January 8, 2013, 5:00 pm
Well, the trillion-dollar-coin thing — deal with the debt ceiling by exploiting a legal loophole to have the Treasury mint one or more large-denomination coins, deposit them at the Fed, and use the cash in the new account to pay bills — has really taken off. Last month I spoke with a senior Fed official who had never heard of the idea; these days it’s all over.
There seem to be two kinds of objections. One is that it would be undignified. Here’s how to think about that: we have a situation in which a terrorist may be about to walk into a crowded room and threaten to blow up a bomb he’s holding. It turns out, however, that the Secret Service has figured out a way to disarm this maniac — a way that for some reason will require that the Secretary of the Treasury briefly wear a clown suit. (My fictional plotting skills have let me down, but there has to be some way to work this in). And the response of the nervous Nellies is, “My god, we can’t dress the secretary up as a clown!” Even when it will make him a hero who saves the day?
The other objection is the apparently primordial fear that mocking the monetary gods will bring terrible retribution.
Joe Weisenthal says that the coin debate is the most important fiscal policy debate of our lifetimes; I agree, with two slight quibbles — it’s arguably more of a monetary than a fiscal debate, and it’s really part of the broader debate that has been going on ever since we entered the liquidity trap.
What the hysterics see is a terrible, outrageous attempt to pay the government’s bills out of thin air. This is utterly wrong, and in fact is wrong on two levels.
The first level is that in practice minting the coin would be nothing but an accounting fiction, enabling the government to continue doing exactly what it would have done if the debt limit were raised.
Remember that the coin is supposed to be deposited at the Fed, which is effectively just a semi-autonomous government agency. As the federal government proper drew on its new Fed account, the Fed would probably respond by selling off some of its $3 trillion balance sheet. In effect, the consolidated federal government, including the Fed, would be financing its operations by selling debt instruments, just as always.
But what if the Fed decided not to shrink its outside balance sheet? Even so, under current conditions it would make no difference — because we’re in a liquidity trap, with market interest rates on short-term federal debt near zero. Under these conditions, issuing short-term debt and just “printing money” (actually, crediting banks with additional reserves that they can convert into paper cash if they choose) are completely equivalent in their effect, so even huge increases in the monetary base (reserves plus cash) aren’t inflationary at all.
And if you’re tempted to deny this diagnosis, I have to ask, what would it take to convince you? The other side of this debate has been predicting runaway inflation for more than four years, as the monetary base has tripled. The same people predicted soaring interest rates from government borrowing. Meanwhile, the liquidity-trap people like me predicted what would actually happen: low inflation and low rates. This has to be the most decisive real-world test of opposing theories ever.
So minting the coin would be undignified, but so what? At the same time, it would be economically harmless — and would both avoid catastrophic economic developments and help head off government by blackmail.
What we all hope, of course, is that the prospect of the coin or some equivalent strategy will simply take the debt ceiling off the table. But if not, mint the darn coin.
Collera contro la moneta
Ebbene, la faccenda della moneta da tre mila miliardi di dollari – affrontare il tetto del debito sfruttando una scappatoia legale facendo in modo che il Tesoro coni una o più monete, le depositi presso la Fed, ed usi il contante della sua nuova linea di credito per pagare i conti – è davvero decollata. Il mese scorso parlai con un importante dirigente della Fed che non aveva mai sentito parlare di quell’idea; in questi giorni se ne parla dappertutto.
Sembrano esserci obiezioni di due tipi. Secondo la prima, sarebbe una soluzione indecorosa. Ecco cosa pensare di tale argomento: siamo in una situazione nella quale un terrorista può praticamente passeggiare in una stanza affollata e minacciare di far esplodere una bomba che si è portato dietro. Si scopre, tuttavia, che i servizi segreti hanno scoperto un modo per disarmare il maniaco – un modo che per qualche ragione richiede che il Segretario al Tesoro indossi per un breve periodo un vestito da clown (le mie attitudini alla fiction cospiratoria sono un po’ peggiorate, ma ci deve essere un qualche modo per far funzionare una trama del genere). E la risposta delle vezzose e nervose fanciulle [1] è: “Dio mio, non possiamo vestire il Segretario come un clown!”. Persino quando ciò farebbe di lui un eroe che salva capra e cavoli?
L’altra obiezione consiste nella apparentemente primordiale paura secondo la quale scherzare con le divinità monetarie comporta conseguenze terribili.
Joe Weisenthal dice che il dibattito sul conio della nuova moneta è il più importante dibattito di politica della finanza pubblica dei nostri tempi: io sono d’accordo, con due piccole osservazioni – è probabilmente più un dibattito di carattere monetario che di finanza pubblica, ed è in sostanza un pezzo del più generale dibattito che si è sviluppato dal momento in cui siamo entrati in una trappola di liquidità.
Quello che gli isterici percepiscono è un tentativo terribile e sacrilego di pagare i conti del Governo come per incanto. Questo è del tutto sbagliato, e in sostanza è sbagliato in due sensi.
Il primo è che in pratica coniare la moneta non sarebbe nient’altro che una finzione contabile, che autorizza il Governo a fare quello che avrebbe esattamente fatto se il limite del debito fosse stato innalzato.
Si ricordi che si suppone che la moneta sia depositata presso la Fed, che è in effetti proprio una agenzia governativa semi-autonoma. Nel momento in cui il Governo federale ricorresse in modo appropriato alla sua nuova linea di credito presso la Fed, la Fed probabilmente risponderebbe mettendo in vendita un po’ dei tremila miliardi di dollari della sua contabilità. In effetti, la amministrazione consolidata federale, che include la Fed, finanzierebbe le sue operazioni come sempre, vendendo i propri strumenti del debito.
Ma cosa accadrebbe se la Fed decidesse di non restringere la sua contabilità esterna? Anche così, nelle attuali condizioni non farebbe alcuna differenza – perché siamo in una trappola di liquidità, con i tassi di interesse di mercato sul debito federale a breve termine prossimi a zero. In queste condizioni, emettere obbligazioni sul debito a breve termine o semplicemente “stampare moneta” (nella sostanza, dare credito alle banche con il ricorso a riserve addizionali che esse possano convertire in contante cartaceo se lo vogliono) sono soluzioni completamente equivalenti nei loro effetti, al punto che persino grandi incrementi nella base monetaria (riserve più contante) non sono per niente inflazionistici.
E se foste tentati di non dar credito a questa diagnosi, devo chiedervi cosa ci vorrebbe per convincervi? L’altro versante di questo dibattito è consistito nel predire per quattro anni una inflazione galoppante, nel mentre la base monetaria si è triplicata. Le stesse persone hanno previsto tassi di interesse alle stelle a seguito dell’indebitamento del Governo. Nel frattempo, coloro che sostenevano la tesi della trappola di liquidità come me avevano previsto quello che è realmente accaduto: bassa inflazione e bassi tassi. In ogni momento, questo test della realtà effettuale non può che essere quella più decisiva.
Dunque, coniare la nuova moneta sarebbe indecoroso, ma allora che fare? E poi … sarebbe anche economicamente senza alcun danno, eviterebbe sviluppi economici catastrofici ed anche aiuterebbe a sbarrare la strada ai ricatti al governo.
Quello che noi tutti ci auguriamo, naturalmente, è che la prospettiva della moneta o qualche strategia equivalente elimini il tetto del debito dal tavolo. Ma se così non fosse, chi se ne frega di coniare una moneta !
[1] “Nellie” è sinonimo di “attricetta, graziosa fanciulla” o, più in astratto, di persona un po’ “chic”.
gennaio 7, 2013
January 7, 2013, 11:37 am
Don’t like the platinum coin option? Here’s a functionally equivalent alternative: have the Treasury sell pieces of paper labeled “moral obligation coupons”, which declare the intention of the government to redeem these coupons at face value in one year.
It should be clearly stated on the coupons that the government has no, repeat no, legal obligation to pay anything at all; you see, they’re not debt, and therefore don’t count against the debt limit. But that shouldn’t keep them from having substantial market value. Consider, for example, the fact that the government has no legal responsibility for guaranteeing the debt of Fannie and Freddie; nonetheless, it is widely believed that there is an implicit guarantee (because there is!), and this is very much reflected in the price of that debt.
So the government should have no trouble raising a lot of money by selling MOCs. It’s true that if they’re sold on the open market, they would probably sell at a substantial discount from face value, so this would in effect be high-interest-rate financing. But that’s better than either default or giving in to blackmail.
And maybe the coupons wouldn’t have to be sold on the open market; why not just have the Fed buy them? Bear in mind that the Fed doesn’t always buy safe assets; it’s buying a lot of mortgage-backed securities (from Fannie and Freddie; see above), and during the worst of the financial crisis it bought lots of commercial paper. So why not slightly speculative pieces of paper sold by the Treasury?
Again, while this may all seem kind of dodgy, it’s important to realize that unless the president does something like this he will be forced to do something illegal: namely, fail to spend money that, by act of Congress, he is legally obliged to spend. Fancy footwork is by far a better alternative; and if it enrages Mitch McConnell, well, that’s just an extra bonus.
Update: If there is a legal problem even with selling these coupons, there are still alternatives, such as paying suppliers with these coupons and then having the Fed buy them. The mechanics really don’t matter; as long as we’re in a liquidity trap, printing money, printing conventional debt securities, or printing funny money with no legal standing that nonetheless lets the government pay its bills are all equivalent.
Buoni di obbligazione morale
Non vi piace l’opzione della moneta di platino? Ecco una alternativa funzionalmente equivalente: acquisti il Tesoro dei fogli di carta e li definisca “buoni di obbligazione morale”, con i quali si affermi l’intenzione del Governo di riscattare nel corso di un anno questi buoni al loro valore nominale.
Sui buoni dovrebbe essere chiaramente stabilito che il Governo non ha, ripeto non ha, alcun obbligo legale di pagare alcunché; come si vede, essi non sono debito e di conseguenza non contano agli effetti del ‘tetto del debito’. Ma ciò non dovrebbe impedirgli di avere un sostanziale valore di mercato. Si consideri, ad esempio, il fatto che il Governo non ha alcuna responsabilità legale di garantire il debito di Fannie & Freddie [1]; nondimeno, è generalmente ritenuto che ci sia una garanzia implicita (giacché c’è!), e questo ha avuto un largo effetto sul prezzo di quel debito.
Dunque il Governo non dovrebbe avere problemi nel raccogliere una quantità di denaro con la vendita dei MOC [2]. E’ vero che se essi fossero venduti sul mercato aperto, probabilmente si venderebbero con uno sconto sostanziale rispetto al loro valore nominale, dunque sarebbe in effetti un finanziamento ad un elevato tasso di interesse. Ma sarebbe pur meglio sia di un default che di un cedere ai ricatti.
E forse i buoni non sarebbero venduti sul mercato aperto; perché non potrebbe comperarli la Fed? Tenete presente che la Fed non acquista sempre assets sicuri; essa sta comprando quantità di titoli garantiti da mutui (da Fannie&Freddie: vedi sopra), e nel momento peggiore della crisi finanziaria acquisto grandi quantità di titoli di credito [3]. Perché dunque rifiutare fogli di carta speculativi messi in vendita dal Tesoro?
Inoltre, se tutto questo può sembrare un po’ dubbio, è importante comprendere che se il Presidente non farà qualcosa del genere sarà costretto a fare qualcosa di illegale: in particolare, a non spendere denaro che, sulla base di leggi del Congresso, è legalmente tenuto a spendere. Una soluzione fantasiosa è di gran lunga una migliore alternativa; e se questo fa andare su tutte le furie Mitch McConnell, ebbene, quello è proprio un titolo di merito.
Aggiornamento: se ci fosse un problema legale anche con il vendere questi coupons, ci sono ancora alternative, quali pagare i fornitori con questi coupons e poi incaricare la Fed di acquistarli. In realtà, i meccanismi non contano, finché siamo in una trappola di liquidità, coniare moneta, stampare titoli convenzionali sul debito o stampare denaro stravagante che non ha corso legale e che tuttavia consente al governo di pagare i suoi conti è equivalente.
[1] Fannie&Freddie è il nomignolo di due agenzie sostenute dai governi federali – ancorché non completamente pubbliche nelle loro modalità operative – che agiscono nel settore delle abitazioni: favoriscono gli acquisti della prima casa e l’ottenimento di mutui per la prima casa. Esse furono comprensibilmente al centro dello scoppio della bolla immobiliare e della crisi dei titoli garantiti da mutui, al punto che i Repubblicani pretesero di farne la spiegazione intera della crisi finanziaria del 2008, in modo da risolverla quasi come una vicenda di responsabilità dello Stato. In realtà i comportamenti a rischio di Fannie&Freddie venne dimostrato che erano assai più contenuti dei comportamenti a rischio del settore privato e dello “shadow banking” (sistema bancario ombra, ovvero istituti di credito cui nel periodo reaganiano venne consentito di operare senza regole).
[2] Ovvero, dei “Moral Obligation Coupons”.
[3] La dicitura Commercial paper indica un titolo di credito. Sebbene sia spesso usata come sinonimo di polizza di credito commerciale, con l’espressione si indica uno strumento del mercato monetario il cui documento rappresentativo è costituito da un “pagherò cambiario” non garantito, emesso dalle imprese, con scadenza massima a 270 giorni. Poiché questi titoli non sono garantiti, solo le società più grandi o più solvibili le emettono. Il tasso di interesse che viene offerto, riflette naturalmente il livello di rischio dell’emittente. Il mercato finanziario è poco liquido. Il suo utilizzo in Italia è molto limitato.
La ‘carta commerciale’, o Commercial paper, è una fonte di finanziamento a breve termine per le imprese. Si tratta di una specie di “cambiale” che le imprese emettono e che sono sottoscritte da banche, fondi o privati. Gli istituti finanziari si trovano così normalmente ad avere nei loro portafogli molta carta commerciale a diverse scadenze. Questa attività può essere cartolarizzata, cioè a dire l’istituto finanziario può emettere delle obbligazioni, da far sottoscrivere da altre società finanziarie o da privati, che hanno a garanzia la carta commerciale in portafoglio dell’istituto (Wikipedia)
gennaio 7, 2013
January 7, 2013, 9:05 am
Should President Obama be willing to print a $1 trillion platinum coin if Republicans try to force America into default? Yes, absolutely. He will, after all, be faced with a choice between two alternatives: one that’s silly but benign, the other that’s equally silly but both vile and disastrous. The decision should be obvious.
For those new to this, here’s the story. First of all, we have the weird and destructive institution of the debt ceiling; this lets Congress approve tax and spending bills that imply a large budget deficit — tax and spending bills the president is legally required to implement — and then lets Congress refuse to grant the president authority to borrow, preventing him from carrying out his legal duties and provoking a possibly catastrophic default.
And Republicans are openly threatening to use that potential for catastrophe to blackmail the president into implementing policies they can’t pass through normal constitutional processes.
Enter the platinum coin. There’s a legal loophole allowing the Treasury to mint platinum coins in any denomination the secretary chooses. Yes, it was intended to allow commemorative collector’s items — but that’s not what the letter of the law says. And by minting a $1 trillion coin, then depositing it at the Fed, the Treasury could acquire enough cash to sidestep the debt ceiling — while doing no economic harm at all.
So why not?
It’s easy to make sententious remarks to the effect that we shouldn’t look for gimmicks, we should sit down like serious people and deal with our problems realistically. That may sound reasonable — if you’ve been living in a cave for the past four years.Given the realities of our political situation, and in particular the mixture of ruthlessness and craziness that now characterizes House Republicans, it’s just ridiculous — far more ridiculous than the notion of the coin.
So if the 14th amendment solution — simply declaring that the debt ceiling is unconstitutional — isn’t workable, go with the coin.
This still leaves the question of whose face goes on the coin — but that’s easy: John Boehner. Because without him and his colleagues, this wouldn’t be necessary.
Pronti al conio di quella moneta
Se i Repubblicani cercheranno di costringere l’America al default, il Presidente Obama dovrebbe avere la determinazione di coniare una moneta di platino da mille miliardi di dollari? Assolutamente si. Dopo tutto, egli sarà dinanzi ad una scelta tra due alternative: una, ridicola ma benigna, l’altra, egualmente stupida, ma spregevole e disastrosa. La decisione dovrebbe essere ovvia.
Per quelli che ne sentono parlare per la prima volta, la storia è questa. Prima di tutto, noi abbiamo l’istituto, strano e distruttivo, del ‘tetto del debito’; esso consente al Congresso di approvare leggi sul fisco e sulla spesa pubblica che implicano un ampio deficit di bilancio – leggi su fisco e spesa pubblica che il Presidente è tenuto a mettere in atto – e poi consente al Congresso di negare al Presidente la garanzia del potere di indebitarsi, impedendogli di ottemperare ai suoi doveri di legge e provocando un default probabilmente catastrofico.
Ed i Repubblicani stanno apertamente minacciando di usare quel potenziale di catastrofe per ricattare il Presidente a mettere in atto politiche che non hanno la possibilità di far approvare attraverso il normale percorso costituzionale.
Passiamo alla moneta di platino. Esiste una scappatoia legale che consente al Tesoro di coniare monete di platino in qualsiasi denominazione il Segretario (al Tesoro) scelga. E’ vero, essa era destinata ad autorizzare oggetti di collezioni commemorative – ma non è questo quello che dice la legge. E coniando una moneta da mille miliardi di dollari, successivamente depositandola alla Fed, il Tesoro acquisirebbe sufficiente contante per aggirare il ‘tetto del debito’, senza fare alcun danno.
Perché no, dunque?
E’ facile fare osservazioni quale quella per cui non dovremmo cercare stratagemmi, che dovremmo metterci a sedere come persone serie ed affrontare i nostri problemi realisticamente. Cose che parrebbero ragionevoli – se nei quattro anni passati si fosse vissuti in una caverna. Dati i fatti che caratterizzano la nostra situazione politica, ed in particolare la combinazione di rozzezza e di follia che caratterizza di questi tempi i Repubblicani della Camera, ciò è soltanto ridicolo – assai più ridicolo dell’idea della moneta.
Dunque, se la soluzione del 14° Emendamento – la semplice dichiarazione che il tetto del debito è incostituzionale – non può funzionare, avanti con la moneta.
Il che ancora lascia aperta la questione della faccia con la quale coniare la moneta – ma quello è facile: John Boehner. Perché, senza lui ed i suoi compagni questo non sarebbe necessario.
gennaio 1, 2013
January 1, 2013, 8:48 am
To make sense of what just happened, we need to ask what is really at stake, and how much difference the budget deal makes in the larger picture.
So, what are the two sides really fighting about? Surely the answer is, the future of the welfare state. Progressives want to maintain the achievements of the New Deal and the Great Society, and also implement and improve Obamacare so that we become a normal advanced country that guarantees essential health care to all its citizens. The right wants to roll the clock back to 1930, if not to the 19th century.
There are two ways progressives can lose this fight. One is direct defeat on the question of social insurance, with Congress actually voting to privatize and eventually phase out key programs — or with Democratic politicians themselves giving away their political birthright in the name of a mess of pottage Grand Bargain. The other is for conservatives to successfully starve the beast — to drive revenue so low through tax cuts that the social insurance programs can’t be sustained.
The good news for progressives is that danger #1 has been averted, at least so far — and not without a lot of anxiety first. Romney lost, so nothing like the Ryan plan is on the table until President Santorum takes office, or something. Meanwhile, in 2011 Obama was willing to raise the Medicare age, in 2012 to cut Social Security benefits; but luckily the extremists of the right scuttled both deals. There are no cuts in benefits in this deal.
The bad news is that the deal falls short on making up for the revenue lost due to the Bush tax cuts. Here, though, it’s important to put the numbers in perspective. Obama wasn’t going to let all the Bush tax cuts go away in any case; only the high-end cuts were on the table. Getting all of those ended would have yielded something like $800 billion; he actually got around $600 billion. How big a difference does that make?
