Jan 07, 2026
Although I was an outspoken opponent of that war, and deeply cynical about the Bush administration’s motives, I never believed the “war for oil” story. The principal motivation for the war, I still believe, was to wag the dog — to use a showy military victory to secure Bush’s reelection. According to some political scientists, that was a mission the war did, in fact, accomplish.
Donald Trump’s Venezuela venture is a very different story. During his triumphalist press conference after the abduction of Nicolás Maduro, Trump never used the word “democracy.” He did, however, say “oil” 27 times, declaring, “We’re going to take back the oil that, frankly, we should have taken back a long time ago.”
Even so, whatever it is we’re doing in Venezuela isn’t really a war for oil. It is, instead, a war for oil fantasies. The vast wealth Trump imagines is waiting there to be taken doesn’t exist.
You may have heard that Venezuela has the world’s largest oil reserves — 300 billion barrels. You probably don’t know that Venezuela’s reported oil reserves tripled while Hugo Chavez was president. This increase, from roughly 100 billion to 300 billion barrels, didn’t reflect major new discoveries or exploration. Instead, it reflected the Chavez government’s decision to reclassify the country’s Orinoco Belt heavy oil as “proved” — oil that can be recovered with reasonable certainty under existing economic and operating conditions:
Source: Torsten Slok
As Torsten Slok of Apollo, who recently made this point, notes, “Much of the oil is extra-heavy, which has low recovery and a high cost to produce.” This suggests that Venezuela’s claims to have immense usable oil reserves were politically motivated hype.
This view is supported by the fact that the huge increase in Venezuela’s reported oil reserves wasn’t followed by a surge in production. On the contrary, Venezuelan oil production soon plunged:
Source: Torsten Slok
Plunging production was associated with a steady degradation of Venezuela’s oil infrastructure, which would take years and many billions of dollars in investment to restore. Given these costs as well as political instability, major oil companies clearly aren’t enthusiastic about the idea of sinking money into Venezuela.
On Monday Trump suggested that he might reimburse oil companies for investment in the nation he claims — with no basis in reality — to control, reimbursing them for their outlays there. That is, we’ve gone in a matter of days from big talk about huge money-making opportunities to a proposal to, in effect, subsidize oil-industry investments in Venezuela at U.S. taxpayers’ expense.
Which is not to say that nobody has profited from the abduction of Maduro. A few months ago Trumpist billionaire Paul Singer bought Citgo, the former U.S.-based arm of Venezuela’s state-run oil company. Citgo owns three Gulf Coast refineries custom-built to process Venezuelan crude, refineries that have suffered from the U.S. embargo on imports of that crude. If Trump lifts that embargo, Singer will receive a huge windfall. But this windfall will have nothing to do with reviving Venezuelan production.
Singer has made huge political donations to Trump, raising questions about how much he has influenced policy. His purchase of Citgo was also remarkably well-timed. What did he know?
At a deeper level, Trump’s apparent belief that oil in the ground is a precious asset is decades out of date.
These days oil is cheap by historical standards. Here’s the real price of oil — its price adjusted for overall inflation — since 2000:
Source: Energy Information Administration
Oil prices are low mainly because of increased supply due to fracking, and the potential for more fracking is likely to keep them low for the foreseeable future. The breakeven price of fracked oil — the price at which it’s just profitable to drill a new well — is around $62 a barrel in the most important U.S. producing regions. While global oil prices fluctuate, they tend to return to that breakeven price after a few years:
And $62 a barrel wouldn’t be high enough to make investing in the Orinoco Belt, where the estimated breakeven is more than $80, profitable even if there were no political risks.
In short, Trump’s belief that he has captured a lucrative prize in Venezuela’s oil fields would be an unrealistic fantasy even if he really were in control of a nation that is, in practice, still controlled by the same thugs who controlled it before Maduro was abducted.
Quando George W. Bush invase l’Iraq nel 2003, affermò che l’obiettivo era quello di instaurare un regime democratico. Alcuni membri della sua amministrazione potrebbero persino averci creduto. Ma molti critici di sinistra insistevano sul fatto che si trattasse solo di impadronirsi del petrolio iracheno.
Sebbene fossi un aperto oppositore di quella guerra e profondamente cinico riguardo alle motivazioni dell’amministrazione Bush, non ho mai creduto alla storia della “guerra per il petrolio”. La motivazione principale della guerra, credo ancora, era quella di creare una distrazione, ovvero di usare una vistosa vittoria militare per assicurare la rielezione di Bush. Secondo alcuni politologi , quella fu una missione che la guerra, di fatto, portò a termine.
L’avventura di Donald Trump in Venezuela è una storia ben diversa. Durante la sua trionfalistica conferenza stampa dopo il rapimento di Nicolás Maduro, Trump non ha mai usato la parola “democrazia”. Ha però pronunciato la parola “petrolio” 27 volte, dichiarando: “Ci riprenderemo il petrolio che, francamente, avremmo dovuto riprenderci molto tempo fa”.
Tuttavia, qualunque cosa stiamo facendo in Venezuela non è una vera guerra per il petrolio. È, piuttosto, una guerra per fantasie petrolifere. L’enorme ricchezza che Trump immagina sia lì in attesa di essere presa, non esiste.
