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Il debito in renminbi in un mondo denominato in dollari, di Paola Subacchi (da Project Syndicate, 19 settembre 2025)

 

Sep 19, 2025

Renminbi Debt in a Dollar-Denominated World

Paola Subacchi

 

SubacchiPARIS – When governments borrow on international markets, they do so overwhelmingly in US dollars. Roughly two-thirds of international debt issuance is denominated in foreign currencies, of which nearly half is in dollars and about 40% is in euros. The rest is spread across other currencies, including the Chinese renminbi.

While borrowing in hard currency is especially important for developing countries, many advanced economies also benefit from tapping deeper, more liquid markets and a broader pool of investors. Thus, in the aftermath of the 2008 global financial crisis, when US interest rates hovered near zero, dollar-denominated borrowing was particularly attractive, despite the risk that cheap money could encourage overborrowing and excessive leverage. By contrast, US firms and the federal government have long had the privilege of borrowing abroad almost exclusively in their own currency, insulating them from exchange-rate risk.

But now that US policy interest rates are in the 4.25-4.5% range, borrowing in dollars is relatively less appealing than it once was. Add to this the growing perception of the dollar serving as a geopolitical lever in an increasingly fractured world economy, and it is no surprise that some developing countries are experimenting with alternatives. With China’s benchmark policy rate set at around 1.4%, renminbi-denominated debt offers better terms, leading highly indebted countries like Kenya and Sri Lanka to turn to renminbi-denominated loans to ease their debt-service burdens.

Still, this shift remains marginal. In the first quarter of 2025, only about 1% of international debt issuance was denominated in renminbi, up from 0.5% a decade ago. Clearly, the dollar is not yet under serious threat.

For China, though, the stakes of dollar dominance are high. As the world’s largest bilateral creditor and the single largest official source of international development finance, it has extended an estimated $1.5 trillion in overseas loans. While other creditors such as Singapore also lend in US dollars, the sheer scale of China’s dollar lending is unprecedented.

True, much of China’s dollar lending reflects its vast dollar reserves, accumulated through years of current-account surpluses, as well as the renminbi’s limited international usage and liquidity. China conducts at least half its trade in dollars, rather than in its own currency – quite an anomaly for the world’s second-largest economy and leading exporter.

But such large-scale dollar-denominated trading and lending is burdensome for China. When lending in dollars, China needs to ensure that the returns at least match those on comparable dollar assets, like US Treasuries, while also mitigating currency/transfer, credit, market, and compliance risks. Moreover, borrowers face their own difficulties, since repaying in a foreign currency requires securing dollars, regardless of whether their export earnings are in dollars. If their access to foreign exchange dwindles, default risk increases.

To manage such risks, Chinese lenders, particularly state-owned banks, usually impose collateral requirements, non-concessional interest rates, shorter maturities, management fees, guarantees, and credit insurance policies. Borrowers also bear additional costs linked to the renminbi’s limited international liquidity, though these costs are often offset when China offers more favorable interest rates.

Crucially, most of China’s lending – from the official sector and other organizations – goes to developing countries, including financially fragile states that together owe approximately 80% of the outstanding debt China holds. For these countries, contractual loan conditions and currency choices directly affect debt sustainability. Their decision to borrow in renminbi, rather than in dollars, is therefore less about challenging the greenback’s global dominance and more about navigating the trade-off between reducing borrowing costs in the short term and managing long-term repayment risks.

This dynamic recalls earlier episodes of shifts in global finance. Just as the dollar gradually displaced sterling’s global dominance, the renminbi’s incremental rise reflects both changing economic conditions and growing geopolitical ambitions. But unlike past transitions, this one is unfolding in a more fragmented global economy, where borrowers’ vulnerabilities are front and center.

As the renminbi’s role in global finance continues to expand – even if at the desultory pace set by Chinese policymakers – its use in development lending will almost inevitably increase. This shift will reflect both economic pragmatism and China’s ambition to consolidate its role as a central player in development finance.

The question, then, is whether the gradual internationalization of the renminbi can reconcile China’s strategic objectives with the urgent need for sustainable finance in the developing world. This intersection between development finance and the emergence of a new global currency could shape the future of the international monetary system, even if the dollar is not dethroned.

 

Il debito in renminbi in un mondo denominato in dollari,

di Paola Subacchi

 

PARIGI – Quando i governi si indebitano sui mercati internazionali, lo fanno in modo preponderante in dollari statunitensi. Grosso modo due terzi delle emissioni di titoli internazionali sul debito sono denominate in valuta straniera; di essi quasi la metà è in dollari e circa il 40% è in euro. Il resto si distribuisce tra altre valute, compreso il renminbi cinese.

Mentre indebitarsi in valute forti è particolarmente importante per i paesi in via di sviluppo, molte economie avanzate traggono anche vantaggio dall’attingere a mercati più profondi, più liquidi ed a bacini più ampi di investitori. Quindi, nel periodo successivo alla crisi finanziaria globale del 2008, quando i tassi di interesse statunitensi giravano attorno allo zero, l’indebitamento denominato in dollari è stato particolarmente attraente, nonostante il rischio che la valuta conveniente potesse incoraggiare il sovra indebitamento e l’uso eccessivo della leva finanziaria. All’opposto, le imprese ed il governo federale statunitensi hanno avuto da lungo tempo il privilegio di indebitarsi nella propria valuta, isolandosi dal rischio del tasso di cambio.