Well, the CBO estimates cumulative potential GDP over the next decade at $208 trillion.So the difference between what Obama got and what he arguably should have gotten is around 0.1 percent of potential GDP. That’s not crucial, to say the least.
And on the principle of the thing, you could say that Democrats held their ground on the essentials — no cuts in benefits — while Republicans have just voted for a tax increase for the first time in decades.
So why the bad taste in progressives’ mouths? It has less to do with where Obama ended up than with how he got there. He kept drawing lines in the sand, then erasing them and retreating to a new position. And his evident desire to have a deal before hitting the essentially innocuous fiscal cliff bodes very badly for the confrontation looming in a few weeks over the debt ceiling.
If Obama stands his ground in that confrontation, this deal won’t look bad in retrospect. If he doesn’t, yesterday will be seen as the day he began throwing away his presidency and the hopes of everyone who supported him.
La prospettiva secondo l’accordo
Per dare un senso a quanto è appena accaduto, dobbiamo chiederci cosa sia effettivamente in gioco, e quanta differenza l’accordo sul bilancio introduce in un quadro più ampio.
Dunque, attorno a cosa hanno effettivamente conteso i due schieramenti? La risposta con certezza è: il futuro dello Stato assistenziale. I progressisti vogliono mantenere le realizzazioni del New Deal e della Great Society, ed anche incrementare e migliorare la riforma assistenziale di Obama, in modo che si possa diventare un normale paese avanzato che garantisce le cure sanitarie essenziali a tutti i suoi cittadini. La destra vuole riportare l’orologio al 1930, se non al diciannovesimo secolo.
Ci sono due modi nei quali i progressisti possono perdere questa battaglia. Una è una diretta sconfitta sul tema della assicurazione sociale, con il Congresso che effettivamente voti per privatizzare e alla fine eliminare gradualmente programmi fondamentali – o con gli uomini politici democratici che da soli tolgono di mezzo la loro ragion d’essere politica nel nome di un Grande Accordo (o di un minestrone immangiabile). L’altra è che i repubblicani abbiano successo nella strategia dell’ “affamare la bestia” – spingere le entrate così in basso attraverso sgravi fiscali, che i programmi della sicurezza sociale non possano più essere sostenuti.
La buona notizia per i progressisti è che il primo pericolo è stato evitato, almeno sino a questo punto – e in un primo tempo non senza molta preoccupazione. Romney ha perso, dunque niente di simile al piano Ryan sarà sul tavolo, sinché Santorum non entrerà in carica, o qualcosa del genere. Nel frattempo, nel 2011 Obama aveva voglia di innalzare l’età dell’ingresso in Medicare, nel 2012 di tagliare i sussidi della Previdenza Sociale; ma fortunatamente gli estremisti della destra hanno messo in rotta entrambi gli accordi. E in questo accordo non ci sono tagli sui sussidi.
La cattiva notizia è che l’accordo è insufficiente a compensare le entrate perdute a seguito degli sgravi fiscali di Bush. In questo caso, tuttavia, è importante leggere i numeri in prospettiva. Obama non aveva in ogni caso l’intenzione di consentire che tutti gli sgravi fiscali di Bush uscissero di scena; soltanto gli sgravi più ‘esclusivi’ erano sul tavolo. L’interruzione di tutti gli sgravi avrebbe fruttato qualcosa come 800 miliardi di dollari; effettivamente ne ha ottenuti circa 600 miliardi. Quanto è grande la differenza che questo provoca?
Ebbene, le stime del CBO sul PIL potenziale cumulativo del prossimo decennio sono di 208 mila miliardi di dollari. Dunque, la differenza tra quello che Obama ha ottenuto e quello che presumibilmente avrebbe dovuto avere è di circa lo 0,1 per cento del PIL potenziale. Non è così fondamentale, per dire il minimo.
E in via di principio, si può dire che i democratici hanno tenuto fermi i loro punti essenziali – nessun taglio sui sussidi – mentre i repubblicani hanno davvero votato un aumento delle tasse per la prima volta da decenni.
Dunque, perché quell’amaro in bocca tra i progressisti? Esso ha più a che fare con il modo in cui Obama è arrivato ad una conclusione, che con la conclusione stessa. Egli ha cominciato a tracciare righe sulla sabbia, poi a cancellarle e a ritirarsi su nuove posizioni. E il suo chiarissimo desiderio di avere un accordo prima di sbattere in un precipizio fiscale essenzialmente innocuo è un pessimo presagio per lo scontro che si annuncia tra poche settimane sul ‘tetto del debito’.
Se in quello scontro Obama resterà fermo, questo accordo non apparirà negativamente, in retrospettiva. Se non lo farà, il giorno di ieri potremo considerarlo come quello in cui egli ha cominciato a buttar via la sua presidenza e le speranze di coloro che l’hanno sostenuto.
novembre 14, 2012
November 14, 2012, 9:22 am
The Austerity BombBrian Beutler of Talking Points Memo seems to have been the first to use the phrase “austerity bomb” for what’s scheduled to happen at the end of the year. It’s a much better term than “fiscal cliff”. The cliff stuff makes people imagine that it’s a problem of excessive deficits when it’s actually about the risk that the deficit will be too small; also and relatedly, the fiscal cliff stuff enables a bait and switch in which people say “so, this means that we need to enact Bowles-Simpson and raise the retirement age!” which have nothing at all to do with it.
And it can’t be emphasized enough that everyone who shrieks about the dangers of the austerity bomb is in effect acknowledging that the Keynesians were right all along, that slashing spending and raising taxes on ordinary workers is destructive in a depressed economy, and that we should actually be doing the opposite. Meanwhile, in Europe, which has had much more austerity in aggregate than we have, grim new industrial production numbers and a worsening unemployment crisis: By the way, some readers have asked me what is happening to Ireland, which has seen an especially sharp fall in industrial production. The answer appears, in part, to be Lipitor. That is, expiring patents on some important drugs have created a cliff for Ireland’s pharma exports. You don’t want to overstate the real impact on Irish citizens: pharma looms large in Irish GDP but not so much in employment or GNP, because it’s highly capital-intensive and much of the value-added accrues to foreign multinationals. Still, not what Ireland needed.
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14 novembre 2012La bomba dell’austerità
Brian Beutler di Talking Points Memo sembra sia stato il primo ad usare il termine “bomba dell’austerità” per quello che è previsto che accada alla fine dell’anno. È un termine assai migliore che non “precipizio fiscale”. Il precipizio fiscale fa immaginare che si tratti di un problema di deficit eccessivi, quando effettivamente ha piuttosto a che fare con il rischio che il deficit diventi troppo piccolo; inoltre e in relazione a ciò, il precipizio fiscale permette un gioco delle tre carte per il quale la gente finisce col dire “così, questo significa che abbiamo bisogno di far diventar legge la Bowles-Simpson ed alzare l’età della pensione”, pur non entrandoci per niente. E non si dà sufficiente rilievo al fatto che tutti quelli che strillano sui pericoli della bomba di austerità stanno in effetti riconoscendo che i Keynesiani hanno ragione su tutta la linea, che tagliare la spesa ed alzare le tasse sui comuni lavoratori è distruttivo in una economia depressa, e che in effetti si dovrebbe fare l’opposto. Nel frattempo in Europa, che nel suo complesso ha molta maggiore austerità di noi, pessimi nuovi dati sulla produzione industriale ed una crisi di disoccupazione sempre peggiore: Per inciso, alcuni lettori mi hanno chiesto cosa sta accadendo all’Irlanda, che ha conosciuto una caduta particolarmente brusca nella produzione industriale. La risposta sembra essere, in parte, la Lipitor. Vale a dire, le autorizzazioni scadute di alcuni importanti medicine hanno determinato un precipizio per le esportazioni farmaceutiche dell’Irlanda. Non si deve sovrastimare l’impatto reale sui cittadini irlandesi: il settore farmaceutico interessa ampiamente il Prodotti Interno Lordo irlandese, ma non altrettanto l’occupazione ed il Prodotto Nazionale Lordo [1], perché esso è ad alta intensità di capitale e gran parte del valore aggiunto si concentra sulle multinazionali straniere. Ancora una volta, non quello di cui l’Irlanda aveva bisogno.
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November 13, 2012, 4:31 pm
Identity VotersSo Paul Ryan doesn’t believe that he and his party lost on the issues; it’s just that too many of those “urban voters” (hmm, I wonder who he means) for some reason showed up at the polls.
Actually, in a way Ryan does have a point: there are ethnic and racial groups that consistently favor one party over the other in ways that seem to reflect something more than economic self-interest. In the figure below — based on a bit of a catchall from the exit polls and the Pew pre-election poll – the blue line shows the average relationship between income and presidential preference, and the various markets show some groups that were far off that line. (I couldn’t find a good number on median income for Jewish households, but assume that it’s in the same general vicinity as Asian-Americans): As you can see, it’s not just those “urban” voters who seem to vote their identity. Asians and Jewish households are much more Democratic than you might expect given their relatively high incomes, presumably because they see the GOP as believing fundamentally in a white Christian nation from which they will forever be outsiders. And then there’s the other identity-politics minority, which is every bit as anomalous in its voting behavior as those urbanites. Some of the attempts to predict future trends argue that over time Hispanics will become politically “white”, the way Irish and Italians did. Maybe, although somehow that hasn’t happened yet to my tribe. But isn’t it equally likely that over time Southern whites will finally become culturally assimilated, and start voting like the rest of their fellow citizens?
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13 novembre 2012Elettori identitari
Dunque, Paul Ryan non crede che lui ed il suo partito abbiano perso su temi reali; semplicemente troppi di quegli “elettori di città” (mmmh, mi chiedo cosa voglia dire) per qualche ragione si sono presentati ai sondaggi. Effettivamente, in un certo senso Ryan ha ragione: ci sono gruppi etnici e razziali che hanno espresso i propri favori ad un partito anziché all’altro in modi che sembrano riflettere qualcosa di più che il proprio interesse economico. Nella figura sotto – un po’ basata su in insieme di exit polls e di sondaggi precedenti le elezioni della Pew [2] – la linea blu mostra la relazione media tra il reddito e le preferenze presidenziali, ed i vari punti [3] mostrano alcuni gruppi che sono risultati distanti da quella linea (non riesco a trovare un numero adeguato per il reddito medio delle famiglie ebraiche, ma considero che esso sia nella stessa generale prossimità degli americani asiatici): Come vedete, non sono soltanto quegli elettori “di città” che sembrano esprimere col voto la loro identità. Le famiglie asiatiche ed ebraiche sono molto di più democratiche di quello che vi sareste aspettati considerati i loro redditi relativamente elevati, presumibilmente perché vedono il Partito Repubblicano fondamentalmente credere in una nazione bianca e cristiana, rispetto alla quale saranno sempre estranei. E poi c’è l’altra minoranza politicamente identitaria, che è altrettanto anomala nel suo comportamento di voto degli elettori “di città”. Alcuni tentativi di predire le tendenze future argomentano che gli Ispanici col tempo diventeranno politicamente “bianchi”, nello stesso modo in cui fecero gli Irlandesi e gli Italiani. Forse, sebbene in qualche modo quello non è ancora accaduto nella mia tribù. Ma non è nello stesso modo probabile che i bianchi del Sud alla fine si assimileranno culturalmente, e cominceranno a votare come il resto dei loro concittadini?
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November 17, 2012, 10:15 am
Transatlantic DivergenceDeadline pressure, so not much blogging this weekend. But pursuing the theme that America is doing the least worst among major economies, here’s a chart I find illuminating: In the early stages of the crisis, unemployment rose more rapidly in the US than in Europe. This mainly reflected differences in institutions: it’s much easier to fire people in America. From some point in 2010 onward, however, the US situation has gradually improved; initially some of the drop in unemployment was basically people leaving the labor force, but more recently there have been solid though modest gains in the ratio of employment to the relevant population (you have to adjust for aging). Meanwhile, Europe has gotten much worse; now formally in recession, but the truth is that it has been going downhill all along. Why the divergence? The obvious answer is that the austerity stuff broke out in 2010, and the austerians took over policy much more completely in Europe than in the United States.
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17 novembre 2012Divario transatlantico
Pressato dalle scadenze, poco blogging in questo fine settimana. Ma, proseguendo sul tema di come l’America non stia proprio facendo le cose peggiori tra le economia avanzate, ecco un diagramma che trovo illuminante: Ai primi stadi della crisi, la disoccupazione cresceva più rapidamente negli Stati Uniti che in Europa. Questo principalmente rifletteva differenze istituzionali: è molto più facile licenziare le persone in America. Da qualche punto del 2010 in avanti, tuttavia, la situazione americana è gradualmente migliorata; inizialmente una certa caduta nella disoccupazione dipendeva fondamentalmente da persone che uscivano dalla forza lavoro, ma più recentemente ci sono stati solidi seppur modesti miglioramenti nel tasso di occupazione in rapporto alla popolazione corrispondente (devono essere corretti per l’invecchiamento). Nel frattempo l’Europa ha conosciuto il peggio: ora formalmente è in recessione, ma la verità è che è peggiorata in continuazione. Perché questo divario? La risposta ovvia è che la faccenda dell’austerità è scoppiata nel 2010, e che i fanatici dell’austerità hanno fatto presa sulla politica europea molto più saldamente che in quella degli Stati Uniti.
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November 18, 2012, 2:46 pm
The Insecurity ElectionSo, looking at the most e-mailed list, I think we can safely conclude that Times readers are suffering from post-election burnout; all they seem to want to read about is food. Which is fine! But I wanted to share some thoughts provoked by Ross Douthat’s column today, which makes a very good point — namely, that the winning Obama coalition did not for the most part consist of forward-looking, NPR-listening, culturally adventurous liberals; instead, the big numbers came from groups “unified by economic fear”. Indeed: single women, Hispanics, and, as always, African-Americans are for a stronger welfare state because people like them need the security such a welfare state can provide. Where I would part ways with Ross is in his suggestions that (a) rising insecurity reflects “social disintegration” and that (b) turning to the welfare state is a dead end. The truth is that while single women and members of minority groups are more insecure at any given point of time than married whites, insecurity is on the rise for everyone, driven by changes in the economy. Our industrial structure is probably less stable than it was — you can’t count on today’s big corporations to survive, let alone retain their dominance, over the course of a working lifetime. And the traditional accoutrements of a good job — a defined-benefit pension plan, a good health-care plan — have been going away across the board. Every time you read someone extolling the dynamism of the modern economy, the virtues of risk-taking, declaring that everyone has to expect to have multiple jobs in his or her life and that you can never stop learning, etc,, etc., bear in mind that this is a portrait of an economy with no stability, no guarantees that hard work will provide a consistent living, and a constant possibility of being thrown aside simply because you happen to be in the wrong place at the wrong time. And nothing people can do in their personal lives or behavior can change this. Your church and your traditional marriage won’t guarantee the value of your 401(k), or make insurance affordable on the individual market. So here’s the question: isn’t this exactly the kind of economy that should have a strong welfare state? Isn’t it much better to have guaranteed health care and a basic pension from Social Security rather than simply hanker for the corporate safety net that no longer exists? Might one not even argue that a bit of basic economic security would make our dynamic economy work better, by reducing the fear factor? Now, none of this will bring back traditional mores — but that’s really a different issue. In Sweden, more than half of children are born out of wedlock — but they don’t seem to suffer much as a result, perhaps because the welfare state is so strong. Maybe we’ll go that way too. So?
Anyway, Ross is quite right to point out that the Obama coalition is in large part a response to fear instead of, or as well as, hope. But that’s OK.
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18 novembre 2012Le elezioni dell’insicurezza
Dunque, guardando buona parte della lista delle mail, penso di poter concludere con certezza che i lettori del Times stanno soffrendo per esaurimento post-elettorale; sembra che per tutti il volerne leggere sia un alimento. Bella cosa! Ma avevo voglia di condividere alcuni pensieri stimolati dall’articolo di oggi di Ross Douthat [4], che avanza una questione molto interessante – precisamente, che la coalizione vincente di Obama non consista in massima parte di liberals che guardano avanti, che ascoltano l’ NPR [5] e che sono avidi di cultura; piuttosto. un gran numero provengono da gruppi “tenuti assieme dalla paura economica”. In effetti: donne sole, ispanici e, come sempre, afroamericani sono per uno Stato assistenziale più forte perché hanno bisogno della sicurezza che uno Stato assistenziale fornisce. Dove mi vorrei distinguere da Ross è nelle sue indicazioni per le quali: (a) la crescente insicurezza riflette una “disintegrazione sociale” e (b) rivolgersi allo stato sociale è una soluzione senza sbocco. La verità è che se le donne sole e i componenti dei gruppi delle minoranze, nelle varie circostanze, sono più insicuri dei bianchi sposati, l’insicurezza è in crescita per tutti, spinta dai cambiamenti nell’economia. La nostra struttura industriale è probabilmente meno stabile di un tempo – non si può contare sulle grandi imprese, oggi, tantomeno sulla loro prevalenza, per campare una vita intera di lavoro. Ed i tradizionali complementi di un buon posto di lavoro – un piano di sussidi per la pensione definito, un buon programma di assistenza sanitaria – stanno scomparendo dappertutto. Tutte le volte che si legge qualcuno che magnifica il dinamismo dell’economia moderna, le virtù del prendersi rischi, dichiarando che ognuno deve aspettarsi di avere più posti di lavoro nella propria vita e che non si può smettere di apprendere etc. etc. , tenete a mente che questo è il ritratto di una economia senza alcuna stabilità, senza le garanzie che un duro lavoro fornisca un sostentamento continuo, e con la costante possibilità di esser messi da una parte solo perché vi è successo di trovarvi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. E niente che le persone possono fare nelle loro vite e condotte personali può modificare tutto ciò. La vostra chiesa e il vostro matrimonio tradizionale non vi garantiranno il valore delle vostre trattenute previdenziali [6], né renderanno sostenibile la vostra assicurazione in un mercato personalizzato. Ecco dunque il problema: non è proprio questo il tipo di economia che dovrebbe caratterizzate uno Stato assistenziale? Non è molto meglio avere una assistenza sanitaria garantita ed una pensione di base da parte della Previdenza Sociale, piuttosto che anelare per una rete di garanzia aziendale che non esiste più? Non si potrebbe persino sostenere che un po’ di fondamentale sicurezza economica farebbe funzionare meglio la nostra dinamica economia, riducendo la componente della paura? Ora, niente del genere ci riporterà alle abitudini tradizionali – ma questa è davvero una questione diversa. In Svezia, più della metà dei bambini nascono fuori dal vincolo matrimoniale – ma in conseguenza di ciò gli svedesi non sembrano soffrire molto, forse perché lo Stato assistenziale è così forte. Forse potremmo battere quella strada. Dunque? In ogni modo, Ross ha abbastanza ragione nel mettere in evidenza che la coalizione di Obama è in larga parte una risposta della paura piuttosto che della speranza. O magari, della paura in aggiunta alla speranza. Ma non c’è niente di male.
