Blog di Krugman

Gli spostamenti diventano veri: per comprendere il pantano politico del Partito Repubblicano (dal blog di Krugman, 30 settembre 2017)

 

Shifts Get Real: Understanding the GOP’s Policy Quagmire

 SEPTEMBER 30, 2017 11:39 AM 

Paul Krugman

 

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Tax Policy Center

Right now it looks as if tax “reform” — actually it’s just cuts — may go the way of Obamacare repeal. Initial assessments of the plan are brutal, and administration attempts to spin things in a positive direction will suffer from loss of credibility on multiple fronts, from obvious lies about the plan itself, to spreading corruption scandals, to the spectacle of the tweeter-in-chief golfing while Puerto Rico drowns.

Now, it ain’t over until the portly golfer sings. But still, it’s worth spending a few minutes on why a fresh debacle seems likely.

The important point is that there are crucial links between the health care faceplant and the bad news (for the GOP) on taxes — links both causal and, you might say, cultural.

Republicans took power in January determined to cut taxes on the wealthy, bigly. That has, after all, been the GOP establishment’s overriding priority for four decades; it’s what donors demand.

But they’re somewhat constrained by concerns about deficits. It’s not that they themselves care about red ink: nobody with influence in the GOP has ever cared about federal debt, least of all the deficit peacocks who preened and posed as apostles of fiscal responsibility. But all that posturing makes budget-busting tax cuts awkward. And procedural issues in the Senate also make it hard to do too much budget-busting without 60 seats.

One important goal of ACA repeal was to loosen those constraints, by repealing the high-end tax hikes that paid for Obamacare, hence giving a big break to the donor class. Having failed to do that, Rs are under even more pressure to deliver the goods to the wealthy through tax cuts.

But deficits are a constraint, even if not a hard one. Now, Republicans have always claimed that they can cut tax rates without losing revenue by closing loopholes. But they’ve always avoided saying anything about which loopholes they’d close; they promised to shift the tax burden away from their donors onto [TK], some mystery group. It was magic asterisk city; it was “Don’t tax you, don’t tax me, tax that fellow behind the tree” on steroids.

But as they sidle up toward actual legislation, they need to start getting specific: the shifts need to get real. So where will the money come from?

The bright answer in Trumpcuts is, end the deduction for state and local taxes (SALT). This probably sounded like a good idea: hey, it will punish blue states, which foolishly collect a lot of taxes to do things like feed people and treat their illnesses.

But there are a lot of Republican voters in blue states, and even a significant number of Republican Congressmen. And who are these voters? By and large, affluent but not super-rich households — hence with relatively high marginal tax rates — for whom deductibility of SALT is a big deal. As the details of the plan sink in, these people will scream bloody murder, and their representatives will become a big problem for the leadership.

So what were they thinking? My guess is that they weren’t thinking. What we learned from health care was that after 8 years, Republicans had never bothered to learn anything about the issues. There’s every reason to believe that the same is true for the distribution of tax changes, which Paul Ryan called a “ridiculous” issue and presumably nobody in his party ever tried to understand.

So now the lies and willful ignorance are catching up with them — again.

 

 

 

Gli spostamenti diventano veri: per comprendere il pantano politico del Partito Repubblicano

di Paul Krugman

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Tax Policy Center [1]

In questo momento sembra che la “riforma” del fisco – in realtà sono solo sgravi fiscali – possa ripetere l’esperienza della abrogazione della riforma sanitaria di Obama. Le indicazioni iniziali del progetto erano brutali, e i tentativi della Amministrazione di manipolare le cose in una direzione positiva pagheranno il prezzo di una perdita di credibilità su molti fronti, dalle evidenti menzogne sul progetto stesso, al diffondersi degli scandali della corruzione, allo spettacolo del twittatore-in-capo che gioca a golf mentre Porto Rico affoga.

Ora, tutto questo durerà finché il corpulento giocatore di golf se la canta da solo. Eppure, merita spendere alcuni minuti sulla ragione per la quale sembra probabile una nuova debacle.

Il punto importante è che ci sono collegamenti cruciali tra la perdita di faccia sulla assistenza sanitaria e le cattive notizie (per il Partito Repubblicano) sulle tasse – collegamenti sia sulle cause che, si potrebbe dire, culturali.

I repubblicani hanno preso il potere in gennaio, determinati a tagliare le tasse sui ricchi, alla grande. Era stata, dopo tutto, la priorità indiscutibile del gruppo dirigente del Partito Repubblicano per quattro decenni; è quello che viene chiesto dai finanziatori.

Ma essi erano in qualche modo condizionati dalle preoccupazioni sul deficit. Non si tratta del fatto che anche loro si preoccupano di andare in rosso: nessuno che abbia qualche influenza nel Partito Repubblicano si è mai preoccupato del debito federale, meno di tutti i pavoni del deficit che si davano arie e di atteggiavano ad apostoli della responsabilità in materia di finanza pubblica. Ma tutto questo atteggiarsi rende complicati gli sgravi fiscali che mandano in bancarotta i bilanci. Ed anche le questioni procedurali nel Senato rendono difficile manomettere troppo il bilancio, se non si hanno 60 seggi.

Un importante obbiettivo della abrogazione della legge sanitaria era quello di attenuare questi limiti, abrogando gli aumenti delle tasse sulle fasce alte con i quali si era coperto il costo della riforma di Obama, e quindi fornendo una grande pausa alla categoria dei finanziatori del Partito. Avendo fallito in questo, i repubblicani subiscono una pressione persino maggiore per consegnare i benefici ai ricchi attraverso i tagli al fisco.

Ma i deficit sono un condizionamento, sebbene non insuperabile. Ora, i repubblicani hanno sempre sostenuto di poter tagliare le aliquote fiscali senza perdite nelle entrate, interrompendo le elusioni del fisco. Ma avevano sempre evitato di dire alcunché su quali elusioni fiscali avrebbero interrotto; avevano promesso di spostare l’onere fiscale dai loro finanziatori a qualche … ‘fine del gioco’ [2], un qualche gruppo misterioso. Era la città dei magici asterischi; era una specie di “Non ti metto tasse, non le metto a me stesso, tasso quel tizio che è dietro l’albero” all’ennesima potenza.

Ma appena si avvicinano alla legislazione effettiva, devono cominciare ad entrare nello specifico: i cambiamenti debbono diventare reali. Dunque, da dove verranno i soldi?

La risposta brillante nei tagli di Trump è, interrompere la deduzione per le tasse degli Stati e degli Enti Locali (SALT). Questa probabilmente è sembrata una buona idea: come no, sarà una punizione per gli Stati democratici, che raccolgono pazzescamente una gran quantità di tasse per cose come l’alimentazione della gente e il trattamento delle loro malattie.

Ma ci sono una gran quantità di elettori repubblicani negli Stati democratici, e persino un numero significativo di congressisti repubblicani. E chi sono questi elettori? In generale sono famiglie benestanti ma non ricchissime – di conseguenza con aliquote fiscali marginali relativamente elevate – per le quali la deducibilità delle tasse statali e locali è una grande questione. Appena avranno compreso i dettagli del piano, queste persone si metteranno ad urlare all’assassinio efferato, e i loro congressisti diventeranno una gran problema per la dirigenza.

Cosa stavano pensando, dunque, quelle persone? La mia idea è che non stessero pensando. Quello che abbiamo imparato dalla assistenza sanitaria è stato che dopo 8 anni, i repubblicani non si erano mai degnati di imparare alcunché su questi temi. Ci sono tutte le ragioni per credere che lo stesso sia vero per la distribuzione dei cambiamenti fiscali, che Paul Ryan ha definito un tema “ridicolo” e presumibilmente nessuno nel suo partito ha mai pensato di comprendere.

Dunque, adesso le bugie e l’ostinata ignoranza si stanno ritorcendo contro di loro – nuovamente.

 

 

[1] La tabella, elaborata dalla Associazione Tax policy Center, mostra la distribuzione prevista degli aumenti fiscali all’anno 2017 per le varie categorie di reddito. Le tasse pagate dai redditi più bassi (il quintile più basso) e quelli più alti (lo 0,1 e l’1 per cento di più ricchi) crescerebbero circa del 10%; quelle delle classi medie – medio basse e medio alte – di percentuali dal 30 al 60 per cento.

[2] È solo una possibilità per tradurre TK, offerta da UrbanDictionary. Se capisco, una sorta di parola magica che in alcuni giochi mette nelle condizioni di liquidare i vostri compagni di gioco. Del resto, gli altri dizionari non traducono.

 

 

 

 

 

 

La pessima economia del cancellare il DACA (dal blog di Krugman, 5 settembre 2017)

ottobre 2, 2017

 

SEP 5 12:16 PM

The Very Bad Economics of Killing DACA

Paul Krugman

Trump’s decision to kill DACA — never mind the attempt to obscure things with that meaningless delay — is, first and foremost, a moral obscenity: throwing out 800,000 young people who are Americans in every way that matters, who have done nothing wrong, basically for racial reasons. But it’s also worth noting that Jeff Sessions just tried to sell it with junk economics, claiming that the Dreamers are taking American jobs. No, they aren’t, even if we leave aside the question of who’s an American. DACA is very much a boon to the rest of the U.S. population, and killing it will make everyone worse off.

To see why, first note that whatever you think about the economics of less-educated immigrants — most of the evidence suggests that they don’t depress wages, but that’s another discussion — none of it applies to DREAMers. Their educational and behavioral profile, as Cato notes, doesn’t resemble the average immigrant, let alone the average undocumented immigrant; they look like H-1B visa holders, that is, skilled immigrants we have specifically allowed in because they help the economy.

Beyond that, DREAMers are young — which means that they help the economy in not one but two big ways, because they mitigate the economic problems caused by an aging population.

One of those problems is fiscal: as the population ages, there are fewer working-age members contributing taxes to pay for Social Security and Medicare. A cohort of relatively high-wage, highly motivated people mostly in their 20s, likely to pay lots of taxes for decades, is exactly what the doctor ordered to make that issue less severe.

Meanwhile, I’m one of those who worries about secular stagnation — persistently weak spending, making episodes in which monetary policy can’t achieve full employment even with zero interest rates much more likely. Several factors contribute to this risk, but probably the most important is demography: a sharp slowdown in the growth of the working-age population, which means less incentive to invest in structures, factories, and more. (The demographic issue is why Japan, with low fertility and great hostility to immigration, entered a zero-rate regime a decade before the rest of us.)

And what would make secular stagnation more of a problem? Hey, let’s expel hundreds of thousands of young people from the current and future work force.

So this is a double blow to the U.S. economy; it will make everyone worse off. There is no upside whatever to this cruelty, unless you just want to have fewer people with brown skin and Hispanic surnames around. Which is, of course, what this is really all about.

 

La pessima economia del cancellare il DACA

di Paul Krugman

La decisione di Trump di liquidare il DACA – non ha nessun valore il tentativo di confondere le cose con quel rinvio senza senso – è, prima di tutto, una sconcezza sul piano morale: mettere fuori 800.000 giovani che sono americani da tutti i punti di vista, che non hanno fatto niente di male, fondamentalmente per ragioni razziali. Ma non ha nemmeno nessun valore che Jeff Sessions abbia cercato di farlo passare con un argomento economico da spazzatura, sostenendo che i “Dreamers” stanno prendendosi i posti di lavoro degli americani [1].  No, non è quello che fanno, pur trascurando la questione di chi sia un americano. Il DACA è una manna per il resto della popolazione americana, cancellarlo renderà le cose peggiori per tutti.

Per capire come mai, si noti anzitutto che qualsiasi cosa voi pensiate del significato economico degli immigranti meno istruiti – la maggioranza delle prove indicano che non deprimono i salari, ma questa è un’altra discussione – nessuna di esse si applica ai Dreamers. Il loro profilo educativo e comportamentale, come nota Cato [2], non assomiglia all’immigrante medio,  a parte il fatto che l’immigrante medio è sprovvisto di documenti; assomigliano ai detentori di visti H-1B, ovvero ad immigranti con buone caratteristiche professionali ai quali abbiamo in modo particolare concesso di risiedere negli Stati Uniti perché aiutano l’economia.

Oltre a ciò, i Dreamers sono giovani – il che significa che contribuiscono all’economia non in uno ma in due modi rilevanti, perché mitigano i problemi economici provocati da una popolazione che invecchia.

Uno di quei problemi è connesso con le finanze pubbliche: quando la popolazione invecchia, ci sono minori componenti in età lavorativa che contribuiscono a pagare le tasse per la Previdenza Sociale e l’assistenza sanitaria agli anziani. Un gruppo di persone altamente motivate, per la maggior parte ventenni, con salari relativamente elevati, che probabilmente pagano per decenni una gran quantità di tasse, è esattamente quello che si richiede per rendere quella tematica meno grave.

