September 15, 2026
Thomas Piketty
Is it possible for all countries to one day achieve a national income of around €5,000 per capita per month, a level close to that currently observed in the wealthiest countries, while still preserving a habitable planet? Since the publication of the Global Justice Report by the World Inequality Lab, numerous discussions have clarified the terms of the debate. In short, the reception has been very positive in developing countries, such as India, but sometimes more critical in the Global North, particularly in media outlets close to the business world. This is not surprising: the new development model allows for sustainable prosperity for all, but it will inevitably create losers among the wealthiest and most polluting nations of today.
To move forward, we must convince the working and middle classes in both the Global North and South that the status quo is unsustainable and leads to climate, social, and migratory disaster. After a summer marked by extreme weather events and destruction, awareness may begin to shift, but the intellectual and political battle will be fierce. To overcome the current contradictions, we must rethink prosperity while respecting planetary boundaries, and implement a genuine action plan at the local, national, and global levels.
First point: we must recognize the immense need for investment in renewable energies worldwide. If developing countries become richer by consuming as much fossil fuel as developed countries, then the planet will burn.
Second point: even on a very large scale, the transformation of energy systems will not be enough. Limiting warming to less than 2 degrees requires energy sobriety, defined as a structural transformation of the economy aimed at reducing its material footprint.
This requires continuing the historic reduction in working hours, changing eating habits to allow for large-scale reforestation, and significantly reducing the role of material goods in the economy. No one needs to spend their time replacing disposable clothes or the latest smartphone to be happy.
Education, health, and culture provide a more tangible and sustainable sense of well-being: three times less material input and carbon emissions per euro of GDP than industry, construction, or intensive agriculture. And contrary to a persistent myth, the dematerialization of the economy will not happen on its own: expressed in volume terms, the share of material sectors in global GDP remained stable at 53% between 1970 and 2025. Like energy, volumes of material goods accumulate and build up, without replacing one another.
To change course and successfully implement the necessary transformations (energy, education, health), the resources required are considerable: approximately 10% of global GDP per year until 2050. It will be necessary to require the wealthiest to contribute and to significantly reduce inequalities, with an income scale that could range from 1 to 5 within countries (for example, from €2,000 to €10,000 per month, with an average income of €5,000 per month per capita), and a wealth scale ranging from 1 to 10 (from €100,000 to €1 million, with an average of €200,000 per capita). Historical experience shows that these disparities could be reduced even further through union and citizen mobilization, thereby increasing participation for everyone.
The essential point is that such a transformation must go hand in hand with economic democracy, self-management, political and territorial equality, and decommodification. In particular, the €5,000 per capita per month should not be considered a purely monetary income. It also includes the value of non-market services accessible to all, free of charge or at low cost: education, healthcare, culture, transportation, and perhaps tomorrow, food from local and sustainable production, as proposed by numerous associations and communities united around the idea of food security.
This is perhaps the most important point: each country can move forward in this direction right now, at the local and national levels, without waiting for unanimous agreement. For example, France could decide by 2027 to create a sovereign wealth fund to redirect investment and implement a comprehensive plan to develop public services, all financed by a national solidarity tax levied on the wealthiest citizens (similar to the national solidarity tax of 1945).
By building broader coalitions with countries in the Global North and South, the resources mobilized could become even greater, enabling the financing of decarbonization and development on a global scale, while simultaneously increasing available resources at the local and national levels. Numerous concrete proposals in favor of social and climate justice have been put forward in recent years, particularly from Brazil and South Africa. The Bridgetown initiative, supported in particular by the Caribbean Community and the African Union, also relies on proposals to reform the international monetary system to finance development.
Wealthy countries must understand that these proposals do not contradict their own initiatives, but can instead complement them and allow them to move forward together. One thing is certain: nothing can be achieved without finally placing the issue of inequality and social class at the heart of climate policies and the new development model.
di Tomas Piketty
È possibile che tutti i paesi raggiungano un giorno un reddito nazionale pro capite mensile di circa 5.000 euro, un livello simile a quello attualmente registrato nei paesi più ricchi, preservando al contempo un pianeta abitabile? Dalla pubblicazione del Global Justice Report del World Inequality Lab, numerose discussioni hanno chiarito i termini del dibattito. In breve, l’accoglienza è stata molto positiva nei paesi in via di sviluppo, come l’India, ma a volte più critica nel Nord del mondo, in particolare nei media vicini al mondo degli affari. Ciò non sorprende: il nuovo modello di sviluppo consente una prosperità sostenibile per tutti, ma creerà inevitabilmente dei perdenti tra le nazioni più ricche e inquinanti di oggi.
