ambulanti che vendevano scarpe spaiate e prodotti arrivati di recente. Vidi un uomo su una sedia da barbiere, che si tagliava i capelli. Alcune esplosioni di fucili automatici si sentirono a distanza – bande, ci venne detto. Sentivo cantare uccelli e mi guardai attorno; tre gabbie metalliche erano legate al lato di una tenda, ciascuna con un piccolo uccello domestico dentro. Poi arrivammo ad una scuola deserta che era stata usata come un rifugio. Un gruppo di bambini venne fuori dall’ombra. “Come va!” chiamò un ragazzo. I bambini ci portarono sul tetto e indicarono in basso un campo di alberi di olivo da poco piantati – una bella vista, che dava speranza. Prima che io e Saleem lasciassimo la scuola, il ragazzo, il cui nome era Ali, corse verso di noi, avvolse le sua braccia attorno a ognuno di noi, e faceva oscillare i suoi piedi anneriti come se fossero un pendolo. La sua risata risuonò nella scuola.</p>
<p>La mattina successiva, lo studente di medicina mi portò ad una stazione di ambulanze vicino ad Al-Aqsa. Ogni ambulanza recava segni di danneggiamento. Un paramedico di sessant’anni mi disse che dopo che un edificio veniva bombardato spesso volteggiavano i droni, ed i soccorritori avevano paura ad entrare finché i droni non se ne andavano. Chiesi ai paramedici cosa fosse più difficile in questo lavoro. Uno rispose: rispondere ad una attacco aereo e scoprire che ha riguardato la tua stessa famiglia. Recuperare i corpi dei bambini, disse un altro. Fece una pausa e poi aggiunse:  “E’ strano che il mondo abbia permesso che ci accadesse questo”.</p>
<p>Lo studente di medicina mi portò anche al dipartimento di ortopedia. “Le ferite da esplosivo sono contaminate”, spiegò un ortopedico accendendo una sigaretta. “Noi facciamo il controllo dei danni”. Non si potevano riparare le ossa con placche e viti, disse, perché la ferita  si sarebbe infettata. Invece, con un procedimento chiamato fissazione esterna, i dottori spingevano perni metallici attraverso la pelle e dentro l’osso; i perni erano attaccati ad un’armatura fuori dal corpo. Il tasso di infezione risultante era ancora elevato dell’ottanta per cento. Poiché l’ospedale mancava di soluzione salina per irrigare le ferite, i dottori mescolavano acqua di rubinetto con cloro adatto per le piscine.</p>
<p>Quel giorno, un giovane stava avendo un’operazione in quella che un tempo era stata una stanza per esami. Un chirurgo disse che un drone l’aveva colpito ad una coscia frantumandogli il femore. La fissazione esterna aveva stabilizzato la frattura, ma l’osso era divenuto incontrollabilmente infetto. Il chirurgo scacciò una mosca, poi tenne aperte la ferita per mostrarmi le estremità affilate e rotte dell’osso. Egli stava progettando una forma estrema di amputazione chiamata disarticolazione dell’anca; se il paziente fosse sopravvissuto, era improbabile potesse camminare nuovamente.</p>
<p>Qualcosa come ventisei mila persone hanno subito a Gaza la fissazione esterna, e molti di loro aspetteranno anni per gli interventi chirurgici successivi. “Sarà una vita miserabile per loro”, disse l’ortopedico. Poi mi indicò una foto di un missile argentato che spuntava dal terreno fuori di casa sua. “GBU-39” era stampato su un suo lato. In seguito, andai a controllare, erano munizioni americane guidate da duecentocinquanta libbre, prodotte dalla <em>Boeing</em>.</p>
<p>La peggiore devastazione avvenne a Gaza settentrionale, che in alcune fotografie sembrava come Hiroshima dopo la bomba atomica. Secondo la CNN la maggior parte dei ventidue ospedali nel nord erano finiti sotto attacchi diretti. Continuavo a sentir dire che <em>Al-Shifa</em>, l’ospedale principale di insegnamento e specialistico a Gaza, era stato completamente distrutto. Alla mattina del mio quinto giorno, mi misi in cammino con Ahmed Alassouli, uno dei coordinatori della missione medica, sulla strada <em>Al-Rashid</em>, che corre lungo il Mediterraneo. Speravamo di visitare la maggior parte degli ospedali nel nord, qualcosa che difficilmente nessun esterno era riuscito a fare dal 7 ottobre; l’IDF non permetteva che giornalisti stranieri visitassero senza una scorta, e gli operatori sanitari spesso restavano in un unico ospedale, per ragioni di sicurezza. Alla nostra sinistra, potevamo vedere ondate scintillanti e pescatori che tendevano le reti. Alla nostra destra terreni desolati. In lontananza si alzava un fumo nero e una bandiera bianca sventolava sul tetto di un edificio bombardato.</p>
<p>Dopo che avevamo camminato per alcune ore, Alassouli fu capace di chiamare una macchina e noi salimmo su un rimorchio metallico agganciato sul retro. Un uomo che viaggiava accanto a me aprì un pacchetto di biscotti e me ne offrì uno. Alla periferia di Gaza salimmo su un Suv malconcio. Vidi una donna  gettare un secchio di polvere fuori da una finestra aperta; un uomo fumava dentro un appartamento che stava perdendo una parete.</p>
<p>Il dipartimento dell’emergenza <em>dell’Ospedale Kamal Adwan</em>, a nord di Gaza City, come struttura sanitaria era irriconoscibile. Eravamo accompagnati da Ezz, un magro studente di medicina di ventitré anni con capelli ondulati e scuri, che sarebbe stato il nostro interprete nel nord. L’IDF aveva dichiarato che il <em>Kamal Adwan</em> era un centro di comando militare di Hamas. Durante un assalto dell’IDF a dicembre, l’ospedale era stato distrutto da un incendio; potevo vedere dove il fumo si era riversato dalle finestre infrante, tingendo di nero gli esterni. Mi misi una maschera sanitaria e seguii dentro un chirurgo di nome Sakher Hamad. Un odore nocivo permeava il luogo e fiale di vetro frantumate scricchiolavano sotto i nostri piedi. Usavamo i nostri cellulari per illuminare la strada. Ezz indicò una stanza dove egli aveva avuto un normale esame clinico durante il conflitto. Adesso conteneva soltanto telai di letti anneriti. Hamad mi portò al piano di sopra, ai reparti di maternità. Anch’essi erano bruciati. Nell’unità di terapia intensiva neonatale, che era stata l’ultima di tali unità in Gaza settentrionale, incubatori distrutti erano sparsi ovunque sui pavimenti. Dopo aver assaltato l’ICU, Israele aveva rilasciato un video di quelle che affermava fossero armi trovate in un incubatore.</p>
<p>In un altro settore, Hamad ci mostrò tre sale operatorie carbonizzate. Un raggio della luce del giorno penetrava attraverso una fessura nel soffitto. Uscimmo dall’ospedale attraverso quella che una volta era stata l’entrata principale, ma adesso era un buco in una facciata annerita, cadente. Di fronte all’ospedale, mi disse Hamad, c’era una fossa comune. Chesi quante persone ci fossero seppellite. “Non lo sappiamo”, rispose.</p>
<p>La casa di Ezz era stata distrutta il secondo giorni della guerra. Lui andò a risiedere come volontario all’<em>Ospedale Al-Shifa </em>– la più ampia struttura sanitaria a Gaza, con settecento letti e venticinque sale operatorie. In seguito l’IDF disse che l’<em>intelligence </em>aveva suggerito che nei tunnel sotto la struttura ci fosse un centro di comando di Hamas. A novembre del 2023, l’IDF cominciò un assedio che culminò in un assalto, l’ospedale venne neutralizzato. Poi, l’IDF rilasciò fotografie di tunnel ed armi che affermò erano stata trovate là.</p>
<p>Ezz mi disse che durante l’assalto i dottori dovevano eseguire toracotomie, nelle quali il torace viene aperto per alleviare la pressione delle lesioni interne, senza antidolorifici o sedativi. “Le urla dei pazienti erano assordanti”, disse. Non avevano strumenti per la tomografia  o neurochirurghi; i pazienti con gravi traumi alla testa alla fine smettevano di respirare e morivano. Anche dopo queste esperienze, Ezz sembrava intenzionato a praticare la medicina a Gaza, forse dopo una residenza all’estero. “Questa è la mia intenzione”, disse.</p>
<p>Motaz Harara, il diretto del dipartimento dell’emergenza di Al-Shifa, ci incontrò presso un ex-ambulatorio nei pressi dell’ospedale principale, che era stato riempito con ventotto letti e trasformato in un piccolo reparto di emergenza. Dopo gli attacchi aerei, disse Harara, lo spazio di fortuna riceveva talvolta tre o quattrocento pazienti. Il resto di <em>Al-Shifa</em>, tuttavia, venne abbandonato. Quello che un tempo era stato un atrio spazioso di ospedale, era adesso un groviglio di tondini di ferro e di cemento polverizzato. Da una parte dello spazio, un vano di un ascensore e parte di una scala erano crollati nel seminterrato. Il resto della scala  pendeva dal soffitto. Con cautela ci facemmo strada tra le barelle bruciate ed i carrelli porta-attrezzi fino alla metà posteriore del piano terra, quello era stato il dipartimento dell’emergenza.</p>
<p>Il pronto soccorso era ampio, in buona parte vuoto, e nero di fuliggine. Alcuni pilastri erano tutto quello che era rimasto della parete posteriore. Attraverso gli spazi tra di loro, potei vedere un grande cimitero dietro l’ospedale, dove le macerie erano state riutilizzate come lapidi. Quando chiesi ad Harara se qualche parte dell’ospedale avrebbe potuto essere riparata, egli scosse la testa. Un dirigente con <em>Medical Aid for Palestinians, </em>una organizzazione di beneficienza britannica, ha detto che la sua ricostruzione richiederebbe più di venti anni.</p>
<p>Dal 1950, Israele è stata un sottoscrittore delle Convenzioni di Ginevra, che stabiliscono che gli ospedali civili “in nessuna circostanza possono essere oggetto di attacchi, ma in tutti i tempi dovranno essere rispettate e protette”. Un emendamento del 1977 proibisce ogni attacco “che ci si possa aspettare provochi perdite accidentali di vite civili, farite ai civili, danni agli oggetti civili, o una combinazione di tutto ciò, che sarebbero eccessive rispetto al concreto e diretto vantaggio militare atteso”. Dal 7 ottobre, Israele si è pubblicamente impegnata a risparmiare infrastrutture e personale non militari.  Nel novembre del 2023, l’ambasciatore di Israele all’Unione Europea, disse che “Faremo del nostro meglio per non danneggiare gli innocenti”. “Noi siamo vincolati alla legge internazionale”. Un ospedale mantiene il suo status speciale anche se sta trattando combattenti feriti, ma se viene usato per una “iniziativa dannosa verso il nemico”, come il nascondere soldasti o immagazzinare armi – una violazione della legge internazionale – esso perde le protezioni umanitarie (anche allora, gli staff medici civili ed i pazienti sono legalmente protetti).</p>
<p>Lo scorso autunno, una squadra di ricercatori di Harvard ha pubblicato una analisi della distanza tra gli ospedali di Gaza e i crateri delle bombe M-84 da duemila libbre. Una M-84 può spostare più di cinque tonnellate di terra e creare onde d’urto abbastanza forti da far esplodere polmoni e setti paranasali. “Essa schiaccia edifici interi”, ha detto un passato dirigente del Pentagono. Lo studio notava che, durante le prime sei settimane del conflitto, l’ottantaquattro per cento degli ospedali di Gaza erano nell’area del danno di almeno uno di tali crateri, e un quarto erano nell’area letale. Uno degli autori, un epidemiologo spaziale e medico dell’emergenza di nome Gregg Greenough, mi ha detto: “Io non vedo alcuna prova che abbiano cercato di proteggere i civili o le infrastrutture civili”. “Come si potrebbe usare questo genere di armi, in un contesto di questo tipo, e continuare a sostenere che si sta rispettando la legge umanitaria internazionale?” L’IDF ha riferito al <em>New Yorker </em>che essa “non prende di mira intenzionalmente civili non coinvolti”. Ha detto che essa “riconosce le protezioni speciali garantite alle squadre mediche sotto la legge umanitaria internazionale ed è impegnata a prendere tutte le misure necessarie per mitigare i danni a loro e minimizzare le interruzioni nei servizi sanitari”.</p>
<p>Quando abbiamo attraversato il cancello dell’<em>Ospedale Al-Ahli Arab </em>– la cosa più vicina ad un ospedale funzionante nel nord – abbiamo visto due edifici di color marrone chiaro e una torre dall’aspetto moderno sormontata da pannelli solari. La maggior parte delle sue finestre erano frastagliate da schegge di vetro. <em>Al-Ahli</em> venne fondato nel 1882 da missionari anglicani. Una targa commemorava un restauro del 2011 sponsorizzato dall’USAID. Carri mulattieri stavano continuamente scaricando nuovi pazienti, molti dei quali avevano perni di fissazione esterna che uscivano dalle loro braccia o gambe. Una cappella, crivellata dai danni dei frammenti di proiettili, era stata trasformata in un reparto medico. Ezz ci portò in un piccolo pronto soccorso che, nonostante il cessate il fuoco, era in funzione. Non c’era alcun ventilatore, defibrillatore  o colonnina per le flebo. Contai due monitor cardiaci e diciotto brandine. “Due monitor per mezzo milione di persone”, disse Ezz. “Incredibile”.</p>
<p>Ezz mi presentò a Fadil Naim, che dirige la struttura. L’ospedale aveva spazio per circa cinquanta ricoverati ma di solito ne curava a centinaia, quindi alcuni dormivano fuori. Naim era l’unico chirurgo ortopedico esperto, ma veniva aiutato dall’offrire formazione a chiunque potesse. “Ho un studente triennale di medicina che adesso fa chirurgia ortopedica”, disse.</p>
<p>Agli inizi del conflitto, Naim chiamò Ezz con notizie terribili. La madre di Ezz era arrivata nella sala di emergenza di Al-Alhi. La casa dei suoi nonni era stata bombardata. Ezz disse che dopo l’arrivo dei soccorritori, una seconda bomba era esplosa nelle vicinanze. Sua madre sopravvisse, ma venti membri della sua famiglia, compreso suo padre, suo fratello, la nonna, la nipote e la cognata vennero uccisi. “Alcuni di loro sono ancora seppelliti sotto le macerie”, mi disse Ezz.</p>
<p>Molte delle case nella parte più settentrionale di Gaza, non erano solo danneggiate ma rase al suolo. L’<em>Ospedale Indonesiano</em>, un imponente edificio di quattro piani, era una delle poche strutture nel vicinato ancora in piedi, sebbene anch’esso si diceva fosse stato bombardato. I passeri sfrecciavano da un mucchio di macerie all’altro; udii quella che probabilmente era una bomba inesplosa detonare a distanza. Marwan Sultan, un cardiologo e direttore dell’ospedale, ci condusse attraverso corridoi bui, il suo camice bianco svolazzava dietro di lui.</p>
<p>Soltanto il pronto soccorso era rimasto operativo. Sultan disse che i dottori avevano eseguito neurochirurgia su una poltrona da dentista e amputazioni sul terreno. Fuori, mi mostrò i relitti di vari generatori e di una stazione di ossigeno. Le forse israeliane “hanno distrutto i polmoni dell’ospedale”, disse. Vidi un buco su una parte dell’edificio dove lui disse che un carro armato aveva attraversato la parete. Nel giardino del’ospedale,  c’erano lapidi fatte con le mattonelle del soffitto. Un portavoce dello IDF aveva detto che erano state trovate armi e tunnel nella struttura.</p>
<p>Sultan mi condusse al piano superiore, all’unità di terapia intensiva, dove il vento soffiava dalle finestre rotte. Voleva mostrarmi qualcosa che aveva scoperto dopo che le forze israeliane avevano lasciato l’ospedale. Mi indicò un monitor cardiaco vicino ad una parete. Sembrava avere un buco di proiettile sullo schermo. Vicino a quello, una macchina per elettrocardiogrammi il cui schermo era stato fracassato.</p>
<p>Entrammo in un ampio magazzino nell’angolo dell’unita di terapia intensiva che era stato stipato con dispositivi sanitari: macchine per ultrasuoni, colonnine per flebo, macchine per dialisi, monitor per la pressione del sangue. In apparenza, erano tutte state distrutte da un proiettile – non in una maniera casuale quale ci si aspetterebbe da una sparatoria, ma piuttosto metodicamente. Ero sbalordito. Non potevo pensare a nessuna possibile giustificazione militare per la distruzione di attrezzature salvavita. Quando chiesi allo IDF un commento, il portavoce disse: “Le pretese che lo IDF prenda di mira deliberatamente attrezzature sanitarie sono inequivocabilmente false”.</p>
<p>Il recente cessate il fuoco a Gaza è durato solo due settimane. A febbraio, io sono tornato negli Stati Uniti. Il 2 marzo, Israele ha impedito che tutti gli aiuti umanitari, comprese le forniture sanitarie, entrassero in Gaza, nello sforzo di fare pressione su Hamas per una accettazione di un cessate il fuoco con termini rivisti. Nella notte del 18 marzo, ha ripreso la sua campagna di bombardamenti. Al mattino, secondo il Ministro della Sanità di Gaza, sono state ammazzate più di quattrocento persone. Ezz mi ha raccontato in uno scritto che gli ospedali del nord hanno subito avuto troppi pazienti e troppo poche forniture per trattarli. Questa passata settimana, l’IDF ha intimato allo staff medico dell’<em>Al-Ahli </em> di evacuare i pazienti; venti minuti dopo, missili hanno reso inutilizzabile il dipertimento dell’emergenza ed un laboratorio di genetica. L’IDF ha detto che Hamas stava operando in essi, cosa che il gruppo ha negato.</p>
<p>Quando le bombe hanno cominciato a cadere a Khan Younis, Sidwa, un chirurgo traumatologico americano che era stato a Gaza in precedenza, era all’<em>Ospedale Nasser</em>, a dormire nella stessa stanza nella quale ero stato io. L’avevo saputo da una <em>chat</em> di gruppo degli operatori di assistenza sanitaria che erano andati in missioni mediche come la mia. Sidwa, un uomo imperturbabile con i capelli corti, si svegliò quando l’onda di pressione di una esplosione fece saltare la porta. Egli si precipitò al pronto soccorso.</p>
<p>Nelle ore che seguirono, duecento ventuno persone vennero portate all’ospedale. Novantadue vennero subito constatate decedute. Sidwa cercava pazienti che avevano bisogno di chirurgia di emergenza. “Era il caos”, disse. “Le stanze erano piene di ragazzi che morivano sul pavimento, che sanguinavano, urlavano, piangevano”. Alcuni pazienti erano vivi ma non potevano essere salvati con le limitate risorse dell’ospedale. Sidwa vide vari bambini con gravi ferite alla testa. L’ospedale non aveva un neurochirurgo, dunque c’era poco che si potesse fare per loro. Dopo aver valutato una giovane, egli indirizzò la sua parente verso una parte specifica del reparto di emergenza, dove venivano spediti pazienti che stavano morendo. Egli ricorda di aver detto: “Prendila e portala lì, e stalle accanto”.</p>
<p>Il paziente successivo che valutò era una ragazza di cinque anni con ferite di schegge di proiettile al torace, all’addome e alla testa. Il reparto di emergenza, che era vuoto  quando io l’avevo visitato a gennaio, era così affollato di pazienti che lui non poteva spingere la sua barella fino alla TAC. Invece, la prese in braccio e ce la portò. Le sue scansioni suggerivano che poteva sopravvivere alle ferite cerebrali, dunque la portò alla sala operatoria e curò le sue ferite interne all’addome (cinque giorni dopo, lei avrebbe ripreso a parlare).</p>
<p>Continuò a trattare un buco delle dimensioni di una palla da tennis sulla schiena di una donna, una aorta lacerata di un altro paziente e un ragazzo di cinque anni il cui intero corpo era stato colpito da schegge, provocandogli un arresto cardiaco. Uno dei colleghi di Sidwa aprì il torace del ragazzo come se fosse una conchiglia e ricucì i buchi sui ventricoli del suo cuore. Il collega riavviò il cuore del ragazzo iniettando in esso epinefrina, e loro assieme ripararono i danni al fegato,  al diaframma, al colon, allo stomaco e al rene del ragazzo. Nonostante i loro sforzi, il ragazzo morì.</p>
<p>Sidwa ha detto che uno dei suoi ultimi pazienti quella notte fu un ragazzo sedicenne di nome Ibrahim, che aveva subito ferite intestinali da schegge. Sidwa suturò il retto del ragazzo e creò una stomia – un foro che esce dall’addome – per consentire al suo tratto digestivo di guarire. Ibrahim aveva i capelli neri e pareva minuscolo per la malnutrizione. Ci si aspettava che avesse un pieno recupero. Il padre del ragazzo sembrava conoscesse due sole parole in inglese – “thank you” – e continuava a ripeterle. “E’ stata una cosa dolce”, mi ha detto Sidwa.</p>
<p>Cinque giorni dopo, Ibrahim era quasi pronto per essere spedito a casa. Quel pomeriggio, Sidwa stava andando a controllarlo quando un collega lo fermò. Mentre stavano discutendo su un paziente, una esplosione scosse l’ospedale. I colleghi palestinesi di Sidwa lo spinsero lontano dalle finestre; l’edificio era stato colpito. Successivamente l’IDF disse che il colpo era indirizzato ad un leader politico di grado elevato di Hamas di nome Ismail Barhoum. Un portavoce ha dichiarato che Barhoum era “nell’ospedale per compiere atti di terrorismo”. Sidwa ha definito questa affermazione “maledettamente ridicola”. Barhoum era parente di Ibrahim, mi ha detto Sidwa, dunque essi ricevevano il trattamento medico nella stessa stanza. “Era ferito ed era lì come un paziente”, mi ha detto. “Te lo sto dicendo come testimone oculare”.</p>
<p>Dopo l’attacco, Sidwa corse di nuovo al pronto soccorso. “Non sapevamo se gli israeliani fossero pronti ad attaccare l’ospedale, oppure a bombardarlo di nuovo”, mi ha detto. Alla fine, diversi uomini si sono precipitati dentro trasportando un ragazzo adolescente avvolto in un lenzuolo. Quando Sidwa tirò indietro il lenzuolo, rimase impressionato. L’addome del paziente era a pezzi e le sue viscere fuoriuscivano. Era Ibrahim, ed era morto.</p>
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		<title>Rashid e il sentimento della cittadinanza (giugno 2024)</title>
		<link>https://www.fataturchinaeconomics.com/2024/06/rashid-e-il-sentimento-della-cittadinanza-giugno-2024/</link>
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		<pubDate>Sun, 02 Jun 2024 13:49:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>
		<category><![CDATA[Selezione del Mese]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2024/06/Rashid.png"><img class=" size-medium wp-image-30058 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2024/06/Rashid-300x199.png" alt="Rashid" width="300" height="199" /></a><span style="color: #ff0000;">Ali Rashid e il sentimento della cittadinanza</span></strong></p> 

Ho incontrato Ali Rashid alla Croce Verde di Pietrasanta, dove era venuto per una iniziativa in Versilia della sua lista alle elezioni europee. Ci conosciamo da una trentina di anni, quando, a noi ed a molte compagne e compagni, venne l’idea di realizzare un gemellaggio tra la mia città e Gerusalemme Est; Rashid all’epoca era il Primo Segretario della Delegazione generale palestinese in Italia. 
<p>
Mi ricordo il pensiero che avevo spesso di quanto poco quella semplice e piccola idea avrebbe modificato le difficoltà della vita di centinaia di migliaia di suoi connazionali, che lui ci raccontava. Eppure Rashid era entusiasta e trasmetteva a tutti noi un sentimento inatteso: che esisteva davvero un rapporto solido tra la facile generosità e fantasia nostra, di un piccolo gruppo di militanti di una cittadina europea, e le disgrazie del suo popolo. 
</p><p>
Oggi penso che forse non ho mai conosciuto una persona altrettanto intimamente “internazionalista” come Rashid; una persona che nel mondo trova, o almeno cerca, la conferma del suo diritto di far parte di un popolo, per quanto lontano. Cosa c’è di meglio al mondo, se non sentire dappertutto il diritto di essere cittadini di qualcosa, ed essere dappertutto riconosciuti per questo diritto? Cosa restituisce meglio al nostro mondo una speranza di dignità che sta nuovamente perdendo? Neanche, intendo, la speranza di risolvere facilmente, con decreti universali,  questi diritti negati; basterebbe la percezione che l'epoca del colonialismo è terminata nel secolo scorso, per innegabile eccesso di prove, e che non si può cambiare le carte ancora una volta per tornare a sofferenze già patite. E cosa altro è tutta l'immonda furbizia che si adopera per negare che ammazzare decina di migliaia di donne, vecchi e  bambini  sia un genocidio, una guerra che non si combatte tra eserciti, le cui tappe si misurano esclusivamente su quanto si infierisce su un popolo, con l'unico proposito di sradicare anche l'ultima speranza dei "due Stati" e con l'unica novità di cercare quotidianamente di nasconderlo, per manifesta vergogna?
</p><p>
Ali Rashid è candidato nella lista di “Pace, Terra, Dignità” nella circoscrizione Centro, per le prossime elezioni europee (con il nome di Ali Khalil, che questo racconto che mi ha inviato spiega per quale ragione gli venne imposto dalle autorità giordane, per cancellare traccia della sua nazionalità palestinese). Ognuno può decidere cosa rappresenti per noi il suo sentimento di cittadinanza, il suo lungo resistere. Io sono arrivato alla conclusione che, tra le varie cose importanti che oggi sono in gioco, la sua resistenza sia la più importante. Vedo molti sforzi per ripartire, e li apprezzo. Ma non vedo come si possa ripartire lasciando indietro, ormai, anche soltanto il sogno di Rashid della sua antica “casa di pietra bianca”. 





</p><p>

Ecco il racconto di Rashid: 
</p><p>

“Avevamo una casa di pietra bianca nel mio villaggio: Lifta, fondato 4.000 anni fa dai Cananei con il nome di Niftu, e conosciuta dai Romani come Nifta. 

Il suo territorio si estendeva fino alla porta di Damasco e alla porta dei Fiori sotto le mura di Gerusalemme. 
Poco lontano, mio nonno aveva un oliveto su una collina, oggi chiamata la collina francese, con olivi secolari. Mio nonno conosceva ogni olivo, a ciascuno aveva dato un soprannome. 
(prosegue nell'interno)
</p>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2024/06/Rashid.png"><img class=" size-medium wp-image-30058 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2024/06/Rashid.png?resize=300%2C199" alt="Rashid" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">Ali Rashid e il sentimento della cittadinanza</span></strong></p>
<p>Ho incontrato Ali Rashid alla Croce Verde di Pietrasanta, dove era venuto per una iniziativa in Versilia della sua lista alle elezioni europee. Ci conosciamo da una trentina di anni, quando, a noi ed a molte compagne e compagni, venne l’idea di realizzare un gemellaggio tra la mia città e Gerusalemme Est; Rashid all’epoca era il Primo Segretario della <em>Delegazione generale palestinese</em> in Italia. Mi ricordo il pensiero che avevo spesso di quanto poco quella semplice e piccola idea avrebbe modificato le difficoltà della vita di centinaia di migliaia di suoi connazionali, che lui ci raccontava. Eppure Rashid era entusiasta e trasmetteva a tutti noi un sentimento inatteso: che esisteva davvero un rapporto solido tra la facile generosità e fantasia nostra, di un piccolo gruppo di militanti di una cittadina europea, e le disgrazie del suo popolo.</p>
<p>Oggi penso che forse non ho mai conosciuto una persona altrettanto intimamente “internazionalista” come Rashid; una persona che nel mondo trova, o almeno cerca, la conferma del suo diritto di far parte di <em>un</em> popolo, per quanto lontano. Cosa c’è di meglio al mondo, se non sentire dappertutto il diritto di essere cittadini di qualcosa, ed essere dappertutto riconosciuti per questo diritto? Cosa restituisce meglio al nostro mondo una speranza di dignità che sta nuovamente perdendo? Neanche, intendo, la speranza di risolvere facilmente, con decreti universali,  questi diritti negati; basterebbe la percezione che l&#8217;epoca del colonialismo è terminata nel secolo scorso, per innegabile eccesso di prove, e che non si può cambiare le carte ancora una volta per tornare a sofferenze già patite. E cosa altro è tutta l&#8217;immonda furbizia che si adopera per negare che ammazzare decine di migliaia di donne, vecchi e  bambini  sia un genocidio, una guerra che non si combatte tra eserciti, le cui tappe si misurano esclusivamente su quanto si infierisce su un popolo, con l&#8217;unico proposito di sradicare anche l&#8217;ultima speranza dei &#8220;due Stati&#8221; e con l&#8217;unica novità di cercare quotidianamente di nasconderlo, per manifesta vergogna?</p>
<p>Ali Rashid è candidato nella lista di “Pace, Terra, Dignità” nella circoscrizione Centro, per le prossime elezioni europee (con il nome di Ali Khalil, che questo racconto che mi ha inviato spiega per quale ragione gli venne imposto dalle autorità giordane, per cancellare traccia della sua nazionalità palestinese). Ognuno può decidere cosa rappresenti per noi il suo sentimento di cittadinanza, il suo lungo resistere. Io sono arrivato alla conclusione che, tra le varie cose importanti che oggi sono in gioco, la sua resistenza sia la più importante. Vedo molti sforzi per ripartire, e li apprezzo. Ma non vedo come si possa ripartire lasciando indietro, ormai, anche soltanto il sogno di Rashid della sua antica “casa di pietra bianca”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><em> </em><strong>Il racconto di Rashid </strong></span></p>
<p><em>“Avevamo una casa di pietra bianca nel mio villaggio: Lifta, fondato 4.000 anni fa dai Cananei con il nome di Niftu, e conosciuta dai Romani come Nifta. </em></p>
<p><em>Il suo territorio si estendeva fino alla porta di Damasco e alla porta dei Fiori sotto le mura di Gerusalemme. </em></p>
<p><em>Poco lontano, mio nonno aveva un oliveto su una collina, oggi chiamata la collina francese, con olivi secolari. Mio nonno conosceva ogni olivo, a ciascuno aveva dato un soprannome. </em></p>
<p><em>Lì, avevamo una seconda casa, dove andavamo in autunno.</em></p>
<p><em>Da diversi anni, al posto dell&#8217;oliveto è sorto un quartiere residenziale per coloni dell’Europa centro-orientale, che non sanno distinguere un fico da un olivo.</em></p>
<p><em>Qualcuno di quegli olivi è rimasto in piedi come testimone silenzioso delle guerre dei conquistatori, delle grida di dolore di una parte e quelle di giubilo dell’altra. </em></p>
<p><em>Guerre in nome di Dio o degli imperi, che cambiano nome, ma restano sempre le stesse.</em></p>
<p><em>Il Massacro di Deir Yassin del 1948 costrinse la gente a fuggire, creando la parte israeliana di Gerusalemme. La mia famiglia si trasferì nella casa d’autunno.</em></p>
<p><em>Secondo i nuovi storici israeliani, per svuotare città e villaggi palestinesi ci fu sempre un massacro. Lungo la strada Lifta-Romema fino a via di S. Giorgio infatti non si trovano più palestinesi. </em></p>
<p><em>Le loro tracce furono cancellate.</em></p>
<p><em>Nahlul è sorto al posto di Mahlul. </em></p>
<p><em>Gevat al posto Yibat. </em></p>
<p><em>Kifar al posto di Tell Shaman.</em></p>
<p><em>Ma non solo i nomi dei villaggi vennero cambiati, anche i cognomi subirono lo stesso destino.</em></p>
<p><em>L’autorità giordana decise che il mio cognome, Al Rashid, doveva diventare Khalil.</em></p>
<p><em>Tre anni dopo, ridisegnarono i confini tra Giordania e Israele e la mia famiglia fu espulsa nuovamente verso un campo di rifugiati nel deserto giordano. </em></p>
<p><em>La nostra casa, con tutte le nostre cose, ci fu espropriata. </em></p>
<p><em>I nuovi arrivati trovarono una casa pronta e arredata, promessa loro da Dio. </em></p>
<p><em>La nostra identità fu così definitivamente annientata. </em></p>
<p><em>La Palestina fu cancellata dalla carta geografica e spartita tra nuovi Stati nazionali creati dalle potenze coloniali europee, a misura dei propri interessi, per consolidare il proprio dominio.</em></p>
<p><em>Generazioni di palestinesi sono nate e cresciute in queste condizioni. </em></p>
<p><em>Venivamo chiamati giordani e il semplice dirsi palestinesi o esporre la bandiera della Palestina era punibile con il carcere.</em></p>
<p><em>Quando avevo 11 anni, io, mio padre, mia madre, tre sorelle e un fratello tutti più piccoli di me, vivevamo nel campo rifugiati in una tenda, trasformata lentamente in una casa di fango. </em></p>
<p><em>Il nostro sogno è sempre stato quello di tornare alla casa di pietra bianca di Lifta. </em></p>
<p><em>Grazie all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, abbiamo avuto accesso a istruzione e assistenza umanitaria. </em></p>
<p><em>A Zarqa, sul margine del deserto, ho camminato per ore ogni giorno per raggiungere la scuola.</em></p>
<p><em>Una adolescenza segnata dalla persecuzione e dall’ingiustizia.</em></p>
<p><em>Nel 1971, dopo il Settembre Nero in Giordania, fui arrestato e incarcerato per sei mesi perché figlio di un leader palestinese. Avevo quasi 17 anni. </em></p>
<p><em>Mia madre mi portava i libri in carcere perché voleva che studiassi. Sapeva che quella era la chiave per rendere liberi i suoi figli</em></p>
<p><em>Nonostante le condizioni disumane della prigione, tra malattie della pelle e la sporcizia, fu anche una straordinaria esperienza di solidarietà e comprensione. Tutti mettevano al servizio della nuova comunità carceraria le loro competenze. Insegnanti, professori, medici, artisti. </em></p>
<p><em>Una volta liberato e passato l’esame di maturità, la famiglia e la comunità decisero di mandarmi all’estero per studiare. </em></p>
<p><em>Nonostante il ritardo per la consegna dei documenti, l’addetto culturale della ambasciata italiana mi prese in simpatia, o forse per pietà, fece di tutto per farmi partire per l’Italia e farmi arrivare a Parma, per intraprendere il mio percorso accademico.</em></p>
<p><em>Arrivai a Parma alle 4 del mattino, solo, con solo il nome di uno studente palestinese da incontrare. Seduto su una panchina vicino alla stazione, osservavo la gente che si affrettava al lavoro, in bicicletta o in Fiat 500. Qualcuno intonava melodie dell’opera italiana. </em></p>
<p><em>Era una scena straordinaria, piena di vita, lavoro e diritti: una realtà molto diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora. </em></p>
<p><em>Nell’ambiente accademico scoprii un mondo di conoscenza e opportunità. </em></p>
<p><em>I libri senza censura e le discussioni del movimento studentesco mi avvicinarono alla libertà e all’impegno.</em></p>
<p><em>Ero affascinato dalla generosità degli italiani, che mi offrirono un rifugio e mi sostennero al punto che lavorando e studiando potei mandare denaro alla mia famiglia. </em><em> </em></p>
<p><em>L’ingiustizia che abbiamo subito riguarda non solo le vite che abbiamo perso, riguarda la storia passata e il nostro presente. </em></p>
<p><em>Siamo stati raccontati da una potente macchina di disinformazione che non ha risparmiato nemmeno i libri di storia.</em></p>
<p><em>Ma la speranza è un obbligo morale, un faro di luce nel buio dell&#8217;ingiustizia e della violenza.</em></p>
<p><em>Continuo a chiamarmi Ali Rashid e continuo a sognare quella casa di pietra bianca.”</em></p>
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		<title>Appunti dal nuovo libro di Branko Milanovic, “Visioni dell’ineguaglianza”  (a cura di Marco Marcucci, novembre 2023)</title>
		<link>https://www.fataturchinaeconomics.com/2023/11/appunti-dal-nuovo-libro-di-branko-milanovic-visioni-dellineguaglianza-a-cura-di-marco-marcucci-novembre-2023/</link>
		<comments>https://www.fataturchinaeconomics.com/2023/11/appunti-dal-nuovo-libro-di-branko-milanovic-visioni-dellineguaglianza-a-cura-di-marco-marcucci-novembre-2023/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 29 Nov 2023 17:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[mm]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>
		<category><![CDATA[Selezione del Mese]]></category>

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		<description><![CDATA[  
 
  
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2023/10/Branko-Visioni.png"><img class=" size-medium wp-image-28614 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2023/10/Branko-Visioni-203x300.png" alt="Branko Visioni" width="203" height="300" /></a><span style="color: #ff0000;">Appunti dal nuovo libro di Branko Milanovic, “<em>Visioni dell’ineguaglianza” </em></span></strong></p> 
<strong> </strong> 
 
L’<em>égalité </em>è certamente un tema principale della storia politica degli ultimi due secoli, in un certo senso la sua ‘croce e delizia’. La attraversa tutta, in certi momenti la scuote, resta nella sua memoria accantonata come un proposito, talvolta onesto e talvolta un po’ vago, oppure, in altri momenti, viene rinnegata, diventa un pretesto per distinguere il ‘noi’ da ‘gli altri’; e allora può anche avvenire il paradosso di una eguaglianza che convive a lungo e spensieratamente con forme di schiavitù di varia intensità. In genere, la conseguenza è che quello che resiste non è il tema dell’eguaglianza, ma più modestamente quello delle ‘ineguaglianze’, ovvero la stessa faccenda affrontata realisticamente per difetto. 
E “Visioni dell’ineguaglianza, dalla Rivoluzione francese alla fine della Guerra Fredda” è il titolo del nuovo libro di Branko Milanovic, uscito alla fine del mese di ottobre. Può sembrare che, nel complesso, la teoria economica sia stata circospetta sul tema dell’ineguaglianza, e in effetti credo sia del tutto raro imbattersi in una storia del pensiero economico che si focalizzi unicamente sul tema delle ineguaglianze delle donne e degli uomini. Esse però, sullo sfondo, in genere ispirano o turbano i pensatori ... 