Aggiungo che io sono uno di quelli che si preoccupano per la stagnazione secolare – una spesa persistentemente debole, che produce episodi per i quali è assai più probabile che la politica monetaria non possa realizzare la piena occupazione neppure con tassi di interesse a zero. Alcuni fattori contribuiscono a questo rischio, ma forse il più importante è la demografia: un brusco rallentamento della crescita della popolazione in età lavorativa, che comporta meno incentivi ad investire in strutture, stabilimenti e altro ancora (il tema demografico è la ragione per la quale il Giappone, con una bassa fertilità ed una grande ostilità all’immigrazione, è entrato in un regime a tassi zero un decennio prima di tutti noi).

E cosa renderebbe più grave il problema della stagnazione secolare? Esattamente consentire l’espulsione di centinaia di migliaia di giovani dalla forza lavoro attuale e futura.

Dunque si tratta di un colpo duplice all’economia degli Stati Uniti; ci renderà tutti più poveri. Non c’è alcun aspetto positivo in questa crudeltà, a meno che non si voglia soltanto avere meno persone dintorno con la pelle scura e ispanici. Ma, naturalmente, è proprio questo di cui stiamo parlando.

 

 

[1] Vengono chiamati “Dreamers” (che forse non casualmente significa “Sognatori”) perché godono di benefici che derivano da una proposta di legge – approvata solo dal Senato – che ha l’acronimo di DREAM, “Legge per lo sviluppo, l’aiuto e l’istruzione di minori stranieri”.  Tale legge, da quanto comprendo, è stata approvata solo da un ramo del Congresso, dunque non sarebbe in funzione. Probabilmente alcuni suoi contenuti sono in atto per effetto di azioni amministrative della Amministrazione Obama, decise dopo la bocciatura da parte della Camera dei Rappresentanti. Comunque bisogna distinguere: il DACA è una iniziativa amministrativa della Amministrazione Obama, il DREAM è una proposta di legge, che ispira il DACA ma che non è diventata legge.

Da notare che in questo caso siamo ben oltre la tematica italiana di una legge sullo Ius Soli, giacché qua non si tratta soltanto del diritto alla nazionalità, ma di provvedimenti positivi di sostegno educativo e sociale.

[2] L’articolo sulla rivista di Cato è interessante perché Cato è una fondazione di orientamento ‘libertariano’ – ovvero di una particolare destra americana, non a caso fondata dalla Fondazione Koch. Ma l’articolo è molto chiaro e nega ogni fondamento economico al progetto di Trump.

 

 

 

 

 

 

 

Rendite di monopolio e tassazione sulle imprese (per esperti) (dal blog di Krugman, 31 agosto 2017)

settembre 12, 2017

 

Monopoly Rents and Corporate Taxation (Wonkish)

 AUGUST 31, 2017 10:11 AM 

Paul Krugman

At one level it’s hard to take the Trump administration’s tax “reform” push seriously. A guy gets elected as a populist and his first two big proposals are (a) taking away health insurance from millions (b) cutting corporate taxes. Wow.

Furthermore, Trump is invincibly ignorant on taxes (and everything else) — he keeps declaring that America is the highest taxed nation in the world, which is nearly the opposite of the truth among advanced countries. And his allies in Congress aren’t ignorant, but they’re liars: Paul Ryan is the master of mystery meat, of promising to raise and save trillions in unspecified ways.

But there is an actual interesting question here, even if we shouldn’t give any credence to Republican answers. Who does, in fact, pay the corporate profit tax? Does it fall on corporations, and hence eventually on their shareholders? Or is the ultimate incidence mainly on wages, as the administration claims?

There have been some very good discussions of this issue by CBO, here and here.

CBO is skeptical of cross-country regressions that seem to suggest that much of the burden falls on wages. I agree, on general principles. In most cases it’s just too difficult to control for other factors. The only times I take cross-country results seriously is when there’s really drastic differential behavior of a factor likely to have large effects, like the huge differences in the degree of fiscal austerity between 2009-2013. Trying to tease out the effects of corporate taxation, which doesn’t differ all that much among OECD countries and is surely not the most important driver of wage differences, looks hopeless.

The alternative is some kind of structural story; and I think there’s an important point here, already made by CBO but in need of more emphasis: we really need to think about monopoly rents.

The usual way this story is told thinks of the corporate tax as a tax on returns to physical capital. The story then says that back in the old days, when capital mobility between countries was limited, domestic corporations really had no way to avoid the tax, so it did indeed fall on shareholders. But now, so the tale goes, we have highly mobile capital; if you tax it in any one country, it will flow out, making capital scarcer and driving down wages, until after-tax rates of return in that country have risen back to the world average.

There are important qualifications to this story even as given. For one thing, capital mobility remains far from perfect: the Feldstein Horioka correlation between domestic savings and domestic investment has weakened, but it’s still there. For another, the US is a big country, able to affect world rates of return. One more thing: given the size of the US, cuts in our corporate taxes might well induce competitive cuts in other countries, further reducing the impact on wages here.

But what caught my eye from the CBO was a quite different point: much corporate taxation probably doesn’t fall on returns to physical capital, but rather on monopoly rents. It doesn’t matter whether these rents were fairly earned through, say, investment in technology, or even whether the corporations earn super-high profits. As long as the local source of profit is some kind of monopoly rent, corporate tax incidence is going to fall on shareholders, not workers.

Imagine a world in which all corporations are like Google or Apple: they invest resources in developing new products, then sell those products — in which they have a lot of market power — in various countries for well above production cost, which is the source of their profits. Cutting the tax rate on such profits won’t make them employ more people, driving up the demand for labor and hence wages; it will just let them keep more of their rents.

A parallel: think of pharma, where companies develop a drug then sell it worldwide. Some countries use the bargaining power of their government health systems to get lower prices, some (mostly us) don’t; the countries that bargain for lower prices don’t pay any price in reduced access to drugs. Similarly, if you place a tax on profits earned from technological monopolies, you won’t lose access to the technology, you’ll just collect more taxes.

And there’s a lot of reason to believe that market power is an increasingly big deal. Again, this doesn’t have to be unfair, and it could involve monopolistic competition without a lot of excess returns. The point is that no matter what the source and justification for market power, that power undermines the case that capital mobility will mean that cutting corporate taxes benefits workers.

This changes the narrative, doesn’t it? Instead of focusing on rising capital mobility as a reason profits taxes might fall on workers, maybe we should focus on rising market power as a reason why profits taxes fall on capitalists.

The point for now is that when someone tells you that changes in the world have made old-style corporate taxes obsolete, be skeptical. Some changes in the world may have made profit taxation a better idea than ever.

 

Rendite di monopolio e tassazione sulle imprese (per esperti)

Paul Krugman

In un certo senso è difficile prendere sul serio l’agitazione della Amministrazione Trump sulla “riforma” del fisco. Un individuo che è stato eletto come un populista e le sue prime grandi proposte sono: (a) togliere l’assicurazione sanitaria a milioni di persone, (b) tagliare le tasse delle società. Per la miseria!

Inoltre, Trump è irrimediabilmente ignorante sulle tasse (e su tutto il resto) – continua a dichiarare che l’America è la nazione più tassata al mondo, che tra i paesi avanzati è quasi l’opposto della verità. E i suoi amici nel Congresso non sono ignoranti, ma sono bugiardi: Paul Ryan è il maestro della ‘carne di incerta provenienza’, della promessa di raccogliere e risparmiare migliaia di miliardi in modi imprecisati.

Ma in questo caso c’è una domanda effettivamente interessante, anche se non dovessimo dare alcuna credibilità alle risposte dei repubblicani. Chi paga, di fatto, la tassa sui profitti di impresa? Ricade sulle società, e di conseguenza alla fine sui loro azionisti? Oppure ha la massima incidenza principalmente sui salari, come pretende l’Amministrazione?

Ci sono stati alcuni ottimi dibattiti su questo tema da parte dell’Ufficio Congressuale sul Bilancio, che trovate in queste connessioni.

Il CBO è scettico sulle analisi di regressione attraverso il paese che paiono suggerire che molto peso ricada sui salari. Io, in termini generali, concordo. Nella maggioranza dei casi è semplicemente troppo difficile controllare gli altri fattori. Le sole volte nelle quali io prendo sul serio i risultati che derivano da una analisi attraverso il paese è quando c’è un comportamento differenziale realmente evidente di un fattore che è probabile abbia ampi effetti. Cercare di identificare gli effetti della tassa sulle imprese, che non differisce poi così tanto tra i paesi dell’OCSE e non è certamente il più importante conduttore di differenze salariali, appare senza speranza.

L’alternativa è una storia strutturale: ed io penso che in questo caso ci sia un aspetto importante, già messo in evidenza dal CBO ma bisognoso di maggiore enfasi: abbiamo sul serio bisogno di ragionare delle rendite di monopolio.

Il modo consueto nel quale questa storia viene raccontata ragiona della tassazione sulle società come una tassa sui rendimenti del capitale fisico. La spiegazione poi afferma che nei tempi passati, quando la mobilità del capitale era limitata, le società nazionali non avevano effettivamente alcun modo per evitare la tassa, cosicché essa in effetti ricadeva sugli azionisti. Ma adesso, così procede la spiegazione, abbiamo capitali molto mobili: se si tassano in un qualsiasi paese, essi se ne andranno, rendendo il capitale più scarso e abbassando i salari, finché i tassi di rendimento dopo le tasse in quel paese non siano ritornati alle medie mondiali.

Ci sono importanti specificazioni per questo racconto, persino nel come viene presentato. Per un aspetto, la mobilità del capitale è lungi dall’essere perfetta: la correlazione Feldstein Horioka tra risparmi e investimenti nazionali si è indebolita, ma è ancora al suo posto. Per un altro aspetto, gli Stati Uniti sono un grande paese, capace di influenzare i tassi di rendimento mondiali. C’è inoltre un altro aspetto: data la dimensione degli Stati Uniti, i tagli alle nostre tasse sulle imprese possono facilmente indurre tagli competitivi in altri paesi, riducendo ulteriormente l’impatto sui salari nel nostro.

Ma c’è stato un aspetto abbastanza diverso da parte del CBO che ha attirato la mia attenzione: una buona parte della tassazione sulle società non ricade sui rendimenti del capitale fisico, bensì sulle rendite di monopolio. Non è importante se queste rendite vengono onestamente guadagnate attraverso, ad esempio, gli investimenti nelle tecnologie, o persino se le società ottengono profitti super elevati. Nella misura in cui la fonte locale del profitto è un qualche genere di rendita di monopolio, l’incidenza della tassazione sulle imprese è destinata a ricadere sugli azionisti, non sui lavoratori.

Si immagini un mondo nel quale tutte le imprese siano come Google o Apple: esse investono risorse nello sviluppo di nuovi prodotti, poi vendono quei prodotti – nei quali essi hanno un grande potere di mercato – in vari paesi assai al di sopra del costo di produzione, che è la fonte dei loro profitti. Tagliare le tasse sulle società su tali profitti non consentirà loro di occupare più persone, innalzando la domanda di lavoro e di conseguenza i salari; gli consentirà soltanto di ottenere di più dalle loro rendite.

Un esempio: si pensi al settore farmaceutico, dove le società sviluppano una medicina per poi rivenderla su scala mondiale. Alcuni paesi usano il potere contrattuale dei sistemi sanitari dei loro Governi per tenere più bassi i prezzi, altri (soprattutto noi) non lo fanno; i paesi che contrattano prezzi più bassi non pagano alcun prezzo per l’accesso ridotto ai medicinali. In modo simile, se si colloca una tassa sui profitti guadagnati dai monopoli tecnologici, non si perderà l’accesso alle tecnologie, si raccoglieranno soltanto maggiori tasse.

E c’è una gran quantità di ragioni per credere che il potere sul mercato sia sempre di più una faccenda importante. Ancora, questo non è necessariamente ingiusto, e potrebbe riguardare la competizione monopolistica senza una gran quantità di rendimenti in eccesso. Il punto è che non è importante quale sia la fonte e la giustificazione del potere sul mercato, quel potere mette in crisi l’argomento secondo il quale la mobilità del capitale comporterà che il taglio alle tasse delle imprese vada a beneficio dei lavoratori.

Questo modifica il racconto, non è così? Anziché concentrarsi sulla crescente mobilità dei capitali come una ragione per la quale le tasse sui profitti potrebbero ricadere sui lavoratori, forse si dovrebbe concentrarsi sul potere crescente sui mercati come una ragione per la quale le tasse sui profitti ricadano sui capitalisti.

