LONDON – Italy’s government has proposed an amendment to the 2026 budget law stating that the gold held by the Bank of Italy “belongs to the Italian people,” rather than to the “state.” The line might seem harmless – who would claim otherwise? – yet it has triggered a flurry of anxious speculation, as well as calls from the European Central Bank to drop the provision.
Legally, the amendment is meaningless. The ownership and governance of the gold reserves on the Italian central bank’s balance sheet are already precisely defined. The Bank of Italy is fully integrated into the European System of Central Banks (ESCB), which is governed by European Union Treaties, the Statute of the ESCB, and Italian law. These frameworks both guarantee the operational independence of member states’ central banks and prevent national governments from appropriating monetary reserves. In other words, with or without the new amendment, Italy could not use its gold reserves to finance public spending or reduce debt unless the ECB consented, which it would not.
But in the eurozone’s evolving institutional context, symbolic gestures carry political weight. Italy’s ruling party appears increasingly to be aligning itself with the nationalist worldview espoused by US President Donald Trump’s administration, including in its latest National Security Strategy (NSS), which depicts the EU as a blight on “political liberty and sovereignty.” By declaring that the gold “belongs to the people,” Italy’s government is sending a message to voters who regard the euro as an externally imposed constraint and the ECB as insufficiently accountable: the EU does not own us, and the nation still comes first.
The message certainly resonates. Italy has long romanticized its substantial gold reserves – the world’s third largest, totaling 2,452 metric tons – as a kind of sovereignty backstop. For a state that has long struggled with fiscal fragility, the idea that a hidden asset is capable of guaranteeing autonomy and independence in times of crisis is politically potent.
As long as Italy is a member of the eurozone, this fantasy will clash with operational reality. Whenever Italian politicians have suggested using gold to reduce debt or backstop the economy, they have run up against treaty-based limits. But if Italy were to leave the eurozone, whether on its own or amid a broader fragmentation, the country’s gold reserves would anchor a new national currency, serve as collateral to stabilize financial markets, and become a symbol of restored economic sovereignty.
This might be the point of the budget law amendment: to gesture toward a future where gold could backstop Italy’s sovereignty – still an extremely remote possibility – without provoking institutional confrontation. Why hint, however faintly, at such a future? And why now? Three possible explanations stand out.
The first is that the amendment is a domestic political maneuver. Italy’s ruling coalition, led by Prime Minister Giorgia Meloni, includes parties with longstanding Euroskeptic tendencies. As Italy enters a period of tense negotiations over fiscal rules, budget targets, and access to EU recovery funds, a nod to national sovereignty is a cost-free way to ease internal pressures, without altering Italy’s policy commitments.
Second, the amendment might be meant to send a subtle message to European officials. Italy remains a large, systemically important eurozone member, and its economic stability is tied to that of the monetary union. By highlighting its substantial gold reserves, the government might be seeking to remind the EU institutions and the ECB that fiscal negotiations should account for political realities. In a system that depends on mutual trust, symbolic gestures can be a form of bargaining.
Finally, Italy might be hedging its bets in a rapidly shifting geopolitical environment. Meloni has taken a noticeably warmer stance toward Trump than most other European leaders, who resent his lack of commitment to the transatlantic alliance and concerted efforts to deepen Europe’s strategic uncertainty. With the budget law amendment, perhaps Meloni is seeking to ensure that hers is viewed as one of the “patriotic European parties” whose “growing influence” is touted by the Trump administration’s NSS.
None of this means that Italy is contemplating an exit from the euro – an economically disastrous proposition. Nonetheless, Italy’s indulgence of nationalist narratives and assertions of monetary autonomy might carry higher costs than Meloni’s government seems to recognize.
By underscoring the people’s ownership of Italy’s gold reserves, the government is essentially highlighting its contingency plan for a major crisis – in particular, a eurozone exit or breakup. At a time of weak growth, geopolitical upheaval, strategic uncertainty, and declining confidence in European institutions, that is the last thing the eurozone needs. After all, a monetary union is held together as much by political commitments as by legal frameworks. Casting doubt on those commitments, even subtly, can shake its foundations.
Italy’s gold remains safely locked away in its central bank’s vaults. But Europe would be unwise to dismiss narratives that can generate considerable uncertainty about whether it will stay there.
LONDRA – Il governo italiano ha proposto un emendamento alla legge di bilancio 2026, affermando che l’oro detenuto dalla Banca d’Italia “appartiene al popolo italiano” e non allo “Stato”. La clausola potrebbe sembrare innocua – chi potrebbe affermare il contrario? – eppure ha scatenato una serie di ansiose speculazioni, nonché richieste da parte della Banca Centrale Europea di abolire la disposizione.
Dal punto di vista giuridico, l’emendamento è privo di significato. La proprietà e la governance delle riserve auree presenti nel bilancio della Banca centrale italiana sono già definite con precisione. La Banca d’Italia è pienamente integrata nel Sistema europeo di banche centrali (SEBC), che è disciplinato dai Trattati dell’Unione europea, dallo Statuto del SEBC e dalla legge italiana. Questi quadri normativi garantiscono l’indipendenza operativa delle banche centrali degli Stati membri e impediscono ai governi nazionali di appropriarsi delle riserve monetarie. In altre parole, con o senza il nuovo emendamento, l’Italia non potrebbe utilizzare le sue riserve auree per finanziare la spesa pubblica o ridurre il debito senza il consenso della BCE, cosa che non farebbe.