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November 19, 2012, 8:56 am
The Europe-in-Rubble ExcuseWhenever I point out how well America did with strong unions and highly progressive taxation after World War II, I can count on conservatives trying to resolve their cognitive dissonance by saying “but it was easy then — all our competitors were in ruins!” You can see this all over the comments on today’s column. Sorry, guys, but that’s bad history and very bad economics. On the history: the great postwar boom wasn’t just a few years after the war; it was a whole generation long, from 1947 to 1973 — well into an era in which Europe had very much recovered. Here’s West German GDP per capita as a share of US GDP per capita:
The Europe-in-ruins era was long over while the US boom was still going strong. But the bad history is incidental; the really key point is that this is nonsense economics. Yes, our competitors were in ruins for a while; so were our customers (who were more or less the same countries). Basically, we had nobody to trade with. Here’s exports and imports as a percentage of US GDP: There’s a brief surge in exports in the late 1940s; that’s the Marshall Plan. But through the 50s and 60s America essentially did very little trade, exports or imports. If you think that’s good for the economy, you should be all for extreme protectionism. Actually, there’s a substantial trade theory literature on the effect of other countries’ growth on our income and purchasing power, which says that it can go either way — more competition, but also bigger markets, with the net effect depending on how it affects our terms of trade, the ratio of export to import prices. There’s a slight presumption of positive effects from foreign growth, which becomes a much stronger presumption if the foreign economies start very small — which is exactly the situation after World War II. So the whole notion that we had it easy because Europe was destroyed is just ignorant. And anyone who reflexively reaches for the idea that we were actually better off because Europe was in ruins as a way to explain the postwar economy should take a hard look in the mirror. Did you think this through? Or were you just grabbing for something, anything, to explain away a fact that your ideology says can’t have been true?
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19 novembre 2012La scusa dell’Europa nelle macerie
Tutte le volte che metto in evidenza come l’America ebbe buoni risultati con i sindacati forti e la tassazione progressiva all’indomani della II Guerra Mondiale, devo aspettarmi da parte dei conservatori il tentativo di risolvere il loro deficit di conoscenza dicendo “ma allora fu facile – tutti i competitori erano in rovina!”. Lo potete constatare nei commenti all’articolo di oggi. Mi dispiace, ragazzi, ma questa è cattiva conoscenza della storia e dell’economia. Per quanto concerne la storia: il grande boom postbellico non riguardò solo pochi anni dopo la guerra; durò una intera generazione, dal 1947 al 1973 – ben dentro un periodo nel quale l’Europa si era molto ripresa. Ecco il PIL procapite della Germania Occidentale espresso come quota del PIL procapite degli Stati Uniti: L’ “Europa-in-rovina” era passata da un pezzo, mentre il boom degli Stati Uniti stava ancora andando avanti. Ma la cattiva conoscenza della storia è secondaria; il punto veramente importante è l’insensatezza economica. Si, i nostri competitori furono in rovina per un certo periodo; dunque furono nostri clienti (si trattò più o meno degli stessi paesi). Fondamentalmente, non avevamo nessuno con cui commerciare. Ecco le esportazioni e le importazioni come percentuali del PIL degli Stati Uniti: Appare un breve risalita nelle esportazioni nell’ultima parte degli anni ’40; quello è il Piano Marshall. Ma nel corso degli anni ’50 e ’60 l’America in sostanza ebbe un commercio assai modesto, sia in importazioni che in esportazioni. Se si pensa che sia stato un bene per l’economia, si dovrebbe essere tutti favorevoli ad un protezionismo estremo. Effettivamente, c’è una cospicua letteratura nella letteratura sul commercio sugli effetti della crescita degli altri paesi sul nostro reddito e sul potere di acquisto, che dice che le cose possono andare in entrambi i modi – più competizione, ma anche mercati più vasti, con l’effetto netto che dipende dal nostro rapporto di scambio, il rapporto tra i prezzi all’esportazione ed all’importazione. C’è una leggera presunzione di effetti positivi derivanti dalla crescita all’estero, che diventa assai più forte se le economie estere sono molto piccole in partenza – e quella fu esattamente la situazione successiva alla II Guerra Mondiale. Dunque, l’intero concetto secondo il quale avemmo vita facile perché l’Europa era distrutta è solo frutto di ignoranza. E chiunque, per spiegare l’economia postbellica, faccia propria di riflesso l’idea che a noi ci andò effettivamente meglio a causa della rovina dell’Europa, dovrebbe guardarsi seriamente allo specchio. Ci avete riflettuto bene? O vi state soltanto aggrappando a qualcosa, qualsiasi cosa, per capacitarvi di un fatto che secondo la vostra ideologia non può essere stato vero?
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November 21, 2012, 11:16 am
All Hail Calculated RiskUpdate: Changed some wording; bizarrely, some people thought I was attacking Joe Weisenthal, when I was actually praising him. Since I’ve mentioned both the nonsense that passes for economic analysis at CNBC and how Joe Weisenthal gets attacked when he makes sense, I should highlight this JW interview with Bill McBride, aka Calculated Risk. It’s a great piece — and I’m not just saying this because McBride has nice things to say about me and, even better, shows appropriate contempt for Zero Hedge. CR is an example of the sort of economic reporting and analysis people would be following if they really wanted to know what was happening, rather than “reporting” that reinforces their prejudices. (But enter CR’s comment threads at your own risk — the usual suspects show up in force). CR’s analysis, more than anyone else’s, gave me a heads-up on the housing bubble, and has helped me along the way on many other issues. But as I said, this kind of analysis seems to be a minority taste. Although you do have to wonder: what would really happen if someone set up a Serious Business channel?
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21 novembre 2012Evviva Calculated Risk
Postilla [7] : cambiando qualche parola, curiosamente alcune persone hanno pensato che io stessi attaccando Joe Weisenthal [8], mentre in effetti lo stavo elogiando. Dal momento che avevo menzionato sia l’insensatezza che circola nelle analisi economiche della CNBC sia il modo in cui Joe Weisenthal viene attaccato quando avanza opinioni sensate, dovrei mettere in rilievo questa intervista di Joe Weisenthal a Bill McBride, alias Calculated Risk [9]. E’ un gran pezzo – e non lo dico soltanto perché dice cose graziose sul mio conto e, ancora meglio, mostra una attenzione appropriata al tema del Limite dello Zero [10]. Calculated Risk è un esempio di quel genere di informazioni ed analisi economiche che la gente dovrebbe seguire se volesse realmente sapere cosa sta succedendo, invece che un giornalismo che rafforza i loro pregiudizi (ma entrate nelle discussioni dei commentatori a vostro rischio e pericolo – i soliti noti sono presenti in forze). Le analisi di CR, più di qualsiasi altre, mi hanno dato indirizzi sulla bolla immobiliare, e mi hanno aiutato di volta in volta su molte altre questioni. Ma, come ho detto, questo genere di analisi sembra incontrare i gusti di una minoranza. Sebbene ci si deve chiedere: cosa accadrebbe se qualcuno fondasse un canale televisivo di Seria Economia?
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November 24, 2012, 9:53 am
A Meta Modeling MeditationI’m still thinking about the whole “America could only give workers decent living standards when it didn’t face competition” discussion. For one thing, this is an old favorite discussion of mine; the “growth and trade” literature goes back more than 60 years, but there aren’t, I think, many prominent economists working today who know much about that tradition, so I may be the last of the Mohicans or something. For another, this subject is a perfect illustration of the important of actually having a model – I’ll explain in a minute what I mean by that. And one more point: what we learn from this story is that a model may be created to answer one question, or defend a particular position, but if it’s a good model it can be used in multiple settings, and sometimes may even end up supporting a different side in the political debate. So, on the first point: the origins of this literature go back to the immediate postwar years, when it was common to argue that US technological superiority made it impossible for Europe to compete. Yet basic trade theory says that trade depends on comparative advantage, not absolute advantage – you can gain from trade even if you’re less productive across the board, simply by concentrating on the areas in which your productivity lags least. Did the “dollar shortage” argument make any sense in that framework? Enter John Hicks, who rephrased it not as a question about gains from trade but as a question about the effects of technological progress in your trading partners. And he laid out a rudimentary model to address that question. Some readers asked, what do I mean by a “model”? The answer is, I’m pretty generous on that front – it could be solved equations, it could be a computer simulation, it could be a physical apparatus like the Phillips hydraulic Keynesian model, or it could just be a carefully written verbal discussion like Hume’s essay on the balance of trade. What makes it a model is that however it’s presented, it involves a careful discussion of micromotives and macrobehavior – that is, it describes what individuals are doing (not necessarily out of perfect rationality), and how that individual behavior adds up to some aggregate outcome. Crucially, it’s not just a set of slogans. Now, having a model is no guarantee of being right – real business cycle theory certainly fits my definition, but I believe that it offers a fundamentally wrong account of what recessions are all about. Still, writing down a model rules out certain kinds of error, the kind that come from not thinking about things add up. Most of the bad reasoning on the postwar situation comes from an almost ridiculous error – forgetting that not having competitors doesn’t help if you also don’t have any customers. Having a model lets you avoid that sort of thing. What the Hicks analysis and later versions (notably Dornbusch-Fischer-Samuelson (pdf)) tells us is that technological progress in other countries can either help or hurt you, depending on which industries are affected; it also tells you to look at the terms of trade, which in practice means that it turns out to be a smaller issue than many people imagine. What’s interesting about this analysis from a political point of view is that more or less the same model has served different causes at different times. In postwar Europe, Hicks-type analysis was a corrective people arguing against market economies open to trade; it was, if you like, a helpful support to free-marketeers. In the early 1990s, I and other used this kind of analysis to counter both left-of-center demands for protectionism and corporate-welfare arguments for subsidies to fight Japan and all that. Yet right now the analysis turns out to be useful mainly to counter right-wing claims that the experience of America in the 50s and 60s, when good wages and progressive taxation went hand in hand with rapid growth, can be dismissed by appealing to the lack of international competition. The point is that a helpful economic model is not a propaganda slogan, to be discarded whenever the party line changes. It is, instead, a structure that can be used to improve your understanding in many contexts. Oh, and the best answer to “gotcha” attempts to debunk economists – “Ha! You said just the opposite in 2003!” – is to ask whether and how the economist’s model has changed. If he is using the same model, but it’s one that has different policy implications in different situations, you’ve just done a gotcha on yourself. If he has changed his model, the question is why, and whether there were good reasons for the change. And yes, I’ve changed my models, mainly in the face of experience. For example, I didn’t take either the liquidity trap or the possibility of self-fulfilling currency crises seriously until 1998, when events in Asia led me to change my views. And I’m proud, not ashamed, of showing that kind of intellectual flexibility. What I don’t believe I’ve done is change my models to support a predetermined political or policy position, which is a definite sin. So you should try to think in terms of models; it will make you a better person.
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24 novembre 2012Una meditazione sui meta-modelli
Sto ancora meditando sull’intero dibattito “l’America dovrebbe dare ai lavoratori soltanto condizioni di vita decenti, dato che non riesce a far fronte alla competizione”. Per un aspetto, si tratta di uno dei miei vecchi temi preferiti; la letteratura sulla “crescita e lo scambio” risale a più di 60 anni orsono, ma non ci sono molti importanti economisti, io penso, che sanno granché di quella tradizione, talché può darsi che io sia l’ultimo del Mohicani o qualcosa del genere. D’altra parte, questa tema è una perfetta illustrazione dell’importanza di avere un modello – tra un secondo spiegherò cosa intendo con questo. E un altro aspetto ancora: quello che impariamo da questa storia è che un modello può essere creato per rispondere ad una domanda, o per sostenere una particolare posizione, ma se è un buon modello può essere utilizzato sotto molteplici forme, e talvolta può persino finire col dare sostegno ad un aspetto diverso nel dibattito politico. Dunque, sul primo punto: le origini di questa letteratura ci riportano agli anni immediatamente successivi alla guerra, quando era comune la tesi secondo la quale la superiorità tecnologica statunitense rendesse impossibile all’Europa il competere. Tuttavia la teoria di base dello scambio dice che esso dipende dal vantaggio comparativo, non da quello assoluto – si può guadagnare dal commercio anche se si è meno competitivi oltre i confini, semplicemente concentrandosi nelle aree nelle quali la propria competitività rimane meno addietro. L’argomento sulla “scarsità di dollari” ha un qualche significato in quel contesto? Qua interviene John Hicks, il quale riformulò la domanda non come un problema di vantaggi dal commercio ma come un problema degli effetti del progresso tecnologico nei propri partners commerciali. E mise giù un modello rudimentale per affrontare tale questione. Alcuni lettori hanno chiesto che cosa intendo per “modello”. La risposta è che io sono abbastanza flessibile su quel fronte … potrebbe consistere nel risolvere equazioni o in una simulazione al computer, potrebbe essere un apparato di fisica come il “modello idraulico keynesiano di Phillips”, o potrebbe essere una discussione verbale scritta con un certo scrupolo come il saggio di Hume sulla bilancia commerciale. Quello che fa di qualcosa un modello, comunque sia presentato, è che esso include un attento dibattito di ‘micro motivi’ e di ‘macro condotte’ – vale a dire, esso descrive cosa stanno facendo le persone (non necessariamente in modo perfettamente razionale), e come quel comportamento individuale porti a qualche risultato complessivo. La cosa fondamentale è che non si tratta di una serie di slogans. Ora, avere un modello non è una garanzia di aver ragione – la teoria del ciclo economico reale si adatta senz’altro alla mia definizione, ma io credo che essa offra un resoconto fondamentalmente sbagliato su cosa siano le recessioni. Inoltre, tener conto di un modello esclude alcuni tipi di errori, l’errore che viene dal non pensare alle cose che hanno un senso. Gran parte dei cattivi ragionamenti sulla situazione post bellica deriva da un errore alquanto ridicolo – dimenticare che non avere competitori non è d’aiuto, se non si hanno neppure clienti. Avere un modello vi consente di evitare quel genere di cose. Quello che l’analisi di Hicks e le versioni successive (in particolare Dornbusch-Fischer-Samuelson, disponibile in pdf) ci dicono è che il progresso tecnologico negli altri paesi vi può aiutare o danneggiare, a seconda di quali industrie siano interessate; esse ci dicono anche di guardare ai termini di scambio [11], la qualcosa in pratica poi si scopre essere una questione più modesta di quanto molta gente non si immagini. Quello che è interessante in questa analisi da un punto di vista politico è che, a seconda delle epoche, più o meno lo stesso modello ha servito le cause più diverse. Nell’Europa post-bellica, analisi del genere di quelle di Hicks servirono come correttivi nei confronti di coloro che si esprimevano contro economie di mercato aperte agli scambi; fu, se volete, un sostegno utile ai sostenitori dei liberi mercati. Nei primi anni ’90, io ed altri utilizzammo queste analisi per contrastare sia le richieste di protezionismo che venivano dalla sinistra che gli argomenti imprenditorial-assistenziali di sussidi per combattere il Giappone e cose simili. Tuttavia in questo momento si scopre che l’analisi è utile principalmente per contrastare le pretese della destra secondo la quale l’esperienza dell’America negli anni ’50 e ’60, quando buoni salari e una tassazione progressiva andavano di pari passo con la crescita, può essere messa da parte con l’argomento del difetto di competitività internazionale. Il punto è che un modello economico utile non è uno slogan propagandistico, che possa essere scartato ogni qualvolta cambia la linea di una parte politica. Piuttosto, è un impianto che può essere usato per migliorare la vostra capacità di comprendere nei contesti più diversi. E infine, la migliore risposta ai tentativi di tutti quelli che credono di poter ‘smascherare’ [12] gli economisti – “Eccoci! Avevi detto proprio il contrario nel 2003!” – è chiedere se e come il modello dell’economista è cambiato. Se egli sta usando lo stesso modello, ma esso ha differenti implicazioni politiche in diversi contesti, allora gli smascheratori si sono traditi da soli. Se l’economista ha cambiato il suo modello, la domanda è perché, e se c’erano buone ragioni per il cambiamento. Ed è vero, io ho cambiato i miei modelli, principalmente a fronte dell’esperienza. Per esempio, non ho preso sul serio né la teoria della trappola di liquidità né la possibilità di crisi valutarie che si ‘autoavverano’ sino al 1998, quando i fatti dell’Asia mi spinsero a cambiare opinione. Io sono orgoglioso, non ho ragione di vergognarmi, per aver usato quel genere di flessibilità intellettuale. Quello che non credo di aver fatto è cambiare i miei modelli a sostegno di una posizione o di una convenienza politica [13], che è chiaramente un peccato. Dunque, dovreste provare a pensare nei termini dei modelli; farebbe di voi persone migliori.
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November 25, 2012, 8:48 am
Incredible CredibilityThere’s an interesting mix of contrast and similarity between the policy debates in Britain and the United States right now. In both countries — as in every country that retains its own currency and has debts denominated in that national currency — interest rates are near record lows: However, Very Serious People tell very different stories in the two nations. In the United States, we supposedly have low borrowing costs despite our budget deficit — and if we don’t implement Bowles-Simpson immediately, the bond vigilantes will attack. Really! This time we mean it! Meanwhile, in the UK, the official line is that the low rates are a reward for all that fiscal austerity — and VSPs get upset and abusive if someone well-informed points out that a much better explanation is that investors expect the economy to remain weak, and hence for short-term rates to remain very low, for a long time. Let’s unpack this a bit. It’s very hard to come up with any reason why either the US or the UK might default, since they can simply print money if they need cash. And given the absence of real default risk, long-term interest rates should be more or less equal to an average of expected future short-term rates (not exactly, because of maturity risk, but that’s a fairly minor detail). So if you expect the US and UK economies to be depressed for a long time, with the central bank keeping rates low, long rates will be low too — end of story. But won’t that money printing cause inflation? Not as long as the economy remains depressed. Budget deficits could lead people to expect higher inflation down the road, once the slump finally ends — but that would be a good thing for the economy in the short run, discouraging people from sitting on cash and weakening the exchange rate, thereby making exports more competitive. The point, then, is that the whole “credibility” argument is incoherent.
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25 novembre 2012Credibilità incredibile
In questo momento, c’è un interessante miscela di contrasto e di somiglianza tra i dibattiti politici in Inghilterra e negli Stati Uniti. In entrambi i paesi – come in ogni paese che mantenga una propria valuta ed abbia debiti espressi nella propria valuta nazionale – i tassi di interesse sono vicini ai minimi storici: Tuttavia, le Persone Molto Serie ci raccontano di storie diverse tra le due nazioni. Negli Stati Uniti si suppone che noi si abbiano bassi costi di indebitamento nonostante il nostro deficit di bilancio – e se non mettiamo in atto immediatamente la Simpson-Bowles, i guardiani dei bonds ci attaccheranno. Davvero! Questa volta lo diciamo sul serio! Nel frattempo, in Inghilterra, la linea ufficiale è che i bassi tassi sono un premio per tutta quella austerità della finanza pubblica – e le Persone Molto Serie si alterano e si sentono offese se qualcuno che sa le cose indica che una spiegazione assai migliore è che gli investitori si aspettano che l’economia resti debole, e di conseguenza che i tassi a breve termine restino bassi a lungo. Andiamo un po’ a guardare dentro questa situazione. E’ assai difficile trovare una qualche ragione nel fatto che entrambi possano andare in default, dal momento che possono semplicemente stampare moneta se hanno bisogno di contante. E data l’assenza di un rischio reale di default, i tassi di interesse a lungo termine dovrebbero essere più o meno eguali ad una media dei tassi a breve termine attesi per il futuro (non esattamente, dato il rischio di un cambiamento di valore nel tempo delle obbligazioni, ma è francamente un dettaglio minore). Dunque, se vi aspettate che le economie americana ed inglese restino depresse a lungo, con le Banche Centrali che tengono i tassi bassi, i tassi a lungo termine saranno bassi anch’essi – fine della storia. Ma quello stampare moneta non provocherà inflazione? No, finché l’economia resta depressa. I deficit di bilancio dovrebbero portare le persone ad aspettarsi una inflazione più elevata lungo il percorso – ma nel breve termine questa sarebbe una buona cosa per l’economia, scoraggiando le persone dal tenersi i soldi in tasca ed indebolendo il tasso di cambio, di conseguenza rendendo le esportazioni più competitive. Il punto, dunque, è che l’intero argomento della “credibilità” è inconsistente.
