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Lo spauracchio della competitività europea, di DANIEL GROS (da Project Syndicate, 4 giugno 2026)

 

 

 

Jun 4, 2026

Europe’s Competitiveness Bogeyman

Daniel Gros  

 

gros 2BRUSSELS—China looms large in trade-policy discussions everywhere, but the precise concerns vary. Whereas the United States has long regarded China as a destroyer of American industry and a geopolitical rival whose rise must be contained, Europe has been more concerned about the national-security implications of Chinese dominance in a few strategic sectors, such as rare-earth minerals. Recently, however, European policymakers have begun sounding more like their American counterparts, arguing that surging Chinese imports threaten domestic industry.

While China’s dominance in sectors like rare earths always had strategic implications for Europe, it did not mean much for European employment or output. And the competitive pressures European Union firms did feel from China were largely offset by European industry’s strong foothold within China.

This is now changing. European companies find it increasingly difficult to compete in the Chinese market, even if they are heavily invested there, while Chinese exports to Europe are surging. The EU’s bilateral trade deficit with China reached nearly €360 billion ($419 billion) last year—almost double that of the US—affecting many of Europe’s core industries, such as automobiles.

Chinese exporters are bolstered by vast government subsidies and policies focused on ensuring dominance in high-tech industries, compounding Europe’s frustration. Now, calls for European leaders to protect domestic industry from Chinese competition are growing louder, with even figures who have criticized US President Donald Trump’s tariffs advocating for Europe to respond to “unfair” Chinese subsidies with levies of its own.

It’s a politically potent argument, but it is not based on sound economics. Fairness does not factor into a rational economic policy. What matters is whether a given action—such as introducing tariffs or even disregarding World Trade Organization rules (because “others are doing it”)—would bring net benefits to the economy. And, in this case, the answer is no.

It might seem obvious that imposing a tariff on imports from China would give European industry a leg up against its strongest competitor. But this protection comes at a high cost. For starters, intermediate inputs comprise over 40% of total EU imports from China, meaning that tariffs would increase the costs of production throughout the European economy. A tariff on batteries, for example, would place considerable strain on producers of battery electric vehicles, imperiling the EU’s large trade surplus in the sector.

This surplus is important. Warnings that Chinese imports pose a threat to European automakers usually focus on the number of Chinese vehicles entering Europe, noting that China-made cars now account for 7% of car sales in the EU. But nearly 40% of the EU’s total car production is for export, and the unit value of European auto exports is twice as high as that of imports from China. This implies that export markets may account for up to half the value of production.

For the auto industry, like many others, success in export markets is necessary not only to survive, but also to retain technological leadership. For now, Europe is often exporting high-end differentiated products, which are not interchangeable with the imports China has to offer. But Europe’s advantage on this front is rapidly being eroded, as Chinese producers climb the quality ladder.

It is far from clear that tariffs would preserve European competitiveness against Chinese exports that can compete in global markets on price, standards, and innovation. In fact, recent data show that the key problem for Europe is not so much surging imports, but the weakness of extra-EU exports, which have been declining for four consecutive quarters (until Q1 of this year).

Tariffs might offer temporary relief to a few sectors, but they cannot restore technological leadership, industrial dynamism, or export competitiveness. Recent experience in the US reinforces this view: while Chinese exports to the US have fallen, this redirection of trade flows has not been accompanied by an American industrial renaissance. Production instead shifts to third countries, while higher input costs weigh on downstream industries.

The challenge for Europe today is not to shield itself from Chinese exports, but to remain competitive in spite of them. To this end, it should increase investment in innovation, pursue greater integration of the Single Market, work to lower energy costs, and pursue policies that strengthen its ability to compete globally.

Where China raises genuine security risks—such as through its dominance in critical minerals or other strategically important products—targeted measures like stockpiling, supply-chain diversification, and expansion of strategic reserves are justified. But these are exceptions. For the bulk of European industry, success will depend not on keeping Chinese products out, but on ensuring that European products are still in demand globally.

 

 

 

Lo spauracchio della competitività europea

Daniel Gros  

 

BRUXELLES – La Cina occupa un posto di rilievo nelle discussioni di politica commerciale di tutto il mondo, ma le preoccupazioni specifiche variano. Mentre gli Stati Uniti hanno a lungo considerato la Cina come una minaccia per l’industria americana e una rivale geopolitica la cui ascesa deve essere contenuta, l’Europa si è preoccupata maggiormente delle implicazioni per la sicurezza nazionale derivanti dal predominio cinese in alcuni settori strategici, come quello dei minerali delle terre rare. Recentemente, tuttavia, i responsabili politici europei hanno iniziato ad assumere posizioni più simili a quelle delle loro controparti americane, sostenendo che l’impennata delle importazioni cinesi minaccia l’industria nazionale.

Sebbene il predominio della Cina in settori come quello delle terre rare abbia sempre avuto implicazioni strategiche per l’Europa, non ha avuto un impatto significativo sull’occupazione o sulla produzione europea. Inoltre, le pressioni competitive che le imprese dell’Unione Europea subivano da parte della Cina erano ampiamente compensate dalla solida presenza dell’industria europea in Cina.

