March 17, 2020
Back in 2009 the economists Carmen Reinhart and Ken Rogoff published a very good book with a brilliant title: “This Time is Different: Eight Centuries of Financial Folly.” They were, of course, being sarcastic: During every financial bubble, as debt rises to levels that historically have portended trouble, investors eagerly assure themselves and each other that old rules no longer apply, only to suffer ruin when the usual things happen.
This time, however, really is different. Economic data are only now beginning to show what the financial markets have already priced in, a dramatic slump over the next few months. But while the slump — the coronacession? — is definitely coming, it’s going to be different from previous recessions. Among other things, while we usually measure the success of economic policy by what happens to real G.D.P. — the total value of goods and services the economy produces, adjusted for inflation — this time G.D.P. will be both a poor measure of success and a bad target for economic policy.
To be sure, there will be many parallels with the financial crisis of 2008 and the Great Recession that followed. Now as then, financial markets are being disrupted, with crazy asset pricing driven by financial stress. Now as then, there will probably be a lot of gratuitous unemployment, as consumers curtail their purchases and workers lose their jobs — gratuitous unemployment in the sense that it could have been avoided if Congress and the Trump administration had moved quickly to provide adequate economic stimulus. (Spoiler: they won’t).
What’s different this time, however, is that some of the things we want to be doing, indeed must do if we don’t want hundreds of thousands of unnecessary deaths, will temporarily reduce G.D.P. And that’s OK.
Most obviously, we want and need sick or potentially sick workers to stay home, limiting the spread of the virus. Some of these homebound workers will be able to do their jobs remotely, but even in 2020 most jobs require physical presence. As a result, we’re going to lose the G.D.P. those workers could have produced. So be it. Production isn’t everything.
A slightly more problematic issue involves jobs lost because of the social distancing we need to slow Covid-19’s spread. People won’t and shouldn’t be going to restaurants, doing nonessential shopping, and so on; that leaves people who would normally be working at these establishments idle.
The reason this is slightly more problematic is that given time, service workers in the affected sectors could be re-employed in substitute activities: fewer servers, more people making deliveries. In fact, Amazon says it needs to hire 100,000 more workers to keep up with surging online demand. If extreme social distancing were to become the new normal, there’s no fundamental reason we couldn’t still have full employment; it would just require a different mix of jobs.
But that can’t happen overnight, and if we think the worst will pass in a few months, it actually makes sense for most workers in the afflicted sectors to stay where they are and not work for a little while. That also means less G.D.P., but again, so be it.
So what’s the role of economic policy here? Two things. First, reduce the pain. Universal sick leave at close to full pay should just be the start; we should also be doing what Denmark is doing, and subsidize firms that keep paying wages. We should also dramatically increase aid to the unemployed.
Second, we should be funneling money into the economy to sustain spending on things that shouldn’t be affected by the virus. Job losses brought on by inadequate overall demand serve no purpose.
None of this would or should prevent at least a few months of economic contraction. But we could do a lot to make this plague less painful economically. I wish I had any confidence that we’ll do more than a small fraction of what we should.
I vostri soldi o la vostra vita?
Newletter di Paul Krugman
Nel 2009 gli economisti Carmen Reinhart e Ken Rogoff pubblicarono un ottimo libro dal titolo brillante: “Questa volta è diverso: otto secoli di follia finanziaria”. Erano, evidentemente, sarcastici: durante ogni bolla finanziaria, quando il debito sale a livelli che storicamente hanno fatto presagire guai, gli investitori ansiosamente rassicurano sé stessi e tutti gli altri che le vecchie regole non valgono più, per poi dover soccombere quando tornano a succedere le cose di sempre.
Questa volta, tuttavia, le cose sono davvero diverse. I dati economici soltanto adesso hanno cominciato a mostrare quello che i mercati finanziari avevano già stimato, uno spettacolare crollo entro pochi mesi. Ma se il crollo – chiamiamolo ‘coronacession’? – sta chiaramente arrivando, esso è destinato ad essere diverso dalle recessioni precedenti. Tra le altre cose, mentre solitamente misuriamo il successo di una politica economica per quello che accade al PIL reale – il valore totale di beni e dei servizi che l’economia produce, corretto per l’inflazione – questa volta il PIL sarà sia un indicatore modesto del successo, sia un obbiettivo sbagliato per la politica economica.
Di sicuro, ci saranno molti parallelismi con la crisi finanziaria del 2008 e la Grande Recessione che la seguì. Ora come allora, i mercati finanziari stanno subendo un turbamento, attribuendo valori pazzeschi agli asset guidati dalla tensione finanziaria. Ora come allora, probabilmente ci sarà una gran quantità di disoccupazione gratuita, dato che i consumatori ridimensionano i loro acquisti e i lavoratori perdono il loro posto di lavoro – disoccupazione gratuita nel senso che avrebbe potuto essere evitata se il Congresso e l’Amministrazione Trump avessero fornito un adeguato stimolo economico (una anticipazione: non lo faranno).
Quello che questa volta, tuttavia, è diverso è che alcune delle cose che si vorrebbe che si facessero, che in effetti si devono fare se non si vogliono centinaia di migliaia di vittime non necessarie, temporaneamente riducono il PIL. E questo è giusto.
Il caso più evidente è che vogliamo e abbiamo bisogno che i lavoratori ammalati o potenzialmente ammalati stiano a casa, limitando la diffusione del virus. Alcuni di questi lavoratori costretti nelle loro case potranno fare i loro lavori da remoto, ma persino nel 2020 la maggioranza dei posti di lavoro richiedono la presenza fisica. Di conseguenza, siamo destinati a perdere il PIL che quei lavoratori avrebbero potuto produrre. E così sia. La produzione non è tutto.
Un aspetto leggermente più problematico sono i posti di lavoro perduti per la rarefazione dei contatti sociali di cui abbiamo bisogno per rallentare la diffusione del Covid-19. Le persone non andranno e non dovrebbero andare nei ristoranti, fare le spese non essenziali, e così via; questo lascia le persone che a cose normali lavorerebbero presso queste sedi, inattive.
La ragione per la quale questo è leggermente più problematico è che dato il momento, i lavoratori nei servizi nei settori colpiti potrebbero essere rioccupati in attività sostitutive: minori operatori nei servizi, più gente a fare le consegne. Amazon dice di aver bisogno di assumere 100.000 nuovi lavoratori per fronteggiare le crescenti domande online. Se una estrema rarefazione dei contatti sociali dovesse diventare la nuova regola, non ci sarebbe alcuna ragione insuperabile perché non si possa avere piena occupazione; si richiederebbe soltanto una diversa composizione dei posti di lavoro.
Ma questo non può avvenire nottetempo, e se pensiamo che il peggio passerà in pochi mesi, per la maggioranza dei lavoratori nei settori colpiti ha effettivamente senso che restino dove sono e non lavorino per un po’. Anche questo comporta meno PIL, ma, ancora, così sia.
Dunque, qual è in questo caso il ruolo della politica economica? Due cose. La prima, ridurre le sofferenze. Il congedo universale per malattia vicino ad una paga piena dovrebbe essere solo il punto di partenza; dovremmo fare anche quello che sta facendo la Danimarca, e sussidiare le imprese che continuano a pagare i salari. Dovremmo anche aumentare in modo vistoso l’aiuto ai disoccupati.
La seconda, dovremmo incanalare risorse finanziarie nell’economia per sostenere le spese su cose che non dovrebbero essere influenzate dal virus. La perdita di posti di lavoro provocata da una inadeguata domanda complessiva non ha alcuna ragione di essere.
Niente di questo impedirà o dovrebbe impedire almeno alcuni mesi di contrazione economica. Ma possiamo fare molto per rendere questo flagello economicamente meno doloroso. Vorrei avere un po’ di fiducia che faremo di più che non una minima parte di quello che dovremmo.
marzo 10, 2020
March 7, 2020
By Paul Krugman
If you’re a normal human being considering reading this post, fair warning: although it’s not super-technical, it’s aimed at a very wonky audience, and parts of it won’t exactly be in English. Also, it’s of limited policy relevance: the Trump administration would never consider the policy I suggest, and even a Biden administration would probably balk at going where I suggest. The only reason I’m writing about it is to get the idea out there. Oh, and I don’t think it’s very different from what Larry Summers has been saying, but I thought it might be helpful to put some stylized numbers to what I believe, and believe he believes.
OK, if you’re still with me: I hereby propose that the next U.S. president and Congress move to permanently spend an additional 2 percent of GDP on public investment, broadly defined (infrastructure, for sure, but also things like R&D and child development) — and not pay for it.
The starting point for my argument is the astonishing drop in interest rates over the past few weeks. They were historically very low even a year ago, but at the time of writing the 10-year rate was only 0.76 percent. That’s below the rates on Japanese debt during the Lost Decade:
US rates now below Japan’s during the Lost Decade. St. Louis Fed
What this tells us is that the bond market isn’t just pricing in a global recession driven by the coronavirus, but that it expects the Fed funds rate to be near zero a lot of the time looking forward. That is, the market sees a future of secular stagnation, in which the economy is in a liquidity trap, that is, a situation in which monetary policy loses most of its traction, much if not most of the time. We were in a liquidity trap for 8 of the past 12 years; the market now appears to believe that something like this is the new normal.
Conventional monetary policy doesn’t work in a liquidity trap, but fiscal policy is highly effective. The problem is that the kind of fiscal policy you really want — public investment that takes advantage of very low interest rates and strengthens the economy in the long run — is hard to get going on short notice. That’s why current proposals for fiscal stimulus, like the one advanced by Jason Furman, basically involve handing out cash — a good idea given the constraints, but a shame given the missed opportunity to invest in the future.
Hence my suggestion. Why not put investment-centered stimulus in place all the time? It would cushion the economy when adverse shocks hit. It wouldn’t be necessary to achieve full employment in better times, but it wouldn’t hurt either, given low interest rates and the need for public investment.
But, you say, what about debt? Well, that’s where the arithmetic of debt in an era of low interest rates becomes crucial to understand.
Let’s consider a stylized, round-number economy that I’ll call “America.” This economy currently has public debt equal to 100 percent of GDP. It can expect, on average, to experience nominal GDP growth of 4 percent a year, half real, half inflation. It can also expect, on average, to pay an interest rate of 2 percent on its debt. The actual numbers don’t match my example exactly — right now, growth prospects may be a bit worse than that, but interest rates are even lower. But I think this is close enough to make my point.
In the long run, fiscal policy is sustainable if it stabilizes the ratio of debt to GDP. Because interest rates are below the growth rate, our hypothetical economy can in fact stabilize the debt ratio while running persistent primary deficits (deficits not including interest payments.)
Let d be the ratio of debt to GDP, b be the primary balance as a share of GDP, r and g be the interest and growth rates, respectively. Then the equation for debt dynamics (I warned you, normal human beings) is
Change in d = -b + (r — g)*d
So in my hypothetical case, where d = 1 (debt is 100 percent of GDP), the debt ratio can be stabilized while running a primary deficit of 2 percent of GDP.
Put the interest payments back in, and this translates to a headline deficit of 4 percent of GDP. Our actual deficit is a bit bigger than that, but we could get back into that range by repealing Trump’s giveaways to corporations, which don’t seem to be doing anything for investment anyway.
OK, now let’s introduce a public investment program of 2 percent of GDP, with no pay-fors. The debt ratio will now begin to rise, but not without limit. If nothing else changes, d will eventually stabilize at 2 — debt at 200 percent of GDP.
That’s terrible, right? Um, why? Don’t tell me about the burden of paying interest on the debt — that’s already taken into account by the calculation. Maybe we’d have a debt crisis, but Japan has debt exceeding 200 percent of GDP, with no crisis in sight.
Also, “eventually” would be a long time. That little debt-dynamics equation has a convergence rate of .02, hence a half-life of 35 years. In other words, my permanent-stimulus plan would raise the debt/GDP ratio to only 150 percent by the year 2055. That’s a level the UK has exceeded for much of its modern history:
High debt isn’t new IMF
OK, there is a valid objection to my argument: I’ve just implicitly assumed that permanent fiscal stimulus wouldn’t raise the interest rate, and that’s not a safe assumption. For one thing, zero-lower-bound episodes would probably be fewer and shorter than otherwise. Also, the Fed would probably raise rates a bit further than it would have otherwise during those period when the economy isn’t in a liquidity trap.
But there would also be offsetting factors.
First, when the economy is in a liquidity trap, which now seems likely to be a large fraction of the time, the extra public investment will have a multiplier effect, raising GDP relative to what it would otherwise be. Based on the experience of the past decade, the multiplier would probably be around 1.5, meaning 3 percent higher GDP in bad times — and considerable additional revenue from that higher level of GDP. Permanent fiscal stimulus wouldn’t pay for itself, but it would pay for part of itself.
Second, if the investment is productive, it will expand the economy’s productive capacity in the long run. This is obviously true for physical infrastructure and R&D, but there is also strong evidence that safety-net programs for children make them healthier, more productive adults, which also helps offset their direct fiscal cost.
Finally, there’s fairly strong evidence of hysteresis — temporary downturns permanently or semi-permanently depress future output. Again, by avoiding these effects a sustained fiscal stimulus would partially pay for itself.
Put these things together and they probably outweigh any fiscal effect due to stimulus raising interest rates.
And here’s the thing: because a debt crisis doesn’t seem at all imminent, there will be plenty of time to reconsider if the arithmetic of infrastructure spending doesn’t turn out as favorable as I expect it will. If secular stagnation looks like less of a problem at some future date — say, during AOC’s second term in the White House — we can rethink permanent stimulus then.
Meanwhile, however, there’s a very good case for putting a sustained, productive program of stimulus in place as soon as possible, instead of scrambling to come up with short-term measures every time bad things happen. Because everything we see now says that bad times will be a very frequent occurrence.
L’argomento per uno stimolo permanente (per esperti)
Di Paul Krugman
Se siete un normale essere umano e state pensando di leggere questo post, vi metto in guardia in anticipo: sebbene esso non sia supertecnico, è rivolto ad un pubblico molto esperto, e alcune parti non saranno esattamente nella nostra lingua. Inoltre, esso ha un rilievo politico limitato: l’Amministrazione Trump non prenderà mai in esame la politica che suggerisco, e persino una Amministrazione Biden esiterebbe ad andare in quella direzione. L’unica ragione per la quale lo sto scrivendo è tirar fuori l’idea. E non pensate che sia molto diverso da tutto ciò che Larry Summers viene dicendo, anche se ho pensato che avrebbe potuto essere utile avanzare alcuni semplici numeri nei quali io credo, e nei quali suppongo creda anche lui.
Ebbene, se siete ancora qua con me: con il presente articolo io propongo che il futuro Presidente degli Stati Uniti e il Congresso si indirizzino a spendere in permanenza un 2 per cento aggiuntivo del PIL sugli investimenti pubblici (infrastrutture, certamente, ma anche cose come Ricerca e Sviluppo e sviluppo dell’infanzia) – e per tali spese non prevedano speciali coperture legali [1].
Il punto di partenza del mio argomento è la impressionante caduta dei tassi di interesse nelle poche settimane passate. Essi erano molto bassi per le serie storiche anche un anno fa, ma al momento in cui scrivo il tasso decennale era soltanto dello 0,76 per cento. Un dato che si colloca sotto i tassi sulle obbligazioni sul debito nel Decennio Perduto giapponese:
I tassi di interesse che ora sono al di sotto di quelli del Decennio Perduto del Giappone. Fed di St. Louis.
Quello che il diagramma ci dice è che il mercato delle obbligazioni non solo sta facendo prezzi in direzione di una recessione globale guidata dal coronavirus, ma si aspetta anche che il tasso dei finanziamenti della Fed si collochi vicino allo zero per molto tempo a venire. Ovvero, il mercato vede un futuro di stagnazione secolare, nel quale l’economia è in una condizione di trappola di liquidità, cioè in una situazione nella quale la politica monetaria perde molta della sua capacità di trazione, per una buona parte se non per la maggioranza del tempo. Siamo stati in una trappola di liquidità per 8 dei 12 anni passati; adesso il mercato sembra credere che questa sia la nuova regola.
La politica monetaria convenzionale non funziona in una trappola di liquidità, ma la politica della finanza pubblica è altamente efficace. Il problema è che quel genere di politica di finanza pubblica che si vorrebbe – investimenti pubblici che si avvantaggino dei tassi di interesse molto bassi e rafforzino l’economia nel lungo periodo – è difficile da ottenere con un breve preavviso. Questa è la ragione per la quale le attuali proposte per uno stimolo della spesa pubblica, come quella avanzata da Jason Furman, fondamentalmente riguardano la distribuzione di contante – una buona idea considerati i condizionamenti, ma un peccato considerata la opportunità di investire nel futuro.
Da qua il mio suggerimento. Perché non mettere in atto uno stimolo basato sugli investimenti in modo duraturo? Non sarebbe necessario per realizzare la piena occupazione in tempi migliori, ma non farebbe nemmeno danni, dati i bassi tassi di interesse e il bisogno di investimenti pubblici.
Ma, direte, cosa accade col debito? Ebbene, è lì che diventa fondamentale capire l’aritmetica del debito in un’epoca di bassi tassi di interesse.
Si consideri una semplice economia espressa da un numero tondo, che chiamerò “America”. Questa economia attualmente ha un debito pubblico pari al 100 per cento del PIL. Essa può aspettarsi, in media, di avere una crescita del PIL nominale del 4 per cento, per le metà reale e per la metà di inflazione. Può anche prevedere, in media, di pagare un tasso di interesse del 2 per cento sul suo debito. I dati effettivi non coincidono esattamente col mio esempio – in questo momento, le prospettive di crescita sono un po’ peggiori di quelle. Ma penso che essi siano abbastanza vicini da confermare il mio argomento.
Nel lungo periodo, la politica della finanza pubblica è sostenibile se essa stabilizza il rapporto tra debito e PIL. Poiché i tassi di interesse sono inferiori al tasso di crescita, la nostra ipotetica economia può di fatto stabilizzare il rapporto del debito mentre gestisce perduranti deficit primari (i deficit che non includono il pagamento degli interessi).
Consideriamo d come il rapporto del debito sul PIL, b il bilancio primario espresso come quota del PIL, r e g come i tassi di interesse e di crescita, rispettivamente. Allora l’equazione per la dinamica del debito (vi avevo avvertiti, normali essere umani) sarà:
Mutamento di d = -b + (r — g)*d
Dunque, nel mio caso ipotetico, dove d = 1 (il debito è il 100 per cento del PIL), il rapporto del debito può essere stabilizzato gestendo un deficit primario del 2 per cento del PIL.
Si inserisca la restituzione degli interessi, con il che questo si traduce in un deficit complessivo [2] pari al 4 per cento del PIL. Il nostro deficit effettivo è un po’ superiore, ma potremmo rimetterlo in riga abrogando i regali di Trump alle società, che non sembrano in ogni caso far niente per gli investimenti.