Ma adesso che i tassi di interesse di riferimento degli Stati Uniti oscillano tra il 4,25-4,5%, indebitarsi in dollari è relativamente meno attraente di un tempo. Si aggiunga a ciò che la crescente percezione di un dollaro che opera come una leva geopolitica in un’economia mondiale sempre più fratturata, e non è sorprendente che alcuni paesi in via di sviluppo  stiano sperimentando alternative. Con il tasso di riferimento standard della Cina fissato all’1,4%. Il debito denominato in renminbi offre condizioni migliori, inducendo paesi altamente indebitati come il Kenya e lo Sri Lanka a volgersi a prestiti denominati in renminbi per ridurre i loro oneri sul servizio del debito.

Eppure, questo spostamento resta marginale. Nel primo trimestre del 2025, solo circa l’1% della emissione di debito internazionale era denominato in renminbi, in crescita rispetto allo 0,5% di un decennio fa. Chiaramente, il dollaro non è ancora seriamente minacciato.

Tuttavia, per la Cina, la posta in gioco del dominio del dollaro è alta. Come il più grande creditore bilaterale del mondo e l’unica più grande fonte ufficiale della finanza dello sviluppo internazionale, essa ha accresciuto per 1.500 miliardi di dollari i suoi prestiti all’estero. Mentre anche altri creditori come Singapore prestano in dollari statunitensi, la semplice dimensione del prestiti in dollari cinese è senza precedenti.

È vero che buona parte dei prestiti in dollari della Cina riflette la sua ampia riserva di dollari, accumulati attraverso anni di surplus di conto corrente, così come il limitato utilizzo internazionale e la liquidità del renminbi. La Cina conduce almeno la metà del suo commercio in dollari, piuttosto che nella sua propria valuta – abbastanza anomalo per la seconda più grande economia e il principale esportatore.

Ma tali ampi commerci e prestiti denominati in dollari sono gravosi per la Cina. Quando presta in dollari, la Cina ha bisogno di assicurare che i rendimenti almeno pareggino quelli in paragonabili asset in dollari,  come i titoli del Tesoro statunitensi, al tempo stesso attenuando i rischi del trasferimento di valuta, del credito, del mercato e della disciplina. Inoltre, coloro che si indebitano fronteggiano le loro difficoltà, dal momento che il rimborso in valuta straniera richiede la garanzia dei dollari, a prescindere dal fatto che i loro guadagni siano in dollari. Se il loro accesso allo scambio estero diminuisce, il rischio di default si accresce.

Per gestire tali rischi, i prestatori cinesi, in particolare le banche di proprietà dello stato, di solito impongono requisiti collaterali, tassi di interesse non agevolati, scadenza più brevi, oneri di gestione, garanzie e politiche di assicurazioni creditizie. Coloro che si indebitano sopportano anche i costi aggiuntivi connessi alla limitata liquidità internazionale del renminbi, sebbene questi costi siano spesso bilanciati da tassi di interesse più favorevoli.

Fondamentalmente, la maggior parte dei prestiti cinesi – dal settore ufficiale e da altre organizzazioni – vanno ai paesi in via di sviluppo, compresi gli stati finanziariamente fragili che insieme possiedono circa l’80% dei debiti insoluti posseduti dalla Cina. Per questi paesi, le condizioni contrattuali del prestito e le scelte valutarie influenzano direttemente la sostenibilità del debito.  La loro decisione di indebitarsi in renminbi, anziché in dollari, riguarda meno lo sfidare il dominio globale del dollaro e più il gestire il compromesso tra la riduzione dei costi di indebitamento a breve termine e la gestione dei rischi di rimborso a lungo termine.

Questa dinamica ricorda  passati episodi di spostamenti nella finanza globale. Proprio come il dollaro soppiantò gradualmente il dominio globale della sterlina, la crescita costante del renminbi riflette sia il mutamento della condizioni economiche  che le crescenti ambizioni geopolitiche. Ma diversamente dalle transizioni del passato, questa si sta svolgendo in un’economia globale più frammentata, dove le vulnerabilità di coloro che si indebitano sono in prima linea.

Mentre il ruolo del renminbi nella finanza globale continua ad espandersi – anche se con il ritmo discontinuo stabilito dai governanti cinesi – il suo utilizzo nei prestiti per lo sviluppo crescerà quasi inevitabilmente. Questo spostamento rifletterà sia il pragmatismo economico che l’ambizione della Cina di consolidare il suo ruolo come centrale protagonista della finanza dello sviluppo.

La domanda, allora, è se la graduale internazionalizzazione del renminbi possa riconciliare gli obbiettivi strategici della Cina con il bisogno urgente di finanza sostenibile nel mondo in via di sviluppo. Questa intersezione tra finanza dello sviluppo ed emergere di una nuova valuta globale potrebbe dar forma al futuro del sistema monetario internazionale, anche se il dollaro non venisse spodestato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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