Questa situazione sta ora cambiando. Le aziende europee incontrano sempre maggiori difficoltà a competere sul mercato cinese, anche se vi hanno investito ingenti capitali, mentre le esportazioni cinesi verso l’Europa sono in forte crescita. Il deficit commerciale bilaterale dell’UE con la Cina ha raggiunto quasi 360 miliardi di euro (419 miliardi di dollari) lo scorso anno, quasi il doppio di quello degli Stati Uniti , con ripercussioni su molti settori chiave dell’economia europea, come quello automobilistico.

Gli esportatori cinesi sono sostenuti da ingenti sussidi governativi e da politiche volte a garantire il predominio nei settori ad alta tecnologia, il che non fa che aumentare la frustrazione dell’Europa. Ora, le richieste ai leader europei di proteggere l’industria nazionale dalla concorrenza cinese si fanno sempre più insistenti, e persino personalità che hanno criticato i dazi del presidente statunitense Donald Trump auspicano una risposta europea ai sussidi cinesi “sleali” con l’introduzione di tariffe proprie .

Si tratta di un argomento politicamente incisivo, ma non si basa su solidi principi economici. L’equità non è un fattore da considerare in una politica economica razionale. Ciò che conta è se una determinata azione, come l’introduzione di dazi doganali o persino l’ignorare le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (perché “lo fanno anche gli altri”), apporterebbe benefici netti all’economia. E, in questo caso, la risposta è no.

Potrebbe sembrare ovvio che imporre dazi sulle importazioni dalla Cina darebbe all’industria europea un vantaggio competitivo rispetto al suo principale concorrente. Ma questa protezione ha un costo elevato. Innanzitutto, i beni intermedi rappresentano oltre il 40% delle importazioni totali dell’UE dalla Cina, il che significa che i dazi aumenterebbero i costi di produzione in tutta l’economia europea. Un dazio sulle batterie, ad esempio, metterebbe a dura prova i produttori di veicoli elettrici a batteria, compromettendo l’ampio surplus commerciale dell’UE in questo settore.

Questo surplus è importante. Gli avvertimenti secondo cui le importazioni cinesi rappresentano una minaccia per le case automobilistiche europee si concentrano solitamente sul numero di veicoli cinesi che entrano in Europa, sottolineando che le auto prodotte in Cina rappresentano ora il 7% delle vendite di auto nell’UE. Tuttavia, quasi il 40% della produzione automobilistica totale dell’UE è destinata all’esportazione e il valore unitario delle esportazioni automobilistiche europee è il doppio di quello delle importazioni dalla Cina. Ciò implica che i mercati di esportazione possono rappresentare fino alla metà del valore della produzione.

Per l’industria automobilistica, come per molte altre, il successo sui mercati di esportazione è fondamentale non solo per la sopravvivenza, ma anche per mantenere la leadership tecnologica. Attualmente, l’Europa esporta spesso prodotti di fascia alta e differenziati, non intercambiabili con le importazioni cinesi. Tuttavia, il vantaggio europeo in questo ambito si sta rapidamente riducendo, man mano che i produttori cinesi migliorano la qualità dei loro prodotti.

Non è affatto chiaro che i dazi doganali preserverebbero la competitività europea nei confronti delle esportazioni cinesi, capaci di competere sui mercati globali in termini di prezzo, standard e innovazione. Anzi, dati recenti dimostrano che il problema principale per l’Europa non è tanto l’aumento delle importazioni, quanto la debolezza delle esportazioni extra-UE, in calo da quattro trimestri consecutivi (fino al primo trimestre di quest’anno).

Le tariffe doganali possono offrire un sollievo temporaneo ad alcuni settori, ma non possono ripristinare la leadership tecnologica, il dinamismo industriale o la competitività delle esportazioni. La recente esperienza negli Stati Uniti rafforza questa tesi: sebbene le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti siano diminuite, questo riorientamento dei flussi commerciali non è stato accompagnato da una rinascita industriale americana. La produzione si sposta invece verso paesi terzi, mentre l’aumento dei costi dei fattori produttivi pesa sulle industrie a valle.

La sfida per l’Europa oggi non è quella di proteggersi dalle esportazioni cinesi, ma di rimanere competitiva nonostante esse. A tal fine, dovrebbe incrementare gli investimenti nell’innovazione, perseguire una maggiore integrazione del mercato unico, adoperarsi per ridurre i costi energetici e attuare politiche che rafforzino la sua capacità di competere a livello globale.

Laddove la Cina rappresenti un rischio concreto per la sicurezza, ad esempio attraverso il suo predominio nei minerali critici o in altri prodotti strategicamente importanti, misure mirate come l’accumulo di scorte , la diversificazione delle catene di approvvigionamento e l’espansione delle riserve strategiche sono giustificate. Ma si tratta di eccezioni. Per la maggior parte dell’industria europea, il successo dipenderà non dall’impedire l’ingresso dei prodotti cinesi, bensì dal garantire che i prodotti europei continuino a essere richiesti a livello globale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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