Il punto è che per il momento, quando qualcuno vi racconta che i cambiamenti nel mondo hanno reso le tasse tradizionali sulle imprese obsolete, siate scettici. Alcuni cambiamenti nel mondo possono aver reso la tassazione sui profitti un’idea migliore di sempre.

 

 

 

Il fallimento politico dell’economia del trickle-down (dal blog di Krugman, 20 agosto 2017)

settembre 7, 2017

 

AUG 20 5:26 PM

The Political Failure of Trickle-Down Economics

Paul Krugman

Tomorrow’s column is in part about the political failure of Trumpcare, which was — despite all those populist noises during the campaign — a case of trickle-down economics on steroids: huge benefit cuts for lower- and middle-income families, to provide huge tax cuts for a tiny minority.

But was that failure really so exceptional?

We tend to think of the period since Reagan’s election as a conservative era; even though Republicans controlled the White House only a few years more than Democrats, there were lots of centrist Dems willing to cooperate with R agendas, versus almost no cooperation when Ds held the WH. And one tends to think of the period as a whole as involving tax-and-transfer policy tilting to the right.

Yet that’s not something that jumps out from the numbers. Think about taxes on the top 1%. Yes, Reagan and GW Bush cut them; but both Clinton and Obama raised them. The CBO estimates have some funny fluctuations, driven I think by capital gains: big capital gains raise tax receipts without a corresponding rise in measured income, as I understand it. Still, the overall picture is that at the end of the Obama years taxation of the rich was pretty much back where it was pre-Reagan:

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Meanwhile, there were harsh cuts to some social programs — Clinton ended welfare as we knew it — but expansions of others. One simple metric: Medicaid enrollees as a percent of the nonelderly population, via the CDC:

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I’m not saying that the “nation of takers” stuff, a vast population living off the dole and voting to tax their betters, is at all right. But it is true that a welfare state supported by progressive taxation has been much more robust than the year-by-year political narrative might lead you to think.

But in that case, why the incredible surge in inequality? Good question, and not that easy to answer. But there is, I think, a good case to be made that things like the collapse of unions and financial deregulation mattered a lot more than the taxing and spending issues we spend so much time talking about.

 

Il fallimento politico dell’economia del trickle-down [1]

L’articolo di oggi [2] in parte riguarda il fallimento politico della proposta di cambiamento della assistenza sanitaria di Trump, che è stata – nonostante tutto il frastuono populista durante la campagna elettorale – un esempio di economia del trickle-down alla massima potenza: grandi tagli per le famiglie con redditi più bassi e medi, per consegnare vasti sgravi fiscali ad una esigua minoranza.

Ma è stato per davvero un fallimento così straordinario?

Noi tendiamo a ragionare del periodo a partire dalla elezione di Reagan come un’epoca conservatrice; anche se i repubblicani controllarono la Casa Bianca solo per pochi anni in più dei democratici, ci fu una gran quantità di democratici centristi disponibili a collaborare con i programmi repubblicani, di contro a quasi nessuna collaborazione quando i democratici erano alla Casa Bianca. E si tende a pensare a quel periodo nel suo complesso come se riguardasse una politica fiscale e di trasferimenti che inclinava verso la destra.

Tuttavia non è questo che emerge dai dati. Si pensi alle tasse sull’1 per cento dei più ricchi. È vero, Reagan e Bush padre le tagliarono, ma sia Clinton che Obama le alzarono. L’Ufficio Congressuale del Bilancio ritiene che ci siano state alcune strane fluttuazioni, penso guidate dai profitti dei capitali: i vantaggi del grande capitale innalzano le entrate fiscali senza una corrispondente crescita nel reddito accertato, per come posso comprendere. Tuttavia, il quadro complessivo è che alla fine degli anni di Obama le tasse sui ricchi erano grosso modo tornate ai livelli precedenti Reagan:

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[3]

Nel frattempo ci furono tagli bruschi a qualche programma sociale – Clinton pose fine allo stato assistenziale per come lo conoscevamo – ma espansioni in altri. Un semplice metro di misurazione: gli iscritti al programma Medicaid come percentuale della popolazione non anziana, come si deducono dai Centri per il Controllo delle Malattie:

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[4]

Non sto dicendo che cose come “la nazione degli assistiti”, una vasta popolazione che vive dei sussidi di disoccupazione e vota per tassare chi sta meglio di loro, siano tutte giuste. Ma è vero che uno stato assistenziale sostenuto dalla tassazione progressiva è stato molto più robusto rispetto a quello che il racconto politico anno per anno potrebbe avervi indotto a pensare.

Eppure, in quel caso, perché l’incredibile crescita della diseguaglianza? Bella domanda, e non è tanto facile rispondere. Ma io penso che si possa avanzare una buona tesi secondo la quale fenomeni come il collasso dei sindacati e la deregolamentazione finanziaria abbiano contato molto di più dei temi della tassazione e della spesa pubblica dei quali ci riempiamo la bocca.

 

 

[1] Ovvero degli sgravi fiscali sui ricchi che alla fine portano benefici anche ai redditi minori. Letteralmente: “sgocciolamento verso il basso”.

[2] Si intende l’articolo pubblicato sul New York Time, qua tradotto.

[3] Il titolo della tabella significa “aliquota fiscale federale media sull’1 per cento dei più ricchi.

[4] Il titolo significa “percentuale assistita con Medicaid”, ovvero con il programma di assistenza sanitaria pubblica per i bassi redditi.

 

 

 

 

 

Dove va il Trumpismo? (dal blog di Krugman, 18 agosto 2017)

settembre 6, 2017

 

Whither Trumpism?

 AUGUST 18, 2017 1:48 PM 

Paul Krugman

Everyone seems to be reporting that Steve Bannon is out. I have no insights about the palace intrigue; and anyone who thinks Trump will become “presidential” now is an idiot. In particular, I very much doubt that the influence of white supremacists and neo-Nazis will wane.

What Bannon’s exit might mean, however, is the end of even the pretense that Trumpist economic policy is anything different from standard Republicanism — and I think giving up the pretense matters, at least a bit.

The basics of the U.S. economic debate are really very simple. The federal government, as often noted, is an insurance company with an army: aside from defense, its spending is dominated by Social Security, Medicare and Medicaid (plus some ACA subsidies).

Conservatives always claim that they want to make government smaller. But that means cutting these programs — and what we know now, after the repeal debacle, is that people like all these programs, even the means-tested programs like Medicaid. Obama paid a large temporary price for making Medicaid/ACA bigger, paid for with taxes on the wealthy, but now that it’s in place, voters hate the idea of taking it away.

So what’s a tax-cutter to do? His agenda is fundamentally unpopular; how can it be sold?

One long-standing answer is to muddy the waters, and make elections about white resentment. That’s been the strategy since Nixon, and Trump turned the dial up to 11. And they’ve won a lot of elections — but never had the political capital to reverse the welfare state.

Another strategy is to invoke voodoo: to claim that taxes can be cut without spending cuts, because miracles will happen. That has sometimes worked as a political strategy, but overall it seems to have lost its punch. Kansas is a cautionary tale; and under Obama federal taxes on the top 1 percent basically went back up to pre-Reagan levels.

So what did Trump seem to offer that was new? First, during the campaign he combined racist appeals with claims that he wouldn’t cut the safety net. This sounded as if he was offering a kind of herrenvolk welfare state: all the benefits you expect, but only for your kind of people.

Second, he offered economic nationalism: we were going to beat up on the Chinese, the Mexicans, somebody, make the Europeans pay tribute for defense, and that would provide the money for so much winning, you’d get tired of winning. Economic nonsense, but some voters believed it.

Where are we now? The herrenvolk welfare state never materialized, in part because Trump is too lazy to understand policy at all, and outsourced health care to the usual suspects. So Trumpcare turned out to be the same old Republican thing: slash benefits for the vulnerable to cut taxes for the rich. And it was desperately unpopular.

Meanwhile, things have moved very slowly on the economic nationalism front — partly because a bit of reality struck, as export industries realized what was at stake and retailers and others balked at the notion of new import taxes. But also, there were very few actual voices for that policy with Trump’s ear — mainly Bannon, as far as I can tell.

So if Bannon is out, what’s left? It’s just reverse Robin Hood with extra racism.

On real policy, in other words, Trump is now bankrupt.

But he does have the racism thing. And my prediction is that with Bannon and economic nationalism gone, he will eventually double down on that part even more. If anything, Trumpism is going to get even uglier, and Trump even less presidential (if such a thing is possible) now that he has fewer people pushing for trade wars.

 

Dove va il Trumpismo?

di Paul Krugman

Sembra che tutti stiano annunciando che Steve Bannon è fuori dai giochi. Io non sono al corrente degli intrighi di palazzo¸ e chiunque pensi che Trump adesso diventerà “presidenziale” è un idiota. In particolare, ho molti dubbi che l’influenza dei suprematisti bianchi e dei neonazisti svanirà.

Quello che, tuttavia, l’uscita di Bannon potrebbe significare è la fine della pretesa che la politica economica trumpista sia qualcosa di diverso dal repubblicanismo tradizionale – ed io penso che smetterla con quella pretesa sarà, almeno un po’, importante.

Gli aspetti fondamentali del dibattito economico degli Stati Uniti sono davvero molto semplici. Il Governo Federale, come ho notato di frequente, è una società di assicurazione con un esercito: oltre alla difesa, la sua spesa è dominata dalla Previdenza Sociale, da Medicare e da Medicaid (in più da alcuni sussidi della Legge sulla Assistenza Sostenibile).

I conservatori affermano in continuazione che vogliono ridurre le funzioni pubbliche. Ma ciò comporta tagliare questi programmi – e quello che oggi sappiamo, dopo la debacle della abrogazione della riforma sanitaria, è che alla gente quei programmi piacciono, persino quelli basati sulle verifiche del reddito come Medicaid. Obama ha pagato un elevato prezzo provvisorio rendendo Medicaid e l’ACA più grandi, pagandolo con le tasse sui ricchi, ma adesso che esse sono in funzione, gli elettori odiano l’idea di eliminarle.

Cosa deve dunque fare chi vuole tagliare le tasse? Il suo programma è fondamentalmente impopolare; come può farlo accettare?

Una risposta di vecchia data è intorbidire le acque e andare alle elezioni sul tema del risentimento dei bianchi. A partire da Nixon quella è stata la strategia, e Trump ha aumentato al massimo la manopola. Ed essi hanno guadagnato molto nelle elezioni – ma non hanno mai avuto il capitale politico per rovesciare lo stato assistenziale.

Un’altra strategia è invocare il voodoo: sostenere che le tasse possono essere tagliate senza tagli alla spesa pubblica, perché accadranno miracoli. Come strategia politica questo talvolta ha funzionato, ma nel complesso oggi sembra aver perso la sua carica. La vicenda del Kansas è un racconto istruttivo; e con Obama le tasse federali sull’1 per cento dei più ricchi sono tornate ai livelli precedenti a Reagan.

Dunque, cosa ha fatto Trump per far sembrare che si trattasse di una nuova offerta? Anzitutto, durante la campagna elettorale ha combinato appelli razzisti con la pretesa che non avrebbe tagliato le reti della sicurezza sociale. In questo modo è sembrato che stesse offrendo una specie di stato assistenziale per gente selezionata: tutti i benefici che vi aspettate, ma solo per la vostra gente.

In secondo luogo ha offerto il nazionalismo economico: dunque ci siamo orientati a picchiare sui cinesi, sui messicani, su qualcuno, a far capire agli europei che devono pagare un tributo per la difesa, e tutto ciò avrebbe fornito il denaro per un successo così grande, al punto che vi sareste stancati del successo. Un nonsenso economico, ma alcuni elettori ci hanno creduto.

A che punto siamo adesso? Lo Stato Assistenziale per gente prescelta non si è mai materializzato, in parte perché Trump è troppo pigro proprio per capire la politica, ed ha appaltato ai soliti noti l’assistenza sanitaria. Dunque il progetto assistenziale di Trump si è rivelato essere la solita vecchia ricetta dei repubblicani: abbattere i benefici per i più deboli e tagliare le tasse ai ricchi. E ciò è risultato disperatamente impopolare.

Nel frattempo, sul fronte del nazionalismo economico le cose si sono mosse molto lentamente – in parte perché si è andati a sbattere contro un po’ di realtà, e le industrie dell’esportazione hanno compreso cosa era in ballo e i venditori al dettaglio ed altri si sono mostrati riluttanti all’idea di nuove tasse all’importazione. Ma ci sono anche state molto poche effettive voci a favore di quella politica all’orecchio di Trump – principalmente Bannon, per quello che posso dire.