Orbene: adesso introduciamo un programma di investimenti pubblici pari al 2 per cento del PIL, senza alcuna particolare copertura [3]. Il rapporto del debito adesso comincerà a salire, ma non senza un limite. Se non cambia nient’altro, d alla fine si stabilizzerà a 2 – il debito al 200 per cento del PIL.
Terribile, vero? Ebbene, perché? Non parlatemi del peso del pagamento degli interessi sul debito – questo è già stato messo nel conto del calcolo. Forse potremmo avere una crisi del debito, ma il Giappone ha un debito che eccede il 200 per cento del PIL, senza alcuna crisi in vista.
Inoltre, “alla fine” sarebbe un tempo lungo. La piccola equazione sulla dinamica del debito ha un tasso di convergenza pari a 0,02, quindi una semivita di 35 anni. In altre parole, il mio programma di stimolo permanente eleverebbe il rapporto debito/PIL sino soltanto al 150 per cento con l’anno 2055. Si tratta di un livello che il Regno Unito ha superato per gran parte della sua storia moderna:
Un debito elevato non è una novità. FMI
È vero, c’è una obiezione valida al mio argomento: ho assunto solo implicitamente che uno stimolo permanente non avrebbe elevato il tasso di interesse, e quello è un assunto insicuro. Da una parte, episodi al limite inferiore dello zero sarebbero probabilmente più rari e più brevi che diversamente. Inoltre, la Fed probabilmente alzerebbe i tassi un po’ di più di quanto non avrebbe fatto altrimenti durante quei periodi nei quali l’economia è in una trappola di liquidità.
Ma ci sarebbero anche fattori riequilibranti.
Il primo: quando un’economia è in una trappola di liquidità, il che ora sembra probabile per una larga parte del tempo, gli investimenti pubblici aggiuntivi hanno un effetto moltiplicatore, facendo crescere il PIL in rapporto a quanto sarebbe cresciuto altrimenti. Basandoci sull’esperienza del passato decennio, il moltiplicatore probabilmente si collocherebbe attorno ad un valore di 1,5, comportando un PIL più alto del 3 per cento in periodi negativi – e da tale più elevato livello del PIL ne conseguirebbero considerevoli entrate aggiuntive. Uno stimolo permanente della finanza pubblica non si ripagherebbe da solo, ma in parte si ripagherebbe.
Il secondo: se l’investimento è produttivo, esso amplierà la capacità produttiva dell’economia nel lungo periodo. Questo è evidentemente vero per le infrastrutture fisiche e la Ricerca e Sviluppo, ma ci sono anche forti prove che programmi per le reti assistenziali per i bambini li farebbero diventare adulti più sani e più produttivi, il che contribuirebbe anche a bilanciare i loro effetti diretti sulla finanza pubblica.
Infine, c’è una prova abbastanza forte di isteresi – recessioni temporanee continue o quasi continue deprimono la produzione futura. Anche in questo caso, evitando questi effetti uno stimolo di finanza pubblica sostenuto di ripagherebbe da solo.
Mette assieme tutte queste considerazioni ed esse probabilmente eccedono ogni effetto sulla finanza pubblica derivante da un elevamento dei tassi di interesse a seguito dello stimolo.
E qua è il punto: dato che una crisi del debito non sembra affatto imminente, ci sarà tutto il tempo per riconsiderare se l’aritmetica della spesa sulle infrastrutture non si rivelerà così favorevole come io mi aspetto. Se la stagnazione secolare apparirà essere un problema minore in qualche data futura – ad esempio, durante il secondo mandato di Alexandria Ocasio-Cortez alla Casa Bianca [4] – potremo allora ripensare allo stimolo permanente.
Nel frattempo, tuttavia, c’è un ottimo argomento per mettere in atto un sostenuto programma produttivo di stimolo prima possibile, piuttosto che arrampicarci a venirne fuori con misure a breve termine ogni qual volta accadono cose negative. Perché ogni cosa che oggi constatiamo è che i tempi cattivi saranno una circostanza assai frequente.
[1] Questa traduzione la chiarisco meglio con la nota numero 3, relativa al termine tecnico usato nel linguaggio congressuale americano: “payfors”. Mi sembra che pensare che una spesa per infrastrutture, come del resto un programma di assistenza per i bambini, possa non essere “pagata” sia un non senso. Dunque mi sembra più probabile che si intenda riferirsi alla non attivazione di particolari procedure di copertura finanziaria, così come previste dalla legislazione statunitense relativa alle spese eccedenti i programmi autorizzati. Ma potrei sbagliare.
[2] Anni fa avevo scritto questa nota a proposito del termine “headline inflation”, che mi pare possa essere utile anche in questo caso:
“Headline” significa “titolo”, di un giornale o di un programma televisivo o altro. Ma il suo significato implicito (anche esplicito) di ‘sommario’ spiega il suo uso come aggettivo assieme a termini economici, come ad esempio “headline inflation” (ho trovato anche “headline unemployment”). Quindi la “headline inflation” – o i dati relativi – sta a significare “inflazione complessiva”, ovvero quella inflazione che deriva dalla stima complessiva di tutti i generi di consumo.
[3] Da quanto comprendo la regola ordinaria del Congresso degli Stati Uniti – denominata “paygo” – comporta che ogni nuova spesa sia compensata da risparmi nel programma delle spese già previste. Ma i “pay-fors” cosituiscono le eccezioni a questa regola, ad esempio nei casi di calamità naturali, o di misure eccezionali di stimolazione dell’economia. Quindi, se non sbaglio, la assenza di qualsiasi “pay-fors” (“without no pay-fors”) significa in pratica senza alcuna copertura legale. Resta da capire come questo sia possibile con le esistenti regole del Congresso.
[4] Dopo aver perlustrato una paginata di possibili significati della sigla AOC, ne concludo che il nome della famosa congressista progressista americana sia la soluzione più probabile. Di sicuro è una soluzione abbastanza ironica, giacché le chance della Ocasio sono praticamente nulle; ma questo rende possibile lo “scherzo” di Krugman. Certo più probabile che “Age of consent” (l’età per esser legalmente idonei ad atti sessuali) oppure del Club degli Ornitologi di Adelaide!
marzo 4, 2020
March 3, 2020
Markets were in a state of near panic, deeply worried about the economic outlook. But then the Federal Reserve stepped up: its chairman issued a statement strongly suggesting that he would cut interest rates. And the market experienced a huge relief rally.
No, I’m not talking about Monday’s big market bump. I’m talking about Dec. 5, 2000, in the middle of what we now remember as the bursting of the dot-com bubble. (Actually, I wonder if some of my readers are too young even to remember that?) The Fed chairman in question was Alan Greenspan; his remarks sent the tech-heavy Nasdaq soaring 10.5 percent in a day, while broader stock indexes also rose by several points.
The relief was, however, short-lived. Stocks quickly began falling again. The Nasdaq wouldn’t regain the level it reached on Greenspan Day until, wait for it, 2012.
I’m not making a stock market prediction here; that’s a mug’s game (and sometimes I’ve been the mug). I’m just trying to put Monday’s rally into perspective.
The thing is, markets actually had more reason to place faith in Alan Greenspan 2000 than they do to have faith in Jerome Powell 2020, because Greenspan had a lot more ammunition. The short-term interest rates the Fed effectively controls were above 6 percent in late 2000, and the Fed ended up cutting rates by about 5 percentage points — which was, it turned out, still not enough to prevent a big stock slump and a recession.
Before today’s rate cut, the Fed only had around 1.5 percent, leaving far less room to cut. And the Fed’s counterparts abroad are in even worse shape: short-term interest rates in Europe are actually negative, so the European Central Bank has basically no room at all to cut further.
So why did markets get all giddy over the prospect of central bank stimulus? Bear in mind, also, that it was always a given that the Fed would cut rates if the coronavirus looked likely to do serious economic damage. So there wasn’t even much news on that front.
What probably happened, instead, was that talk of Fed easing provided a convenient peg on which to hang a story that was mostly about herd behavior.
My view of markets was shaped long ago by a classic analysis Robert Shiller — who later won a richly deserved Nobel Prize — did of the huge October 1987 stock crash, which came out of the blue. After the fact people tried to come up with various explanations of the crash, but Shiller managed to interview a large number of traders in real time, as the crash was happening. He found, basically, that traders were selling because other traders were selling; it was essentially a self-reinforcing selling panic.
What happened Monday was basically a self-reinforcing buying panic.
But were last week’s big sell-offs equally irrational? Probably. There was some real news about the coronavirus, but probably not enough to justify the sheer scale of the decline.
So what happens next? When it comes to the markets, I have no idea. But when it comes to the underlying economics, we know two things. First, the coronavirus is looking more and more like a serious blow to the economy. Second, as I’ve already pointed out, the Fed and its counterparts don’t have much room to respond.
I’ve been saying for a while that I didn’t know when the economy would next face a serious bump in the road, but I did know that our shock absorbers were pretty much shot. Well, here comes the bump. Brace yourself.
Possono la Fed ed i suoi soci salvare l’economia?
Newsletter di Paul Krugman
I mercati erano in uno stato vicino al panico, profondamente preoccupati sulle previsioni per l’economia. Ma allora si fece avanti la Federal Reserve: il suo Presidente diffuse una dichiarazione indicando con forza che avrebbe tagliato i tassi di interesse. E il mercato conobbe una vasta ripresa di ottimismo.
No, non sto parlando del grande sobbalzo del mercato di lunedì. Sto parlando del 5 dicembre del 2000, nel bel mezzo di quella che oggi ricordiamo come l’esplosione della bolla del settore del commercio elettronico (in realtà, mi chiedo se alcuni dei miei lettori non siano troppo giovani per ricordarsene). Il Presidente in questione della Fed era Alan Greenspan; le sue osservazioni provocarono un’impennata dell’indice tecnologico del Nasdaq del 10,5 per cento in un giorno, mentre anche gli indici azionari più generici salirono di vari punti.
Il sollievo fu tuttavia di breve durata. In breve tempo le azioni cominciarono rapidamente a scendere di nuovo. Il Nasdaq non avrebbe riguadagnato il livello raggiunto nel Giorno di Greenspan sino, pensate un po’, al 2012.
In questo caso non sto facendo una previsione sul mercato azionario; quello è un gioco da babbei (e talvolta il babbeo sono stato io). Sto solo cercando di collocare la ripresa di lunedì in una prospettiva.
Il punto è: effettivamente i mercati avevano più ragioni di avere fiducia in Alan Greenspan nel 2000 di quante non ne abbiano oggi con Jerome Powell, dato che Greenspan aveva molte più munizioni. I tassi di interesse a breve termine sotto il controllo della Fed erano superiori al 6 per cento sulla fine del 2000, e la Fed finì per tagliare i tassi di circa 5 punti percentuali – il che, si scoprì, era ancora insufficiente ad impedire un grande crollo delle azioni e una recessione.
Prima del taglio dei tassi di oggi, la Fed aveva soltanto circa l’1,5 per cento, il che lascia molto meno spazio per i tagli. E gli omologhi della Fed all’estero sono in condizioni persino peggiori: i tassi di interesse in Europa sono effettivamente negativi, cosicché la Banca Centrale Europea non ha fondamentalmente nessuno spazio per tagliarli ulteriormente.
Perché dunque i mercati sono rimasti tutti impressionati dalla prospettiva di uno stimolo della banca centrale? Si tenga anche a mente che era sempre stato considerato un dato di fatto che la Fed avrebbe tagliato i tassi al momento in cui fosse apparso probabile che il coronavirus poteva provocare un serio danno economico. Dunque, su quel fronte non c’erano neppure tante novità.
Quello che, invece, probabilmente è accaduto è che il parlare di facilitazioni da parte della Fed ha fornito un comodo aggancio sul quale appendere una narrazione che ha soprattutto riguardato il comportamento gregario.
Il mio punto di vista sui mercati si è formato molto tempo fa sulla base di una classica analisi che Robert Shiller – che in seguito ottenne un Premio Nobel completamente meritato – fece del grande crollo azionario del 1987, che scoppiò inaspettatamente. A cose fatte le persone cercarono di congetturare varie spiegazioni del crollo, ma Shiller aveva provato a intervistare in tempo reale un gran numero di operatori, nel mentre il crollo era in corso. Fondamentalmente, egli scoprì che gli operatori stavano vendendo perché altri operatori stavano vendendo; fu essenzialmente un panico di vendite che si auto rafforzava.
Quello che è accaduto lunedì è stato fondamentalmente un panico di acquisti che si è auto rafforzato.
Ma le grandi svendite della settimana scorsa non erano egualmente irrazionali? Probabilmente. C’erano state alcune reali notizie sul coronavirus, ma probabilmente non sufficienti a giustificare l’intera dimensione del declino.
Dunque, cosa accadrà successivamente? Se si parla dei mercati, non ne ho idea. Ma se si parla dell’economia sottostante, so due cose. La prima, il coronavirus assomiglia sempre di più ad una seria tempesta sull’economia. La seconda, come ho già messo in evidenza, la Fed ed i suoi omologhi non hanno molto margine di risposta.
Era da un po’ che dicevo di non sapere quando l’economia sarebbe di nuovo incappata in un serio sobbalzo nel suo percorso, ma che sapevo che i nostri ammortizzatori erano abbastanza scarichi. Ebbene, ecco il sobbalzo. Tenetevi forte.
febbraio 25, 2020
Feb 25, 2020
We’re not ready for a pandemic,
by Paul Krugman
This is the way the world ends. This is the way the world ends. This is the way the world ends. Not with a bang, but with a virus.
OK, it’s not that bad — or at least I don’t think it is. The coronavirus isn’t the Black Death; so far there’s no reason to believe that it will be remotely as deadly as the influenza epidemic that swept the world in 1918-19, killing as many as 50 million people.
But that said, we’ve clearly missed whatever chance we had of containing the disease’s spread. And it’s going to be seriously disruptive.
For some reason markets, which had been weirdly complacent for weeks, decided to panic yesterday. I don’t know why it took so long, but there are three good reasons to be very worried about the economic impact of what isn’t yet officially a pandemic, but is obviously headed for that status.
First, we have a deeply interdependent world economy, and China — still the epicenter of the pandemic, although this thing is going global fast — plays a very big role in world manufacturing. The last time we saw a comparable event — the SARS outbreak of 2002-3 — China accounted for around 7 percent of world manufacturing. Now it’s more than a quarter, and a lot of production around the world depends on Chinese components.
And I’m not just talking about iPhones and all that. China, it turns out, supplies some of the crucial raw materials used in modern pharmaceuticals. This virus won’t just disrupt world trade, it will disrupt the medical response.
Second, the world economy is poorly prepared to handle an adverse shock of any kind. Unemployment may be low — it’s especially low in the United States, but even in Europe it’s low by historical standards. But we’ve only been able to get close to full employment thanks to extremely low interest rates, which means that there’s very little room to cut rates further if something goes wrong. And the coronavirus looks like something.
True, we could respond with fiscal stimulus — public spending and other measures to prop up demand. In fact, that’s what the Chinese are doing. But the West seems paralyzed by ideology. In America, Republicans seem incapable of coming up with any proposal that doesn’t involve tax cuts for the rich. In Europe, the Germans still treat economics as a branch of moral philosophy; saving is virtuous, and nobody can convince them that sometimes you need to spend.
Finally, the Trump administration seems both woefully and willfully unprepared to deal with a public health crisis. President Obama created a global disease “czar” to deal with Ebola; Trump eliminated the position, and substantially cut funding for the Centers for Disease Control, because his administration didn’t consider pandemics a significant national security threat. So who’s going to take charge if things get really scary? Jared Kushner?
Two indicators of the seriousness with which our current leadership is confronting the risks: Rush Limbaugh, recent recipient of the Presidential Medal of Freedom, dismisses the coronavirus as just the common cold, being “weaponized” against Donald Trump. And Larry Kudlow, the administration’s top economist, responded to the market’s fears by … urging Americans to buy stocks.
We still don’t know how big a deal this virus will turn out to be. But there are good reasons to be seriously scared.
Non siamo pronti per una pandemia,
di Paul Krugman
Questo è il modo in cui il mondo finisce. Questo è il modo in cui il mondo finisce. Questo è il modo in cui il mondo finisce. Non con uno schianto, ma con un virus.
Va bene, non è così pessimo – o almeno non penso che lo sia. Il coronavirus non è la Morte Nera; sinora non c’è ragione di credere che esso sia neanche lontanamente così letale come l’epidemia di influenza che dilagò nel mondo nel 1918-19, provocando 50 milioni di morti.
Ma, ciò detto, ci siamo evidentemente persi qualsiasi possibilità che avevamo di contenere la diffusione della malattia. Che sta diventando seriamente dirompente.
Per qualche ragione i mercati, che erano stati per settimane stranamente compiaciuti, ieri hanno deciso di entrare nel panico. Non so perché ci sia voluto così tanto, ma ci sono tre buone ragioni per essere davvero preoccupati per l’impatto economico di quella che non è ancora ufficialmente una pandemia, ma è chiaramente indirizzata in quel senso.
La prima, abbiamo una economia mondiale profondamente interdipendente, e la Cina – ancora l’epicentro della pandemia, sebbene stia diventando rapidamente globale – gioca un ruolo molto grande nelle manifatture globali. L’ultima volta che assistemmo ad un evento paragonabile – lo scoppio della SARS nel 2002-3 – la Cina pesava il 7 per cento delle manifatture globali. Oggi è più di un quarto di esse e gran parte della produzione in tutto il mondo dipende dalle componenti cinesi.
Non sto solo parlando degli Iphone e di cose del genere. Si scopre che la Cina fornisce alcune delle principali materie prime utilizzate nei prodotti farmaceutici moderni. Questo virus non provocherà soltanto un turbamento nel commercio mondiale, provocherà un disordine anche nelle risposte sanitarie.
La seconda, l’economia del mondo è poco preparata a gestire un trauma negativo di qualsiasi natura. La disoccupazione può essere bassa – è particolarmente bassa negli Stati Uniti, ma persino in Europa è bassa per le serie storiche. Ma siamo capaci di avvicinarci alla piena occupazione solo grazie a tassi di interesse estremamente bassi, il che significa che c’è poco spazio per tagliare ulteriormente i tassi se qualcosa va storto. E il coronavirus assomiglia a quel qualcosa.
È vero, potremmo rispondere con uno stimolo della finanza pubblica – la spesa pubblica ed altre misure per sostenere la domanda. Di fatto, è quello che stanno facendo i cinesi. Ma l’Occidente sembra paralizzato dall’ideologia. In America, i repubblicani sembrano incapaci di venir fuori con qualsiasi proposta che non comprenda gli sgravi fiscali ai ricchi. In Europa, la Germania ancora tratta l’economia come un ramo della filosofia morale; risparmiare è la virtù, e nessuno li può convincere che qualche volta c’è bisogno di spendere.