(prosegue nell'interno) 
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2023/10/Branko-Visioni.png"><img class=" size-medium wp-image-28614 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2023/10/Branko-Visioni.png?resize=203%2C300" alt="Branko Visioni" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">Appunti dal nuovo libro di Branko Milanovic, “<em>Visioni dell’ineguaglianza” </em></span></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><u>L’<em>égalité </em></u>è certamente un tema principale della storia politica degli ultimi due secoli, in un certo senso la sua ‘croce e delizia’. La attraversa tutta, in certi momenti la scuote, resta nella sua memoria accantonata come un proposito, talvolta onesto e talvolta un po’ vago, oppure, in altri momenti, viene rinnegata, diventa un pretesto per distinguere il ‘<em>noi</em>’ da ‘<em>gli altri</em>’; e allora può anche avvenire il paradosso di una eguaglianza che convive a lungo e spensieratamente con forme di schiavitù di varia intensità. In genere, la conseguenza è che quello che resiste non è il tema dell’eguaglianza, ma più modestamente quello delle ‘<em>ineguaglianze</em>’, ovvero la stessa faccenda affrontata realisticamente per difetto.</p>
<p><u>E “<em>Visioni dell’ineguaglianza, dalla Rivoluzione francese alla fine della Guerra Fredda</em><strong>”</strong> è il titolo del nuovo libro di Branko Milanovic, uscito alla fine del mese di ottobre. </u></p>
<p>Può sembrare che, nel complesso, la teoria economica sia stata circospetta sul tema dell’ineguaglianza, e in effetti credo sia del tutto raro imbattersi in una storia del pensiero economico che si focalizzi unicamente sul tema delle ineguaglianze delle donne e degli uomini. Esse però, sullo sfondo, in genere ispirano o turbano i pensatori, come un sorta di cartina di tornasole delle proprie teorie, che talora paiono esserne confermate con trionfale evidenza, talaltra costituiscono una specie di inconveniente, nel qual caso le teorie debbono cercare di dimostrare la relativa non influenza delle diseguaglianze. Vien fatto, dunque, subito da chiedersi se, nel suo complesso, il pensiero economico sia stato più audace o meno audace, rispetto al senso comune ed alla storia reale, nel misurarsi sul tema. Ma, ovviamente, bisogna procedere con un po’ di ordine.</p>
<p>Abbiamo pensato che, magari in attesa della edizione in lingua italiana, alcuni lettori di <em>FataTurchina </em>sarebbero forse stati interessati da questi appunti. Cercheremo di ripercorrere le pagine del libro di Milanovic, di individuare i suoi principali criteri analitici e di estrarre dal testo quelli che ci sembrano alcuni esempi più significativi del suo metodo.</p>
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<p>Anzitutto, occorre chiarire che Milanovic non si propone un nuovo testo di storia del pensiero economico; si propone proprio una storia delle <em>visioni dell’ineguaglianza, </em>circoscritta ad alcuni grandi pensatori degli ultimi due secoli e mezzo, quelli che a suo giudizio si misurarono esplicitamente con quel tema, ovvero che mostrarono direttamente o indirettamente di aver cura o di essere ispirati da una tale visione. Al tempo stesso, indirettamente, il suo libro è anche una storia della ineguaglianza stessa.</p>
<p>Forse questa è la ragione per la quale egli prende le mosse nel suo lavoro, nel <em>Prologo </em>iniziale, da una semplice e insolita definizione preliminare delle caratteristiche necessarie ad un buono studio del pensiero economico fondato sul tema delle ineguaglianze: “<em>Nella mia opinione, i migliori studi della distribuzione del reddito devono combinare tre elementi: la narrazione, la teoria e i  dati empirici. Soltanto quando tutti e tre sono presenti otteniamo quel risultato apprezzabile che io definisco uno studio </em>integrativo <em>della distribuzione del reddito” </em>(Pag. 10)<em>. </em></p>
<p>La parola chiave è “<em>narrazione</em>”: nelle trecento pagine successive, egli ci fornisce numerose ‘prove’ di questa valutazione, oltre al fatto di tornare a ribadirla frequentemente. Noi proviamo a ripercorrerle, inserendo il terzo elemento, dei “<em>dati empirici</em>”, nel primo, della “<em>narrazione</em>”, della quale in effetti essi sono una componente necessaria (il che non comporta affatto di sminuirne il loro distinto significato e valore: il libro contiene <em>una sequenza formidabile di una ventina di tabelle e diagrammi</em>, una quantità grandissima di dati, alcuni antichi ma per la maggior parte elaborati da sofisticate ricerche contemporanee).</p>
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<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>La “<em>narrazione</em>” secondo Milanovic: </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>esempi da Quesnay, Smith, Ricardo e Kuznets.</strong></span></p>
<p>Quattro esempi che mi sono parsi particolarmente illuminanti della efficacia del suo metodo di <em>narrazione</em>: François Quesnay , l’esponente della fisiocrazia francese esaminato nel primo capitolo; Adam Smith e David Ricardo, esaminati nei due capitoli successivi e Simon Kuznets, esaminato nel sesto capitolo.</p>
<p><u>Quesnay ed i fisiocratici francesi</u> sono considerati i fondatori della scienza economica moderna, per buone ragioni. Furono coloro che per primi studiarono il “<em>processo economico come un processo regolare soggetto a ritmi regolari</em>”; che compresero che il “surplus” è generato nella produzione e non, come ritenevano i mercantilisti, nel commercio e furono i primi a creare <em>Le Tableau Economique</em>, ovvero ad “<em>illustrare le relazioni numeriche  nell’economia e a definire le classi sociali ed i loro redditi</em>” (pag. 12).</p>
<p>Sennonché è poi naturale che si resti piuttosto perplessi da quella che pare quasi una ‘fissazione’ dei fisiocratici francesi, sul ruolo praticamente unico della agricoltura e sulla loro convinzione che il surplus si creasse, sì, nella produzione, ma esclusivamente in quella agricola.  Così si trascurano però le loro informazioni sulle reali classi sociali, dove – secondo i dati elaborati da loro stessi appunto ne <em>Le tableau économique</em> &#8211; il 48% dei lavoratori erano impegnati  direttamente nei lavoro agricolo, un altro 14% erano coltivatori autonomi vitivinicoli e agricoltori affittuari di terreni, e il 22% erano lavoratori tenuti ad eseguire determinati servizi (<em>gagistes</em>) pur non facendo parte della servitù domestica, mentre gli artigiani ed i capimastri manifatturieri erano il 4% della popolazione. Questo era dunque il loro orizzonte, il ruolo delle classi sociali in un “<em>ricco regno agricolo</em>”, che portava Quesnay, tra l’altro, a non disprezzare affatto l’esperienza economica della Cina. Un contesto, peraltro, assai diverso da quello allora contemporaneo dell’Inghilterra.</p>
<p><u>Oppure, si consideri la strana sorte</u> <u>che</u>, per la mancanza di attenzione al contesto reale ed anche per una semplice lettura fuorviante, <u>è toccata ad Adam Smith</u>, diventato per alcuni ‘padre dell’economia’ quasi soltanto in ossequio alla frase sulla “mano invisibile”, rapidamente tradotta come un sostegno ad un capitalismo senza regole, o meglio capace di autoregolarsi, appunto, in modo invisibile. Smith, spiega Milanovic, era tutt’altro che un teorico della autosufficienza della competizione capitalistica nella promozione di ‘società prospere’.</p>
<p>Scriveva Smith:  “<em>L’elevato prezzo del lavoro deve essere considerato non soltanto come una prova della generale opulenza di una società che può permettersi di pagare bene tutti coloro che occupa; deve essere considerato come ciò che costituisce la vera essenza della opulenza pubblica, ovvero precisamente la cosa in cui consiste propriamente l’opulenza pubblica</em>”(pag. 62). Oppure: “<em>Si dice che nelle isole delle spezie gli olandesi bruciassero tutte le spezie che una stagione fertile produce, oltre quello di cui si aspettavano di disporre in Europa con un profitto che essi stimavano sufficiente … Attraverso diverse forme di oppressione [gli olandesi] hanno ridotto la popolazione di varie isole delle Molucche quasi al numero che era sufficiente a rifornire di provviste fresche e di altre necessità del vivere le loro stesse … guarnigioni</em>” (pag. 68). Ancora, sui saccheggi delle società mercantili (come le Compagnie delle Indie Orientali inglesi o olandesi): “<em>Dappertutto, il governo esclusivo di una società di mercanti è, forse, il peggiore dei governi per ogni paese</em>” (pag. 69). Per non dire dei suoi giudizi sulle Crociate nella Terra Santa, che “<em>diedero uno straordinario incoraggiamento ai trasporti marittimi di Venezia, Genova e Pisa nel trasportare in quei posti [gli eserciti] e nel fornirli delle provviste</em>”. Quelle repubbliche “<em>furono, se così si può dire, i commissari di quegli eserciti; e la più distruttiva orgia che mai capitò alle nazioni europee fu una fonte di opulenza per quelle repubbliche</em>” (pag. 69).</p>
<p>[È  peraltro sorprendente come Smith – per effetto di un giudizio sgombro dalle ideologie del primato della Rivoluzione Industriale occidentale – avesse intuito le differenze di un’altra strada, quella della cosiddetta “rivoluzione industriosa” della Cina, che uno studioso come Kenneth Pomeranz avrebbe spiegato due secoli e mezzo dopo.  Per inciso, nell’agosto del 2021 publicammo su <em>FataTurchina</em> una recensione di Milanovic del libro dell’economista italiano Giovanni Arrighi “<em>Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo</em>”, con la quale egli riconosceva ad Arrighi il merito di avere compreso tra i primi questi tratti di ‘mondialismo’ nel pensiero di Smith.]</p>
<p>U<u>n altro esempio</u>, che a me è parso illuminante, di questa capacità di  leggere le teorie economiche nel contesto dei processi storici reali è quello che si trova nel capitolo su <u>Kuznets, un economista statunitense Premio Nobel nel 1971</u>. La definizione più sintetica della teoria di Kuznets potrebbe essere che: “<em>Quando il reddito cresce, l’ineguaglianza agli inizi sale e poi declina</em>”; quindi in un certo senso egli parrebbe poco incline a studiare l’ineguaglianza come un tema autonomo, in sostanza attribuendola per intero agli effetti della crescita.</p>
<p>Sennonché, in alcune paginette (pagg. 194/199), Milanovic ci racconta il contesto, ovvero il fenomeno forse più straordinario che era occorso agli Stati Uniti nel corso e in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Durante la Grande Depressione, nel 1933, l’ineguaglianza negli Stati Uniti aveva superato il ‘<em>coefficiente Gini</em>’ di 50, ed era poi precipitata al livello di 34 nel 1957. Dice Milanovic: “<em>Tali enormi declini sono estremamente rari e non si incontrano mai a meno di rivoluzioni. Ma le rivoluzioni tendono a produrre diminuzioni nei redditi reali, mentre in questo caso il reddito procapite reale statunitense divenne più del doppio, da circa 8000 dollari nel 1933 a 17.500 dollari nel 1957</em>” (pag. 194). Dalla metà degli anni ‘930 alla metà degli anni ‘950 gli Stati Uniti avevano grandemente ridotto le ineguaglianze: la equiparazione dei redditi era avvenuta attraverso una potente crescita della istruzione pubblica sino ai livelli universitari, c’era stata una forte crescita dell’occupazione, ma c’era anche stata una politica fiscale  molto severa sui redditi più elevati, sino ad una aliquota fiscale marginale che superava il 90 per cento sui massimi percettori di reddito. Nel frattempo, gli Stati Uniti, naturalmente anche in conseguenza degli effetti molto meno disastrosi sul loro territorio e sulla loro popolazione delle due guerre mondiali, “<em>con solo il 6 per cento della popolazione mondiale, realizzavano più di un terzo della produzione del mondo</em>” (pag. 193). Dice Milanovic, se si facesse una storia delle idee  sull’ineguaglianza comparando il pessimismo di Marx o di Pareto e l’ottimismo di Kuznets fuori dai loro contesti, non si verrebbe a capo di molto.</p>
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<p>Ma, come si è detto,  ‘<em>narrazione</em>’ significa anche capacità di estrarre dalle<u> biografie dei pensatori</u> elementi utili a raccontare le loro teorie. Il che può apparire di importanza minore, ma Milanovic mostra sarebbe un errore. Sotto quest’ultimo aspetto, varie pagine del suo libro sono preziose.</p>
<p>Tra di esse, ancora quelle relative ad Adam Smith ed al complesso rapporto – nella sua personalità intellettuale – tra le sue due opere principali: <em>La Teoria dei sentimenti morali </em>e <em>La</em> <em>ricchezza delle Nazioni </em>(pagg. 62/66). Sono, spiega Milanovic, due libri “<em>molto diversi, che coprono tematiche differenti e con pubblici diversi nella mente</em>”; il primo è il libro di un filosofo morale, che pare quasi rivolgersi alla sua famiglia, ai suoi parenti ed amici, e che pone soprattutto enfasi sulla nostra capacità di comprendere gli altri, ed accetta e approva semplicemente come naturale un ordine sociale segnato dall’esistenza di grandi differenze di reddito, in quanto “<em>Quando la Provvidenza divise la Terra tra pochi nobili padroni, non dimenticò  né abbandonò coloro che sembravano essere stati esclusi dalla partizione</em>” (citazione da Smith, da <em>La Teoria dei sentimenti morali</em>, 1759). Il secondo lavoro, come abbiamo già visto nelle citazioni precedenti, non esprime invece alcuna acquiescenza verso le gerarchie, critica apertamente i ricchi per il modo in cui hanno acquisito la loro ricchezza e per come la usano per arricchirsi ulteriormente e divenire più potenti.</p>
<p>Pochi tratti, che illuminano l’idea di un grande intellettuale nella metà del diciottesimo secolo – temporalmente, si badi, <u>quasi a mezza strada</u> tra l’ultima crociata e la contemporaneità &#8211; sul senso del suo ruolo, del suo parlare ‘<em>avendo in mente</em>’ pubblici diversi, in una società precedente ai conflitti di classe moderni. Ovvero, una informazione che appartiene intimamente al suo carattere, al modo in cui ‘personalmente’ interpretava il contesto culturale e della ‘comunicazione’ del suo tempo.</p>
<p><u>Un altro esempio riguarda David Ricardo</u>. “<em>Quando Ricardo morì nel 1823, i suoi asset ammontavano a 615.000 sterline, una somma che … equivaleva ai salari annuali di qualcosa come 14.000 lavoratori qualificati</em>” (pag. 85). La sua ricchezza lo collocava decisamente nell’1 per cento della popolazione più ricca, al punto che Ricardo può ben essere stato l’economista più ricco di tutti i tempi. Ci si può chiedere come può essere avvenuto che l’economista “più capitalista” di sempre, sia stato apprezzato da tutti i versanti, per dir così da destra e da sinistra. Per quanto egli si fosse opposto alle “<em>Leggi sui poveri</em>” ed al diritto di voto universale, venne ammirato dai progressisti contemporanei, il suo lavoro costituì la base per i <em>socialisti ricardiani</em> e venne fortemente apprezzato da Marx, che lo considerò come una conseguenza della sua attitudine  ‘scientifica’, assai più che come un segno della sua collocazione di classe. Scherza Milanovic<em>: </em>“<em>una sorta di Juan Peron dell’economia</em>”. Questo può ben essere considerato un esempio di come la ‘narrazione’ sia possibile solo con un forte aderenza ai ‘dati empirici’ ed alle esperienze personali, che il capitolo su Ricardo contiene in abbondanza.</p>
<p>Negli anni tra il 1759 ed il 1801, la società inglese conobbe una forte crescita della ineguaglianza (che nel 1801 raggiunse i 52 punti Gini, pari agli attuali livelli di ineguaglianza di alcuni paesi dell’America Latina e 20 punti superiore al livello attuale del Regno Unito); ma l’aristocrazia terriera – che era nel 1801 l’1,3 per cento della popolazione – conobbe in mezzo secolo una aumento percentuale del reddito del solo 67 per cento, identico al contemporaneo aumento dei redditi dei lavoratori – mentre i capitalisti conobbero un aumento del 261 per cento, ed i contadini del 126 per cento. Ovvero, la posta in gioco nell’economia era il conflitto di classe tra profitti del capitale e rendite dell’aristocrazia: era lì che si decideva se il surplus sarebbe stato risparmiato e destinato alla forte crescita degli investimenti che trasformò il ruolo mondiale del capitalismo britannico, oppure l’avrebbe inevitabilmente ancorato ad un sistema stazionario. In quella partita Ricardo poteva immaginare i salari dei lavoratori, che pure erano il 61 per cento della popolazione, non sarebbero stati affatto decisivi, al punto di poter continuare ad essere definiti nel solo riferimento alle minime necessità alimentari del vivere e del riprodursi.</p>
<p>Un esempio della profondità che nel pensiero è giocata dalle esperienze reali e personali, e di quanto sia importante che i pensieri di un economista, che ci viene fatto di leggere attraverso lo ‘<em>zoom</em>’ velocissimo delle teorie, si collochino nella sequenza reale delle società. E nel caso di Ricardo quella storia era coeva alla battaglia di Waterloo ed alla uscita di scena di Napoleone; anni e vicende, peraltro, che a Ricardo fruttarono enormi ricchezze, attraverso le sue speculazioni sul valore dei titoli del debito pubblico britannico.</p>
<p>Dunque, la narrazione e una straordinaria fonte di <em>empirics </em>sono ciò che consente a Milanovic di raccontare assieme grandi teorie e la storia medesima delle ineguaglianze.</p>
<p><u>Ma, ovviamente, le teorie debbono anche essere considerate nella loro autonomia.  </u></p>
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<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Dentro la teoria: </strong><strong>il caso di Karl Marx </strong></span></p>
<p>Come scrive Milanovic: “<em>La teoria è quella che dà alla narrazione una più forte impalcatura logica. Se vogliamo raccontare una storia persuasiva della lotta di classe, abbiamo bisogno di sviluppare teorie sulle strutture relative al potere ed ai conflitti sulle quote di reddito tra le classi. Una teoria sui fattori principali che danno forma alla distribuzione del reddito può essere espressa con la matematica o con le semplici parole. Può essere una teoria economica, politica, sociologica, o di altro genere. Ma senza una parte teorica, la sola narrazione è troppo vaga</em>” (pag. 11). Sennonché per fare questo, la ricerca di Milanovic si deve imporre alcuni fondamentali ‘sacrifici’, o meglio, si deve imporre una logica severa. “<em>Ciascun capitolo qua si concentra su un pensatore i cui scritti (spesso voluminosi) coprono molti soggetti, ma in questo caso l’obbiettivo è soltanto estrarre i loro punti di vista sulla distribuzione del reddito e considerare quali concrete risposte essi forniscono alle domande essenziali dell’ineguaglianza” </em>(pag. 2).</p>
<p>Sono dunque esclusi dal suo lavoro gli autori che non si sono occupati se non incidentalmente alla distribuzione del reddito – e forse il caso più clamoroso nella modernità è quello di Keynes – ed è esclusa tutta la parte del pensiero di quelli prescelti che ha riguardato altre tematiche rispetto alla distribuzione del reddito, a prescindere dal fatto che questi ultimi la considerassero o meno la parte più rilevante del loro lavoro.</p>
<p>Esaminiamo, dunque, gli esempi dei due pensatori che impegnano più nel dettaglio Milanovic, Karl Marx e Vilfredo Pareto, a partire dal primo.</p>
<p>Il capitolo di analisi del <u>pensiero di Marx</u> è il più lungo e il più impegnativo del libro (da pag. 106 a pag. 162), e questo certamente indica quanto Marx, per Milanovic, sia un economista cruciale nei due secoli, quello che ha operato come una sorta di “<em>pivot</em>” del pensiero sociale ed economico moderno, per quanto dopo il fallimento dei sistemi socialisti dell’Europa dell’Est, sia stato dato per deceduto senza il minimo scrupolo di una autopsia.</p>
<p>Può sembrare, allora, sorprendente che Milanovic pervenga alla conclusione che il ruolo di Marx nel ‘reindirizzare’ la teoria sociale ed economica non dipendesse fondamentalmente dal significato strategico che egli attribuiva agli scontri sulla distribuzione del reddito. Per Marx, come Milanovic ci aveva spiegato col suo intervento tradotto su <em>FataTurchina</em> dello scorso 16 ottobre (“<em>La visione dell’ineguaglianza di Marx</em>”), <em>“La riduzione dell’ineguaglianza che poteva essere ottenuta con le lotte sindacali non poteva essere di per sé l’obbiettivo finale. Essa è solo uno scopo intermedio, sulla strada della società senza classi”.</em> Adesso, il capitolo del libro che stiamo esaminando ce lo spiega meglio, ma anche qua dobbiamo prendere le mosse da alcuni elementi di “narrazione”.</p>
<p>Come mostra le Figura 4.1 a pagina 111, la quota di ricchezza posseduta in Inghilterra dall’1 per cento degli inglesi più ricchi &#8211; che era il 40 per cento all’epoca di Smith – era salita al 90 per cento negli ultimi decenni prima del 1900, per poi calare a picco regolarmente sino agli anni ‘960 e collocarsi al 20 per cento nell’anno 2000. La concentrazione della ricchezza al momento in cui Marx scriveva <em>Il Capitale </em>(pubblicato nel 1867) “<em>Era in precedenza qualcosa di sconosciuto, e certamente fu sconosciuta in seguito</em>” (pag. 110).  Nel 1867, facendo pari ad 1 il reddito dei lavoratori, il reddito dei capitalisti  era quindici volte e quello dei proprietari terrieri aristocratici era ventun volte superiore.</p>
<p>Al tempo stesso, nella seconda metà dell’Ottocento, “<em>ci fu una significativa espansione della legislazione sociale britannica e del diritto di voto</em>”. Nel 1867 la giornata lavorativa venne portata a 12 ore (era già tale dal 1833 nel settore tessile) e nel 1884 il diritto di voto venne esteso al 60 per cento dei maschi adulti; nel 1875 vennero permessi gli scioperi e nel 1980 venne messo al bando il lavoro dei bambini. Nel frattempo, la quota di reddito dei capitalisti era salita, dal venti per cento del reddito nazionale degli ultimi anni del Settecento, al 50 per cento di un secolo dopo, come conseguenza della modifica dei rapporti di potere tra capitalismo e aristocrazia.</p>
<p>Marx scriveva  dunque in un’epoca già assai diversa da quella di Ricardo, nella quale restavano evidenti  sia una condizione  generale di ‘immiserimento’ dei lavoratori, che vari segni di una non impossibile correzione e di crescita dei salari, almeno di quelli nominali. In particolare, spiega Milanvic,  “<em>è abbastanza frequente trovare in Marx riferimenti a differenziali nei salari tra diverse categorie di lavoratori e tra diversi </em>paesi”. Ad esempio (Tabella 4.5., pag 134) i salari annuali in talleri erano al livello 150 nel Regno Unito, 80 in Francia, 60 in Prussia e in Austria e 30 in Russia.</p>
<p>Marx dunque non poteva aderire alla cosiddetta “legge ferrea dei salari” di Ferdinand Lassalle – che stabiliva che sotto il capitalismo i salari non possono in modo duraturo eccedere il livello della sussistenza (che, come si è visto era anche il dogma di Ricardo, ma non di Smith). Quindi, si occupava con attenzione delle lotte sindacali, in particolare a quelle che avevano per oggetto l’orario di lavoro, il diritto di organizzazione e di sciopero o lo sfruttamento del lavoro minorile, <u>ma riteneva che la posta in gioco fosse il potere delle classi</u>. “<em>I salari reali possono rimanere gli stessi, possono anche crescere, ciononostante i salari relativi [la quota del lavoro] possono ridursi … Il potere della classe capitalistica sulla classe lavoratrice è cresciuto, la posizione sociale del lavoratore è diventata peggiore”. </em>Se “<em>il capitale cresce rapidamente, i salari possono salire, ma il profitto del capitale cresce in modo sproporzionatamente più veloce. La posizione materiale del lavoratore è migliorata, ma a costo della sua posizione sociale. Il divario sociale che lo separa dal capitalista si è allargato</em>” (pag. 136). <em> </em></p>
<p>Ciononostante, in alcune opere di Marx si trovano anche passaggi che fanno pensare ad una sua adesione all’idea di un <em>immiserimento progressivo</em> della classe operaia. Come si può intuire, è nell’equilibrio tra queste due interpretazioni che, in ultima analisi, si gioca l’intera partita tra la sua identificazione con una strategia della rottura rivoluzionaria, o la sua apertura ad una strategia maggiormente evolutiva: i due poli che decisero (assieme alla Prima Guerra Mondiale) la scissione tra i suoi seguaci. Ed è a questo punto che Milanovic colloca alcune pagine di vera e propria analisi della teoria economica (che mi guardo bene dal copiare, essendo spesso espressi, peraltro comprensibilmente, in linguaggio matematico).</p>
<p>Entrano in ballo alcune complicate questioni di fondo della sua teoria, che possono far propendere per la tesi di un Marx unicamente interessato alla ‘rottura’ rivoluzionaria o a quella di un Marx più attento ad una possibilità ‘evolutiva’. Quei temi possono forse dirci qualcosa di più definitivo sulle previsioni di Marx sulla futura distribuzione dei redditi?  Milanovic esamina tra essi i temi  principali, che possono forse essere così sintetizzati:</p>
<p>1, “<em>la componente storica e morale della forza-lavoro</em>”, ovvero il fatto che “<em>il valore effettivo della forza-lavoro diverge dal suo minimo fisico; è diverso secondo il clima ed il livello dello sviluppo sociale; dipende non solo dai bisogni fisici ma anche dai bisogni sociali socialmente sviluppati</em>” (III volume del Capitale, pag. 135). Ovvero, Marx non era certo inconsapevole che i salari dipendono anche da come sono storicamente percepiti i bisogni.</p>
<p>2, il fatto che l’incremento dei salari reali non comporti necessariamente un incremento della quota di reddito del lavoro rispetto al capitale. Può accadere che, “<em>mentre i salari reali sono più alti nelle economie capitalistiche avanzate, la quota del lavoro</em> (‘ il salario relativo’) <em>sia più bassa</em>” (la citazione sopra di pagina 136), ovvero che il ‘tasso di sfruttamento’ – il rapporto tra profitti e salari – salga. E Milanovic osserva che è in fondo quello che avviene oggi;</p>
<p>3, il fatto &#8211; il più controverso &#8211; che una quota crescente del capitale nel reddito possa comportare non un incremento del tasso di profitto, ma un suo declino. “<em>Questo perché la quantità del capitale potrebbe crescere più velocemente del reddito dal capitale</em>”, ovvero perché il rapporto tra ‘capitale costante’ e ‘capitale variabile’ – macchinari e lavoro umano – potrebbe modificarsi a vantaggio del primo più velocemente del profitto estratto dal secondo. Si tratta della famosa “<em>legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto</em>”, che Marx, scrive Milanovic, in fondo discute in modo frammentario in alcune decine di pagine del III volume del <em>Capitale</em>. Un concetto che ci è pervenuto come un segno distintivo del radicalismo di Marx, ma come commenta più oltre Milanovic: “<em>Il punto di vista che un’economia capitalistica possa alla fine diventare stazionaria è stato, in un modo o nell’altro, sostenuto da molti altri economisti … La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, nella formulazione di Marx, ha fatto scorrere tanto inchiostro non perché fosse diversa da quello che scrissero altri economisti classici o neoclassici, ma per le sue implicazioni: essa suona come una campana a morto per il capitalismo”; </em></p>
<p>4, infine, il fatto che la legge della caduta tendenziale  possa significare che “<em>se il tasso di profitto decresce (e tutto il resto resta lo stesso) i capitalisti saranno meno ricchi e l’ineguaglianza dei redditi probabilmente si ridurrà. Se aggiungiamo che l’argomento di Marx che i più bassi salari (di sussistenza) includono una dimensione morale e storica, possiamo senza difficoltà sostenere che Marx deve aver implicitamente ritenuto che l’ineguaglianza dei redditi tra le due classi principali si sarebbe attenuata nel capitalismo avanzato</em>” (pag. 145).</p>
<p>Sennonché Marx considera anche la possibilità che questa tendenza possa essere contraddetta da altri fattori. Sono fattori molteplici, non tutti i quali vengono considerati da Milanovic adeguatamente fondati. Ma è sorprendente apprendere, tra di essi, che Marx aveva considerato gli stessi effetti delle crisi economiche, in un modo simile al concetto delle “distruzioni creative” di Schumpeter. E sembra fondamentale, che egli avesse considerato il possibile fattore di una espansione del commercio estero (un tema in seguito riproposto soprattutto da Rosa Luxemburg). “<em>Invadere</em>” altre modalità di produzione precapitalistiche, scrive Milanovic, può ben essere rilevante, se entra in scena una sorta di “esercito di riserva globale”; ma non può probabilmente durare a lungo. Sennonché, all’invasione di aree geografiche in precedenza non capitalistiche, si può aggiungere l’invasione di ‘<em>aree interne</em>’ in precedenza non soggette al modo di produzione capitalistico, come l’area dei dati forniti dalla rivoluzione informatica (il tema del ‘<em>tecno-feudalesimo</em>’ che di recente è al centro delle riflessioni di Yanis Varoufakis), oppure degli affitti brevi delle abitazioni (sembra strano, ma a mio avviso giustamente Milanovic lo ha segnalato con interesse in varie occasioni).</p>
<p>Insomma, andando dietro alle tracce del defunto pensatore e combattente di Treviri, ci ritroviamo praticamente precipitati nel presente! Seppure quelle tracce non ci danno una risposta univoca alla domanda dalla quale eravamo partiti.</p>
<p>In effetti, se proviamo a respirare dopo il picco ripido di quelle complicate informazioni e a riprendere un filo di pensieri meno difficili, ci ritroviamo al punto nel quale si collocava l’interrogativo maggiore:  come interpretare il minore interesse di Marx per una ‘riforma’ della distribuzione del reddito?  Come interpretare la sua netta propensione a considerare necessaria e prevalente una rottura nei rapporti di potere tra le classi?</p>
<p>Milanovic ci fornisce (a pag. 156) una tabella che vuole essere una equa riflessione finale su “<em>Quattro possibili evoluzioni della distribuzione del reddito in Marx</em>” (tabella 4.7, pag. 156), che indica anche le aree geografiche che al giorno d’oggi possono essere considerate le parti del mondo corrispondenti ai quattro scenari.</p>
<p><u>Lo scenario ottimistico</u>, è quello di un incremento secolari dei salari reali e di un declino secolare del tasso di profitto; l’area attualmente corrispondente potrebbe essere l’Europa Occidentale.</p>
<p><u>Lo scenario di una società polarizzata</u> è dato dall’incremento secolare dei salari reali e da un incremento della concentrazione del capitale; l’area attualmente corrispondente sarebbero gli Stati Uniti.</p>
<p><u>Lo scenario di una società in regressione</u> è quello di un immiserimento del lavoro e di un declino secolare del tasso di profitto; l’equivalente attuale sarebbero alcune società latino americane.</p>
<p><u>Lo scenario di un collasso</u> sarebbe l’immiserimento del lavoro e la crescente concentrazione del capitale; l’area attualmente corrispondente sarebbe il Sudafrica.</p>
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<p>In conclusione, egli considera la visione di Marx sulla evoluzione dell’ineguaglianza, “<em>più brillante</em>”, così scrive, di quello che di solito si suppone. In effetti, quello che colpisce, nella ricostruzione del pensiero di Marx, è che siamo partiti dal possibile dubbio su una sua <u>esagerata radicalità</u> nel sottostimare il valore delle lotte sindacali per una migliore distribuzione del reddito, per poi dover constatare la sua <u>notevole modernità</u> nel non volersi distrarre dall’obbiettivo finale di una trasformazione dei rapporti e nelle strutture  di potere tra le classi. Il Marx che si poteva dubitare troppo figlio dell’Ottocento, ci offre dunque spunti per il ventunesimo secolo?</p>
<p>Chiediamoci: non assistiamo oggi – in particolare da alcuni decenni – ad incredibili modifiche dei fenomeni socioeconomici rispetto ai quali gli economisti paiono non riuscire a tenere il passo? Cos’altro rappresentano il dilagare delle quote di ricchezza e di reddito tra l’1 o il 10 per cento dei più ricchi; la concentrazione dei capitali e il potere di mercato di poche società monopolistiche; la facilità con la quale esse possono evadere le regole su scala internazionale nei cosiddetti ‘paradisi fiscali’, di contro quasi alla <em>conventio ad excludendum </em>del tema di una diversa giustizia fiscale; per non dire da ultimo la facilità con la quale i leader dei paesi del capitalismo mondiale, pressati da inquietanti  cambiamenti nei rapporti economici tra le nazioni, possono pensare di decretare la fine del coesistere e il nuovo inizio di un’altra economia globale dei blocchi contrapposti? Tutto questo, cosa altro rappresenta se non il clamoroso riapparire della necessità di una modifica sostanziale dei rapporti e delle strutture di potere tra le classi?  Sembra che sia avvenuto che, partiti dall’impressione di un difetto di esagerato pessimismo in Marx nei processi di contrattazione di una migliore distribuzione del reddito, una volta che collochiamo il suo mondo ed il nostro in una ‘narrazione’ corretta, alla fine si scopra una versione sorprendente della sua modernità, anche se siamo lontani dall’immaginare le forme, in particolare politiche, nelle quali questo potrà avvenire.</p>
<p>Nel febbraio del 2022, Milanovic diceva (molto meglio) una cosa simile nel suo articolo (tradotto su <em>FataTurchina</em>) sulla “<em>Inattesa immortalità di Karl Marx</em>”, con queste parole: “<em>L’influenza di Marx come pensatore, che attrae il nostro intelletto, è inestricabilmente connessa col capitalismo. Finché esiste il capitalismo, Marx sarà letto come il suo più acuto analista. Egli identificò due cruciali e storicamente originali caratteristiche del capitalismo: l’insaziabile bisogno di profitto (“</em>Accumulate, accumulate, dicono Mosè e tutti i profeti<em>”) e il bisogno di una espansione perpetua verso nuovi territori o aree di produzione che deriva esso stesso dal bisogno di profitto. Se il capitalismo cessasse di esistere, tuttavia, Marx sarebbe letto come il suo critico più profetico. Dunque sia che crediamo che il capitalismo resti o no con noi per altri 200 anni, si può star certi che Marx ci farà compagnia</em>”.</p>
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<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Il caso di Vilfredo Pareto: esorcismi </strong><strong>e argomenti contro il socialismo</strong></span></p>
<p>Ma adesso passiamo ad una lettura completamente diversa, <u>le pagine su Vilfredo Pareto</u>, questa volta entrando subito <em>in medias res</em>, ovvero nella sua teoria che venne definita della “costante paretiana”.</p>
<p>Ci informa Milanovic che, come Marx utilizzava i dati fiscali inglesi della seconda metà del diciannovesimo secolo, Pareto utilizzava dati simili relativi agli Stati tedeschi, ai cantoni Svizzeri, altre volte all’Inghilterra, a città italiane etc. Da questi complessi di dati provenne quella che sarebbe diventata la “Legge di Pareto”, ovvero la scoperta che “<em>qualora il numero dei percettori di reddito fosse distribuito secondo una schema regolare, il numero dei percettori che avevano almeno una certa soglia di reddito decresceva in regolare proporzione all’innalzamento di quella soglia</em>”<em>. In altre parole, se ci fossero stati </em>p <em>percettori con redditi superiori a </em>y,<em> poi con una nuova soglia di redditi più alti pari a </em>y<em> più il 10 per cento, il numero dei percettori sarebbe calato di una certa percentuale fissa  – ad esempio, del 15 per cento) </em> (pag. 174). Quella percentuale rimaneva immutata se gradualmente si elevava sempre di più la soglia, e il fenomeno non variava di molto tra i vari paesi e le varie città.</p>
<p>Nella Tabella proposta da Pareto, e riportata a pagina 176, si mostra come, dati due assi logaritmici, quello verticale della popolazione e quello orizzontale dei redditi , a partire da un reddito minimo definito, i più alti percettori di reddito calavano secondo una uguale inclinazione, sia che si trattasse del caso dell’Inghilterra nel 1879-80, sia che si trattasse di città italiane. Data la diversa condizione di ricchezza tra i due paesi, variavano sia il dato di partenza (la popolazione superiore alla soglia) che quello di arrivo (i redditi dei percettori più ricchi), ma l’inclinazione era identica.</p>
<p>Il che è come dire che la quota di coloro che avevano un reddito elevato – le <em>elites </em>– sarebbe stata identica in entrambi i casi. Ovvero, per estensione, che la consistenza delle <em>elites</em> non sarebbe variata nelle economie socialiste e nelle economie capitalistiche. Al massimo sarebbero variate le caratteristiche di comportamento, alcune <em>elites</em> – diceva Pareto prendendo a prestito il linguaggio di Machiavelli – avrebbero avuto un comportamento da “leoni”, altre da “volpi”. E, come Pareto scriveva nel 1896, “<em>Ci troviamo in questo caso in presenza di una legge naturale</em>” (pag. 175).</p>
<p>Come si intuisce facilmente, la presunta scoperta di Pareto aveva potenzialmente un significato dirompente nello scontro che sulla fine dell’Ottocento era già al centro della storia sociale e politica e del conflitto ideologico in Europa, tra conservatorismo liberale (successivamente il fascismo) e socialismo, o anche anarchismo, rivoluzionari. Esso in sostanza produceva l’effetto di spostare completamente la lettura dei processi sociali, dalle classi agli individui. Inoltre: “<em>La tendenza dei redditi ad essere distribuiti in un modo particolare potrebbe largamente dipendere dalla natura umana”. </em>Nel qual caso i tentativi socialisti di trasformare la società e di eliminare le ineguaglianze erano destinati al fallimento, essi erano “<em>sogni empiricamente privi di fondamento</em>”.</p>
<p>Tra capitalismo e socialismo sarebbero, al massimo, cambiate solo le <em>elites</em> al governo; questa era la sostanza della teoria paretiana della “circolazione delle elites”. Commenta Milanovic: “<em>L’unica cosa che era possibile era che le nuove elites burocratiche avrebbero sostituito le fiacche e decadenti elites borghesi”. </em>E Pareto, peraltro, non negava che questo fosse possibile, perché considerava che: “<em>Se i ‘borghesi’ fossero animati dallo stesso spirito di abnegazione e di sacrificio per la loro classe quanto lo sono i socialisti per la loro, il socialismo sarebbe ben lungi dal rappresentare la minaccia che attualmente rappresenta”. </em>Neanche negava che “<em>la lotta di classe, sulla quale Marx ha specificamente attratto l’attenzione, [sia] un fattore reale …Ma la lotta non è confinata a due classi: il proletariato ed i capitalisti; essa interviene tra un numero infinito di gruppi con diversi interessi, e soprattutto tra le elites che si contendono il potere”. </em>Comunque, la sostanza era che i propositi di eliminazione delle ineguaglianze non avevano alcun fondamento, né lo avevano mai avuto, neanche nel Perù prima della ‘conquista’ o nell’Impero Romano.</p>
<p>A questo punto, Milanovic procede ad una analisi puntuale della Legge di Pareto, ovvero si chiede se, alla luce della padronanza odierna che abbiamo dei dati sull’ineguaglianza<u>, quella fosse effettivamente una “legge” o non la fosse affatto</u>.</p>
<p>La conclusione è che la ‘scoperta’ faceva un po’ acqua da tutte le parti; e i ‘difetti’ che Milanovic ci mostra sono, in effetti, abbastanza sconcertanti. Si va dal fatto che l’estensione della variazione del suo coefficiente – nella maggioranza dei casi da 1,5 a 2 – applicata ai casi oggi noti, sarebbe equivalente alla differenza, nella quota di redditi ricevuti dal decile dei più ricchi, tra il caso di un paese come ineguaglianza estremamente alta (la Namibia) e quello di un paese di ineguaglianza moderata (la Turchia). Dunque, una differenza rilevante e non piccola, come sembrava a Pareto. Ma soprattutto al fatto “<em>oggi molto ben noto che la ‘costante’ si applica soltanto ai livelli massimi di distribuzione del reddito, ed anche in quei casi non è una costante ma una variabile</em>” (pag.181), circostanza peraltro che era nota a Pareto. Ma questo comporta che, se oggi si volesse tracciare una curva della distribuzione dell’intera distribuzione del reddito otterremmo un risultato molto diverso dalla curva che Pareto aveva riservato al 10 per cento dei più ricchi, cioè agli unici dati che egli possedeva di persone soggette ad una tassazione sui redditi (e che erano stati considerati nella Tabella da lui desunta in precedenza). E la curva che otterremmo non sarebbe esprimibile ovviamente con una linea retta. Oppure, se oggi si volesse tracciare tale curva per paesi diversi (Germania, Stati Uniti e Spagna, tabella 5.4 a pag. 183), sia pure relativa soltanto agli ultimi venti percentili della distribuzione del reddito, troveremmo tre curve abbastanza diverse, indicative di tre contesti sociali diversi.</p>
<p>A tutto questo, si deve poi aggiungere il singolare metodo con il quale Pareto, per dire così, ‘<em>metteva le mani avanti</em>’ con <em>caveat &#8211;</em> riserve, incertezze, quasi ammissioni &#8211; con le quali contornava le sue ‘scoperte’, pur presentandole al tempo stesso come del tutto indubbie. Milanovic cita alcuni casi effettivamente sorprendenti, nei quali nei suoi stessi scritti, o più prudentemente in corrispondenza privata, egli delimitava grandemente le sue certezze, o ammetteva come plausibili opzioni anche molto diverse.</p>
<p>Si direbbe quasi un naufragio. Che però non porta Milanovic a rigettare per intero il potenziale di intuizioni dell’economista italo-svizzero, ed anche questo è assai interessante.</p>
<p>Milanovic ‘salva’ aspetti non secondari delle intuizioni di Pareto, ne sottolinea anzi implicazioni piuttosto ampie e sorprendenti. “<em>Pareto  definì la prima ‘Legge di potenza’ che viene usata in molte occasioni e non soltanto per la distribuzione del reddito e della ricchezza ma anche per le distribuzioni delle città sulla base della popolazione, per le dimensioni delle inondazioni, per il numero di pubblicazioni di un autore e persino per il numero di followers su Twitter</em>” (pag. 185).</p>
<p>Inoltre, considerato che possiamo ammettere che la ‘costante’ di Pareto resti abbastanza valida per quote ristrette dei massimi percettori di reddito – il 5% o l’1% dei più ricchi – essa talora è servita a stimare la dimensione di fenomeni di ricchezza nascosta, che non si rinviene nei dati difettosi, o nei sondaggi ai quali i più ricchi non partecipano volentieri. Un esempio curioso: nella Cina odierna, gli specialisti hanno scoperto che la dimensione del fenomeno della corruzione può essere non facilmente individuata solo col ricorso ai dati sulle condanne, giacché il fenomeno della appropriazioni indebite deve essere più ampio, intuibile solo col ricorso ad una sorta di costante paretiana.</p>
<p>Ma senza dubbio l’argomento di più duratura efficacia delle intuizioni paretiane è, per lo stesso Milanovic, il fatto che, essendosi egli mosso per primo pienamente sul terreno delle ineguaglianze interpersonali di reddito, egli sia anche stato “<em><u>il primo a considerare criticamente cosa possa rappresentare l’ineguaglianza del reddito sotto il socialismo</u></em>” (pag. 187).  Tema che interessa molto Milanovic, come mostrato dal suo articolo del 23 settembre tradotto su <em>FataTurchina</em> “<em>La borghesia rossa</em>”, nonché da altri suoi interventi e libri in occasione del tracollo delle società comuniste.</p>
<p>Il punto è che che questi esiti – un naufragio e un parziale ‘salvataggio’ – hanno non poco a che fare con la <em>narrazione</em> di Milanovic della personalità di Pareto, che sinora abbiamo del tutto trascurato.</p>