Dunque, se Bannon è fuori dai giochi, cosa è rimasto? È soltanto un Robin Hood alla rovescia con il razzismo in aggiunta.

In altre parole, sulla politica vera Trump è adesso in bancarotta.

Ma egli ha la risorsa del razzismo. E la mia previsione è che con Bannon e con il nazionalismo economico fuori dalla scena, egli investirà in quella direzione ancora di più. Semmai, adesso che ha meno persone a spingere per le guerre commerciali, il trumpismo è destinato a divenire persino più odioso, e Trump persino meno presidenziale (ammesso che sia possibile).

 

 

 

 

 

Quanto sarà negativo se raggiungiamo il tetto del debito? (dal blog di Krugman, 7 agosto 2017)

settembre 6, 2017

 

AUG 7 10:30 AM

How Bad Will It Be If We Hit The Debt Ceiling?

Paul Krugman

The odds of a self-inflicted US debt crisis now look pretty good: hard-line Republicans are eager to hold the economy hostage, Democrats are in no mood to make concessions, and Trump is both spiteful and ignorant. So it looks fairly likely that by October or so there will come a day when the U.S. government stops paying some of its bills, including interest on debt.

How bad will that be? The truth is that we don’t know; but it may be helpful to talk about *why* we don’t know.

Until now, US debt has played a special role in the world economy, because it is — or was — the ultimate safe asset, the thing people can use to secure transactions with no questions about it retaining its value. In a way, the dollar is to other moneys as money is to other assets, and US dollar debt is the form in which dollars are held with ultimate safety.

Taking away that role could be very nasty. One prominent interpretation of the 2008 financial crisis is that it was a “safe asset shortage“: when people realized that those AAA securities engineered from subprime loans weren’t the real thing, they scrambled into an inadequate supply of trill safe stuff. Deprive them of dollar debts as safe assets, and terrible things could happen.

The question then becomes whether an interruption in payments would really knock out the special role of U.S. debt.

Suppose that everyone expected normal payments to resume, with back interest, in a couple of weeks. In that case, even a slight discount on, say, Treasury bills would make them a very good investment — so speculators would basically step in and support the value of U.S. debt despite temporary default. In that case default might not be that big a deal.

The big problem would come if investors see the default as more than a temporary glitch — if they see it as a sign of enduring, critical dysfunction in American governance. In that case they wouldn’t necessarily step in to buy our debt, and their confidence in the whole economic edifice would take a severe hit.

But of course that’s implausible. To see default by a basically solvent government as more than a mere glitch, you’d have to believe that we have an unbridgeable partisan divide, with one party largely dominated by extremists, and with a president who is ignorant, incompetent, and vindictive.

Oh, wait.

 

Quanto sarà negativo se raggiungiamo il tetto del debito? [1]

di Paul Krugman 

Le probabilità di una crisi del debito che gli Stati Uniti si provocherebbero da soli sono adesso piuttosto buone: gli estremisti repubblicani sono ansiosi di tenere l’economia in ostaggio, i democratici non hanno nessuna voglia di fare concessioni e Trump è tanto astioso che ignorante. Così sembra abbastanza probabile che all’incirca in ottobre arriverà un giorno nel quale il Governo degli Stati Uniti smetterà di pagare alcuni suoi conti, inclusi gli interessi sul debito.

Quanto sarà negativo? La verità è che non lo sappiamo; ma può essere utile ragionare del “perché” non lo sappiamo.

Sinora il debito degli Stati Uniti ha giocato un ruolo speciale nell’economia globale, giacché esso è – o era – l’ultimo asset sicuro, la cosa che la gente può usare per assicurare transazioni senza avere alcun dubbio sul mantenimento del loro valore. In un certo senso, il dollaro sta alle altre valute come il denaro sta agli altri asset, e il debito in dollari degli Stati Uniti è il modo in cui i dollari sono detenuti con una sicurezza definitiva.

Togliere di mezzo quel ruolo potrebbe essere molto negativo. Una interpretazione principale della crisi finanziaria del 2008 è che essa espresse una “mancanza di asset sicuri”: quando la gente comprese che quei titoli AAA costruiti sui mutui subprime non erano una cosa reale, precipitò in un’offerta inadeguata di veri e propri oggetti sicuri. Togliete i debiti in dollari come asset sicuri e potrebbero accadere cose tremende.

La domanda allora diventa se una interruzione nei pagamenti effettivamente manderebbe al tappeto il ruolo particolare del debito statunitense.

Supponiamo che tutti si aspettino che i pagamenti normali riprendano, maggiorati degli interessi, in un paio di settimane. In quel caso, persino un leggero sconto, ad esempio, sui buoni ordinari del Tesoro li renderebbe un investimento molto interessante – cosicché gli speculatori si rivolgerebbero e sosterrebbero il valore del debito statunitense nonostante un default temporaneo. In quel caso il default non sarebbe un grande problema.

Il grande problema verrebbe se gli investitori vedessero il default come qualcosa di peggio di un disguido temporaneo – se lo considerassero come il segno di una perdurante disfunzione critica nella governance americana. In quel caso essi non necessariamente si rivolgerebbero all’acquisto del nostro debito, e la loro fiducia nell’intero edificio economico subirebbe un grave colpo.

Ma ovviamente questo non è inverosimile. Per considerare un default da parte di un Governo fondamentalmente solvibile come qualcosa di più di un mero disguido, si dovrebbe credere che siamo in presenza di un incolmabile abisso di faziosità, con un partito ampiamente dominato dagli estremisti, e con un Presidente ignorante, incompetente e vendicativo.

Non è inverosimile.

 

[1] Il “tetto del debito” è una piuttosto strana regola del sistema istituzionale americano. Superare il livello del debito dell’anno precedente è abbastanza normale, se solo si considera che ogni anno comporta un certo livello di inflazione, o un aumento della spesa pubblica semplicemente derivante dalla crescita della popolazione. Ma perché questo accada è necessario che il Congresso, anno dopo anno, ‘ritocchi’ quel tetto. Se il Congresso non assume questa decisione, la dotazione finanziaria dello Stato diventa insufficiente all’espletamento di tutti i servizi ordinari, e il pagamento degli interessi sul debito è un servizio ordinario; per un certo periodo lo Stato diverrebbe insolvente. In questo senso una non-decisione da parte del Congresso potrebbe provocare un provvisorio default.

Questa regola, dunque, può consentire ad una maggioranza congressuale di tenere ‘in ostaggio’ per un certo periodo la amministrazione pubblica. Può sembrare paradossale, ma per un certo numero di congressisti repubblicani estremisti mettere sotto scacco la Amministrazione pubblica può apparire desiderabile, anche se provoca anzitutto guai al Governo.

 

 

 

 

 

 

 

La disoccupazione strutturale era proprio una stupidaggine (dal blog di Krugman, 4 agosto 2017)

settembre 1, 2017

 

AUG 4 1:53 PM

Structural Unemployment: Yes, It Was Humbug

Paul Krugman

It seems like ancient history now, but five years ago there was a remarkable Beltway consensus that high unemployment was structural, the result of a mismatch between the skills workers had and the skills the economy needed. What made this consensus remarkable was that all the evidence pointed the other way: none of the telltale signs of a skill mismatch, like rising wages for some groups despite high unemployment, were in sight. Meanwhile, lots of other evidence – like the fact that unemployment was falling fastest in the same places and occupations where it rose most – pointed to a cyclical story, that is, that the economy was simply suffering from inadequate demand.

Yet so strong was the groupthink that news analyses often presented the structural story as if it were the known truth, without even acknowledging the contrary case.

So here we are, with no obvious up-skilling of the work force, but with unemployment now below pre-crisis levels, with prime-age employment not too far below where it was, and still no wage pressure. People got mad when I called the structural story humbug, but humbug it was.

Why does this matter now? Well, the people who were sure that it was structural are still out there, opining on economic policy. And while we all make mistakes, is there any sign that any of these people have so much as admitted getting this wrong, let along learned from the experience?

 

La disoccupazione strutturale era proprio una stupidaggine

di Paul Krugman

Ora sembra una storia antica, ma cinque anni orsono c’era un considerevole consenso a Washington sull’idea che l’elevata disoccupazione fosse strutturale, il risultato di un non incontro tra le competenze che avevano i lavoratori e le competenze di cui aveva bisogno l’economia. Quello che rese questo consenso considerevole fu che tutte le prove andavano nella direzione opposta: non si vedeva alcun segno rivelatore di disaccordo di competenze; come i salari crescenti per alcuni gruppi nonostante l’alta disoccupazione. Nel frattempo, una gran quantità di altre prove –  come il fatto che la disoccupazione stesse scendendo molto velocemente negli stessi posti ed occupazioni nei quali era cresciuta maggiormente – indicavano una storia ciclica, ovvero che l’economia stesse semplicemente soffrendo di inadeguata domanda.

Tuttavia era così forte il gruppo di pensiero che le analisi giornalistiche spesso presentavano la spiegazione strutturale come se fosse verità rivelata, senza neppure riconoscere gli argomenti opposti.

Siamo dunque a questo punto, con nessuna evidente crescita di competenze nella forza lavoro, ma con una disoccupazione che adesso è sotto i livelli di prima della crisi, e con un’occupazione nella principale età lavorativa non troppo lontana dal punto in cui era, ed ancora nessuna pressione salariale. La gente diventava furiosa quando definivo la spiegazione strutturale una frottola, ma era una frottola.

Perché oggi tutto questo è importante? Ebbene, le persone che ritenevano fosse disoccupazione strutturale sono ancora in circolazione e discettano di politica economica. E se gli errori li facciamo tutti, c’è qualche segno che alcune di queste persone abbiano anche soltanto ammesso di aver sbagliato, per non dire di aver appreso qualcosa dall’esperienza?

 

 

 

La Fondazione Heritage sulla salute, 1989 (dal blog di Krugman, 30 luglio 2017)

settembre 1, 2017

 

JUL 30 4:20 PM

Heritage On Health, 1989

Paul Krugman

Every once in a while people make the point that much of what eventually became Obamacare came from, of all places, the Heritage Foundation – that is, the ACA is basically what conservatives used to advocate on health care. So I recently reread Stuart Butler’s 1989 Heritage Foundation lecture, “Assuring Affordable Health Care For All Americans” – hmm, where have I seen similar language? — to see how true that is; and the answer is, it really is pretty much true.

First of all, this wasn’t just one guy at Heritage writing: Butler referred to his proposal as “the Heritage plan”, referring to a monograph that lays it out and does indeed present it as the institution’s policy, not just his opinion.

Second, while the Heritage plan wasn’t exactly the same as ObamaRomneycare, it was pretty close. Like the ACA, it imposed a mandate requiring that everyone buy an acceptable level of coverage. Also like the ACA, it proposed subsidies to make sure that everyone could in fact afford that coverage. That’s two legs of the three-legged stool.

Where the plan differed was in the handling of pre-existing conditions. Butler opposed community rating, viewing it as an indirect tax on the healthy – but called instead for big subsidized high-risk pools to cover those private insurers would otherwise shun.

I have real doubts about whether this would have been workable. But two things about it are notable. (1) The Heritage plan would have required bigger, not smaller, government spending; that is, on-budget outlays would have been larger. (2) The piece of the ACA Heritage didn’t want was the part that’s actually most popular with the public.

Overall, what’s striking about the Heritage plan is that it’s not notably more conservative than what Obama actually implemented: a bit less regulation, a substantial amount of additional spending. If Obamacare is an extreme leftist measure, as so many Republicans claim, the Heritage Foundation in the 1980s was a leftist institution.

 

La Fondazione Heritage sulla salute, 1989

Di tanto in tanto le persone avanzano l’argomento che la Fondazione Heritage, tra tutte le fonti, alla fine è diventata buona parte del fondamento della riforma sanitaria di Obama – vale a dire che la Legge sulla Assistenza Sostenibile corrisponde fondamentalmente a quello che i conservatori erano soliti sostenere sulla assistenza sanitaria. Così ho riletto di recente la conferenza di Stuart Butler del 1989 alla Fondazione Heritage “Garantire l’assistenza sanitaria sostenibile per tutti gli americani” – hm, dove ho trovato un linguaggio simile? – per vedere quanta verità c’era in quell’argomento; e la risposta è che esso è effettivamente assai vero.