Infine, l’Amministrazione Trump sembra sia tristemente che deliberatamente impreparata a gestire una crisi della sanità pubblica. Il Presidente Obama istituì un dirigente con pieni poteri delle malattie globali per misurarsi con l’Ebola; Trump ha eliminato quella funzione ed ha sostanzialmente tagliato i finanziamenti ai Centri per il Controllo delle Malattie, perché la sua Amministrazione non considera le pandemie una minaccia significativa alla sicurezza nazionale. Dunque, chi è destinato a farsene carico se le cose diventano davvero allarmanti? Jared Kushner?
Due indicatori della serietà con la quale i nostri attuali dirigenti stanno affrontando i rischi: Rush Limbaugh, recentemente premiato con la Medaglia Presidenziale della Libertà, ha liquidato il coronavirus alla stregua di un comune raffreddore, dato che verrebbe utilizzato come un “arma impropria” contro Donald Trump. E Larry Kudlow, il principale economista della Amministrazione, ha risposto alle paure dei mercati … sollecitando gli americani ad acquistare azioni.
Non sappiamo ancora quanto questo virus si scoprirà essere una questione grave. Ma ci sono buone ragioni per essere seriamente allarmati.
febbraio 12, 2020
Feb 7, 2020
By Paul Krugman
In 1961, America faced what conservatives considered a mortal threat: calls for a national health insurance program covering senior citizens. In an attempt to avert this awful fate, the American Medical Association launched what it called Operation Coffee Cup, a pioneering attempt at viral marketing.
Here’s how it worked: Doctors’ wives (hey, it was 1961) were asked to invite their friends over and play them a recording in which Ronald Reagan explained that socialized medicine would destroy American freedom. The housewives, in turn, were supposed to write letters to Congress denouncing the menace of Medicare.
Obviously the strategy didn’t work; Medicare not only came into existence, but it became so popular that these days Republicans routinely (and falsely) accuse Democrats of planning to cut the program’s funding. But the strategy — claiming that any attempt to strengthen the social safety net or limit inequality will put us on a slippery slope to totalitarianism — endures.
And so it was that Donald Trump, in his State of the Union address, briefly turned from his usual warnings about scary brown people to warnings about the threat from socialism.
What do Trump’s people, or conservatives in general, mean by “socialism”? The answer is, it depends.
Sometimes it means any kind of economic liberalism. Thus after the SOTU, Steven Mnuchin, the Treasury secretary, lauded the Trump economy and declared that “we’re not going back to socialism” — i.e., apparently America itself was a socialist hellhole as recently as 2016. Who knew?
Other times, however, it means Soviet-style central planning, or Venezuela-style nationalization of industry, never mind the reality that there is essentially nobody in American political life who advocates such things.
The trick — and “trick” is the right word — involves shuttling between these utterly different meanings, and hoping that people don’t notice. You say you want free college tuition? Think of all the people who died in the Ukraine famine! And no, this isn’t a caricature: Read the strange, smarmy report on socialism that Trump’s economists released last fall; that’s pretty much how its argument goes.
So let’s talk about what’s really on the table.
Some progressive U.S. politicians now describe themselves as socialists, and a significant number of voters, including a majority of voters under 30, say they approve of socialism. But neither the politicians nor the voters are clamoring for government seizure of the means of production. Instead, they’ve taken on board conservative rhetoric that describes anything that tempers the excesses of a market economy as socialism, and in effect said, “Well, in that case I’m a socialist.”
What Americans who support “socialism” actually want is what the rest of the world calls social democracy: A market economy, but with extreme hardship limited by a strong social safety net and extreme inequality limited by progressive taxation. They want us to look like Denmark or Norway, not Venezuela.
And in case you haven’t been there, the Nordic countries are not, in fact, hellholes. They have somewhat lower G.D.P. per capita than we do, but that’s largely because they take more vacations. Compared with America, they have higher life expectancy, much less poverty and significantly higher overall life satisfaction. Oh, and they have high levels of entrepreneurship — because people are more willing to take the risk of starting a business when they know that they won’t lose their health care or plunge into abject poverty if they fail.
Trump’s economists clearly had a hard time fitting the reality of Nordic societies into their anti-socialist manifesto. In some places they say that the Nordics aren’t really socialist; in others they try desperately to show that despite appearances, Danes and Swedes are suffering — for example, it’s expensive for them to operate a pickup truck. I am not making this up.
What about the slippery slope from liberalism to totalitarianism? There’s absolutely no evidence that it exists. Medicare didn’t destroy freedom. Stalinist Russia and Maoist China didn’t evolve out of social democracies. Venezuela was a corrupt petrostate long before Hugo Chávez came along. If there’s a road to serfdom, I can’t think of any nation that took it.
So scaremongering over socialism is both silly and dishonest. But will it be politically effective?
Probably not. After all, voters overwhelmingly support most of the policies proposed by American “socialists,” including higher taxes on the wealthy and making Medicare available to everyone (although they don’t support plans that would force people to give up private insurance — a warning to Democrats not to make single-payer purity a litmus test).
On the other hand, we should never discount the power of dishonesty. Right-wing media will portray whomever the Democrats nominate for president as the second coming of Leon Trotsky, and millions of people will believe them. Let’s just hope that the rest of the media report the clean little secret of American socialism, which is that it isn’t radical at all.
Trump e la minaccia socialista,
di Paul Krugman
Nel 1961 l’America era di fronte a quella che i conservatori consideravano una minaccia mortale: le richieste per un programma nazionale di assicurazione sanitaria che proteggesse i cittadini più anziani. Nel tentativo di evitare questo orribile destino, la Associazione Medica Americana lanciò quella che chiamò l’Operazione tazza di caffè, un tentativo pionieristico di comunicazione virale.
Ecco come funzionava: alle mogli dei dottori (beh, eravamo nel 1961) veniva chiesto di invitare le loro amiche e di far sentire loro una registrazione nella quale Ronald Reagan spiegava che la medicina socializzata avrebbe distrutto la libertà americana. Si supponeva che le casalinghe, a loro volta, scrivessero lettere al Congresso per denunciare la minaccia di Medicare.
Naturalmente la strategia non ebbe effetto; non solo Medicare entrò in funzione, ma divenne così popolare che in questi giorni i repubblicani accusano ordinariamente (e falsamente) i democratici di avere in programma il taglio ai finanziamenti del programma. Ma la strategia – pretendere che ogni tentativo di rafforzare le reti della sicurezza sociale o di limitare l’ineguaglianza ci metterà su una china scivolosa verso il totalitarismo – persiste.
E così è accaduto che Donald Trump, nel suo Discorso sullo Stato dell’Unione, si è brevemente allontanato dai suoi consueti ammonimenti sulla allarmante gente di colore per mettere in guardia sulla minaccia del socialismo.
Che cosa intendono i collaboratori di Trump, o i conservatori in generale, per “socialismo”? La risposta è: dipende.
Talvolta intendono ogni tipo di progressismo economico. Così, dopo il Discorso sullo Stato dell’Unione, Steven Mnuchin, il Segretario al Tesoro, ha elogiato l’economia di Trump ed ha dichiarato che “non stiamo tornando al socialismo” – come a dire che l’America stessa era un inferno socialista ancora nel 2016. Chi lo sapeva?
Altre volte, tuttavia, intendono la pianificazione centralizzata di stile sovietico, o la nazionalizzazione delle industrie di stile venezuelano, a prescindere dal fatto che non ci sia sostanzialmente nessuno nella vita politica americana che sostenga cose del genere.
Il trucco – e “trucco” è la parola giusta – consiste nel fare la spola tra questi due significati completamente diversi, sperando che la gente non se ne accorga. Dite di volere l’iscrizione gratuita alle università? Pensate a tutte le persone che morirono nella carestia in Ucraina! E questa non è affatto una caricatura: si legga lo strano, viscido rapporto sul socialismo che gli economisti di Trump hanno pubblicato lo scorso autunno; è sostanzialmente quello il modo in cui procede la loro tesi.
Dunque, parliamo di quello che è davvero sul tavolo.
Alcuni uomini politici statunitensi di orientamento progressista si descrivono come socialisti, e un significativo numero di elettori, inclusa una maggioranza di quelli che sono sotto i trent’anni, dicono di approvare il socialismo. Ma né gli uomini politici né gli elettori stanno reclamando la proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Stanno piuttosto facendo propria la retorica conservatrice che considera tutto quello che tempera gli eccessi della economia di mercato come socialismo, e dicono in sostanza: “Ebbene, in quel caso io sono un socialista”.
Quello che gli americani che sostengono il “socialismo” effettivamente vogliono è quello che il resto del mondo chiama socialdemocrazia: una economia di mercato, ma con le avversità estreme limitate da una forte rete di protezione sociale e con l’estrema ineguaglianza limitata da una tassazione progressiva. Vogliono che si assomigli alla Danimarca e alla Norvegia, non al Venezuela.
E, nel caso non ci siate stati, i paesi nordici non sono affatto un inferno. Hanno un PIL procapite un po’ più basso del nostro, ma in gran parte perché si prendono più vacanze. Al confronto con l’America, hanno una aspettativa di vita più elevata, molta meno povertà ed un significativamente più alto compiacimento generale per la loro esistenza. Inoltre, hanno livelli più elevati di imprenditorialità – perché le persone sono più disponibili a prendersi dei rischi nell’avviare imprese quando sanno che, se falliscono, non perderanno la loro assistenza sanitaria e non precipiteranno nella povertà più degradante.
Gli economisti di Trump hanno chiaramente un bel daffare nell’inquadrare le società nordiche nel loro manifesto antisocialista. In alcuni passaggi dicono che i nordici non sono realmente socialisti; in altri cercano disperatamente di dimostrare che, a dispetto delle apparenze, i danesi e gli svedesi stanno soffrendo – ad esempio, per loro è costoso mantenersi un pickup. Non me lo sto inventando.
Che dire della china scivolosa dal progressismo al totalitarismo? Non c’è assolutamente alcuna prova della sua esistenza. Medicare non distrusse la libertà. La Russia stalinista e la Cina Maoista non vennero fuori da socialdemocrazie. Il Venezuela era un corrotto stato petrolifero assai prima che arrivasse Hugo Chavez. Se esiste una strada per la servitù, non mi viene in mente alcuna nazione che l’abbia imboccata.
Dunque, seminare paure sul socialismo è nello stesso tempo sciocco e disonesto. Ma sarà efficace, politicamente?
Probabilmente no. Dopo tutto, gli elettori sostengono in modo schiacciante la maggioranza delle politiche proposte dai “socialisti” americani, incluse tasse più elevate sui ricchi e far diventare Medicare disponibile per tutti (sebbene non sostengano programmi che costringerebbero la gente a lasciare le assicurazioni private – la qual cosa è una messa in guardia per i democratici a non far diventare la purezza di un sistema centralizzato di pagamenti una cartina di tornasole).
D’altra parte, non dovremmo mai sottovalutare il potere della disonestà. I media della destra descriveranno chiunque i democratici nominino per la Presidenza come una reincarnazione di Leone Trotzkj, e milioni di persone ci crederanno. Possiamo solo sperare che il resto dei media riferiscano il piccolo segreto pulito del socialismo americano, che consiste nel fatto che non ha niente di estremistico.
febbraio 3, 2020
Jan 31, 2020
By Paul Krugman
At this point, the Democratic presidential nomination is very much up in the air. Not only is it unclear who will be the nominee; it’s unclear whether the nominee will be a centrist like Joe Biden or Amy Klobuchar, or a representative of the party’s left like Bernie Sanders or Elizabeth Warren. Whoever wins, there will be much wailing and gnashing of teeth from the other side.
So I’d like to offer an opinion that will probably anger everyone: In terms of actual policy, it probably doesn’t matter much who the Democrats nominate — as long as he or she wins, and Democrats take the Senate too.
If you’re a centrist worried about the gigantic spending increases Sanders has proposed, calm down, because they won’t happen. If you’re a progressive worried that Biden might govern like a Republican, you should also calm down, because he wouldn’t.
In practice, any Democrat would probably preside over a significant increase in taxes on the wealthy and a significant but not huge expansion of the social safety net. Given a Democratic victory, a much-enhanced version of Obamacare would almost certainly be enacted; Medicare for All, not so much. Given a Democratic victory, Social Security and Medicare would be protected and expanded; Paul Ryan-type cuts wouldn’t be on the table.
Why do I say this? Consider first the lessons from three years of Donald Trump.
In 2016 Trump ran as a different kind of Republican, promising that unlike other candidates, he wouldn’t cut slash social programs and cut taxes on the rich. But it was all a lie. Aside from his trade war, Trump’s economic policies have been straight right-wing orthodoxy: huge tax cuts for corporations and the wealthy, attempts to take health care away from tens of millions of Americans. And lately he has been talking about possible cuts to Social Security and Medicare.
The point is that even though Trump commands humiliating personal subservience from his party, he hasn’t caused any significant shift in its policy priorities.
Now, the Democratic Party is very different from the G.O.P. — it’s a loose coalition of interest groups, not a monolithic entity answering to a handful of billionaires allied with white nationalists. But this if anything makes it even harder for a Democratic president to lead his or her party very far from its political center of gravity, which is currently one of moderate progressivism.
It’s still far from clear who will come out on top in the primary, but it’s enough to think about what would happen if either of the two current front-runners, Bernie Sanders or Joe Biden, were to become president — and also have strong enough coattails to produce a Democratic Senate, because otherwise nothing will happen.
Sanders has a hugely ambitious agenda; Medicare for All is just part of it. Paying for that agenda would be difficult — no, Modern Monetary Theory wouldn’t actually do away with the fiscal constraint. So turning Sanders’s vision into reality would require large tax increases, not just on the wealthy, but on the middle class; without those tax increases it would be highly inflationary.
But not to worry: it won’t happen. Even if he made it to the White House, Sanders would have to deal with a Congress (and a public) considerably less radical than he is, and would be obliged to settle for a more modest progressive agenda.
It’s true that Sanders enthusiasts believe that they can rally a hidden majority of Americans around an aggressively populist agenda, and in so doing also push Congress into going along. But we had a test in the midterm elections: Progressives ran a number of candidates in Trump districts, and if even one of them had won they would have claimed vindication for their faith in transformative populism. But none did; the sweeping Democratic victory came entirely from moderates running conventional campaigns.
The usual take on this progressive setback is that it raises questions about Sanders’s electability. But it also has a very different implication: Moderates worried about a radical presidency should cool it. A President Sanders wouldn’t be especially radical in practice.
What about Joe Biden? The Sanders campaign has claimed that Biden endorsed Paul Ryan’s plans for sharp cuts in Social Security and Medicare; that claim is false. What is true is that in the past Biden has often been a Very Serious Person going along with the Beltway consensus that we need “adjustments” — a euphemism for at least modest cuts — in Social Security. (Actually, if you go back a ways, Sanders turns out to have said similar things.)
But the Democratic Party as a whole has moved left on these issues, and Biden has moved with it. Even if he has a lingering desire to strike a Grand Bargain with Republicans — which I doubt — he would face such a huge intraparty backlash that he would be forced to back off.
So in terms of policy, here’s what I think would happen if Sanders wins: we’ll get a significant but not gigantic expansion of the social safety net, paid for by significant new taxes on the rich.
On the other hand, if Biden wins, we’ll get a significant but not gigantic expansion of the social safety net, paid for by significant new taxes on the rich.
One implication, if I’m right, is that electability should play a very important role in your current preferences. It matters hugely whether a Democrat wins, it matters much less which Democrat wins.
But my main point is that Democrats should unify, enthusiastically, behind whoever gets the nomination. Any moderate tempted to become a Never Bernie type should realize that even if you find Sanders too radical, his actual policies would be far more tempered. Any Sanders enthusiast tempted to become a Bernie or Bust type should realize that these days even centrist Dems are pretty progressive, and that there’s a huge gap between them and Trump’s GOP.
Oh, and all the Democrats believe in democracy and rule of law, which is kind of important these days.
É importante chi scelgono i democratici?
Di Paul Krugman
A questo punto, ha un gran successo la scelta del candidato presidenziale dei democratici. Non solo non è chiaro chi sarà nominato; non è chiaro se ad essere scelto sarà un centrista come Joe Biden o Amy Klobuchar, o un rappresentante della sinistra del partito come Bernie Sanders o Elizabeth Warren. Chiunque vinca, ci saranno molti pianti disperati e digrignare dei denti [1] dalla parte avversa.
Dunque, sono tentato di offrire la mia opinione che probabilmente farà arrabbiare tutti: in termini di effettiva politica, probabilmente non è importante chi viene nominato dai democratici – che sia uomo o donna e nell’ipotesi che i democratici si aggiudichino anche il Senato.
Se siete un centrista preoccupato dei giganteschi aumenti della spesa proposti da Sanders, state pur calmi perché non accadrà. Se siete progressisti preoccupati che Biden possa governare come un repubblicano, anche voi dovreste star calmi, perché non lo farà.
In pratica, ogni democratico probabilmente sarebbe in carica come Presidente nel contesto di un significativo aumento delle tasse sui ricchi e di un significativo ma non enorme ampliamento delle reti della sicurezza sociale. Nel caso di una vittoria democratica, una versione assai potenziata della riforma sanitaria di Obama verrà quasi certamente deliberata; lo stesso non si può dire per Medicare-per-tutti. Nel caso di una vittoria dei democratici, la Previdenza Sociale e Medicare verranno protetti ed ampliati; un individuo come Paul Ryan non sarebbe al tavolo.
Perché lo dico? Si considerino anzitutto le lezioni dei tre anni di Donald Trump.
Nel 2016 Trump correva come un repubblicano di tipo diverso, promettendo che diversamente da altri candidati, egli non avrebbe tagliato e sfregiato i programmi sociali e non avrebbe tagliato le tasse sui ricchi. Ma era una bugia totale. A parte la sua guerra commerciale, le politiche economiche di Trump hanno rappresentato la convenzionale ortodossia della destra: ampi tagli fiscali per le società e i ricchi, tentativi di togliere l’assistenza sanitaria a decine di milioni di americani. E di recente sta parlando di possibili tagli alla Previdenza Sociale e a Medicare.
Il punto è che nonostante che Trump imponga un umiliante ossequio alla sua persona da parte del suo partito, egli non ha provocato uno spostamento significativo nelle sue priorità politiche.
Ora, il Partito Democratico è molto diverso da quello repubblicano – è una vaga coalizione di gruppi di interesse, non una entità monolitica che risponde ad una manciata di miliardari alleati dei nazionalisti bianchi. Ma questo semmai rende anche più arduo per un Presidente democratico, uomo o donna che sia, guidare il suo partito molto lontano dal suo centro di gravità politico, che attualmente è un progressismo moderato.
È ancora tutt’altro che chiaro chi finirà in testa nelle primarie, ma è sufficiente ragionare su cosa accadrà se uno dei due attuali favoriti, Bernie Sanders o Joe Biden, dovesse diventare Presidente – e se anche avesse sufficiente consenso da dar vita ad un Senato democratico, perché altrimenti non succederebbe niente.