Potreste aver sentito dire che il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo: 300 miliardi di barili. Probabilmente non sapete che le riserve di petrolio dichiarate del Venezuela sono triplicate durante la presidenza di Hugo Chávez. Questo aumento, da circa 100 a 300 miliardi di barili, non è dovuto a nuove importanti scoperte o esplorazioni. Piuttosto, riflette la decisione del governo Chávez di riclassificare il petrolio pesante della Cintura dell’Orinoco come “provato”, ovvero che può essere recuperato con ragionevole certezza nelle attuali condizioni economiche e operative:
Fonte: Torsten Slok
Come ha recentemente sottolineato Torsten Slok di Apollo [2], “Gran parte del petrolio è extra-pesante, con un basso tasso di recupero e costi di produzione elevati”. Ciò suggerisce che le affermazioni del Venezuela di possedere immense riserve petrolifere utilizzabili erano solo una montatura motivata politicamente.
Questa opinione è supportata dal fatto che l’enorme aumento delle riserve petrolifere dichiarate del Venezuela non è stato seguito da un’impennata della produzione. Al contrario, la produzione petrolifera venezuelana è rapidamente crollata:
Fonte: Torsten Slok
Il crollo della produzione è stato associato a un costante degrado delle infrastrutture petrolifere venezuelane, il cui ripristino richiederebbe anni e miliardi di dollari di investimenti. Considerati questi costi e l’instabilità politica, le principali compagnie petrolifere non sono chiaramente entusiaste all’idea di investire denaro nel Venezuela.
Lunedì Trump ha suggerito che potrebbe rimborsare le compagnie petrolifere per gli investimenti nella nazione che lui stesso sostiene – senza alcun fondamento nella realtà – di controllare, rimborsandole per le spese lì sostenute. In pratica, nel giro di pochi giorni siamo passati dalle chiacchiere sulle enormi opportunità di guadagno a una proposta volta, di fatto, a sovvenzionare gli investimenti dell’industria petrolifera in Venezuela a spese dei contribuenti statunitensi.
Il che non significa che nessuno abbia tratto profitto dal rapimento di Maduro. Qualche mese fa, il miliardario trumpista Paul Singer ha acquistato Citgo, l’ex filiale statunitense della compagnia petrolifera statale venezuelana. Citgo possiede tre raffinerie sulla costa del Golfo, costruite appositamente per la lavorazione del greggio venezuelano, raffinerie che hanno sofferto a causa dell’embargo statunitense sulle importazioni di quel greggio. Se Trump revocasse l’embargo, Singer riceverebbe un’enorme manna dal cielo. Ma questa manna dal cielo non avrebbe nulla a che fare con la ripresa della produzione venezuelana.
Singer ha fatto ingenti donazioni politiche a Trump, sollevando dubbi su quanto abbia influenzato la politica. Anche il suo acquisto di Citgo è arrivato con un tempismo sorprendente. Cosa ne sapeva?
A un livello più profondo, l’apparente convinzione di Trump che il petrolio nel sottosuolo sia una risorsa preziosa è superata da decenni.
Al giorno d’oggi il petrolio è a buon mercato rispetto agli standard storici. Ecco il prezzo reale del petrolio, al netto dell’inflazione complessiva, dal 2000:
Fonte: Energy Information Administration
I prezzi del petrolio sono bassi principalmente a causa dell’aumento dell’offerta dovuto al fracking [4], e la possibilità di un ulteriore fracking probabilmente li manterrà bassi nel prossimo futuro. Il prezzo di pareggio del petrolio ottenuto tramite fracking – il prezzo al quale è redditizio perforare un nuovo pozzo – è di circa 62 dollari al barile nelle principali regioni produttrici degli Stati Uniti. Sebbene i prezzi globali del petrolio oscillino, tendono a tornare a quel prezzo di pareggio dopo alcuni anni:
E 62 dollari al barile non sarebbero sufficienti per rendere redditizio l’investimento nella cintura dell’Orinoco, dove il pareggio stimato è superiore a 80 dollari , anche in assenza di rischi politici.
In breve, la convinzione di Trump di essersi aggiudicato un premio redditizio nei giacimenti petroliferi del Venezuela sarebbe una fantasia irrealistica, anche se avesse davvero il controllo di una nazione che, in pratica, è ancora controllata dagli stessi banditi che la controllavano prima del rapimento di Maduro.
[1] Attorno all’anno 2007, il petrolio ‘pesante’ delle Cintura dell’Orinoco venne ‘riclassificato’, ovvero venne promosso di categoria e giudicato suscettibile di lavorazione.
[2] Apollo Global Management è una grande società statunitense di gestione di investimenti alternativi (private equity, credito, immobiliare, pensioni) che opera a livello globale, nota per il suo approccio di investimento complesso e creativo, gestendo asset per conto di grandi investitori istituzionali.
[3] Si tratterebbe di comprendere se il crollo della produzione, che avvenne alcuni anni dopo la ‘riclassificazione’, non fosse anche dipeso dalle sanzioni statunitensi. Cosa che Krugman non chiarisce, perché per lui, in fondo, i ‘banditi’ sono sempre i nemici degli Stati Uniti, finché non deve tardivamente ammettere che gli USA sono divenuti nemici di se stessi.
[4] La traduzione di “fracking” è fratturazione idraulica, un termine tecnico che descrive il processo di estrazione di petrolio e gas naturale iniettando acqua, sabbia e sostanze chimiche ad alta pressione in formazioni rocciose profonde (come lo scisto) per creare fratture e liberare gli idrocarburi intrappolati.
By mm
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