Prima di tutto, non si trattava solo di un tizio che scriveva presso la Fondazione Heritage: Butler si riferiva alle sue proposte come al “progetto Heritage”, menzionando una monografia che esponeva quella proposta e la presentava effettivamente come la politica dell’Istituto, non solo come la sua opinione.

In secondo luogo, se il piano dell’Heritage non era esattamente la stessa cosa delle riforme dell’assistenza di Obama e di Romney, ci andava abbastanza vicino. Come la legge di Obama, imponeva un obbligo con il quale si richiedeva che ognuno acquistasse un livello accettabile di copertura assicurativa. Sempre come l’ACA, essa proponeva sussidi per garantire che ognuno potesse davvero permettersi tale copertura. Ovvero, due gambe dello sgabello con tre gambe.

Dove il piano differiva era nella gestione delle patologie preesistenti. Butler si opponeva al sistema della valutazione del costo sulla base dei valori della comunità, considerandola come una tassa indiretta sulle persone in salute – mentre si pronunciava per elevati sussidi sugli aggregati di rischio per dare copertura a quegli assicuratori privati che altrimenti avrebbero eluso l’assistenza.

Ho qualche dubbio reale sul fatto che avrebbe funzionato. Ma ci sono due aspetti notevoli. Il primo è che il progetto dell’Heritage avrebbe richiesto una spesa pubblica più elevata e non più piccola; il secondo che le spese a carico del Bilancio sarebbero state più ampie. La parte che la proposta di riforma sanitaria non voleva era quella che effettivamente è più popolare presso l’opinione pubblica.

Nel complesso, quello che è sorprendente nel progetto dell’Heritage è che esso non è particolarmente più conservatore di quello che effettivamente realizzò Obama: una regolamentazione un po’ minore, una quantità sostanziale di spesa aggiuntiva. Se l’Obamacare è una misura di estrema sinistra, come sostengono molti repubblicani, la Fondazione Heritage negli anni ’80 era una istituzione di sinistra.

 

 

 

 

 

La grande secretazione sulla assistenza sanitaria, dal blog di Krugman

agosto 23, 2017

 

JUL 25 5:22 PM

The Great Health Care Coverup

Paul Krugman

Like many people, I have a sick sense of anger over what just happened in the Senate, which just voted to proceed on a health care bill without any information on what will be in the bill. There’s still hope that in the next few hours, moderates who just caved in will balk at the horrible things they’re being asked to vote for. And I do mean hours: there will be no time for reflection or serious debate.

But nobody should have any confidence that they will. And I think we can almost take it for granted that John McCain will first vote for something terrible, then give a grandstanding speech about making our politics better.

The important thing to realize is WHY the Senate is doing this — rushing to pass legislation that will have a vast impact on American lives, the economy, and more without a single hearing, without time for a proper analysis of the bill, and with crucial Ivotes taken on behalf of legislation yet to be determined. It’s not some arbitrary failure of procedure: it’s a coverup.

The fact is that Republicans have no good ideas on health; everything they want to do will make huge numbers of people worse off, to the benefit of a wealthy few. And they know this. They know that the campaign against Obamacare was based on lies from the beginning, that all their complaints about things like high deductibles were hypocritical. They know that what they’re about to do is terrible. But they’re trying to do it anyway — and the only way they have a chance is by breaking every rule of good governance, by making the process so rushed and secretive that nobody has a chance to say “Wait a minute– what are we doing?”

At a deep level McConnell’s determination to pass a health bill by breaking all norms is quite similar to Trump’s determination to shut down an investigation into his own corruption and possible collusion. Both men are trying to cover up what they know would outrage voters if they knew about it, and they don’t care what rules get broken along the way.

And the Senators who caved on health today are pretty much the same people who are enabling Trump’s abuse of his office. The moral rot in the Republican party runs wide as well as deep. All we need to save America is a few good men — but apparently all we have are two decent women. And that’s not enough.

 

La grande secretazione sulla assistenza sanitaria

di Paul Krugman

Come molte persone, ho una sensazione nauseante di rabbia per quello che è appena accaduto al Senato, che ha appena votato per andare avanti con la proposta di legge sulla assistenza sanitaria senza avere alcuna informazione di cosa ci sarà in quella proposta di legge. C’è ancora la speranza che nelle prossime poche ore i moderati che sono appena collassati si tireranno indietro dinanzi alle cose terrificanti che si chiede loro di votare. E intendo proprio ore: non ci sarà tempo per una riflessione e per un serio dibattito.

Ma nessuno dovrebbe avere fiducia che lo faranno. E penso che possiamo quasi dare per certo che John McCain dapprima voterà per qualcosa di tremendo, salvo poi tenere un discorso alla tribuna su come rendere migliore la nostra politica.

La cosa importante da comprendere è perché il Senato lo stia facendo – precipitandosi a votare una legge che avrà un grande impatto sulla vita degli americani, sull’economia, e in più senza uno straccio di audizione, senza avere il tempo per una analisi appropriata sulla proposta di legge, e con voti cruciali offerti in nome di una legge ancora da determinare. Non si tratta di un qualche arbitrario difetto della procedura: è una forma di secretazione.

Il fatto è che i repubblicani non hanno alcuna buona idea sulla salute; tutto quello che vogliono fare farà star peggio un gran numero di persone, a beneficio di pochi benestanti. Sanno che sin dall’inizio la campagna contro la riforma di Obama era basata su bugie, che tutte le loro lamentele su cose come l’elevata esclusione di varie prestazioni erano ipocrisia. Sanno che quello che stanno per fare è orribile. Ma cercano in qualche modo di farlo – e il solo modo in cui possono farlo è rompere ogni regola di buongoverno, rendendo il procedimento così accelerato e secretato che nessuno può nemmeno dire “Aspetta un attimo – cosa stiamo facendo?”

Ad un livello profondo, la determinazione di McConnell di fare approvare un progetto di legge sanitaria rompendo con tutte le regole è quasi simile alla determinazione di Trump di chiudere un’indagine sulla corruzione e probabile collusione che lo riguarda in prima persona. Entrambi stanno cercando di nascondere quello che sanno scandalizzerebbe gli elettori se fossero messi al corrente, e non si preoccupano di quali regole fanno saltare lungo il procedimento.

E i Senatori che hanno oggi ceduto sulla sanità sono proprio le stesse persone che stanno permettendo l’abuso della sua carica da parte di Trump. Il guasto morale nel Partito Repubblicano procede ampio e profondo. Tutto quello di cui avremmo bisogno per salvare l’America sarebbero poche persone per bene – ma sembra che abbiamo soltanto due donne decenti [1]. E non è abbastanza.

 

[1] Ovvero le due Senatrici che alla fine hanno effettivamente votato contro. Assieme, all’ultimo momento, con il Senatore John McCain.

 

 

 

 

 

 

Un po’ di autoreferenzialità da commentatore sulle nostre crisi gemelle (dal blog di Krugman, 22 luglio 2017)

luglio 24, 2017

 

JUL 22 12:56 PM 

Some Pundit Meta On Our Twin Crises

Paul Krugman

Right now, there are two huge crises in American politics, but one is clearly bigger than the other. Yet looking at my recent columns, and to a large extent my blogging and tweeting, I’ve been focusing mainly on the lesser crisis. A few thoughts about why.

Clearly the most important thing happening in and to America right now is the constitutional crisis. Not potential crisis: it’s already here. The president’s inner circle is under investigation for possible collusion with a hostile foreign power, collusion that may have put him in office; he himself, whether or not he’s currently a direct target of that investigation, is clearly suspect. Yet he has already made clear his determination to block any investigation that gets too close.

This is way worse than Nixon – yet all indications are that the moral rot of the Republican Party now runs so deep that the constitutional answer to a rogue president is null and void. This is an existential threat to the republic, and it can be hard to focus on anything else.

Yet if Trump-Putin-treason weren’t in the news, we’d all be focused on health care, where Republicans are still trying to ram through a disgusting bill, inflicting immense harm, under cover of secrecy and lies. In the process they are bringing conspiracy theorizing to the heart of politics: every attempt at objective analysis, every statement of plain facts, just shows that you’re an enemy.

So, what to write about? In my case, I’m mainly doing health care. Why?

First, personal comparative advantage. I’m not a national security or legal expert. That won’t stop me from weighing in when I think other pundits are, for whatever reason, failing to see the obvious – as was the case long ago when I stuck my neck out to argue that we were being lied into the Iraq war. But Trump-Putin-treason is in fact getting plenty of attention.

Meanwhile, health economics is close enough to my home areas of expertise that I think I know what I’m talking about (and who to consult); so it’s an area where I think I can still add significant value to the discussion.

Equally important, health care is an area where punditry can make a difference, either by helping to stop the Republican bum’s rush or by helping to ensure that those responsible for destroying health care pay the appropriate price. For now, by contrast, Trump-Putin-treason is largely in the hands of Robert Mueller and Trump himself.

Investigative reporting can help move the situation along, and it will be all hands on deck if and when Trump fires Mueller (which seems more likely than not). But for now, it seems to me that I personally best serve the public interest by focusing on the lesser but still great evil.

 

Un po’ di autoreferenzialità da commentatore sulle nostre crisi gemelle

di Paul Krugman

In questo momento ci sono due grandi crisi nella politica americana, ma una è chiaramente più grande dell’altra. Tuttavia, guardando i miei recenti articoli, e in larga misura il mio blog e i miei interventi su Twitter, mi sto concentrando principalmente sulla crisi minore. Poche riflessioni sulla ragione di tutto questo.

Chiaramente la cosa più importante che sta succedendo in questo momento, in America e all’America, è la crisi costituzionale. Non una crisi potenziale; essa è già in atto. La cerchia ristretta del Presidente è sotto indagine per una possibile collusione con una potenza straniera ostile, collusione che potrebbe aver collocato lui stesso nella sua carica; che sia o meno oggetto di tale indagine, egli è chiaramente sospetto. Tuttavia ha già messa in chiaro la sua determinazione a bloccare ogni indagine che lo lambisca.

Si tratta di una vicenda peggiore di quella di Nixon – tuttavia il marciume morale del Partito Repubblicano opera talmente nel profondo che la risposta costituzionale a un Presidente ribaldo è nulla. Si tratta di una minaccia all’esistenza della Repubblica, e può essere difficile concentrarsi su qualcos’altro.

Eppure se il tradimento Trump-Putin non fosse tra le notizie, ci saremmo tutti concentrati sulla assistenza sanitaria, dove i repubblicani stanno ancora cercando di far approvare in tutti i modi una proposta di legge disgustosa, che provoca un danno enorme, nascondendola con la segretezza e le menzogne. In quel procedimento stanno portando la teoria della cospirazione al cuore della politica: ogni tentativo di analisi oggettiva, ogni proposizione di semplici fatti, mostra soltanto che si è dei nemici.

Dunque, di che scrivere? Per quello che mi riguarda, io sto principalmente occupandomi di assistenza sanitaria. Perché?

In primo luogo per un vantaggio comparativo personale. Io non sono un esperto di sicurezza nazionale o legale. Ciò non mi impedirebbe dall’intervenire qualora pensassi, per qualsiasi ragione, che altri commentatori non riescono a vedere ciò che è evidente, come quando nel passato mi esposi a sostenere che ci venivano propinate menzogne sulla guerra in Iraq. Ma il tradimento Trump-Putin sta di fatto ottenendo molta attenzione.

Nel frattempo, l’economia sanitaria è abbastanza vicina ai miei settori di competenza, cosicché penso di sapere di cosa sto parlando (e chi consultare); dunque è un’area nella quale penso di poter ancora aggiungere un valore significativo al dibattito.

Egualmente importante, l’assistenza sanitaria è un’area nella quale gli esperti possono fare la differenza, o aiutando a fermare il benservito repubblicano, o collaborando a garantire che i responsabili della distruzione della assistenza sanitaria paghino un prezzo adeguato. Per adesso, all’opposto, il tradimento di Trump-Putin è largamente nelle mani di Robert Mueller e di Trump stesso.

Il giornalismo investigativo può aiutare a spostare in avanti la situazione, e tutto andrà a pieno regime se e quando Trump licenzierà Mueller (la qual cosa sembra piuttosto probabile) [1]. Ma per adesso, mi pare di poter servire nel modo migliore il pubblico interesse concentrandomi sulla malefatta minore, seppur sempre grande.