Sanders ha una agenda estremamente ambiziosa: Medicare-per-tutti è solo una parte di essa. Finanziare quella agenda sarebbe difficile – in realtà, neppure la Teoria Monetarista Moderna eliminerebbe i vincoli alla finanza pubblica. Dunque, tradurre la visione di Sanders in realtà richiederebbe grandi aumenti delle tasse, non solo sui ricchi, ma sulla classe media; senza quegli aumenti delle tasse essa sarebbe altamente inflazionistica.
Ma non preoccupatevi: non accadrà. Anche se conquistasse la Casa Bianca, Sanders dovrebbe misurarsi con un Congresso (e con una opinione pubblica) considerevolmente meno radicale di lui, e sarebbe obbligato a convergere su una agenda progressista più moderata.
È vero che gli entusiasti di Sanders credono di poter raggruppare una maggioranza nascosta di americani attorno ad una agenda aggressivamente populista, e facendo così anche di spingere il Congresso a seguirli. Ma abbiamo avuto un test nelle elezioni di medio termine: i progressisti hanno sfidato nei distretti elettorali un certo numero di candidati di Trump, e se anche solo uno di essi avesse vinto avrebbero sostenuto di essere stati premiati dalla loro fiducia in un populismo trasformatore. Ma non ha vinto nessuno di loro: la vittoria schiacciante dei democratici è venuta interamente da moderati che concorrevano in campagne elettorali convenzionali.
L’opinione consueta su questo inconveniente progressista è che esso solleva dubbi sulla idoneità di Sanders ad essere eletto. Ma ha anche una implicazione molto diversa: i moderati preoccupati di una presidenza radicale dovrebbero darsi una calmata. In pratica, un Presidente Sanders non sarebbe particolarmente radicale.
Che dire di Joe Biden? L’organizzazione elettorale di Sanders ha sostenuto che Biden appoggiava i programmi di Paul Ryan per bruschi tagli alla Previdenza Sociale e a Medicare; quella pretesa è falsa. Quello che è vero è che nel passato Biden è stato spesso una Persona Molto Seria [2], che andava dietro all’unanimismo della Capitale secondo il quale avevamo bisogno di “correzioni” alla Previdenza Sociale – un eufemismo per tagli almeno modesti (in realtà, se si torna molto indietro, si scopre che Sanders aveva detto cose simili [3]).
Ma su questi temi il Partito Democratico nel suo complesso si è spostato a sinistra, e Biden si è spostato assieme ad esso. Anche se egli avesse un persistente desiderio di raggiungere una Grande Intesa con i repubblicani – della qual cosa dubito – riceverebbe un tale contraccolpo all’interno del partito che sarebbe costretto a tirarsi indietro.
Dunque, in termini di realizzazioni politiche, ecco quello che io penso accadrebbe se vince Sanders: avremo una significativa ma non gigantesca espansione delle reti della sicurezza sociale, pagata da significative nuove tasse sui ricchi.
D’altra parte, se vince Biden, avremo una significativa ma non gigantesca espansione delle reti della sicurezza sociale, pagata da significative nuove tasse sui ricchi.
Se ho ragione, una implicazione è che l’idoneità ad essere eletti dovrebbe giocare un ruolo molto importante nelle vostre attuali preferenze [4]. È molto importante che vinca un democratico, è molto meno importante quale democratico vince.
Ma il mio argomento principale è che i democratici dovrebbero stare uniti, appassionatamente, dietro chiunque ottenga la nomina. Ogni moderato tentato di diventare un “mai con Bernie” dovrebbe comprendere che anche se si considera Sanders troppo radicale, le sue effettive politiche sarebbero più temperate. Ogni entusiasta di Sanders tentato di diventare un “Bernie o il disastro” dovrebbe comprendere che di questi tempi persino i centristi democratici sono abbastanza progressisti, e che c’è un abisso tra loro e il Partito Repubblicano di Trump.
Infine, tutti i democratici credono nella democrazia e nello stato di diritto, la qual cosa di questi tempi è importante.
[1] Dal Vangelo di Matteo, laddove Gesù descrive cosa accadrà il Giorno del Giudizio, quando coloro che hanno offeso Dio saranno allontanati dal suo Regno, gettati in una fornace di fuoco e “ci saranno grida disperate e un gran digrignare dei denti”.
[2] Per questa espressione un tempo consueta di Krugman, vedi le note sulla Traduzione.
[3] La notizia è desunta da un commento del New York Times dello scorso gennaio, che si riferisce ad un articolo di Sanders nel lontano 1994, quando anch’egli aveva utilizzato il ragionamento sulla inevitabilità di “correzioni” alla Previdenza Sociale, diminuendo i sussidi o aumentando le tasse.
[4] Sembra una frase un po’ ambigua, se si presuppone che la “eleggibilità” sia un criterio che attualmente sfavorisce il candidato più radicale, ovvero Sanders. Ma probabilmente questa impressione che deriva da una lettura un po’ ‘italiana’ dei meccanismi politici americani. Negli Stati Uniti attuali la “eleggibilità”, almeno attualmente, è un criterio che può giocare a favore dei candidati più ‘centristi’, ma anche – sia pure in modi opposti – dei candidati più ‘populisti’ (ancora, nella accezione non necessariamente negativa che nel linguaggio politico americano ha quest’ultimo termine). In fondo Sanders sembra avere maggiori possibilità di recuperare voti di lavoratori bianchi che sono finiti a Trump, in particolare negli “Stati oscillanti”, rispetto a Biden.
dicembre 27, 2019
Dec. 18, 2019
By Paul Krugman
The fate of the republic hangs in the balance, but there’s nothing I can do about it today. So let’s have a bit of escapism, econogeek style.
I suspect that long-time readers won’t be surprised to learn that I’m a big fan of the TV series “The Expanse,” which was on Syfy for three seasons, canceled, but picked up by Amazon. Actually, the series seems to be a favorite of many social scientists, like international relations expert turned part time pundit Dan Drezner. Linguists love the carefully designed creole spoken by the Belters, who live on various asteroids.
Warning: I’m most of the way through the fourth season, and what follows will include slight spoilers, although probably not enough to matter.
Anyway, Drezner is enjoying the show’s take on interplanetary diplomacy, with the three-cornered cold war among Earth (which seems somehow to have acquired a world government, with the Secretary-General of the United Nations the most powerful person on the planet), the Martian Congressional Republic, and the Belters.
If you ask me, the show also deserved a place in Aisha Harris’s article on the “new pop culture optimism.” The 23rd century is full of greed and violence, much of it perpetrated by evil corporations; but it appears to be colorblind, gender-neutral, and LGBTQ-tolerant. There’s an interracial romance at the show’s core, multiple strong women (Avasarala! Bobbie Draper! Drummer!) and a key positive role played by Pastor Anna, who’s married to another woman.
But enough about humanity. Let’s talk about macroeconomics!
Earth appears to be suffering from mass technological unemployment. Half the population is unemployed and living on Basic, which apparently consists of in-kind provision of housing, food, and other necessities. (Kind of like a global version of Trump’s idea of replacing food stamps with food boxes.
But are robots really the problem? For the first three seasons, Mars stands in stark contrast. It’s a mobilized, full-employment society where everyone is working either on supporting a military strong enough to stand up to Earth or on the long-term goal of terraforming the planet, making it suitable for humans.
Over the course of Season Three, however, the cold war was (mostly) resolved, while the protomolecule (don’t ask) seemed to have opened access to hundreds of habitable planets, making terraforming Mars seem pointless. And in Season Four, Martian society is in deep trouble. Unemployment is rife thanks to the winding down of both military spending and terraforming, with some ex-military Martians who can’t find jobs turning to crime.
So, my question: If Earth has mass unemployment because robots can do stuff, making human workers unnecessary, what were all those fully employed Martians doing?
In fact, the emergence of high unemployment on Mars after demobilization and the end of terraforming makes it seem as if the real problem wasn’t technology, it was secular stagnation — a situation in which private spending is consistently too weak to employ the economy’s resources, except during unsustainable asset or debt bubbles. Japan has been suffering from secular stagnation since the 1990s; a number of economists, myself included, believe that the whole advanced world now has much the same problem.
What’s the solution to secular stagnation? The answer, according to people like Larry Summers, is a big increase in public spending on infrastructure: roads, bridges, ports, and, if you happen to live on a planet without breathable air, terraforming.
The point is that when you’re in a secular stagnation economy, virtue is vice, prudence is folly, and good news can be bad. Even wasteful government spending can be a helpful stimulus. Before the outbreak of peace, Mars was a healthy society because it had a grand project; when that grand project became unnecessary, instead of freeing up resources to do other things, things got much worse.
So The Expanse is basically a show about the need for higher public investment. Well, and also monsters, alien technology, and space Mormons.
We now return you to your regularly scheduled 21st-century doom and gloom.
La macroeconomia de “L’Ampiezza” [1],
di Paul Krugman
Il destino della repubblica è in bilico, ma in questo momento non c’è niente che possa farci. Dunque consentitemi un po’ di evasione, del genere dei fanatici dell’economia.
Ho il sospetto che i lettori di lunga data non saranno sorpresi ad apprendere che io sono un grande seguace delle serie televisive “L’Ampiezza”, che sono state su Syfy per tre stagioni, cancellate ma riprese su Amazon. In realtà, pare che godano di favore da parte di sociologi, come l’esperto di relazioni internazionali diventato commentatore a tempo parziale Dan Drezner. I linguisti amano il creolo ideato con cura parlato dai Belters, che vivono su vari asteroidi [2].
Una avvertenza: io ho quasi terminato la quarta serie, e quello che segue conterrà alcune piccole anticipazioni, sebbene probabilmente poco significative.
In ogni modo, Drezner si sta godendo lo spettacolo della diplomazia interplanetaria, con una guerra fredda su tre poli tra la Terra (che in qualche modo sembra aver acquisito un governo mondiale, con il Segretario Generale delle Nazioni Unite che è la persona più potente del pianeta), la Repubblica Congressuale di Marte e i Belters.
Se volete il mio parere, lo spettacolo si è anche meritato un posto nell’articolo di Aisha Harris sul “nuovo ottimismo della cultura pop”. Il 23° secolo è pieno di avidità e di violenza, molta della quale è commessa da malefiche società; ma sembra privo di pregiudizi razziali, neutrale verso i generi e tollerante verso tutte le tendenze sessuali. C’è una storia d’amore interrazziale al centro dello spettacolo, ci sono varie donne forti (Avasaral! Bobbie Draper! Drummer!) e un ruolo positivo fondamentale recitato da Pastor Anna, che è sposata con un’altra donna.
Ma degli aspetti umani abbiamo detto abbastanza. Parliamo di macroeconomia!
La Terra sembra stia soffrendo di una massiccia disoccupazione tecnologica. La metà della popolazione è sottoccupata e campa con il programma Basic, che in apparenza consiste in una sorta di fornitura di alloggio, cibo e altre cose indispensabili (una specie di versione globale dell’idea di Trump di sostituire le tessere alimentari con pacchi alimentari [3]).
Ma sono realmente i robot, il problema? Durante le prime tre stagioni, Marte prende posizione in completa opposizione. La sua è una società mobilitata, in piena occupazione nella quale tutti lavorano o nel sostegno ad un esercito abbastanza forte da tenere testa alla Terra o nell’obbiettivo a lungo termine di rendere abitabile il pianeta, rendendolo fruibile per gli umani.
Nel corso della Terza Stagione, tuttavia, la Guerra Fredda era (per la maggior parte) risolta, mentre la protomolecola (non chiedetemi cosa sia) pareva aver aperto l’accesso a centinaia di pianeti abitabili, rendendo inutile il rendere abitabile Marte. E nella Stagione Quarta, la società marziana si trova in un grave guaio. La disoccupazione è dilagante grazie all’esaurirsi sia della spesa militare che dell’impegno a rendere il pianeta abitabile, con alcuni marziani un tempo militari che non possono trovare posti di lavoro se non ricorrendo al crimine.
Dunque, la mia domanda: se la Terra ha una disoccupazione di massa perché i robot possono produrre, rendendo i lavoratori umani non necessari, che cosa stavano facendo tutti i marziani che godevano del pieno impiego?
Di fatto, l’emergenza della elevata disoccupazione su Marte dopo la smobilitazione e la fine dell’impegno per rendere abitabile il pianeta fa apparire che il problema reale non fosse la tecnologia, bensì la stagnazione secolare – una situazione nella quale la spesa privata è costantemente troppo debole per occupare le risorse dell’economia, se non nel corso di insostenibili bolle degli asset o del debito. Il Giappone sta soffrendo della stagnazione secolare a partire dagli anni ’90; un certo numero di economisti, incluso il sottoscritto, credono che l’intero mondo avanzato abbia adesso lo stesso problema.
Quale è la soluzione alla stagnazione secolare? La risposta, secondo persone come Larry Summers, è un grande incremento della spesa pubblica in infrastrutture: strade, ponti, porti e, se vi capita di vivere in un pianeta con una atmosfera irrespirabile, renderlo abitabile.
Il punto è che quando si è in una economia della stagnazione secolare, la virtù diventa vizio, la prudenza è follia, e le buone notizie possono essere pessime. Persino una spesa pubblica sprecona può essere uno stimolo utile. Prima che scoppiasse la pace, Marte era una società sana perché aveva un grande progetto; quando quel grande progetto divenne inutile, invece di liberare risorse per altre cose, la situazione divenne molto peggiore.
Dunque, “L’Ampiezza” è fondamentalmente uno spettacolo sul bisogno di un maggiore investimento pubblico. Al quale si aggiungono anche mostri, tecnologie aliene e Mormoni spaziali.
Adesso vi restituiamo al vostro regolarmente previsto pronostico avverso del 21° secolo.
[1] The Expanse è una serie televisiva statunitense di fantascienza sviluppata da Mark Fergus e Hawk Ostby e basata sull’omonima serie letteraria, una space opera scritta da Daniel Abraham e Ty Franck sotto lo pseudonimo di James S. A. Corey. (Wikipedia)
[2] Letteralmente, dovrebbero essere dei “cantanti di canzoni”; cosa c’entri con gli asteroidi lo ignoro.
[3] Trump propose, due anni fa, un taglio spettacolare alle spese per le tessere alimentari ed una loro sostituzione con pacchi di alimenti contenenti latte, pasta, burro di arachidi, carne e frutta e verdura inscatolate. Probabilmente, l’idea deriva da una certa ossessione repubblicana – che venne resa esplicita da Reagan ai suoi tempi – contro la ‘finanziarizzazione’ degli aiuti alimentari, che, a suo dire, permetteva ai giovanotti neri di comprarsi bistecche, anziché generi di prima necessità. Non mi pare che però sia stata messa in pratica.
novembre 13, 2019
November 12, 2019
My column today was devoted to debunking the idea that Democrats need a billionaire savior, so it was largely about the political delusions of the super-wealthy. I didn’t have much space to talk about the somewhat different question of how some people get that wealthy. So today’s newsletter tries to fill in some of the gaps.
In Economics 101, we teach the “marginal productivity” theory of income distribution: workers are paid what their activities add to the economy. That is, a worker whose work raises the total value of output $60,000 over the course of a year will get paid $60,000. Why? Competition. Employers would compete to hire such workers if they were paid less than $60K, replace them with other, comparable workers if they were paid more than $60K.
And some workers surely do have special talents that make them worth considerably more — in a pecuniary, not a moral sense — than the average. But how do we explain why some people make many times this amount, say $60 million? Are they really a thousand times as productive as the average worker? That’s extremely doubtful.
In fact, the most plausible stories about how individuals get very rich are also stories in which their compensation greatly exceeds the benefits they generate for the economy.
First of all, a large fraction of the world’s billionaires made their wealth through speculation in financial and real estate markets. Now, speculation serves a useful purpose: we want the market to anticipate likely future events, and someone has to be rewarded for the task of anticipating those events.
But as the great economist Paul Samuelson noted more than 60 years ago, speculation offers huge rewards to those who are just slightly quicker off the mark than others, even though society gains very little from the speed of their reactions: “Suppose my reactions are not better than those of other speculators but rather just one second quicker. (This may be because of the flying pigeons I own or quickness of my neurons.)” (Or, though he doesn’t mention it, because of insider trading.) In such a case, Samuelson pointed out, the speculator gets very rich even while adding little to G.D.P.
Another way to get very rich is to found a company that gets even slightly ahead of the curve and manages, thanks to the winner-takes-all nature of many markets, to establish a lucrative monopoly position. As billionaires go, Bill Gates and Jeff Bezos aren’t especially terrible people. But if Gates hadn’t existed, someone else would surely have come up with widely used computer operating systems about as good as Windows; if Bezos hadn’t existed, someone else would surely have created online retail platforms comparable to Amazon.
So big fortunes from founding companies, like big fortunes based on speculation, may bear little relationship to social contribution.
Finally, a lot of big incomes go to C.E.O.s of large companies. Who decides how much these executives are worth? Compensation committees appointed by the C.E.O.s themselves. Good leadership matters; but over the last half century C.E.O. compensation has risen from around 20 times average pay to a ratio of almost 300 to 1. Has the importance of leadership really increased that much?
Now, even if billionaires really did make extraordinary contributions to society, that wouldn’t make them morally entitled to keep all their money; it might still make sense to tax them heavily. But the fact is that they probably don’t contribute nearly as much as they make.
Chi diventa miliardario?
Newsletter di Paul Krugman
Il mio articolo di oggi era dedicato a smitizzare l’idea che i democratici abbiano bisogno di un salvatore miliardario, cosicché riguardava in gran parte le illusioni politiche sui super ricchi. Non avevo molto spazio per parlare di una questione un po’ diversa, di come certa gente ottiene quella ricchezza. Dunque le newsletter di oggi cerca di riempire alcuni vuoti.
Nei libri di testo di economia, insegniamo la teoria della “produttività marginale” della distribuzione del reddito: i lavoratori sono pagato per quello che il loro lavoro aggiunge all’economia. Ovvero, un lavoratore il cui lavoro aumenta il valore totale della distribuzione nel corso di un anno di 60.000 dollari verrà pagato 60.000 dollari. Perché? Per la competizione. I datori di lavoro farebbero a gara per assumere tali lavoratori se venissero pagati meno di 60.000 dollari, li sostituirebbero con altri lavoratori simili se essi fossero pagati più di 60.00 dollari.
E certamente alcuni lavoratori hanno particolari talenti che li rendono meritevoli di una paga sostanzialmente maggiore – in senso pecuniario, non morale – di quella media. Ma come spiegare che alcune persone realizzano molte volte questa somma, diciamo 60 milioni di dollari? Sono davvero un centinaio di volte più produttivi di un lavoratore medio? Questo è molto dubbio.
Di fatto, i racconti più verosimili su come gli individui diventano molto ricchi sono anche racconti nei quali il loro compenso eccede grandemente i benefici che essi generano per l’economia.