<p>Egli nacque nel 1848, nell’anno delle rivoluzioni europee, quando il trentatreenne Alexis de Toqueville divenne Ministro degli Affari Esteri della Francia e Marx, allora editore e scrittore sulla <em>Gazzetta Renana</em>, veniva riespulso dalla Francia. Scrive Milanovic: “<em>Come molti altri intellettuali prima e dopo di lui, seguì un percorso che andò dalla attrazione per le idee liberali della democrazia e del libero mercato al rigetto di esse e all’adozione, al loro posto, di un rigido realismo che confinava con la misantropia, la misoginia e la xenofobia. Il suo impassibile punto di vista di un  mondo governato soprattutto dalla forza portò il suo pensiero vicino alla celebrazione fascista della violenza” </em>(pag. 163). Nonostante che la pretesa del partito fascista, che mirava ad includere Pareto tra i propri seguaci, fosse in buona misura una invenzione – Mussolini lo nominò senatore del Regno d’Italia, ma si ignora se la carica sia stata gradita – “<em>alcune parti del punto di vista di Pareto sul mondo erano connesse più che tangenzialmente con l’ideologia fascista. Ma non era un razzista. Non credeva che alcuna razza o civiltà fosse superiore ad un’altra</em>” (pag. 164).</p>
<p>Ebbe alcune esperienze personali deprimenti: forse la sua stessa carriera di progettatore di ferrovie e di manager in una ferriera, assieme al tentativo fallito di ottenere un incarico pubblico nel 1882, produssero in lui l’effetto di una sproporzione con le sue potenzialità intellettuali, sino al tardivo riconoscimento ottenuto quarantenne (Milanovic aggiunge anche l’informazione  di una infelice esperienza personale, quando venne lasciato dalla moglie, Alessandrina Bakunina che gli preferì il cuoco della casata. Per ulteriore disgrazia, si consideri che l’Alessandrina era una lontana parente dell’anarchico Bakunin). E il sociologo Raymond Aron ha ricordato quanto fosse sempre difficile cercar di insegnare Pareto ai suoi studenti: “<em>una delle tesi importanti di Pareto era che ogni cosa che viene insegnata è falsa, dal momento che conscere la verità è dannoso per una società</em>”. Secondo Milanovic, si dovrebbe concludere che egli era fondamentalmente un ‘nichilista’.</p>
<p>Ma il nichilista assurse al ruolo di scopritore di presunte leggi che dimostravano l’impossibilità dei propositi del socialismo. Egli forse intuiva, meglio dei suoi esaltatori, alcune fragilità delle sue scoperte. Ma, per alcuni aspetti, mise al centro della sua riflessione qualcosa che – se non spiegava affatto i fenomeni della diseguaglianza – almeno anticipava alcune ragioni del possibile collasso, quasi un secolo dopo, di quei propositi del socialismo. Se Marx ebbe il ruolo del <em>pivot</em> nel reindirizzare il pensiero sociale in termini che ancora oggi appaiono attraenti, Pareto ebbe il ruolo opposto, nel cercare in ogni modo di cancellare quelle suggestioni.</p>
<p>Forse, in un certo senso, egli si produsse in una sorta di esorcismo, ma avanzò un argomento reale che sarebbe rimasto duraturo.</p>
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<p style="text-align: center;"><strong> <span style="color: #ff0000;">Il nuovo paradigma della modernità statunitense (Kuznets) </span></strong><strong> </strong></p>
<p>Abbiamo già segnalato i contesti illustrati da Milanovic per Kuznets, che è l’ultimo grande pensatore che viene prescelto sotto il titolo della “<em>Ineguaglianza durante la modernizzazione</em>”. Kuznets appartiene ad un periodo che è interamente percorso dalla Guerra Fredda, studiò sui dati dell’ineguaglianza negli anni ‘950 e ‘960 e ricevette il riconoscimento del Premio Nobel nel 1971, prima della fine della guerra del Viatnam il 30 aprile del 1975. Ma Milanovic lo presenta come un caso a parte, rispetto al successivo capitolo sugli anni della Guerra Fredda. A prescindere da una non completa corrispondenza temporale, le ragioni della ‘eccezione’ su Kuznets sono altre.</p>
<p>L’ipotesi centrale di Kuznets venne (‘<em>timidamente</em>’, dice Milanovic) enunciata nel 1955: “<em>Si potrebbe ipotizzare … una lunga oscillazione nella ineguaglianza che caratterizza la struttura del reddito secolare: un allargamento nelle prime fasi della crescita economica, quando la transizione dalla civiltà preindustriale a quella industriale era più rapida, che si stabilizza per un certo periodo per poi restringersi nelle fasi successive”</em>. In uno studio successivo, egli ripeté lo schema con una spiegazione aggiuntiva: “<em>è anche più plausibile sostenere che il recente restringimento nell’ineguaglianza di reddito nei paesi sviluppati sia dovuta ad una combinazione del restringimento delle ineguaglianze intersettoriali del prodotto per lavoratore </em>[tra l’agricoltura e il settore manifatturiero]<em>, del declino della quota dei redditi dalla proprietà sui redditi totali delle famiglie, e dei mutamenti istituzionali che riflettono decisioni attinenti ala sicurezza sociale ed alla piena occupazione” </em>(pag. 196). <em> </em></p>
<p>Dunque, scrive Milanovic, “<em>il meccanismo tracciato da Kuznets è semplice e cogente … Il divario rurale urbano è al suo massimo quando la società è divisa in due gruppi di uguali dimensioni … ma una volta che la maggior parte del paese è diventata urbanizzata, il contributo del divario diverrà più piccolo</em>” (pag, 199). L’urbanizzazione connessa con la generalizzazione del sistema manifatturiero diviene un fattore fondamentale della riduzione dei fenomeni dell’ineguaglianza, ma la differenza di produttività tra il settore agricolo e quello non agricolo non è l’unica spiegazione; la società ha adesso più capitale, e la maggiore abbondanza di capitale spinge più in basso il tasso dei rendimenti del capitale e riduce i redditi relativi dei ricchi (anche qua, come in Smith e in Marx, la caduta del saggio di profitto); inoltre “<em>la piu grande disponibilità di ricchezza sociale consente alla società di introdurre le pensioni per gli anziani, le assicurazioni per la disoccupazione e gli infortuni ed altri programmi sociali che smussano ulteriormente i fattori dell’ineguaglianza</em>” (pag. 201).</p>
<p>Nelle pagine seguenti, Milanovic esamina alcune obiezioni possibili a questo schema, che peraltro sembrava reggere nella evoluzione di paesi assai diversi. Per poi, alla fine, concludere: “<em>Il colpo di grazia alla ipotesi di Kuznets venne tuttavia da una diversa direzione. Nei primi anni ‘980, le economie avanzate negli Stati Uniti e nell’Europa Occidentale conobbero una risalita dell’ineguaglianza che durò decenni – una tendenza che non poteva essere conciliata con la formulazione originaria di Kuznets</em>” (pag. 298).  Subito dopo, col suo solito scrupolo, Milanovic esamina alcuni fattori che potrebbero però produrre l’effetto di attenuare il suddetto ‘colpo di grazia’ e tenere in vita, anche se in forme un po’ diverse, l’intuizione di Kuznets.</p>
<p>Ma, per seguire nel dettaglio queste ‘oscillazioni’ della fortuna della teoria di Kuznets, l’unica soluzione è leggere per intero Milanovic. Quello che indubbiamente si può arguire è che il contributo dell’economista americano fu di natura organica, rappresentò certamente un tentativo di esporre una teoria della distribuzione del reddito e introdusse aspetti piuttosto logici delle sue necessarie basi (ad esempio, i fenomeni della urbanizzazione), e che dunque ci siano ragioni più che sufficienti per studiare Kuznets nella sequenza dei sette grandi economisti che ci vengono presentati come gli esponenti principali delle teorie della distribuzione del reddito. Inoltre, e questo è forse ancora più importante, l’economista americano rappresentò – direi in modo ‘indiretto’, ovvero depurato da propositi ideologici – un pensiero che aveva radici molto solide nella contemporanea ‘modernizzazione’ dell’economia, in particolare statunitense. L’effetto congiunto che ebbero nella società americana il periodo del New Deal e le politiche sociali successive a quella esperienza nel dopoguerra, la fortissima riduzione dell’indice delle diseguaglianze che caratterizzò quei decenni, la tassazione che oggi appare incredibilmente elevata dei redditi e delle ricchezze dei più ricchi, sono ancora oggi un fenomeno che si fatica ad intendere pienamente. Tanto più si fatica ad intenderlo, sulla base delle cronache politiche degli ultimi anni.</p>
<p>Dunque, Kuznets – per quanto coevo alla Guerra Fredda – viene espunto da Milanovic dal ‘clima’ della Guerra Fredda, nel quale, con il capitolo successivo, egli ci presenta quella che definisce come una “eclisse” del pensiero sulle ineguaglianze.</p>
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<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>L’ “eclisse” del pensiero sull’ineguaglianza </strong><strong>nella Guerra Fredda </strong></span></p>
<p>Con questo nuovo capitolo, e con quello successivo dell’ “<em>Epilogo</em>”, il libro di Milanovic cambia un po’ forma. Alcuni autori vengono adesso presi in considerazione, ma il soggetto principale diventa la stessa disciplina economica, la pochezza della sua curiosità intellettuale e dei suoi contributi alla ricerca in materia di distribuzione dei redditi, la sua soggezione o subordinazione ai climi culturali della Guerra Fredda, alle ideologie contrapposte, alle forme immateriali o anche materiali delle costrizioni dei due opposti blocchi.</p>
<p>Il tema viene così proposto sin dagli inizi “<em>In qualsiasi modo si supponga che la divisione di classe resti fissa o non sia importante, gli studi sulla distribuzione interpersonale del reddito cadono nella desuetudine … Non c’è nessuna ragione logica perché sia così; la distribuzione del reddito per fattori può essere stabile mentre intervengono cambiamenti nelle distribuzioni sia dei redditi salariali che nei redditi da proprietà … Tuttavia, mentre questo è formalmente vero, noi vedremo che l’effetto di una minimizzazione dell’importanza delle classi, o l’idea ottimistica che le classi abbiamo cessato di esistere, è stato di impedire, marginalizzare e rendere superflui gli studi sulla distribuzione del reddito</em>” (pag. 219). Negli anni tra i ‘960 ed i ‘990,  i diversi ‘contesti’ culturali e politici divennero fondamentali nell’interrompere il flusso degli studi economici in materia di distribuzione dei redditi tra le classi.</p>
<p>E, in realtà, la disciplina economica subiva gli effetti di quel contesto politico, ma svolgeva anche un ruolo autonomo nel determinarli. Nei paesi socialisti  “<em>… quel convincimento era determinato da una effettiva eliminazione della tradizionale classe capitalistica ricardiana o marxiana, che derivava il suo reddito dal possesso della proprietà. Questo comportava che tutti i redditi erano il prodotto del lavoro e, dal momento che (secondo questa opinione)  il contesto istituzionale rendeva impossibile lo sfruttamento, tali redditi dal lavoro dato che esistevano erano giustificati. In aggiunta, le differenze nei redditi erano piccole e non meritevoli di essere indagate” </em>(pag. 220). Non molto diversa era la situazione in Occidente. Anche lì, in particolare negli Stati Uniti, fattori ‘obbiettivi’ influenzavano quali ricerche economiche fossero favorite e riducevano di molto l’importanza della distribuzione del reddito. “<em>L’economia come disciplina vide il suo centro di gravità  spostarsi dall’Europa divisa in classi agli Stati Uniti dove le classi erano molto più fluide, e i più influenti economisti americani non consideravano la struttura di classe nello stesso modo in cui era considerata in Europa dagli economisti classici” </em>(pag. 221).</p>
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<p>La ricostruzione di Milanovic avviene secondo una complessa sequenza, nella quale vengono anzitutto esaminati alcuni fenomeni che caratterizzarono le società socialiste, altri che caratterizzarono le società capitalistiche, le loro differenze e le loro somiglianze, una serie di ‘casi particolari’, ovvero di economisti che non non potrebbero essere semplicemente inclusi nella deriva della ‘eclisse’. Sono pagine molto dense; pur raccontando un processo caratterizzato da somiglianze, esse sono attraversate da numerose caratteristiche particolari, che occorre stare attenti a non trascurare anche perché spesso ci recano informazioni importanti.</p>
<p><u>Milanovic  anzitutto – nelle pagine 223-249 – esamina</u> le ragioni ‘obbiettive’ – ovvero attinenti alla effettive novità nella distribuzione dei redditi prodotte dal socialismo &#8211;  e ‘soggettive &#8211; ovvero politiche e attinenti alla organizzazione delle ideologie &#8211; che caratterizzarono il <u>processo nei paesi socialisti</u>, distinguendo questi ultimi in tre principali categorie: i sistemi di proprietà non privata del capitale, ovvero le cosiddette economie socialiste di mercato (principalmente, il caso jugoslavo); i sistemi di proprietà statale del capitale, ovvero le economie del modello sovietico; e, se non una categoria a sé, almeno una menzione particolare del caso cinese.</p>
<p>Cerchiamo di afferrare dal libro di Milanovic alcune caratteristiche delle ‘ragioni obbiettive’ delle esperienze dei paesi socialisti. In termini generali, Milanovic non ha dubbi ad affermare che “<em>l’ineguaglianza sotto il socialismo fu inferiore a quella sotto il capitalismo</em>”. La differenza si basava però più precisamente su tre fattori: “<em>i più bassi premi al lavoro specializzato, i molto più bassi redditi derivanti dalla proprietà e sussidi ai consumi su ampie basi</em>”. Il problema è mettere più precisamente a fuoco queste differenze.</p>
<p>La volontà di ridurre le differenze tra lavoro non manuale e lavoro manuale, risulta chiaramente da molte ricerche;¸in particolare una tabella a pag. 228,  mostra che il  rapporto tra i salari per il lavoro non manuale e quelli del lavoro manuale di varie società capitalistiche europee (tra esse la Germania Occidentale, la Francia e il Regno Unito) oscillava da un valore di 1,18 ad un valore di 1,70, mentre quello di altrettante società socialiste (tra le quali l’Unione Sovietica,  la Polonia e la Germania Orientale) oscillava tra il valori assai inferiore di 1,05 e di 1,13.  Dunque le minori ineguaglianze derivavano anzitutto da un ‘livellamento’ dei diversi livelli di competenza e di specializzazione. Il socialismo aveva anzitutto agito nel senso di rendere il lavoro ‘più piatto’, di premiare di meno l’istruzione (in pratica agli inizi considerata una forma di ‘capitale ereditato’ nelle passate società, capitale la cui generalizzazione,  del resto, era adesso fortemente diffusa e incentivata).</p>
<p>I più bassi redditi derivanti dalla proprietà, sembrano piuttosto ovviamente derivanti dalla sostanziale abolizione della proprietà privata del capitale. È probabile, scrive Milanovic, che questo fosse in conclusione abbastanza vero, ma si tratta di stabilire quanto questo fenomeno fosse contraddetto dalla organizzazione gerarchica delle società socialiste, ovvero dalla esistenza di una ‘nuova classe’ selezionata con criteri politici, una ‘borghesia rossa’ con svariati ruoli direzionali nelle istituzioni e nella società civile. E questo è molto meno possibile comprenderlo su basi affidabili, sia perché non esistevano in pratica forme di rilevamento di queste differenze, sia perché talora i vantaggi del settori privilegiati erano di forma non-monetaria (assegnazione di alloggi, vacanze premio, addirittura in particolari casi vantaggi alimentari). Questo fattore, dunque, pur essendo notissimo, restava indefinito, e soprattutto studiarlo era assolutamente scoraggiato e in sostanza impraticabile.</p>
<p>I sussidi ai consumi, infine, erano diffusi, probabilmente anche nel senso di costi favorevoli su vari generi di consumo e della gratuità di alcuni servizi fondamentali (sanità, istruzione, ma anche alloggi). Ma anche in questo caso, Milanovic segnala un aspetto opposto: “<em>… i trasferimenti [in termini finanziari] erano meno redistributivi che non quelli sotto il capitalismo maturo con esborsi basati sui bisogni – ad esempio, [in Occidente] i sussidi di disoccupazione, le pensioni sociali, ‘ pagamenti di forme di assistenza</em>” (pag. 129). Un diagramma che illumina questo aspetto è la Figura 7.1 a pagina 231, che mostra i trasferimenti finanziari relativi in alcuni paesi capitalistici (Regno Unito ed Irlanda) e in alcuni paesi socialisti (URSS, Polonia, Ungheria), suddivisi per dieci decili di distribuzione dei redditi. Nei primi quattro decili più poveri, i valori dei paesi occidentali risultano maggiori – dal 50% al 70% &#8211; rispetto a quelli dei paesi socialisti, mentre per i decili più benestanti i trasferimenti occidentali crollano e quelli dei paesi socialisti restano della stessa intensità.</p>
<p>Ho trovato queste pagine di particolare interesse. Per sensibilità, diciamo così, spiccatamente ‘atlantiche’, l’interesse a questi temi può sembrare fuori dalla storia, che negli anni successivi alla Guerra Fredda ed al fallimento dei paesi socialisti ex sovietici è parsa esprimere un sentenza definitiva su quelle società. Ma, a parte il fatto che tale ‘sentenza’ non ha riguardato tutte quelle società e che una parte del mondo oggi fondamentale si è trasformata ed enormemente sviluppata senza rinnegare per intero quella storia, resta il fatto che il proposito di Milanovic è quello di capire in che modo – negli anni tra il ‘960 ed il ‘990 – la Guerra Fredda comportò un ridimensionamento radicale dell’interesse ad una analisi della distribuzione del reddito. E, mettendo in prima fila le esperienze dai paesi ex socialisti, Milanovic vuole dirci che una parte della spiegazione è in quelle esperienze stesse. Che da una parte significarono che la proprietà privata del capitale non era una regola inviolabile, e al tempo stesso produssero nuove forme di proprietà privata alla fine ancora meno tollerate, con effetti dirompenti sulla libertà delle persone e sulla minore crescita di quelle economie. Il tema, una volta che era assurto a concreta questione centrale nei rapporti di potere tra le nazioni, era anche diventato una sorta di tabù.</p>
<p>Milanovic, dunque, vuole anche dirci che la Guerra Fredda fu un forma di <em>consensus</em>, una convenzione accettata da tutti e con effetti su tutti. Ma che senso operò questo parallelismo?</p>
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<p>Per i paesi socialisti, il giudizio di Milanovic è che “<em>studiare le società socialiste come società di classe [divenne] sia difficile da un punto di vista marxista che estremamente pericoloso per il benessere personale” </em>(pag. 246). Studi puramente empirici vennero fatti, in particolare dagli ultimi anni ‘950 – in Polonia, Ungheria, Jugoslavia e Cecoslovacchia – “<em>ma questo lavoro, nelle migliori circostanze, non andò oltre uno sterile empirismo … non era ancorato ad alcun modello metodologico ed era incapace di studiare (o non interessato a studiare) in modo sistematico i fattori della diseguaglianza …”</em>. <em> </em></p>
<p>Ci furono alcune potenziali ‘contaminazioni’ tra i due mondi: eminenti ricercatori occidentali come Atkinson e Micklewright pubblicarono uno studio ‘<em>quasi enciclopedico</em>’ sulla distribuzione dei redditi in alcuni paesi socialisti; prestigiosi economisti provenienti da paesi socialisti, come Kalecki e Kaldor, collaborarono con istituzioni che avevano sede in Occidente (le Nazioni Unite il primo, il Governo dei laburisti inglesi il secondo). Ma gli effetti di contaminazione furono quasi nulli. Nei paesi socialisti <em>– </em>conclude Milanovic –  “<em>Per molti, inclusi gli studenti, questi furono anni sprecati”. </em>E d’altronde Kalecki, pur considerato da John Kenneth Galbraith uno dei principali economisti socialisti del primo dopoguerra, nel 1955 lasciò New York per effetto del maccartismo allora imperante.</p>
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<p>Il caso dei paesi capitalistici è, in effetti, più complesso. I fattori ‘oggettivi’ che possono in parte spiegare la “<em>disintegrazione</em>” delle ricerche sulle classi e sulla ineguaglianza, Milanovic li ha già esposti nel capitolo su Kuznets, e li abbiamo sintetizzati nella prima parte di questi appunti. Gli elevati tassi di crescita, l’emergere degli stati assistenziali, la maggiore mobilità sociale, il calo della quota del capitale sul reddito e la riduzione dell’ineguaglianza interpersonale dei redditi, certamente furono fattori che determinarono il convincimento che “<em>il potere del capitale stesse svanendo e che le società occidentali avrebbero proseguito il loro percorso verso un futuro ricco, con alta crescita e senza classi” </em>(pag. 251).</p>
<p>Ma le ragioni ‘soggettive’ – ovvero ascrivibili per intero agli sviluppi della disciplina economica, dominata in Occidente dalla analisi dell’<em>equilibrio generale</em> – furono altrettanto se non più potenti. “<em>Con la sua principale, o persino unica, concentrazione sulla formazione dei prezzi, essa lascia fuori la struttura di classe e le dotazioni di capitale o di competenze con le quali gli individui arrivano al mercato. L’acquisizione della ricchezza esce di scena. L’uso dell’economia neoclassica di un ‘agente rappresentativo’ elimina ulteriormente le considerazione sull’ineguaglianza; lo fa per definizione, dal momento che per parlare di distribuzione e di ineguaglianza dobbiamo avere molti e diversi ‘agenti’” </em>(pag. 251). E prosegue: “<em>Quindi, i modelli matematicamente complessi dell’equilibrio generale avevano soltanto relazioni molto distanti con i fenomeni del mondo reale. È  paradossale che questa arida regione della teoria sia divenuta, per un po’, la tendenza principale dell’economia. Il suo fondatore, Léon Walras, pensava ad un’economia pura come contributo teorico alla comprensione dell’economia politica e scrisse due trattati di accompagnamento sull’economia sociale e sull’economia politica applicata. Ma essi furono del tutto ignorati a favore del suo approccio più astratto e matematico”.  </em></p>
<p>Ci furono notevoli eccezioni, e quella di Keynes fu la più rilevante. È in queste pagine che Milanovic la esamina un po’ più direttamente, anche se in pratica in meno di una pagina del suo libro. “<em>Quello che salvò le teorie della distribuzione del reddito dalla completa scomparsa furono parti dell’economia, alcune nascoste in una formulazione neoclassica, che mantennero la relazione con il lavoro passato sull’economia politica. In questo caso l’economia keynesiana giocò un ruolo importante, e questo principalmente attraverso il suo utilizzo della propensione marginale al consumo. Questo forse fu inaspettato, perché Keynes stesso non fece un esplicito collegamento tra la distribuzione del reddito e i mutamenti nella propensione aggregata al consumo. Perché Keynes non lo fece – quando sembrava evidente che le politiche dei governi, come quelle da lui difese, avrebbero influenzato la distribuzione dei redditi e a loro volta la propensione aggregata al consumo – può forse essere spiegato con la sua scrupolosa attenzione ad evitare di schierarsi come le tesi sottoconsumistiche. Egli spesso si avvicinò alle loro posizioni, ma parve timoroso di finire col ‘essere consegnato, assieme a loro [ai sottoconsumisti] nel “sottobosco dell’economia” </em>pag. 251).</p>
<p>Per quanto posso comprendere, il riferimento di Milanovic ha un solido fondamento. Ovviamente, intanto, Milanovic cita Keynes nel capitolo in questione per la sua influenza molto vasta e duratura nel dibattito teorico e di politica economica, giacché l’economista britannico era morto ben prima della Guerra Fredda, nel 1946. Per farsi comunque un’idea dei concetti keynesiani di propensione, e di propensione marginale, al consumo, occorre leggere i capitoli 8,9 e 10 della <em>Teoria Generale </em>e, alla fine dell’ultimo capitolo, è lo stesso Keynes che si richiama, con una certa cautela, alle tesi dei cosiddetti ‘sottoconsumisti’. È anche evidente che il contributo principale di Keynes, le politiche dell’investimento pubblico che avrebbero consentito di perseguire l’obbiettivo della piena occupazione, avrebbero anche avuto un effetto sostanziale sulla distribuzione del reddito.</p>
<p>Ciononostante, si resta un po’ perplessi per la estrema sinteticità con la quale Milanovic ammette che Keynes abbia rappresentato una significativa eccezione rispetto al sostanziale disinteresse degli economisti neoclassici al tema delle classi sociali. Ma c’è un aspetto sul quale abbiamo già richiamato l’attenzione, e che si deve ribadire. Il punto di vista di Milanovic sono le visioni, le teorie, della distribuzione dei reddito. Dunque, non una analisi organica delle teorie economiche, ma una storia delle idee che si sono proposte di comprendere i processi della evoluzione nei rapporti tra le classi. Quando le teorie assumono come un presupposto l’irrilevanza del fenomeni distributivi e delle classi, o comunque li collocano su un piano derivato, esse inevitabilmente, per una chiara premessa di metodo, scompaiono dal centro della sua ricerca. Probabilmente Milanovic  ritiene che, in tal modo, esse si condannino, o almeno rischino, un fraintendimento cruciale, ma il compito che si è proposto non è quello di giudicarle, tanto meno di considerarle tutte sullo stesso piano; il compito che si è proposto è piuttosto constatare come in duecento anni il tema delle ineguaglianze sia rimasto aperto, oppure abbia subito una sorta di temporanea censura.</p>
<p>Anche Paul Samuelson, con la sua <em>Economia</em>, ebbe una influenza grandissima in tutto il mondo e diede molto spazio ai temi delle ‘quote’ dei singoli fattori, alle determinazioni di salari e di profitti. Eppure anch’egli si colloca come un esempio di “<em>questa incapacità di integrare gli studi della distribuzione del reddito all’interno del paradigma neoclassico</em>”.  L’ineguaglianza in quanto tale “<em>viene studiata in due pagine di un libro di più di novecento pagine, nell’ultimo capitolo che in modo rivelatorio si apre con la frase</em> ‘<em>Non si vive di solo PIL</em>’”. Dice Milanovic: “<em>Chiaramente, secondo Samuelson, l’ineguaglianza deve essere considerata come una delle ‘aggiunte’ all’economia che, per quanto non interamente irrilevanti, ha bisogno di essere ricordata solo alla fine” </em>(pag. 261).</p>
<p>In conclusione, le eccezioni ci furono, ma risultarono in pratica sopraffatte dal pensiero prevalente, anche perché erano spesso eccezioni percepite dai loro stessi autori come secondarie.</p>
<p>E lì, peraltro, che si aprì una prateria alla “<em>politica ed al finanziamento da parte della destra della ricerca</em>”. Non è certo la prima volta che, nel leggere studi della storia americana, apprendiamo il carattere sistematico delle ‘interferenze’ – ovvero le pressioni ed i passaggi di denaro di istituti e personaggi,  dalla Camera di Commercio americana ai Fratelli Koch a vari altri. Il fenomeno fu assai intenso anche nei confronti della disciplina econmica e dei vari Dipartimenti della ricerca economica. Peraltro, esso è venuto di continua intensificandosi, con l’acquisizione di testate di giornali e riviste da parte dei miliardari statunitensi. Per effetto di esso, divenne chiarissimo quali ricerche erano ‘indesiderabili’: quelle sull’ineguaglianza e sulle classi, ovviamente, ma anche in modo più sofisticato vari settori della teoria economica, con un accanimento concentrato sul più temibile keynesismo.</p>
<p>Una storia, dunque, nota e dibattuta. Quello che probabilmente è meno dibattuto è come nella storia statunitense questi fenomeni siano pacificamente stati a lungo percepiti come manifestazioni del consueto funzionamento di una democrazia.</p>
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<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Epilogo e/o ‘nuovo inizio’</strong></span><strong> </strong></p>
<p>L’ultimo capitolo, le dieci pagine finali dell’<em>Epilogo</em>, sono tutt’altro che un riassunto o una conclusione delle cose già dette; pur nell’incertezza di un periodo relativamente breve e in pieno svolgimento – dalla fine degli anni ‘990 ad oggi &#8211; sono per intero un nuovo cominciamento, una nuova <em>narrazione</em> provvista di un proprio inedito contesto di fatti, autori e prospettive. Come se l’intera vicenda delle ineguaglianze venisse ancora una volta ‘reindirizzata’ su una prospettiva sorprendente.</p>
<p>La prima causa di questo nuovo inizio, nei più di trenta anni che vanno dalla fine del ‘990 ad oggi,  è stata l’evoluzione  del contesto reale dell’ineguaglianza.  A pagina 289 appare l’ultima tabella del libro, che mostra, <u>negli Stati Uniti</u>, l’evoluzione cumulativa dei redditi reali procapite negli anni 1986 – 2007, distinta nei percentili della popolazione: è la fotografia del passaggio di epoca. Sulla sinistra, l’asse indicativo della crescita percentuale dei singoli redditi, sulla destra le posizioni dei percentili, in modo che la riga che corre nel diagramma, in ogni punto che corrisponde ai singoli redditi – dai più poveri alla sinistra ai più ricchi alla destra – mostra come le cose siano cambiate per ciascuno in quel ventennio. I quattro quinti della riga, dai poveri al corpo intero della classe media, sono rimasti immutati al livello di un aumento percentuale di venti punti, ovvero sono cresciuti ad un tasso inferiore all’1 per cento all’anno; solo quando si arriva all’85° percentile, cioè alla popolazione discretamente ricca, la riga da orizzontale diventa verticale, per i più ricchi la crescita è avvenuta su percentuali che vanno dal 40 al 90 per cento per l’1 per cento dei ricchissimi. E la fotografia si ferma al 2007, cioè alla crisi finanziaria globale del 2007/2008, che praticamente ebbe l’effetto di aprire la scena su quello che era accaduto sino ad allora e che sarebbe ulteriormente accaduto nella crescente discesa del quindicennio successivo.</p>
<p>Crescere all’1 per cento all’anno significa praticamente restare immobili, per alcuni restare molto poveri, ma per le classi medie – ovvero anche per i lavoratori con buoni posti di lavoro &#8211; restare almeno dentro un ‘miraggio’ di relativa prosperità. Ma quel miraggio, per quanto modesto, si reggeva sulla possibilità di indebitarsi facilmente, ed anche di acquistare abbastanza facilmente le abitazioni, indebitandosi. Con la crisi finanziaria molti persero le loro case che tornarono in possesso delle banche, gli interessi sulle carte di credito e su altri debiti non poterono più essere post posti e la scena si aprì tutta intera. Alla fine della storia, i salari dei lavoratori nel loro complesso erano diventati un po’ inferiori alla fine degli anni ‘960, mentre la corsa dei redditi più alti proseguiva e si accelerava. Commenta Milanovic che questo “<em>venne del tutto improvvisamente percepito come ingiusto … e portò il tema dell’ineguaglianza – che si era soltanto [</em>sino ad allora<em>] mantenuto sullo sfondo – in primo piano nella coscienza delle persone. La crisi legittimò il tema. Anche il termine </em>ineguaglianza, <em>in precedenza invocato solo con reticenza e con qualche trepidazione, cominciò ad essere usato ampiamente e apertamente</em>” (pag. 288).</p>
<p>E questa, nella storia degli studi sull’ineguaglianza, fu la prima novità.</p>
<p>Il secondo considerevole sviluppo degli ultimi decenni, è stato “<em>lo sfruttamento di fonti storiche e di archivio che ovviamente, erano state in circolazione per molto tempo ma che vennero portate alla luce grazie alle nuove possibilità di digitalizzare e processare vaste quantità di dati con l’utilizzo dei computer</em>” (pag. 293). Ovvero, la novità in quel caso è stata una rivoluzione nell’accesso alla <em>Tavole Sociali</em> (un termine che venne coniato sulla fine del Settecento), ovvero alla materiale dislocazione ed evoluzione delle classi sociali. Questo è probabilmente un aspetto che può essere pienamente apprezzato solo dai cultori delle disciplina, ma può essere semplicemente spiegato anche ai non addetti ai lavori: in sostanza si tratta di poter disporre di strumenti di lettura delle classi sociali e della distribuzione dei redditi che coprono buona parte dei paesi del mondo e molti secoli del passato. Le <em>visioni</em> dell’ineguaglianza vengono alla fine dotate di un patrimonio enorme di conoscenze, e di una prospettiva globale.</p>
<p>E, in effetti, la terza novità è stata lo sviluppo senza precedenti del tema dell’ineguaglianza globale. Abbiamo constatato nei capitoli precedenti come i pensatori del passato fossero caratterizzati da livelli assai diversi di interesse e di consapevolezza alle dimensioni mondiali dei fenomeni, che in parte derivavano dalle conoscenze possibili, in parte da diverse sensibilità (si ricordi le grandi differenze tra Smith e Ricardo, ad esempio, o anche  la maggiore attenzione all’Oriente dell’ultimo Marx). Ma certamente influiva il flusso insufficiente di conoscenze reali di buona parte del mondo. Il quadro si e modificato negli ultimi decenni, ad esempio con la condivisione dei dati dei sondaggi sulle famiglie in Cina e in Unione Sovietica, e con sondaggi regolari sulle famiglie in molti paesi africani. Anche in questo caso, novità che hanno un evidente significato per gli addetti ai lavori e un significato forse minore per tutti gli altri.</p>
<p>Ma si pensi anche a quanto la conoscenza del mondo sia qualitativamente cambiata, oltre al flusso delle conoscenze,  dal momento in cui grandi regioni del mondo sono assurte ad una posizione di primo piano nei dati della produzione della ricchezza. Il mondo si è enormemente ‘ristretto’, e dai dati sui prodotti interni lordi di altri continenti – che adesso hanno effetti diretti in quello che noi consumiamo e su quanto ci costa – si è gradualmente passati alla attenzione alle loro strutture sociali, agli effetti delle loro scelte di governo, alle loro organizzazioni sanitarie, addirittura alle loro evoluzioni nelle pandemie rispetto alle nostre. La mia generazione viveva in un’epoca nella quale la sensibilità ‘internazionalista’ era soprattutto affidata agli sviluppi delle guerre coloniali e neocoloniali (il Vietnam) , ai grandi eventi nazionali (i colpi di Stato), alla intensità delle disgrazie (le carestie nell’India era un tema che mi impressionava da bambino); oggi le vicende che riguardano il genere umano di tutto il pianeta fanno parte delle informazioni sulle quali cerchiamo di essere aggiornati quotidianamente.</p>
<p>[<em>Per inciso, se si vuole leggere un testo più breve di grande chiarezza  su come è cambiata la nostra visione del mondo, consiglierei, qua su FataTurchina, l’articolo di Milanovic del 12 giugno 2023 per la rivista Foreign Affairs: “La grande convergenza. L’eguaglianza globale e i suoi scontenti”. Esso fornisce una spiegazione magistrale dello stesso tema al quale siamo giunti nel suo libro, ovvero delle ragioni e dei modi nei quali l’ineguaglianza globale è divenuta negli ultimi decenni un nostro problema quotidiano.</em>]</p>
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<p>Ma con questi contesti, sono anche arrivati <u>sviluppi considerevoli nelle teorie economiche</u>.</p>
<p>Milanovic non ha dubbi che questo riguardi anzitutto i lavori di <u>Thomas Piketty</u> ed al principale tra essi: “<em>Il capitale nel ventunesimo secolo</em>”. Il libro di Piketty venne pubblicato, nella versione in lingua inglese, nel 2014, per divenire subito un <em>bestseller</em> internazionale, anzi un caso praticamente unico nella storia della letteratura economica. Piketty ha proposto una nuovo modo di guardare all’ineguaglianza, una nuova teoria dell’ineguaglianza, che induce Milanovic a fare una previsione: “<em>… probabilmente i futuri economisti considereranno ‘</em>Il capitale nel ventunesimo secolo’ <em>come il libro più influente da quando venne pubblicata la </em>‘Teoria Generale’ <em>di Keynes nel 1936” </em>(pag. 290).</p>
<p>Seguiamo il giudizio di Milanovic. “<em>Egli ha sviluppato quella che può essere definita una ‘teoria politica della distribuzione del reddito’. Secondo essa, il capitalismo, lasciato a se stesso, genera un’ineguaglianza sempre crescente perché i rendimenti del capitale, percepiti principalmente dai ricchi, eccedono in modo consistente la crescita dei redditi medi … una tendenza che Piketty sintetizza nella formula r &gt; g [r rappresenta i rendimenti del capitale, g il reddito medio delle persone]. L’inesorabile aumento della diseguaglianza è interrotto o invertito solo da eventi esterni, come le crisi economiche, le guerre, i periodi di iperinflazione e decisioni politiche (ad esempio, gli aumenti delle tasse).” </em>(pag. 290). <em> </em></p>
<p>In sostanza, la crescita dell’ineguaglianza è un circolo vizioso, al netto unicamente di grandi disgrazie collettive o di una politica fiscale capace di contenerla e di ridurla. È pur vero che “<em>i capitalisti usano una parte del loro reddito da capitale per investire, ma la quota del reddito da capitale sul PIL cresce anch’essa … il che, dato che il capitale appartiene per la maggior parte ai ricchi, esacerba ulteriormente l’ineguaglianza dei redditi …Ovviamente, se la maggiore intensità del capitale fosse associata ad un riduzione del tasso di rendimento, la quota del capitale non crescerebbe. Ma Piketty respinge questa eventualità, mettendo in evidenza la relativa fissità del rendimento del capitale nel corso della storia”  </em>(pag. 291).</p>
<p>Osserva Milanovic che in Piketty incontriamo nuovamente alcune delle idee di Marx, ma ‘confezionate’ in modi assai diversi. In particolare “<em>Come Marx, Piketty pensa che la quota del capitale tenderà a crescere, ma egli respinge le previsioni di Marx di un declino del tasso di rendimento del capitale”. </em>Ora, se l’intensità della produzione cresce all’infinito e il rendimento del capitale non decresce, “<em>il sistema alla fine si sposterebbe in una situazione insostenibile”</em>. La partita dunque sarebbe aperta tra questa tendenza non sostenibile, e l’effetto opposto dei “freni” di grandi crisi distruttive, patrimoni di capitale dilapidati che riportano un po’ indietro gli equilibri. Oppure, di politiche degli Stati completamente diverse da quelle sinora conosciute. Delle quali si può dir poco, a parte un sentore di buoni propositi sui livelli minimi di tassazione della grandi società di alcuni mesi orsono, in seguito a quanto pare in buona parte inattuati.</p>
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<p>Un pensiero conclusivo. Se, per il panico che provocano per loro natura le previsioni fortemente pessimistiche, queste conclusioni apparissero al nostro ‘quieto vivere’ esagerate, si consideri semplicemente: 1) che dai dati che si sommano da anni, l’aumento dei rendimenti da capitale cresce in modo incontrovertibile rispetto ai reddti medi (la Tabella che abbiamo sintetizzato sopra sugli andamenti dal 1986 al 2007, più che confermata nel quindicennio successivo); 2) che i processi di accrescimento della produzione con maggiore intensità di capitale (e di concentrazione del capitale) risultano altrettanto incontrovertibili (la posizione di dominio delle grandi società tecnologiche, o farmaceutiche, statunitensi); 3) che la relativa fissità del rendimento del capitale risulta anch’essa indiscutibile, peraltro con il formidabile sostegno dei paradisi fiscali, che sinora sopravvivono come sostanziali tabù della politica economica (ovvero, una controtendenza delle politiche fiscali a momento non appare, ed è anche stupefacente come venga considerata, o subita, come <em>off limits</em>).</p>
<p>Parrebbe che l’unica controtendenza in atto sia quella delle guerre, che peraltro si accaniscono su regioni disgraziate e povere, con improbabili effetti sui centri della ricchezza globale, semmai interessati con le industrie degli armamenti (costituiscono forse una <em>contro-controtendenza</em>?).</p>
<p>Quindi il rilievo che Milanovic assegna a Piketty appare del tutto proporzionato ai fatti.</p>
<p>Ma occorre aggiungere, pur risparmiando un elenco di nomi probabilmente non noti, che l’interesse dell’Autore per queste nuove tendenze della ricerca economica, si estende almeno ad una decina di altri ricercatori che stanno operando su campo della ricostruzione, nella storia dei secoli recenti, dei processi di distribuzione del reddito.</p>
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<p>Che la passione di Milanovic, e in fondo non solo l’oggetto ma il soggetto principale del suo libro, siano quelle ricerche e quei pensieri, è confermato dalle ultime frasi del libro, nelle quali egli si immagina cosa potrà produrre nel prossimo futuro questa grande dilatazione del tema della globalità. Il capoverso finale del libro, rinunciando del tutto ad un ‘bilancio’ del suo lavoro, ad un finale giudizio riassuntivo, come di solito si fa in pubblicazione di questa ampiezza, è una sorta di accenno ‘visionario’ a queste nuove possibilità del futuro. Cosa accadrebbe se le forze della globalizzazione creassero una elite globale, nella quale alcuni ricchi americani fossero spodestati da altri ricchi cinesi, e si stabilisse una nuova elite globale, nella quale lo strato più in alto delle società possa operare distintamente dagli Stati-nazione? E cosa questo implicherebbe per le relazioni internazionali, per la democrazia, per la corruzione e la tassazione? Difficile seguire Milanovic nei suoi interrogativi; è un po&#8217; come se uno, dopo aver camminato per due secoli e mezzo a ritroso, non riesca a pensare ad altro che a quello che gli riserba il continuare da subito il percorso del futuro.</p>
<p>Ma, fermandoci un po’ prima, vorrei terminare i miei appunti – che non sono altro che un servizio di sintesi che mi auguro sia stato aderente al testo e stimoli ad un lettura del libro – con questa considerazione. Il nuovo lavoro di Milanovic mi è parso molto importante. L’economista serbo-americano – così viene presentato nelle enciclopedie odierne, non so se con il suo gradimento – ci è noto per due aspetti: come uno degli studiosi più eminenti dei temi dell’ineguaglianza, e come un intellettuale interessato vivamente al versante della politica con un approccio quasi ‘liberatorio’, per la sua indipendenza dai ‘luoghi comuni’ e per la sua refrattarietà ai pensieri unici, in particolare a quelli che sono seguiti al tracollo dei paesi socialisti del blocco sovietico. Mi pare che questi due versanti della sua personalità intellettuale siano profondamente integrati, precisamente dalla prevalente importanza dei temi di lunga durata sull’ineguaglianza. Egli ha in mente uno svolgimento della storia moderna del genere umano che è ancorato a qualcosa di ben più profondo delle varie convenienze ideologiche  che si ripropongono in continuazione, con pochissima fantasia. Inoltre, rileggere una storia di economisti così ‘incarnati’ nelle loro esperienze reali,  raccontate con un inedito corredo di dati e di fatti economici, è come se ci restituisse la percezione del valore dei loro pensieri: per quanto questi ultimi fossero dislocati su versanti opposti, se vengono spiegati senza la presunzione di giudicarli da una supposta ideologia ‘vincente’, è possibile intenderli in modo molto vivo e appassionante.</p>
<p>E, in fondo, che i temi di lunga durata dell&#8217;ineguaglianza, così facilmente accantonati nella memoria della storia,  tornino alla base di una moderna razionalità politica, è la cosa migliore che si possa sperare.</p>
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		<title>Bucharin e le NEP fallite. Novembre 2022.</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 10:36:30 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff0000;"><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/06/zzz-200.jpg"><img class=" size-medium wp-image-20184 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/06/zzz-200.jpg" alt="zz 764" width="314" height="237" /></a>Appunti dal nuovo libro di Branko Milanovic “Visioni dell’ineguaglianza” </span></strong></p>
<p>
Appunti dal nuovo libro di Branko Milanovic, “Visioni dell’ineguaglianza” 