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November 25, 2012, 3:15 pm
A Short History of TakersNIcholas Eberstadt of the American Enterprise Institute is one of the unsung heroes of the recent election. His work claiming that we have become a nation of takers, reliant on the government to take care of us, helped define the tone and language with which Republicans talk to each other, especially when they don’t think anyone else is listening; hence Romney’s 47 percent remarks, and President Obama’s road to reelection. Thanks! Now, many people have pointed out that Eberstadt’s alleged evidence for the taker hypothesis is really mainly just saying that Medicare and Medicaid have gotten a lot more expensive. So I’m doing prep work for classes next semester, and I thought I’d just graph government transfer payments other than Medicare/Medicaid as a share of GDP. Here’s what it looks like: So, as I read it, this number shoots up in recessions and their aftermath, then declines again, hitting a low during the later Clinton years; but there’s really no trend since the early 70s. Indeed: the taking thing is all about health care.
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25 novembre 2012Breve storia dei sussidiati
Nicholas Eberstadt dell’ American Enterprise Institute è uno degli eroi non celebrati delle recenti elezioni. Il suo lavoro, nel quale sostiene che siamo diventati una nazione di sussidiati, che si affidano ad un governo che si prende cura di loro, ha contribuito a definire il tono e il linguaggio con il quale i repubblicani parlano l’uno con l’altro, specialmente quando pensano che nessuno li ascolti; da lì le osservazioni di Romney sul 47% e la strada aperta ad Obama per la rielezione. Grazie! Ora, in molti hanno indicato che la pretesa prova di Eberstadt per l’ipotesi dei ‘sussidiati’ consiste proprio principalmente nell’affermare che Medicare e Medicaid sono diventati assai più costose. Sto dunque facendo un lavoro preparatorio per le classi del prossimo semestre, ed ho pensato che avrei potuto semplicemente mettere in un diagramma i pagamenti di trasferimento del Governo diversi da Medicare/Medicaid come percentuale del PIL. Ecco cosa viene fuori: Dunque, per come lo leggo, questo numero balza su nelle recessioni e nei periodi successivi, poi declina nuovamente, toccando un punto basso durante gl ultimi anni del periodo di Clinton; ma no c’è in realtà alcuna tendenza dai primi anni ’70. In effetti, la storia dei ‘sussidiati’ dipende interamente dalla assistenza sanitaria.
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November 26, 2012, 3:12 pm
What’s The Matter With Italy?Sorry about radio silence — real life intruded. Also, working on longer-term projects; including one that had me looking at a pretty big puzzle that isn’t getting much attention, namely, what is going on with Italy. Italy is often grouped with Greece, Spain, etc. in discussions of the euro crisis. Yet its story is quite different. There were no massive capital inflows; debt is high, but deficits aren’t. The most striking thing about Italy is a remarkably dismal productivity performance since the mid to late 1990s. Here’s a comparison of Italian with French productivity, as measured by output per worker, from the Total Economy Database: I’ve been reading many attempts to explain what happened; while there’s a lot of interesting stuff about everything from regulation to firm size to export mix, I really don’t see anything that feels like a slam dunk. And no, it’s not just a too-big welfare state — France’s welfare state is even bigger. I’m not going to answer this; truly, I don’t know. But it’s important.
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26 novembre 2012Che succede in Italia?
Spiacente per il silenzio radio – si è intromessa la vita reale. Sto anche lavorando su progetti a più lungo termine; incluso uno che mi aveva fatto metter gli occhi su un grande rompicapo che non sta ricevendo la necessaria attenzione, precisamente, cosa sta succedendo con l’Italia. Nelle discussioni sull’eurocrisi l’Italia è spesso raggruppata con la Grecia, la Spagna etc. Tuttavia la sua storia è abbastanza differente. Non ci furono massicci afflussi di capitali; il debito è alto ma non ci sono deficit. La cosa che più sorprende in Italia è un andamento della produttività considerevolmente negativo, a partire dalla fine degli anni ’90. Ecco un confronto tra la produttività italiana e quella francese, espresso come prodotto per lavoratore, da Total Economy Database: Sto leggendo molti tentativi di spiegare cosa è successo; ci sono una quantità di cose interessanti su tutto, dalle regolamentazioni alle dimensioni delle imprese alla composizione dell’export, ma in realtà non vedo qualcosa che dia la sensazione di una prova schiacciante [14]. E no, non si tratta proprio di uno stato assistenziale troppo grande – lo stato assistenziale francese è ancora più grande. Non sto accingendomi a dare una risposta; sinceramente non lo so. Ma è importante.
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November 27, 2012, 7:23 am
The Stiffs and the PlayersThe contortions Republicans are going through in an attempt to avoid raising tax rates are quite something, and they pose something of a puzzle: why are they making noises about raising revenue by limiting deductions, while still screaming bloody murder at any hint of a rise in tax rates? One possible answer is that they’re still imagining that they can pull a fast one — that they can sell supposed revenue raisers that don’t actually raise much revenue, or that they can find a way to renege on whatever agreement might be reached by appealing to the various interests with a stake in particular deductions. Another possible answer, which I guess I have to mention, is that they sincerely believe that letting the top rate go back up to Clinton-era levels would have a devastating effect on incentives. On second thought, never mind. But there’s a third possibility, which Nate Silver and Josh Marshall both raise in slightly different ways: they may be trying to protect the players at the expense of the $400,000 a year working stiffs.
The terms, in case you’re wondering, come from the original Wall Street: I’m not talking a $400,000 a year working Wall Street stiff flying first class and being comfortable, I’m talking about liquid. Rich enough to have your own jet. Rich enough not to waste time. Fifty, a hundred million dollars, buddy. A player, or nothing. Nate has a chart: Under this particular proposal, everyone making more than 250K would pay more — but as a percentage of income, it would be significant for those making 400K, trivial for the Masters of the Universe making $10 million or more. And this is basically going to be true of any proposal that doesn’t actually raise rates. The point, as Josh says, is that when push comes to shove, the GOP seems ready to throw the bottom 90 percent of the top 1 percent overboard, in order to protect its real patrons, the superelite.
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27 novembre 2012I poveracci e gli speculatori
Le contorsioni attraverso le quali i Repubblicani stanno passando nel tentativo di evitare l’aumento delle aliquote fiscali sono già una cosa non da poco, ed hanno qualcosa di misterioso: perché stanno facendo chiasso sull’aumentare le entrate limitando le deduzioni, mentre continuano a gridare all’assassinio sanguinoso ad ogni accenno all’aumento delle aliquote fiscali? Una risposta possibile è che si stanno ancora immaginando di poter tirar fuori qualcosa di svelto – di poter fare accettare presunti raccoglitori di entrate [15] che in effetti non raccolgono poi tante entrate, o di poter trovare un modo per sottrarsi ad un qualsiasi accordo raggiungibile appellandosi ai vari interessi in gioco in particolari deduzioni. Un’altra possibile risposta, che suppongo di dover ricordare, è che credono sinceramente che far tornare le aliquote sui più ricchi ai livelli del periodo di Clinton avrebbe effetti devastanti sugli incentivi. Pensandoci bene, lasciamo stare. Ma c’è una terza possibilità, che Nate Silver e Josh Marshall insieme avanzano in modi leggermente diversi: può darsi che stiano cercando di proteggere quelli che giocano in Borsa alle spese dei poveracci con 400.000 dollari in un anno di lavoro. Il termine “poveracci”, nel caso ve lo stiate chiedendo, viene dall’originale nel film Wall Street: Non sto parlando di un poveraccio da 400.000 dollari all’anno che lavora a Wall Street, vola in prima classe e se la cava bene, sto parlando di liquido. Abbastanza ricco da avere il proprio jet personale. Abbastanza ricco da non perdere tempo. Cinquanta, cento milioni di dollari, amico. Uno che gioca in Borsa, sennò niente. Nate ha un diagramma: Con questa particolare proposta, chiunque realizzi più di 250.000 dollari pagherebbe di più – ma come percentuale del reddito sarebbe significativo per coloro che hanno 400.000 dollari, poca cosa per i Signori dell’Universo con 10 milioni di dollari e più. E questo fondamentalmente è destinato ad essere vero per ogni proposta che in effetti non aumenti le aliquote. Il punto, come dice Josh, è che nella peggiore delle ipotesi, il Partito Repubblicano sembra pronto a buttare a mare il 90 per cento dell’1 per cento dei più ricchi, al fine di proteggere i propri veri padroni, la superélite.
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November 27, 2012, 11:36 am
Twenties TalesThe 1920s — when several of the victorious Allies emerged from World War I with large debts in their own currencies — offer in some ways the nearest parallel to the debt concerns dominating recent debate. And it occurred to me that it would be useful to have a side-by-side of Britain and France. The two countries dealt with their debts very differently. Britain was a model of orthodoxy, returning to the gold standard and running huge primary surpluses to pay its debts; France, with a weaker political system, ended up inflating away much of its debt and accepting a big devaluation of the franc. So how did the two economies fare? You don’t want to start the clock in 1918, because France was in part a battlefield, and could be expected to have some bounce as the war damage was fixed. So here’s real GDP from 1913 on, from the Maddison database: And here’s debt, from the IMF debt database:
So virtue was not rewarded, and French political weakness actually led to a better economic performance.
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27 novembre 2012Racconti degli anni Venti
Gli anni ’20 – quando un certo numero del paesi Alleati vittoriosi vennero fuori dalla I Guerra Mondiale con ampi debiti nelle loro proprie valute – offrono in vari modi il parallelo più stretto alle preoccupazioni sul debito che dominano il dibattito recente. E mi era venuto in mente che sarebbe stato utile un raffronto ravvicinato tra Inghilterra e Francia. I due paesi si misurarono in modi assai diversi con i loro debiti. L’Inghilterra fu un modello di ortodossia, con il ritorno al Gold Standard e la gestione di ampi avanzi primari per pagare i propri debiti; la Francia, con un sistema politico più debole, finì con l’inflazionare una buona parte del proprio debito e con l’accettare una grande svalutazione del franco. Come si comportarono, dunque, le due economie? Non si deve mettere l’orologio al 1918, perché la Francia fu una parte del campo di battaglia, e ci si doveva aspettare che avesse un qualche rimbalzo una volta che fossero fissati i danni di guerra. Ecco dunque il PIL reale dal 1913 in poi, sulla base dei dati Maddison: Ed ecco il debito, sulla base delle statistiche sul debito del FMI: Dunque, la virtù non fu premiata e la debolezza politica della Francia in effetti portò ad un migliore prestazione economica.
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November 28, 2012, 8:38 am
More About ItalyDean Baker, in correspondence, makes an interesting point about the mysterious productivity collapse in Italy — namely, that a big chunk of it could be a statistical illusion. This is always something you should consider when you see something strange in economic data. Here’s the story: Italy, with its combination of extensive regulations and weak enforcement, used to have a lot of “black labor” — workers who weren’t on the books, so as to evade various government-imposed requirements. But then came reforms that made keeping part-time workers, etc., on the books less onerous — and the hidden labor came into the open. Measured GDP wasn’t affected, because statisticians were already making imputations for the shadow economy; so the result was a decline in measured productivity. One thing I like about this story is that it makes sense of another anomaly: wide divergence in different measures of Italian cost competitiveness, for example in this IMF study (pdf). Here’s a chart of estimated real effective exchange rates: I’d discount the unit value measure; that has always been a poor measure, and probably especially so when you’re dealing with a country that tries to export high-quality stuff. But there’s still a huge divergence between the unit labor cost measure, which suggests large overvaluation, and other measures — which is exactly what you’d expect if you had underreported productivity. Balance of payments data are also sort of consistent with this story: Italy never had huge, Spanish-style current account deficits. I don’t want to claim that all is OK with Italy; clearly, the country has dysfunctional markets, a lot of monopoly rents, and is lagging in the use of information technology. But arguably it isn’t the basket case some numbers suggest. And yes, you do wonder why the austerity program has to be as harsh as it is.
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28 novembre 2012Qualcosa di più sull’Italia
Dean Baker, nella sua corrispondenza, avanza un argomento a proposito del misterioso collasso della produttività in Italia – precisamente che una gran parte di esso potrebbe essere una illusione statistica. Questa è una possibilità che si dovrebbe sempre considerare quando si osserva qualcosa di strano nei dati economici. Ecco la storia: l’Italia, con la sua combinazione di estese e dettagliate regole e di deboli applicazioni delle stesse, era abituata ad avere molto “lavoro nero” – lavoratori che non erano sui libri paga, in modo da evadere vari obblighi imposti dal Governo. Ma poi sono intervenute le riforme che hanno consentito di assumere lavoratori a part-time etc., meno onerosi sui libri paga – e il lavoro nascosto è venuto allo scoperto. Le misurazioni del PIL non ne sono state influenzate, giacché gli addetti alle statistiche già mettevano nel conto stime sull’economia ‘ombra’; dunque il risultato è stato un declino nella stima della produttività. Un aspetto che mi fa piacere di questa storia è che essa spiega un’altra anomalia: l’ampia diversità di differenti misure sulla competitività italiana sui costi, per esempio in questo studio del FMI (disponibile in pdf). Questo è un diagramma sulle stime dei tassi di cambio realmente in vigore: Scarterei la misura del cosiddetto valore unitario; quella è sempre stata una misura da poco, e probabilmente è tale in particolare quando ci si occupa di un paese che cerca di esportare oggetti di alta-qualità. Ma c’è ancora un’ampia divergenza tra la misura del costo unitario del lavoro, che suggerisce una grande sovrastima, ed altre misure – che è esattamente quello che vi espettereste quando si è in presenza di una produttività sottorappresentata. Anche i dati sulla bilancia dei pagamenti sono coerenti con questa spiegazione: l’Italia non ha mai avuto grandi deficit di conto corrente sul modello della Spagna. Non voglio sostenere che tutto vada bene in Italia; chiaramente il paese ha mercati che non funzionano, una quantità di rendite monopolistiche, ed è in ritardo nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione. Ma verosimilmente non è quella situazione insensata che alcuni dati suggeriscono. E in effetti c’è da chiedersi per quale ragione il programma di austerità debba essere così rigido quale è.
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November 29, 2012, 8:48 am
Varieties of ErroriSome readers may recall the “Peter Schiff was right” campaign of 2009, a sort of public-relations blitz claiming that Schiff, an Austrian-oriented commentator, had foreseen everything correctly. It wasn’t really true even then; still, Schiff became a fixture of right-wing TV shows, constantly warning about how expansionary monetary and fiscal policies were about to produce hyperinflation.
Well, Cullen Roche catches a TV host actually putting Schiff on the spot, pointing out that he’s been predicting that hyperinflation since 2008, so where is it? Good question. And I’d like to pursue the question a bit more, not just or even mainly about Schiff, but more broadly about the role of predictions — including wrong predictions — in economics. What’s crucial to understand, I think, is that there are two kinds of erroneous predictions. One kind of error, which everyone makes all the time, involves what you might call extraneous forces. If you didn’t know that there was going to be a war in the Middle East, or a confrontation over the debt ceiling, or whatever, your forecast may well be very badly wrong; too bad, but that doesn’t really speak to your underlying model. And by the way, this exoneration applies even if you should have known what was coming; all this says is that you may not be the right guy to listen to for short-run forecasts, which doesn’t necessarily say that you’re wrong about the bigger issues. Here’s an example of a ludicrously wrong forecast that didn’t touch the fundamentals: in 1929 the great American economist Irving Fisher famously declared that stocks had reached a permanently high plateau; worse yet, he attributed this rosy future to the productivity gains resulting from Prohibition. He ended up looking like a fool, because, well, in some ways he was. Yet none of this had anything to do with his fundamental economic analysis; Fisher’s theory of the interest rate and his theory of debt deflation are essential tools for anyone trying to do serious macroeconomics. Now, the thing about Schiff and all the other Austrians predicting runaway inflation is that they were right to make this prediction given their model. If you believe that a recession is caused by a failure on the production side of the economy, the result of past malinvestment or something, you should also believe that any attempt to correct this decline by expanding credit will simply result in too much money chasing too few goods, and hence a lot of inflation. By the same token, the failure of high inflation to materialize amounts to a decisive rejection of that model. (And no, it’s not because the numbers are fudged; independent estimates don’t differ significantly from official inflation.) More generally, the past five years have seen some really dramatic policy actions — huge expansion of the Fed balance sheet, very large deficits, drastic austerity measures in some countries. These kinds of actions are, in effect, natural experiments that give you a lot of information about the validity of different economic models — and the models that have worked are demand-side, more or less Keynesian approaches, while everything else has been wildly wrong. So here’s what should have happened: economists propounding these other approaches should have said, “Gosh, I seem to have been wrong. I need to rethink my approach.” Oh, and by the way, I have done that. As I’ve written before, I rethought my views about liquidity traps and currency crises after the Asian crisis of the late 1990s; I rethought my views about advanced country debt and deficits after making a wrong prediction in 2003 (although in that case my mistake was in not taking my own model seriously enough). But as far as I can tell, very, very few people have been willing to let the evidence speak.
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29 novembre 2012Specie di errori
[16] Alcuni lettori si ricorderanno la campagna del 2009 “Peter Schiff [17] aveva ragione”, una sorta di blitz propagandistico che sosteneva che Schiff, un commentatore di orientamenti “austriaci” [18], avesse previsto correttamente ogni cosa. In realtà non era vero neanche allora; tuttavia Schiff divenne una istituzione degli spettacoli televisivi della destra, che costantemente metteva in guardia su come le politiche della espansione monetaria e della finanza pubblica fossero prossime a produrre l’iperinflazione. Ebbene, Cullen Roche [19] sorprende un conduttore di un programma televisivo che in effetti mette Schiff alle strette, mettendo in evidenza che egli aveva predetto l’iperinflazione sin dal 2008, dunque dov’è? Bella domanda. E mi piacerebbe sviluppare un po’ la questione, non solo e nemmeno principalmente a proposito di Schiff, ma più in generale sul ruolo delle previsioni in economia – incluse le previsioni sbagliate. Quello che è fondamentale intendere, penso, è che ci sono due tipi di previsioni sbagliate. Un genere di errore, che fanno tutti in ogni momento, riguarda quelle che potreste definire delle componenti esterne. Se non sapevate che si stava preparando una guerra in Medio-Oriente, o uno scontro sul tetto del debito, o qualsiasi altra cosa, la vostra previsione può risultare del tutto sbagliata; è un guaio, ma non ha effettivamente a che fare con il modello che state utilizzando. E naturalmente non potete essere incolpati anche se avreste dovuto sapere cosa stava avvenendo; tutto questo dice che forse non siete la persona giusta cui rivolgersi per le previsioni sul breve termine, ma questo non significa necessariamente che fate sbagli sulle tematiche più importanti. Ecco un esempio di una previsione risibilmente errata che non toccava gli aspetti di fondo: nel 1929 il grande economista americano Irving Fisher notoriamente si espresse nel senso che i capitali azionari aveva raggiunto una stabilità su livelli elevati; peggio ancora, egli attribuì questo roseo futuro agli incrementi di produttività derivanti dal Proibizionismo. Finì con l’apparire un po’ sciocco, perché, insomma, in qualche modo lo era stato. Tuttavia, tutto questo non aveva niente a che fare con la sua analisi economica fondamentale; la teoria del tasso di interesse di Fisher e la sua teoria sulla deflazione da debito sono strumenti essenziali per chiunque cerchi seriamente di misurarsi con la macroeconomia. Ora, il problema a proposito di Schiff e di tutti gli altri ‘austriaci’ che hanno previsto una inflazione fuori controllo è che, dato il loro modello, avevano ragione a fare una previsione del genere. Se si crede che la recessione è determinata da un fallimento sul versante economico della produzione, come risultato di passati investimenti sbagliati o di qualcosa d’altro, si deve anche credere che ogni tentativo di correggere questo declino attraverso l’espansione del credito semplicemente si risolverà in troppi soldi a fronte di beni troppo scarsi, dal che deriverà un bel po’ di inflazione. Per la stessa ragione, il fatto che una elevata inflazione non abbia luogo corrisponde ad una smentita inconfutabile di tale modello (e no, non dipende dal fatto che i dati sono truccati; le stime indipendenti non differiscono significativamente dai dati ufficiali sull’inflazione). Più in generale, i cinque anni passati hanno visto alcune azioni politiche realmente spettacolari – una grande espansione dei bilanci contabili della Fed, deficit molto grandi, drastiche misure di austerità in alcuni paesi. Questo genere di azioni sono, in effetti, esperimenti naturali che vi danno una quantità di informazioni sulla validità dei diversi modelli economici – ed i modelli che hanno funzionato sono quelli sul lato della domanda, più o meno gli approcci keynesiani, mentre ogni altro tentativo ha avuto torto marcio. Ecco dunque che cosa avrebbe dovuto accadere: gli economisti che propongono questi altri approcci avrebbero dovuto dire: “Oddio, sembra che abbia avuto torto. Ho bisogno di ripensare al mio approccio”. Devo aggiungere, per inciso, che io mi sono comportato in quel modo. Come ho scritto in precedenza, io ho ripensato ai miei punti di vista a proposito delle trappole di liquidità e dei deficit dopo la crisi asiatica degli ultimi anni ’90; ho ripensato ai miei punti di vista a proposito del debito e dei deficit dei paesi avanzati dopo aver fatto una previsione avanzata nel 2003 (sebbene in quel caso il mio errore fu quello di non prendere sul serio il mio stesso modello). Ma, per quello che posso dire, pochissime persone davvero hanno avuto voglia di far parlare i fatti.