Prima di tutto, una larga parte dei miliardari del mondo realizza la propria ricchezza attraverso la speculazione nei mercati finanziari e immobiliari. Ora, la speculazione serve ad uno scopo utile: noi vogliamo che il mercato anticipi i probabili eventi futuri, e qualcuno deve essere premiato per il lavoro di anticipare quegli eventi.
Ma come più di 60 anni orsono osservò il grande economista Paul Samuelson, la speculazione offre enormi premi a coloro che sono appena leggermente più scattanti degli altri, persino se la società si avvantaggia molto poco dalla velocità delle loro reazioni: “Supponiamo che le mie reazioni non siano migliori di quelle di altri speculatori, ma appena più veloci di circa un secondo (il che può dipendere dai piccioni viaggiatori che io possiedo o dalla velocità dei miei neuroni)” (oppure, sebbene egli non lo menzionasse, dalla attività di insider trading). In un caso del genere, metteva in evidenza Samuelson, lo speculatore diventa molto ricco anche se aggiunge poco al PIL.
Un altro modo di diventare molto ricchi è fondare una società che diventa persino leggermente all’avanguardia e riesce, grazie alla natura di molti mercati nei quali “il vincitore prende tutto”, a stabilire una posizione di monopolio lucrativa. Nella media dei miliardari, Bill Gates e Jeff Bezos non sono persone particolarmente terribili. Ma se Gates non fosse esistito, qualcun altro sarebbe certamente venuto fuori con sistemi operativi di computer di uso generale più o meno buoni come Windows; se Bezos non fosse esistito, qualcun altro avrebbe certamente creato piattaforme di vendita al dettaglio paragonabili ad Amazon.
Così, le grandi fortune derivanti dal fondare società, come le grandi fortune derivanti dalla speculazione, possono avere una relazione modesta con il contributo alla società.
Infine, una gran quantità di redditi elevati va agli amministratori delegati delle grandi società. Chi decide quanto si meritano questi amministratori? Comitati sui compensi nominati dagli amministratori delegati stessi. Una buona capacità di direzione è importante; ma nello scorso mezzo secolo i compensi agli amministratori delegati sono cresciuti da circa 20 volte la paga media ad un rapporto di quasi 300 ad 1. L’importanza della capacità di direzione è davvero aumentata così tanto?
Ora, persino se i miliardari avessero davvero realizzato contributi straordinari alla società, questo non li renderebbe moralmente legittimati a tenersi tutto quel denaro; avrebbe ancora senso tassarli pesantemente. Ma il fatto è che essi probabilmente non pagano tasse neanche lontanamente paragonabili a quello che realizzano.
novembre 6, 2019
November 5, 2019
Why didn’t the crisis chasten Wall Street?
Di Paul Krugman
Back in the summer of 2007 The Times published an article titled “The richest of the rich, proud of a new Gilded Age.” The article opened with Sanford Weill, head of Citigroup, boasting of all that he and his billionaire counterparts had achieved.
By most accounts, the financial crisis that would soon engulf the whole world economy began a few weeks after that article was published. By late 2008 the financial sector, Citi very much included, was in meltdown; collapse was avoided only thanks to immense lending by the Federal Reserve and other official institutions. Citi, in particular, borrowed almost $100 billion from the Fed.
You might have thought that this experience would both have chastened Wall Street, making it a bit less arrogant, and also led to some reduction in the financial industry’s political influence. But as I wrote in today’s column, the tycoons of finance are not only unchastened, they’re out there railing hysterically against any hint of criticism.
The thing is, even before the financial crisis, Wall Street’s boasts about the great things it was accomplishing never made much sense.
During the great postwar boom — the generation after World War II, over whose course real wages and family incomes roughly doubled — finance was a relatively small part of the economy, around 2 to 3 percent of G.D.P. Nor was it especially lucrative: Average earnings in finance were only a bit higher than those in the rest of the economy. Money managers only began to emerge as Masters of the Universe, in Tom Wolfe’s satirical phrase, around 1980; the turn probably reflected a combination of deregulation and the proliferation of “shadow banking,” financial arrangements that did an end run around the prudential regulations that still existed. By 2007 both the financial industry and the amount of credit outstanding had more than doubled relative to the size of the economy.
But what did this “financialization” of the economy achieve? Economic growth didn’t accelerate; even before the 2008 crisis it was slower, not faster, than it had been during previous decades. Wages of ordinary workers and the incomes of typical families entered an era of slow growth or stagnation. Household debt did, however, soar, because that — not business investment — was where most of the credit growth went.
As I mentioned in my column, the disappointments of U.S. financialization weren’t unique. Growth in the banking system can be very valuable to poor countries, but once it gets beyond a certain point, research from places like the Bank for International Settlements — a very staid institution of bankers’ bankers — suggests that it becomes counterproductive.
The main — perhaps the only — beneficiaries of hyper-financialization seem to have been a small group of very wealthy individuals, who kept their wealth only thanks to huge public bailouts in the crisis. So it’s kind of amazing to see some of those people lecturing us about how much good they do, and the evils of big government.
Perchè la crisi non ha frenato Wall Street?
Newsletter di Paul Krugman
Nella passata estate del 2007 The Times pubblicò un articolo dal titolo “I più ricchi dei ricchi, orgogliosi di una nuova Età Dorata”. L’articolo si apriva con Sanford Weill, capo di Citigroup, che si vantava di tutto quello che lui e i suoi omologhi avevano realizzato.
Secondo la maggioranza dei resoconti, la crisi finanziaria che avrebbe presto travolto l’economia del mondo intero cominciò poche settimane dopo che quell’articolo venisse pubblicato. Con la fine del 2008 il settore finanziario, con Citigroup nelle prime posizioni, precipitò nel disastro: il collasso venne evitato solo grazie agli enormi prestiti da parte della Federal Reserve e di altri istituti ufficiali. In particolare, Citigroup si indebitò per quasi 100 miliardi di dollari dalla Fed.
Potevate pensare che questa esperienza avrebbe sia frenato Wall Street, rendendola un po’ meno arrogante, che anche portato a una qualche riduzione dell’influenza politica del settore finanziario. Ma come ho scritto nell’articolo di oggi, i magnati della finanza non solo non sono stati frenati, escono istericamente dai binari dinanzi ad ogni cenno di critica.
Il punto è che anche prima della crisi finanziaria, le vanterie di Wall Street sulle grandi cose che il settore stava realizzando non hanno mai avuto molto senso.
Durante la grande espansione postbellica – la generazione successiva alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale i salari reali e i redditi delle famiglie grosso modo raddoppiarono – la finanza ebbe una parte relativamente piccola nell’economia, circa dal 2 al 3 per cento del PIL. Non era neppure particolarmente lucrativa: i guadagni medi nella finanza erano solo un po’ più alti di quelli nel resto dell’economia. Gli operatori finanziari cominciarono ad emergere come Padroni dell’Universo, secondo la definizione satirica di Tom Wolfe, attorno al 1980; la svolta probabilmente riflettè una combinazione di deregolamentazione e di proliferazione del “settore bancario ombra”, soluzioni finanziarie che costituirono una scappatoia attorno ai regolamenti prudenziali che ancora erano in vigore. Con il 2007, sia il settore della finanza che la quantità di crediti in sospeso era più che raddoppiata rispetto alle dimensioni dell’economia.
Ma cosa produsse questa “finanziarizzazione” dell’economia? La crescita economica non accelerò; persino prima della crisi del 2008 era più lenta, non più veloce, di quanto era stata nei decenni precedenti. I salari dei lavoratori ordinari e i redditi delle famiglie comuni entrarono in un’epoca di lenta crescita o di stagnazione. Il debito delle famiglie, tuttavia, schizzò in alto, giacché quello – e non gli investimenti delle imprese – fu il luogo dove finì la maggior parte della crescita del credito.
Come ho ricordato nel mio articolo, le delusioni per la finanziarizzazione statunitense non furono isolate. La crescita nel sistema bancario può essere molto apprezzabile per i paesi poveri, ma una volta che va oltre un certo livello, le ricerche da postazioni come la Banca dei Regolamenti Internazionali – un istituto molto compassato di banchieri dei banchieri – indicano che essa diventa controproducente.
I principali – forse gli unici – beneficiari della iper-finanziarizzazione sembrano essere stati un gruppo di individui ricchissimi, che hanno realizzato la loro ricchezza solo grazie a enormi salvataggi pubblici durante la crisi. Dunque è abbastanza stupefacente constatare come quelle persone ci stiano facendo ramanzine su quanto bene essi facciano, e sui mali di forti amministrazioni pubbliche.
novembre 2, 2019
Nov. 1, 2019
By Paul Krugman
Last week I worried that Elizabeth Warren had painted herself into a corner by endorsing the Sanders Medicare-for-all plan. It was becoming obvious that she couldn’t stay vague about the details, especially how to pay for it; and some studies, even by center-left think tanks, suggested that any plan along these lines would require large tax hikes on the middle class. So what would she come up with?
Well, the Warren plan is now out. And I’d say that she passed the test. Experts will argue for months whether she’s being too optimistic — whether her cost estimates are too low and her revenue estimates too high, whether we can really do this without middle-class tax hikes. You might say that time will tell, but it probably won’t: Even if Warren becomes president, and Dems take the Senate too, it’s very unlikely that Medicare for all will happen any time soon.
Nonetheless, Warren needed to show that she was working the problem. And she did. She brought in real experts like Donald Berwick, who ran Medicare during the Obama years, and Betsey Stevenson, former chief economist at the Labor Department. And they have produced a serious plan. As I said, experts will argue with the numbers, but this is the real thing — not some left-leaning version of voodoo economics.
How does the Warren plan expand Medicare to cover everyone without raising taxes on the middle class? There are four main components.
First, the Warren team argues that a single-payer system would provide significant savings in overall medical costs — more than other studies are assuming. Some of these would come from bargaining down prices, especially on drugs. Others would come from a reduction in administrative costs.
Are these savings plausible? Well, America does pay incredibly high prices for drugs compared with other countries, and the complexity of our system imposes a huge administrative burden — not just the overhead of insurance companies, but the sheer number of people doctors and hospitals have to employ to deal with multiple insurers. I’ve been puzzled at the reluctance of other studies to credit Medicare for all with big savings on these fronts.
And we should note that even with these assumed cost savings, U.S. health spending per capita would remain far above that of other advanced countries. So there’s a case — not an open-and-shut case, but a reasonable one — for optimism here.
Second — and the cleverest item in the plan — the Warren team would basically require employers who are now offering health insurance to their employees to pay the cost of that insurance to the government instead. Bear in mind that large employers are already required by law (specifically, the Affordable Care Act) to provide insurance. So this would just redirect those funds.
Third, state and local governments currently spend a lot on health care, mainly but not only through their share of Medicaid spending. The Warren plan would require “maintenance of effort,” basically requiring that states continue to spend that money, but on supporting a national plan.
Finally, even with all this there’s a significant budget hole. Warren’s team argues that this can be closed in two ways: some further taxes on corporations and large fortunes, and — an important point — strengthening the I.R.S., which we know fails to collect large amounts of legally owed taxes, principally from people with high incomes, because Republicans have starved the agency of resources.
Am I enthusiastically endorsing this plan? No. I still think that a public-option-type plan, which lets people buy into Medicare, would have a better chance of actually becoming reality — and may well be where a President Warren actually ends up if she gets to the White House. And the plan’s optimism on costs and revenues could be wrong.
But this is a serious plan that reflects hard thinking. In particular, it’s nothing like the snake oil that passes for policy analysis on the right, whether it’s the continual insistence that tax cuts pay for themselves or Paul Ryan budgets that assumed that discretionary spending could be cut to Calvin Coolidge levels.
So what has Warren achieved here? Realistically, her health care plan is more aspirational than her other plans. Enhanced financial regulation and universal child care are things she might well be able to accomplish if she not only wins, but wins big, next year. Medicare for All, not so much. And may I say, it would serve the public well if these topics — plus climate change! — got more attention in future debates, and health care a bit less.
Warren’s task was, instead, to counter criticism that she was being evasive on a big issue. I think she has met that challenge.
La Warren ha superato la prova di Medicare? Io penso di sì.
Di Paul Krugman
La scorsa settimana mi preoccupavo che la Warren si fosse cacciata in un vicolo cieco appoggiando il progetto Medicare-per-tutti di Sanders. Stava diventando evidente che ella non potev a restare vaga sui dettagli, in particolare su come finanziarlo; e alcuni studi, persino di gruppi di ricerca di centro sinistra, indicavano che qualsiasi piano del genere avrebbe richiesto ampi aumenti delle tasse sulla classe media. Dunque, che cosa si sarebbe inventata?
Ebbene, il piano della Warren ora è pubblico. E io direi che ella ha superato la prova. Gli esperti discuteranno per mesi se ella sia stata troppo ottimista – se le stime dei costi siano troppo basse e le stime sulle entrate troppo alte, se si possa realmente fare questo senza aumenti delle tasse sulla classe media. Potreste dire che probabilmente lo dirà il tempo, ma è probabile che non avvenga: anche se la Warren diventa Presidente, e anche se i democratici conquistano il Senato, è molto improbabile che avremo Medicare-per-tutti in breve tempo.
Ciononostante, la Warren aveva bisogno di dimostrare che stava lavorando sul problema. E lo ha fatto. Si è avvalsa di veri esperti come Donald Berwick, che amministrò Medicare durante gli anni di Obama, e Betsey Stevenson, il passato capo economista al Dipartimento del lavoro. Ed essi hanno elaborato un progetto serio. Come ho detto, gli esperti discuteranno dei dati, ma questo è un piano vero – non una versione di sinistra dell’economia vudù.
Come il piano della Warren amplia Medicare sino a coprire tutti, senza alzare le tasse sulla classe media? Ci sono quattro aspetti.
Il primo: il gruppo di esperti della Warren sostiene che un sistema di pagamenti centralizzato fornirebbe significativi risparmi nei costi sanitari complessivi – più di quanto sostenuto da altri studi. Alcuni di questi verrebbero dal contrattare ribassi nei prezzi, particolarmente sui farmaci. Altri verrebbero da una riduzione dei costi amministrativi.
Questi risparmi sono plausibili? Ebbene, l’America paga effettivamente prezzi incredibilmente elevati, e la complessità del nostro sistema impone un enorme gravame amministrativo – non solo le spese generali delle società assicurative, ma il semplice numero delle persone, dei medici e degli ospedali che si devono occupare per misurarsi con molteplici assicuratori. Mi sono interrogato sulla riluttanza di altri studi ad accreditare Medicare-per-tutti di grandi risparmi su questi fronti.
E dovremmo notare che persino con questi risparmi dei costi ipotizzati, la spesa sanitaria pro capite statunitense resterebbe assai superiore a quella degli altri paesi avanzati. Dunque, qua c’è un argomento per essere ottimisti – non una faccenda semplicissima, ma affrontabile.
Il secondo aspetto – e il punto più intelligente del piano – il gruppo della Warren fondamentalmente richiederebbe ai datori di lavoro che adesso stanno offrendo l’assistenza sanitaria ai loro occupati, di pagare, al posto di ciò, il costo di quella assicurazione al Governo. Si tenga a mente che i grandi datori di lavoro sono già tenuti per legge (in particolare, la Legge sulla Assistenza Sostenibile) a fornire l’assicurazione. Dunque, questo semplicemente reindirizzerebbe quei finanziamenti.
Terzo aspetto, i Governi degli Stati e delle comunità locali attualmente spendono molto per l’assistenza sanitaria, principalmente ma non soltanto per le loro quote di spesa su Medicaid. Il piano della Warren comporterebbe “il mantenimento dello sforzo”, fondamentalmente con la richiesta che gli Stati continuino a spendere quel denaro, ma a sostegno di un piano nazionale.
Infine, anche con tutto questo ci sarebbe un significativo buco nel bilancio. Il gruppo della Warren sostiene che esso potrebbe esser chiuso in due modi: alcune tasse ulteriori sulle società e sui grandi patrimoni, e – un aspetto importante – rafforzando l’Agenzia delle Entrate, che sappiamo non riesce a raccogliere ampie quantità di tasse legalmente dovute, principalmente da parte di persone con redditi elevati, perché i repubblicani hanno ridotto al lumicino l’Agenzia delle risorse.
Il mio è un appoggio entusiastico a questo piano? No. Io penso ancora che un progetto del genere di una opzione pubblica, che consenta alla gente di aderire a Medicare, avrebbe una migliore possibilità di avverarsi – e potrebbe ben essere la soluzione alla quale una Presidente Warren in realtà finirebbe con l’aderire se conquistasse la Casa Bianca. E se l’ottimismo sui costi e sulle entrate si rivelasse sbagliato.
Ma questo è un piano serio, che riflette un pensiero profondo. In particolare, non è niente di simile alle pozioni miracolose contrabbandate a destra per analisi politiche, che si tratti della continua insistenza che i tagli delle tasse si ripagano da soli o dei bilanci di Paul Ryan che ipotizzavano che le spese discrezionali potevano essere tagliate ai livelli di Calvin Coolidge [1].
Dunque, cosa ha ottenuto la Warren in questo caso? Realisticamente, il suo piano di assistenza sanitaria è soprattutto una aspirazione, rispetto ad altri suoi piani. Una regolamentazione potenziata del sistema finanziario e l’assistenza universale ai bambini sono cose che ella ben potrebbe essere capace di realizzare il prossimo anno, se non solo vince, ma se vince alla grande. Medicare-per-tutti, non altrettanto. E forse posso aggiungere: sarebbe assai utile all’opinione pubblica che queste ultime tematiche – in aggiunta al cambiamento climatico! – ottenessero maggiore attenzione nei futuri dibattiti, e l’assistenza snaitaria un po’ meno.
L’obbiettivo della Warren era, piuttosto, contrastare le critiche secondo le quali sarebbe stata evasiva su un grande tema. Io penso che abbia soddisfatto quella sfida.
[1] Presidente repubblicano degli Stati Uniti nel 1923, dopo essere stato eletto come VicePresidente di Harding e dopo la morte di quest’ultimo. Venne poi rieletto alle elezioni del 1924, con il 54% dei voti. La lotta contro gli sprechi fu un tratto distintivo della sua Presidenza: il debito pubblico calò di tre miliardi di dollari in due anni e per due volte pose il veto al progetto di legge per la assistenza alla agricoltura.
ottobre 30, 2019
By Paul Krugman
October 29, 2019
Today’s column is about our trillion dollar deficit, which nobody seems to care about. The thing is, this lack of concern is justified: There’s no good reason to believe that the current budget deficit is doing significant harm.
What did do a lot of harm was the deficit hysteria that dominated establishment discourse the last time we had a deficit this big, which also happened to be a period during which the economy was deeply depressed, and the stimulus from deficit spending was actually a good thing. It should have been obvious that obsessing about deficits in 2012 was a huge mistake. What’s relatively new — and something I couldn’t get into at length in the column — is the realization that government debt isn’t much of a problem even at full employment.