L’égalité è certamente un tema principale della storia politica degli ultimi due secoli, in un certo senso la sua ‘croce e delizia’. La attraversa tutta, in certi momenti la scuote, resta nella sua memoria accantonata come un proposito, talvolta onesto e talvolta un po’ vago, oppure, in altri momenti, viene rinnegata, diventa un pretesto per distinguere il ‘noi’ da ‘gli altri’; e allora può anche avvenire il paradosso di una eguaglianza che convive a lungo e spensieratamente con forme di schiavitù di varia intensità. In genere, la conseguenza è che quello che resiste non è il tema dell’eguaglianza, ma più modestamente quello delle ‘ineguaglianze’, ovvero la stessa faccenda affrontata realisticamente per difetto. 
E “Visioni dell’ineguaglianza, dalla Rivoluzione francese alla fine della Guerra Fredda” è il titolo del nuovo libro di Branko Milanovic, uscito alla fine del mese di ottobre. 
</p>

(prosegue nell'interno) 
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/11/bucharin.png"><img class=" size-medium wp-image-26242 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/11/bucharin.png?resize=186%2C300" alt="bucharin" data-recalc-dims="1" /></a>Bucharin e le NEP fallite </strong></span></p>
<p>In alcuni interventi, Branko Milanovic ha posto l’interrogativo di quanto, nella storia russa, sia stato decisivo il rapido fallimento, nei primi anni ’20, della NEP (la <em>Nuova Politica Economica</em>) ed ha osservato come quel fallimento abbia segnato la diversità tra la storia dell’URSS e la storia cinese degli ultimi decenni. È un suggerimento che in apparenza può sembrare un po’ ardito: quanto significato può racchiudere il confronto tra alcuni anni drammatici della storia russa degli inizi del secolo scorso, con eventi successivi di circa cento anni, in un mondo completamente cambiato?</p>
<p>La biografia politica di Nikolai Ivanovic Bucharin di Stephen F. Cohen – un libro pubblicato ormai mezzo secolo fa, nel 1971 &#8211;  ci consente di studiare quel tema, forse anche di ‘viverlo’ con qualche emozione, considerato che fu quel rivoluzionario russo a concepire nel modo più conseguente quella svolta, a contribuire a determinarla ed a pagarne in seguito il prezzo con la vita, al momento del rovesciamento di quella politica sotto Stalin. In effetti, non si tratta soltanto di una ‘biografia politica’, ovvero non soltanto di una storia personale; è una storia impressionante di idee, del modo in cui si svilupparono in una contraddizione continua e di solito onestamente riflettuta con alcune delle loro premesse e con drammatici condizionamenti reali, finché non andarono a sbattere, nel caso di Bucharin con una dignità e coerenza quasi unica tra i molti che subirono la stessa sorte, contro un plotone di esecuzione staliniano. Il libro lo vedete qua accanto e, forse, lo si trova ancora, almeno sui mercati dell’usato.</p>
<p>Racconta Cohen che, negli anni della NEP, Bucharin era già stato da quasi un ventennio un dirigente di primo piano dei bolscevichi, pur essendo il più giovane della cosiddetta ‘vecchia guardia leninista’. Nel 1905, ancora sedicenne,  era stato un dirigente studentesco a Mosca, amico di Ilja Erhenburg. Finito tre volte nelle carceri zariste, la terza per sei mesi, esiliato in un villaggio presso Arcangelsk, nel 1911 fuggì ad Hannover; poi trascorse i sei anni successivi in Svizzera, a Vienna, in Svezia e negli Stati Uniti, in stretto collegamento con il mondo degli esiliati, con i circoli socialdemocratici dei vari paesi, impegnato in una intensa attività intellettuale e nella scrittura del suo primo libro (“<em>L’economia mondiale e l’imperialismo</em>”). In quegli anni, tra le altre cose, approfondì la conoscenza dei lavori di grandi intellettuali della sociologia occidentale (Pareto, Weber, Michels), studiò e conobbe personalmente Hilferding. Il rapporto con Lenin fu continuo – sin dall’inizio un legame profondo, seppur attraversato da contrasti teorici anche aspri; negli USA entrò in amicizia e collaborò con Trotskyi. Nel febbraio del 1917 tornò a Mosca, e fu a capo del gruppo bolscevico di quella città e degli eventi successivi alla rivoluzione dell’ottobre.</p>
<p>La rivoluzione dei ‘dieci giorni che sconvolsero il mondo’ raccontata dal giornalista americano John Reed, un sommovimento che esplose a San Pietroburgo in apparenza in modi singolarmente fortunosi e con l’esito di una enorme manifestazione fraterna, in realtà, già nelle settimane successive,  ebbe nella Mosca di Bucharin la forma di uno scontro assai più cruento (500 morti, contro i solo 6 di quella che in seguito venne chiamata Leningrado). Ma ben presto in più parti del continente russo – nei paesi baltici, nell’estremo nord, nel Caucaso, in Ucraina e in Siberia – essa si trasformò in una guerra sanguinosa nella quale si impegnarono variamente, in tempi diversi, truppe di tutti i paesi occidentali &#8211; tedeschi, inglesi, francesi, giapponesi ed americani, senza dimenticare una guarnigione di migliaia i soldati cecoslovacchi finiti spersi al di là degli Urali. Oltre la sua componente internazionale, fu uno schieramento che riunì tutti gli sconfitti dell’ottobre leningradese, ma che alla fine venne sostanzialmente guidato da ex ufficiali zaristi, e che in alcuni momenti del 1919  si avvicinò alla riconquista di Mosca e di Leningrado.</p>
<p>In un certo senso furono i ‘tempi supplementari’ della rivoluzione, al punto che ci si può chiedere se abbia senso ridurre la rivoluzione ai soli eventi dell’Ottobre. Tra le altre cose, la presa del potere nell’Ottobre avvenne sulla base di una alleanza tra i bolscevichi e il potente partito contadino dei socialisti rivoluzionari di sinistra, che erano maggioritari nei soviet rurali; alleanza che poi si ruppe in buona misura per la condotta di questi ultimi. Di fatto, si disposero nelle reali immense dimensioni del paese le forze che in effetti ancora si potevano contendere il potere; la rivoluzione fu figlia di quegli eventi e le sorti dello scontro non si decisero semplicemente negli eventi militari. Furono decisive le politiche e le condotte sociali di quegli schieramenti, quello che ognuno di essi aveva in mente di realizzare sui temi ormai almeno scoperchiati del futuro del paese: la conferma o la restituzione della terra da parte dei contadini,  il potere degli operai nelle fabbriche e nelle istituzioni, la volontà di pace e di dignità  dei soldati contro l’autoritarismo spesso feroce degli ex ufficiali zaristi.</p>
<p>La Russia uscì distrutta dalla guerra civile, con un apparato industriale ridotto a meno di un quinto dei livelli prebellici ed una produzione agricola che costrinse il paese a ripetute carestie, come non si erano viste neanche nel corso della Guerra Mondiale. Peraltro, nel 1918, nei mesi che precedettero la fine della Guerra Mondiale, l’epoca del ‘comunismo di guerra’ era cominciata a Brest-Litovsk con uno scambio mai visto con la Germania: l’uscita del paese dei soviet dalla guerra in cambio della rinuncia, agli inizi voluta quasi soltanto dalla caparbia volontà di Lenin, ad enormi territori: i paesi baltici, l’Ucraina, aree della Russia meridionale (uno scambio tra la pace ed una amputazione enorme di territori e di economie, che, tra parentesi, nel febbraio scorso ancora motivava l’indignazione di Putin e la sua appena trattenuta nostalgia per le presunte ragioni dell’Impero zarista).</p>
<p>Due anni, il 1919 ed il 1920, sembrano quasi un’inezia a fronte di quegli sconvolgimenti; e in effetti la svolta politica della NEP non venne agli inizi neanche, per così dire, spiegata con precisione. Spiegarla pienamente richiedeva essere capaci di andare oltre un muro costruito con una potente ideologia e impastato con un grande sacrificio di sangue. Ma la guerra civile non aveva impegnato solo milioni di persone singole, aveva impegnato direttamente le classi sociali; su molti fronti era stata decisiva la dislocazione di reparti di centinaia di migliaia di operai reclutati nelle principali zone industriali russe; milioni di contadini erano passati dai ‘bianchi’ ai ‘rossi’ nel giro di giorni, soppesando quale schieramento fosse più ostile dai modi nei quali si operavano le coscrizioni e la confisca dei cereali; ampi settori della cosiddetta <em>intelligentzija</em>, di impiegati dello Stato e di lavoratori autonomi, avevano conosciuto una discriminazione  sociale mai vista con motivazioni ideologiche. Lo stesso Lenin, nei mesi che precedettero la sua morte, cercò di giustificare i cambiamenti che parevano necessari come un “ritirata strategica”, seppure riconoscendo che: “<em>Siamo costretti ad ammettere un mutamento radicale nella nostra intera visione del socialismo … [che] consiste nel fatto che in principio ponevamo, e dovevamo porre, l’accento principale sulla lotta politica, sulla rivoluzione, sul potere conquistatore ecc.  Ora l’accento principale sta mutando in misura tale da cadere sul lavoro culturale, organizzativo, pacifico</em>” (pag. 144). Il singolare realismo di Lenin, lo costringeva a riconoscere per intero le dimensioni del cambiamento di rotta, ma a cercare modi per governare il radicalismo bolscevico persuadendo con gli argomenti della continuità degli obbiettivi di fondo.</p>
<p>Eppure  si trattò di un passaggio cruciale, forse del maggiore e definitivo ‘test della verità’ di tutta la storia sovietica. Il libro di Stephen Cohen aiuta anzitutto a rimuovere questa reticenza e, in modo particolare, aiuta questa citazione di Bucharin, che egli riporta a pag. 151, sconcertante nella sua semplicità:</p>
<p><em>“[La Nep] non è solo una ritirata strategica, bensì la soluzione di un grande problema sociale, organizzativo, ossia la correlazione tra ambiti di produzione che dobbiamo razionalizzare e quelli che non possiamo razionalizzare. Vogliamo dire francamente: abbiamo cercato di assumerci l’organizzazione di tutto, anche l’organizzazione dei contadini e dei milioni di piccoli produttori … Dal punto di vista della razionalità economica era una follia.” </em></p>
<p>Ovvero, il riconoscimento che senza l’ausilio almeno parziale dei meccanismi del mercato capitalistico, non si poteva venire a capo della immane questione di un programma per la ripresa dell’economia, e l’ammissione che quello che si aveva avuto in mente era stato niente di meno che la soppressione di tutti quei meccanismi di mercato, e soprattutto la soppressione delle figure sociali nelle quali si strutturava quella forma di regolazione. Questo è un aspetto delle rivoluzioni comuniste nel mondo che spesso, mi vien da pensare, viene trascurato, per il duplice interesse che hanno avuto (o ebbero) i sostenitori di quelle rivoluzioni a sottovalutare la loro di solito impossibile iniziale radicalità,  e l’interesse che ha avuto l’opposta narrazione occidentale a ridurle a mere ideologie autoritarie.  In quelle letture, si perde la comprensione di come quella radicalità fosse imposta dalla stessa enormità della messa in crisi di assetti sociali e istituzionali feudali (come si riformano istituzioni secolari per le quali la ricchezza delle aristocrazie si misurava, come avveniva in Russia sino al novecento, dal possesso di milioni di ‘anime’, cioè di servi della gleba?); ma si perde anche il fatto che quel tentativo venne effettivamente messo in atto, perché a ciò costrinse anzitutto la natura feroce dello scontro, spingendo a sperimentazioni di ingegneria sociale che oggi percepiamo come pazzesche, quale l’immaginare che milioni di contadini e di piccoli impresari artigiani – la maggioranza assoluta delle persone al lavoro – potessero rinunciare a scambiare le loro merci sui mercati. O che lo Stato potesse funzionare sopprimendo, o comunque professando ostilità, verso tutte le figure sociali  che si collocavano sopra la condizione proletaria, dai capitreni agli insegnanti, dai capireparto agli ingegneri, dai burocrati minori dello Stato – come erano i genitori di Lenin e di Bucharin &#8211;  agli ufficiali degli eserciti.</p>
<p>In questa luce, il ragionamento di Milanovic su un secolo di varie NEP del mondo, su quelle mancate o subito abortite e su quelle realizzate, non appare più così azzardato: nelle rivoluzioni del secolo passato, il problema che si pose sempre fu quello del passaggio da una ingegneria sociale improvvisata e irrealizzabile, figlia di un cozzo violento sociale e militare con il passato feudale e con il colonialismo dell’Occidente, ad un compromesso tra i propositi della programmazione economica e le regole del mercato. Ma la particolarità di Bucharin non consistette soltanto nell’ammettere la profondità dell’abisso del comunismo di guerra. Come spiega Cohen, egli accompagnò quella comprensione con una intuizione anche più importante, che pure in questo caso possiamo affidare interamente ad una sua citazione (pag. 145), anch’essa espressa con molta semplicità e in connessione diretta con la citazione precedente:</p>
<p><em>“Prendendo troppo su di sé [il proletariato] deve creare un apparato amministrativo colossale. Per assolvere le funzioni economiche dei piccoli proprietari, dei piccoli contadini, esso richiede troppi impiegati ed amministratori. Il tentativo di sostituire queste piccole figure con cinovnicki [ovvero con funzionari] … dà origine ad un apparato così colossale che le spese per mantenerlo in vita si dimostrano incomparibilmente maggiori dei costi improduttivi che derivano dalla condizione anarchica della piccola produzione; ne risulta che quest’intera forma di amministrazione, l’intero apparato economico dello Stato proletario, non facilita ma si limita a intralciare lo sviluppo delle forze produttive.” </em></p>
<p>Le due citazioni di Bucharin dal libro di Cohen che abbiamo scelto possono sembrare semplicemente originate da una attitudine al pensiero pacato di un intellettuale attento ai fenomeni sociali, dotato di una consuetudine con il pensiero sociologico – come si è visto – non limitata al marxismo. Ma siamo negli anni iniziali della NEP, con Lenin che non è ancora morto e quando tutto deve ancora accadere. Negli anni successivi le sue due intuizioni – la necessità di un processo graduale e del riconoscimento di un ruolo al mercato, e il pericolo di una colossale burocratizzazione dell’esperienza sovietica – divengono ben più dirimenti e drammatiche. La burocratizzazione degli apparati economici acquista sempre di più connotati polizieschi e totalitari, in particolare dopo la svolta staliniana del 1928 che soppresse ogni traccia della NEP e instaurò il suo potere personale. In quegli anni il timore per una burocratizzazione improduttiva e troppo costosa, si trasformò nella constatazione di una degenerazione del socialismo nel Grande Leviatano totalitario, che pure l’intellettuale russo aveva profeticamente ravvisato nelle sue analisi del capitalismo tedesco durante la Guerra Mondiale. La seconda metà del libro di Cohen racconta questa storia, sino al grottesco processo a Bucharin e alla sua condanna a morte per fucilazione.</p>
<p>In sostanza, la NEP sovietica fu un breve interludio; anziché sperimentare un qualche compromesso tra il socialismo e il mercato, divenne quasi un involontario trampolino di lancio dello stalinismo. Almeno nel senso, che la sua breve storia certificò come fosse più arduo ‘correggere’ la rivoluzione che inabissarsi definitivamente nella sua tragedia. Anche perché ancora una volta l’Occidente spinse per suo conto la tragedia ai limiti massimi del possibile, col nazismo e con i suoi svariati complici (ma l’Occidente ha un vantaggio: esso può decidere a suo piacimento quando finiscono le storie altrui e come seppellire la memoria delle proprie).</p>
<p>P.S. Di recente, mi è capitato di soddisfare una curiosità che avevo da tempo. Un istituto russo di analisi sociali che in genere mi pare accreditato come serio e indipendente, il <em>Levada Center</em>, realizza da molti anni un sondaggio molto semplice su quella che possiamo definire la “nostalgia” dei russi per la loro passata settantennale storia sovietica. Attraverso quei sondaggi abbiamo dunque uno spaccato di alcuni decenni su come l’epoca sovietica influenzi almeno alcuni sentimenti politici della popolazione. Ebbene, nel gennaio del 2000 il 74 per cento delle risposte esprimevano “rimpianto” per il periodo sovietico; nel dicembre del 2004 i nostalgici erano il 68 per cento; nel novembre del 2018 erano ancora il 66 per cento. Ci sono stati anni nei quali la percentuale è calata, anche perché cresceva il numero degli intervistati giovani, che la storia sovietica non l’avevano mai vista. Ma c’è di più: nel sondaggio del 2017 si chiedeva se il crollo dell’URSS poteva essere evitato; il 29% degli intervistati diceva che era stato inevitabile, il 52% che avrebbe dovuto essere evitato (addirittura il 69% degli ultra 55enni), il 19% era incerto.</p>
<p>Ammesso che si voglia riconoscere un po’ di verità ai sondaggi russi – si può sempre immaginare che alle persone sia interdetto il diritto di dare risposte sincere, anche quando sono riferite a <em>Regni del Male </em>precedenti – quei risultati sono sorprendenti e sollevano varie domande. Ad esempio: dove si colloca il discrimine tra la consapevolezza di tutto quello che c’è stato di nefando in quella storia, e l’impressione che le altre storie del mondo siano state non meno nefande? Quanto ha pesato la circostanza che gli anni successivi a Eltsin siano stati per la Russia, come riconosce anche Krugman, peggiori della Grande Depressione americana negli anni ’30, con un crollo persino nei dati sulle aspettative di vita?  Da che strano impasto di lotta per il cambiamento e di disponibilità a sopportare le cose peggiori – di ribellismo e di fatalismo – è fatto il sentimento nazionale dei russi? E infine: è possibile che la Storia che in Occidente si voleva finita, in qualche modo prosegua, perché quel sentimento nazionale è più duraturo di una ideologia dell’invidia per le ricchezze degli oligarchi? Ed è possibile che questo alimenti un desiderio di ‘guerra fredda’ in un Occidente nel quale d’un tratto Papa Francesco è diventato una via di mezzo tra un marziano e un sovversivo?</p>
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		<title>Diagrammi, tra pandemie e guerre. Di Marco Marcucci</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2022 08:44:14 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"></h2> 
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Diagrammi, tra pandemie e guerre </strong></span></h2> 
Suddivido equamente alcuni diagrammi di questi giorni tra la guerra di Putin e le ineguaglianze nel mondo (che non sono minimamente scalfite dagli eventi). <span style="color: #ff0000;">

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</p></span><strong><span style="color: #ff0000;">1 - Chi sono gli oligarchi?</span> </strong>Non si parla d’altro che di oligarchi, ma non direi che sia chiarissimo come sono nati; neanche è chiarissimo cosa distingua il capitalismo russo. Si allude al fatto che siano gruppi di potere attorno alle massime autorità della Russia, ma non sembra siano stati particolarmente attivi nella storia politica e forse neanche decisivi nel crollo del comunismo, che fu un processo spesso preso in mano da personaggi che appartenevano alla storia dei partiti comunisti, dalla quale cercavano vie di fuga sulla spinta delle rispettive società. Pare che gli oligarchi siano soprattutto nati subito dopo quel crollo, nel momento in cui si decise la transizione verso una economia pienamente di mercato. Gli oligarchi sono stati coloro, evidentemente già un po’ ricchi e variamente competenti, ai qual è stato consentito di comprare molto sottocosto pezzi interi dell’industria ex-sovietica. Praticamente, con il passaggio ad un mercato capitalistico, si pensò che la strada più rapida e conveniente per tutti era anzitutto quella di dotarsi di grandi capitalisti. Una procedura istantanea: dare pieni poteri ad un gruppo di individui equivalenti ai “padroni del vapore”, che in Occidente c’era voluto un secolo o due per realizzare. Si inventò in questo modo il vertice delle nuove società, con uno scambio di mezzi finanziari e di potere tra gli eredi del comunismo e i nuovi ‘padroni del vapore’. 
Questa tabella che prendiamo a prestito da Zucman (Twitter 2 marzo) mostra quel che accadde. (prosegue nell'interno)

