Jul 23, 2025
So the Trump administration has triumphantly announced a trade deal with Japan, and I guess I should post something about it, even though my regular morning post — on a completely different topic — is already up.
There are three main things you should take away from this deal:
The deal, as reported, involves imposing a tariff of “only” 15 percent on imports from Japan, mainly in return for a promise by the Japanese government to invest $550 billion in the United States. It appears that Japan will create a sovereign wealth fund for that purpose, and that Trump will have a say in how it invests.
So, first, the impact on the trade deficit. As I and others have repeatedly pointed out, there’s some basic arithmetic linking international investment and the trade balance. A few technical details aside,
U.S. trade deficit = Net foreign investment in the United States
This isn’t a theory, it’s just accounting. So if the deal leads to more investment in the U.S., it must, necessarily, lead to a bigger trade deficit.
How, exactly, would that work? The most likely channel is that capital inflow from Japan will lead to a stronger dollar than we would have had otherwise, making U.S. goods less competitive across the board.
It has been clear for a while that Trump and co. don’t understand or believe in balance of payments accounting, that they want both a smaller trade deficit and more foreign investment in America. Now their basic lack of understanding is embodied in a specific deal.
Second, as I said, it appears that Trump will get to influence how Japan invests. We’re already well on the way toward an economy in which success in business depends not on how good your product is but on your political influence (and also an economy in which Trump tells Coca-Cola what ingredients it should use.) This is another step on that road.
Finally, a 15 percent tariff is still really, really high — much higher than the 1.6 percent tariff Japanese non-agricultural exports faced before Trump began his trade war.
Will Japanese exporters, rather than U.S. consumers, end up paying that tariff? Some people have looked at the relatively muted effect of tariffs on consumer prices so far and suggested that maybe Trump was right about that. But they’re looking at the wrong data.
If foreigners were eating the tariffs, we’d expect to see a large decline in the prices America is paying for imports. And the BLS does, in fact, measure import prices; its index specifically does not include tariffs.
So let’s compare the increase in average tariffs from a year ago with the change in nonfuel import prices:
Source: Yale Budget Lab, Bureau of Labor Statistics
Have import prices fallen by enough to offset the tariff hikes? No, they’ve gone up slightly.
So why aren’t we seeing big increases in consumer prices yet? Basically because for the moment U.S. businesses are absorbing much of the cost rather than passing it on to consumers. They’ve been able to do that partly because many companies rushed to bring imports in before the tariffs hit, and are still selling out of that inventory. They’ve been willing to do that because they don’t want to alienate customers and lose market share, and have been hoping that the tariffs will mostly go away.
But if Japan still faces a 15 percent tariff after making a deal, that hope will soon fade. Winter Inflation is coming.
Update: Friends have been pointing out that this deal means that Japanese cars will pay 15 percent tariffs, while US car producers will still be paying 50 percent on imported steel. Not exactly a strategy to boost manufacturing. What were they thinking? They probably weren’t thinking.
Su quell’accordo col Giappone. L’aritmetica ha una ben nota propensione globalista.
Di Paul Krugman
Dunque l’amministrazione Trump ha annunciato in modo trionfale un accordo commerciale col Giappone, e penso che debba dirne qualcosa, anche se il mio regolare articolo mattutino – su un tema completamente diverso – è già pronto.
Ci sono tre cose principali che dovreste dedurre da questo accordo:
1 – Esso aumenterà, non ridurrà, il deficit commerciale statunitense;
2 – esso accelererà la china dell’America nel capitalismo clientelare;
3 – i consumatori statunitensi sono ancora con la prospettiva di un importante shock sui prezzi.
L’accordo, da quanto viene riferito, riguarda l’imposizione di una tariffa “soltanto” del 15 per cento sulle importazioni dal Giappone, principalmente in cambio di una promessa dal governo giapponese di investire 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Sembra che il Giappone creerà a tale scopo un fondo sovrano di ricchezza e che Trump avrà voce in capitolo sui suoi investimenti.