One reason people find this hard to understand is that they make an analogy between the nation as a whole and an individual family. This leads to sober-sounding warnings that budget deficits amount to stealing from our children, in the same way that spendthrift parents are squandering their heirs’ inheritance.
This analogy, however, is all wrong. Debt is money we owe to ourselves — that is, for the most part it obliges one group of Americans, taxpayers, to make payments to another group of Americans, bondholders. It doesn’t directly make the nation poorer, at all. (O.K., there’s a small caveat: some debt is held by foreigners. But it’s not quantitatively important.)
Now, there might be indirect ways in which debt makes us poorer. To pay interest, the government might have to spend less or collect more taxes than it would have otherwise. And this could hurt growth — for example, high taxes could reduce incentives to produce and invest.
What economists have come to realize, however, is that even these indirect costs of debt may be negligible.
Why, after all, must a government raise taxes to deal with a higher level of debt? The usual answer is that if it doesn’t, the debt will snowball: the government will have to pay more in interest, which will cause the debt to rise further, leading to even more interest payments, and so on.
But nobody cares about the absolute value of debt; what matters is the ratio of debt to the tax base, which for the federal government is basically the whole economy, i.e., G.D.P. And a rise in the debt/G.D.P. ratio doesn’t snowball — it melts! Why? Because the interest rate on federal debt is normally lower than the economy’s growth rate.
Right now, in particular, U.S. 10-year bonds are paying less than 2 percent, while G.D.P. normally grows around 4 percent a year — half real, half rising prices. So even if the government only raised enough money to pay noninterest expenses, totally ignoring interest, debt would grow more slowly than the economy, and the ratio to G.D.P. would shrink over time. So the government does need, more or less, to pay for what it spends, but taking on more debt now won’t make that task any harder in the future.
I don’t want to say that debt never does any harm. And if you’re going to run up debt, it should be for a good purpose, like rebuilding infrastructure, not to give rich people even more money to spend on luxuries. But debt isn’t a huge evil, and bringing it down shouldn’t be anyone’s priority.
The debt crisis in Europe motivated a lot of the hysteria here. But that crisis vanished for everyone but Greece when Mario Draghi, the outgoing president of the European Central Bank, said three words — “whatever it takes” — which markets saw as a pledge to provide cash if needed. And now even Greece has interest rates below 2 percent.
Olivier Blanchard, the immensely respected former chief economist of the International Monetary Fund, on why debt isn’t as scary as you think.
The very establishment Larry Summers and Jason Furman make a similar argument.
L’articolo di oggi [2] riguarda il nostro deficit di mille miliardi di dollari, del quale nessuno pare preoccuparsi. Questa assenza di preoccupazione è giustificata. Non c’è alcuna buona ragione per credere che l’attuale deficit di bilancio stia provocando un danno significativo.
Quello che provocò un grande danno fu l’isteria del deficit che dominò il dibattito nelle classi dirigenti l’ultima volta che avemmo un deficit così grande, che si dà il caso fosse un periodo nel quale l’economia era profondamente depressa, e lo stimolo della spesa in deficit fu effettivamente una cosa positiva. Avrebbe dovuto essere evidente che l’ossessione dei deficit nel 2012 fu un enorme errore. Quello che è relativamente nuovo – e qualcosa da cui non ho potuto diffondermi in dettaglio nell’articolo – è la comprensione che il debito del Governo non è un grande problema neppure in una situazione di piena occupazione.
Una ragione per la quale le persone trovano questo difficile da capire e che esse stabiliscono una analogia tra la nazione nel suo complesso e una famiglia individuale. È questo che porta agli ammonimenti, che sembrano misurati, secondo i quali il deficit corrisponde a un furto verso i nostri figli, nello stesso modo in cui i genitori spendaccioni dilapidano l’eredità dei loro eredi.
L’analogia, tuttavia, è completamente sbagliata. Il debito è denaro che prestiamo a noi stessi – ovvero, per la maggior parte esso obbliga un gruppo di americani, i contribuenti, a fare pagamenti a un altro gruppo di americani, i possessori di obbligazioni. Esso non rende affatto la nazione più povera (è vero, c’è un piccolo avvertimento: una parte del debito è posseduta da stranieri. Ma essa non è quantitativamente importante).
Ora, ci potrebbero essere modi indiretti nei quali il debito ci rende più poveri. Col pagamento degli interessi, il Governo potrebbe dover spendere di meno o raccogliere maggiori tasse di quanto avrebbe dovuto altrimenti. E questo potrebbe ridurre la crescita – ad esempio, tasse elevate potrebbero ridurre gli incentivi a produrre ed a investire.
Quello che gli economisti sono arrivati a comprendere, tuttavia, è che anche questi costi indiretti del debito sono trascurabili.
Dopo tutto, perché il Governo deve alzare le tasse per misurarsi con un livello più elevato del debito? La risposta consueta è che, se non lo fa, il debito crescerà a dismisura: il Governo dovrà pagare di più in interessi, il che farà crescere il debito ulteriormente, portando a pagamenti per gli interessi persino maggiori, e così via.
Ma in questo modo non si considera il valore assoluto del debito; quello che conta è il rapporto tra il debito e la base fiscale, che per il Governo è fondamentalmente l’economia nel suo complesso, ovvero il PIL. E una crescita nel rapporto debito/PIL non sale a dismisura – piuttosto si dissolve! Perché? Perché il tasso di interesse sul debito federale è normalmente più basso del tasso di crescita dell’economia [3].
In questo momento in particolare, i bond decennali degli Stati Uniti stanno rendendo meno del 2 per cento, mentre il PIL normalmente cresce del 4 per cento all’anno – per metà reale, per metà a seguito dell’aumento dei prezzi. Dunque persino se il Governo soltanto raccogliesse denaro sufficiente per pagare le spese non dipendenti dagli interessi, ignorando totalmente gli interessi, il debito crescerebbe più lentamente dell’economia. E il rapporto col PIL si ridurrebbe nel tempo. Dunque, il Governo ha davvero bisogno di pagare per ciò che spende, ma assumere più debito oggi non renderà quell’obbiettivo in alcun modo più difficile in futuro.
Non voglio dire che il debito non produca mai danni. E se avete intenzione di innalzare il debito, dovrebbe essere per buoni propositi, come ricostruire le infrastrutture, non per dare ai ricchi persino più denaro da spendere in generi di lusso. Ma il debito non è un male assoluto, e ridurlo non dovrebbe essere la priorità di nessuno.
Riscontri
La crisi del debito in Europa fu all’origine di una grande isteria qua da noi. Ma quella crisi svanì per tutti ad eccezione della Grecia quando Mario Draghi, il Presidente uscente della Banca Centrale Europea, disse tre parole – “whatever it takes” (“tutto quello che serve”) – che i mercati considerarono come un impegno a fornire denaro contante se necessario. E adesso persino la Grecia ha tassi di interesse inferiori al 2 per cento.
Olivier Blanchard, il precedente economista principale del Fondo Monetario Internazionale che gode di immenso rispetto, sulle ragioni per le quali il debito non è così terribile quanto si pensa.
Un simile argomento viene avanzato da Larry Summers e Jason Furman, economisti assai apprezzati anche dai gruppi dirigenti statunitensi.
[1] Questa è l’ultima newsletter di Krugman, una nuova serie di interventi che finalmente inizio a tradurre (le precedenti, circa una decina, non ero riuscito a impaginarle. Adesso mi pare di avere imparato a risolvere il problema).
La cadenza di questi interventi è settimanale e il loro interesse – che credo si noterà facilmente – consiste nel fatto di affrontare temi fondamentalmente, ma non soltanto, economici in modo breve ma talora con un approfondimento analitico superiore agli articoli settimanali sul New York Times.
Cercherò di rimediare in seguito alle newsletter che sono saltate. Chi volesse ricevere nella propria posta questi brevi articoli, ovviamente in lingua inglese, è sufficiente che invii una mail a: krugman-newsletter@nytimes.com
[2] Il riferimento è all’articolo del 28 ottobre su New York Times dal titolo: “Il debito, i profeti di sciagure e il doppio standard”, qua tradotto.
[3] Krugman rimanda ad un suo post del 9 gennaio 2019, qua tradotto con il titolo “Effetti valanga che si sciolgono e l’inverno del debito”, nel quale aveva commentato la fondamentale prolusione di Olivier Blanchard alla American Economic Association. Sullo stesso tema si può rintracciare anche un intervento qua tradotto di Simon Wren-Lewis.
settembre 21, 2019
Sept. 18, 2019
By Paul Krugman
Modern conservatives hate regulation, and the Trump administration has channeled that hatred into policy. It has scrapped or emasculated rules designed to limit everything from predatory lending to exploitative for-profit education, and has moved on multiple fronts to undo environmental protection. Yesterday it took perhaps its most dramatic anti-regulation step so far, announcing that it would try to prevent California from setting strict ruleson auto emissions.
But what’s behind this hatred of regulation? You might think that it’s all about profits, that corporations want to be free to pollute and rip off their customers because it’s good for the bottom line. In fact, however, the striking thing about many of Donald Trump’s deregulatory moves is that major corporations actually oppose his actions.
Thus, most of the big auto companies, having already based their plans on the expectation that Obama-era emission standards would remain in place, don’t want to see them reversed, and several companies went as far as to agree to adhere to California’s rules even if they were stricter than federal regulations.
A similar story is unfolding with regard to the Trump administration’s rollback of regulations intended to ensure that light bulbs become more efficient. True, light bulb manufacturers welcomed the move. But the Alliance to Save Energy, which condemned Trump’s action, is hardly a bunch of hippie tree-huggers; its membership includes a who’s who of major corporations, from 3M to Microsoft to Dupont.
No, there’s something happening here that goes beyond big money trying to get even bigger. Trump, I’d argue, is tapping into a grass-roots phenomenon — let’s call it regulation rage — that is more about psychology than about self-interest. It’s a syndrome that only afflicts a minority of the population, but it’s real, it’s ugly, and it can do a remarkable amount of damage.
What do I mean by regulation rage? It’s the startling anger evoked by government rules intended to protect the public, even when those rules aren’t especially onerous and the public interest case for the rules is overwhelming.
I think I first became aware of regulation rage back in the 1980s, when a local Massachusetts talk-radio host led a temporarily successful jihad against the state’s seatbelt law. (The state reinstated the law after its repeal led to a surge in traffic fatalities.)
However, the phenomenon really came into focus for me a decade ago, when I read a rant by the right-wing commentator Erick Erickson suggesting that government officials should face violent retribution for their actions: “At what point do the people tell the politicians to go to hell? At what point do they get off the couch, march down to their state legislator’s house, pull him outside, and beat him to a bloody pulp for being an idiot?”
What was the policy that set Erickson off? Washington state’s ban on phosphates in detergents. Phosphates are a real environmental menace, which can help cause toxic algae blooms. But never mind; Erickson was enraged because, he claimed, his dishwasher wasn’t working as well as it used to. If threatening violence over your dishwasher sounds crazy, that’s because it is; but undoing dishwasher regulations has, it turns out, become an important conservative cause.
Regulation rage has a couple of distinctive features. One is its disproportionality, in which fairly mild restrictions set off volcanic anger. The other is the sheer pettiness of many of the ragers’ complaints. Trump, by his own account, dislikes modern light bulbs because they make him look orange — which isn’t even true. (He does indeed look orange, but it’s probably because of his addiction to artificial tanning and excessive use of bronzer.)
Oh, and do people remember Trump’s opposition to regulations that protect the ozone layer because, he claimed, his hair spray wasn’t working as well as it used to?
So what’s really driving regulation rage? I’d love to see some serious political science research into the phenomenon. I suspect, though I don’t know for sure, that there are strong correlations between regulation rage and other attitudes, like support for unregulated gun sales and racial hostility.
But as I said, regulation rage seems to be more about psychology than about self-interest. It’s coming from people who, for whatever reason, don’t feel respected, and who see even mild restrictions on their actions as insults perpetrated by elites who consider themselves smarter than other people.
Such people are a distinct minority among Americans in general. For example, polling tells us that an overwhelming majority of Americans, including a majority of self-identified Republicans, want to see pollution regulation strengthened, not weakened.
But regulation ragers have disproportionate influence over Republican politicians. And now we have a regulation rager sitting in the White House, determined to undo public-interest regulation even when big business wants it retained.
And pointing out that regulatory rollbacks are both bad for the economy and likely to sicken or kill many Americans won’t help. After all, anyone saying such things is, by definition, a know-it-all elitist.
Le radici della rabbia per i regolamenti,
di Paul Krugman
I conservatori odierni odiano i regolamenti, e l’Amministrazione Trump ha incanalato quell’odio in politica. Essa ha rottamato o reso impotenti regole rivolte a stabilire dei limiti su tutto, dai prestiti truffaldini allo sfruttamento dell’istruzione a scopo di lucro, e si è mossa su vari fronti per disfare la protezione ambientale. Ieri ha fatto il passo forse più spettacolare sino a questo punto contro i regolamenti, annunciando che avrebbe cercato di impedire alla California di fissare regole severe sulle emissioni delle automobili.
Ma cosa c’è dietro questo odio contro i regolamenti? Potreste pensare che è tutta una questione di profitti, che le imprese vogliono essere libere di inquinare e di fregare la loro clientela perché questo è positivo per i loro affari. Di fatto, tuttavia, la cosa sorprendente a riguardo di molte delle iniziative di deregolamentazione di Donald Trump è che in realtà importanti società si oppongono alle sue azioni.
È per questo che la maggioranza delle grandi società automobilistiche, avendo già basato i loro progetti sulla aspettativa che gli standard delle emissioni dell’epoca di Obama sarebbero rimaste in funzione, non vogliono vederle rovesciate, e varie società sono arrivate al punto di concordare la adesione alle regole della California anche se esse erano più severe delle regole federali.
Una storia simile si sta svolgendo a proposito della riduzione da parte della Amministrazione Trump delle regole rivolte ad assicurare che le lampadine diventino più efficienti. È vero, le industrie delle lampadine hanno salutato positivamente l’iniziativa. Ma l’Alleanza per il Risparmio di Energia, che ha condannato la decisione di Trump, non può certo essere definita come un gruppo di hippy e di ambientalisti sfegatati; ad essa aderisce il gotha di importanti società, dalla 3M alla Microsoft alla Dupont.
No, in questo caso sta succedendo qualcosa che va oltre il tentativo dei grandi capitalisti di diventare persino più grandi. Direi che Trump sta sfruttando un fenomeno che esiste tra la gente comune – chiamiamolo insofferenza per i regolamenti – che riguarda più la psicologia che la difesa dei propri interessi. È una sindrome che affligge soltanto una minoranza della popolazione, ma è reale, è preoccupante, e può provocare una notevole quantità di danni.
Che cosa intendo per insofferenza per i regolamenti? Si tratta della stupefacente rabbia evocata dalle regole governative rivolte a proteggere la comunità, anche quando quelle regole non sono particolarmente onerose e l’argomento dell’interesse pubblico per tali regole è evidente.
Penso di essere diventato per la prima volta consapevole della insofferenza per i regolamenti nei passati anni ’80, quando un conduttore di una radio locale del Massachusetts ottenne un temporaneo successo in una guerra santa contro una legge dello Stato sulle cinture di sicurezza (lo Stato ripristinò la legge dopo che la sua abrogazione aveva portato ad una impennata degli incidenti mortali provocati dal traffico).
Tuttavia, misi a fuoco effettivamente il fenomeno una decina di anni fa, quando lessi una invettiva da parte del commentatore di destra Erick Erickson che suggeriva che i dirigenti governativi avrebbero dovuto subire un castigo violento per le loro iniziative: “Quand’è che la gente dirà ai politici di andare al diavolo? Quand’è che si alzeranno dal divano, marceranno verso la casa del legislatore dello Stato, lo porteranno fuori e lo pesteranno fino a ridurlo ad una poltiglia sanguinosa a causa della sua idiozia?”
Quale era la politica che aveva scatenato Erickson? La messa al bando da parte dello Stato di Washington dei fosfati nei detergenti. I fosfati sono una reale minaccia ambientale, che può contribuire a provocare la fioritura di alghe tossiche. Ma non era importante; Erickson era infuriato perché, sosteneva, la sua lavastoviglie non funzionava più bene come in precedenza. Può darsi che minacciare la violenza per una lavastoviglie si sembri pazzesco, dato che in effetti lo è; ma stracciare i regolamenti sulle lavastoviglie, si scoprì, era diventata una importante causa conservatrice.
La rabbia per i regolamenti ha un paio di caratteristiche distintive. Una è il suo essere sproporzionata, laddove restrizioni abbastanza leggere scatenano una rabbia vulcanica. L’altra è la pura meschinità di molte delle lamentele degli infuriati. Trump, per suo conto, non gradisce le lampadine moderne perché lo fanno diventare arancione – il che non è neanche vero (in effetti egli sembra arancione, ma probabilmente questo dipende dal fatto che ci aggiunge una abbronzatura artificiale e un uso eccessivo di cosmetici).
Inoltre, c’è qualcuno che si ricorda l’opposizione di Trump ai regolamenti che proteggono lo strato dell’ozono perché, sosteneva, il suo spray per i capelli non funzionava più bene come un tempo?
Dunque, cos’è che davvero provoca la rabbia per i regolamenti? Mi piacerebbe leggere qualche seria ricerca di politologi sul fenomeno. Sospetto, per quanto non lo sappia con certezza, che ci siano forti correlazioni tra la rabbia per i regolamenti ed altre attitudini, come il sostegno alle vendite illimitate delle armi e l’ostilità razziale.
Ma come ho detto sembra che l’insofferenza per i regolamenti sia più attinente alla psicologia che agli interessi personali. Viene da persone che, per i motivi più vari, non si sentono rispettate e che percepiscono restrizioni anche leggere alle loro azioni come insulti perpetrati da elite che si ritengono più intelligenti delle altre persone.
Tra gli americani in generale, quelle persone sono una netta minoranza. Ad esempio, i sondaggi ci dicono che una schiacciante maggioranza di americani, inclusa una maggioranza di persone che si definiscono repubblicane, vogliono vedere rafforzati e non indeboliti i regolamenti contro l’inquinamento.
Ma gli insofferenti ai regolamenti hanno una influenza sproporzionata sui politici repubblicani. E adesso abbiamo un insofferente ai regolamenti insediato alla Casa Bianca, determinato a disfare i regolamenti nel pubblico interesse anche quando le grandi imprese li vogliono mantenere.
Né sarà di aiuto mettere in evidenza che la drastica riduzione dei regolamenti sarebbe sia negativa per l’economia, che tale da far ammalare o da uccidere molti americani. Dopo tutto, chiunque affermi cose del genere, per definizione, fa parte di una elite che pretende di saper tutto.
agosto 9, 2019
Aug. 7, 2019
By Paul Krugman
If the bond market is any indication, Donald Trump’s escalating belligerence on trade is creating seriously increased risks of recession. But I haven’t seen many clear explanations of why that might be so. The problem isn’t just, or even mainly, that he really does seem to be a Tariff Man. What’s more important is that he’s a capricious, unpredictable Tariff Man. And that capriciousness is really bad for business investment.