 

 

 

[1] Robert Mueller, avvocato e Direttore dell’FBI, è attualmente incaricato della direzione delle indagini sulla Russia-connection. Se Trump, che chiaramente non lo sopporta, dovesse licenziarlo si arriverebbe ad una situazione del tutto simile a quella che caratterizzo il tentativo di licenziamento di Archibald Cox da parte del Presidente Nixon. Cox era il Procuratore Speciale dell’indagine sul Watergate; il suo tentato licenziamento venne annullato di un giudice e fu abbastanza decisivo nella disfatta finale di Nixon.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La debacle dell’assistenza sanitaria: i ruoli dell’ignoranza e della malvagità (dal blog di Paul Krugman, 17 luglio 2017)

luglio 20, 2017

 

JUL 17 11:34 AM 

The Healthcare Debacle: The Roles of Ignorance and Evil

Paul Krugman

The important things to understand about the Republican health care bill are that it is (a) a cruel assault on the health and financial security of tens of millions of Americans (b) being sold via a campaign of lies that is unprecedented in US politics. Defeating this bill, and/or making its supporters pay a massive political price, is priority #1.

But there are a number of secondary questions, involving how Republicans got to this point. Some of these are big and long-term: how did a whole party succumb to such moral rot? Others are more tactical: how did they get into this immediate political mess?

So I was struck by today’s report in Politico suggesting that leading Republicans — in Congress as well as the Trump administration — thought repealing Obamacare would be quick and easy:

The longer Republican efforts to repeal Obamacare flounder, the clearer it becomes that President Donald Trump’s team and many in Congress dramatically underestimated the challenge of rolling back former President Barack Obama’s signature achievement.

The Trump transition team and other Republican leaders presumed that Congress would scrap Obamacare by President’s Day weekend in late February, according to three former Republican congressional aides and two current ones familiar with the administration’s efforts.

How could they have believed this? Anyone who paid the least attention to health issues knew that the ACA had dramatically reduced the number of uninsured, and that rolling it back would have devastating effects on many people — including many working-class whites. Never mind the morality: It should have been obvious that the political cost of repeal would be very high.

But apparently nobody with influence in the GOP saw the obvious. Why?

The answer, I think, is that they were living in a bubble created out of their own ignorance and cynicism.

They had spent years attacking Obamacare for things they had no intention of fixing — in fact, had every intention of making worse — like high deductibles. They appear never to have considered what would happen if they were called upon to deliver on their promises to make these things better.

They also appear to have been so wrapped up in their own propaganda that they never noticed the good Obamacare was doing. You saw that when the Indiana GOP asked for “Obamacare horror stories” and were flooded with testimonials instead.

Truly, Republicans, you know nothing. And it’s finally starting to matter.

 

La debacle dell’assistenza sanitaria: i ruoli dell’ignoranza e della malvagità,

di Paul Krugman

Le cose importanti da capire sulla proposta di legge repubblicana sulla assistenza sanitaria sono che essa si caratterizza: (a) come un attacco crudele alla salute e alla sicurezza economica di decine di milioni di americani e che viene rivenduto (b) attraverso una campagna di menzogne che non ha precedenti nella politica americana. Sconfiggere questa proposta di legge e/o fare in modo che i suoi sostenitori paghino un grande prezzo politico, è la priorità numero 1.

Ma c’è un certo numero di questioni secondarie che riguardano il modo in cui i repubblicani sono arrivati a questo punto. Alcune sono grandi questioni di lungo termine: come ha fatto un Partito a soccombere a tale decomposizione morale? Altre sono più tattiche: come hanno fatto a entrare in questo istantaneo casino politico?

Sono dunque rimasto sconcertato dal resoconto di oggi su Politico che suggerisce che i dirigenti repubblicani – nel Congresso come nella Amministrazione Trump – pensavano che l’abrogazione dell’Obamacare sarebbe stata veloce e facile:

“Più a lungo gli sforzi dei repubblicani per abrogare la riforma di Obama hanno annaspato, più chiaro è diventato che la squadra del Presidente Donald Trump e molti nel Congresso sottovalutavano in modo clamoroso la sfida di azzerare la realizzazione distintiva del precedente Presidente Barack Obama.

Secondo tre passati assistenti repubblicani nel Congresso e due attuali che hanno consuetudine con gli sforzi dell’Amministrazione, la squadra di transizione di Trump ed altri leader repubblicani presumevano che il Congresso avrebbe rottamato la riforma di Obama già per il fine settimana del giorno del Presidente, alla fine di febbraio.”

Come potevano credere una cosa del genere? Chiunque avesse prestato almeno attenzione alle tematiche sanitarie sapeva che la Legge sulla Assistenza Sostenibile aveva ridotto in modo spettacolare il numero dei non assicurati, e che tornare indietro avrebbe avuto effetti devastanti su molte persone – inclusi molti bianchi della classe lavoratrice. Lasciamo perdere la moralità: avrebbe dovuto essere evidente che il costo dell’abrogazione sarebbe stato molto alto.

Ma a quanto pare nessuno che avesse un po’ di influenza nel Partito Repubblicano vedeva questa evidenza. Perché?

Credo che la risposta sia che vivevano in una bolla creata dalla loro stessa ignoranza e dal loro cinismo.

Avevano passato anni per attaccare la riforma di Obama su aspetti che non avevano alcuna intenzione di rimediare – di fatto, avevano tutta l’intenzione di rendere peggiori – come le elevate prestazioni escluse nei piani assicurativi. Pare che non avessero mai messo nel conto che cosa sarebbe accaduto se gli fosse stato chiesto di mantenere le proprie promesse di migliorare questi aspetti.

Pare anche che si fossero talmente incartati nella loro propaganda che non si erano accorti del buono che la riforma di Obama stava producendo.  Si è visto quando il Partito Repubblicano dell’Indiana ha chiesto alla gente di raccontare “le storie dell’orrore” della riforma di Obama, ed è stato inondato invece da testimonianze positive.

In realtà, repubblicani, voi non sapete niente. E questo finalmente comincia ad essere importante.      

 

 

 

 

Il nuovo clima del tradimento (dal blog di Paul Krugman, 14 luglio 2017)

luglio 19, 2017

 

The New Climate Of Treason

 JULY 14, 2017 4:31 PM 

Paul Krugman

The title of this post comes from a once-famous book about the senior British officials who, it turned out, spied for Stalin. I found myself thinking about that book’s title while watching the conservative movement react to news that yes, the Trump campaign was in contact with Russian agents, and was willing, indeed eager, to engage in collusion.

With very few exceptions, this reaction has taken two forms: defining collusion down, or celebrating it. Some are arguing that saying “I love it!” when Russian agents offer damaging information about your opponent doesn’t count as collusion unless it’s sustained (which it might have been, by the way – we just don’t know yet), or unless it determined the election outcome. By that standard, of course, Kim Philby did nothing wrong, since the West ended up winning the Cold War.

Others are basically saying that cooperating with a foreign dictator is no big deal if it protects us against real threats, like universal health care.

The important thing to notice is that almost the entire conservative movement has bought into one or both of these arguments. After all the flag-waving, all the attacks on Democrats’ patriotism, essentially the whole GOP turns out to be OK with the moral equivalent of treason if it benefits their side in domestic politics. Which raises the question: what happened to these people?

One answer might be that right-wing ideology, the commitment to tax cuts for the rich and pain for the poor, has such a grip on conservative minds that nothing else matters. But while this is true for some apparatchiks, my guess is that it’s not nearly as true for many – certainly not for the Republican base in the general public. So why has partisanship become so extreme that it trumps patriotism?

Well, I have a thought inspired by something my CUNY colleague Branko Milanovic wrote recently about civil wars. Branko – who knows something about Yugoslavia! – argues against the view that civil wars are caused by deep divisions between populations who don’t know each other. The causation, he argues, goes the other way: when a civil war begins for whatever reason, that’s when the lines between the groups are drawn, and what may have been minor, fairly benign differences become irreconcilable gulfs.

My suggestion is that something like this happened to America, minus the mass bloodshed (so far, anyway).

The radicalization of the GOP began as a top-down affair, driven by big-money interests that financed campaigns and think tanks, pushing the party to the right. But to win elections, the forces engaged in this push cynically appealed to darker impulses – racism first and foremost, but also culture war, anti-intellectualism, and so on. To make this appeal, they created a media establishment – Fox News, talk radio, and so on – which drew in many working-class whites. This meant that a large segment of the population was no longer hearing the same news – basically not experiencing the same account of reality – as the rest of us. So what had been real but not extreme differences became extreme differences in political outlook.

And political figures either adapted or were pushed out. There once were Republicans who would have reacted with horror to Trump’s embrace of Putin, but they’ve left the scene, or are no longer considered Republicans.

This has troubling implications for both the short and the long run. In the short run, it probably means that no matter how bad the Trump revelations get, most Republicans, both in the base and in Congress, will stick with him – because taking him down would be a victory for liberals, who are worse than anything.

In the long run, it makes you wonder whether and how we can get the country we used to be back. As Branko says, there was a time when Serbs and Croats seemed to get along fairly well, indeed intermarrying at a high rate. But could anyone now put Yugoslavia back together? At this rate, we’ll soon be asking the same question about America.

 

Il nuovo clima del tradimento, di Paul Krugman

Il titolo di questo post deriva da un libro un tempo famoso su ufficiali inglesi di grado elevato che, si scoprì, erano spie per conto di Stalin. Mi sono ritrovato a riflettere sul titolo di quel libro nel mentre osservavo le reazioni del movimento conservatore alle notizie secondo le quali, in effetti, nella campagna elettorale di Trump ci furono contatti con gli agenti russi, e c’era la disponibilità, addirittura l’ansia, di impegnarsi ad operare in combutta con loro.

Con minime eccezioni, questa reazione ha preso due forme: ridimensionare quella collusione, oppure esaltarla. Alcuni sostengono che il dire “mi piace tanto!”, quando agenti russi offrono informazioni dannose sull’altro candidato non è collusione, a meno che essa non sia confermata (la qual cosa, ovviamente, potrebbe essere avvenuta – semplicemente, noi non lo sappiamo ancora), o a meno che essa non abbia determinato il risultato delle elezioni. Con questo criterio, naturalmente, Kim Philby [1] non fece niente di sbagliato, dal momento che l’Occidente alla fine vinse la Guerra Fredda.

Altri fondamentalmente sostengono che cooperare con un dittatore straniero non è una faccenda così disdicevole, se ci protegge da minacce reali, come una assistenza sanitaria universalistica.

La cosa importante da notare è che quasi l’intero movimento conservatore ha fatto propri uno o entrambi questi argomenti. Alla fine di tutto lo sventolare bandiere, di tutti gli attacchi al patriottismo dei democratici, si scopre che sostanzialmente l’intero Partito Repubblicano è a suo agio con l’equivalente morale di un tradimento, se esso avvantaggia il proprio schieramento nelle vicende interne. Il che solleva la domanda: cosa è successo a questa gente?

Una risposta potrebbe essere che l’ideologia della destra, l’impegno per sgravi fiscali ai ricchi e per distribuire sofferenze ai poveri, ha una tale presa sulle menti dei conservatori che non conta nient’altro. Ma mentre questo è vero per alcuni burocrati di apparato, la mia impressione è che sia tutt’altro che vero per molti altri – certamente non per la basa repubblicana dentro la complessiva opinione pubblica. Dunque, perché la faziosità è divenuta così radicale da surclassare il patriottismo?

Ebbene, ho un pensiero ispirato da qualcosa che il mio collega all’Università della città di New York Branko Milanovic ha scritto di recente sulle guerre civili. Branko – che ne sa qualcosa per l’esperienza della Jugoslavia! – si oppone al punto di vista secondo il quale le guerre civili sono provocate dalle profonde divisioni tra popolazioni che non si conoscono l’una con l’altra. Le cause, sostiene, procedono in un altro senso: quando comincia, per una qualsiasi ragione, una guerra civile, ovvero quando le demarcazioni tra i gruppi sono segnate, e quelle che potevano essere differenze secondarie, abbastanza benigne, diventano abissi irreconciliabili.

La mia impressione è che in America sia accaduto qualcosa del genere, pur senza un massiccio spargimento di sangue (del resto, almeno sinora).

La radicalizzazione del Partito Repubblicano ebbe inizio come un fenomeno dall’alto in basso, guidato dagli interessi di grandi ricchezze che finanziavano campagne elettorali e gruppi di ricerca, spingendo il partito a destra. Ma per vincere le elezioni, le forze impegnate in questa spinta fecero appello ad impulsi più oscuri – il razzismo anzitutto e soprattutto, ma anche la cultura della guerra, l’anti intellettualismo, e cose del genere. Per realizzare questa attrazione, crearono fondazioni mediatiche – Fox News, spettacoli radiofonici ed altro – che attrassero molti lavoratori bianchi. Questo comportò che un ampio segmento della popolazione non attingeva più alle stesse notizie di tutti noi – giacché in sostanza non faceva esperienza della stessa narrazione di cose reali. Dunque, quelle che erano state differenze reali ma non incolmabili, divennero differenze radicali nell’atteggiamento politico.