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				<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"></h2>
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Diagrammi, tra pandemie e guerre </strong></span></h2>
<p>Suddivido equamente alcuni diagrammi di quest&#8217;ultimo mese tra la guerra di Putin e le ineguaglianze nel mondo (che non sono minimamente scalfite dagli eventi).</p>
<p><span style="color: #ff0000;">1 – </span><strong><span style="color: #ff0000;">Chi sono gli oligarchi?</span> </strong>Non si parla d’altro che di oligarchi, ma non direi che sia chiarissimo come sono nati; neanche è chiarissimo cosa abbia distinto la via russa ad un mercato  capitalistico. Di sicuro sono gruppi di potere raccolti attorno alle massime autorità della Russia, ma non sembra siano stati particolarmente attivi nella storia politica e forse neanche decisivi nel crollo del comunismo, che fu un processo spesso preso in mano da personaggi che appartenevano alla storia dei partiti comunisti, dalla quale cercavano vie di fuga sulla spinta delle rispettive società. Si legga l&#8217;articolo di Milanovic del 4 marzo 2021 dal titolo &#8220;Distinguere tra le privatizzazioni post-comuniste e il Big Bang&#8221;. Gli oligarchi si affermarono quasi per decreto subito dopo quel crollo, nel momento in cui si decise la transizione verso una economia pienamente di mercato. Gli oligarchi sono stati coloro, evidentemente già un po’ ricchi e variamente competenti, ai quali fu consentito di comprare a prezzi di svendita settori interi dell’industria ex-sovietica. Praticamente, con il passaggio ad un mercato capitalistico, si pensò che la strada più rapida e conveniente per tutti era anzitutto quella di dotarsi di grandi capitalisti. Una procedura istantanea: dare pieni poteri ad un gruppo di individui equivalenti ai “padroni del vapore”, che in Occidente c’era voluto un secolo o due per realizzare. Si inventò in questo modo il vertice delle nuove società, con uno scambio di mezzi finanziari e di potere tra gli eredi del comunismo e i nuovi ‘padroni del vapore’.</p>
<p>Questa tabella che prendiamo a prestito da Zucman (Twitter 2 marzo) mostra quel che accadde.</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-440.jpg"><img class=" size-medium wp-image-24878 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-440.jpg?resize=300%2C180" alt="zzz 440" data-recalc-dims="1" /></a>Anzitutto si osserva che il peso economico  di questi individui (la tabella è relativa alla quota di reddito dell&#8217;1 per cento dei più ricchi in più di un secolo) in Russia (linea blu) era stato attorno al 4% da subito dopo la rivoluzione bolscevica sino al crollo del comunismo. Un peso che era molto inferiore alla Francia (linea rossa) ed agli Stati Uniti (linea verde), paesi nei quali il reddito dei magnati si era quasi dimezzato per i costi della seconda guerra mondiale e delle ricostruzioni. Ma nel volgere di mesi o di pochi anni il loro peso aveva raggiunto o raddoppiato quello dei paesi occidentali.</p>
<p>Adesso il loro peso appare simile a quello dei magnati americani. Ma, come abbiamo imparato, il “reddito” non è la “ricchezza”. E mentre la “ricchezza” dell’1 per cento degli americani più ricchi è soprattutto finanziaria (azioni), quella degli oligarchi – che nella tabella non si vede – consiste in massima parte in quello che sono andati ad acquistare all’estero (ancora azioni, ville e imbarcazioni di lusso).</p>
<p>In conclusione: i perfidi oligarchi, sono in fondo la un po&#8217; traballante versione russa del capitalismo occidentale, con il quale si sono perfettamente integrati. Agli inizi degli anni &#8217;90, in Russia non avvenne di sicuro il processo della lenta affermazione di un mercato completamente autoregolato che venne descritta da Karl Polany ne “<em>La grande trasformazione</em>”; neanche la procedura più equilibrata e graduale che caratterizzò beneficamente altri paesi del vecchio blocco sovietico, come la Polonia, dove il cambiamento era stato segnato anche da altri protagonisti, come gli operai di Danzica. Le particolarità furono tre: le fortune degli oligarchi si decisero nel volgere di alcuni notti, riguardarono soprattutto il controllo dei settori delle materie prime e il tutto avvenne peraltro nel contesto di un impressionante impoverimento della società, che durò molti anni, con una sbalorditiva riduzione della aspettativa di vita. Ovvero (come spiega un recente un articolo qua tradotto di Katharina Pistor), il tutto non avvenne certo nel segno di una democratizzazione, ma piuttosto di una brutale verticalizzazione del potere.</p>
<p>Infine, se questa spiegazione apparisse non convincente e se il suo collocare il fenomeno degli oligarchi in una dimensione globale apparisse tendenzioso, si consideri con attenzione quello che scrive recentissimamente (8 marzo) Daron Acemoglu &#8211; qua tradotto &#8211; sulle connessioni di quel fenomeno con il sistema finanziario occidentale. Difficile sostenere che siano semplicemente una &#8216;malapianta&#8217; che ci ha invaso, sia per l&#8217;entusiasmo con il quale sono stati accolti, sia per gli effetti che hanno prodotto nel nostro sistema finanziario stesso. Quello che occorre non dimenticare sono le dimensioni oggettive di quel fenomeno, al quale vanno peraltro sommati gli oligarchi delle autarchie di tutto il mondo, dimensioni che esprimono con chiarezza le sue implicazioni per il mondo intero. Ricorda Acemoglu alcuni risultati dei lavori sui paradisi fiscali e sui flussi dei capitali di Gabriel Zucman: si ragiona dell&#8217;8 per cento della ricchezza finanziaria globale (circa 7.500 miliardi di dollari). E la parte russa di quel fenomeno, i flussi degli oligarchi, corrispondono alla quota strabiliante del 52 per cento di tutte le ricchezze delle famiglie russe!</p>
<p><span style="color: #ff0000;">2 – <strong>Il dare e il togliere dell’Occidente. </strong></span>Si sente molto parlare dei danni economici che la Russia subisce dalla sanzioni dell’Occidente. È noto che  i commerci del petrolio e del gas naturale sono stati esentati dalle sanzioni. Ma questo non significa che gli affari proseguano come prima; piuttosto il loro valore è più che raddoppiato, nel giro di poche settimane.</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-441.jpg"><img class=" size-medium wp-image-24879 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-441.jpg?resize=300%2C201" alt="zzz 441" data-recalc-dims="1" /></a>Questa è la tabella offerta su Twitter da Adam Tooze il 6 marzo che mostra come i pagamenti totali giornalieri dell’Unione Europea per il gas naturale russo erano attorno ai 200 milioni di dollari nel mese di gennaio, e sono schizzati a 660 milioni di dollari al giorno nei primi di marzo.</p>
<p>Tooze la definisce la “guerra economica asimmetrica”, ovvero – almeno per questo aspetto – una ‘manna’ per la Russia, in settori comprensibilmente esentati dalle sanzioni.</p>
<p>Ma questa fonte fondamentale della esportazione russa ha influito in qualche modo nella apparente determinazione con la quale Putin ha deciso l’invasione dell’Ucraina? Questo è spiegato da Tooze, nel suo esauriente articolo – qua pubblicato (“<em>La sfida di Putin all’egemonia occidentale</em>”, 11 gennaio 2022). Ci informa Tooze che questo ammontare delle riserve in valuta straniera, documentate nella tabella della Banca Centrale della Russia, nel giro di quindici anni è balzato al quarto posto nel mondo, inferiore soltanto a quello della Cina, del Giappone e della Svizzera, passando da meno di 100 miliardi di dollari nei primi anni 2000 ai 660 miliardi di dollari di queste ultime settimane (in questi giorni sembra sia si arrivati a 800 miliardi) . A partire dal 2013 il debito estero delle imprese russe in miliardi di dollari USA è invece sceso da 437 a 317 miliardi per le imprese russe, e da 230 a 80 miliardi per la Banca Centrale ed i settore bancario.</p>
<p>Krugman aveva varie volte minimizzato l’economia russa, presentata alla stregua di un semplice ‘petrostato’. Tooze lo corregge e scrive che forse è così, ma si tratta di un ‘petrostato strategico&#8217;, che se accumula risorse valutarie è perché possono servire nei momenti di crisi. Ovvero, un ‘petrostato’ non immemore della sua storia e delle sue pretese da grande potenza.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">3 – <strong>Ma nelle crisi tumultuose, tra pandemia e guerre, come se la passano gli straricchi occidentali?</strong></span> Egregiamente, a quanto sembra. Si apprende da Zucman – Twitter del 12 febbraio – che le ricchezze dello 0,01 per cento degli americani più ricchi, negli ultimi dieci anni, sono cresciute di circa 2,3 volte, ovvero con un tasso di crescita del 9 per cento all’anno. Una tendenza regolarmente in espansione nel decennio, ma si osservi che il ‘grande balzo in avanti’ è precisamente avvenuto negli ultimi due anni.</p>
<p><a href="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-443.jpg"><img class=" size-medium wp-image-24881 alignleft" src="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-443.jpg?resize=300%2C135" alt="zzz 443" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Uno degli straricchi – peraltro un personaggio non silenzioso, che ama intervenire frequentemente sui <em>social</em>, ovvero Elon Musk – poche settimane orsono aveva scritto un breve commento nel quale lamentava la crescita del debito pubblico statunitense, in particolare durante la crisi del Covid. Il solito Zucman – Twitter dell’11 febbraio – confronta la crescita del debito pubblico nella pandemia con la crescita delle ricchezze private del minuscolo gruppo dello 0,01 per cento degli americani più ricchi. In quantità assolute i dati sono quasi identici: il debito pubblico è aumentato negli ultimi due anni esattamente quanto sono cresciute le ricchezze delle poche centinaia di cittadini più ricchi, attorno ai 5.000 miliardi di dollari per entrambi.</p>
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<p>Però, il debito pubblico americano ha subito un arresto sul fronte decisivo per i democratici: il ‘grande cambiamento’ nella spesa pubblica sociale. Eccolo spiegato in una tabella che Tooze ci consegna il 18 febbraio.</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-448.jpg"><img class=" size-medium wp-image-24882 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-448.jpg?resize=246%2C300" alt="zzz 448" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p>Alla sinistra abbiamo in celeste la spesa pubblica promessa da Biden sulle spese militari e in blu quella sulle spese sociali e infrastrutturali; a destra la spesa pubblica effettivamente autorizzata sinora dal Congresso. La svolta miracolosa che sembrava annunciata in modo quasi emozionante come un rovesciamento dello Stato a-sociale americano, non c’è stata. Come è noto, è stato l’effetto del mancato consenso di due senatori democratici. La minuscola consistenza elettorale di due senatori, resa possibile da un sistema elettorale che dà lo stesso peso ad un Senatore della Virginia del Sud ed a quello della California che ha un multiplo di elettori, ha interrotto la ‘luna di miele’ di Biden.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;">4 – <strong>Le catene dell’offerta sono in crisi dappertutto? </strong></span>Ebbene, non sembra. In realtà, spesso nell’economia mondiale accadono cose che non sembra facile spiegare. Da mesi si sente parlare di difficoltà nelle cosiddette “catene dell’offerta”, che pare spieghino in buona misura l’impennata inflazionistica americana. Pareva fosse una circostanza che accomunava il mondo intero; si scopre invece che è soprattutto statunitense. Deriva dal fatto che i consumatori americani si sono, nella pandemia, precipitati sul mercato dei beni durevoli, per effetto del blocco di molti servizi (ristorazione, alberghi etc.)? Questo non è accaduto in Cina, dove l’emergenza pandemica è stata assai più breve? E’ questo che spiega l’improvviso ingorgo nei porti statunitensi, provocato da una crescita inaspettata degli acquisti di prodotti durevoli? Oppure dipende da una organizzazione della logistica – porti, ferrovie, stoccaggi – che pare più efficiente in Cina? Resta il fatto che  i problemi delle catene dell’offerta sono stati molto superiori negli Stati Uniti: nella tabella seguente si stimano le segnalazioni &#8211; ovvero, i risultati di sondaggi &#8211; dei tempi rallentati nelle consegne dei prodotti, nella linea celeste per gli Stati Uniti e in quella rossa per la Cina (la fonte, ancora Tooze, 1 febbraio 2022).</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-446.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-24884" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-446.png?resize=300%2C225" alt="zzz 446" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><strong>5 – Una “Via della Seta” che si snoda lungo una autostrada economica già esistente?</strong></span> Un dubbio – a proposito della nostra difficoltà a intendere – potrebbe derivare dal fatto che, mentre ingigantiamo volentieri i problemi dell’economia cinese, trascuriamo i suoi crescenti punti di forza. Un punto di forza è certamente quello del solidissimo insediamento cinese nell’economia generale dei paesi asiatici (ovvero di un arco di paesi che comprende India, Myanmar, Laos, Vietnam, Cambogia, Indonesia, Australia, Filippine, Thailandia, Malesia, Singapore ed altri). Quest’ultima tabella confronta – a sinistra – le esportazioni di questi paesi verso gli Stati Uniti (celeste) e la Cina (rosso), e a destra le relative importazioni dagli Stati Uniti e dalla Cina. Sappiamo tutto della crisi della più grande società cinese di costruzioni, e sappiamo anche tutto della strategia americana per opporre alla “Via della Seta” una nuova alleanza regionale filo-occidentale, magari con un coinvolgimento abbastanza ‘eccentrico’ della NATO. Con il che ci pare di sapere a sufficienza. Poi si scopre che questi sono i dati reali della forza economica cinese in Asia. Come a dire che la “Via della Seta” sarebbe un completamento di una autostrada che già esiste.</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-445.jpg"><img class=" size-medium wp-image-24883 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2022/03/zzz-445.jpg?resize=300%2C203" alt="zzz 445" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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		<title>Diagrammi di fine anno  (a cura di Marco Marcucci, 26 dicembre 2021)</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Dec 2021 12:30:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[mm]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Diagrammi di fine anno </strong></span></p> 
Una seconda serie di diagrammi, selezionati dalla fine di novembre a questi giorni (Natale 2021). 
 
Scelgo queste tabelle per quello che mi pare il loro interesse singolo, senza una particolare connessione dell’una con l’altra; ma devo dire che di solito è questo il modo in cui appaiono sui siti Twitter degli economisti che le usano maggiormente.  Twitter, il social che raccoglie i “cinguettii” (”tweets”, in inglese), come forse è noto, si distingue per una regola di estrema brevità degli interventi, che non possono superare un certo numero di parole. La regola è abbastanza scema,e di fatto è stata ampiamente utilizzata in modo scemo: sino a non molti mesi fa la politica americana sembrava appesa alla attesa del prossimo ‘cinguettio’ di Trump (in genere una specie di sassata lanciata su un avversario, su un giornale ostile, su una categoria di cittadini o su un paese intero). Cinguettare, in quel caso, è un modo per sottolineare il proprio potere, una sorta di diritto sovrano ai giudizi fulminanti; per molti media una manna di sentenze senza appello che alimentano cicli di informazione semplice sul nulla. 
Ma siccome la regola non impedisce la pubblicazione di singole tabelle, vari economisti hanno cominciato ad usarla come una occasione per segnalare informazioni sintetiche – diagrammi – che non richiedono alcuna presentazione e che possono essere accompagnate da poche parole. In pratica, quei siti di Twitter sono diventati un ‘deposito di informazioni’, apparentemente disordinato ma assai significativo. 
Insomma, quel 'social' ospita una strana guerra, o meglio, una strana coabitazione di intelligenza e stupidità. In sostanza, questi diagrammi soddisfano – ma spesso su aspetti cruciali - la curiosità più varia del lettore, lasciandolo però libero di inserire l’informazione nella sua personale trama di ragionamenti.  Quindi … continuiamo con quello che ci è sembrato più interessante nelle ultime settimane.
<a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/2021/12/diagrammi-di-fine-anno-a-cura-di-marco-marcucci-26-dicembre-2021/">(prosegue)</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Diagrammi di fine anno </strong></span></p>
<p>Una seconda serie di diagrammi, selezionati dalla fine di novembre a questi giorni (Natale 2021).</p>
<p>Scelgo queste tabelle per quello che mi pare il loro interesse singolo, senza una particolare connessione dell’una con l’altra; ma devo dire che di solito è questo il modo in cui appaiono sui siti Twitter degli economisti che le usano maggiormente.  Twitter, il social che raccoglie i “cinguettii” (”tweets”, in inglese), come forse è noto, si distingue per una regola di estrema brevità degli interventi, che non possono superare un certo numero di parole. La regola è abbastanza scema e di fatto è stata ampiamente utilizzata in modo scemo: sino a non molti mesi fa la politica americana sembrava appesa alla attesa del prossimo ‘cinguettio’ di Trump (in genere una specie di sassata lanciata su un avversario, su un giornale ostile, su una categoria di cittadini o su un paese intero). Cinguettare, in quel caso, è un modo per sottolineare il proprio potere, una sorta di diritto sovrano ai giudizi fulminanti; per molti media una manna di sentenze senza appello che alimentano cicli di informazione semplice sul nulla.</p>
<p>Ma siccome la regola non impedisce la pubblicazione di singole tabelle, vari economisti hanno cominciato ad usarla come una occasione per segnalare informazioni sintetiche – diagrammi – che non richiedono alcuna presentazione e che possono essere accompagnate da poche parole. In pratica, quei siti di Twitter sono diventati un ‘deposito di informazioni’, apparentemente disordinato ma assai significativo.</p>
<p>Insomma, quel &#8216;social&#8217; ospita una strana guerra, o meglio, una strana coabitazione di intelligenza e stupidità. In sostanza, questi diagrammi soddisfano – ma spesso su aspetti cruciali &#8211; la curiosità più varia del lettore, lasciandolo però libero di inserire l’informazione nella sua personale trama di ragionamenti.  Quindi … continuiamo con quello che ci è sembrato più interessante nelle ultime settimane.</p>
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<p><strong><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-344.jpg"><img class="  wp-image-24416 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-344.jpg?resize=391%2C276" alt="zzz 344" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">1 – Come nacque il primato storico nell’istruzione primaria negli Stati Uniti  </span></strong></p>
<p>Da Krugman Twitter 21 novembre</p>
<p>Il diagramma mostra un primato ‘vero’ della storia degli Stati Uniti: il tasso di iscrizione nelle scuole primarie, che dal 1820 al 1860 interessò la totalità dei bambini americani. Come si vede, ci volle da cinquanta anni ad un secolo perché l’Italia, la Germania e il Regno Unito arrivassero gradualmente a quel livello. Solo la Francia ci arrivò d’un balzo attorno al 1860. In quel caso, forse, fu l’effetto – per quanto un po’ tardivo – della cultura illuministica e della centralità che in essa aveva acquistato la scuola pubblica laica.</p>
<p>In un editoriale sul New York Times del 22 novembre (“Spendere come se il futuro fosse importante”) Krugman sottolinea come il movimento per l’educazione di base universale sia stato un fondamento del successo della società americana e come un ruolo perticolare in quella storia sia stato quello di un grande educatore, figlio di contadini, di nome Horace Mann (<em>Franklin 1796, Yellow Springs 1859</em>).</p>
<p>Questo primato proseguì in modo forse anche più significativo nelle scuole superiori nel Novecento, e poi nelle università.  Suppongo che questa lunga storia spieghi anche l’attrazione che persiste ai giorni nostri del sistema universitario americano nei confronti di giovani ricercatori di talento da tutto il mondo.</p>
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<p><strong><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-349.jpg"><img class="  wp-image-24417 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-349.jpg?resize=299%2C345" alt="zzz 349" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">2 – Inefficacia e costi di un sistema sanitario prevalentemente privatizzato</span>  </strong></p>
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<p>Da Milanovic Twitter, 29 novembre 2021</p>
<p>Nel diagramma, la spesa sanitaria come percentuale del PIL viene rappresentata nel confronto con l‘aspettativa di vita. Sull’asse verticale la aspettativa di vita – da 78 anni a circa 85 anni; sull’asse orizzontale la percentuale della spesa sanitaria sul PIL.</p>
<p>Come è noto, la spesa statunitense è fortemente condizionata dal peso di spese fondamentalmente burocratiche che derivano dalla privatizzazione di buona parte del sistema assicurativo (ad esempio, regole, contenziosi e controlli tra le varie assicurazioni private e i cittadini singoli, o competizione propagandistica, o altro).</p>
<p>Il risultato è che l’America ha una spesa molto più elevata ed una aspettativa di vita significativamente inferiore (gli americani campano cinque anni di meno, in media, dei giapponesi e degli italiani). Come è chiarissimo nella tabella, e come commenta Milanovic, l’America è l’effettivo “outlier” nel mondo sviluppato, ovvero la vera eccezione.</p>
<p>(In genere in Europa si stenta a comprendere quanto il sistema sanitario americano caratterizzi quella società e le sue dinamiche politiche. Per chi voglia comprenderlo meglio, una lettura fondamentale è quella dei coniugi Anne Case e Angus Deaton  &#8211; vari articoli si trovano qua tradotti &#8211; nei loro studi sulle ‘morti per disperazione’, che al secondo sono valsi il Nobel per l’economia nel 2015).</p>
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<p><strong><a href="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-3571.png"><img class="  wp-image-24418 alignleft" src="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-3571.png?resize=380%2C214" alt="zzz 357" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">3 – Il fenomeno americano – ma non europeo &#8211;  della ‘Grande Dismissione’ dai posti di lavoro </span></strong></p>
<p>Krugman Twitter 24 novembre ’21 zzz 357</p>
<p>Il diagramma mostra la differenza tra i tassi di attività della popolazione nella ‘principale età lavorativa’ (ovvero, secondo la convenzione statistica, tra i 15 ed i 65 anni) in Europa (linea blu) e in America (linea rossa). Se non sbaglio, per tasso di attività si deve intendere sia le persone che sono effettivamente occupate che quelle che sono attivamente alla ricerca di lavoro. Tra esse, comunque, anche tutti coloro che stanno godendo di sussidi temporanei di disoccupazione o di periodi di cassa integrazione. Si consideri, infine, che una differenza di pochi punti percentuali corrisponde in cifre assolute a qualche milione di lavoratori.</p>
<p>Nel terzo trimestre del 2019, i tassi di attività erano alla pari. Dopo il periodo più intenso della pandemia, la ripresa europea è stata evidentemente rapida, mentre quella americana è stata lenta e tuttora con effetti parziali. È quello che gli economisti americani (si vedano qua i  vari articoli di Krugman o di DeLong) hanno definito la ‘Grande Dismissione’. Ovvero il temporaneo rifiuto di una parte dei lavoratori americani – in particolare, pare, di coloro che sono più vicini alla pensione &#8211; di tornare ai precedenti posti di lavoro, nella speranza di trovarne di meglio o di smettere prima del previsto. (Per questo traduco “Great Resignation” con ‘Grande Dismissione’; chiamare, come talora si legge,  “dimissioni dal lavoro” la disoccupazione mi sembrerebbe un po’ come chiamare la fame “astinenza dall’appetito”.)</p>
<p>Non è dunque una differenza da poco. In vari articoli recenti Krugman la spiega con le peggiori condizioni lavorative dell’America, in particolare per i lavoratori con salari più bassi, unite al peggiore trattamento su vari aspetti, come i periodi di vacanze retribuite, i congedi parentali, o la rete più scarsa di scuole per l’infanzia.</p>
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<p><a href="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-380.jpg"><img class="  wp-image-24419 alignleft" src="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-380.jpg?resize=389%2C239" alt="zzz 380" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>4 &#8211; Le differenze tra redditi e ricchezze </strong></span></p>
<p>Da Gabriel Zucman, Twitter 8 dicembre 2021</p>
<p>Gli studiosi delle diseguaglianze globali utilizzano ovviamente soprattutto le statistiche dei redditi e delle ricchezze. I primi (riquadro di sinistra) sono i proventi del proprio lavoro e, assai più in generale, i compensi alle proprie funzioni, ma anche i profitti che derivano dalla attività di impresa; i secondi (riquadro di destra) sono i beni che si posseggono. Questi ultimi sono il quasi niente di coloro che stanno – come nel caso del 2% di questo diagramma – nel 50% più basso della scala sociale (rettangoli blu); oppure le proprie abitazioni, nel caso soprattutto del 40% più ricco della popolazione che si colloca sopra la fascia della quasi-nullatenenza (rettangolo verde);  oppure le azioni e i dividendi che derivano dal possesso di capitale finanziario, che sono una caratteristica quasi esclusiva del 10% della popolazione più ricca o ricchissima (rettangoli rossi).</p>
<p>Come si vede nella tabella elaborata da Zucman, che è uno degli esperti di ineguaglianze globali più importanti al mondo, le diseguaglianze nei redditi e nelle ricchezze non sono affatto identiche. Ai ricchissimi va il 52% dei primi ed il 76% delle seconde. Il che dipende semplicemente dal fatto che le ricchezze in capitale finanziario sono una loro caratteristica quasi esclusiva. A chi sta nel rettangolo rosso vanno, oltre al resto, quasi tutte le azioni e i dividendi; a chi sta in quello verdolino soltanto le ricchezze immobiliari; a chi sta in quello blu, la ‘prole’, come si diceva un tempo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-381.jpg"><img class="  wp-image-24420 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-381.jpg?resize=426%2C244" alt="zzz 381" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">5 – Le ineguaglianze dei redditi da lavoro, ovvero le diverse velocità dei salari dei ricchi e dei poveri </span></strong></p>
<p>Da Gabriel Zucman Twitter 13 dicembre</p>
<p>Abbiamo però appreso che una novità assoluta nella distribuzione dei redditi, negli ultimi decenni, è stata che i ricchi si appropriano non solo dei redditi da capitale, ma anche dei redditi da lavoro.</p>
<p>Così la spiega Milanovic: “<em>La seconda ineguaglianza sistemica è l’ “omoplutia”. Essa venne per la prima volta ‘diagnosticata’ negli Stati Uniti, dove sino a un terzo di coloro che erano nel decile di reddito dei più ricchi erano al tempo stesso ricchi capitalisti e lavoratori molto ben pagati. Può trattarsi di amministratori delegati con paghe molto elevate, di analisti finanziari o di esperti che hanno messo su capitali sufficienti dai risparmi o dagli alti stipendi, oppure di persone che hanno ereditato grandi quantità di asset, che sono andate alle scuole migliori e si sono assicurate posti di lavoro estremamente remunerativi – o di tutte queste cose assieme. Essi sono diversi dai capitalisti di un tempo, il cui unico reddito, per quanto elevato, proveniva dagli asset. Rappresentano davvero un nuova elite, invulnerabile alle crisi, in quanto hanno in abbondanza capitale sia “umano” che finanziario.</em>”</p>
<p>Ci mostra Gabriel Zucman come una fondamentale caratteristica di questa novità è che essa raggruppa tassi di velocità diversissimi nella crescita salariale. Lo 0,1% dei ricchissimi (linea blu) in quarant’anni ha visto aumentare i propri compensi del 389%; l’1% dei molto ricchi (linea verde) del 179%; il 10% dei ricchi (linea arancione) del 69%; il 90% dei meno ricchi (linea rossa) – lavoratori semplici e classe media – del 28%. Poiché gli incrementi sono al netto dell’inflazione, per questi ultimi non c’è stata negli ultimi quaranta anni alcuna crescita reale, ma un netto decremento.</p>
<p>In conclusione, enormi diseguaglianze anche nei ‘redditi da lavoro’, dal momento che da qualche decina di anni i più ricchi imperversano anche in quella categoria. E soprattutto diseguaglianze che crescono con impressionanti differenze di velocità.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-382.png"><img class="  wp-image-24421 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-382.png?resize=446%2C248" alt="zzz 382" data-recalc-dims="1" /></a>6 – Le ineguaglianze nella ricchezza – ovvero nel possesso di beni immobili e di capitali &#8211;  nel mondo </strong></span></p>
<p>Da Thomas Piketty, 6 dicembre ’21</p>
<p>Commenta Piketty: “Il 10 per cento dei più ricchi possiede dal 60 all’80 per cento nelle varie regioni del mondo. In modo identico, il 50 per cento dei più poveri non si stacca mai da meno del 5 per cento.  E l’ineguaglianza nella ricchezza è venuta crescendo dopo il Covid”.</p>
<p>La tabella mostra come si distribuisce nella varie regioni del mondo la ricchezza globale tra tre gruppi di possessori di ricchezza: il 50% dei più poveri e meno ricchi (quadratini blu); il 40% dei ricchi (rettangoli verdi) ed il 10% dei ricchissimi (rettangoli rossi). L’acronimo MENA, il meno ovvio da tradurre, sta per Medio Oriente e Nord Africa.</p>
<p>Varie cose balzano agli occhi, nell’ordine di quella che mi pare la loro importanza politica e le indicherei in questo modo:</p>
<ul>
<li>In apparenza, almeno per quanto riguarda le disuguaglianze, il mondo è abbastanza simile;</li>
<li>Ma le diversità sono tuttavia significative. Il 50% dei più poveri realizzano percentuali di ricchezza molto basse (attorno all’1%) nell’America Latina, nel Medio Oriente e nell’Africa al di sotto del Sahara. Ma allo stesso livello si collocano sorprendentemente i più poveri anche nell’America del Nord, con un peso pari a meno della metà dell’Europa. Può apparire incredibile, ma si consideri che si tratta di possesso di asset e non di redditi. Il genere gli asset posseduti dai più ricchi sono asset finanziari, quelli delle classi medie e talora dei lavoratori sono abitazioni. Gli americani meno ricchi possiedono meno abitazioni degli europei?</li>
<li>La distribuzione della ricchezza tra i ricchissimi dell’Europa si colloca sotto il 60%, il livello meno alto nel mondo, mentre i ricchi della fascia intermedia hanno la percentuale di ricchezza più alta. Invece i ricchissimi arrivano al 70% e si avvicinano all’80% , rispettivamente in America, Russia ed Asia Centrale, Medio Oriente e America Latina. Ovvero, forza del capitale azionario, del petrolio o di una lunga storia di prepotenza del latifondo coloniale.</li>
<li>L’Asia meridionale, sud orientale ed orientale – ovvero le regioni dove si concentra la grande maggioranza delle popolazioni, India e Cina comprese – sono più simili all’Europa come possesso di ricchezze dei più poveri e più simili all’America quanto a ricchezze dei super ricchi.</li>
</ul>
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<p><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-383.jpg"><img class="  wp-image-24422 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-383.jpg?resize=367%2C273" alt="zzz 383" data-recalc-dims="1" /></a>7 &#8211;  Come anche l’Italia diventa ‘globale’</strong></span></p>
<p>Da Milanovic Twitter, 6 dicembre 2021</p>
<p>Questa tabella, diversamente da quella precedente, riguarda i redditi e non le ricchezze immobiliari o finanziarie. Il diagramma indica la posizione delle varie categorie di redditi (i “decili” dell’asse orizzontale) nella graduatoria globale: il livello 1 riguarda la popolazione poverissima, il livello 10 quella ricchissima. L’asse verticale, invece, indica (in “percentili”) la graduatoria mondiale: ovvero, ad esempio, se un punto di una linea si colloca sul valore 50, significa che quella categoria di persone è al cinquantesimo posto della graduatoria del mondo.</p>
<p>La linea blu mostra la situazione nell’anno 1988, la linea arancione la situazione nell’anno 2013. E gli italiani più poveri, ovvero quelli che compongono il dieci per cento dei più poveri, nel 1988 stavano meglio del 72% della popolazione mondiale. Ma nel 2013 stavano meglio soltanto del 55% della popolazione mondiale. Ovvero, siamo nettamente retrocessi nella graduatoria, la globalizzazione ci ha spostato – o meglio, ha spostato i più poveri – sempre di più nella “Serie B”.</p>
<p>E il 2013 sono quasi dieci anni orsono. Osserva Milanovic che il peggioramento è in crescita e che: “Il caso italiano non è unico. In molti paesi ricchi, la situazione è simile”.</p>
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<p><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-385.png"><img class="  wp-image-24423 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-385.png?resize=401%2C226" alt="zzz 385" data-recalc-dims="1" /></a>8 – I soldi in circolazione e l’inflazione. Una spiegazione che non spiega nulla. </strong></span></p>
<p>Krugman Twitter 20 dicembre 2021</p>
<p>Molto spesso Krugman fornisce analisi sugli effetti della politica monetaria. Uno dei suoi principali obbiettivi polemici è la critica alle posizioni che in questi anni sono sempre più frequenti, secondo le quali stiamo finendo diritti nel disastro di una iperinflazione semplicemente provocata dai troppi soldi in circolazione a seguito di politiche monetarie ‘permissive’ (quali, ad esempio, quelle provocate dalla cosiddetta ‘facilitazione quantitativa’, ovvero dall’acquisto di grandi quantità di obbligazioni da parte delle Banche Centrali). Quest’ultima era l’idea di sostenere una forte ripresa dell’economia, sia rispetto ai danni prolungati nel tempo della crisi finanziaria globale del 2008, sia, più recentemente, ai danni della pandemia.</p>
<p>La sua riflessione più organica sui rischi di inflazione è contenuta nel lungo post del 16 dicembre (“Inflazione: l’anno dell’ignominia”). Naturalmente egli vede il problema derivante dal fatto che gli incrementi della ‘base monetaria’ non vanno di solito all’economia reale, ma si fermano nelle banche: quella è la ragione per la quale da decenni sostiene assieme ad altri che la politica a favore della ripresa dovrebbe esprimersi nella spesa pubblica, più che nelle iniziative delle autorità monetarie. Ed è la ragione per la quale ha difeso con energia il programma di Biden del <em>Ricostruire meglio</em>, che in questi giorni rischia un mezzo fallimento per effetto del voltafaccia di un Senatore democratico (il Joe Manchin dal quale ora dipendono le sorti dell’economia americana e di Biden stesso, nelle prossime elezioni di ‘medio termine’).</p>
<p>Ma non rinuncia mai a polemizzare anche su altri aspetti ‘teorici’ della faccenda; a cominciare dall&#8217;assunto che gli incrementi della base monetaria di per sé siano fatti propri dall’economia reale e, conseguentemente, provochino inflazione. La tabella mostra come la linea blu, che mostra gli andamenti della base monetaria, negli ultimi quaranta anni non abbia mai sensibilmente influenzato l’andamento dei prezzi al consumo. Il commento ironico di Krugman alla tabella è: ““… ricevo una gran quantità di mail da individui che sanno con certezza che l’inflazione sta andando alle stelle a causa dell’offerta di moneta. Dato che essa ha funzionato così bene nel corso dei decenni passati!”)</p>
<p>Ma forse il testo più significativo della sua ricostruzione dei rapporti tra politica monetaria e inflazione nella storia americana dagli anni ’30, lo si legge sul post sul suo blog del 3 dicembre scorso (“La moneta non è tutto”).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-387.jpg"><img class="  wp-image-24425 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/12/zzz-387.jpg?resize=396%2C338" alt="zzz 387" data-recalc-dims="1" /></a>9 &#8211; Tempi cinesi e rapidità texane. </strong></span></p>
<p>Diagramma ‘raggiunto’ tramite Milanovic Twitter, dicembre 2021</p>
<p>Quest’ultimo diagramma mi ha solo incuriosito, anche se forse – data la intuibile velocità delle transazioni in cripto valute nel mondo – non ha in sé un enorme significato. Mostra in un periodo di tempo molto breve – dal settembre del 2019 all’agosto 2021 – cosa è accaduto nella transazioni in cripto valute, dopo che la Cina ha deciso di metterle al bando.</p>
<p>Verso la fine del 2019 la Cina aveva una quota del 75,5% della “estrazioni” (in inglese &#8220;mining&#8221;) di cripto valute, ovvero delle procedure informatiche attraverso le quali esse si materializzano nelle transazioni. Nell’ambito della più generale politica cinese di questi ultimi anni – il cosiddetto ‘giro di vite’ su vari aspetti del capitalismo considerati maggiormente malefici, dal mercato della valute elettroniche private  ai grandi debiti delle società immobiliari, al peso aggressivo delle privatizzazioni nel sistema scolastico – a settembre del 2019 la Cina ha deciso di mettere al bando l’ “estrazione” delle cripto valute. Nel giro di poco più di un anno, è passata dal 75,5% allo 0%. Nel frattempo sono cresciute di circa il 30% le transazioni in America (pare soprattutto nel Texas), di quasi il 9% quelle in Canada,  di circa il 12% quelle in Kazakistan e di quasi il 6% quelle in Russia.</p>
<p>Colpisce la velocità della ‘governance’ cinese, nonché la velocità nell’approfittarne da parte del resto del mondo, soprattutto dove comandano i clienti migliori di quel mercato valutario (magnati del petrolio <em>in primis</em>).</p>
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		<title>Una nuova serie di diagrammi. Marco Marcucci, 15 novembre 2021.</title>
		<link>https://www.fataturchinaeconomics.com/2021/11/diagrammi-ovvero-lo-scrivere-attraverso-15-novembre-2021-marco-marcucci/</link>
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		<pubDate>Mon, 15 Nov 2021 08:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[mm]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"></h2> 
<h2 style="text-align: center;"></h2> 
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Diagrammi, ovvero lo “scrivere attraverso”</strong></span></h1> 
  
 
Vorrei provare a pubblicare, nella voce dei “pensieri sparsi”, alcune tabelle o diagrammi; quelli che mi sembrano più illuminanti  e che spesso sono fuori dalle traduzioni degli articoli. Per una qualche ragione, spesso questi diagrammi si trovano soprattutto sulle pagine di <em>Twitter</em> dei vari economisti (<em>Twitter </em>– forse per il limite del numero di parole prescritto ai singoli interventi – è diventato infatti il luogo degli “appunti”, degli interventi brevissimi, della memorizzazione del materiale di lavoro e della interlocuzione rapida con gli altri). Per inciso diagramma” viene dal greco, dove significa “disegnare”; ma l’etimo, significativamente, deriva da διά «attraverso» e γράϕω «scrivere». Ovvero: “scrivere attraverso” ... 
Alcune volte queste forme di comunicazione sono straordinariamente istruttive: immagini di informazioni e di concetti importanti, che spesso abbracciano  anni o epoche intere, e che non hanno bisogno di nessuna parola per superare la prova della loro “falsificabilità” ... <p></p> <p> Altre volte le immagini consentono di squadernare una prospettiva nuova, che va ben oltre un elenco di informazioni. L’esempio migliore che mi viene in mente è l’ormai famoso diagramma di pochi anni fa “dell’elefante” di Milanovic, che mostrava l’andamento dell’ineguaglianza globale. FataTurchina lo ha pubblicato varie volte e quindi non lo includo  tra gli esempi di questo mese. Ma, essendo un esempio straordinario della efficacia di questo “scrivere attraverso”, gli dedico una breve nota in calce a questa prima serie.</p><p></p>
Queste dunque sono le prime istantanee di una serie che penso potrei pubblicare ogni tanto. <p></p> <p></p> <p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff0000;"><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/06/zzz-200.jpg"><img class=" size-medium wp-image-20184 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-3272.jpg" alt="zz 764" width="314" height="237" /></a> </span></strong></p>1<span style="color: #ff0000;"><strong>– Oggetti, anziché servizi</strong></span><p></p> <p>
Il diagramma – pubblicato su Twitter da Paul Krugman il 6 novembre e desunto da @TBPInvictus – mostra l’evoluzione in dieci anni delle spese per i consumi di beni durevoli (linea blu) e di servizi (linea rossa), negli Stati Uniti.</p><p></p> <p>