First things first: why do I emphasize the bond market, not the stock market? Not because bond investors are cooler and more rational than stock investors, although that may be true. No, the point is that expected economic growth has a much clearer effect on bonds than on stocks.
Suppose the market becomes pessimistic about growth over the next year, or even beyond. In that case, it will expect the Fed to respond by cutting short-term interest rates, and these expectations will be reflected in falling long-term rates. That’s why the inversion of the yield curve — the spread between long-term and short-term rates — is so troubling. In the past, this has always signaled an imminent recession:
That scary yield curve. St. Louis Fed
And the market seems in effect to be predicting that it will happen again.
But what about stocks? Lower growth means lower profits, which is bad for stocks. But it also, as we’ve just seen, means lower interest rates, which are good for stocks. In fact, sometimes bad news is good news: a bad economic number causes stocks to rise, because investors think it will induce the Fed to cut. So stock prices aren’t a good indicator of growth expectations.
O.K., preliminaries out of the way. Now let’s talk about tariffs and recession.
You often see assertions that protectionism causes recessions — Smoot-Hawley caused the Great Depression, and all that. But this is far from clear, and often represents a category error.
Yes, Econ 101 says that protectionism hurts the economy. But it does its damage via the supply side, making the world economy less efficient. Recessions, however, are usually caused by inadequate demand, and it’s not at all clear that protectionism necessarily has a negative effect on demand.
Put it this way: a global trade war would induce everyone to switch spending away from imports toward domestically produced goods and services. This will reduce everyone’s exports, causing job losses in export sectors; but it will simultaneously increase spending on and employment in import-competing industries. It’s not at all obvious which way the net effect would go.
To give a concrete example, think about the world economy in the 1950s, before the creation of the Common Market and long before the creation of the World Trade Organization. There was a lot more protectionism and vastly less international trade then than there would be later (the containerization revolution was still decades in the future.) But Western Europe and North America generally had more or less full employment.
So why do Trump’s tariff tantrums seem to be having a pronounced negative effect on near-term economic prospects? The answer, I’d submit, is that he isn’t just raising tariffs, he’s doing so in an unpredictable fashion.
People are often sloppy when they talk about the adverse effects of economic uncertainty, frequently using “uncertainty” to mean “an increased probability of something bad happening.” That’s not really about uncertainty: it means that average expectations of what’s going to happen are worse, so it’s a fall in the mean, not a rise in the variance.
But uncertainty properly understood can have serious adverse effects, especially on investment.
Let me offer a hypothetical example. Suppose there are two companies, Cronycorp and Globalshmobal, that would be affected in opposite ways if Trump imposes a new set of tariffs. Cronycorp would like to sell stuff we’re currently importing, and would build a new factory to make that stuff if assured that it would be protected by high tariffs. Globalshmobal has already been considering whether to build a new factory, but it relies heavily on imported inputs, and wouldn’t build that factory if those imports will face high tariffs.
Suppose Trump went ahead and did the deed, imposing high tariffs and making them permanent. In that case Cronycorp would go ahead, while Globalshmobal would call off its investment. The overall effect on spending would be more or less a wash.
On the other hand, suppose that Trump were to announce that we’ve reached a trade deal: all tariffs on China are called off, permanently, in return for Beijing’s purchase of 100 million memberships at Mar-a-Lago. In that case Cronycorp will cancel its investment plans, but Globalshmobal will go ahead. Again, the overall effect on spending is a wash.
But now introduce a third possibility, in which nobody knows what Trump will do — probably not even Trump himself, since it will depend on what he sees on Fox News on any given night. In that case both Cronycorp and Globalshmobal will put their investments on hold: Cronycorp because it’s not sure that Trump will make good on his tariff threats, Globalshmobal because it’s not sure that he won’t.
Technically speaking, both companies will see an option value to delaying their investments until the situation is clearer. That option value is basically a cost to investment, and the more unpredictable Trump’s policy, the higher that cost. And that’s why trade tantrums are exerting a depressing effect on demand.
Furthermore, it’s hard to see what can reduce this uncertainty. U.S. trade law gives the president huge discretionary authority to impose tariffs; the law was never designed to deal with a chief executive who has poor impulse control. A couple of years ago many analysts expected Trump to be restrained by his advisers, but he’s driven many of the cooler heads out, many of those who remain are idiots, and in any case he’s reportedly paying ever less attention to other people’s advice.
None of this guarantees a recession. The U.S. economy is huge, there are a lot of other things going on besides trade policy, and other policy areas don’t offer as much scope for presidential capriciousness. But now you understand why Trump’s tariff tantrums are having such a negative effect.
I capricci tariffari e i rischi di recessione,
di Paul Krugman
Se il mercato dei bond offre qualche indicazione, la sempre maggiore belligeranza di Donald Trump sul commercio sta creando seri rischi crescenti di recessione. Ma non ho letto molte chiare spiegazioni del perché dovrebbe essere così. Il problema non è soltanto, o neppure principalmente, che egli sembra essere per davvero l’Uomo delle Tariffe. Quello che è più importante è che è un Uomo delle Tariffe capriccioso e imprevedibile. E quella volubilità è davvero negativa per gli investimenti delle imprese.
Andiamo con ordine: perché do tanto rilievo al mercato dei bond, e non al mercato azionario? Non perché gli investitori dei bond siano più cauti e più razionali degli investitori nelle azioni, sebbene questo possa esser vero. No, il punto è che la crescita economica attesa ha un effetto molto più chiaro sui bond che non sulle azioni.
Si supponga che il mercato divenga pessimista sulla crescita nel prossimo anno, o anche oltre. In quel caso mi aspetterò che la Fed tagli i tassi di interesse a breve termine, e queste aspettative si rifletteranno in una caduta dei tassi a lungo termine. Questa è la ragione per la quale l’inversione della curva dei rendimenti – lo spread tra i tassi a lungo e a breve termine – è così preoccupante. Nel passato, essa ha sempre segnalato una recessione imminente:
La allarmante curva dei rendimenti. Fed di St. Louis.
E il mercato sembra che stia in effetti prevedendo che ciò accadrà nuovamente.
Ma cosa dire delle azioni? Una crescita più bassa significa profitti più bassi, il che per le azioni è negativo. Ma significa anche, come abbiamo appena visto, tassi di interesse più bassi, che per le azioni sono positivi. Di fatto, talora le cattive notizie sono buone notizie: un certo numero di fattori economici negativi provocano un rialzo delle azioni, perché gli investitori pensano che indurranno la Fed a un taglio. Dunque, i prezzi delle azioni non sono un buon indicatore delle aspettative di crescita.
Ora abbiamo sbarazzato il campo dei preliminari. Parliamo adesso di tariffe e di recessione.
Si sentono spesso giudizi secondo i quali il protezionismo provoca le recessioni – la legge Smoot-Hawley provocò la Grande Depressione, e tutto il resto. Ma questo è lungi dall’essere chiaro, e spesso rappresenta un errore di categoria.
È vero, un libro di testo di economia dice che il protezionismo danneggia l’economia. Ma provoca quel danno sul versante dell’offerta, rendendo l’economia mondiale meno efficiente. Le recessioni, tuttavia, sono normalmente provocate da una domanda inadeguata, e non è affatto chiaro che il protezionismo comporti necessariamente un effetto negativo sulla domanda.
Diciamo così: una guerra commerciale globale indurrebbe tutti a spostare la spesa dalle importazioni ai beni ed ai servizi prodotti all’interno. Questo ridurrà le esportazioni di ciascuno, provocando perdite di posti di lavoro nei settori esportatori; ma simultaneamente accrescerà l spesa e l’occupazione nei settori che competono con le importazioni. Non è affatto evidente quali sarebbero gli effetti netti.
Per fare un esempio concreto, si pensi all’economia mondiale degli anni ’50, prima della creazione el Mercato Comune e della Organizzazione Mondiale del Commercio. A quell’epoca c’era molto più protezionismo e molto meno commercio internazionale di quello che ci sarebbe stato successivamente (per la rivoluzione della containerizzazione ci sarebbero voluti ancora decenni). Ma l’Europa Occidentale e il Nord America avevano più o meno una piena occupazione.
Perché dunque gli scatti d’ira di Trump sembrano avere un effetto negativo vistoso sulle prospettive economiche a breve termine? Suggerirei che la risposta sia che non si tratta soltanto di alzare le tariffe, ma di farlo in un modo imprevedibile.
La gente è spesso approssimativa quando parla degli effetti negativi dell’incertezza economica, usando di solito il termine “incertezza” per significare “una maggiore probabilità che avvenga qualcosa di negativo”. Ma non è a quello che si riferisce il termine incertezza: esso significa che in media le attese per quello che sta per accadere sono peggiori, cosicché c’è una caduta nella media, non un aumento nella varianza statistica.
Ma l’incertezza intesa nel senso appropriato può avere seri effetti negativi, in particolare sugli investimenti.
Fatemi avanzare un esempio ipotetico. Supponiamo che ci siano due società, chiamiamole Cronycorp e Globalshmobal [1], che sarebbero influenzate in modi opposti se Trump imponesse un nuovo complesso di tariffe. A Cronycorp farebbe piacere vendere cose che attualmente stiamo importando, e per costruire quella roba costruirebbne un nuovo stabilimento, se fosse sicura di essere protetta da alte tariffe. Globalshmobal stava già considerando l’ipotesi di costruire un nuovo stabilimento, ma essa si basa pesantemente su prodotti importati, e non costruirebbe quello stabilimento se quelle importazioni avessero alte tariffe.
Supponiamo che Trump vada avanti e compia l’atto, imponendo tariffe elevate e rendendole permanenti. In quel caso Cronycorp andrebbe avanti, mentre Globalshmobal rinuncerebbe ai suoi investimenti. L’effetto complessivo sulla spesa sarebbe più o meno insignificante.
D’altra parte, supponiamo che Trump annunci che è stato raggiunto un accordo commerciale: tutte le tariffe sulla Cina sono revocate, in permanenza, in cambio di un acquisto da parte di Pechino di una partecipazione di 100 milioni sulla sua villa di Mar-a-Lago. In quel caso Cronycorp cancellerebbe i suoi progetti di investimento, ma Globalshmobal andrebbe avanti. L’effetto complessivo sulla spesa sarebbe ancora insignificante.
Ma adesso introduciamo una terza possibilità, secondo la quale nessuno conosce cosa farà Trump – probabilmente neanche lo stesso Trump, dato che esso dipende da quello che guarda su Fox News in una data serata. In quel caso sia Cronycorp che Globalshmobal lasceranno in sospeso i loro investimenti: Cronycorp perché non è sicura che Trump attuerà le sue minacce tariffarie, Globalshmobal perché non è sicura che non lo farà.
Tecnicamente parlando, entrambe le società vedranno un valore di opzione [2] nel rinviare i loro investimenti finché la situazione non sia più chiara. Quel ‘valore di opzione’ è fondamentalmente un costo per l’investimento, e più che la politica di Trump è imprevedibile, più elevato è quel costo. E questa è la ragione per la quale i capricci commerciali stanno esercitando un effetto deprimente sulla domanda.
Inoltre è difficile capire cosa possa ridurre questa incertezza. La legislazione commerciale degli Stati Uniti dà al Presidente una ampia autorità discrezionale di imporre tariffe; la legislazione non venne concepita per misurarsi con una capo dell’esecutivo che ha una modesta capacità di controllare gli impulsi. Un paio d’anni fa molti analisti si aspettavano che Trump fosse condizionato dai suoi consiglieri, ma lui ha licenziato molti dei suoi collaboratori con i nervi più saldi, molti di quelli che restano sono degli sciocchi, e in ogni caso si dice che egli si affidi meno che mai al consiglio di altre persone.
Niente di tutto questo assicura una recessione. L’economia degli Stati Uniti è vasta, ci sono molte altre cose oltre alla politica commerciale, ed altre aree della politica non offrono altrettanto margine per i capricci presidenziali. Ma adesso capite perché i capricci tariffari di Trump stiano avendo tali effetti negativi.
[1] Ovvero, una società di tipo clientelare, basata su favori, ed una società di tipo globalistico, più aperta alla competizione mondiale.
[2] Nell’analisi costi-benefici e nell’economia del benessere sociale, il termine valore dell’opzione si riferisce al valore che è posto sulla volontà privata di pagare per mantenere o preservare un bene o servizio pubblico anche se c’è poca o nessuna probabilità che l’individuo lo usi effettivamente
agosto 6, 2019
Aug. 5, 2019
By Paul Krugman

I didn’t know that the Dow was going to drop 750 points, so my latest column is El Paso-related. Probably the right choice anyway, because US-China is moving so fast that anything in the print paper would be out of date.
But it does look as if I should try to explain (a) what I think is happening (b) why the markets are going so nuts. By the way, given Mnuchin’s declaration just a few minutes ago that China is a currency manipulator, tomorrow’s market action should be … interesting.
So here’s the thing: neither Trump’s tariff announcement last week nor, especially, the depreciation of China’s currency today should objectively be that big a deal. Trump slapped 10 percent tariffs on $200 billion of Chinese exports, which is a tax hike of 0.1 percent of US GDP and 0.15 percent of Chinese GDP.
In response, China let its currency drop by about 2 percent. For comparison, the British pound has dropped around 9 percent since May, when it became clear that a no-deal Brexit was likely.
So why are these smallish numbers such a big deal? Mostly because we’ve learned things about the protagonists in this trade conflict, things that make a bigger, longer trade war seem a lot more likely than it did even a few days ago.
First, Trump really is a Tariff Man. Some naïve souls may still have been hoping that he would learn something from the failure of his trade policy so far. More sensible people hoped that he might do what he did with NAFTA: reach a new deal basically the same as the old deal, proclaim that it was totally different, and claim a great victory.
But no: it’s pretty clear now that he refuses to give up on his belief that trade wars are good, and easy to win; his plan is to continue the beatings until morale improves. What may have looked like temporary tariffs designed to win concessions now look like permanent features of the world economy, with the level of tariffs and the range of countries facing them likely to expand over time.
Second, China is clearly signaling that it’s not Canada or Mexico: it’s too big and too proud to submit to what it considers bullying. That slide in the renminbi wasn’t a concrete policy measure as much as a way of saying to Trump, “talk to the hand” (no doubt there’s a good Chinese expression along these lines.)
Incidentally — or maybe it’s not so incidental — while there are many valid reasons to criticize Chinese policy, currency manipulation isn’t one of them. China was a major currency manipulator 7 or 8 years ago, but these days if anything it’s supporting its currency above the level it would be at if it were freely floating.
And think for a minute about what would happen to a country with an unmanipulated currency, if one of its major export markets suddenly slapped major tariffs on many of its goods. You’d surely expect to see that country’s currency depreciate, just as Britain’s has with the prospect of lost market access due to Brexit.
In other words, the Trump administration in its wisdom has managed to accuse the Chinese of the one economic crime of which they happen to be innocent. Oh, and what are we going to do to punish them for this crime? Put tariffs on their exports? Um, we’ve already done that.
So how does this all end? I have no idea. More important, neither does anyone else. It looks to me as if both Trump and Xi have now staked their reputations on hanging tough. And the thing is, it’s hard to see what would make either side give in (or even to know what giving in might mean.)
At this rate, we may have to wait for a new president to clean up this mess, if she can.
Il trauma cinese di Trump,
di Paul Krugman
Non sapevo che il Dow stava per scendere di 750 punti, dunque il mio ultimo articolo è sui fatti di El Paso. Probabilmente in ogni caso la scelta giusta, perché la situazione tra Stati Uniti e Cina si sta muovendo così velocemente che ogni cosa sulla carta stampata sarebbe superata.
Ma sembra che debba provare a spiegare: a) quello che penso stia accadendo, b) perché i mercati stiano andando così fuori di testa. Per inciso, considerata la dichiarazione di pochi istanti fa di Mnuchin secondo la quale la Cina sarebbe un manipolatore valutario, quello che succede domani sul mercato dovrebbe essere … interessante.
La questione dunque è questa: né l’annuncio delle tariffe di Trump della scorsa settimana, né, in particolare, la svalutazione della moneta cinese odierna dovrebbero essere obbiettivamente cose sensazionali. Trump ha schiaffato tariffe del 10 per cento su 200 miliardi di esportazioni cinesi, il che corrisponde ad un aumento delle tasse dello 0,1 per cento sul PIL statunitense e dello 0,15 per cento su quello cinese.
In risposta, la Cina lascia scendere la sua valuta di circa il 2 per cento. A confronto, la sterlina inglese è calata dal mese di maggio di circa il 9 per cento, quando divenne chiaro che una Brexit senza alcun accordo era probabile.
Dunque, perché numeri così piccini sono una faccenda talmente seria? Soprattutto perché abbiamo imparato cose sui protagonisti di questo conflitto commerciale, cose che fanno apparire una guerra commerciale più grave e più lunga molto più probabile di quanto non lo fosse anche pochi giorni orsono.
Anzitutto, Trump è davvero l’Uomo delle Tariffe. Alcune anime candide possono ancora sperare che egli impari qualcosa dal fallimento della sua politica commerciale sino a questo punto. Persone più sensate speravano che facesse quello che aveva fatto con il NAFTA: raggiungere un nuovo accordo sostanzialmente simile all’accordo precedente, e vantarlo come una grande vittoria.
Invece no: è abbastanza chiaro che egli rifiuta di rinunciare al suo convincimento che le guerre commerciali sono una buona cosa e sono facili da vincere; il suo piano è continuare a dar colpi finché il morale non migliora. Quelle che potevano essere apparse come tariffe provvisorie rivolte ad ottenere concessioni, appaiono oggi come caratteristiche permanenti dell’economia mondiale, ed è probabile che il livello delle tariffe e la serie dei paesi interessati crescano col tempo.
In secondo luogo, la Cina sta segnalando di non essere come il Canada o il Messico: è troppo grande e troppo fiera per sottomettersi a quella che considera una intimidazione. Quella scivolata del renminbi non è stata tanto una concreta misura politica, quanto un modo di dire a Trump “parli al vento [1]” (senza dubbio c’è una buona espressione cinese con questo significato).
Per inciso – o forse non tanto per inciso – mentre ci sono molte valide ragioni per criticare la politica cinese, la manipolazione valutaria non è una di queste. La Cina era un manipolatore valutario 7 o 8 anni fa, ma di questi tempi sta semmai sostenendo la sua valuta sopra il livello al quale si collocherebbe se fluttuasse liberamente.
E si pensi per un istante a quello che accadrebbe ad un paese con una valuta non manipolata, se uno dei suoi importanti mercati di esportazione d’un tratto imponesse tariffe su molti dei suoi prodotti. Sicuramente vi aspettereste di vedere che la valuta di quel paese verrebbe svalutata, proprio come ha fatto l’Inghilterra con la prospettiva di un accesso perduto al mercato a seguito della Brexit.