Per progredire, dobbiamo convincere le classi lavoratrici e medie, sia del Nord che del Sud del mondo, che lo status quo è insostenibile e conduce a disastri climatici, sociali e migratori. Dopo un’estate segnata da eventi meteorologici estremi e devastazione, la consapevolezza potrebbe iniziare a cambiare, ma la battaglia intellettuale e politica sarà aspra. Per superare le contraddizioni attuali, dobbiamo ripensare il concetto di prosperità nel rispetto dei limiti planetari e attuare un piano d’azione concreto a livello locale, nazionale e globale.
Primo punto: dobbiamo riconoscere l’immensa necessità di investire nelle energie rinnovabili a livello globale. Se i paesi in via di sviluppo si arricchiscono consumando la stessa quantità di combustibili fossili dei paesi sviluppati, allora il pianeta brucerà.
Secondo punto: anche su scala molto ampia, la trasformazione dei sistemi energetici non sarà sufficiente. Limitare il riscaldamento a meno di 2 gradi richiede sobrietà energetica, definita come una trasformazione strutturale dell’economia volta a ridurre la sua impronta materiale.
Ciò richiede di proseguire con la storica riduzione dell’orario di lavoro, modificare le abitudini alimentari per consentire una riforestazione su larga scala e ridurre significativamente il ruolo dei beni materiali nell’economia. Nessuno ha bisogno di passare il tempo a sostituire vestiti usa e getta o l’ultimo modello di smartphone per essere felice.
Istruzione, salute e cultura offrono un senso di benessere più tangibile e sostenibile: richiedono un apporto di materiali e emissioni di carbonio tre volte inferiori per euro di PIL rispetto all’industria, all’edilizia o all’agricoltura intensiva. E, contrariamente a un mito persistente, la dematerializzazione dell’economia non avverrà da sola: espressa in termini di volume, la quota dei settori materiali nel PIL globale è rimasta stabile al 53% tra il 1970 e il 2025. Come l’energia, i volumi di beni materiali si accumulano e si moltiplicano, senza sostituirsi a vicenda.
Per invertire la rotta e attuare con successo le trasformazioni necessarie (energia, istruzione, sanità), le risorse richieste sono considerevoli: circa il 10% del PIL globale all’anno fino al 2050. Sarà necessario far contribuire i più ricchi e ridurre significativamente le disuguaglianze, con una scala di reddito che potrebbe variare da 1 a 5 all’interno dei singoli Paesi (ad esempio, da 2.000 a 10.000 euro al mese, con un reddito medio pro capite di 5.000 euro al mese), e una scala di ricchezza che va da 1 a 10 (da 100.000 a 1 milione di euro, con una media di 200.000 euro pro capite). L’esperienza storica dimostra che queste disparità potrebbero essere ulteriormente ridotte attraverso la mobilitazione sindacale e civica, aumentando così la partecipazione di tutti.
Il punto essenziale è che una simile trasformazione deve andare di pari passo con la democrazia economica, l’autogestione, l’uguaglianza politica e territoriale e la demercificazione. In particolare, i 5.000 euro pro capite al mese non dovrebbero essere considerati un reddito puramente monetario. Comprendono anche il valore dei servizi non di mercato accessibili a tutti, gratuitamente o a basso costo: istruzione, sanità, cultura, trasporti e, forse domani, cibo da produzione locale e sostenibile, come proposto da numerose associazioni e comunità unite attorno all’idea di sicurezza alimentare.
Questo è forse il punto più importante: ogni Paese può muoversi in questa direzione fin da subito, a livello locale e nazionale, senza attendere un accordo unanime. Ad esempio, la Francia potrebbe decidere entro il 2027 di creare un fondo sovrano per riorientare gli investimenti e attuare un piano globale di sviluppo dei servizi pubblici, finanziato da una tassa di solidarietà nazionale a carico dei cittadini più ricchi (simile alla tassa di solidarietà nazionale del 1945).
Costruendo coalizioni più ampie con i Paesi del Nord e del Sud del mondo, le risorse mobilitate potrebbero aumentare ulteriormente, consentendo il finanziamento della decarbonizzazione e dello sviluppo su scala globale, incrementando al contempo le risorse disponibili a livello locale e nazionale. Negli ultimi anni sono state presentate numerose proposte concrete a favore della giustizia sociale e climatica, in particolare da parte di Brasile e Sudafrica. Anche l’iniziativa di Bridgetown, sostenuta in particolare dalla Comunità dei Caraibi e dall’Unione Africana, si basa su proposte di riforma del sistema monetario internazionale per finanziare lo sviluppo.
I paesi ricchi devono comprendere che queste proposte non contraddicono le loro iniziative, ma possono invece integrarle e consentire loro di progredire insieme. Una cosa è certa: non si potrà ottenere nulla senza porre finalmente la questione della disuguaglianza e delle classi sociali al centro delle politiche climatiche e del nuovo modello di sviluppo.
By mm
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