E i personaggi della politica o si adattarono o vennero esclusi. Una volta c’erano repubblicani che avrebbero reagito con orrore all’abbraccio di Putin da parte di Trump, ma lasciarono la scena, oppure adesso non sono più considerati repubblicani.

Questo ha implicazioni problematiche sia nel breve che nel lungo periodo. Nel breve, probabilmente comporta che non sono importanti le rivelazioni su Trump, per quanto possano essere negative, la maggioranza dei repubblicani, sia alla base che nel Congresso, gli staranno vicini – perché abbatterlo sarebbe una vittoria dei progressisti, che sono peggio di tutto il resto.

Nel lungo periodo, tutto questo porta a chiedersi se e come potremo riavere il paese a cui eravamo abituati. Come dice Branko, ci fu un tempo nel quale i Serbi ed i Croati sembravano procedere assieme abbastanza bene, in effetti avevano un tasso di matrimoni misti elevato. Ma oggi chi potrebbe rimettere assieme la Jugoslavia? A questo ritmo, presto ci porremo la stessa domanda sull’America.

 

 

 

[1] Kim Philby, all’anagrafe Harold Adrian Russell Philby, talora indicato col suo acronimo H.A.R. Philby è stato un agente segreto britannico, che acquisì la cittadinanza sovietica nel 1963. Wikipedia

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Teorie originariamente vere (per esperti e con indulgenza verso me stesso) (dal blog di Krugman, 10 luglio 2017)

luglio 17, 2017

 

Formerly True Theories (Wonkish and Self-Indulgent)

 JULY 10, 2017 4:23 PM 

Paul Krugman 

Taking a break from health care, treason, and all that to read David Glasner on the price-specie-flow mechanism. The exposition of this mechanism by David Hume in his 1752 “Of the balance of trade“, was a landmark in the development of economics — arguably the first real economic model, making sense of the real world (and giving important policy guidance) via a simplified thought experiment, basically a model despite the absence of explicit math. Glasner argues, however, that it had ceased to be a good model by the 19th century due to the rise of fractional reserve banking and central bank discretion.

I think this critique may go both too far and not far enough. In systems where bank reserves still took the form of specie — and bank notes were backed by specie, as in the United States — a lot of the specie-flow mechanism remained in place for most of the 19th century. On the other hand, the simple link between trade balances and specie flows was broken by the rise of widespread capital mobility: when British investors were buying lots of US railroad bonds, we were no longer in Hume’s world.

But that doesn’t mean that Hume was wrong about *his* world. And reading Glasner made me think of a category of economic ideas that’s crucial, I’d argue, in making sense of part of the history of economic thought — the category of “formerly true” ideas. That is, ideas that were either good descriptions of the world the classical economists lived in, or had been good descriptions of the world just before the classicals wrote.

Pride of place here surely goes to Malthusian economics. You still see people saying flatly that Malthus was wrong. But over the roughly 60 centuries that have passed since civilization emerged in Mesopotamia, the Malthusian proposition — population pressure swallows up any gains in productivity, so that most people live on the edge of subsistence — was true for 58. It just so happens that the two centuries for which the proposition didn’t hold were the two centuries after Malthus wrote.

Actually, of course, this wasn’t an accident. Malthus didn’t kill Malthusian economics; but the rise of intellectual curiosity, of systematic hard thinking, of the scientific attitude, gave rise both to people like Malthus — who tried to approach economics in a recognizably modern manner — and to the dramatic acceleration of technological progress that took us out of the 58-century Malthusian trap.

Similarly, I don’t think there can be any doubt that something like Hume’s specie-flow mechanism did indeed operate through all of history from the first introduction of metallic money to sometime in the late 18th or early 19th century. How did Spanish silver end up fueling a rise in prices all across Europe? As Hume himself said, because silver raised Spanish prices, leading to trade deficits, and the silver flowed out to Spain’s trading partners.

Eventually, however, people — especially the Scots! — developed modern banking and learned to invest capital across borders. These commercial innovations were part of a general spirit of inquiry and innovation that produced, among other things, David Hume and Adam Smith.

Are there other examples? The self-correcting economy — in which unemployment leads to deflation, which increases the real money supply, and thus restores full employment — is another thing that probably did work for most of history, but began to fall apart as agrarian economies gave way to industrialized economies with less flexible prices. David Ricardo’s rejection of the possibility of demand shortfalls eventually turned out to be very wrong — and was surely already wrong in Britain by 1817 — but had been true in the past.

Is there a moral to this story? Maybe it is that things economic do change. By and large they change more slowly than many people think; understanding the 1930s was still immensely valuable to understanding the world after 2008. But economic “laws” — I generally hate that term — aren’t immutable, and good economists can be both right about the past and wrong for today.

I now return you to our regularly scheduled Trump coverage.

 

Teorie originariamente vere (per esperti e con indulgenza verso me stesso)

 di Paul Krugman

Prendendomi una pausa dall’assistenza sanitaria, dal tradimento [1] e tutto il resto per leggere David Glasner sul meccanismo del flusso monetario del prezzo [2]. L’esposizione di questo meccanismo da parte di David Hume nel suo libro del 1752 “Della bilancia commerciale” fu una pietra miliare nello sviluppo dell’economia – probabilmente il primo vero modello economico, che fornisce significato al mondo reale (e offre una importante guida economica) attraverso un semplificato esperimento di pensiero, fondamentalmente un modello nonostante l’assenza di matematica vera e propria. Glasner sostiene, tuttavia, che esso cessò di essere un buon modello economico col diciannovesimo secolo a seguito della riserva frazionale del sistema bancario [3] e della riservatezza delle banche centrali.

Io penso che questa critica allo stesso tempo vada oltre il limite e non vada abbastanza lontano. Nei sistemi nei quali le riserve delle banche presero tuttavia la forma delle monete – e le banconote furono sostenute dalla moneta, come negli Stati Uniti – un bel po’ del meccanismo del flusso monetario rimase all’opera per gran parte del 19° Secolo. D’altra parte, il semplice collegamento tra bilance commerciali e flussi di moneta fu interrotto dalla crescita della generalizzata mobilità del capitale: quando gli investitori inglesi vennero acquistando molte obbligazioni delle ferrovie statunitensi, non eravamo più nel mondo di Hume.

Ma questo non significa che Hume sbagliasse rispetto al “suo” mondo. E il leggere Glasner mi fa riflettere su una categoria delle idee economiche che, secondo me, è fondamentale nel rendere comprensibile una parte della storia del pensiero economico – la categoria delle idee “originariamente corrette”. Ovvero, idee che erano buone descrizioni del mondo in cui vivevano gli economisti classici, oppure che erano buone descrizioni del mondo proprio prima che i classici scrivessero.

In questo caso, il primo posto va certamente all’economia malthusiana. Si notano ancora persone che dicono insensatamente che Malthus aveva torto. Ma nel corso dei circa 60 secoli che erano passati dal momento in cui la civiltà era emersa in Mesopotamia, l’idea malthusiana – la pressione della popolazione inghiotte ogni guadagno nella produttività, cosicché gran parte della popolazione vive al limite della sussistenza – fu vera per 58 di quei secoli. Si dà solo il caso che i due secoli nei quali quell’idea non resse furono quelli successivi agli scritti di Malthus.

Per la verità, come è ovvio, non si trattò di un incidente. Non fu Malthus ad ammazzare l’economia malthusiana, ma lo sviluppo della curiosità intellettuale, della sistematica faticosa riflessione, della attitudine scientifica, fecero crescere sia le persone come Malthus – che cercarono un approccio all’economia in termini riconoscibilmente moderni – e portarono ad una spettacolare accelerazione del progresso tecnologico che ci portò fuori dalla trappola malthusiana durata 58 secoli.

In modo simile, non penso possa esserci alcun dubbio che qualcosa come il meccanismo del flusso monetario in Hume operò effettivamente per tutta la storia sin dalla prima introduzione della moneta metallica, sino a una certa fase del tardo 18° secolo e del primo 19° secolo. Come l’argento spagnolo finì per accendere una crescita dei prezzi in tutta l’Europa? Come disse Hume stesso, dipese dal fatto che l’argento alzò i prezzi spagnoli, portando a deficit commerciali, e l’argento si riversò fuori ai partner commerciali della Spagna.

Alla fine, tuttavia, le persone – specialmente gli Scozzesi – svilupparono un sistema bancario moderno e impararono ad investire i capitali oltre i confini. Queste innovazioni commerciali furono parte di uno spirito generale di indagine e di innovazione che produsse, tra le altre cose, David Hume e Adam Smith.

Ci sono altri esempi? Una economia che si corregge per suo conto – nella quale la disoccupazione porta alla deflazione, che accresce la reale offerta di moneta e quindi restaura la piena occupazione – è un’altra cosa che probabilmente funzionò per gran parte della storia, ma cominciò ad andare a pezzi nel momento in cui le economie agrarie cedettero il passo ad economie industrializzate con prezzi meno flessibili. Il rigetto di David Ricardo della possibilità di deficit della domanda alla fine si dimostrò del tutto sbagliato – ed era certamente già sbagliato nell’Inghilterra del 1817 – ma era stato vero nel passato.

C’è una morale in questa storia? Forse che le cose dell’economia subiscono per davvero modifiche. In generale esse cambiano più lentamente di quanto non pensino molte persone; comprendere gli anni ’30 ha avuto ancora un grandissimo valore per comprendere il mondo dopo il 2008. Ma le “leggi” dell’economia – una espressione che in generale io odio – non sono immutabili, e i buoni economisti possono aver ragione rispetto al passato e nello stesso tempo torto rispetto all’oggi.

E adesso torno ai miei regolarmente programmati articoli su Trump.

 

 

[1] Ovvero dalle notizie sullo scandalo russo di Trump.

[2] Meccanismo classico, elaborato da Hume, di riequilibrio della Bilancia dei pagamenti. Il nesso tra aggiustamento esterno e variazioni dei prezzi interni ed esterni è offerto dalla teoria quantitativa della moneta e dalla connessione tra saldi di bilancia dei pagamenti e stock di moneta. La variazione nella quantità di mezzi monetari modifica i prezzi interni, facendoli diminuire nel Paese che registra un deficit. Tende così a ristabilirsi l’equilibrio se la somma delle elasticità al prezzo delle importazioni e delle esportazioni è maggiore dell’unità.

[3] Ovvero alla regola per la quale nelle banche deve esserci costantemente un adeguato rapporto tra depositi e prestiti, nella forma di riserve che consentano di soddisfare picchi improvvisi di richiesta di denaro.

 

 

 

 

 

 

Quale fu il periodo aureo degli intellettuali conservatori? (dal blog di Krugman, 9 luglio 2017)

luglio 16, 2017

 

When Was The Golden Age Of Conservative Intellectuals?

di Paul Krugman

 JULY 9, 2017 3:00 PM 

A few days late, but a few thoughts on Bret Stephens’s column about the intellectual decline of conservatism. As you might guess, I agree completely with his take on the modern degeneracy of the movement. But Stephens harks back to a golden age of deep thought; and my question is, when was this age, exactly?

William F. Buckley is a problematic icon. Surely one needs to mention his spirited defense of white supremacy in the South, and National Review’s weird infatuation with Generalissimo Francisco Franco. I’d also note that while God and Man at Yale castigated my alma mater for its downgrading of religion, he seemed equally dismayed by the fact that it was teaching Keynesian economics — you know, the stuff that has been so thoroughly vindicated these past few years.

But leave that aside. When did conservatives have good ideas, and when did they stop? Let’s talk about four areas I know pretty well: macroeconomics, environment, health care, and inequality.

In macroeconomics, there’s no question that Milton Friedman and, initially, Robert Lucas performed a useful service by challenging the case for policy activism, especially fiscal activism. Circa 1976 the track record of Chicago macroeconomics was impressive indeed.

But then it all fell apart. Lucas-type models failed the test of events in the 1980s, while updated Keynesianism held up. Rather than admitting that they had overreached, however, conservative macroeconomists just dug themselves deeper into the rabbit hole — effectively turning their back on Friedman-style monetarism as well as Keynesianism. Vigorous monetary expansion to fight a deep slump, originally a conservative idea, became anathema on the right even as it was welcomed on the left. What was once a good conservative idea was incorporated by liberals while rejected by the right.

On environment, a similar turn took place a bit later. The use of markets and price incentives to fight pollution was, initially, a conservative idea condemned by some on the left. But liberals eventually took it on board — while cap-and-trade became a dirty word on the right. Crude slogans –Government bad! — plus subservience to corporate interests trumped analysis.