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November 30, 2012, 7:30 pm
Notes on Epistemic ClosureI gather that philosophers are upset over the use of the term “epistemic closure” to refer to the closing of the movement conservative mind – that’s not what they mean by the term. Never mind: that’s the term everyone is using. And recent reports are a reminder of just how closed that mind really is. Start with Bruce Bartlett, who mentions in his mea culpa that when he asked conservative colleagues what they thought about some politically incorrect remarks quoted in the New York Times, it turned out that they were completely unaware of the whole thing – they didn’t read the Times, not even to find out what their enemies were saying. Maybe this attitude explains, in part, the amazing debacle of Romney polling. We now know that Romney’s internal polls were wildly wrong, and that, incredibly, he went into Election Day confident of victory. My immediate question is not so much why those polls were wrong, but rather why the campaign didn’t have severe doubts about what its pollsters were telling them. I mean, anyone who clicked on Nate Silver got a very different view of the race, with the vast majority of public polls portraying an Obama edge. Why wasn’t Romney, or someone else at the top level, asking hard questions about why the internal polls were so different, and why the pollsters believed they knew so much better, not just than the public polls, but than the obviously confident Obama team? Maybe the answer is that nobody on that side even considered clicking on a Times blog! Bear in mind that Romney got in big trouble in one of the debates because he apparently got his Benghazi story from Fox News, with no awareness that Fox’s version wasn’t, you know, true.
All this in turn ties in, I think, with a phenomenon I notice a lot on the right (you can see it often in the comments on this blog): the persistent portrayal of people who disagree with them as marginal figures with trivial support. I think of Bill O’Reilly dismissing anyone who presents data he doesn’t like as “far left”, even when they’re thoroughly mainstream. Or, to be self-centered, the constant insistence by some people that nobody pays attention to what yours truly says; there are, it appears, an awful lot of nobodies out there. I’m not sure I fully understand this phenomenon, but it comes in part from a refusal to pay any attention at all to what other people think. The point isn’t just that right-wingers believe in their own reality, but that they don’t think it matters that other people have different versions of reality. And no, this isn’t symmetric: liberals don’t consider it unnecessary to know what conservatives are thinking, or dismiss actually influential figures as marginal. Liberal may despise Rush Limbaugh, but they won’t dismiss him as a marginal figure nobody listens to. In some ways, the right’s epistemic closure has been a source of strength; right-wingers certainly don’t negotiate with themselves. But reality does have a way of making itself known, eventually, and the right really doesn’t know what to do when that happens.
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30 novembre 2012Note sulla ‘chiusura epistemica’
Capisco che I filosofi siano turbati dalla espressione “chiusura epistemica” in riferimento al fenomeno dell’esaurirsi del pensiero del movimento conservatore – non è quello che essi intendono con quel termine. Non importa: questa è l’espressione che usano tutti. E resoconti recenti ci ricordano come quel pensiero stia proprio esaurendosi. Cominciamo con Bruce Bartlett [20], il quale rammenta nel suo ‘mea culpa’ che quando ha chiese ad alcuni suoi colleghi conservatori che cosa pensassero a proposito di alcune osservazioni scorrette citate dal New York Times, venne fuori che essi erano completamente inconsapevoli della faccenda – non leggevano il Times, nemmeno per scoprire quello che sostenessero i loro avversari. Forse questa attitudine spiega in parte la straordinaria debacle dei sondaggi per conto di Romney. Oggi sappiamo che i sondaggi interni [21]di Romney erano grossolanamente errati e che, incredibilmente, egli era arrivato all’ Election Day fiducioso della vittoria. La mia domanda immediata non è tanto perché quei sondaggi fossero sbagliati, ma piuttosto perché la sua organizzazione elettorale non ebbe seri dubbi su quanto i sondaggisti gli venivano raccontando. Voglio dire, tutti coloro che accedevano al sito di Nate Silver [22] avevano una visione del tutto diversa della competizione, con una larga maggioranza dei sondaggi che mostravano un margine per Obama. Perché Romney, o qualcun altro al massimo livello, non si poneva serie domande sulla ragione per la quale i sondaggi interni fossero così diversi, e perché i sondaggisti pensavano di saperla così lunga, non solo al confronto con i sondaggi pubblici, ma anche a confronto con l’evidente fiducia dei collaboratori di Obama? Forse la risposta è che nessuno da quella parte nemmeno prendeva in considerazione di connettersi con un blog del Times! Si ricordi che Romney era finito in un bel guaio in uno dei dibattiti perché in apparenza aveva preso per buona la storia di Bengasi [23]su Fox News, versione che come sapete non era vera. Tutto questo a sua volta si collega, io penso, con un fenomeno che ho notato frequentemente a destra (lo si può vedere spesso nei commenti su questo blog): il continuo ritrarre la gente che non è d’accordo con loro come individui marginali dotati di un seguito irrisorio. Penso a Bill O’Reilly [24], che liquida ciascuno che presenta dati che lui non gradisce come “estremista di sinistra”, anche quando si tratta di posizioni del tutto comuni. Oppure, per dire di me stesso, il continuo insistere da parte di alcune persone sul fatto che nessuno presterebbe attenzione al sottoscritto; fuori da loro, sembra, ci sarebbe soltanto il niente assoluto. Non sono sicuro di capire questo fenomeno, ma in parte esso deriva del rifiuto assoluto di prestare una qualche attenzione a quello che pensano gli altri. Il punto è che le persone della destra non si limitano a credere nella loro propria realtà, ma non pensano che conti niente il fatto che altra gente abbia versioni diverse della realtà. E in questo non si può dire ci sia simmetria: i liberals non considerano superfluo conoscere quello che pensano i conservatori, o liquidare alcune loro figure effettivamente influenti come marginali. Un liberal può disprezzare Rush Limbaugh, ma non lo liquida come un personaggio secondario che nessuno ascolta. In qualche modo, la ‘chiusura epistemica’ della destra è stata una ragione di forza; le persone di destra non negoziano facendo sconti [25]. Ma alla fine la realtà ha per forza un modo per farsi conoscere, e la destra davvero non sa che pesci prendere quando accade.
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December 1, 2012, 8:21 am
Against Willful Denseness, The Gods Themselves Contend In VainFrom the very beginning of the Lesser Depression, the central principle for understanding macroeconomic policy has been that everything is different when you’re in a liquidity trap. In particular, the whole case for fiscal stimulus and against austerity rests on the proposition that with interest rates up against the zero lower bound, the central bank can neither achieve full employment on its own nor offset the contractionary effect of spending cuts or tax hikes. This isn’t hard, folks; it’s just Macro 101. Yet a large number of economists — never mind politicians or policy makers — seems to have a very hard time grasping this basic concept. Thus, Ryan Avent is driven to distraction by Tyler Cowen suggesting that it’s OK to have austerity now because growth in the third quarter was fairly strong. As Ryan says, the right time for austerity is when “the economy is on the way to putting the zero lower bound well in its rear-view mirror” — that is, when we’re well out of the liquidity trap. Meanwhile, Brad DeLong is driven into shrillness by Alberto Alesina still, after all these years, writing as if there’s no difference between spending cuts in normal times and spending cuts when you’re up against the zero lower bound. We’re not talking about stupid people here; clearly, there’s something about the notion that the rules for policy depend on the situation that some economists just don’t want to understand. Anyway, my own answer is still what it has been all along: the time for austerity is when the economy is close enough to full employment that the Fed is starting to raise rates to head off an undesirably high rate of inflation; at this point, given the case for somewhat higher inflation, I’d say that we shouldn’t even think about this until unemployment is well below 7 and falling fast. At that point you can, in effect, make a deal — fiscal austerity in return for not hiking rates — that leaves the economy harmless. I can understand why politicians have a hard time getting this. But economists have no excuse.
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1 dicembre 2012Contro la stupidità ostinata anche gli Dei niente possono
Dall’inizio di questa Depressione Minore, il concetto centrale per comprendere la macroeconomia è stato che ogni cosa è diversa quando si è in un ‘trappola di liquidità’. In particolare, tutto l’argomento sul sostegno finanziario pubblico e contro l’austerità si basa sull’idea che con i tassi di interesse fermi al limite inferiore di zero [26], la banca centrale non può di per sé né realizzare la piena occupazione né bilanciare l’effetto di contrazione dei tagli alla spesa pubblica o degli aumenti fiscali. Gente, questo non è difficile a capirsi; si trova semplicemente sui libri di economia! Tuttavia, un largo numero di economisti – per non dire degli uomini politici e degli addetti ai lavori – sembra avere molta difficoltà nell’afferrare questo concetto di base. Dunque, Ryan Avent è messo fuori strada da Tyler Cowen [27] quando afferma che è giusto avere l’austerità oggi, giacché la crescita nel terzo trimestre è stata abbastanza forte. Come Ryan dice, il momento giusto per l’austerità è quando “l’economia è sulla strada di collocare nettamente il ‘limite inferiore di zero’ nel suo specchietto retrovisore” – ovvero quando essa è chiaramente fuori dalla trappola di liquidità. Nel frattempo, Brad DeLong è vicino a perdere la pazienza con Alberto Alesina, che, dopo tutti questi anni, ancora scrive come se non ci fosse differenza tra i tagli alla spesa in tempi normali ed i tagli alla spesa quando si è a fronte del limite inferiore dello zero. Non stiamo parlando di sciocchi, in questo caso: chiaramente c’è qualcosa nel concetto che le regole della politica dipendono dalle situazioni, che alcuni economisti proprio non vogliono intendere. In ogni modo, la mia personale risposta è quella che è stata dall’inizio: il tempo per l’austerità è quando l’economia è abbastanza vicina alla piena occupazione al punto che la Fed sta cominciando al alzare i tassi al fine di sbarrare la strada ad un indesiderabile elevato tasso di inflazione; a questo punto, ammessa la possibilità di una inflazione assai superiore, direi che non dovremmo nemmeno pensarci sinché la disoccupazione non sarà ben al di sotto del 7 per cento e in rapida diminuzione. A quel punto, in effetti, si può fare uno scambio – austerità della finanza pubblica in cambio di tassi che non aumentano – che permetta all’economia di non correre rischi. Posso capire che gli uomini politici abbiano difficoltà ad intendere una cosa del genere. Ma gli economisti non hanno scuse.
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November 30, 2012, 5:27 am
Destructive ResponsibilityBusy day today, probably no posting. Yes, I’m up ridiculously early. Matthew O’Brien picks up on my France/Britain in the 20s comparison, and carries it forward through the 1930s: The key point is that the two countries reversed roles: Britain, which had practiced destructive orthodoxy in the 20s, floated the pound in 1931, while France clung to its restored gold standard and suffered accordingly. If there’s a really crucial lesson in all this, it is that appropriate macroeconomic policy depends on the situation. Rules designed to prevent irresponsible inflation and/or deficits may help when inflation is your problem; when you are instead a depressed economy in a liquidity trap, they become a lead-weighted straitjacket. As Simon Wren-Lewis says, it’s pretty weird to obsess over the risk that you might let governments off the hook when there is in fact no hook — and the problem is that governments are behaving as if there were.
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30 novembre 2012Responsabilità distruttiva
Oggi ho daffare ed è probabile che non scriva niente. E in effetti mi sono alzato stupidamente presto. Matthew O’Brien riprende il mio post sul confronto tra Francia ed Inghilterra negli anni ’20 [28] e lo spinge avanti negli anni ’30: La questione fondamentale è che i due paesi si invertirono i ruoli: l’Inghilterra, che aveva praticato una ortodossia distruttiva negli anni ’20, fece fluttuare la sterlina negli anni ’30, mentre la Francia si aggrappò al suo ripristinato gold standard e soffrì di conseguenza. Se c’è davvero una lezione decisiva in tutto questo, è che la appropriata politica macroeconomica dipende dalla situazione. Le regole che hanno lo scopo di impedire una inflazione irresponsabile o i deficit possono aiutare quando l’inflazione è il vostro problema; quando invece avete una economia depressa in una trappola di liquidità, diventano una camicia di forza pesante come il piombo. Come dice Simon Wren-Lewis, è piuttosto curioso essere ossessionati dal pericolo di permettere ai governi di sganciarsi quando nei fatti non c’è alcun gancio – e il problema è che i governi si comportano come se ci fosse.
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December 3, 2012, 1:26 pm
It’s Health Care Costs, StupidBusy day, so not much blogging. But a further thought on budget issues. In today’s column, I tried to emphasize a point that is weirdly absent from public discourse, at least among VSPs: the favorite VSP “solution” to the long-run budget deficit, raising the Medicare eligibility age, actually yields only minor savings. The point is that if you want to control Medicare costs, you can’t do it by kicking a small number of relatively young seniors off the program; to control costs, you have to, you know, control costs. And the truth is that we know a lot about how to do that — after all, every other advanced country has much lower health costs than we do, and even within the US, the VHA and even Medicaid are much better at controlling costs than Medicare, and even more so relative to private insurance. The key is having a health insurance system that can say no — no, we won’t pay premium prices for drugs that are little if any better, we won’t pay for medical procedures that yield little or no benefit But even as Republicans demand “entitlement reform”, they are dead set against anything like that. Bargaining over drug prices? Horrors! The Independent Payment Advisory Board? Death panels! They refuse to contemplate using approaches that have worked around the world; the only solution they will countenance is the solution that has never worked anywhere, namely, converting Medicare into an underfunded voucher system. So pay no attention when they talk about how much they hate deficits. If they were serious about deficits, they’d be willing to consider policies that might actually work; instead, they cling to free-market fantasies that have failed repeatedly in practice.
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3 dicembre 2012Sono i costi della assistenza sanitaria, stupido!
Molto daffare oggi, e poco blog. Ma un pensiero ulteriore sui temi del bilancio. Nell’articolo di oggi ho cercato di enfatizzare un punto che è stranamente assente nel dibattito pubblico, almeno tra le Persone Molto Serie [29]: la ‘soluzione’ preferita delle Persone Molto Serie al deficit di bilancio di lungo periodo, aumentare l’età della ammissibilità a Medicare, produce in effetti soltanto risparmi modesti. Il punto è che si si vuole controllare i costi di Medicare, non si può farlo buttando fuori dal programma un piccolo numero di anziani relativamente giovani; per controllare i costi, è chiaro, si devono controllare i costi. E la verità è che sappiamo molte cose su come farlo – dopo tutto, gli altri paesi avanzati hanno costi sanitari più bassi dei nostri, ed anche all’interno degli Stati Uniti la Veterans Health Administration e persino Medicaid funzionano molto meglio nel controllo dei costi che non Medicare, per non dire delle assicurazioni private. La cosa cruciale è avere un sistema di assicurazione sanitaria che possa dire dei ‘no’ – no, non pagheremo sovraprezzi per medicine che sono quasi uguali, non pagheremo per procedure sanitarie che producono scarsi benefici, o non ne producono alcuno. Ma, anche quando i repubblicani chiedono una “riforma dei programmi di assistenza”, essi sono fermamente decisi a non fare niente del genere. Contrattare i prezzi delle medicine? Orrore! L’Ufficio Indipendente di Consulenza sui Costi [30]? “Giurie della morte” [31]? Essi rifiutano di prendere in considerazione i metodi consueti, che hanno funzionato dappertutto nel mondo; l’unica soluzione che tollereranno è la soluzione che non ha mai funzionato in nessun paese, precisamente sostituire Medicare con un sistema di vouchers sottofinanziato. Dunque, non date loro credito quando parlano del loro odio per i deficit. Se fossero seri sui deficit avrebbero la volontà di considerare le politiche che possono effettivamente funzionare; invece restano ancorati alle fantasie del libero-mercato che nei fatti hanno fatto fallimento ripetutamente.
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December 4, 2012, 7:45 am
Three-Card Budget MonteIt goes without saying that the Republican “counteroffer” is basically fake. It calls for $800 billion in revenue from closing loopholes, but doesn’t specify a single loophole to be closed; it calls for huge spending cuts, but aside from raising the Medicare age and cutting the Social Security inflation adjustment — moves worth only around $300 billion — it doesn’t specify how these cuts are to be achieved. So it’s basically the Paul Ryan method: scribble down some numbers and pretend that you’re a budget wonk with a Serious plan.
What I haven’t seen pointed out here is the longer arc of GOP strategy. Does anyone recall how the Bush tax cuts were passed? The 2001 cut was passed based on the claim that the government was running an excessive surplus; the 2003 cut on the claim that it would provide an economic boost. Then the surplus went away, and the economy did not, to say the least, perform very well. So now we face a substantial long-run deficit largely created by those tax cuts: And the GOP says that because of that deficit we must raise the Medicare age and cut Social Security! Oh, and for all the seniors or near-seniors who voted Republican because you thought they would protect Medicare from that bad guy Obama: you’ve been had.
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4 dicembre 2012Il gioco-delle-tre-carte sul Bilancio
Non è il caso di dire che la “controfferta” dei repubblicani è fondamentalmente falsa. Propone 800 miliardi di dollari di entrate attraverso l’interruzione delle elusioni fiscali, ma non specifica una singola scappatoia che verrebbe interrotta; si pronuncia per vasti tagli alla spesa, ma a parte accrescere l’età di ammissione a Medicare e tagliare la Previdenza Sociale dell’adeguamento all’inflazione – scelte che valgono all’incirca soltanto 300 miliardi di dollari – non specifica come questo tagli sarebbero ottenuti. Dunque, fondamentalmente siamo al metodo Paul Ryan: scarabocchiate qualche numero e fate finta di essere studiosi esperti di bilanci con un programma Serio. Quello che a questo proposito non ho visto sottolineare, è il lungo tragitto della strategia repubblicana. Si ricorda qualcuno di come vennero approvati gli sgravi fiscali di Bush? I tagli del 2001 vennero approvati con la pretesa che il Governo stesse gestendo un avanzo eccessivo di amministrazione; quelli del 2003 con l’argomento che avrebbero fornito una spinta all’economia. Poi il surplus scomparve e l’economia, per dire il minimo, non ebbe affatto una prestazione lusinghiera. Oggi, dunque, siamo di fronte ad un deficit sostanziale di lungo periodo, creato da quegli sgravi fiscali [32]: E il Partito Repubblicano dice che a causa di quel debito noi dobbiamo alzare l’età di ammissione a Medicare e tagliare la Previdenza Sociale. Oh, e per tutti gli anziani o quasi anziani che hanno votato repubblicano perché pensavano che quel partito li avrebbe protetti da quel cattivo soggetto di Obama: ve la siete cercata.