Come si nota, la novità prodotta dalla recessione pandemica – che è indicata dal segmento in grigio – è assolutamente unica. Secondo Krugman, avvenne qualcosa di simile all’indomani della Guerra di Corea, quando si verificarono problemi analoghi derivanti da ‘strozzature’ nell’offerta. Ma questa volta la novità è che la crisi delle spese per i servizi è stata compensata, durante la pandemia, da una crescita delle spese per gli oggetti. </p><p></p> <p><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/2021/11/diagrammi-ovvero-"lo-scrivere-attraverso"-di-marco-marcucci-novembre-2021/">(prosegue)</a>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: center;"></h2>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Diagrammi, ovvero lo “scrivere attraverso”</strong></span></h1>
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<p>Vorrei provare a pubblicare, nella voce dei “pensieri sparsi”, alcune tabelle o diagrammi; quelli che mi sembrano più illuminanti  e che spesso sono fuori dalle traduzioni degli articoli. Per una qualche ragione, spesso questi diagrammi si trovano soprattutto sulle pagine di <em>Twitter</em> dei vari economisti (<em>Twitter </em>– forse per il limite del numero di parole prescritto ai singoli interventi – è diventato infatti il luogo degli “appunti”, degli interventi brevissimi, della memorizzazione del materiale di lavoro e della interlocuzione rapida con gli altri).</p>
<p>Per inciso diagramma” viene dal greco, dove significa “disegnare”; ma l’etimo, significativamente, deriva da διά «attraverso» e γράϕω «scrivere». Ovvero: “scrivere attraverso”.</p>
<p>Alcune volte queste forme di comunicazione sono straordinariamente istruttive: immagini di informazioni e di concetti importanti, che spesso abbracciano  anni o epoche intere, e che non hanno bisogno di nessuna parola per superare la prova della loro “falsificabilità”. I segmenti che attraversano le tabelle indicano quello che è successo, gli spazi bianchi attorno quello che non è successo. Punto. Immagini, dunque, che non permettono alle idee di degenerare in tendenziosi e e soprattutto noiosi corpi contundenti, come spesso oggi accade quasi per tutto.</p>
<p>Mi pare evidente che molti economisti, negli ultimi anni in particolare, abbiano sviluppato un interesse particolare per i diagrammi (nei classici dell’economia i diagrammi quasi non esistevano, non mi pare se ne trovi uno in Smith, Marx o Keynes, anche se le loro opere si basavano su una conoscenza prodigiosa dei dati), e non credo che dipenda solo dal fatto che oggi si possiedono strumenti tecnologici che consentono loro di parlare e di parlarsi in una specie di quaderno degli appunti unico e globale.  Forse non dipende  neanche solo dal fatto che un diagramma è una incontestabile scrittura di fatti.  Dipende anche dalla possibilità che le immagini talora hanno di suggerire una prospettiva nuova, che va oltre un elenco di informazioni. L’esempio migliore che mi viene in mente è l’ormai famoso diagramma di pochi anni fa “dell’elefante” di Milanovic, che mostrava l’andamento dell’ineguaglianza globale. <em>FataTurchina </em>lo ha pubblicato varie volte<em> e </em>quindi non lo includo  tra gli esempi di questo mese. Ma, essendo un esempio straordinario della efficacia di questo “scrivere attraverso”, gli dedico una breve nota in calce a questa prima serie.</p>
<p>Queste dunque sono le prime istantanee di una serie che penso potrei pubblicare ogni tanto.</p>
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<h2><strong><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-3272.jpg"><img class="  wp-image-24115 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-3272.jpg?resize=491%2C190" alt="zzz 327" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">1</span></strong><span style="color: #ff0000;"> <strong>– Oggetti, anziché servizi. </strong></span></h2>
<p>Il diagramma – pubblicato su Twitter da Paul Krugman il 6 novembre e desunto da @TBPInvictus &#8211; mostra l’evoluzione in dieci anni delle spese per i consumi di beni durevoli (linea blu) e di servizi (linea rossa), negli Stati Uniti.</p>
<p>Come si nota, la novità prodotta dalla recessione pandemica – che è indicata dal segmento in grigio – è assolutamente unica. Secondo Krugman, avvenne qualcosa di simile all’indomani della Guerra di Corea, quando si verificarono problemi analoghi derivanti da ‘strozzature’ nell’offerta. Ma questa volta la novità è che la crisi delle spese per i servizi è stata compensata, durante la pandemia, da una crescita delle spese per gli oggetti. Non è rilevante soltanto l’inversione tra i due tipi di spesa, che si spiega con l’ostruzione di parte dei canali nella spesa per i servizi (ristoranti, cinema, eventi culturali e sportivi, palestre etc.) e la loro sostituzione con vari genere di prodotti durevoli, ma anche la simmetria quasi perfetta dell’inversione.</p>
<p>Il che, in fondo, significa che la massa di ciò che si è disposti a spendere per i consumi non varia granché: ci si adatta e si spende in altri modi possibili quello che si ha a disposizione. Un po’ scoraggiante, per i cultori della “decrescita”.  Per consumare di meno pare ci voglia più di una pandemia. E, naturalmente, il tutto vale per coloro che hanno da spendere.</p>
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<h2><strong><em><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-3281.jpg"><img class="  wp-image-24113 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-3281.jpg?resize=425%2C289" alt="zzz 328" data-recalc-dims="1" /></a></em><span style="color: #ff0000;">2 – L’anidride carbonica dei ricchi.</span></strong></h2>
<p>Questo secondo diagramma lo traggo da Branko Milanovic ed anche da Gabriel Zucman (che a loro volta lo derivano da <em>Le reste du monde</em> e da Alexander Kaufman) ed è pubblicato su Twitter di novembre.</p>
<p>I pallini celesti indicano le quantità di emissioni di anidride carbonica, espresse in tonnellate procapite, attribuibili al 50% dei cittadini più poveri; quelle con i pallini marroni sono attribuibili al 10% dei più ricchi; i pallini grigi indicano le emissioni medie procapite dei vari paesi. Le emissioni sono calcolate in rapporto ai consumi, ovvero indicano la quantità di anidride carbonica incorporata nel consumo di vari prodotti in relazione ai diversi stili di vita; in quanto tali esse segnalano le differenze di consumo e dunque le ineguaglianze.</p>
<p>Come si vede i divari tra poveri e ricchi sono particolarmente elevati negli USA, nel Canada e nel Regno Unito, anche se negli USA le emissioni dei ricchi sono praticamente doppie che negli altri due. I paesi occidentali si collocano grosso modo nella stessa fascia di quantità di emissioni  appannaggio dei ricchi; così come per le emissioni dei poveri e per le emissioni procapite medie. Talora il divario tra poveri e ricchi è particolarmente accentuato, il che indica che le ineguaglianze in quei paesi sono particolarmente elevate (i casi della Russia e del Sudafrica).</p>
<p>In effetti è impressionante la differenza di paesi come la Cina, l’Indonesia e l’India, che hanno distanze molto più piccole tra ricchi e poveri, in quanto hanno livelli di emissioni tra i più ricchi molto più modesti.</p>
<p>Naturalmente, il calcolo delle emissioni sulla base dei consumi non ha a che vedere con il calcolo delle emissioni sulla base della produzione. Ovvero, una parte importante di quello che si produce nell’Asia Orientale e in India, in realtà si consuma in Occidente, e spesso lo consumano le classi più ricche dell’Occidente. Di fatto, le classi più ricche della Cina e dell’India consumano prodotti che emettono tonnellate di anidride carbonica non molto superiori o pari a quelle dei più poveri di Italia, Germania e Regno Unito. Questa è la “catena” dell’inquinamento nel mondo: i paesi che ne generano di più sono quelli che ne consumano di meno.</p>
<p>Conclusione: si può affrontare il cambiamento climatico senza affrontare assieme le ineguaglianze <em>tra</em> e <em>nei</em> paesi del mondo, ovvero senza cominciare a ridurre le differenze abissali nella vita degli esseri umani?</p>
<p>Commenta velenosamente Milanovic: “<em>Le persone che amano Greta sono i più grandi emissori – ovvero il mondo prospera sulle contraddizioni</em>”.</p>
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<h2><strong><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-329.jpg"><img class="  wp-image-24116 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-329.jpg?resize=488%2C275" alt="zzz 329" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">3 – La anidride carbonica cumulata in quasi due secoli.</span></strong></h2>
<p>La tabella è tratta dal sito “No Cold War” e è stata ripubblicata il 6 novembre da Milanovic.</p>
<p>Come abbiamo compreso, il crescente disastro del clima è conseguenza delle emissioni di anidride carbonica che si sono cumulate nel tempo. L’anidride carbonica resta sopra le nostre teste, e sembra ci resti molto a lungo (mentre il metano decade in media in 12,4 anni e il protossido di azoto in 121 anni, una parte dell’anidride carbonica &#8211; il 10% di quella emessa – resta in atmosfera per molte decine di migliaia di anni). Dunque, se si dovessero distribuire le colpe, si dovrebbero cumulare gli effetti delle industrializzazioni nei vari paesi per un periodo congruo. La tabella lo indica in 171 anni, dal 1850 (all’incirca l’epoca delle guerre dell’oppio in Cina) al 2021. I segmenti colorati indicano tonnellate di anidride carbonica; ma, si badi, <u>tonnellate procapite</u>.</p>
<p>Dunque, a carico di un cittadino dell’Occidente – un cittadino immaginario campato per circa due secoli – vanno dalle 1.059 tonnelllate di CO<sup>2 </sup>di un tedesco, alle 1.110 tonnellate di un inglese, alle 1.547 tonnellate di un americano; contro 197 tonnellate di un cinese e 61 tonnellate di un indiano. Poi, ovviamente, bisogna considerare che nell’Indo &#8211; Asia risiede più del 60 per cento della popolazione mondiale.</p>
<p>Che è come dire che si può scegliere tra alcune opzioni: 1 &#8211; il mondo non sopporta una eguaglianza mondiale sullo stile di vita occidentale, e ci vorrebbe di tornare alle guerre dell’oppio; 2 – l’Occidente deve trovare il modo di ripagare una parte dei guasti che ha prodotto, nell’atmosfera e nelle diseguaglianze globali, o almeno a chiedersi se non ci siano modi per ammettere quel debito; 3 – comunque, Occidente ed Oriente dovrebbero trovare un modo comune per ‘riavvolgere’ sensatamente due secoli di storia. La prima soluzione appare improbabile, la seconda e la terza non si escludono reciprocamente. Ovvero, una nuova ‘guerra fredda’ sarebbe la follia definitiva e non siamo noi occidentali, da soli e d’un tratto, a decidere il momento del Giudizio Universale.<strong>                                                                         </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><strong><a href="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-332.jpg"><img class="  wp-image-24117 alignleft" src="https://i2.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-332.jpg?resize=459%2C295" alt="zzz 332" data-recalc-dims="1" /></a><span style="color: #ff0000;">4 &#8211; Metà dei profitti delle imprese americane all’estero sono registrati nei paradisi fiscali </span></strong></h2>
<p>Questo diagramma viene da Gabriel Zucman, su Twitter il 13 novembre e mostra l’andamento dei profitti all’estero delle (grandi) società americane. Forse il titolo più appropriato che si potrebbe dargli è: “<em>I 50 anni che hanno cambiato il mondo</em>”.</p>
<p>Mi pare infatti che quello che è impressionante non è la quantità di profitti esteri delle imprese statunitensi, o il loro rapporto con i profitti complessivi, che nel diagramma non si leggono. Quello che è impressionante consiste nella evoluzione tra il 1966 e i nostri giorni. Molti di noi forse nel 1966 non erano ancora nati, per altri, all’epoca adolescenti, erano gli anni della prima incubazione del fatidico 1968. In ogni caso, probabilmente per tutti, non certo un’epoca del passato remoto; più o meno qualcosa che appartiene alla nostra generazione.</p>
<p>Ebbene, siamo passati da un periodo nel quale i profitti registrati nei paradisi fiscali delle società americane erano meno del 5 per cento dei profitti esteri totali, ad un periodo nel quale hanno superato il 50 per cento dei profitti totali. Ancora nel 1978 Irlanda, Svizzera, Olanda e Lussemburgo tutte assieme rappresentavano tra il 2 e il 3 per cento dei paradisi fiscali prediletti dagli americani, oggi sono quasi il 30 per cento.</p>
<p>I profitti registrati all’estero sono quasi per intero una truffa; tutti sanno che non può trattarsi di produzioni realizzate in quei minuscoli paesi. Quindi potremmo considerarlo un diagramma su quanto è cresciuto il potere delle grandi società statunitensi in mezzo secolo; il loro potere nei confronti del sistema fiscale statunitense e il loro potere nell’essere accolte dai sistemi fiscali complici di un certo numero di paesi, europei <em>in primis</em>. Ovvero, quanto è stato rubato allo Stato americano e, in fondo, quanto è stato sottratto alla ricchezza sociale del mondo intero.</p>
<p>Si parla spesso dell’epoca del neoliberismo, ad indicare un periodo di grandi fortune materiali e culturali del capitalismo occidentale, e sembra talora che  si voglia riferirsi ad un episodio  cruciale di una storica “battaglia delle idee”. Poco come l’immagine quel bottino cresciuto di oltre dieci volte, ci dice che, oltre alle idee, è stata l’epoca di una truffa epica.</p>
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<h2><span style="color: #ff0000;"><strong>Infine, una meritata menzione  del diagramma sinora più famoso di tutti. </strong><strong> </strong></span></h2>
<p><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-337.png"><img class="  wp-image-24118 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/11/zzz-337.png?resize=234%2C181" alt="zzz 337" data-recalc-dims="1" /></a></p>
<p>Negli anni passati Milanovic utilizzò una tabella sulla distribuzione globale dei redditi. Essa suddivideva la popolazione mondiale in ‘percentili’ (da un valore 5 ad un valore 100, dove i valori bassi sono quelli dei non abbienti, mentre quelli alti sono quelli dei molto ricchi). Per un effetto non voluto la storia di decenni finiva con l’assomigliare alla sagoma di un elefante, ogni centimetro del suo corpo corrispondeva ad una categoria globale di reddito. La coda partiva da rasoterra per i più sfortunati, a indicare la povertà senza scampo dei poveri dappertutto; la lunga ‘gobba’ in crescita rappresentava un mondo che viene accogliendo, oltre ai lavoratori dell’Occidente, i nuovi redditi bassi e medi dei paesi indo-asiatici in forte sviluppo; il ‘muso’ dell’animale scendeva in basso a indicare i redditi medi dell’Occidente in calo; la proboscide, lanciata come in un barrito verso l’alto, i redditi degli ultra ricchi – in Occidente ma anche in Oriente e tra i nababbi del petrolio &#8211; in vertiginosa crescita. E il paragone era stato ‘inventato’ dai numeri stessi: a nessun economista per quanto fantasioso sarebbe venuto in mente di descrivere l’andamento del mondo con un elefante. Eppure la casualità della invenzione diventava un ottimo modo per proporre finalmente una nuova più appropriata immagine del mondo: prima, magari, ce lo saremmo immaginati, sbagliando, con una piramide egizia. Quel diagramma compiva niente di meno che la magia di rappresentare finalmente il mondo con una immagine sola: qualcosa che i numeri già sapevano, ma che non si trovava le parole per esprimere.</p>
<p>Non è un esempio molto chiaro della potenza del linguaggio per immagini?</p>
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		<title>Presentazione di “Fataturchina”: un aggiornamento. Di Marco Marcucci, giugno 2021.</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 15:27:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[mm]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>
		<category><![CDATA[Project Syndicate]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff0000;"><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/06/zzz-200.jpg"><img class=" size-medium wp-image-20184 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2021/06/zzz-200.jpg" alt="zz 764" width="314" height="237" /></a>Presentazione di “Fataturchina”: un aggiornamento</span></strong></p>

<p>
Le prime traduzioni di Fataturchina risalgono al 1994, ma il lavoro più organico cominciò con il 2008. Effettivamente aggiornare oggi la presentazione di questa iniziativa avviene dunque con un po’ di ritardo, più di dieci anni dalla prima organica presentazione, che compare nella mascherina dopo le “Note sulla traduzione”, dopo quasi trent’anni dalla prima traduzione e con tutte le novità che si sono aggiunte. 
Cosa è cambiato nei propositi di questa iniziativa? Può essere utile fornire i pochi dati di cui dispongo per descrivere la comunità dei lettori di Fataturchina? Ha resistito nel tempo la strana scelta di dare a queste pagine quel nome, che – come spiegai all’epoca della prima presentazione – mi venne in mente per l’uso continuo che Krugman allora faceva del termine “confidence fairy” (la “fata della fiducia”), per indicare le politiche dell’austerità?
</p>

<p>
Il nome, temo, sia stato un po’ fuorviante per la curiosità del lettori o almeno di coloro che hanno gratificato la pubblicazione almeno di un accesso. Essi sono stati, a quanto pare, oltre 156.000 nell’intero periodo, e questo mi parrebbe un risultato enorme, se non fosse dipeso dal fatto che in una certa misura si trattava di ‘navigatori’ alla ricerca di altre fate, che si sono subito ritirati dopo aver constatato la stranezza dei contenuti (con tutti costoro, finalmente, mi scuso per il trabocchetto involontario). Ma molti di loro sono lettori intenzionali, come posso dedurre dal fatto che effettivamente passano un po’ di tempo ad esaminare gli articoli tradotti. In media sono al 90 per cento lettori italiani; più numerosi a Roma, poi a Milano, ma distribuiti un po’ in tutto il paese (ad esempio: Toscana, Emilia, Piemonte, Veneto, Campania, Sicilia, Sardegna, Puglia). Il restante 10 per cento viene da tutto il mondo ... <a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/2021/06/presentazione-di-fataturchina-un-aggiornamento-di-marco-marcucci-giugno-2021/">(prosegue)</a>
</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Presentazione di “Fataturchina”: un aggiornamento</strong></span></p>
<p>Le prime traduzioni di Fataturchina risalgono al 1994, ma il lavoro più organico cominciò con il 2008. Effettivamente aggiornare oggi la presentazione di questa iniziativa avviene dunque con un po’ di ritardo, più di dieci anni dalla prima organica presentazione, che compare nella mascherina dopo le “Note sulla traduzione”, dopo quasi trent’anni dalla prima traduzione e con tutte le novità che si sono aggiunte.</p>
<p>Cosa è cambiato nei propositi di questa iniziativa? Può essere utile fornire i pochi dati di cui dispongo per descrivere la comunità dei lettori di Fataturchina? Ha resistito nel tempo la strana scelta di dare a queste pagine quel nome, che – come spiegai all’epoca della prima presentazione – mi venne in mente per l’uso continuo che Krugman allora faceva del termine “<em>confidence fairy</em>” (la “<em>fata della fiducia</em>”), per indicare le politiche dell’austerità?</p>
<p>Il nome, temo, sia stato un po’ fuorviante per la curiosità del lettori o almeno di coloro che hanno gratificato la pubblicazione almeno di un accesso. Essi sono stati, a quanto pare, oltre 156.000 nell’intero periodo, e questo mi parrebbe un risultato enorme, se non fosse dipeso dal fatto che in una certa misura si trattava di ‘navigatori’ alla ricerca di altre fate, che si sono subito ritirati dopo aver constatato la stranezza dei contenuti (con tutti costoro, finalmente, mi scuso per il trabocchetto involontario). Ma molti di loro sono lettori intenzionali, come posso dedurre dal fatto che effettivamente passano un po’ di tempo ad esaminare gli articoli tradotti. In media sono al 90 per cento lettori italiani; più numerosi a Roma, poi a Milano, ma distribuiti un po’ in tutto il paese (ad esempio: Toscana, Emilia, Piemonte, Veneto, Campania, Sicilia, Sardegna, Puglia). Il restante 10 per cento viene da tutto il mondo: Europa e Russia, America del Nord e del Sud, Asia, quasi nessuno in Africa. In genere sono lettori che si trattengono per un po’ di minuti e, ovviamente, per me sono tutti anonimi, anche se lo strumento che utilizzo (che si chiama <em>WordPress</em>) consente di stabilire, oltre al paese, anche la città o la regione di provenienza, ed è emozionante scoprire lettori che persistono in Siberia o alle Bahamas.</p>
<p>È evidente che rispetto ai primi tempi, l’orizzonte di autori che traduco è divenuto molto più ampio. Agli inizi non pensavo lontanamente di imbarcarmi in una navigazione del genere, mi ero ripromesso soltanto di seguire – dagli articoli sul New York Times e dal suo blog – gli scritti di Paul Krugman. Erano gli anni effettivamente un po’ mitici dei suoi articoli sull’austerità, sulle traversie dell’euro e sul ritorno anche in Occidente della keynesiana ‘trappola della liquidità’, all’indomani del conseguimento del Premio Nobel per l’economia per le sue precedenti ricerche sul commercio internazionale e sulla geografia economica (anno 2008). Ma furono anche gli anni della esplosione della “blogosfera”, ovvero dell’uso dei blog nella trasmissione delle posizioni e delle ricerche economiche. Più volte, Krugman ha definito quella novità come un cambiamento importante nel dibattito economico, almeno nella sua forma e nella sua intensità, nel senso che con straordinaria facilità gli economisti potevano essere informati delle posizioni e delle ricerche di un numero illimitato di colleghi ed interloquire con essi: scompariva il ‘collo di bottiglia’ delle lungaggini e dei burocratismi accademici e delle riviste specializzate. Il che, probabilmente, ha comportato anche un processo graduale di maggiore accessibilità alle loro idee da parte della politica, del giornalismo e dell’opinione pubblica. Ma su questo, torno tra un attimo.</p>
<p>La grande maggiorenza degli autori che oggi traduco mi erano completamente sconosciuti quindici anni orsono. Direi che li ho incontrati seguendo tre tracce principali: i riferimenti che trovavo nei post sul blog di Krugman (più recentemente anche nelle sue prese di posizione su Twitter), che sono una fonte fondamentale, perché offrono con l’uso delle semplici ‘connessioni’ il quadro completo delle sue principali interlocuzioni; la graduale scoperta dei blog di altri economistI; la lettura sistematica di uno strumento prezioso come <em>Project Syndicate</em>, una pubblicazione online che semplicemente riunisce buona parte dei contributi di intellettuali economisti del mondo intero.</p>
<p>Provo a fornirne un elenco, sperando di non dimenticarne troppi.</p>
<p>Su <em>Project Syndicate </em>si trovano, con discreta frequenza, gli scritti di Joseph E. Stiglitz (Nobel per l’economia nel 2001), Michael Spence (Nobel assieme a Stiglitz nel 2001), J. Bradford DeLong, Adair Turner (economista inglese ed esperto di tematiche energetiche e demografiche), Yanis Varoufakis (già Ministro delle Finanze greco nel primo Governo Tsipras), Jeffrey Frankel, Nouriel Roubini, Barry Eichengreen, Dani Rodrik, James K. Galbratith, Robert Skidelsky (autore della principale biografia su John Maynard Keynes), Mariana Mazzuccato, Jeffrey D. Sachs, i coniugi Anne Case e Angus Deaton (il secondo, Premio Nobel per l’economia nel 2015). Con minore frequenza:  William H. Janeway, Kenneth Rogoff, Laura Tyson, Lucrezia Reichlin, Robert J. Shiller, Carmen Reinhart, Edmund S. Phelps, Paul De Grauwe, Daron Acemoglu, Jayati Gosh, Larry Summers, Raghuram G. Rayan, Anatole Kaletski, Philippe Legrain, Daniel Gros, Marcello Minenna, Bill Emmot, David Autor, Roberto Tamborini, Gauti Eggertsson. Talvolta, autori cinesi o sino americani, come Shan-Jing-Wei, Yu Yongding, Angela Huyue Zhang, Chen Long. Infine, da un’altra fonte (VOX-EU), giovani economisti meno noti che presentano le loro ricerche, spesso preziose, come quella di Acciari, Alvaredo, Morelli sulla crescente concentrazione della ricchezza in Italia.</p>
<p>Gli autori, invece, che non scrivono su <em>Project Syndicate </em>e che devono essere seguiti sui loro blog, sono; Simon Wren Lewis, Thomas Piketty, Branko Milanovic (i primi due talora forniscono contributi illuminanti anche delle situazioni inglese e francese, mentre per il terzo ho cercato di spiegare il mio forte interesse in una nota). Autori che talvolta ho tradotto dai loro siti sono anche: Olivier Blanchard (in passato capo economista del FMI) e Ben Bernanke (in passato Presidente della Federal Reserve).</p>
<p>Infine, come è ovvio, le traduzioni di Paul Krugman – i due articoli settimanali sul New York Times, ed i post sul suo blog, che di recenti sono tornati a riguardare temi più specialistici, con abbondante uso di tabelle e digrammi, come avveniva nel passato. Oppure alcune sue recensioni, o i discorsi in particolari occasioni (ad esempio, il discorso al momento di ricevere il Nobel, o quello a Cambridge al 75° anniversario della pubblicazione de “La teoria Generale” di Keynes).</p>
<p>Dunque, <em>FataTurchina </em>è molto cambiata dagli inizi, si è aperta ad una legione di economisti, e in particolare ad alcuni che non sono, diciamo così, necessariamente simmetrici a Krugman. Ciononostante, l’attenzione all’economista statunitense è rimasta centrale: i suoi articoli sul NYT sono stati tradotti tutti, praticamente dal 2008. Vorrei fornire una finale spiegazione delle ragioni.</p>
<p>Alcuni degli economisti vengono maggiormente seguiti, certamente, per le loro, diciamo così, spiccate personalità intellettuali. Esse possono riguardare le loro specializzazioni – ad esempio, demografia e morbilità nel caso di Deaton, diseguaglianze, studio dei temi della globalità e attenzione al ruolo dei paesi dell’ “altro capitalismo” nel caso di Milanovic, ancora attenzione ai temi della globalità nel caso di Rodrik, Inghilterra e pandemie nel caso di Wren Lewis, diseguaglianze e Francia nel caso di Piketty, energia nel caso di Turner; oppure le loro tendenze politiche – il radicalismo basato su una lettura della società americana della quale almeno si percepiscono aspetti di forte originalità di Galbraith Jr., il radicalismo spesso apertamente &#8216;politico&#8217; di Sachs, il marxismo di Varoufakis (per il quale aggiungerei un interesse per un linguaggio spesso di grande eleganza). Per molti altri, l’attenzione può essere stata provocata principalmente  dall’oggetto del singolo articolo.</p>
<p>Krugman, si potrebbe dire, cammina per la sua strada, ovvero mi pare che resti un caso a sé. In un certo senso, quello che continua ad essere affascinante è il suo tragitto: un intellettuale che non pare nascere con particolari predilezioni politiche, apparentemente legato soprattutto alle sue specialità che difende da ogni semplificazione talora con ostinazione (la ‘macroeconomia’ di solito ha visto nel giusto!); che si immerge nella politica corrente soprattutto in reazione ai segni di ‘mutazione genetica’ nei repubblicani americani (già chiari con Bush, e retrospettivamente con Reagan); che percepisce con una chiarezza quasi unica il pericolo del trumpismo (per anni, sino all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio scorso, siamo stati allietati dalla equidistanza di vari giornalisti italiani!) e da quel momento – probabilmente per effetto anche del suo enorme seguito (non distante da 5 milioni di follower su Twitter, un caso praticamente unico al mondo, di sicuro nella categoria degli economisti) – finisce con l’avere un ruolo di prima linea nella battaglia contro il conservatorismo statunitense, divenuto un fenomeno apertamente reazionario. Naturalmente, in quel ruolo si colloca anche, e principalmente, per i suoi contributi come economista teorico; è un fatto che la sua lettura del keynesismo – per riferire l’ultimo episodio vecchio di una decina d’anni – gli ha consentito di afferrare i mutamenti di un’epoca segnata dalla “trappola della liquidità” con una chiarezza quasi ineguagliata. Questi sono ‘primati’ che, anche senza altri riconoscimenti accademici, alla fine appaiono evidenti. Certo, i segni della sua origine e formazione ‘<em>non-leftist</em>’ restano visibili (ad esempio, un evidente attaccamento ad una forma di ‘nazionalismo americano’ ed una certa non particolare partecipazione ai casi di altri popoli del mondo); ma non gli hanno certo impedito di capire meglio di tanti i nuovi pericoli reazionari (così, alla fine, li definiva, ammettendo la possibilità addirittura di un fallimento di quella storia nazionale).</p>
<p><span style="color: #ff0000;">(Un aspetto che vorrei aggiungere, pur trattandosi di qualcosa che forse possono notare solo i lettori più attenti, è una evoluzione della sua personalità intellettuale, o più precisamente del suo &#8216;giornalismo&#8217;. Sono sempre più evidenti e interessanti le incursioni di Krugman nella sociologia. Tra gli ultimi esempi, la sua attenzione ai fenomeni della disaffezione post pandemica di non pochi americani verso i loro vecchi posti di lavoro, oppure la sua attenzione ai fenomeni di &#8216;gentrificazione&#8217; delle città americane collegati a politiche delle abitazioni restrittive negli Stati democratici (il casi della California, in un suo post recente). Credo che si possa notare come questa evoluzione dipenda da una sua sempre maggiore identificazione &#8211; nelle sue attività &#8211; con quella che probabilmente è divenuta sempre più centrale, di &#8216;<em>pubblic intellectual</em>&#8216; che utilizza soprattutto gli strumenti della comunicazione giornalistica e dei social. Pur essendo sempre stato caratterizzato da una forte curiosità per questi aspetti, pare che li consideri sempre di più ingredienti necessari del suo giornalismo. Forse non è un caso se i suoi post sono tornati ad essere la sede della comunicazione di un ricco repertorio di tabelle e di statistiche, dopo che nel periodo dell&#8217;assorbente impegno della lotta politica al trumpismo erano in parte scomparsi.)</span></p>
<p>Queste sono impressioni, e non sarebbe appropriato procedere per impressioni. Il fatto è che la forza politica di questo intellettuale è ulteriormente cresciuta con il trumpismo e con la sua provvisoria sconfitta, al punto che i tratti attuali di radicalismo dei democratici americani di Biden vengono percepiti da non pochi anche in relazione al suo ruolo (per chi ne avesse voglia, consiglierei una lettura di un recente lungo articolo dello storico britannico Adam Tooze su <em>London Review of Books</em>, che restituisce con esattezza le ragioni del ‘potere politico’ del <em>krugmanismo</em>). Né questo ha spostato di un millimetro la sua collocazione sul terreno della ‘battaglia delle idee’; nessuno si aspetta che egli sarà mai tentato di uscire dalla sua collocazione di ‘pensatore’, di ‘columnist’ e, di decennio in decennio, di economista capace di intuire i fenomeni più profondi.</p>
<p>Come egli si è espresso con il suo solito gusto per l’ironia sull’articolo di Tooze sul <em>krugmanismo</em>, alla fine conquistare un ‘<em>ismo</em>’ è una bella soddisfazione!</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Branko Milanovic e i pensieri ‘insoliti’. Di Marco Marcucci, dicembre 2020.</title>
		<link>https://www.fataturchinaeconomics.com/2020/12/branko-milanovic-e-i-pensieri-insoliti-di-marco-marcucci-dicembre-2020/</link>
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		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 11:08:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[mm]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"></h1>
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Presentazione di "FataTurchina": un aggiornamento</strong></span></h2>
<strong> </strong>