In altre parole, l’Amministrazione Trump nella sua saggezza ha cercato di accusare i cinesi dell’unico crimine economico per il quale accade che siano innocenti. E cosa siamo intenzionati a fare per punirli di questo crimine? Mettiamo tariffe sulle loro esportazioni? Mhh, quello l’abbiamo già fatto.
Dunque, come andrà a finire tutto questo? Non ne ho idea. Più importante ancora, nessun altro ce l’ha. A me sembra che sia Trump che Xi abbiano messo in gioco la loro reputazione tenendo duro. E il punto è che è difficile vedere cosa potrebbe costringere l’altra parte ad arrendersi (o anche sapere cosa potrebbe significare una resa).
Di questo passo, possiamo dover aspettare che un(a) nuov(a) Presidente sistemi questo casino, se le riesce.
[1] Letteralmente sarebbe “Parla alla mano” – intendendo implicitamente “perché io non ti ascolto con la testa”. Vedi il forum su Wordreference del 13 dicembre 2005, che pure non offre soluzioni soddisfacenti in italiano.
agosto 4, 2019
Aug 3, 2019
By Paul Krugman
Remember the Vietnam quagmire? (Actually, I hope many of my readers are young enough that they don’t, but you’ve presumably heard about it.) In political discourse, “quagmire” has come to have a quite specific meaning. It’s what happens when a government has committed itself to a policy that isn’t working, but can’t bring itself to admit failure and cut its losses. So it just keeps escalating, and things keep getting worse.
Well, here’s my thought: Trump’s trade war is looking more and more like a classic policy quagmire. It’s not working — that is, it isn’t at all delivering the results Trump wants. But he’s even less willing than the average politician to admit to a mistake, so he keeps doing even more of what’s not working. And if you extrapolate based on that insight, the implications for the U.S. and world economies are starting to get pretty scary.
This article, by the way, while not very technical, is going to make use of a number of charts and even a few terms of art, hence the “wonkish” warning.
To preview, I’m going to make five points:
I could, of course, be wrong. But that’s how it looks given what we know now.
OK., let’s start with the scale of the policy. The invaluable people at the Peterson Institute for International Economics have a nice chart showing the escalation of tariffs on Chinese goods under Trump:
Trump’s tariff escalation. PIIE
So roughly speaking, we’ve seen a 20 percent tax imposed on the $500 billion worth of goods we import from China each year. Although Trump keeps insisting that the Chinese are paying that tax, they aren’t. When you compare what has happened to prices of imports subject to new tariffs with those of other imports, it’s overwhelmingly clear that the burden is falling on U.S. businesses and consumers.
So that’s a $100 billion a year tax hike. However, we aren’t collecting nearly that much in extra tariff revenue:
Some revenue, but not much. Federal Reserve of St. Louis
Partly that’s because the revenue numbers don’t yet include the full range of Trump tariffs. But it’s also because one big effect of the Trump tariffs on China has been to shift the sourcing of U.S. imports — e.g., instead of importing from China, we buy stuff from higher-cost sources like Vietnam. When this “trade diversion” happens, it’s still a de facto tax increase on U.S. consumers, who are paying more, but it doesn’t even have the benefit of generating new revenue.
So this is a pretty big tax hike, which amounts to contractionary fiscal policy. And we should add in two other effects: foreign retaliation, which hurts U.S. exports, and uncertainty: Why build a new factory when for all you know Trump will suddenly decide to cut off your market, your supply chain, or both?
I don’t think it’s outlandish to suggest that the overall anti-stimulus from the Trump tariffs is comparable in scale to the stimulus from his tax cut, which largely went to corporations that just used the money to buy back their own stock. And that stimulus is behind us, while the drag from his trade war is just getting started.
But why is Trump doing this? A lot of center-right apologists for Trump used to claim that he wasn’t really fixated on bilateral trade balances, which every economist knows is stupid, that it was really about intellectual property or something. I’m not hearing that much anymore; it’s increasingly clear that he is, indeed, fixated on trade balances, and believes that America runs trade deficits because other countries don’t play fair.
Strange to say, however, despite all those new tariffs the U.S. trade deficit is getting bigger, not smaller, on his watch:
The deficit that wouldn’t come down. Federal Reserve of St. Louis
And adjusted for inflation, imports are still growing strongly, while U.S. exports have been shriveling:
Who’s winning this trade war, exactly? Federal Reserve of St. Louis
Why aren’t tariffs shrinking the trade deficit? Mainly the answer is that Trump’s theory of the case is all wrong. Trade balances are mainly about macroeconomics, not tariff policy. In particular, the persistent weakness of the Japanese and European economies, probably mainly the result of shrinking prime-age work forces, keeps the yen and the euro low and makes the U.S. less competitive.
When it comes to recent import and export trends, there may also be an asymmetric effect of the tariffs themselves. As I already mentioned, U.S. tariffs on Chinese goods don’t do much to reduce overall imports, because we just shift to products from other Asian economies. On the other hand, when the Chinese stop buying our soybeans, there aren’t any major alternative markets.
Whatever the explanation, Trump’s tariffs aren’t producing the results he wanted. Nor are they getting the other thing he wants: Splashy concessions from China that he can portray as victories (“tweetable deliveries”). As Gavyn Davies says, China seems “increasingly confident it can weather the trade wars,” and it’s not showing any urge to placate the U.S.
So this might seem to be a good time to hit the pause button and rethink strategy. Instead, however, Trump went ahead and slapped on a new round of tariffs. Why?
Well, stock traders reportedly think that Trump was emboldened by the Fed’s rate cut, which he imagines means that the Fed will insulate the U.S. economy from any adverse effects of his trade war. We have no way of knowing if that’s true. However, if Trump does think that, he’s almost surely wrong.
For one thing, the Fed probably doesn’t have much traction: interest rates are already very low. And the sector most influenced by interest rates, housing, hasn’t shown much response to what is already a sharp drop in mortgage rates.
Furthermore, the Fed itself must be wondering if its rate cut was seen by Trump as an implicit promise to underwrite his trade war, which will make it less willing to do more — a novel form of moral hazard.
There is, by the way, a strong contrast here with China, which for all its problems retains the ability to pursue coordinated monetary and fiscal stimulus to a degree unimaginable here. Trump probably can’t bully the Fed into offsetting the damage he’s inflicting (and just try to imagine him getting Nancy Pelosi to bail him out); Xi is in a position to do whatever it takes.
So what will Trump do next? My guess is that instead of rethinking, he’ll escalate, which he can do on several fronts. He can push those China tariffs even higher. He can try to deal with trade diversion by expanding the trade war to include more countries (good morning, Vietnam!).
And he can sell dollars on foreign exchange markets, in an attempt to depreciate our currency. The Fed would actually carry out the intervention, but currency policy is normally up to the Treasury Department, and in June Jerome Powell reiterated that this is still the Fed’s view. So we might well see a unilateral decision by Trump to attempt to weaken the dollar.
But a deliberate attempt to weaken the dollar, gaining competitive advantage at a time when other economies are struggling, would be widely — and correctly — seen as beggar-thy-neighbor “currency war.” It would lead to widespread retaliation, even though it would also probably be ineffective. And the U.S. would have forfeited whatever remaining claims it may still have to being a benevolent global hegemon.
Il pantano commerciale di Trump (per esperti).
di Paul Krugman
Vi ricordate il pantano del Vietnam? (In realtà spero che molti miei lettori siano giovani abbastanza da non ricordarsene, ma probabilmente ne avete sentito parlare.) Nel dibattito politico, ‘pantano’ ha finito con l’assumere un significato abbastanza particolare. È quello che accade quando un Governo si è legato ad una politica che non sta funzionando, ma non può indursi a riconoscere il fallimento e a ridurre le sue perdite. Cosicché continua semplicemente a inasprirsi, e le cose continuano a peggiorare.
Ebbene, ecco la mia opinione: la guerra commerciale di Trump assomiglia sempre di più ad un classico pantano politico. Non sta funzionando – ovvero, non sta affatto producendo i risultati voluti da Trump. Ma lui è persino meno disponibile della media dei politici ad ammettere un errore, quindi continua a realizzare sempre di più quello che non sta funzionando. E, se si tenta una deduzione basandosi su quello che si conosce, le implicazioni per gli Stati Uniti e per le economie del mondo cominciano ad essere allarmanti.
Questo articolo, per inciso, pur non essendo molto tecnico, si appresta a far uso di un certo numero di diagrammi ed anche di pochi termini in uso nella disciplina, dai quali la messa in guardia “per esperti”.
Devo premettere, anzitutto, cinque punti:
1 – La Guerra commerciale sta diventando una grossa cosa. Le tariffe sui beni cinesi sono tornate a livelli che associamo al protezionismo precedente agli anni ’30. E la guerra commerciale sta raggiungendo il punto nel quale diventa un significativo prelievo sull’economia statunitense.
2 – Ciononostante, la guerra commerciale sta fallendo i suoi obbiettivi, almeno per come Trump li concepisce: i cinesi non stanno ammettendo la sconfitta e il deficit commerciale sta crescendo, non calando.
3 – Probabilmente, la Fed non può compensare il danno che la guerra commerciale sta producendo, e sta probabilmente diventando anche poco disponibile a provarci.
4 – È probabile che Trump risponderà a queste delusioni inasprendo le misure, con le tariffe o con altri sistemi e con un maggior numero di paesi, e – nonostante i dinieghi – alla fine con interventi valutari.
5 – Gli altri paesi reagiranno, e molto presto questo diventerà assai sgradevole.
Potrei aver torto, ovviamente. Ma questo è quello che mi appare sulla base di quanto si sa ad oggi.
Cominciamo dunque con la dimensione della politica in atto. Gli inestimabili individui del Peterson Institute for International Economics hanno un grazioso grafico che mostra gli incrementi delle tariffe sui beni cinesi sotto Trump:
Gli incrementi tariffari di Trump. PIIE [1]
Dunque, parlando approssimativamente, abbiamo assistito ad una tassazione del 20 percento imposta su un valore di 500 miliardi di dollari di beni che importiamo ogni anno dalla Cina. Sebbene Trump continui ad insistere che siano i cinesi a pagare quella tassa, non è così. Quando si confronta quello che è accaduto ai prezzi delle importazioni soggette alle nuove tariffe con quelli di altre importazioni, è completamente chiaro che l’onere sta gravando sulle imprese e sui consumatori statunitensi.
Dunque, questo corrisponde ad una impennata della tassazione annuale di 100 miliardi di dollari. Tuttavia, noi non stiamo raccogliendo nemmeno lontanamente così tanto in entrate extra tariffarie:
Un po’ di maggiori entrate, ma non molto. Federal Reserve di St. Louis [2]
In parte questo dipende dal fatto che I dati delle entrate non includono ancora l’intero ammontare delle tariffe di Trump. Ma anche dal fatto che un grande effetto delle tariffe di Trump sulla Cina è stato lo spostamento delle fonti delle importazioni statunitensi – ovvero, anziché importare dalla Cina, compriamo beni da fonti a costo più elevato come il Vietnam. Quando avviene questo “spostamento commerciale”, esso è tuttavia si risolve in un incremento fiscale sui consumatori statunitensi, che stanno pagando di più, ma non ha neppure il beneficio di generare nuove entrate.
Dunque si tratta di un aumento fiscale abbastanza cospicuo, che corrisponde ad una politica fiscale restrittiva. E dovremmo aggiungere altri due effetti: le ritorsioni straniere, che danneggiano le esportazioni statunitensi, e l’incertezza: perché costruire un nuovo stabilimento quando, da quanto si sa, Trump potrà decidere all’improvviso di ridurre il vostro mercato, le vostre catene dell’offerta, o entrambi?
Non penso che sia stravagante suggerire che l’effetto complessivo di anti stimolazione delle tariffe di Trump è paragonabile nelle sue dimensioni all’effetto di stimolo dei suoi tagli fiscali, che in gran parte sono andati alle società che li hanno semplicemente utilizzati per riacquistare le loro stesse azioni. E quello stimolo è alle nostre spalle, mentre il prelievo dalla sua guerra commerciale sta solo cominciando ad avere effetti.
Ma perché Trump lo sta facendo? Un buon numero di difensori di Trump del centro-destra erano soliti sostenere che egli non fosse effettivamente fissato sugli equilibri commerciali bilaterali, che ogni economista sa essere stupido, ma in realtà era interessato alla proprietà intellettuale o a cose del genere. Non lo sento più dire: è sempre più chiaro che egli è, in effetti, fissato sugli equilibri finanziari, e crede che l’America gestisca deficit commerciali perché gli altri paesi non si comportano correttamente.
Strano a dirsi, tuttavia, nonostante tutte quelle tariffe il deficit commerciale statunitense sta diventando più grande, non più piccolo, durante il suo mandato:
Il deficit che non è sceso. Federal Reserve di St. Louis [3]
E, corrette per l’inflazione, le importazioni stanno ancora crescendo fortemente, mentre le esportazioni statunitensi stanno ancora rinsecchendosi:
Precisamente, chi sta vincendo la guerra commerciale? Federal Reserve di St. Louis [4]
Perché le tariffe non stanno restringendo il deficit commerciale? Principalmente, la risposta è che la teoria di Trump sulla materia è tutta sbagliata. Gli squilibri commerciali riguardano principalmente la macroeconomia, non la politica commerciale. In particolare, la persistente debolezza delle economie del Giappone e dell’Europa, probabilmente principalmente in conseguenza della riduzione delle forze di lavoro nella principale età lavorativa, portano in basso lo yen e l’euro e rendono gli Stati Uniti meno competitivi.
Quando si passa alle recenti tendenze delle importazioni e delle esportazioni, può anche esserci un effetto asimmetrico delle tariffe stesse. Come ho già ricordato, le tariffe statunitensi sui prodotti cinesi non fanno granché per ridurre le importazioni complessive, giacché noi ci spostiamo soltanto verso prodotti di altre economie asiatiche. Di contro, quando i cinesi smettono di acquistare la nostra soia, non ci sono altri importanti mercati alternativi.
Qualsiasi sia la spiegazione, le tariffe di Trump non stanno producendo i risultati che voleva. Neppure stanno provocando le altre cose che lui voleva: sensazionali concessioni dalla Cina che lui possa presentare come vittorie (“consegne publicizzabili su Twitter”). Come afferma Gavyn Davies, la Cina sembra “sempre più fiduciosa di poter resistere alle guerre commerciali” e non sta mostrando alcuna premura di placare gli Stati Uniti.
Dunque, sembrerebbe il momento giusto per premere il bottone della pausa e di ripensare l strategia. Ciononostante, Trump è andato avanti ed ha schiantato una nuova serie di tariffe. Perché?
Ebbene, si dice che gli operatori sui mercati azionari pensino che Trump sia stato rincuorato dal taglio dei tassi della Fed, che lui immagina significhi la volontà della Fed di isolare l’economia statunitense da qualsiasi effetto negativo della sua guerra commerciale. Non abbiamo modo di sapere se questo sia vero. Tuttavia, se Trump lo pensasse veramente, avrebbe quasi sicuramente torto.
Da una parte, la Fed probabilmente non ha molta capacità di trazione: i tassi di interesse sono già molto bassi. E il settore maggiormente influenzato dai tassi di interesse, l’edilizia, non ha mostrato una grande risposta a quello che è già un brusco calo nei tassi dei mutui.
Inoltre, la Fed stessa si sta probabilmente chiedendo se il taglio dei tassi sia stato considerato da Trump come una implicita promessa di sottoscrivere la sua guerra commerciale, il che la renderà meno disponibile a fare di più – una nuova forma di ‘azzardo morale’.
Per inciso, c’è in questo caso un forte contrasto con la situazione della Cina, che con tutti i suoi problemi mantiene la capacità di perseguire uno stimolo della leva monetaria e di quella della finanza pubblica, coordinato in un grado qua inimmaginabile. Trump probabilmente non può costringere la Fed a compensare il danno che lui sta provocando (pensate solo ad immaginare che possa ottenere da Nancy Pelosi un salvataggio); Xi è nella condizione di fare tutto quello che gli serve.
Dunque, quale sarà la prossima mossa di Trump? La mia idea è che piuttosto di ripensarci, egli intensificherà la sua azione, la qual cosa può farla in varie direzioni. Egli può spingere quelle tariffe sulla Cina ancora più in alto. Può cercare di occuparsi della deviazione dei commerci espandendo la guerra commerciale sino a includere altri paesi (buon giorno, Vietnam!).
E può vendere dollari sui mercati di cambio esteri, nel tentativo di svalutare la moneta. In realtà sarebbe la Fed a mettere in pratica l’intervento, ma la politica valutaria è di norma di competenza del Dipartimento del Tesoro, e in giugno Jerome Powell ha ribadito che questo è ancora il punto di vista della Fed. Dunque non sarebbe affatto impossibile assistere di una decisione unilaterale di Trump per tentare di indebolire il dollaro.
Ma un tentativo deliberato di indebolire il dollaro, guadagnando un vantaggio competitivo in un periodo nel quale le altre economie hanno difficoltà, sarebbe generalmente – e correttamente – considerata come una “guerra valutaria” ai danni degli altri. Essa condurrebbe a ritorsioni generalizzate, pur essendo probabilmente inefficace. E gli Stati Uniti rinuncerebbero a qualsiasi residua pretesa possano ancora avere di esercitare un’egemonia globale longanime.
[1] In pratica, si è passati da un percentuale del 3,1 nel 2017, ad una deel 21,5 annunciata in questi giorni, che potrebbe salite al 27,8 nello scenario futuro.
[2] Provo a capire. Il diagramma, in realtà, mostra un picco nelle entrate fiscali del Governo Federale derivanti dalle tariffe sulle importazioni. Ma mentre esse dovrebbero corrispondere a circa 100 miliardi – il 20% su un valore delle importazioni di 500 miliardi – l’incremento reale si colloca nella differenza tra i 35-40 miliardi precedenti ed i circa 70 miliardi del 2019, ovvero 35 miliardi circa.
[3] Si noti che la scala dei valori assoluti, sulla destra, è discendente. Quindi, durante il mandato di Trump, il valore del deficit è passato da oltre 560 miliardi di dollari a 680/660 miliardi di dollari nel 2018/2019.
[4] Si noti anche qua che la scala di riferimento sulla destra – espressa in cambiamenti percentuali rispetto all’anno precedente – è in discesa; i valori negli anni di Trump passano da incrementi percentuali delle importazioni (linea rossa) del 4/5% nel 2017 – 2018, ad un incremento attorno al 3% nel 2019. Ma, nel frattempo, i cambiamenti percentuali nelle esportazioni (linea blu) sono passati da valori attorno al +3/+5% del 2017 – 2° trimestre 2018, ad un recente -2% nel 2019. L’andamento del deficit commerciale, dunque, che è una risultante delle modifiche delle importazioni e delle esportazioni, è negativo, dato che le prime continuano a crescere, mentre le seconde calano.
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