Dunque, anzitutto l’impatto sul deficit commerciale. Come io ed altri abbiamo ripetutamente messo in evidenza, c’è una qualche aritmetica elementare che connette gli investimenti internazionali e il bilancio commerciale. A parte alcuni dettagli tecnici:
deficit commerciale statunitense = investimenti netti esteri negli Stati Uniti.
Questa non è teoria, è solo contabilità. Dunque, se l’accordo porta a maggiori investimenti negli Stati Uniti, esso deve, di necessità, portare ad un deficit commerciale maggiore.
Come tutto questo, esattamente, funzionerebbe? Il canale più probabile è che il flusso di capitale dal Giappone porterà ad un dollaro più forte rispetto a quello che avremmo avuto altrimenti, rendendo i prodotti statunitensi meno competitivi su tutta la linea.
È chiaro da un po’ che Trump e i suoi soci non capiscono o non credono alla contabilità della bilancia dei pagamenti, che vogliono sia un deficit commerciale più piccolo che maggiori investimenti stranieri in America. Ora la loro elementare mancanza di comprensione si incarna in un accordo specifico.
In secondo luogo, come ho detto, sembra che Trump avrà influenza su come investe il Giappone. Siamo già ben avanti sulla strada di un’economia nella quale il successo negli affari non dipende dalla qualità dei vostri prodotti ma dalla vostra influenza politica (per non dire di un’economia nella quale Trump dice alla Coca-Cola quali ingredienti dovrebbe usare). Questo è un altro passo in quella direzione.
Infine, una tariffa del 15 per cento è ancora, davvero, assai alta – molto più alta della tariffa dell’1,6 per cento che le esportazioni non agricole giapponesi sostenevano prima che Trump cominciasse la sua guerra commerciale.
Gli esportatori giapponesi, anziché i consumatori statunitensi, finiranno col pagare quella tariffa? Alcuni hanno osservato l’effetto sinora relativamente pacato delle tariffe sui prezzi al consumo ed hanno suggerito che forse Trump aveva ragione su quell’aspetto. Ma essi stanno osservando i dati sbagliati.
Se gli stranieri ingoiassero le tariffe, ci aspetteremmo di vedere un grande declino nei prezzi che l’America sta pagando per le importazioni. E l’Ufficio delle Statistiche del Lavoro, di fatto, misura i prezzi alle importazioni; in particolare, il suo indice non include le tariffe.
Confrontiamo dunque l’incremento nelle tariffe medie da un anno con il mutamento dei prezzi all’importazione esclusi i combustibili:

Fonte: Yale Budget Lab, Ufficio delle Statistiche del lavoro
I prezzi sulle importazioni sono calati a sufficienza per compensare i rialzi delle tariffe? No, essi sono leggermente saliti.
Perché, dunque, non stiamo ancora assistendo a grandi aumenti dei prezzi al consumo? Fondamentalmente perché per il momento le imprese statunitensi stanno assorbendo buona parte del costo anziché trasferirlo sui consumatori. In parte, sono state capaci di farlo perché molte società si sono precipitate a importare prima che la tariffe colpissero e stanno ancora vendendo tutto l’inventario. Esse sono state disponibili a farlo perché non vogliono alienarsi clienti e perdere quote di mercato, e stanno sperando che le tariffe per la maggior parte scompariranno.
Ma se il Giappone sarà ancora di fronte ad una tariffa del 15 per cento dopo aver fatto un accordo, quella speranza svanirà presto. L’inflazione dell’inverno è in arrivo.
Una aggiunta: amici stanno mettendo in evidenza che questo accordo comporta che le automobili giapponesi pagheranno tariffe del 15 per cento, mentre i produttori di automobili statunitensi stanno ancora pagando il 50 per cento sull’acciaio importato. Non esattamente una strategia per incoraggiare il settore manifatturiero. A cosa stavano pensando? Probabilmente, non stavano pensando.
By mm
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