Ma nel contesto istituzionale in evoluzione dell’eurozona, i gesti simbolici hanno un peso politico. Il partito al governo in Italia sembra allinearsi sempre più alla visione nazionalista del mondo sostenuta dall’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump, anche nella sua ultima Strategia per la sicurezza nazionale (NSS), che descrive l’UE come una piaga per “la libertà e la sovranità politica”. Dichiarando che l’oro “appartiene al popolo”, il governo italiano invia un messaggio agli elettori che considerano l’euro un vincolo imposto dall’esterno e la BCE non sufficientemente responsabile: l’UE non ci possiede, e la nazione viene comunque prima di tutto.
Il messaggio ha di sicuro un senso. L’Italia ha a lungo idealizzato le sue ingenti riserve auree – le terze al mondo per dimensioni, pari a 2.452 tonnellate – come una sorta di garanzia di sovranità. Per uno Stato che ha a lungo lottato con la fragilità fiscale, l’idea che un bene nascosto sia in grado di garantire autonomia e indipendenza in tempi di crisi è politicamente potente.
Finché l’Italia sarà membro dell’eurozona, questa fantasia si scontrerà con la realtà operativa. Ogni volta che i politici italiani hanno suggerito di utilizzare l’oro per ridurre il debito o sostenere l’economia, si sono scontrati con i limiti imposti dai trattati. Ma se l’Italia dovesse uscire dall’eurozona, da sola o in un contesto di più ampia frammentazione, le riserve auree del Paese fungerebbero da ancoraggio per una nuova valuta nazionale, fungerebbero da garanzia per stabilizzare i mercati finanziari e diventerebbero un simbolo di una restaurata sovranità economica.
Potrebbe essere questo il senso della modifica alla legge di bilancio: accennare a un futuro in cui l’oro potrebbe sostenere la sovranità dell’Italia – una possibilità ancora estremamente remota – senza provocare uno scontro istituzionale. Perché accennare, seppur vagamente, a un simile futuro? E perché proprio ora? Tre possibili spiegazioni emergono.
La prima è che l’emendamento sia una manovra di politica interna. La coalizione di governo italiana, guidata dal Primo Ministro Giorgia Meloni, include partiti con tendenze euroscettiche di lunga data. Mentre l’Italia entra in una fase di tesi negoziati sulle regole fiscali, sugli obiettivi di bilancio e sull’accesso ai fondi di ripresa dell’UE, un cenno alla sovranità nazionale è un modo gratuito per allentare le pressioni interne, senza alterare gli impegni politici dell’Italia.
In secondo luogo, l’emendamento potrebbe essere inteso a inviare un messaggio sottile ai funzionari europei. L’Italia rimane un membro importante e sistemicamente rilevante dell’eurozona, e la sua stabilità economica è legata a quella dell’unione monetaria. Mettendo in risalto le sue ingenti riserve auree, il governo potrebbe cercare di ricordare alle istituzioni dell’UE e alla BCE che i negoziati fiscali dovrebbero tenere conto delle realtà politiche. In un sistema che si basa sulla fiducia reciproca, i gesti simbolici possono essere una forma di contrattazione.
Infine, l’Italia potrebbe volersi tutelare in un contesto geopolitico in rapida evoluzione. Meloni ha assunto un atteggiamento notevolmente più caloroso nei confronti di Trump rispetto alla maggior parte degli altri leader europei, che non sopportano il suo scarso impegno nei confronti dell’alleanza transatlantica e i suoi sforzi concertati per aggravare l’incertezza strategica dell’Europa. Con l’emendamento alla legge di bilancio, forse Meloni sta cercando di assicurarsi che il suo sia considerato uno dei “partiti europei patriottici” la cui “crescente influenza” è decantata dall’NSS dell’amministrazione Trump.
Tutto ciò non significa che l’Italia stia contemplando un’uscita dall’euro, una proposta economicamente disastrosa. Tuttavia, l’indulgenza dell’Italia verso narrazioni nazionaliste e rivendicazioni di autonomia monetaria potrebbe comportare costi più elevati di quanto il governo Meloni sembri riconoscere.
Sottolineando la proprietà popolare delle riserve auree italiane, il governo sta essenzialmente evidenziando il suo piano di emergenza per una crisi grave, in particolare un’uscita o una disgregazione dell’eurozona. In un periodo di crescita debole, dei sconvolgimenti geopolitici, di incertezza strategica e di calo della fiducia nelle istituzioni europee, questa è l’ultima cosa di cui l’eurozona ha bisogno. Dopotutto, un’unione monetaria è tenuta insieme tanto dagli impegni politici quanto dai quadri giuridici. Mettere in dubbio tali impegni, anche in modo sottile, può farne vacillare le fondamenta.
L’oro italiano rimane al sicuro nei caveau della banca centrale. Ma l’Europa farebbe male a ignorare narrazioni che possono generare notevole incertezza sulla sua permanenza.
By mm
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