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December 4, 2012, 9:43 am
The IMF and Capital ControlsSo the IMF has now, officially, said that capital controls — limits on the international movement of funds, hot money in particular — have their uses: The International Monetary Fund has cemented a substantial ideological shift by accepting the use of direct controls to calm volatile cross-border capital flows, as employed by emerging market countries in recent years. Although the fund continued to warn that such controls should be “targeted, transparent, and generally temporary”, the policy, announced in a staff paper released on Monday, is a sharp change from the fund’s enthusiasm for liberalising capital accounts during the 1990s. Here’s the paper (pdf). This is basically a codification of recent practice; the IMF has already given a green light to capital controls in selected countries, such as Iceland. Still, it’s an interesting turnaround, another indicator of the IMF’s surprising intellectual flexibility these days. And it brings back memories of the Asian crisis of the 1990s, when I found myself in the middle of this debate.
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4 dicembre 2012Il FMI ed i controlli sui capitali
Dunque, il FMI ora dice ufficialmente che i controlli sui capitali – i limiti nel movimento internazionale dei fondi, capitali vaganti in primo luogo – hanno i loro scopi: “Il Fondo Monetario Internazionale ha fissato un sostanziale mutamento ideologico accettando l’utilizzo di controlli diretti per attenuare i flussi di capitali volatili oltrefrontiera, quali erano adottati da parte dei paesi dei mercati emergenti negli anni recenti.” Sebbene il Fondo continui a mettere in guardia che tali controlli dovrebbero essere “destinati, trasparenti e in generale temporanei”, la politica, annunciata in una nota interna lunedì, costituisce un brusco mutamento rispetto all’entusiasmo per la liberalizzazione dei fondi in conto capitale durante gli anni ’90. Ecco qua la nota (disponibile in pdf). Si tratta di una codificazione di una pratica recente: il FMI ha già dato semaforo verde ai controlli dei capitali in paesi particolari, come l’Islanda. Inoltre, con un interessante dietrofront, si tratta di un altro indicatore della sorprendente flessibilità del FMI di questi tempi. E ritorna in mente il ricordo della crisi asiatica degli anni ’90, quando mi ritrovai nel mezzo di questo dibattito [33].
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December 5, 2012, 9:26 am
Evidence in MacroeconomicsNoah Smith is right in his takedown of David Beckworth’s latest attempt to denigrate fiscal policy, but goes too far in his nihilism. What Beckworth does is show that there isn’t a correlation between either federal expenditures or the federal deficit and nominal GDP growth in recent years; Noah’s point is that fiscal policy is endogenous, affected by the state of the economy. When things seemed to be collapsing, Washington managed to pass a stimulus bill; when they stopped collapsing, the stimulus was allowed to fade away. So? It is, by the way, kind of dispiriting to see this kind of argument still being trotted out four years into this whole debate — and presented as if it were something new, too. Been there, addressed that; is it really so hard to make any sort of progress here? Anyway, where Noah goes too far is in asserting that this kind of thing means that we basically know nothing. Um, no — good economists have been aware of this problem for a long time, and serious work on both monetary and fiscal policy takes it into account. How? By looking for natural experiments – cases of large changes in policy (so that policy is the dominant factor in what happens) that are clearly not a response to the state of the business cycle.
That’s why Milton Friedman and Anna Schwartz’s monetary history wasn’t just about correlations; it relied on a narrative method to attempt to show that the monetary movements it stressed were more or less exogenous. (You can quarrel with some of their judgements, but the method was sound). It’s why Romer and Romer, in their classic paper on the real effects of monetary policy, relied on a study of Fed minutes to identify major changes in policy. In the same vein, this is why serious analysis of fiscal policy relies a lot on wartime booms and busts in government spending, which are clearly not responses to unemployment. And it’s why, if you want a read on the effects of fiscal policy in recent years, you want to look not at the fairly small events here but at austerity in Europe. The austerity programs have two great virtues from an economic research point of view (they are, of course, terrible from a human point of view). First, they are huge — in Greece, we’re looking at austerity measures amounting to 16 percent of GDP, the equivalent for the US of $2.5 trillion every year. Second, they are plausibly related mainly to market access issues rather than the state of the economy, so they’re relatively exogenous. Only relatively; you do have to worry that austerity ends up being imposed only in economies that would be in trouble anyway. But the IMF has tried to correct for this, by focusing on forecast errors, and the results are pretty much the same. So I think it’s very wrong to suggest that we don’t know anything. History offers many natural experiments in macroeconomics; recent disasters have thrown up quite a few more. And the case for the effectiveness of fiscal policy, for good or evil, has never been stronger.
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5 dicembre 2012Prove dal vero in macroeconomia
Noah Smith ha ragione nel suo ridimensionamento dell’ultimo tentativo di David Beckworth di denigrare la politica dell’intervento pubblico, ma va troppo oltre nel suo nichilismo. Quello che Beckworth fa è mostrare che non c’è una correlazione tra le spese federali e il deficit federale e la crescita del PIL nominale negli anni recenti; Noah indica che la politica finanziaria pubblica è endogena, influenzata dallo stato dell’economia. Quando le cose sembravano essere al collasso, Washington operò per far approvare la legge di sostegno; quando smisero di collassare, ci si permise di attenuare le misure di sostegno. Dov’è il problema? Tra parentesi, è avvilente vedere questo genere di argomenti da quattro anni ancora tirati in ballo in tutto questo dibattito e per giunta presentati come se fossero nuovi. E un copione già visto e rivisto: è così difficile fare un qualche progresso in questa materia? In ogni caso, dove Noah va troppo oltre è nell’asserire che questo genere di cose significano che fondamentalmente non sappiamo niente. Eh no – bravi economisti sono stati consapevoli di questo problema da lungo tempo, e un serio lavoro sia sotto l’aspetto monetario che sotto quello della spesa pubblica lo mette nel conto. Come? Osservando gli esperimenti naturali – i casi di grandi cambiamenti nella politica (cosicché la politica è il fattore dominante in quello che accade) che chiaramente non sono una risposta alla situazione del ciclo economico. Quella è la ragione per la quale la storia monetaria di Milton Friedman ed Anna Schwartz non riguardava solo le correlazioni; essa si basava su un metodo narrativo per cercar di mostrare se i movimenti monetari che prendeva in esame fossero più o meno esogeni (si può discutere di alcuni loro giudizi, ma il metodo era giusto). E questa è la ragione per la quale i coniugi Romer nella loro classica ricerca sugli effetti reali della politica monetaria , si sono basati su uno studio sui verbali della Fed per identificare importanti cambiamenti nella politica. Nello stesso filone, questa è la ragione per la quale serie analisi della politica della finanza pubblica si basano sui boom nei tempi di guerra e sui fallimenti nella spesa pubblica, che non sono chiaramente risposte alla disoccupazione. E questa è la ragione per la quale, se volete una lettura sugli effetti della politica della finanza pubblica negli anni recenti, non si deve guardare agli eventi piuttosto piccoli qua da noi, ma all’austerità in Europa. I programmi di austerità possiedono due grandi virtù dal punto di vista della ricerca economica (dal punto di vista delle condizioni della gente sono, è evidente, tremendi). In primo luogo sono vasti – in Grecia siamo di fronte a misure di austerità che ammontano al 16 per cento del PIL, l’equivalente per gli Stati Uniti di 2.500 miliardi di dollari all’anno. In secondo luogo, essi sono verosimilmente riferiti soprattutto ai temi dell’accesso al mercato, piuttosto che alle condizioni dell’economia, dunque sono relativamente esogeni. Solo relativamente; ci si deve preoccupare che l’austerità finisca con l’essere imposta soltanto su economia che sarebbero in ogni modo nei guai. Ma il FMI ha cercato su questo una correzione, concentrandosi sugli errori di previsione, ed i risultati sono pressappoco gli stessi. Penso dunque che sia proprio sbagliato suggerire che non conosciamo niente. La storia offre molti esperimenti naturali in macroeconomia; i recenti disastri ne hanno sfornati alcuni altri. E gli esempi dell’efficacia della politica della finanza pubblica, nel bene e nel male, non sono mai stati così chiari.
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December 6, 2012, 7:52 am
Simpson-Bowles ExplainedAlex Pareene gets it: Not many people know this but “The Simpson-Bowles Plan” is magic. It is whatever you want it to be. It will fix the deficit and grow the economy and it does it without raising taxes on anyone, unless you want to raise taxes on some people, and then it does that. It cuts all government spending but in a way that doesn’t hurt Medicare or The Troops. If you stand in front of a mirror and say “Simpson-Bowles” three times David Gergen and Gloria Borger appear out of nowhere and praise your wisdom and seriousness. “The Simpson-Bowles Plan” gives you Your Country Back and makes it the ’90s again, or the ’50s, or whatever past decade you wish it was, when things were better. Pareene has especially in mind, I think, David Gergen’s declaration that Obama went too far by demanding $1.6 trillion in revenue, that he should have stayed with Simpson-Bowles — which calls for $2.2 trillion in revenue. Why does S-B have such a hold on Very Serious People? It must be Alan Simpson’s natural dignity.
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6 dicembre 2012Il “Simpson-Bowles” spiegato
Alex Pareene si esprime così: “Sono in pochi a saperlo, ma il “Simpson-Bowles” è magia pura. Esso è qualsiasi cosa voi volete che sia. Riparerà il debito e farà crescere l’economia e lo farà senza aumentare le tasse su nessuno, a meno che non vogliate aumentare le tasse su qualcuno nel qual caso lo farà. Taglierà la spesa pubblica ma in modo tale da non far danni su Medicare o sull’Esercito. Se vi mettete dinanzi ad uno specchio e dite “Simpson-Bowles” tre volte, David Gergen e Gloria Borger [34] verranno fuori dal nulla ed elogeranno la vostra saggezza e serietà. Il “Piano Simpson-Bowles” vi restituirà il Vostro Paese nonché gli anno ’90, o gli anni ’50, o qualsiasi altro decennio nel quale le cose andavano meglio voi vogliate.” Penso che Pareene abbia specialmente in mente la dichiarazione di David Gergen, secondo la quale Obama era andato troppo oltre chiedendo 1.600 miliardi di dollari di entrate [35] – avrebbe dovuto restare ai livelli di Simpson-Bowles, che chiedono 2.200 miliardi di entrate. Perché Simpson e Bowles hanno una tale presa sulle Persone Molto Serie? Penso si tratti della ‘naturale dignità’ di Alan Simpson.
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December 7, 2012, 8:23 am
Why People Are Confused About the Fiscal CliffDean Baker catches the Washington Post running a Q&A under this banner: OK, if there’s one thing the fiscal cliff confrontation isn’t, it’s a “debt crisis”. The problem — a political standoff that may lead to damaging austerity in an economy that’s still depressed and in a liquidity trap — has nothing to do with either debt or deficits; the danger would be exactly the same if America had a balanced budget and low debt. So what’s going on with the subhed [36]? The answer is that the Very Serious People — and there’s nothing as VSP as the WaPo — have spent years crying Deficits! Debt! Danger!, and staff at the Post can’t wrap their minds around the fact that suddenly it’s a too-rapid fall in the deficit that has those very same People terrified. It speaks to the state of confusion that all the deficit fearmongering has created. And if headline writers at a major newspaper can’t get it straight, how can you expect ordinary voters to get it?
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7 dicembre 2012Perchè la gente è confusa sul precipizio fiscale
Dean Baker sorprende il Washington Post a mettere in circolazione il servizio Q&A [37] sotto questo titolo: Dunque, se c’è una cosa che non può essere definito con il precipizio fiscale, è una “crisi da debito”. Il problema – una impasse politica che può portare ad una dannosa austerità in un’economia che è ancora depressa e in trappola di liquidità – non ha niente a che fare sia con il debito che con i deficit; il pericolo sarebbe esattamente lo stesso se l’America avesse un bilancio in pareggio e un debito basso. Dunque, cosa significa quel sottotitolo? La risposta è che le Persone Molto Serie [38] – e non c’è niente con Persone Molto Serie come al Washington Post – hanno speso anni a strepitare “Deficits! Debito! Pericolo!” e quelli del Post non possono capacitarsi del fatto che all’improvviso sia una troppo rapida caduta del deficit quello che davvero terrorizza quella stessa gente. Questo ci dice dello stato di confusione che tutto quell’allarmismo sul deficit ha creato. E se coloro che scrivono i titoli in un giornale importante non se lo ficcano in testa, come si può aspettarsi che lo capiscano i normali elettori?
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December 7, 2012, 8:42 am
Macro Trumps MicroOr, as the late James Tobin used to say, it takes a lot of Harberger triangles to fill an Okun gap. Dean Baker catches David Ignatius suggesting that trade liberalization can provide enough economic boost to offset the effects of austerity. As Dean says, the arithmetic is totally off — almost two orders of magnitude off. The truth is that using any conventional economic model, the costs from current levels of protectionism are very small as a share of GDP. To some extent that reflects the success of decades of trade liberalization: there just isn’t that much protection any more. But it’s a more general observation that even bad microeconomic policies, which lead to substantial distortions in the use of resources, have a hard time doing remotely as much damage as a severe economic slump, which doesn’t misallocate resources — it simply wastes them. Which is the point of that Tobin quote. Right now the U.S. economy is operating something like 6 percent below capacity. You would be hard-pressed to find any microeconomic distortion that comes anywhere close to doing that much damage, or even a tenth that much damage. The one place that might qualify is health care, where we surely do waste several points of GDP. But the problem with health care in America isn’t that we don’t let the free market work, it is that we have a semi-private system in a sector where free markets can’t work. Two more things — and back to Ignatius. First, there’s an especially strong tendency to mythologize the power of free trade. Not that open world markets are a bad thing; they’re definitely a force for good, especially for small, poor countries. But my experience is that the less somebody knows about international trade, the more likely he or she is to imagine that modest moves toward or away from protectionism will have huge effects. Trade economists, who have actually worked with the models, have a much less grandiose view.
Second, even to the extent that trade liberalization would raise the efficiency of the world economy, it is not, repeat not, a route to overall job creation. Yes, everyone would export more; they would also import more. There is no reason at all to assume that the jobs gained from export creation would exceed the jobs lost to import competition. Globalization is not the answer to the Lesser Depression.
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7 dicembre 2012La macro batte la micro
Ovvero, come era solito dire James Tobin [39], ci vogliono un bel po’ di ‘triangoli di Harberger’ per riempire un “differenziale di Okun” [40]. Dean Baker sorprende David Ignatius nel suggerire che la liberalizzazione dei mercati può fornire sufficiente spinta all’economia da bilanciare gli effetti dell’austerità. Come Dean sostiene, siamo completamente fuori dalla aritmetica, per almeno due ordini di grandezze. La verità è che usando ogni modello economico convenzionale, i costi derivanti dai livelli attuali di protezionismo sono veramente piccoli come percentuale del PIL. In qualche misura questo riflette il successo di decenni di liberalizzazione commerciale: non c’è proprio rimasto un grande protezionismo. Ma c’è una osservazione più generale secondo la quale persino cattive politiche microeconomiche, che conducono a distorsioni sostanziali nell’uso delle risorse, faticano a produrre un danno anche remotamente simile ad una grave crisi economica, che non alloca erroneamente risorse, ma semplicemente le spreca. E questa era l’opinione espressa nella citazione di Tobin. In questo momento l’economia statunitense sta operando per qualcosa come un 6 per cento al disotto delle sue potenzialità. Si sarebbe in difficoltà a trovare una qualche distorsione microeconomica che arrivi in qualche modo vicina a produrre un danno di quella dimensione, o persino un decimo di quel danno. L’unico caso che avrebbe tali requisiti sarebbe l’assistenza sanitaria, dove sicuramente sprechiamo vari punti di PIL. Ma il problema con l’assistenza sanitaria in America non è che non lasciamo il mercato libero di operare, è che abbiamo un sistema semiprivatistico in un settore nel quale i libri mercati non funzionano. Due cose ancora, e torniamo ad Ignatius. La prima, c’è un tendenza particolarmente forte a mitizzare il potere del libero commercio. Non che i mercati mondiali aperti siano una cosa cattiva; certamente essi operano nel senso giusto, specialmente per i paesi piccoli e poveri. Ma la mia esperienza è che meno uno sa del commercio internazionale, più è probabile che si immagini che modesti movimenti verso il protezionismo, o fuori da esso, abbiano grandi effetti. Gli economisti del commercio, coloro che hanno effettivamente lavorato con i modelli, hanno punti di vista molto meno grandiosi. La seconda, persino nella misura in cui la liberalizzazione commerciale accresca l’efficienza dell’economia mondiale, essa non è, ripeto non è, una strada per una creazione generalizzata di posti di lavoro. Si, ognuno esporterebbe di più; ma anche importerebbe di più. Non c’è proprio alcuna ragione per ritenere che i posti di lavoro guadagnati con l’esportazione eccederebbero quelli perduti per la competizione dell’importazione.
La globalizzazione non è un risposta alla Depressione Minore.
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December 7, 2012, 5:33 pm
I Hope This Isn’t TrueEzra Klein says that the shape of a fiscal cliff deal is clear: only a 37 percent rate on top incomes, and a rise in the Medicare eligibility age. I’m going to cross my fingers and hope that this is just a case of creeping Broderism, that it’s a VSP fantasy about how we’re going to resolve this in a bipartisan way. Because if Obama really does make this deal, there will be hell to pay. First, raising the Medicare age is terrible policy. It would be terrible policy even if the Affordable Care Act were going to be there in full force for 65 and 66 year olds, because it would cost the public $2 for every dollar in federal funds saved. And in case you haven’t noticed, Republican governors are still fighting the ACA tooth and nail; if they block the Medicaid expansion, as some will, lower-income seniors will just be pitched into the abyss. Second, why on earth would Obama be selling Medicare away to raise top tax rates when he gets a big rate rise on January 1 just by doing nothing? And no, vague promises about closing loopholes won’t do it: a rate rise is the real deal, no questions, and should not be traded away for who knows what. So this looks crazy to me; it looks like a deal that makes no sense either substantively or in terms of the actual bargaining strength of the parties. And if it does happen, the disillusionment on the Democratic side would be huge. All that effort to reelect Obama, and the first thing he does is give away two years of Medicare? How’s that going to play in future attempts to get out the vote? If anyone in the White House is seriously thinking along these lines, please stop it right now.