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<a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-65-2.jpg"><img class=" wp-image-22142 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-65-2.jpg" alt="zzz 65 (2)" width="222" height="293" /></a>
Le prime traduzioni di Fataturchina risalgono al 1994, ma il lavoro più organico cominciò con il 2008. Effettivamente aggiornare oggi la presentazione di questa iniziativa avviene dunque con un po’ di ritardo, a quasi dieci anni dalla prima organica presentazione, che compare nella mascherina dopo le “Note sulla traduzione”, dopo quasi trent’anni dalla prima traduzione e con tutte le novità che si sono aggiunte. 
Cosa è cambiato nei propositi di questa iniziativa? Può essere utile fornire i pochi dati di cui dispongo per descrivere la comunità dei lettori di Fataturchina? Ha resistito nel tempo la strana scelta di dare a queste pagine quel nome, che – come spiegai all’epoca della prima presentazione – mi venne in mente per l’uso continuo che Krugman allora faceva del termine “confidence fairy” (la “fata della fiducia”), per indicare le politiche dell’austerità? 
Il nome, temo, sia stato un po’ fuorviante per la curiosità del lettori o almeno di coloro che hanno gratificato la pubblicazione almeno di un accesso. Essi sono stati, a quanto pare, oltre 156.000 nell’intero periodo, e questo mi parrebbe un risultato enorme, se non fosse dipeso dal fatto che in una certa misura si trattava di ‘navigatori’ alla ricerca di altre fate, che si sono subito ritirati dopo aver constatato la stranezza dei contenuti (con tutti costoro, finalmente, mi scuso per il trabocchetto involontario). Ma molti di loro sono lettori intenzionali, come posso dedurre dal fatto che effettivamente passano un po’ di tempo ad esaminare gli articoli tradotti. In media sono al 90 per cento lettori italiani; più numerosi a Roma, poi a Milano, ma distribuiti un po’ in tutto il paese (ad esempio: Toscana, Emilia, Piemonte, Veneto, Campania, Sicilia, Sardegna, Puglia). Il restante 10 per cento viene da tutto il mondo: Europa e Russia, America del Nord e del Sud, Asia, quasi nessuno in Africa. In genere sono lettori che si trattengono per un po’ di minuti e, ovviamente, per me sono tutti anonimi, anche se lo strumento che utilizzo (che si chiama WordPress) consente di stabilire, oltre al paese, anche la città o la regione di provenienza, ed è emozionante scoprire lettori che persistono in Siberia o alle Bahamas.
Le prime traduzioni di Fataturchina risalgono al 1994, ma il lavoro più organico cominciò con il 2008. Effettivamente aggiornare oggi la presentazione di questa iniziativa avviene dunque con un po’ di ritardo, a quasi dieci anni dalla prima organica presentazione, che compare nella mascherina dopo le “Note sulla traduzione”, dopo quasi trent’anni dalla prima traduzione e con tutte le novità che si sono aggiunte. 
Cosa è cambiato nei propositi di questa iniziativa? Può essere utile fornire i pochi dati di cui dispongo per descrivere la comunità dei lettori di Fataturchina? Ha resistito nel tempo la strana scelta di dare a queste pagine quel nome, che – come spiegai all’epoca della prima presentazione – mi venne in mente per l’uso continuo che Krugman allora faceva del termine “confidence fairy” (la “fata della fiducia”), per indicare le politiche dell’austerità? 
Il nome, temo, sia stato un po’ fuorviante per la curiosità del lettori o almeno di coloro che hanno gratificato la pubblicazione almeno di un accesso. Essi sono stati, a quanto pare, oltre 156.000 nell’intero periodo, e questo mi parrebbe un risultato enorme, se non fosse dipeso dal fatto che in una certa misura si trattava di ‘navigatori’ alla ricerca di altre fate, che si sono subito ritirati dopo aver constatato la stranezza dei contenuti (con tutti costoro, finalmente, mi scuso per il trabocchetto involontario). Ma molti di loro sono lettori intenzionali, come posso dedurre dal fatto che effettivamente passano un po’ di tempo ad esaminare gli articoli tradotti. In media sono al 90 per cento lettori italiani; più numerosi a Roma, poi a Milano, ma distribuiti un po’ in tutto il paese (ad esempio: Toscana, Emilia, Piemonte, Veneto, Campania, Sicilia, Sardegna, Puglia). Il restante 10 per cento viene da tutto il mondo: Europa e Russia, America del Nord e del Sud, Asia, quasi nessuno in Africa. In genere sono lettori che si trattengono per un po’ di minuti e, ovviamente, per me sono tutti anonimi, anche se lo strumento che utilizzo (che si chiama WordPress) consente di stabilire, oltre al paese, anche la città o la regione di provenienza, ed è emozionante scoprire lettori che persistono in Siberia o alle Bahamas.
(prosegue) ]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"></h1>
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Branko Milanovic e i pensieri ‘insoliti’</strong></span></h2>
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<p><strong> </strong></p>
<p><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-65-2.jpg"><img class="  wp-image-22142 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-65-2.jpg?resize=222%2C293" alt="zzz 65 (2)" data-recalc-dims="1" /></a>In questo blog, le prime traduzioni di post di Branko Milanovic sono cominciate nel 2016. Ricordo che la prima curiosità mi venne da alcuni brevi accenni che trovavo in Krugman, il primo dei quali annunciava con soddisfazione la prossima collaborazione dell’economista serbo alla stessa Università della Città di New York nella quale lui lavora.  Il primo gennaio del 2015 seguì un post di Krugman che aveva per oggetto un diagramma di Milanovic poi diventato famoso – il “diagramma dell’elefante” – che illustrava l’andamento della crescita globale del reddito con il profilo di un elefante, con la gobba corrispondente alla crescita dei paesi indo asiatici e, nella discesa, al calo delle classi medie occidentali, e la proboscide lanciata verso l’alto dei super ricchi dell’Occidente (ma non solo). Seguirono poi vari  post di Milanovic, negli anni dal 2016 al 2020; e adesso abbiamo, tradotto in italiano, il suo ultimo libro “<em>Capitalism, alone</em>” (“<em>Capitalismo contro capitalismo</em>”, Laterza, ottobre 2020), che comincia a provocare un giustificato interesse. In Europa, quell’interesse si è evidenziato in una intervista dello stesso economista alla rivista francese “<em>Marianne</em>” (tradotta in questo blog) e, più di recente, in una sua intervista a Repubblica. Sarà pure un dettaglio, ma un segno di quella attenzione lo si trova anche nella copertina della versione inglese del suo ultimo libro, dove raccoglie due riconoscimenti in apparenza disparati come quello di Gordon Brown, passato Primo Ministro laburista del Regno Unito, e di James K. Galbraith, economista di prestigio e in qualche modo al centro del dibattito politico della sinistra americana.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>DA ALCUNI POST DI MILANOVIC</strong></span></p>
<p>La lettura dei post di Milanovic sulle peripezie globali degli ultimi decenni va oltre la sola descrizione della evoluzione della distribuzione globale dei redditi, e sembra voler dare una scossa a molti miti che, pure nel declino del neoliberismo, continuano ad allietarci o a deprimerci. Partiamo, dunque, da alcune di queste scosse che, un po’ alla volta, oltre a sorprendere, evidenziano una trama abbastanza chiara.</p>
<p>Milanovic spazia da una forte curiosità per temi che parevano in disuso della teoria economica e degli economisti classici, alla riflessione sugli episodi della storia che gli sembrano nevralgici ma sottoposti ad un discreta censura, ad una attenzione viva ad alcuni fenomeni della politica mondiale odierna. Nel selezionare quello che più gli preme, sembra guidato da un forte spirito di ‘indipendenza’ dalle mitologie tradizionali degli schieramenti, per quanto sia evidente che si collochi con decisione sul versante di una critica del capitalismo nella sua versione neoliberista. Inoltre, di certo non gli fa difetto un vivo spirito provocatorio, che però si intuisce avere radici più profonde di una semplice inclinazione caratteriale (in taluni post che non ho tradotto, attinenti maggiormente alla sua biografia intellettuale e personale, si ha quasi l’impressione che quelle provocazioni nascano anche dal ricordo, ma non dalla nostalgia,  per storie o parti del mondo che i passati decenni hanno ‘dismesso’).</p>
<p>Non intendo argomentare queste impressioni in modo dettagliato; sarà sufficiente elencare, dai post qua tradotti, alcuni temi principali. Ad esempio, in uno di essi del gennaio del 2018, affronta il tema del diverso approccio degli scienziati dell’economia e della società dell’Ottocento e degli inizi del secolo scorso (cita tra gli altri l’economista inglese John Hobson, un esponente della Repubblica di Weimar come Rudolph Hilferding, Max Weber), “che discutevano le caratteristiche strutturali del capitalismo: le relazioni sociali tra i proprietari dei capitali e i lavoratori salariati, la distribuzione del reddito nazionale tra capitale e lavoro, la formazione delle classi dirigenti della società”, e di quelli più recenti, il dibattito tra i quali appare “dominato dai tentativi di mettere in atto piccole correzioni e di tenere fuori dal tavolo gli interrogativi sulle strutture sistemiche”. A suo giudizio, questo dipende da due cause. La prima “una non considerazione sistematica delle differenze delle posizioni individuali nel processo produttivo: il loro operare, il loro potere e l’ineguaglianza materiale. Gradualmente, il dibattito sulle classi, così saliente nell’economia di un tempo, è scomparso, e tutti gli individui sono semplicemente stati considerati come ‘agenti economici’ che massimizzano la loro utilità nelle condizioni date dei loro patrimoni.” La seconda: “… è stato il trionfalismo che si è diffuso dopo la fine del comunismo. Gli scienziati sociali sono arrivati a credere che il problema fondamentale di come una società umana doveva essere organizzata era stato risolto: in termini politici, la democrazia liberale; in termini economici, il capitalismo. I ricercatori hanno sposato l’idea che la struttura dell’edificio sociale fosse immutabile, e che fossero necessari soltanto piccoli rimedi omeopatici per risolvere i problemi residui.” Il risultato è che temi di prima grandezza come la crescita delle ineguaglianze, la concentrazione del potere economico monopolistico, il dilagare ormai sistemico, soprattutto negli USA, di quel potere nella politica pubblica e la crisi della democrazia, sono sostanzialmente elusi. I teorici di allora, conclude, non ci fornivano “risposte belle e pronte”; “Ma gli scrittori del passato possono aiutarci a comprendere che i problemi che abbiamo di fronte non sono così nuovi o unici. Essi ci offrono anche punti di vista migliori che illuminano meglio i compromessi che affrontiamo nella politica e nell’economia. Ancora più importante, essi possono mostrarci che cosa <em>non </em>dovremmo fare, affinché questa epoca di globalizzazione non finisca come la precedente – nella carneficina della guerra.”</p>
<p>Quanto alle epoche della storia sulle quali, in modo molto energico, sente il bisogno di una rilettura, citerei tre esempi. Il primo è una recensione di una biografia di Hitler di Ian Kershaw, che gli offre lo spunto per avanzare una tesi sulla Seconda Guerra Mondiale come “<em>l’ultima guerra coloniale</em>” (si veda, 9 giugno 2020). Se sembrasse una esagerazione, ciò dipende solo dal fatto si è fatto il possibile – anche se con varie eccezioni – per trascurare la ragione prima che fu alla base del conflitto: la volontà nazista di conquistare ad Est il proprio “spazio vitale” e la conseguente decisione di una guerra “di sterminio” – come, alla vigilia, la definì Hitler per distinguerla con chiarezza dalle guerre sugli altri fronti del nazismo – contro la Russia. Ovvero, la assoluta eccezionalità della guerra sul fronte orientale, per riconoscere la quale basterebbe considerare il numero dei morti, includendo in quel bilancio anche una buona parte dello sterminio degli ebrei nei paesi orientali (gli ebrei orientali erano semplicemente buona parte di coloro che dovevano essere cancellati, giacché in quei paesi era necessaria una distruzione del ‘paesaggio umano’, non era sufficiente una ‘vittoria’ militare. Con la guerra, il razzismo contro gli ebrei fu una sorta di ‘profezia che si autoavvera’; non per caso, la biografia di Kershaw ricorda come Hitler, negli ultimi anni, normalmente definisse il “giudaismo-bolscevismo” come il nemico fondamentale del nazismo).</p>
<p>Una seconda epoca nella quale sente il bisogno di una demistificazione, con il post “<em>Come fu vinta la guerra (fredda)</em>” (21 maggio 2020) &#8211; una recensione del libro “<em>Il metodo Giakarta</em>”, di Vincent Bevis – è la sequenza di interventi militari diretti e indiretti da parte degli Stati Uniti nel Terzo Mondo. Lo fa in polemica con una tesi ‘liberatoria’ sulla politica americana che era stata formulata da Obama, in un discorso rivolto alla gioventù europea a Bruxelles del 2014, ricordando i casi dell’Indonesia di Sukarno, del Brasile, del Vietnam, e molti altri. Ricorda: “Di fatto, gli alleati che aiutarono gli Stati Uniti a vincere la Guerra Fredda furono assai diversi da quelli che Obama aveva in mente. Furono una galleria di filibustieri, che abbracciava, a partire dall’Europa, passati nazisti tedeschi e i loro collaboratori nell’Europa Orientale, Franco e i colonnelli greci, Gladio e la Mafia; in Africa, il regime dell’apartheid, Mobutu ed i gendarmi del Katanga; gli squadroni della morte e i latifondisti in America Latina; gli islamisti radicali, i Talebani, e i regimi oppressivi nella regione allargata del Medio Oriente; il regime corrotto e debole nel Sud Vietnam e le dittature dei campi di sterminio asiatici”. Semplicemente per dire che è una bella pretesa dimenticare decenni di storia.</p>
<p>Talora, la curiosità di Milanovic affronta epoche più lontane, verso le quali si sono in apparenza smarrite le ragioni per un confronto con il mondo odierno. Ma anche in quel caso, indaga con acutezza le somiglianze con l’oggi. Ad esempio, nel post del 31 luglio del 2020 (“<em>Il buio che illuminò il mondo</em>”), commenta un piccolo libro di Fernand Braudel,  “<em>Fuori dall’Italia”</em>, che si interroga sulle ragioni per le quali allo straordinario irraggiamento della cultura italiana (ma l’Italia ancora non esisteva, quindi delle varie città-Stato del nostro paese), tra il 1450 ed il 1650, fece seguito il declino del paese tutto intero, dalla metà del diciassettesimo secolo. Secondo Braudel, la causa non fu nello spirito ostile alla cultura ed alla scienza della Controriforma e neppure nella influenza sul capitalismo nascente del Protestantesimo (i protestanti non furono più tolleranti dei cattolici), ma nella conquista del controllo delle rotte atlantiche da parte degli olandesi e poi degli inglesi, e nella finanziarizzazione dell’economia italiana, che anziché dedicarsi allo sviluppo dei settori industriali, mise a frutto la sua ricchezza nei prestiti agli Stati europei.  Osserva Milanovic: “Le somiglianze con le economie pesantemente finanziarizzate ed “esternalizzate” di oggi dell’America del Nord e dell’Europa Occidentale sono lampanti. Braudel non le cita, forse per buon gusto, o forse perché il libro è stato scritto nei primi anni ’80, quando l’economia da roulette dell’Occidente non era così evidente come oggi.”</p>
<p>Ma veniamo a quei post che ho definito rivelatori della ‘indipendenza’ da alcuni luoghi comuni, o talora anche un po’ provocatori , di Milanovic. Un esempio dei primi è il post del 19 novembre 2018 (<em>Emigrazione in Europa: una soluzione a lungo termine?</em>). L’economista serbo osserva il  fatto “che il divario nel PIL procapite tra l’originaria Unione Europea di 15 membri e l’Africa Subsahariana è cresciuto da circa 7 a 1 nel 1980 all’11 a 1 di oggi (questo è il divario ottenuto considerando il livello più basso dei prezzi in Africa; senza di ciò, esso sarebbe persino più grande)”. In termini economici il fenomeno presenta vari aspetti favorevoli per i paesi più ricchi, ma Milanovic è preoccupato per gli aspetti culturali, giacché l’emigrazione “può essere considerata una sottrazione dal loro punto di vista culturale se i tratti culturali sono a rischio a seguito della mancanza di assimilazione degli emigrati o della indisponibilità ad accettare regole nazionali” e afferma che “Questo argomento non dovrebbe essere confuso con il razzismo o la xenofobia come tali. Ad esso dovrebbe essere riconosciuta l’importanza che merita”. Che si concordi o meno con tale preoccupazione, si deve almeno registrare che tutto indica che il fenomeno è destinato ad avere dimensioni sempre maggiori: “Nel 1980, l’UE-15 aveva più abitanti dell’Africa al sud del Sahara; oggi l’Africa a sud del Sahara ha abitanti pari a due volte e mezza. Nelle prossime due generazioni, l’Africa Subsahariana dovrebbe raggiungere i due miliardi e mezzo di persone, cinque volte quelle dell’Europa Occidentale. È completamente irrealistico pensare che tali ampi divari di reddito (in una direzione) e di popolazione (nella direzione opposta) possano persistere senza dar vita ad una pressione migratoria fortissima”. In sostanza, egli reclama che ci si misuri con tali enormi dimensioni del problema, che richiedono politiche straordinarie di integrazione – e forse anche modelli ‘circolari’, di immigrazioni per periodi limitati di tempo &#8211; e comunque non sopportano che lo si riduca solo ad un argomento morale. In poche parole: se le identità delle società devono in parte mostrare le traiettorie lungo le quali esse intendono svilupparsi, è necessario che le società europee ed africane condividano una sorta di compromesso sul loro futuro reciproco.</p>
<p>Più apertamente ‘provocatori’ due suoi interventi sull’astro nascente di Trump, e poi, dopo le elezioni recenti, sull’astro caduto (“<em>Trump come l’ultimo trionfo del neoliberismo</em>”, del 7 aprile 2020 e “<em>Quello che dobbiamo a Donald Trump</em>”, del 7 novembre 2020). In entrambi, egli sembra rivolgersi contemporaneamente alla destra  e ai progressisti degli Stati Uniti, e forse ai secondi più ancora che ai primi. Nel primo, egli sembra irritato dalla diagnosi tra l’incerto e lo stupefatto del trumpismo da parte della sinistra mondiale, concentrandosi sulla sua inevitabilità, sul suo essere un fenomeno semplicemente necessario di un neoliberismo che ha anzitutto rotto ogni diaframma tra potere economico e potere politico. Trump è semplicemente il Presidente che ha considerato i suoi concittadini come ‘dipendenti’: “Il neoliberismo ha giustificato e promosso l’introduzione di principi puramente economici e gerarchici nella vita politica. Mentre manteneva la pretesa di eguaglianza (una persona, un voto), la erodeva attraverso la capacità del ricco di selezionare, finanziare e far eleggere i politici ben disposti verso i loro interessi”. E ancora: “Sino a che Trump non è arrivato al potere l’invasione dello spazio politico dalle regole di condotta economiche era tenuta segreta. C’era una finzione secondo la quale i politici trattavano le persone come cittadini. La bolla è stata fatta esplodere da Trump che, non istruito nelle sottigliezze della dialettica democratica, non poteva capire che ci fosse qualcosa di sbagliato nella applicazione delle regole dell’impresa alla politica. Provenendo dal settore privato, e dal suo settore maggiormente incline alla pirateria che fa affari con i patrimoni immobiliari, le scommesse e i concorsi di bellezza, pensava giustamente – sostenuto dalla ideologia neoliberista – che lo spazio della politica fosse una mera estensione di quello dell’economia”.</p>
<p>Peraltro, in un altro scritto, nel quale si chiedeva se la posta in gioco delle elezioni non fosse un ‘ritorno alla normalità’ (del 19 0ttobre 2020), dopo aver ricordato la sua allergia al termine “normalità” che gli ricordava la “normalizzazione cecoslovacca” del 1968, si chiede “quale normalità?”.  E rammenta: “È utile rinfrescare i nostri ricordi. Sotto George W. Bush, gli Stati Uniti generarono guerre infinite che destabilizzarono il Medio Oriente e uccisero, secondo alcune stime, mezzo milione di persone. Sotto lo stesso Presidente, produssero anche la più grande crisi economica dalla Grande Depressione. E poi, con il Presidente successivo, misero in salvo coloro che erano i responsabili della crisi, seminarono il caos in Libia ed ignorarono la decimazione della classe media americana”. Se si rammentano vari scritti nei quali il suo “collega” al CUNY Paul Krugman – che è pure un rappresentante del centro sinistra americano più consapevole dei misfatti americani – si riferisce a tale storia, pur tuttavia con una certa ‘leggerezza’, la brutalità di questa sintesi appare forse come una presa di distanza.</p>
<p>La provocazione, poi, in un certo senso esplode nell’ultimo post su “<em>Quello che dobbiamo a Trump</em>”. Sì, spiega Milanovic, con Trump siamo anche in debito: lo siamo, appunto, per la chiarezza con la quale ci ha ricordato  le nefandezze almeno di un parte del capitalismo americano. “Trump ha strappato via la tenda che separa i cittadini, gli spettatori del gioco politico, dai governanti ed ha messo in mostra  gli affarismi, gli scambi di favori, l’uso del potere pubblico per vantaggi personali in un modo aperto, davanti alla vostra faccia, a disposizione di tutti coloro che seguivano lo spettacolo che andava in onda. Mentre nelle passate amministrazioni tali iniziative illegali e semilegali, come il ricevere soldi da potentati stranieri, lo spostarsi dall’una all’altra collocazione lucrativa, l’ingannare sulle tasse venivano fatti con discrezione e con qualche decoro, con le tende abbassate in modo tale che gli spettatori potessero non vedere e non partecipare alle malefatte, tutto questo ora è stato fatto apertamente. È stato dunque grazie a Trump che abbiamo potuto osservare l’immensa corruzione che si trova a cuore del processo politico”. E conclude: “La sua persona ha rivelato la profondità della corruzione al centro della politica e al centro delle imprese. Questi sono peccati imperdonabili. I peccati goduti in segreto sono accettabili o trascurati; i peccati sbandierati non lo sono. Coloro che lo sostituiscono faranno del loro meglio, non per cambiare tutto ciò perché è diventato una caratteristica del sistema, ma per mascherarlo. Ma una volta che si vede la verità è difficile tornare indietro fingendo che non sia successo niente”. Ma, prima delle conclusione, ci aveva anche offerto un altro passaggio “breathbreaking” (“mozzafiato”): l’ammissione che almeno su un aspetto egli aveva convenuto con Trump: nientemeno che con l’idea della “America First”. Un pensiero apparentemente paradossale, anche se egli intende apprezzare non tanto le spacconate trumpiane sulle guerre commerciali, quanto il “moderato isolazionismo” del Presidente passato. In sostanza, è di nuovo evidente che Milanovic ha soprattutto il mente l’America anche ‘democratica’ del lungo dopoguerra: “la ‘nazione indispensabile’ [che] richiede, quasi per definizione, secondo l’espressione di Gore Vidal, ‘guerre interminabili per una pace senza fine’. Non è per un qualche caso che l’America sia stata praticamente senza interruzioni in guerra per ottanta anni”. Trump, sembra di capire, alla fine ha almeno sospeso, quella lunga storia di guerre attribuibili alla intera classe dirigente statunitense; guerre che proseguono quando si è quasi dimenticato per quale ragione iniziarono, in una ambientazione che secondo Milanovic ricorda vagamente “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.</p>
<p>Dunque: una sensibilità viva e spesso aspra, che lo spinge a contrastare i vari miti che sono stati in pratica ‘messi di guardia’ al secolo americano, e al tempo stesso una idiosincrasia verso le ‘mezze ammissioni’ che, nel campo democratico, impediscono una lettura completa delle relazioni tra i modi nei quali si è sviluppato il capitalismo occidentale e le forme odierne della politica (e che spiegano, per inciso, perché sia stato così semplice che il campo democratico prima si innamorasse del neoliberismo, per poi allontanarsene senza spiegazioni sufficienti, abbastanza furtivamente). Ebbene, tutti questi spunti, divengono più chiari con il suo libro recente.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff0000;">IL LIBRO “CAPITALISMO CONTRO CAPITALISMO”. </span></strong></p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Il capitalismo liberal-meritocratico</strong></span></p>
<p>In effetti, se i post sono i pensieri istantanei della sensibilità politica del Milanovic e delle sue letture di libri altrui, il nuovo lavoro è una sistemazione del sua ricerca di base come “Maestro delle statistiche” (il complimento viene da Galbraith) e i pensieri ‘insoliti’ riguardano intuizioni profonde sulle strade aperte della contemporaneità.</p>
<p>Milanovic deriva il termine ‘capitalismo liberal-meritocratico’ da John Rawls, che definiva in <em>Una teoria della giustizia </em>(1971) diverse forme di eguaglianza: meritocratica quella di un sistema “in cui le carriere sono ‘aperte ai talenti’”, e liberale quella più egualitaria, “che compensa, in parte, l’ereditarietà della proprietà imponendo tasse di successione elevate”. Assume come emblematico il caso degli Stati Uniti, pur essendo il capitalismo americano più meritocratico e meno liberale dei capitalismi europei. A pagina 17 egli formula una graduatoria dei vari tipi di capitalismo occidentale (quello classico, del Regno Unito prima del 1914; quello socialdemocratico, caratteristico degli Stati Uniti e dell’Europa prima del 1945; quello liberal-meritocratico, assimilato agli Stati Uniti agli inizi di questo XXI secolo).</p>
<p>La tabella si basa su diversi fattori usati come metri di misura delle diverse società. Alcuni di questi metri di misura sono presenti in modo analogo in tutte le forme di capitalismo occidentale; altri non lo sono. Ovvero, secondo i parametri che egli indica per la definizione dei livelli di ineguaglianza, l’Occidente ha avuto diversi tipi di capitalismo, diversità che sono diventate particolarmente evidenti in questi ultimi due decenni. La individuazione di questi metri di misura apre una riflessione di notevole rilievo.</p>
<p>Vorrei però premettere un dubbio, che può riguardare le persone comuni come il sottoscritto. A me pare che, se forse cominciamo a comprendere che il tema delle ineguaglianze segna in modo profondo una caratteristica di fondo delle società contemporanee, è pur vero che consideravamo l’ineguaglianza come una condizione necessaria nella società capitalistica. Dunque, parliamo sempre più di ineguaglianze ma forse non comprendiamo esattamente in  che senso sarebbero una novità, né perché starebbero diventando talmente accentuate. Anzi, siamo portati a ritenere che la storia sociale dell’Occidente e dei suoi rapporti con il resto del mondo sia stata la storia di una lungo tentativo di emancipazione dall’ineguaglianza; il fatto che si affermino potenti ‘nuovi capitalismi’ in aree del mondo che giudicavamo povere, non ci spinge in quella direzione?  Per non dire che, in un certo senso, è come se esistesse una asimmetria tra le ineguaglianze materiali e la coscienza delle ineguaglianze nella comune sensibilità politica, che peraltro spiega il fenomeno del successo delle politiche populistiche.</p>
<p>Ebbene, la prima cosa da comprendere è che le ineguaglianze che interessano principalmente Milanovic sono diverse; lo interessano aspetti meno discussi e più profondi, che di solito non sono, né facilmente possono essere, oggetto della critica e delle lotte sociali e che, pur tuttavia, indicano il progressivo mutamento delle nostre società verso moderne aristocrazie delle classi dominanti. I principali sono i seguenti: la quota di reddito che cresce dalla fine del XX secolo a favore dei redditi da capitale rispetto ai redditi da lavoro; il fatto che i più ricchi si appropriano di quantità crescenti non solo dei redditi da capitale, che sono sempre più concentrati, ma anche dei redditi da lavoro, che sono diventati un’area importante della crescente ricchezza dei più ricchi; i matrimoni ‘omogami’, o ‘assortativi’ (<em>definizione su Treccani di ‘accoppiamento assortativo’: “</em><em>In zoologia, detto di quel tipo particolare di riproduzione sessuale per cui l’accoppiamento tra individui di sesso diverso avviene in modo non casuale ma secondo una spiccata preferenza verso particolari individui”</em>); la ricchezza, e il livello di istruzione, ereditati dai figli di genitori ricchi.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">La crescita dei redditi da capitale.</span> Quanto al primo aspetto, esso significa che il riparto dei redditi tra capitale e lavoro non è affatto statico, come si riteneva un tempo; Piketty per primo ha mostrato, ad esempio, che in Francia e nel Regno Unito la quota del capitale ha oscillato, a seconda delle varie epoche, tra il 15/20 per cento ed il 40/45 per cento. Le percentuali più basse hanno caratterizzato la situazione europea durante la Seconda Guerra Mondiale; le più alte nel capitalismo ottocentesco e nel capitalismo contemporaneo. Il capitalismo non è staticamente ineguale: diventa molto più eguale nelle guerre, nelle rivoluzioni e magari nei dopoguerra, diventa massimamente ineguale nei periodi pacifici e caratterizzati da forte crescita, globalità e ‘potere di mercato’.</p>
<p>Tra le ragioni, si deve considerare in particolare la concentrazione della proprietà del capitale. Osserva Milanovic: “La ricchezza è sempre stata più concentrata (cioè non equamente distribuita) rispetto al reddito. È praticamente un’ovvietà: la distribuzione della ricchezza è il prodotto della accumulazione nel tempo …”.  Ora: i guadagni resi possibili dal possesso di titoli azionari o di fondi fiduciari sono redditi da capitale che hanno una semplice caratteristica: sono assolutamente appannaggio dei più ricchi. Il 10 per cento dei più ricchi, negli Stati Uniti, nel 2013 possedeva il 90 per cento di tutte le attività finanziarie. L’indice di diseguaglianza dei redditi da capitale – il cosiddetto coefficiente di Gini<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> del reddito da capitale – è superiore allo 0,9 (se fosse pari ad 1, vorrebbe dire che tutto il reddito da capitale sarebbe “riconducibile ad un individuo o ad una famiglia”), e tale coefficiente è del tutto simile in Germania, nel Regno Unito e solo lievemente inferiore in Norvegia (pag. 31-32). Le classi medie, ovviamente, hanno anch’esse ricchezza, ma la loro ricchezza si concentra soprattutto nel possesso di abitazioni.</p>
<p>I molto ricchi e i solo benestanti hanno due tipi di ricchezza completamente diversi: “nel 2013 circa il 20 per cento della famiglie degli Stati Uniti aveva una ricchezza netta pari a zero o negativa, mentre il 60 per cento della fascia intermedia aveva i due terzi del patrimonio immobilizzati nella casa e il 16 per cento impegnato nei fondi pensione” (pagg. 35-36). “Ma se guardiamo il 20 per cento della popolazione nella fascia più alta, la composizione della ricchezza cambia: il patrimonio è costituito perlopiù da azioni e da strumenti finanziari”. Se poi si sale agli straricchi, ovvero all’1 per cento della popolazione, la ricchezza in prodotti finanziari diventa i due terzi del patrimonio, mentre quella legata al possesso di immobili scende al 10 per cento.</p>
<p>Si deve, però, considerare la differenza radicale tra questi diversi tipi di ricchezza. Nel corso del trentennio 1983-2013 “Il rendimento medio reale annuale della attività finanziarie (tenuto conto dell’inflazione) è stato del 6,3 per cento, mentre il rendimento medio reale delle abitazioni è stato appena dello 0,6 per cento”. Ovvero, la ricchezza dei ricchi cresce – si direbbe in questi tempi di linguaggio pandemico – in modo esponenziale; quella dei poveri non esiste né è destinata ad esistere; quella dei ceti medi ha un andamento piatto. Per finire su questo punto, tornando ai coefficienti Gini dei redditi del capitale e del lavoro,mentre i primi, come si è visto, si collocano attorno a 0,9, i secondi si collocano, comprensibilmente, tra lo 0,4 e lo 0,5. Ma, come notiamo subito, anche i redditi da lavoro riservano notevoli sorprese.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">L’evoluzione nei redditi da lavoro.</span> Spiega Milanovic: “Una caratteristica unica e nettamente diversa del capitalismo liberal-meritocratico rispetto alla sua forma classica è la presenza di persone con un alto reddito da lavoro nel decile o nel percentile superiore [<em>ovvero nel 10 per cento o nell’1 per cento dei più ricchi</em>] e, cosa ancora più interessante, la quota crescente di popolazione che detiene sia un alto reddito da lavoro sia un alto reddito da capitale”.  In pratica, nel 1980 solo il 15 per cento delle persone nel primo decile per reddito da capitale si trovavano anche nel primo decile del reddito da lavoro, e viceversa. Solo negli ultimi 37 anni, questa percentuale è raddoppiata. Oggi è frequente che i capitalisti più ricchi siano anche i ‘salariati’ più ricchi. Ovviamente, non è il caso che si pensi ad una rivoluzione nei salari passata inosservata: i salari ordinari dei lavoratori comuni sono rimasti fermi o sono diminuiti; sono invece diventate più frequenti le retribuzioni elevatissime di persone già molto ricche di capitali, o che comunque svolgono attività professionali fortemente remunerate e tramite quelle attività divengono anche ricchi possessori di capitali. Nelle società di capitalismo liberal-meritocratico odierne, i ricchi hanno i redditi da capitale più concentrati, ma hanno anche redditi da lavoro elevatissimi, nei medesimi individui. In pratica è come se almeno una versione della mobilità sociale funzionasse egregiamente; ma non è una mobilità verso l’alto (come si vedrà subito) e neanche verso il basso. È una mobilità che opera nella direzione di occupare tutti gli spazi ‘laterali’ possibili della ricchezza. Forse sarebbe utile disporre di casistiche precise, ma non pare che esistano. Si può pensare a proprietari di imprese che sono anche retribuiti per attività che svolgono in esse, oppure che hanno costruito imprese sulla base della loro iniziale competenza tecnica (che pare essere la caratteristica di molti magnati del settore delle tecnologie dell’informazione); a persone dotate di competenze di alto livello particolarmente apprezzate e a professionisti capaci comunque di remunerazioni stratosferiche, in condizioni praticamente monopolistiche, che con il tempo utilizzano i loro guadagni per affermarsi anche come possessori di capitali. Però si sa che i redditi di tutti costoro sono raddoppiati in pochi decenni e, naturalmente, che questo ha rafforzato la tendenza a installare ai punti più alti della società una sorta di aristocrazia più solida che nel passato: questa forma particolare di mobilità, non esisteva nel capitalismo dell’ottocento e degli inizi del novecento, e non esisteva neppure nelle epoche socialdemocratiche del capitalismo.</p>
<p><span style="color: #ff0000;">I redditi derivanti da ‘buoni’ matrimoni e dall’avere i genitori giusti.</span> I matrimoni “assortativi”, ovvero i matrimoni tra soggetti della stessa classe sociale, e i meccanismi del trasferimento generazionale dei patrimoni ma anche di una elevata istruzione, sono i fenomeni che più chiaramente indicano come i meccanismi della mobilità sociale verso l’alto siano sempre più inceppati. Ed anche in questo caso, Milanovic porta prove incontrovertibili.  Nel caso dell’America, nel 1970 il 13 per cento degli americani del primo decile della distribuzione del reddito che si sposavano tra i venti e i trentacinque anni, sposavano donne del primo decile; questa percentuale era salita nel 2017 a quasi il 29 per cento. Poiché nel 1970 la probabilità di matrimoni con americane dei decili inferiori era del 13,4 per cento ed è nel 2017 scesa a meno dell’11 per cento, l’omogamia è praticamente triplicata in pochi decenni. Dietro questi dati c’è una vasta attività di ricerca, almeno per gli Stati Uniti. Alcuni autori, ad esempio, hanno scoperto che circa un terzo dell’aumento delle diseguaglianza tra il 1967 ed il 2007 può essere spiegato con l’accoppiamento assortativo; i matrimoni sono un luogo sociale che agisce potentemente nel senso di un rafforzamento dei meccanismi di una società plutocratica.</p>
<p>Ovviamente, agiscono in quel senso anche le forti riduzioni delle tasse sulle successioni ereditarie, che perlopiù sono avvenute nella forma di un grande ampliamento delle quote esenti, ovvero di un drastico innalzamento del livello al quale le successioni non vengono tassate.   “Negli Stati Uniti la quota esente era di 675.000 dollari nel 2001, ma è stata portata a 5,49 milioni di dollari nel 2017” (pag. 56). Per comprendere quanto queste evoluzioni cambino lo stato sociale, il libro cita una ricerca che ha messo in evidenza che le entrate derivanti dalle tasse sulle successioni e sulle donazioni nel 2001 coprivano 14 volte il costi dei programmi governativi alimentari alle famiglie bisognose; nel 2011 ne coprivano solo due terzi.</p>
<p>Oppure, un dato per tutti relativo a come si inceppano i meccanismi della mobilità tra le generazioni attraverso la selettività nell’istruzione. “Nei primi trentotto college e università degli Stati Uniti, sono più numerosi gli studenti appartenenti all’1 per cento più ricco di quelli che si collocano nel 60 per cento più basso della scala dei redditi. Supponendo che il numero dei figli per famiglia sia più o meno lo stesso nelle famiglie ricche e in quelle meno abbienti, ciò significa che la possibilità di frequentare le scuole migliori è per i ragazzi nati in famiglie molto ricche circa sessanta volte superiore a quella dei nati non solo nelle famiglie povere, ma in quelle di ceto medio”. In sostanza, le scuole che preparano alle carriere destinate a garantire accessi ad una molto elevata distribuzione dei redditi da lavoro (la novità del capitalismo odierno che abbiamo sopra citato da Milanovic come uno dei tratti distintivi della contemporaneità) sono praticamente riservate anzitutto ai figli dei più ricchi. La potenza finanziaria di questi istituti, probabilmente è anche la ragione che consente l’accesso gratuito ad essi di un certo numero dei figli di famiglie non particolarmente abbienti dal resto del mondo, ovvero di intercettare spesso, oltre ai figli dei ricchi, una parte essenziale delle intelligenze migliori.</p>
<p>Naturalmente, Milanovic conclude questo capitolo sulle caratteristiche del capitalismo liberal-meritocratico con varie pagine dedicate ai possibili processi di riforma, per i quali rimandiamo alla lettura delle pagine 48-75. Quello che mi premeva era mettere in particolare evidenza la risposta di Milanovic alla domanda che mi ero posto all’inizio: in che senso il tema dell’ineguaglianza ha assunto una enorme importanza, al punto da mostrare una tendenza chiarissima nelle società odierne, quella che gli studiosi chiamano “riproduzione plutocratica”. È possibile che una parte di quei fenomeni abbiano un rilievo attenuato in Europa, anche se vari tra essi appaiono abbastanza simili. Ma all’economista serbo premeva anzitutto, come scrive esplicitamente, un ragionamento “idealtipico”, ovvero una descrizione di un modello che alla fine potrebbe non risultare né unico né vincente in Occidente, ma che almeno nei decenni passati è chiaramente prevalso. Quello che è certo, è che egli ci fornisce una chiave di lettura di quello che normalmente non è facile da comprendere della politica americana: il feroce classismo dei conservatori, le ragioni per le quali ha prevalso per vari anni e conserva un seguito notevole la politica paranoide di Trump, il dilagare del potere economico nella occupazione del potere politico, la difficile scommessa del rinnovamento promesso da Biden. In pratica, quel modello riflette una società nuova, che forse stentiamo a riconoscere e che di sicuro contiene anche tratti che interessano presente e futuro delle nostre società.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>IL CAPITALISMO “POLITICO”.</strong></span></p>
<p>Nella seconda parte del libro, Milanovic esamina le caratteristiche dell’ “altro” capitalismo, quello dell’idealtipo cinese, che definisce “capitalismo politico”. È una definizione che lascia sulle prime assai perplessi, per la sua apparente genericità. In che senso la ‘politica’ sarebbe una distinzione del capitalismo asiatico? In realtà, un po’ alla volta si comprende che quella definizione ha un significato sostanziale e preciso, che si riferisce a due versanti di quella ‘politicità’: quello della storia e delle origini, e quello delle caratteristiche attuali. Torneremo subito a entrambi.</p>
<p>Anzitutto però, per inquadrare le dimensioni del fenomeno, occorre mettersi bene in testa la velocità del processo con il quale questo secondo capitalismo ha più che eguagliato il primo. “Nel 1970 il 56 per cento della produzione globale si concentrava in Occidente, contro il 19 per cento dell’Asia (Giappone compreso). Oggi le proporzioni si sono invertite,con il 37 per cento contro il 43 per cento” (pag. 12). Un diagramma mostra le dimensioni e la rapidità di questo processo nei rapporti diretti tra Stati Uniti e Cina:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-68.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-22139" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-68.jpeg?resize=215%2C300" alt="zzz 68" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p>E occorre anche rammentare che, nella storia lunga, questa non è una novità eccezionale, ma semmai un ritorno ai rapporti tra Occidente e Oriente che resisterono, ben oltre la rivoluzione industriale, sino a che il colonialismo e la superiorità militare del primo, a partire dalle Guerre dell’oppio della metà del diciannovesimo secolo, in pratica bloccò l’evoluzione economica della Cina. In questo senso è utilissima questa seconda tabella, che traggo da un libro di Giovanni Arrighi del 2007 (“<em>Adam Smith a Pechino</em>”, Feltrinelli):</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-701.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-22141" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/12/zzz-701.jpg?resize=225%2C300" alt="zzz 70" data-recalc-dims="1" /></a></p>
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<p>Ovvero, la Cina uscì dalla storia dei mercati globali, nella quale aveva avuto un ruolo dominante, quando venne smembrata dal colonialismo europeo e il Giappone divenne il ‘cane da guardia’ dell’ordine occidentale in Asia, e tutto fa ritenere che in sostanza, dopo due secoli, essa stia rioccupando il suo posto nel mondo. (L’unica obiezione, ovviamente inconsistente, a questa interpretazione è quella di Mike Pompeo, il Segretario agli Esteri di Trump, evangelico militante, che ritiene si tratti di un complotto satanico.)</p>