On health care, ObamaRomneycare — relying on mandates, regulation, and subsidies rather than a single-payer system — was, famously, a conservative idea developed at the Heritage Foundation. But liberals took it on board — pretty quickly, actually — while conservatives began denouncing their own side’s clever idea as evil incarnate.

Finally, on inequality, conservative intellectuals were terrible from the very beginning. I wrote a long piece in 1992 detailing their evasions and distortions, many of which remain unchanged to this day. It wasn’t just that they were wrong; as I wrote at the time,

the combination of mendacity and sheer incompetence displayed by the Wall Street Journal, the U.S. Treasury Department, and a number of supposed economic experts demonstrates something else: the extent of the moral and intellectual decline of American conservatism.

Remember, this was a quarter-century ago.

So when was the golden age of conservative intellectuals? Actually, there never was one. Certainly, the supposed era in which only conservatives had all the interesting ideas while liberals rehashed tired dogma never happened in any field I know well. That said, there was a period when conservatives contributed some useful stuff to the discourse. But that era ended a long, long time ago.

 

Quale fu il periodo aureo degli intellettuali conservatori?

di Paul Krugman 

Alcune riflessioni, sia pure con alcuni giorni di ritardo, sull’articolo di Bret Stephens sul declino intellettuale del conservatorismo. Come potete immaginarvi, concordo pienamente con la sua presa di posizione sulla moderna degenerazione del movimento. Ma Stephens risale ad una età aurea di pensiero profondo; e la mia domanda è, quale fu quel periodo, esattamente?

William F. Buckley è una icona problematica [1]. Di sicuro si dovrebbe ricordare la sua vivace difesa della supremazia bianca nel Sud, e l’infatuazione della National Review per il Generalissimo Francisco Franco.  Osserverei anche che mentre il suo libro Dio e l’uomo a Yale se la prendeva con la mia Università di provenienza per la sua scarsa considerazione della religione, egli sembrava anche sconcertato dal fatto che in essa si insegnava economia keynesiana – sapete, quella roba che è stata così completamente risarcita negli ultimi anni.

Ma lasciamo da parte questi argomenti. Quando i conservatori ebbero buone idee, e quando smisero di averne? Consentitemi di parlare di quattro aree che conosco abbastanza bene: la macroeconomia, l’ambiente, l’assistenza sanitaria e l’ineguaglianza.

In macroeconomia non c’è dubbio che Milton Friedman e, inizialmente, Robert Lucas fecero un servizio utile mettendo alla prova l’argomento dell’attivismo politico, in particolare dell’attivismo in materia di finanza pubblica. In effetti, attorno al 1976, i risultati della macroeconomia di Chicago erano impressionanti.

Ma poi andò tutto in frantumi. Negli anni ’80 i modelli del genere di Lucas non superarono la prova dei fatti, mentre un keynesismo aggiornato resse. Tuttavia, piuttosto che ammettere di essersi spinti troppo oltre, i macroeconomisti conservatori si rintanarono più a fondo nella buca del coniglio – in sostanza voltando le spalle sia al monetarismo sul genere di Friedman che al keynesismo. Una vigorosa espansione monetaria per combattere una profonda recessione, originariamente un’idea conservatrice, divenne a destra un anatema, persino quando era bene accolta a sinistra. Si trattò di una precedente buona idea conservatrice che era stata incorporata dai progressisti, nel mentre veniva rigettata dalla destra.

Sull’ambiente, un po’ dopo si manifestò una svolta simile. L’uso dei mercati e degli incentivi dei prezzi per combattere l’inquinamento era stata, inizialmente, un’idea conservatrice, condannata da alcuni a sinistra. Ma alla fine i progressisti la accolsero – mentre la politica del “cap-and-trade[2] per la destra divenne un espressione sconcia. Puri e semplici slogan – il Governo è il Male! – oltre alla sottomissione agli interessi delle grandi società,  prevalsero sull’analisi.

Sulla assistenza sanitaria, le riforme di Obama e di Romney [3] – che si basavano sull’obbligo ad acquistare una assicurazione, sui regolamenti e sui sussidi anziché su un sistema centralizzato di pagamenti – furono, come è noto, un’idea sviluppata presso la Fondazione Heritage. Ma i progressisti la fecero propria – in effetti, abbastanza rapidamente – mentre i conservatori cominciarono a denunciare l’idea intelligente prodotta dal loro stesso schieramento come un’incarnazione del Male.

Infine, sull’ineguaglianza gli intellettuali conservatori sono stati terribili sin dall’inizio. Io scrissi nel 1992 un lungo articolo per dettagliare le loro ambiguità e le loro distorsioni, molte delle quali restano immutate sino ai giorni nostri. Non era solo il fatto che sbagliavano; come scrissi a quel tempo la combinazione di menzogne e di pura e semplice incompetenza mostrata dal Wall Street Journal, dal Dipartimento del Tesoro e da un certo numero di presunti esperti di economia dimostrano qualcos’altro: la misura del declino morale e intellettuale del conservatorismo americano.

Ricordiamo che questo accadeva un quarto di secolo fa.

Dunque, quale fu il periodo aureo degli intellettuali conservatori? Effettivamente, non ce n’è mai stato uno. Certamente, la presunta epoca nella quale soltanto gli intellettuali conservatori avevano tutte le idee interessanti mentre i progressisti rimasticavano stanchi dogmi, non c’è mai stata in nessun campo che io conosco bene. Ciò detto, ci fu un periodo nel quale i conservatori fornirono il contributo di qualche cosa di utile al dibattito. Ma quell’epoca terminò molto tempo fa.

 

 

[1] William Frank Buckley Junior (New York24 novembre 1925 – Stamford28 febbraio 2008) è stato un saggistagiornalista e conduttore televisivo statunitense. Probabilmente viene definito “icona problematica” considerato che – oltre ai particolari segnalati nel post, dopo una pur ricca carriera di studi – trovò il modo di fare esperienze più singolari, come diventare membro di una setta chiamata “Teschio ed ossa” e lavorare per la CIA in Messico.

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[2] Letteralmente, del “mettere un limite e consentire gli scambi” in materia di inquinamento ambientale – ovvero mettere un limite all’inquinamento e premiare chi sta sotto quel limite, anche permettendogli di ‘vendere’ il proprio comportamento virtuoso a chi resta provvisoriamente indietro (l’acquisto di ‘punti’ dai più virtuosi – e talora anche di tecnologie – essendo un modo provvisorio per restare nella legalità).

[3] Come si è varie volte segnalato, Krugman insiste nel mettere sullo stesso piano le due riforme – quella di Obama e la precedente del repubblicano Romney nello Stato del Massachusetts – perché c’era una effettiva somiglianza. Romney non poté mai vantarsene, perché nel periodo di tempo trascorso da quando era Governatore di quello stato a quando divenne candidato repubblicano, i repubblicani ormai la consideravano una bestemmia.

 

 

 

 

 

Vera e propria lotta di classe, con disprezzo in aggiunta, ( dal blog di Paul Krugman, 23 giugno 2017)

giugno 27, 2017

 

JUN 23 3:24 AM

Pure Class Warfare, With Extra Contempt

 Paul Krugman

The Senate version of Trumpcare – the Better Care Reconciliation Act – is out. The substance is terrible: tens of millions of people will experience financial distress if this passes, and tens if not hundreds of thousands will die premature deaths, all for the sake of tax cuts for a handful of wealthy people. What’s even more amazing is that Republicans are making almost no effort to justify this massive upward redistribution of income. They’re doing it because they can, because they believe that the tribalism of their voters is strong enough that they will continue to support politicians who are ruining their lives.

In this sense – and in only this sense – what we’re seeing now is a departure from previous Republican practice.

In the past, laws that would take from the poor and working class while giving to the rich came with excuses. Tax cuts, their sponsors declared, would unleash market dynamism and make everyone more prosperous. Deregulation would increase efficiency and lower prices. It was all voodoo; the promises never came true. But at least there was some pretense of working for the common good.

Now we have none of this. This bill does nothing to reduce health care costs. It does nothing to improve the functioning of health insurance markets – in fact, it will send them into death spirals by reducing subsidies and eliminating the individual mandate. There is nothing at all in the bill that will make health care more affordable for those currently having trouble paying for it. And it will gradually squeeze Medicaid, eventually destroying any possibility of insurance for millions.

Who benefits? It’s all about the tax cuts, almost half of which will go to people with incomes over $1 million, the great bulk to people with incomes over 200K.

So, is this bill good for you? Yes, if you meet the following criteria:

1.Your income is more than $200,000 a year
2.You have a job that comes with good health insurance
3.You can’t imagine any circumstances under which you lose that job or income
4.You don’t have any family members or friends who don’t meet those criteria
5.You have zero empathy for anyone else

The set of people who can check all these boxes is not a winning political coalition. But Republican leaders believe that their voters are tribal enough, sufficiently walled off from information, that they’ll ignore the attack on their lives and keep voting R – indeed, that as they lose health care, get hit with crushing out-of-pocket bills, see their friends and neighbors face ruin, they’ll blame it on Democrats.

I wish I were sure that this belief was false.

 

Vera e propria lotta di classe, con disprezzo in aggiunta,

di Paul Krugman

La versione del Senato della riforma della assistenza di Trump – la Legge di Riconciliazione di una Assistenza Migliore – è pubblica. La sostanza è tremenda: se essa verrà approvata decine di milioni di persone faranno i conti con problemi finanziari angoscianti, e decine se non centinaia di migliaia moriranno per decessi prematuri, il tutto nell’interesse di sgravi fiscali per una manciata di ricchi. Quello che è persino più stupefacente è che i repubblicani non stanno facendo quasi nessuno sforzo per giustificare questa massiccia redistribuzione dei redditi verso l’alto. Lo stanno facendo perché hanno il potere di farlo, perché credono che la faziosità dei loro elettori sia forte abbastanza da continuare a sostenere i politici che stanno rovinando le loro esistenze.

In questo senso – e solo in questo senso – quello a cui stiamo adesso assistendo diverge dalla precedente pratica repubblicana.

Nel passato, le leggi che avrebbero tolto ai poveri ed alla classe lavoratrice per favorire i ricchi erano accompagnate da pretesti. Gli sgravi fiscali, dichiaravano i loro sostenitori, avrebbero liberato il dinamismo del mercato ed avrebbero reso tutti più prosperi. La deregolamentazione avrebbe aumentato l’efficienza e abbassato i prezzi. Era tutta economia voodoo; le promesse non si avveravano mai. Ma c’era almeno qualche pretesa di funzionamento per il bene comune.

Ora non abbiamo niente di questo. Questa proposta di legge non fa niente per ridurre i costi della assistenza sanitaria. Non fa niente per migliorare il funzionamento dei mercati delle assicurazioni sanitarie – di fatto, li porterà a spirali fatali riducendo i sussidi ed eliminando l’obbligo alla assicurazione per i singoli utenti. Nella proposta di legge non c’è assolutamente niente che renderà l’assistenza sanitaria più sostenibile per coloro che attualmente hanno problemi a pagarla. E gradualmente schiaccerà Medicaid, alla fine distruggendo ogni possibilità di assicurazione per milioni di persone.

Chi ne trae vantaggi? I vantaggi vanno tutti in sgravi fiscali, quasi la metà dei quali andranno a persone con redditi superiori a 1 milione di dollari, la gran parte degli individui con redditi superiori ai 200 milia dollari.

Dunque, è positiva nel vostro caso questa proposta di legge? Sì, se soddisfate i seguenti criteri:

1 – Il vostro reddito è superiore ai 200.000 dollari all’anno;

2 – Avete un posto di lavoro che fornisce anche una buona assicurazione sanitaria;

3 – Non potete immaginare nessuna circostanza nella quale perdere quel posto di lavoro o quel reddito,

4 – Non avete nessun componente della famiglia o amico che non soddisfa quei criteri;

5 – Avete empatia zero per tutti gli altri.

Il complesso di persone che possono spuntare tutte quelle caselle non costituisce una coalizione politica vincente. Ma i dirigenti repubblicani credono che i loro elettori siano sufficientemente faziosi, sufficientemente impermeabili alle informazioni, da ignorare l’attacco alle loro esistenza e continuare a votare repubblicano – in sostanza, che al momento in cui perderanno l’assistenza sanitaria, prenderanno un colpo con un devastante esborso di tasca propria, vedranno i loro amici e vicini far fronte ad un disastro, essi daranno la colpa ai democratici.

Vorrei esser certo che quel convincimento sia falso.

 

 

 

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