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7 dicembre 2012Spero che non sia vero
Ezra Klein sostiene che i contorni di un accordo sul precipizio fiscale sono chiari: solo un 37 per cento di aliquota fiscale sui redditi più alti, ed un aumento nell’età di ammissione a Medicare. Incrocio le dita e spero che questo sia solo un caso di Browderismo [41]strisciante, che sia una fantasia delle Persone Molto Serie che si stanno accingendo a risolvere la cosa in un modo bipartizan. Perché se Obama davvero pensasse di fare un accordo del genere, ci sarà da patire. In primo luogo, elevare l’età per Medicare è una politica terribile. Sarebbe una politica terribile anche se la legge di riforma della assistenza sanitaria diventasse pienamente disponibile per il sessantacinquenni ed i sessantaseienni, perché costerebbe per la generalità dei cittadini 2 dollari per ogni dollaro di finanziamenti federali risparmiati. E, nel caso che non l’abbiate notato, i Governatori repubblicani stanno ancora contrastando la legge di riforma con le unghie e i denti; se essi bloccano l’espansione di Medicaid come alcuni vorrebbero, gli anziani con i redditi più bassi verrebbero proprio spinti nell’abisso. In secondo luogo, perché Obama dovrebbe svendere Medicare per accrescere le aliquote fiscali quando avrà a gennaio un grande aumento dell’aliquota senza far niente? E, quanto alle vaghe promesse sulla interruzione delle elusioni fiscali, esse non produrranno quell’effetto; un aumento dell’aliquota è il vero accordo, non ci sono dubbi, e non dovrebbe essere scambiato con chissà che cosa. Dunque, a me sembra pazzesco: mi sembra una intesa che non ha senso né nella sostanza, né nei termini della effettiva forza contrattuale delle parti. E se accadesse, la delusione sul versante dei democratici sarebbe grande. Tutto quell’impegno per rieleggere Obama e la prima cosa che fa è togliere di mezzo due anni di Medicare? Che effetto farà in futuro, quando si cercherà di prender voti? Se qualcuno alla Casa Bianca sta seriamente pensando a ipotesi del genere, per piacere si fermi subito.
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December 8, 2012, 8:37 am
Rise of the RobotsCatherine Rampell and Nick Wingfield write about the growing evidence for “reshoring” of manufacturing to the United States. They cite several reasons: rising wages in Asia; lower energy costs here; higher transportation costs. In a followup piece, however, Rampell cites another factor: robots. The most valuable part of each computer, a motherboard loaded with microprocessors and memory, is already largely made with robots, according to my colleague Quentin Hardy. People do things like fitting in batteries and snapping on screens. As more robots are built, largely by other robots, “assembly can be done here as well as anywhere else,” said Rob Enderle, an analyst based in San Jose, Calif., who has been following the computer electronics industry for a quarter-century. “That will replace most of the workers, though you will need a few people to manage the robots.” Robots mean that labor costs don’t matter much, so you might as well locate in advanced countries with large markets and good infrastructure (which may soon not include us, but that’s another issue). On the other hand, it’s not good news for workers! This is an old concern in economics; it’s “capital-biased technological change”, which tends to shift the distribution of income away from workers to the owners of capital. Twenty years ago, when I was writing about globalization and inequality, capital bias didn’t look like a big issue; the major changes in income distribution had been among workers (when you include hedge fund managers and CEOs among the workers), rather than between labor and capital. So the academic literature focused almost exclusively on “skill bias”, supposedly explaining the rising college premium. But the college premium hasn’t risen for a while. What has happened, on the other hand, is a notable shift in income away from labor: If this is the wave of the future, it makes nonsense of just about all the conventional wisdom on reducing inequality. Better education won’t do much to reduce inequality if the big rewards simply go to those with the most assets. Creating an “opportunity society”, or whatever it is the likes of Paul Ryan etc. are selling this week, won’t do much if the most important asset you can have in life is, well, lots of assets inherited from your parents. And so on. I think our eyes have been averted from the capital/labor dimension of inequality, for several reasons. It didn’t seem crucial back in the 1990s, and not enough people (me included!) have looked up to notice that things have changed. It has echoes of old-fashioned Marxism — which shouldn’t be a reason to ignore facts, but too often is. And it has really uncomfortable implications. But I think we’d better start paying attention to those implications.
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8 dicembre 2012La crescita dei robot
Catherine Rampell e Nick Wingfiel scrivono sulla crescente evidenza del fenomeno del “rimpatrio” di attività manifatturiere negli Stati Uniti. Citano varie ragioni: i crescenti salari in Asia; i costi più bassi dell’energia da noi; i costi di trasporto accresciuti. In un articolo successivo, tuttavia, Rampell indica un altro fattore: i robot. La parte di maggior valore di ogni computer, una scheda madre piena di microprocessori e la memoria, secondo il mio collega Quentin Hardy, è già ampiamente realizzata da robot. Le persone fanno cose come installare le batterie ed applicare con uno scatto gli schermi. Dal momento che più robot sono costruiti in gran parte da altri robot, “l’assemblaggio può essere fatto qua come in qualsiasi altro posto”, ha detto Rob Enderle, un analista che vive a San Jose, in California, e che ha seguito l’industria elettronica del computer per l’ultimo quarto di secolo. “Questo porterà alla sostituzione della maggior parte dei lavoratori, sebbene ci sarà bisogno di un po’ di persone per far funzionare i robot”. I robot significano che i costi del lavoro non hanno molta importanza, cosicché ci si può anche stabilire nei paesi più avanzati con ampi mercati e buone infrastrutture (la qualcosa potrebbe presto non riguardarci [42], ma questa è un’altra faccenda). D’altra parte, non sono buone notizie per i lavoratori. Si tratta di una vecchia preoccupazione dell’economia; è il “cambiamento tecnologico a favore del capitale [43]”, che tende a spostare la distribuzione del reddito dai lavoratori ai possessori di capitali. Venti anno orsono, quando scrivevo sulla globalizzazione e sull’ineguaglianza, la propensione a favorire il capitale non sembrava un grande problema; i cambiamenti più importanti nella distribuzione dei redditi avvenivano tra i lavoratori (se si includono i manager degli hedge fund e gli amministratori delegati tra i dipendenti), piuttosto che tra lavoro e capitale. Dunque, la letteratura accademica si concentrava quasi esclusivamente sulla “propensione verso le competenze”, che si supponeva spiegasse il crescente vantaggio della formazione universitaria. Ma quel vantaggio è da un po’ che non cresce. D’altra parte, quello che è accaduto è stato un notevole spostamento del reddito a svantaggio del lavoro [44]: Se questo è l’indirizzo del futuro, esso rende privo di senso quasi tutto il convenzionale senso comune sulla riduzione delle ineguaglianze. Una migliore istruzione non ridurrà di molto l’ineguaglianza se i premi più grandi vanno semplicemente a coloro che dispongono di gran parte delle proprietà. Creare una “società delle opportunità”, o di qualsiasi cosa analoga tra quelle che Paul Ryan ha messo in circolazione questa settimana, non provocherà effetti se il più importante asset che si possiede nella vita sono, vivaddio, le proprietà che vengono ereditate dai propri genitori. Penso che i nostri occhi siano stati distratti per varie ragioni dalla dimensione della ineguaglianza tra capitale e lavoro. Non pareva cruciale nei passati anni ’90, e non abbastanza persone (incluso il sottoscritto!) hanno alzato lo sguardo per considerare cosa stava cambiando. Ciò pare riecheggiare un marxismo passato di moda – la qualcosa non dovrebbe essere una ragione per ignorare i fatti, anche se troppo spesso è così. Ed ha implicazioni davvero spiacevoli. Ma penso che dovremmo cominciare a prestare una migliore attenzione a tali implicazioni.
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December 8, 2012, 2:54 pm
Heritage, Chicago, and the Fiscal CliffMenzie Chinn has some fun pointing out that if the doctrine Heritage was pushing to oppose fiscal stimulus were true — namely, that government borrowing always crowds out an equal amount of private spending — then the fiscal cliff could not be a problem. Hey, the government is going to borrow less, which will automatically and necessarily lead to an equal rise in private borrowing, so total demand can’t be affected, right?
It is, of course, an absurd proposition; when Heritage propounded this doctrine, it was also retrogressing intellectually by at least 80 years. But what Menzie doesn’t mention is that the very same doctrine was propounded by distinguished economists at the University of Chicago — John Cochrane and Gene Fama made exactly the same argument that Brian Riedl was making at Heritage, while Robert Lucas fell into a somewhat different but equally misleading fallacy. So if you think the fiscal cliff matters, you also, whether you know it or not, believe that a whole school of macroeconomics responded to the greatest economic crisis since the Great Depression with ludicrous conceptual errors, of a kind nobody has had a right to make since 1936 at the latest. And I see no sign at all of a rethink, of an admission that perhaps the macroeconomic situation has developed not necessarily to the Chicago School’s advantage.
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8 dicembre 2012Fondazione Heritage, Chicago ed il precipizio fiscale
Menzie Chinn si diverte a mettere in evidenza che se la dottrina che la Fondazione Heritage aveva avanzato per opporsi allo stimolo della finanza pubblica fosse stata vera – ovvero che in particolare l’indebitamente pubblico ha sempre l’effetto di spiazzare un eguale quantità di spesa privata – allora in precipizio fiscale non sarebbe un problema. Ehi, il governo è in procinto di ridurre l’indebitamento, il che automaticamente e di necessità porterà ad un crescita eguale dell’indebitamento privato, dunque la domanda totale non ne sarà influenzata, giusto? E’, naturalmente, un concetto assurdo: quando l’Heritage propose questa dottrina, era come se regredisse intellettualmente di almeno 80 anni. Ma quello che Menzie non ricorda è che una dottrina del tutto simile fu proposta da eminenti economisti della Università di Chicago – John Cochrane e Gene Fama avanzarono esattamente lo stesso argomento di quello di Brian Riedl all’Heritage, mentre Robert Lucas cadde in un abbaglio un po’ diverso ma egualmente ingannevole. Così, se si pensa che il precipizio fiscale sia importante, che lo si sappia o meno, si crede anche che una intera scuola di macroeconomia rispose alla più grande crisi economica dopo la Grande Depressione con errori concettuali risibili, di un genere che nessuno ragione di fare al più tardi dal 1936. E non vedo affatto alcun tipo di ripensamento, nessun riconoscimento che forse la situazione macroeconomica non si è sviluppata per niente nel senso della Scuola di Chicago.
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December 9, 2012, 3:02 pm
Technology or Monopoly Power?More on robots and all that: first, here’s the chart from the BLS (pdf), which focused on nonfarm business: Dean Baker warns me that the trend is a bit slower if you look at net output, because depreciation is a rising share of the total. Still, something major is happening. Nick Rowe makes a good point, however, which is not so much a critique of the robot story as a general puzzle. Income has been shifting to capital, which would seem to increase the return to investment; but real interest rates are low by historical standards, and were low even before the financial crisis, suggesting that maybe the return to investment is if anything low. You might be able to make some headway here by stressing the different between safe assets and risky investments, but it is a puzzle. Rowe suggests that a third factor, land, may be soaking up the excess returns and being misclassified as part of capital income. Logically, this could be true; I have doubts about whether it can be a major factor empirically, although obviously the thing to do is check it out But there’s another possible resolution: monopoly power. Barry Lynn and Philip Longman have argued that we’re seeing a rapid rise in market concentration and market power. The thing about market power is that it could simultaneously raise the average rents to capital and reduce the return on investment as perceived by corporations, which would now take into account the negative effects of capacity growth on their markups. So a rising-monopoly-power story would be one way to resolve the seeming paradox of rapidly rising profits and low real interest rates. As they say, this calls for more research; but the starting point is to realize that there’s something happening here, what it is ain’t exactly clear, but it’s potentially really important.
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9 dicembre 2012Tecnologia o potere monopolistico?
Ancora sui robot e su tutto il resto: anzitutto ecco il grafico dello studio del Bureau of Labor Statistics (disponibile in pdf), che si concentra sulle imprese non agricole [45]: Dean Baker mi mette in guardia sul fatto che la tendenza è un po’ più lenta se si guarda alla produzione netta, perché la svalutazione costituisce una quota crescente del totale. Tuttavia, sta accadendo qualcosa di importante. Nick Rowe avanza un buon argomento, tuttavia, che non è tanto una critica alla storia dei robot quanto un grande enigma. Il reddito si è spostato verso il capitale, il che sembrerebbe rafforzare il ritorno all’investimento; ma i tassi di interesse reali sono bassi per le serie storiche, ed erano bassi anche prima della crisi finanziaria, indicando che forse il ritorno all’investimento è piuttosto basso. Si potrebbe fare qualche passo avanti in questo caso interrogando la differenza tra assets sicuri ed investimenti rischiosi, ma è molto difficile. Rowe suggerisce che un terzo fattore, la terra, forse sta assorbendo i rendimenti in eccesso, venendo erroneamente classificata come parte dei redditi da capitale. In termini logici, questo potrebbe essere vero; ha qualche dubbio che esso possa essere un fattore importante in pratica, sebbene ovviamente la cosa da fare è verificarlo. Ma c’è un’altra soluzione possibile: il potere monopolistico. Barry Lynn e Philip Longman hanno sostenuto che staremmo assistendo ad una rapida crescita della concentrazione e del potere sul mercato. La tesi sul potere nel mercato è che esso potrebbe simultaneamente alzare i profitti medi del capitale e ridurre il rendimento sull’investimento nella percezione delle grandi imprese, che metterebbero nel conto dei loro aumenti dei prezzi gli effetti negativi della crescita della produttività. Cosicché un crescente potere monopolistico sarebbe un modo per risolvere l’apparente paradosso di profitti rapidamente crescenti e di tassi di interessi reali bassi. Come dicono i due autori, questo richiede ricerche ulteriori; ma il punto di partenza è comprendere che qua sta accadendo qualcosa, di cosa si tratti non è perfettamente chiaro, ma è potenzialmente davvero importante.
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December 10, 2012, 2:06 pm
Technology and Wages, the Analytics (Wonkish)Obviously I’m getting a lot of reaction to my stuff on robots and all that. (My copy editor, last night: “Thank God, it’s not about the fiscal cliff!”) My sense is, however, that a lot of the reaction, both positive and negative, involves misunderstanding the economic logic, with some readers believing that technological progress can never hurt workers, others believing that rapid productivity growth always hurts workers; neither is true. So here’s an attempt to explain what’s going on in the theory; cognoscenti will recognize it as nothing more than an exposition of J.R, Hicks’s analysis of the whole thing in his 1932 Theory of Wages (pdf). Start with the notion of an aggregate production function, which relates economy-wide output to economy-wide inputs of capital and labor. Yes, that sort of aggregation does violence to the complexity of reality. So? Furthermore, for current purposes, hold the quantity of capital fixed and show how output varies with the quantity of labor. We expect the relationship to look like the lower curve in this figure (we’ll get to the upper curves in a minute): Now, in a perfectly competitive economy (don’t worry, we’ll talk about what happens if not in a minute), we would expect the labor force to achieve full employment by accepting whatever real wage is consistent with said full employment. And what is that real wage? It’s the marginal product of labor at that point — which, graphically, is the slope of the aggregate production function where it crosses the vertical blue line.
Now suppose that we have technological progress. This manifests itself — indeed, in this context is basically defined as — an upward shift in the production function. I’ve shown two alternative curves, to make a point. Technology A and technology B are drawn so as to yield exactly the same level of output at full employment — which also says that both would lead to exactly the same rise in measured labor productivity. But they don’t have the same effect on real wages! Technology A is just a proportional upward shift in the original production function — which is “Hicks-neutral” technological change. As a result, the slope of the function where it crosses the blue line rises by that same proportion: real wages rise by the same amount as productivity. But technology B is different — the gains are bigger at lower levels of employment, which is to say higher ratios of capital to labor (because the amount of capital is held fixed for this exercise). As a result, it is much flatter where it crosses the full employment line — which says that it would lead to much lower real wages than technology B. In fact, as I’ve drawn it, it leads to lower real wages than under the original technology. What we’ve just seen, then, is that the effect of technological progress on wages depends on the bias of the progress; if it’s capital-biased, workers won’t share fully in productivity gains, and if it’s strongly enough capital-biased, they can actually be made worse off. So it’s wrong to assume, as many people on the right seem to, that gains from technology always trickle down to workers; not necessarily. It’s also wrong to assume, as some (but not all) on the left sometimes seem to — e.g., William Greider — that rapid productivity growth is necessarily jobs- or wage-destroying. It all depends. What’s happening right now is that we are seeing a significant shift of income away from labor at the same time that we’re seeing new technologies that look, on a cursory overview, as if they’re capital-biased. So we could be looking at my technology B story above. There are, however, other possibilities — including the possibility that the fact that we don’t actually have perfect competition is playing a big role here. So that’s the story so far. And it’s important stuff.
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10 dicembre 2012La tecnologia e i salari, l’Analitica (per esperti)
Ovviamente, sto ricevendo tante reazioni al mio articolo sui robot e su tutto il resto (la reazione del mio revisore dei testi, l’altra notte: “Grazie a Dio, non ha a che fare con il ‘precipizio fiscale’”!). La mia sensazione, tuttavia, è che molte di queste reazioni, sia positive che negative, consistano in incomprensioni della logica economica, con qualche lettore che ritiene che il progresso tecnologico non possa mai danneggiare i lavoratori ed altri che credono che la rapida crescita della produttività danneggi sempre i lavoratori; e sono ambedue posizioni non vere. Ecco dunque un tentativo di spiegare cosa dice la teoria a proposito; gli esperti riconosceranno che non è niente di più che una esposizione dell’analisi sull’intero tema di J. R. Hicks nel suo “Teoria dei salari” del 1932. Si comincia con il concetto di una funzione aggregata della produzione, che mette in relazione la produzione totale di una economia con gli apporti all’economia complessiva di capitale e lavoro. E’ vero, questa specie di aggregato fa violenza alla complessità del reale. E allora? Inoltre, per gli scopi presenti, si considera fissa la quantità di capitale e si mostra come il prodotto cambia con la quantità di lavoro. Ci si aspetta di constatare una relazione quale quella della curva in basso di questo diagramma (veniamo in un attimo alle curve superiori): Ora, in un’economia perfettamente competitiva (non vi preoccupate, veniamo tra un attimo a parlare di quello che accade quando non è così) ci aspetteremmo che la forza lavoro consegua una piena occupazione accettando qualsiasi salario reale sia compatibile con detta piena occupazione. E quale è quel salario reale? E’ il prodotto marginale del lavoro al punto in cui, nel diagramma, si trova la curva della funzione aggregata di produzione all’incrocio con la linea blu verticale. Ora supponiamo di avere un progresso tecnologico. Questo si manifesta in uno spostamento verso l’alto della funzione della produzione – di fatto, in questo contesto è fondamentalmente definito in questo modo. Ho mostrato due curve alternative, per fare un esempio. La tecnologia A e la Tecnologia B sono disegnate in modo da produrre esattamente lo stesso livello di produzione in condizioni di piena occupazione – la qualcosa ci dice anche che dovrebbero entrambe portare alla stessa crescita di produttività del lavoro espressa in termini oggettivi. Ma esse non hanno lo stesso effetto sui salari reali! La tecnologia A è semplicemente uno spostamento verso l’alto della funzione di produzione originaria – e quello è il mutamento tecnologico “neutrale” secondo Hicks. Come risultato, l’inclinazione della funzione quando essa incrocia la linea blu cresce della stessa proporzione: i salari reali crescono dello stesso ammontare della produttività. Ma il caso della Tecnologia B è diverso – i vantaggi sono più elevati al livello più basso di occupazione, che è come dire rapporti più alti del capitale sul lavoro (perché in questa esemplificazione la quantità di capitale è considerata fissa). Come risultato, essa è molto più piatta al momento in cui incrocia la linea della piena occupazione – il che ci dice che essa porterebbe a salari reali più bassi che non la Tecnologia A [46]. Di fatto, per come la abbiamo disegnata, essa porta a salari reali più bassi di quelli della tecnologia originaria [47]. Quello che abbiamo visto, dunque, è che l’effetto del progresso tecnologico sui salari dipende dalla curva del progresso; se è un progresso che si orienta verso il capitale, i lavoratori non parteciperanno pienamente ai guadagni di produttività, e se esso è piuttosto nettamente orientato verso il capitale, essi possono effettivamente avere un peggioramento. Dunque è sbagliato considerare, come molta gente della destra sembra fare, che i vantaggi della tecnologia ricadano sempre sui lavoratori; non è così necessariamente. E’ anche sbagliato considerare, come alcuni (ma non tutti) sembrano talvolta pensare a sinistra – ad esempio William Greider – che la rapida crescita della produttività sia necessariamente distruttiva di posti di lavoro o di salari. E’ tutto relativo. Quello che in questo momento sta accadendo è che assistiamo ad uno spostamento significativo del reddito dal lavoro e che assistiamo a tecnologie che sembrano, ad una prima visione d’assieme, orientate verso il capitale. Dovremmo dunque essere in presenza di una vicenda corrispondente alla mia Tecnologia B nel diagramma. Ci sono, tuttavia, altre possibilità – inclusa la possibilità che la circostanza che non si abbia in effetti una competizione perfetta giochi in questo caso un ruolo importante. Questa è dunque la storia, sino ad oggi. E si tratta di cose importanti.