<p>Veniamo dunque al primo significato di ‘politico’, che si riferisce precisamente al ruolo che la politica ebbe alle origini della storia contemporanea di quei paesi. Come essi, e in particolare la Cina, siano rientrati in modi non subalterni della storia del mondo, è spiegato in una ventina di pagine (85 e seguenti), che sono forse le più sorprendenti del libro e riguardano la sua interpretazione  del ruolo dei movimenti comunisti nella storia di quei paesi. Infatti, ci si avvicina ad una comprensione del concetto di ‘capitalismo politico’ con il ragionamento introduttivo che Milanovic offre sul ruolo storico di quei movimenti: “E’ proprio nella storia dimenticata del Terzo Mondo che troveremo il ruolo storico del comunismo nella storia globale. <em>Fornirò argomenti utili a dimostrare che il comunismo è una sistema sociale che ha permesso alle società arretrate e colonizzate di abolire il feudalesimo, di riconquistare l’indipendenza economica e politica e di costruire il capitalismo indigeno</em>. In altre parole, è stato un sistema di transizione dal feudalesimo al capitalismo utilizzato nelle società meno sviluppate e colonizzate. Il comunismo è l’equivalente funzionale dell’ascesa della borghesia in Occidente”. Quindi, anzitutto con “politico” egli intende un capitalismo che non si è affermato né solo né principalmente attraverso una storia economica; il “primo ponte” è stato praticamente l‘ideologia e la politica, che hanno prima consentito uscire dal feudalesimo e di costruire, o di ricostruire, l’indipendenza nazionale che si era persa sulla metà dell’Ottocento nelle guerre e nel colonialismo, e che hanno poi accompagnato decenni di storia caratterizzati dalla sperimentazione, un po’ alla volta fallita e dismessa, di modi di produzione basati sulla quasi totale esclusione della proprietà privata. Il passaggio al capitalismo, e prima di esso alla effettiva indipendenza come nazione, è avvenuto per il tramite della politica, che il quel senso ha avuto precisamente il ruolo di ‘levatrice’ che Marx ed Engels attribuivano esclusivamente alle borghesie nazionali dell’Occidente (nel <em>Manifesto del Partito Comunista </em>del 1848 essi scrivevano: “In una parola, [la borghesia] si crea un mondo a propria immagine e somiglianza”).</p>
<p>[Ci si può chiedere da dove abbia tratto Milanovic, diciamo così, l’ardimento per collocare al centro delle sue riflessioni addirittura una ridefinizione di una parte importante del secolo passato? Probabilmente dal semplice fatto che non disponiamo di una ‘spiegazione’ sensata del comunismo, che è rimasto un luogo della storia tutt’altro che spiegato. Nelle pagine precedenti quella affermazione, in effetti Milanovic aveva affrontato quel tema, con una argomentazione che aveva involontariamente talora effetti persino comici. Egli definisce “particolarmente difficoltoso” per il pensiero marxista il tema della collocazione del comunismo nella storia, dovendosi spiegare perché dal socialismo si sia ritransitati “ufficialmente” nel capitalismo – come il Russia o nell’Europa dell’Est – o in un capitalismo <em>de facto </em>– come in Cina e in Vietnam. Ma osserva che, d’altro canto, il pensiero liberale ha un problema non minore, nel non riuscire a spiegare perché il sistema che alla fine è stato consacrato come la “retta via” (Fukuyama), fosse incappato in successione nelle due guerre mondiali  più sanguinose della storia umana, che peraltro erano state le premessa della affermazione dei sistemi comunisti. “La teoria liberale tende così a ignorare in toto il secolo breve e ad andare direttamente dal 1914 alla caduta del Muro di Berlino, come se tra questi due momenti non fosse accaduto nulla”. Una spiegazione pretende virtù progressive che non hanno retto in alcun luogo, un’altra si basa su una teoria dei peccati che non spiegano come si siano prodotti i peccati principali del secolo passato: i paradossi delle due spiegazioni più accreditate della storia del ventesimo secolo, spingono Milanovic a non avere alcuna esitazione nel proporne una completamente nuova.]</p>
<p>Si chiede poi Milanovic: ma la Cina è effettivamente capitalista? A questo proposito ci fornisce alcune informazioni che, in mezzo a tanto frastuono, non avevamo mai letto altrove. “Prima del 1978, la quota della produzione industriale facente capo alle imprese statali (Soe) in Cina era vicina al 100 per cento, poiché le industrie erano per la maggior parte di proprietà dello Stato … Nel 1998, la quota dello Stato nella produzione industriale si era già dimezzata fino a poco più del 50 per cento … Da allora, anno dopo anno, è costantemente diminuita, e oggi è di poco superiore al 20 per cento” (pag. 98). Inoltre “le imprese private non sono solo numerose, ma anche grandi. La quota di aziende private che si colloca nell’1 per cento superiore per valore aggiunto totale è passata da circa il 40 per cento nel 1998 al 65 per cento nel 2007”.  Osserva Milanovic che il ruolo dello Stato nel PIL totale è improbabile che superi il 20 per cento, “mentre la forza lavoro impiegata nelle imprese statali e collettive è pari al 9 per cento dell’occupazione rurale e urbana totale”. In pratica, una percentuale simile a quella della Francia nei primi anni ’80 (pag. 100).</p>
<p>La Cina è dunque, capitalistica, almeno nel senso della proprietà privata dei mezzi di produzione (si noti per inciso che Milanovic include nella categoria del “capitalismo politico”, oltre alla Cina e al Vietnam, un’altra decina di paesi dell’Asia ed anche dell’Africa, con storie diverse, caratterizzati tutti da sistemi ‘a partito unico al potere’, ma non tutti caratterizzati da un passato comunista, mentre ormai considera su un altro registro i paesi ex socialisti dell’Europa Orientale). C’è però il secondo aspetto di quella ‘politicità’ che è assai più complesso da definire, quello relativo al presente. Il tratto di ‘politicità’ che caratterizza oggi il capitalismo dei paesi asiatici che hanno avuto indiscutibile successo – e che pare consentire loro di evitare la liquidazione delle loro istituzioni politiche che ha invece caratterizzato i passati paesi socialisti europei – è oggetto di una esauriente analisi. Milanovic considera alcune caratteristiche principali, che nel loro insieme pare però rimandino soprattutto ad una caratteristica di fondo: uno “sviluppo naturale del mercato … dove gli interessi dei capitalisti non possono mai regnare sovrani e lo Stato mantiene una significativa autonomia per seguire le politiche di interesse nazionale e, se necessario, moderare il settore privato”.</p>
<p>In sostanza, si tratterebbe di società nelle quali le nuove classi capitaliste possono “essere più una ‘classe a sé’ che una ‘classe per sé’, rispetto all’analogo gruppo occidentale, perché il ruolo dello Stato e della burocrazia statale è più rilevante nel capitalismo politico che non in quello liberale. Lo scarso peso politico dei capitalisti ricalca aspetti della struttura sociale nella Cina medioevale. Secondo Jacques Gernet (1959) i ricchi mercanti nella Cina dei Song non riuscirono mai a creare una ‘classe’ cosciente di sé e con interessi comuni perché lo Stato era sempre era sempre pronto a controllare il loro potere o qualsiasi fonte di potere rivale” (pag. 118). Quindi: società che cercano di restare immuni da un dilagare nel predominio nelle funzioni statali delle classi capitalistiche, e si affidano per evitarlo – sulla base forse anche di una loro storia antica &#8211; a burocrazie efficienti e competenti, indubbiamente scelte sulla base del merito, ma al tempo stesso scelte &#8211; e favorite, in quanto massime beneficiarie del sistema &#8211; anche sulla base di regimi autoritari e di una relativa flessibilità sul ruolo di “comando delle leggi” (ovvero, sullo Stato di diritto). Ovvero, anche di fenomeni di corruzione che si combattono apertamente per contenerli entro limiti non irragionevoli, ma che sono impliciti nella assenza di uno Stato di diritto.</p>
<p>Dunque, i due capitalismi, secondo Milanovic, sono segnati da contraddizioni evidenti seppure molto diverse: la tendenza dei ceti più ricchi ad estendere il proprio dominio in forme difficili da controllare nel modello statunitense, sino a mettere in crisi vari ‘luoghi comuni’ della democrazia (la crescita illimitata del potere monopolistico, l’ideologismo forsennato nella politica sino al rifiuto della scienza, l’uso fazioso dello Stato nel contrasto degli interessi sociali e politici, la accentuazione di tutti i rischi della convivenza derivanti dalla sopraffazione sociale ed anche razzistica; cioè gli ingredienti del trumpismo); viceversa, nel modello cinese, la tendenza a mantenere sotto controllo questa ascesa dei capitalisti a classe dominante, facendo leva sul ruolo dello Stato ed anche su metodi autoritari, con il rischio di impoverire la società e di impedirle di reggere il passo con i bisogni, che comunque crescono, di creatività, di cultura, di autonomia e di convivenza decentemente libera. Se questa caratterizzazione sembra dare una risposta persuasiva a varie domande (la prima delle quali, in fondo, riguarda le dimensioni stesse della crescente ‘rimonta’ dell’Asia), al tempo stesso ne solleva molte altre.</p>
<p>In effetti le domande si affollano: se anche con il capitalismo ‘politico’ crescono le ineguaglianze, cosa mette al riparo quei paesi da una evoluzione, in fin dei conti, non dissimile dall’altro capitalismo? Oppure, affidarsi ad un ruolo prevalente dello Stato e della burocrazia statale non comporta inevitabilmente i fenomeni di una esagerata diffusione della corruzione? Ed anche: cosa significano le ricorrenti campagne dello Stato contro la corruzione in Cina? Peraltro, non è sorprendente che esse siano così aperte, non sottoposte a censura ma quasi enfatizzate, e che spesso si concludano con pene severe, sia a dirigenti politici che a imprenditori? Pare quasi che un regime che adopera normalmente la censura, non abbia particolare timore ad ammettere che la corruzione sia uno dei suoi problemi principali, anziché considerarla un tema massimamente da censurare, come in fondo avveniva nelle società socialiste. Ma come può funzionare meglio un sistema che misura i risultati più che negli effetti sul mercato, nella loro corrispondenza alle direttive di un partito-unico?</p>
<p>Seguire le spiegazioni e le risposte che offre Milanovic a queste domande (pagine 110/140) non mi è possibile; francamente sarebbe troppo lungo e complicato. Vorrei, però, con una semplificazione estrema, proporre un provvisorio ragionamento finale, che in buona misura derivo ovviamente da Milanovic stesso. Dinanzi a queste domande si aprono, in fondo, due diverse prospettive. La prima è semplicemente quella di riadattare la interpretazione da ‘fine della storia’ che era stata offerta da Fukuyama con il crollo dell’URSS e dei paesi socialisti europei. Saremmo, in pratica, semplicemente ad una riedizione – in una sorta di fastidioso processo di appello – del necessario fallimento di tutto quello che non si basa sui modelli istituzionali occidentali. Con due rilevanti complicazioni: che quel fallimento non pare si materializzi, perché semmai con i successi economici cinesi degli ultimi decenni sembra vero il contrario; che forti insidie a quei modelli istituzionali si manifestano anche in Occidente. In realtà, le nostre democrazie non sembrano un esito, sembrano piuttosto oppresse da una necessità profonda di cambiamento, dinanzi pressoché a tutte le difficoltà che abbiamo constatato nell’epoca recente (crisi finanziaria del 2008, cambiamento del clima, contraccolpi della globalizzazione, pandemia, polarizzazione nella politica statunitense). In pratica, questa sarebbe una ‘fine della storia’ tutt’altro che accertata, semmai ‘desiderata’ e con prove sempre più scarse.</p>
<p>L’altra prospettiva consiste nel considerare le diverse storie e culture del mondo con maggiore obiettività, imparando a riconoscere in qualche modo la loro ‘necessità’. Mi pare sia implicitamente quello che fa Milanovic, in particolare manifestando forte e genuino interesse (pag. 126/129) verso le idee che l’economista Giovanni Arrighi aveva esposto nel suo libro “<em>Adam Smith a Pechino</em>” (Feltrinelli, 2007), dal quale ho tratto la precedente statistica.  Giovanni Arrighi è, tra i pensatori di questa epoca, un fenomeno fuori dall’ordinario: italiano, ricercatore in Africa, ha poi interloquito con alcuni massimi studiosi dell’economia globale e del colonialismo e, alla fine, ha collaborato con Immanuel Wallerstein al Centro Fernand Braudel di New York e insegnato in Università americane; ha scritto opere opere pubblicate in quindici lingue, è rimasto quasi ignorato in patria ed è purtroppo scomparso nel 2007 a Baltimora. Ancora  James K. Galbraith, come si legge in una traduzione dell’aprile del 2019 (“<em>Il grande regolamento dei conti del capitalismo</em>”) pubblicata in questo blog, citava la interpretazione di Arrighi della storia degli ultimi secoli della Cina, in opposizione alla vocazione ‘predatoria’ del capitalismo occidentale, come un contributo unico.</p>
<p>Cosa sosteneva Arrighi, o meglio, tra le sue tesi ed i suoi approfondimenti, cosa può essere semplicemente ‘estratto’ come particolarmente sorprendente? Direi, fondamentalmente due cose: che l’idea di diversi percorsi nelle società capitalistiche è iscritta nella reale storia globale dell’umanità, e che essa era stata oggetto niente meno del lavoro principale di Adam Smith “<em>La ricchezza delle nazioni”</em>, pubblicato nel 1776. E Smith considerava la Cina come il caso più istruttivo di un possibile progresso capitalistico con caratteristiche diverse da quello dei paesi occidentali &#8211; tra l’altro, come si è visto, un progresso in quegli anni e ancora per quasi un secolo più cospicuo di quello occidentale &#8211; caratterizzato da una ‘moderazione’ del ruolo delle classi capitalistiche e da una assolutamente minore loro influenza nel provocare l’impegno nella militarizzazione.</p>
<p>Naturalmente, Milanovic non assume queste idee come conferme di una accertata positività della esperienza cinese, sia perché la sua lettura è densa di dubbi sui pericoli dell’autoritarismo di quel paese, sia perché, in fondo, Smith scriveva quasi un secolo prima dell’inizio del tracollo asiatico. Ma questa non è neanche mai l’intenzione di Arrighi. È però interessante che entrambi siano attratti da “una dicotomia … tra [il] percorso ‘naturale’ smithiano del capitalismo e il percorso ‘innaturale’ marxiano”. Smith constatava possibile per il capitalismo un “naturale progresso dell’opulenza” che passa “attraverso la naturale divisione del lavoro, dalla agricoltura alla produzione manifatturiera e solo successivamente si orienta verso il commercio internazionale e infine il commercio estero di lungo raggio”, e indicava nella Cina l’esempio più chiaro di quella possibile traiettoria. Marx, invece, considerava quello che osservava nell’Europa del suo tempo – un secolo dopo Smith – l’unico normale percorso capitalistico, caratterizzato da una inversione del naturale sviluppo (prima il commercio internazionale e per ultima l’agricoltura), e da Stati che perdevano la loro autonomia a favore della borghesia e si indirizzavano verso una militarizzazione accentuata, al servizio di una conquista del mondo.</p>
<p>Forse questi spunti sono più tenui di quello che potrebbe sembrare, o di quello che qualcuno potrebbe desiderare. Ma ci sono pure fatti che spingono a considerarli con attenzione. È un fatto che la spinta al dominio del mondo spiega il colonialismo e le due guerre mondiali del ‘secolo breve’; è un fatto che l’osmosi tra il capitalismo e gli Stati spiega alcuni dei problemi principali del capitalismo occidentale odierno; è un fatto che l’esperienza cinese – attraverso una storia tumultuosa e ancora densa di possibili esplosive contraddizioni – abbia caratteristiche diverse ed è un fatto che abbia risultati significativi.</p>
<p>Probabilmente, Milanovic ritiene che sia comunque il caso di prestare attenzione a quegli indizi. I suoi ‘pensieri insoliti’ non sembrano proprio per questo bizzarri, ma paiono un modo per adeguare il nostro modo di ragionare ad un mondo che ormai sta troppo stretto nei miti nei quali si è alimentato.</p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Il <strong>coefficiente di Gini</strong>, introdotto dallo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Statistico">statistico</a> italiano <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Corrado_Gini">Corrado Gini</a>, è una misura della diseguaglianza di una <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Distribuzione_(statistica)">distribuzione</a>. È spesso usato come <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Indice_di_concentrazione">indice di concentrazione</a> per misurare la diseguaglianza nella distribuzione del <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Reddito">reddito</a> o anche della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Ricchezza">ricchezza</a>. È un <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Numero">numero</a> compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale, con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo. (Wikipedia)</p>
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		<title>Il nazismo e la memoria. 1 gennaio 2020.</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jan 2020 08:49:22 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Letture e Pensieri sparsi, di Marco Marcucci]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff0000;"><a href="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-764.jpg"><img class=" size-medium wp-image-20184 alignleft" src="http://www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-764-217x300.jpg" alt="zz 764" width="217" height="300" /></a>Il Nazismo e la memoria</span></strong></p> 
Esistono vari libri importanti sul nazismo e, in particolare, sul processo che portò allo sterminio degli ebrei europei, alla cosiddetta ‘soluzione finale’. Quei libri non forniscono soltanto informazioni precise ed organiche di quella ondata devastante di crimini, spesso ci mettono dinanzi ad aspetti di quella storia che in qualche modo non avevamo riflettuto e magari neanche conosciuto, capitoli di un racconto che sembra abbiano difficoltà a transitare dai libri di storia alla coscienza collettiva. Nel caso che questo non sia capitato soltanto al sottoscritto, e che dunque non dimostri soltanto la mia ignoranza, alla fine ho scritto alcune note che potrebbero essere utili.                 1 - Gli anni che precedettero lo sterminio generalizzato: la gradualità della ‘soluzione finale’. Hitler andò al potere il 30 gennaio del 1933, quasi dieci anni dopo il fallito putsch in Baviera; il primo pogrom tedesco su vasta scala, nella “Notte dei Cristalli”, durante il quale vennero bruciate duecento sinagoghe, uccisi 91 ebrei e assaltati moltissimi negozi di proprietà di ebrei, avvenne il 9 e 10 novembre del 1938; prima e dopo il pogrom si perseguì fondamentalmente (con l’internamento di circa 26.000 ebrei in campi di concentramento in Germania - Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen), l’obbiettivo della cacciata degli ebrei, per un certo periodo pensando seriamente alla loro espulsione in Madagascar ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="color: #ff0000;"><a href="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-764.jpg"><img class=" size-medium wp-image-20184 alignleft" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-764.jpg?resize=217%2C300" alt="zz 764" data-recalc-dims="1" /></a>Il Nazismo e la memoria</span></strong></p>
<p>Esistono vari libri importanti sul nazismo e, in particolare, sul processo che portò allo sterminio degli ebrei europei, alla cosiddetta ‘soluzione finale’. Quei libri non forniscono soltanto informazioni precise ed organiche di quella ondata devastante di crimini, spesso ci mettono dinanzi ad aspetti di quella storia che in qualche modo non avevamo riflettuto e magari neanche conosciuto, capitoli di un racconto che sembra abbiano difficoltà a transitare dai libri di storia alla coscienza collettiva. Nel caso che questo non sia capitato soltanto al sottoscritto, e che dunque non dimostri soltanto la mia ignoranza, alla fine ho scritto alcune note che potrebbero essere utili.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">1 &#8211; Gli anni che precedettero lo sterminio generalizzato: la gradualità della ‘soluzione finale’.</span> </strong>Hitler andò al potere il 30 gennaio del 1933, quasi dieci anni dopo il fallito <em>putsch</em> in Baviera; il primo <em>pogrom</em> tedesco su vasta scala, nella “Notte dei Cristalli”, durante il quale vennero bruciate duecento sinagoghe, uccisi 91 ebrei e assaltati moltissimi negozi di proprietà di ebrei, avvenne il 9 e 10 novembre del 1938; prima e dopo il <em>pogrom</em> si perseguì fondamentalmente (con l’internamento di circa 26.000 ebrei in campi di concentramento in Germania &#8211; Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen), l’obbiettivo della cacciata degli ebrei, per un certo periodo pensando seriamente alla loro espulsione in Madagascar; ne vennero pure assassinati tanti, ma niente a confronto con quanto sarebbe successo negli anni successivi. Inoltre in quegli anni era ancora possibile emigrare (prima degli inizi della Seconda Guerra Mondiale &#8211; l’invasione della Polonia avvenne il primo settembre del 1939 &#8211; più di mezzo milione di ebrei emigrarono dalla Germania, dall’Austria e dai Sudeti); praticamente solo dopo l’invasione della Polonia e l’inizio della guerra contro la Russia  si pervenne alla decisione dello sterminio totale. Essa si materializzò con una condotta genocida della guerra stessa, ovvero con l’assassinio di milioni di non combattenti (ebrei orientali, russi, zingari) e con la contestuale installazione in vari campi polacchi di tecnologie industriali di sterminio, ai quali vennero tra gli altri destinati gli ebrei provenienti dai campi di internamento in Francia, Paesi Bassi, Belgio e Italia. Vale infine la pena di ricordare che il primo settembre del 1939, oltre a dare inizio alla guerra, Hitler firmò anche un ordine che autorizzava <em>l’eutanasia medica</em>, ovvero l’assassinio di cittadini portatori di handicap fisici o mentali (dopo averla abbondantemente sperimentata in precedenza, ma – anche qua – con una certa graduale riservatezza e sotto la direzione del suo medico personale).</p>
<p>Dunque, il primo aspetto sul quale si dovrebbe richiamare la memoria, è paradossalmente quello di una certa gradualità del proposito dello sterminio completo degli ebrei, almeno in riferimento a quelli residenti nel Reich tedesco. Occorse prima, per alcuni anni, renderli distinguibili, il che era possibile ‘definendoli’ ed isolandoli dal resto della popolazione, il che a sua volta era possibile solo attraverso un impegno generalizzato della macchina burocratica germanica, giustizia e pubblica amministrazione <em>in primis</em>, nonché dalla attiva collaborazione di una parte della popolazione. Prima di sterminare, occorse definire, distinguere e concentrare. E poiché gli ebrei non erano definibili per le loro presunte caratteristiche razziali, il criterio che venne adottato con le Leggi di Norimberga del 1935 fu quello del numero di nonni di religione ebraica: con tre o più nonni di religione ebraica si era “ebrei”, con due si era “mezzi ebrei”, con uno si era “mischling”, ebrei meticci. Una volta definiti sulla base di quella sorta di graduatoria di appartenenza religiosa, seguirono più di una decina di decreti per ridurli in miseria: perdita della cittadinanza; esclusione dal pubblico impiego; divieto di esercizio per medici, dentisti, farmacisti, veterinari, avvocati; sequestri di patrimonio; assoggettamento alla legislazione della Gestapo e non a quella della giustizia civile. L’esproprio, o la molto conveniente vendita forzosa delle imprese, venne perseguito non da un decreto, ma da un intervento diretto delle istituzioni economiche governative e delle banche, che in poco tempo resero obbligati quegli esiti.</p>
<p>Tutto questo accadde in Germania e in Austria, con la inevitabile partecipazione di una parte della popolazione, che non poteva essere ignara dei vuoti che si aprivano nello Stato, nelle imprese, nei commerci e nel mercato del lavoro. Per alcuni erano una occasione, per altri almeno un rivolgimento. Nel mentre questo accadeva, nella vita dei tedeschi i crimini antisemiti acquistavano una loro crescente ‘naturalezza’; tra la costruzione dello spazio giuridico e pratico della esclusione e futura espulsione di un intero popolo e la sua inizialmente graduale decimazione, si stabilì un rapporto essenziale. Gli assassinii, i primi trasferimenti nei campi di internamento (assieme a comunisti, socialdemocratici, cattolici, zingari, omosessuali e malati di mente), l’affermarsi di una formale legalità delle bande poliziesche (SS) che sostituiva la legge ufficiale, furono tutti una sorta di ‘rappresentazione semplificata’ che preparava al passo successivo. Inoltre, in quel ‘gradualismo’ era anche evidente un certo grado di cautela nei confronti di quello che restava della ‘opinione pubblica’ tedesca: una evidente propensione a commettere i peggiori crimini fuori dalla Germania. Non a caso negli anni successivi i nuovi campi di sterminio dotati di camere a gas vennero tutti collocati in Polonia e lo sterminio degli ‘ebrei del Reich’ e delle altre nazioni centro europee e mediterranee avvenne deportandoli ad Est.</p>
<p><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-763.jpg"><img class=" size-full wp-image-20186 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-763.jpg?resize=197%2C225" alt="zz 763" data-recalc-dims="1" /></a>Tra le centinaia di esempi che si trovano sui libri, ne cito uno particolarmente significativo del clima degli anni precedenti la guerra. Il 17 giugno 1936, il <em>Reichsgericht</em>, la Corte Suprema tedesca, in una causa tra un regista ebreo e una società cinematografica, convalidò un licenziamento poiché nel contratto di assunzione era prevista la cessazione dall’impiego in caso di malattia, prossima morte o cause similari. La Corte Suprema giudicò che essere ebrei equivaleva ad una malattia ed a un destino di morte certa (Hilberg, pag. 91). C’era ancora bisogno del Tribunale Supremo per confermare un caso non trattato dalla legislazione antisemita di licenziamento di un ebreo, ma la conferma veniva con l’agghiacciante argomento di un pronostico di sterminio.</p>
<p>Gli anni che precedettero la guerra furono dunque anche una preparazione dei tedeschi al genocidio &#8211; a parteciparvi, a non pensarci, a considerarlo ineluttabile o a subirlo. Per dirla in altro modo, il primo passo fu quello della attuazione violenta e generalizzata della politica del “prima i tedeschi”, come diremmo oggi in tutta spensieratezza.</p>
<p>Occorre aggiungere, per collocare in un contesto più preciso l’antisemitismo tedesco, che quel tema non costituiva affatto una discriminante morale, almeno per molti conservatori europei di quell’epoca. C’è un interessante resoconto del dicembre del 1938 – dunque prima della guerra e della sconfitta francese – del ministro tedesco Ribbentrop a proposito di un suo incontro con il Ministro degli Esteri francese Georges Bonnet (in quegli anni la Francia era un paese tradizionalmente riconosciuto come terra d’asilo degli ebrei). Bonnet discusse con l’omologo tedesco di una intenzione francese di impedire agli ebrei di emigrare in Francia e aggiunse che la Francia “doveva spedire altrove 100.000 ebrei. Al proposito pensava al Madagascar” (Hilberg, pag. 419). È vero che in seguito Bonnet sarebbe diventato un sostenitore di Petain, ma nel dicembre del 1938 era ancora un Ministro del Governo Daladier, un semplice conservatore europeo che sottoscriveva con entusiasmo la Conferenza di Monaco e che, nell’ottobre del 1938, firmava assieme a Ribbentrop un patto di amicizia franco-tedesco. Il Madagascar era, in fin dei conti, un’idea piuttosto diffusa.</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>2 &#8211; La guerra non fu tutta uguale: l’invasione della Polonia e l’Operazione Barbarossa contro l’Unione Sovietica. </strong></span>La guerra in Polonia iniziò il primo di settembre del 1939, prima dell’altro <em>Blitzkrieg </em>ai danni della Francia, durato poche settimane. L’anno successivo, il 22 giugno del 1941, aveva inizio l’invasione dell’Unione Sovietica.</p>
<p>Ma già la Polonia presentò ben altri problemi per il nazismo, non tanto dal punto di vista militare quanto nel dare una nuova forma, un nuovo assetto etnico, al territorio conquistato: la Polonia era la prima terra del futuro ‘spazio vitale’ <em>(Lebensraum).</em> Ovvero, non era una nazione che andava soltanto sconfitta, come accadrà per la Francia l’anno successivo, ma un territorio da rifondare, uno spazio da preparare per l’insediamento razziale tedesco, anzitutto consegnandolo ai tedeschi che già ne facevano parte, che pure erano una minoranza – a seguito delle perdite di territorio della Germania successive alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale – ed ai tedeschi richiamati da aree più a nord, dai paesi baltici. E la Polonia non era il ‘cuore’ del <em>Lebensraum</em>, che Hitler sin dal 1924 aveva individuato nelle enormi riserve di cereali della Russia ucraina e di idrocarburi e minerali della Russia sudorientale. Era però il primo prototipo dei problemi connessi con il suo imperialismo razziale e in Polonia vivevano circa 3 milioni di ebrei, a fronte dei 565 mila ebrei tedeschi. Aveva scritto nel <em>Mein Kampf</em> (1924) Hitler: «<em>Noi vogliamo arrestare il continuo movimento tedesco verso il sud e l&#8217;ovest dell&#8217;Europa e volgiamo il nostro sguardo verso i paesi dell&#8217;Est [&#8230;] Quando oggi parliamo di un nuovo territorio in Europa, dobbiamo pensare in prima linea alla Russia e agli stati limitrofi suoi vassalli. Sembra che il destino stesso ci voglia indicare queste regioni. [&#8230;] Il colossale impero dell&#8217;Est è maturo per il crollo e la fine del dominio ebraico in Russia sarà anche la fine della Russia quale stato.</em>»</p>
<p>Si osservi questa cartina, che viene esposta nell’<em>Holocaust Memorial Museum </em>degli Stati Uniti:</p>
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<p><img class=" size-medium wp-image-20185 aligncenter" src="https://i0.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-762.gif?resize=300%2C197" alt="zz 762" data-recalc-dims="1" /></p>
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<p>Dunque, nel 1933, gli ebrei in Germania erano 565.00, in Austria 250.000, in Cecoslovacchia 357.00, nell’Europa Orientale – Polonia, Romania, Paesi Baltici e Unione Sovietica – erano 6.760.000. Solo in Polonia, nel 1933 gli ebrei erano circa sei volte quelli che risiedevano in Germania (circa 10 volte nel 1938, dopo le emigrazioni degli ebrei tedeschi). Dunque, con la Polonia, la scala del ‘problema ebraico’ cambiava definitivamente.</p>
<p>Poiché l’Est europeo doveva diventare il cuore dell’impero tedesco <em>judenfrei</em>, la ‘questione ebraica’ diventava dieci volte più grande e non era più pensabile di risolverla deportandoli nel Madagascar. Del resto, a quel punto la questione ebraica era ormai diventata la questione “giudaico-bolscevica”, agli ebrei si erano aggiunti milioni di polacchi, di serbi e, nei mesi successivi, soprattutto di russi: tutte razze ‘minori’ e nemiche da spingere ad Oriente, verso la Siberia, o più semplicemente da sterminare nel corso delle occupazioni e della guerra.</p>
<p>Naturalmente, non mi sto proponendo di riassumere quello che si trova nei libri di storia. Ma il modo in cui venne condotta la guerra ad Est, è un secondo esempio di ciò che possiamo ben definire una “strategia politica”; ovvero qualcosa di orrendo, che però richiama un calcolo, un procedimento che appartiene a quello che definiamo di solito come un concetto appartenente alla politica, una intenzionalità, per quanto mostruosa, che deriva da un calcolo. Dopo il gradualismo degli anni iniziali del genocidio, abbiamo adesso il concretizzarsi di una politica di “imperialismo razzista”, che mira ad una completa riorganizzazione razziale e demografica del continente europeo e che ineluttabilmente include il proposito di sterminio degli ebrei: da una dimensione nazionale tedesca ad una dimensione continentale.</p>
<p>Di solito non si ragiona granché, tra le guerre dei nazisti, sulla assoluta particolarità della guerra contro l’Unione Sovietica. Eppure i nazisti avevano ben chiara quella particolarità; Hitler, riunendo i generali della Whermacht pochi giorni prima dell’invasione, aveva usato parole inequivocabili: sarebbe stata ‘una guerra di sterminio e di annientamento’, completamente diversa, volle chiarire, dalle altre guerre appena terminate o in corso; non si trattava soltanto di prevalere contro un altro esercito, si trattava di cancellare paesaggi umani che, altrimenti, sarebbero rimasti ostili anche dopo decenni. Chi ama la letteratura, potrebbe provare a confrontare il racconto della scrittrice Irene Nemirovsky sull’invasione della Francia dopo lo ‘sfondamento’ nelle Ardenne (mi riferisco ai primi due racconti della <em>Suite francese</em>, nel contesto di una ‘strana guerra’ e di una strana e imprevista tranquillità, resa in fondo possibile dalla sensazione di una qualche comunanza di civiltà con gli invasori), con la guerra in Russia. Nel primo caso un esercito che dilaga  – con una efficienza che meraviglia e talora addirittura provoca ammirazione tra gli spettatori – nel secondo una guerra per distruggere e cancellare un paesaggio umano e ricrearlo su nuove basi etniche. Di quella guerra di sterminio, gli ebrei orientali furono un ingrediente indispensabile; poi, nel vortice, vennero risucchiati anche gli ebrei occidentali (compresi i coniugi Nemirovsky che morirono ad Auschwitz).</p>
<p>Pochi mesi prima, in un discorso al Reichstag a Berlino del gennaio 1939, Hitler aveva pronunciato queste parole, che in seguito divennero, nella mistica nazista, il “mito della profezia”: “<em>In questo giorno, che forse non sarà memorabile solo per i tedeschi, vorrei aggiungere questo: nella mia vita , nel corso della mia lotta per il potere, spesso sono stato profeta, e spesso sono stato sbeffeggiato dal popolo ebreo, che ha accolto con risa le mie profezie … Oggi sarò di nuovo profeta: se la finanza internazionale dell’Europa e fuori dell’Europa dovesse arrivare ancora una volta a far precipitare i popoli in una guerra mondiale , allora il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo … ma al contrario, la distruzione della razza giudea in Europa</em>” (Hilberg, pag. 257).</p>
<p>[Un inciso: gli storici Christopher R. Browning e Jürgen Matthäus, usano queste parole – evidentemente piuttosto inconsuete e indicative &#8211; nell’introdurre il tema del ‘salto di qualità’ che si ebbe con la guerra nazista alla Russia: “<em>Per chi cerca una risposta al come, quando e perché la persecuzione nazista degli ebrei assunse le forme della Soluzione finale, la rilevanza della guerra contro l’Unione Sovietica non sarà mai troppo sopravvalutata. Dal momento in cui l’Operazione Barbarossa divenne oggetto di ricerca, si è sempre ribadito che lo sterminio degli ebrei nell’Unione Sovietica è uno spartiacque di proporzioni storiche, un balzo quantico verso l’Olocausto.</em>”]</p>
<p>Dunque, è impossibile separare lo sterminio degli ebrei dal modo in cui venne condotta quella guerra, i campi di concentramento dotati di camere a gas dalle centinaia di migliaia di persone innocue che furono prima sterminate a colpi di fucile mitragliatore, i morti di Auschwitz da quelli di Babji Jiar, dove solo in due giorni, il 29 e 30 settembre del 1941, 33.771 ebrei nei dintorni di Kiev, vennero mitragliati ignudi e accatastati l’uno sull’altro in un dirupo.</p>
<p>Per comprendere cosa sia stata quella guerra contro l’Unione Sovietica, si rifletta su queste cifre che si leggono nel libro di Browning e Matthäus: “<em>Già alla fine del 1941 la mortalità tra i non combattenti toccava livelli devastanti. Da 500 mila a 800 mila ebrei, compresi donne e bambini, erano stati già assassinati – in media da 2.700 a 4.200 al giorno – e intere regioni risultavano ‘judenfrei’. Molte comunità ebraiche, specie nelle zone rurali, furono prese di mira più avanti; in questo periodo iniziale ci fu invece il parossismo delle stragi dei prigionieri di guerra sovietici. Nell’autunno del 1941 i soldati dell’Armata rossa morivano al ritmo di 6.000 al giorno; nella primavera del 1942 erano morti 2 dei 3,5 milioni di soldati sovietici catturati dalla Wehrmacht</em>”.</p>
<p>Del resto, nelle ultime centinaia di pagine della sua biografia su Hitler, lo storico Ian Kershaw utilizza almeno otto volte su dieci il termine di campagna “giudaico-bolscevica”, che desume da documenti nazisti.</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">3 &#8211; “Lavorare incontro”, ovvero una modalità particolare di funzionamento dello Stato. </span></strong>Gli storici si sono chiesti in decine di modi cosa possa aver determinato il particolare accanimento dei nazisti nel loro proposito; alcuni di essi si sono addentrati nei meandri piuttosto oscuri della psicologia di Hitler: la sua sessualità, la vicenda del suicidio di una nipote nel periodo nel quale viveva con lui, la possibilità che un suo occasionale avo, fugace amante di una nonna, fosse di origini ebraiche, e dunque avesse provocato una sorta di inestinguibile rabbia da “contaminazione”. Ron Rosenbaum ha lungamente esaminato tutte queste ipotesi, in genere, mi pare, non attribuendo ad esse molto credito.</p>
<p><a href="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-761.jpg"><img class=" size-medium wp-image-20187 alignleft" src="https://i1.wp.com/www.fataturchinaeconomics.com/wp-content/uploads/2020/01/zz-761.jpg?resize=212%2C300" alt="zz 761" data-recalc-dims="1" /></a>Forse ha maggiore interesse lo studio della particolare psicologia dei nazisti che si espresse nella gestione della guerra e in particolare del genocidio degli ebrei, alla quale lo storico Ian Kershaw dedica il capitolo “Lavorare incontro al Führer” della sua biografia su Hitler.  È stupefacente la particolarità della ‘catena di comando’ nazista e in particolare il modo in cui essa operò sulla questione ebraica.</p>
<p>Nella lingua tedesca esiste un termine che non credo esista in altre lingue, il verbo “<em>zuarbeiten</em>”, che in italiano potremmo tradurre con “lavorare incontro”. Sta anche a significare che un ‘proposito strategico’ non viene espresso con un decreto e poi eseguito; viene piuttosto enunciato – a partire dalla cerchia più ristretta dei collaboratori più vicini al tiranno – e poi gradualmente diffuso e fatto proprio nelle sedi operative più ampie. Il centralismo resta ferreo, ma assume la forma di un meticoloso controllo del corretto incanalamento degli eventi. Gli operatori intermedi e finali iniziano ad ‘lavorare incontro’ ai desideri del Fürher e a quell’obbiettivo, con una certa libertà di interpretazione e con un entusiasmo competitivo che alla fine è premiato da riconoscimenti e promozioni; il controllo è riservato in ogni dettaglio al ‘Profeta’. Nel caso dello sterminio degli ebrei, tutto questo si accompagnò ad una macabra cautela ‘linguistica’ che testimoniava la sempre presente preoccupazione di procedere al genocidio con una certa riservatezza, almeno non gridandolo ai quattro venti. Il Führer aveva dapprima annunciato il genocidio nella forma di una “profezia”, poi l’aveva sempre più precisamente riferito in colloqui riservati. È sconcertante come il metodo della profezia funzioni perfettamente nell’annunciare una mostruosità nella quale si cerca di non assumere responsabilità esclusiva: un obbiettivo diventa una sorta di ineluttabile accadimento, ma tutti i collaboratori ed i subordinati sanno che  esso è stato deciso e la sua materializzazione adesso è riservata alla loro capacità e fantasia.</p>
<p>In effetti, la diffusione dell’ordine genocida procedette con varie sottigliezze linguistiche (per un certo periodo si diceva che occorreva prepararsi ad agire ‘severamente’, poi ‘senza compassione’, poi ‘spietatamente’ e con il proposito ‘dell’annientamento’), anche se, naturalmente, al momento di applicarlo in modo generalizzato, fu necessaria una relazione di Heydrich, il vice di Himmler, in una riunione sufficientemente formale di vari dirigenti ministeriali, che si tenne nel gennaio del 1942 in una villa delle SS in un sobborgo di Berlino, a Wannsee. Ma i partecipanti alla riunione non ebbero bisogno di dibattere a lungo: dopo un ora andarono a pranzo ed Heydrich si disse molto confortato e sollevato dalla rapidità praticamente telepatica della comprensione degli astanti. Nell’incontro di Wannsee Heydrich parlò dell’uso dei gas, con un solo anòdino riferimento alle “esperienze pratiche” che erano già in corso, sperimentalmente.</p>
<p>[E’ interessante che il timore di non essere compresi da tutta l’opinione pubblica tedesca fosse, ancora alla fine del 1941, ben vivo nella testa dei nazisti.  Un personaggio particolarmente determinato nella ferocia antisemita era Goebbels, il Ministro della Propaganda, ideatore ed organizzatore della ‘Notte dei Cristalli’, che era in rapporti abbastanza intimi con Hitler e ha lasciato un diario di quegli anni e mesi. Sono frequenti, in quelle settimane di diario, considerazioni preoccupate sulle reazioni “deludenti” di una parte del popolo tedesco, o sul “romanticismo” che ancora caratterizzava la reazione di alcuni settori che esitavano dinanzi alla decisione dello sterminio. La particolare ‘catena di comando’, il metodo del ‘lavorare incontro’ con una relativa autonomia, retroagiva, lasciava ad alcuni la possibilità non certo di esprimere dubbi, ma di manifestare disappunto per la insufficientemente rapida nazificazione del popolo tedesco. Oppure conduceva financo i massimi responsabili dell’Olocausto a elogiare la segretezza e la riservatezza delle azioni genocide. Himmler affermò che lo sterminio degli ebrei era: “<em>Una pagina di gloria non scritta, e che mai verrà scritta, della nostra storia … (è) meglio che noi – noi tutti assieme – ce ne assumiamo la responsabilità per il nostro popolo … e ne portiamo il segreto nella tomba</em>”. Di nuovo, sintomi di ragionamento politico, persino nelle personalità più sataniche.]</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>4 &#8211; Alcune impressioni ‘conclusive’.</strong> </span>Si sarà compreso che ciò che mi ha maggiormente colpito in queste letture è stata quella che non trovo altri termini per definire, se non come la “consequenzialità politica” del nazismo. Il nazionalismo feroce dei primi anni di persecuzione ‘legale’; l’imperialismo razziale genocida che distinse la guerra ad Est; la particolare modalità di un rapporto di collaborazione tra governanti e governati, sia pure nel contesto di una crescente sensazione di disfatta nazionale, furono tutti episodi che forse spiegano cosa intendesse Hannah Arendt nel dare al suo libro sul processo ad Eichmann a Gerusalemme il titolo della “banalità del Male”. “Banale” è un termine che deriva dal francese “banal”, che agli inizi indicava le terre del “bano” (signore, padrone del feudo), ma poi diventò un modo in cui ci si  riferiva alle “terre di tutti”, del villaggio. Ovvero: come una strategia politica opera in modo da far divenire una mostruosità una caratteristica collettiva.</p>
<p>Probabilmente è questo che dovrebbe essere messo al centro della nostra memoria. Non tanto i pronostici piuttosto stupidi su quanto quel fenomeno sia oggi precisamente replicabile, ma le componenti di una logica che non possiamo esser sicuri di avere estirpato. Ci separa un abisso da quella storia, ma non siamo dotati di un vaccino che ci renda immuni da alcune sue cause profonde. Abbiamo iscritto il nazismo nella categoria, apparentemente definitiva, del diabolico. Invece dovremmo essere molto più curiosi delle ragioni che permisero che diventasse “banale”.</p>
<p>Nei giorni passati, nella sua visita ad Auschwitz, Angela Merkel – secondo le cronache dei giornali – ha pronunciato, in tre parole, una frase che mi è parsa coraggiosa: il dodicennio hitleriano, ha semplicemente detto, “fa parte della nostra identità”. Dunque memoria, ma non solo come esercizio di conoscenza, anche come consapevolezza di qualcosa che ci appartiene, che non possiamo scrollarci di dosso senza prima riconoscerlo come ‘nostro’ (il che vale per i tedeschi, ma, sia pure in misura minore, anche per molti altri). Un frase coraggiosa, almeno nel senso che non archivia un problema, ma in qualche modo lo considera, proprio per la sua enormità, sempre aperto.</p>
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