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| December 11, 2012, 9:11 amHuman Versus Physical Capital
One more entry in the robots and all that discussion, just to stress how much recent trends require a new storyline. Our discourse on inequality has been dominated for decades by issues of education and talent — and for what were good reasons at the time. There was a big increase in the college premium in the 1980s and to some extent in the 1990s — but since then, not so much. From EPI: Meanwhile, the people at BLS have sent me an update of their labor share calculations:
So the story has totally shifted; if you want to understand what’s happening to income distribution in the 21st century economy, you need to stop talking so much about skills, and start talking much more about profits and who owns the capital. Mea culpa: I myself didn’t grasp this until recently. But it’s really crucial.
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11 dicembre 2012Capitale umano contro capitale fisico
Ancora una nota sui robot e si tutto quel dibattito, solo per mettere in evidenza quanto le recenti tendenze richiedano nuove spiegazioni. Il nostro dibattito sull’ineguaglianza è stato dominato da decenni dai temi dell’istruzione e del talento – e a quel tempo c’erano ottime ragioni. Ci fu una grande crescita del riconoscimento all’istruzione universitaria negli anni ’80 e in qualche misura negli anni ’90 – ma da allora, non altrettanto. Dall’ Economic Policy Institute: Nel frattempo, persone al Bureau Labor Statistics mi hanno spedito una correzione dei loro calcoli sull’incidenza del lavoro (nel settore delle imprese non agricole): In questo modo la storia è del tutto cambiata: se si vuole capire cosa è accaduto alla distribuzione del reddito nella economia del 21° secolo, si deve smetterla di parlare tanto di competenze, e cominciare a parlare molto di più di profitti e di chi detiene i capitali. Mea culpa: io stesso non l’avevo afferrato sino ai tempi recenti. Ma è davvero fondamentale.
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December 11, 2012, 9:23 am
Bleeding EuropeEurope has surprised me with its political resilience — the willingness of debtor nations to endure seemingly endless pain, the ability of the ECB to do just enough, at the very last minute, to calm markets when the financial situation seems ready to explode. But the economics of austerity have played out exactly according to script — the Keynesian script, that is, not the austerian script. Again and again, “responsible” technocrats induce their nations to accept the bitter austerity medicine; again and again, they fail to deliver results. The latest case in point is Italy, where Mario Monti — a good guy, deeply sincere — is leaving early, ultimately because his policies are delivering Italy into depression. (And yes, for the record, this means that Italy won’t get the full Monti.) So what’s the answer? Stay the course, say the Eurocrats. It will work any day now — the confidence fairy is coming! Kevin O’Rourke has it right: Europe has become the continent where good times are always just around the corner. It really is like medieval medicine, where you bled patients to treat their ailments, and when the bleeding made them sicker, you bled them even more.
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11 dicembre 2012Europa sanguinante
L’Europa mi ha sorpreso per la sua flessibilità politica – la volontà delle nazioni debitrici di resistere ad una sofferenza in apparenza senza fine, la capacità della BCE di fare appena l’indispensabile per calmare i mercati quando la situazione sembra stia per scoppiare, all’ultimissimo minuto. Ma l’economia dell’austerità ha avuto gli effetti esattamente previsti dal copione – il copione keynesiano, non quello austriaco [48]. Sempre di più che i tecnocrati “responsabili” inducono i loro paesi ad accettare la medicina amara dell’austerità; sempre di più non ottengono i risultati previsti. L’ultimissimo caso in materia è l’Italia, dove Mario Monti – una brava persona, profondamente sincera – ultimamente sta uscendo di scena perché le sue politiche hanno spedito l’Italia nella depressione (e si, per la cronaca, questo significa che l’Italia non farà sua per intero la ricetta di Monti). Qual è dunque la risposta? Manteniamo la rotta, dicono gli eurocrati. Prima o poi funzionerà – la ‘fata turchina della fiducia’ [49] è in arrivo. Kevin O’Rourke ha ragione: l’Europa è diventata il continente nel quale le buone stagioni sono sempre dietro l’angolo. Davvero è come la medicina medioevale, dove si dissanguano i pazienti per curare i loro malanni, e quando il prelievo di sangue li rende più indisposti, gli si toglie ancora più sangue.
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December 11, 2012, 3:33 pm
Delusions of WisdomBoth Jonathan Chait and Charles Pierce have a field day with a Politico piece titled, without a hint of irony, Crafting a boom economy. In said piece they talk to various Very Serious People, and divine the insider consensus on What Must Be Done — which mainly seems to involve, naturally, cutting Social Security and Medicare while reducing corporate tax rates. What I find remarkable about this piece is that after everything that has happened these past five years or so, Jim VandeHei and Mike Allen still take it for granted that these people actually know what they’re talking about; the whole premise of the article is that the insiders really do have the key, not just to good policy, but to achieving a dramatic rise in the growth rate. Now, they don’t tell us everyone they talked to; but I think we can safely assume that, with few exceptions, the insiders in question:
– Believed that financial deregulation was a great idea, because bankers had really learned to manage risk And on and on.
There are some remarkable economic assertions in here. That great economist Jeb Bush — yes, Jeb Bush — is quoted as declaring that ending structural deficits would boost the growth rate hugely; this would come as news to any economist I know. And, um, aren’t our structural deficits largely the result of his brother’s policies? Or take the blithe assertion that trade liberalization and tax reform would do wonders for growth. Again, the answers from people who have actually tried to address these issues seriously and put numbers to them are no and no. The whole theme of the Politico piece is that great things would happen if only the insiders could override all this messy democracy stuff. But the real lesson is that those insiders are not only self-dealing, but profoundly ignorant and wrong-headed. It’s too bad that so many journalists still can’t see that.
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11 dicembre 2012Manie di saggezza
Sia Jonathan Chait che Charles Pierce hanno una giornata campale con un servizio di Politico intitolato, senza traccia di ironia, Costruire un boom economico. In detto articolo essi parlano con varie Persone Molto Serie, e scoprono Cosa Si Deve Fare [50] – il che principalmente sembra riguardi, come è naturale, i tagli alla Previdenza Sociale ed a Medicare e la contestuale riduzione delle aliquote fiscali alle imprese. Quello che trovo notevole in questo pezzo è che dopo tutte le cose che sono successe in questi cinque anni passati o giù di lì, Jim VandeHei e Mike Allen danno per certo che queste persone sappiano quello di cui stanno parlando; l’intera premessa all’articolo è che gli addetti ai lavori hanno effettivamente la chiave, non solo per una buona politica, ma per ottenere un incremento spettacolare nel tasso di crescita. Ora, essi non ci dicono i nomi di tutti coloro con i quali hanno parlato; ma penso che si possa considerare con sicurezza, con poche eccezioni, che gli addetti ai lavori in questione: – Credevano che la deregolazione finanziaria fosse una buona idea, perché i banchieri avevano effettivamente imparato a trattare i rischi; – Non credevano che ci fosse una bolla immobiliare; – Ripetevano in continuazione che i deficit di bilancio, anche in una economia depressa, un giorno all’altro avrebbero spedito alle stelle i tassi di interesse; – Ripetevano che le misure di austerità avrebbero promosso la ripresa, non l’avrebbero danneggiata, a causa della ‘fata turchina della fiducia’. E così via di seguito. In questo ci sono alcuni rilevanti concetti economici. Il grande economista Jeb Bush – proprio così, Jeb Bush [51] – viene citato nel mentre dichiara che la fine dei deficit strutturali incoraggerebbe fortemente il tasso di crescita; la qualcosa penso giungerà come una novità ad ogni economista. E, già che ci siamo, non sono i deficit strutturali in gran parte i risultati delle politiche di suo fratello? Oppure si prenda la spensierata affermazione secondo la quale la liberalizzazione del commercio e la riforma fiscale farebbero miracoli per la crescita. Di nuovo, le risposte da parte di persone che hanno provato ad affrontare seriamente questi temi e a metterli in numeri sono sempre state negative. L’intero tema sviluppato nel pezzo di Politico è che accadrebbero grandi cose se gli addetti ai lavori potessero soltanto ignorare tutta questa roba incasinata della democrazia. Ma la vera lezione è che quegli addetti ai lavori non sono soltanto individui che rispondono solo a se stessi, ma anche profondamente ignoranti e tenaci nell’errore. E’ proprio negativo che tanti giornalisti ancora non se ne siano accorti.
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| December 15, 2012, 8:32 amInaction is the Greatest Risk (Wonkish)
Brad DeLong is exasperated with people who insist that the Fed’s modest moves toward more support for the economy are “risky”, but can’t explain why in any intelligible fashion. I agree. I also agree with Brad that the starting point for any discussion has to be that right now matters monetary are very out of whack, so that it’s just bizarre to angst about how the Fed might “distort” markets that are already hugely distorted. But my first take on the nature of that distortion is a lot simpler than Brad’s. The key point is that we are in a liquidity trap — a situation in which even reducing policy interest rates to their lowest possible level isn’t enough to restore full employment. In terms of IS-LM analysis, the situation looks like this:
Another way to look at the same thing is to draw the savings and investment schedules that would prevail if the economy were at full employment, which look like this: The point is that the “natural” interest rate, the rate that would match savings and investment at full employment, is negative. And we can’t get there, because of the zero lower bound (which in turn reflects the fact that rather than accept negative rates, people can always just hold cash. Yes, there are slight exceptions, but they’re trivial from a macro point of view). Now, you can talk about what has caused this situation; debt overhang and forced deleveraging is a prominent candidate. In any case, however, it exists. And the Fed’s duty is to try to correct the distortions this situation creates, above all the distortion of mass unemployment. It can do this by trying to raise expected inflation, so that the real interest rate falls even though the nominal rate can’t; it can try to correct it by buying risky assets, and thereby raising the natural rate.
Whatever it does, however, should be seen as an attempt to rectify a huge existing market failure, not as somehow distorting a well-functioning market. And the riskiest thing it could do is nothing, allowing the unemployment crisis to fester.
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15 dicembre 2012L’inazione è il rischio più grande (per esperti)
Brad DeLong è esasperato con le persone che insistono sul fatto che i modesti movimenti in avanti della Fed per un maggiore sostegno dell’economia sono “rischiosi”, ma non riescono a spiegarlo in modo intellegibile. Sono d’accordo. Sono anche d’accordo con Brad che il punto di partenza di ogni discussione debba essere quello secondo il quale in questo momento è importante che gli aspetti monetari siano fuori di ogni equilibrio, cosicché è semplicemente bizzarro angustiarsi su come la Fed potrebbe “distorcere” mercati che sono già ampiamente distorti. Ma la mia opinione originaria sulla natura di questa distorsione è molto più semplice di quella di Brad. Il punto chiave è che siamo in una situazione di ‘trappola di liquidità’ – una situazione nella quale anche una politica che riduca i tassi di interesse ai loro più bassi livelli possibili non sarebbe sufficiente a ripristinare la piena occupazione. Nei termini della analisi del modello IS – LM [52], la situazione appare come la seguente: Un altro modo di guardare alla stessa cosa è disegnare i piani di investimenti e di risparmi che si avrebbero se l’economia fosse in piena occupazione, in questa forma: Il punto è che il tasso di interesse “naturale”, il tasso con il quale risparmi, investimenti ed occupazione starebbero in equilibrio, è negativo. E non possiamo arrivare a quel punto, a causa del limite inferiore dello zero (che a sua volta riflette il fatto che la gente, piuttosto che accettare tassi di interesse negativi, può sempre tenersi semplicemente il contate. Ci sono, è vero, piccole eccezioni, ma sono insignificanti da un punto di vista macroeconomico). Ora, si può discutere di cosa abbia provocato questa situazione; la sovraesposizione debitoria e la riduzione obbligata del rapporto di indebitamento sono il principale indiziato. In ogni caso, tuttavia, è un fatto. E il dovere della Fed è cercar di correggere le distorsioni che questa situazione crea, soprattutto la distorsione della disoccupazione di massa. Essa può farlo cercando di aumentare l’attesa di inflazione, in modo tale che il tasso di interesse reale scenda anche se quello nominale non può scendere; essa può cercar di correggerla acquistando assets rischiosi, e di conseguenza innalzando il tasso di interesse naturale. Qualsiasi cosa faccia, tuttavia, dovrebbe essere considerata come un tentativo di rettificare un vasto fallimento del mercato esistente e non, in qualche modo, come una distorsione di un mercato ben funzionante. E la cosa più rischiosa sarebbe far niente, consentendo alla crisi della disoccupazione di deteriorarsi.
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| December 16, 2012, 8:06 amThe Dismal State of the Dismal Science
Menzie Chinn is having a dialogue, or something, with the Heritage Foundation. He pointed out that their arguments against stimulus, aside from being primitive and wrong, would also imply that the fiscal cliff is harmless. They respond in part by claiming that all they’re worried about is the incentive effects — yeah, right — and also by claiming that famous economists made the same arguments. The latter claim, unfortunately, is completely true. But it doesn’t absolve Heritage; all it shows is that much of macroeconomics, especially but not only at Chicago, has retrogressed intellectually, to such an extent that famous economists repeat 1930-vintage fallacies in perfect ignorance of the hard intellectual work that showed, three generations ago, that they are indeed fallacies. By the way, Heritage — after totally misrepresenting Keynesian economics (Keynesians never think about investment? Really?) — asks, When the government borrows a trillion dollars on global financial markets for a stimulus package, does Chinn believe that zero dollars of that is diverted from investment? I don’t know for sure what Menzie’s answer would be, but mine is, no, I don’t believe that zero dollars are diverted; under current conditions, negative dollars are diverted. That is, stimulus spending would lead to more, not less, private investment. Why? Because we are in a liquidity trap — interest rates won’t rise — and higher sales would induce businesses to invest more, not less. Oh, and if you go back to what Heritage analysts were writing back in 2009, they were predicting that government borrowing would lead to soaring interest rates. How’s that going, guys? Meanwhile, Brad DeLong points out that Heritage has company, not just in its intellectual degradation, but in its duplicity: Four years ago there were quite a number of economists of reputation and thought to be of note who stridently and aggressively argued that the increases in federal spending in the Recovery Act would not boost employment and production … If extra federal spending and reduced tax collections in the Recovery Act could not boost production and employment, the reduced federal spending and increased tax collections from going over the fiscal cliff cannot reduce production and employment and does not risk sending the American economy into renewed recession. Yet not a one–not a single one–of the economists who were so strident in their condemnations of the ineffectiveness of the Recovery Act is out there now saying that the fiscal cliff is not of concern. None of them. Zero. Nada. Shunya. Sifr. Which prompts Cosma Shalizi to write in comments, … our gracious host would really _like_ to be just a little bit to the left of a technocratic center, and to debate those just a little bit to his right about optimal policies within a shared objective function, and pretending that it is a technical and not a political discussion. But because [stuff I can’t put in the Grey Lady] and because everyone at all on the right has spent forty years (at least) doing their damndest to _make sure_ [more stuff], even the smallest gesture in that direction is not so much reconciliation as collaboration. And so our host has sads. (So, for that matter, did Uncle Paul, before he learned to relish their hatred.) The realization that this applies to economists — that much of the discipline is not a branch of science or even of dialectic, but merely of rhetoric (and not in an inspirational, D. McCloskey way either) — cannot come too soon. I wish I had an easy refutation.
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16 dicembre 2012La triste condizione della ‘scienza triste’
Menzie Chinn ha in corso un dialogo, o qualcosa del genere, con la Fondazione Heritage. Egli ha messo in evidenza che i loro argomenti contro lo stimolo, oltre ad essere primitivi e sbagliati, implicherebbero anche che il ‘precipizio fiscale’ non sarebbe dannoso. Essi rispondono in parte sostenendo che tutto quello di cui si preoccupano sono gli effetti di incentivo – beh, giusto! – ed anche sostenendo che famosi economisti hanno utilizzato gli stessi argomenti. Sfortunatamente, l’ultimo argomento è del tutto vero. Ma esso non assolve Heritage; tutto quello che dimostra è che gran parte della macroeconomia, in particolare a Chicago ma non soltanto, è regredita intellettualmente in tale misura che famosi economisti ripetono gli errori d’annata degli anni ’30, nella più completa ignoranza del duro lavoro intellettuale che dimostrò, tre generazioni orsono, che si trattava in effetti di errori. Per inciso, Heritage – dopo aver completamente deformato il pensiero economico keynesiano (i keynesiani non pensano mai agli investimenti? Quando mai?) – chiede: “Quando il Governo prende in prestito un migliaio di miliardi di dollari dai mercati finanziari per un pacchetto di misure di sostegno, crede Chinn che nessuno di quei dollari venga distratto dagli investimenti?” Non sono certo di quale sarebbe stata la risposta di Menzie, ma la mia è: no, non credo che nessun dollaro sia distratto; nelle condizioni attuali i dollari sono distratti in negativo. Vale a dire che il sostegno della spesa pubblica porterebbe ad un maggiore, non ad un minore, investimento privato. Perché? Perché siamo in una trappola di liquidità – i tassi di interesse non saliranno – e vendite maggiori indurrebbero le imprese ad investire di più, non di meno. Oh, e se si torna indietro a cosa dicevano gli analisti dell’Heritage nel 2009, essi predicevano che l’indebitamente del Governo avrebbe portato i tassi di interesse alle stelle. Come sta andando quella cosa, signori? Nel frattempo, Brad DeLong sottolinea che l’Heritage è un buona compagnia, non solo nel suo degrado intellettuale, ma anche nella sua doppiezza: “Quattro anni orsono c’era un certo numero di economisti, che erano considerati per la loro reputazione ed il loro pensiero, che in modo stridulo ed aggressivo sostenevano che gli incrementi della spesa pubblica federale nella Legge sulla Ripresa non avrebbero incoraggiato l’occupazione e la produzione … Se la spesa pubblica federale e la ridotta esazione delle tasse nella Legge per la Ripresa non avessero incoraggiato la produzione e l’esportazione, la ridotta spesa pubblica e l’aumentata esazione delle tasse provenienti dalla attivazione del precipizio fiscale non possono ridurre la produzione e l’occupazione e non rischiano di spedire l’economia americana in una nuova recessione. Tuttavia nessun economista – neanche uno- tra coloro che erano così fastidiosi nelle loro condanne sull’inefficacia della Legge per la Ripresa viene a dire oggi che i risparmi del precipizio fiscale non sono una preoccupazione. Nessuno di loro. Zero. Nada. Shunya. Sifr.” La qualcosa spinge Cosma Shalizi a scrivere a commento: “… al nostro grazioso ospite piacerebbe in effetti essere solo un pochino a sinistra del centro tecnocratico, e dibattere con coloro che sono solo un pochino alla sua destra sulle politiche migliori all’interno di una condivisa funzione obbiettiva, e far finta che si tratti di una discussione tecnica e non politica. Ma poiché (…. cose che non posso trascrivere con i caratteri del New York Times [53]) e poiché proprio tutti a destra hanno speso (almeno) quarant’anni a fare il loro dannatissimo …. per render chiaro … (ancora intrascrivibile), persino il più piccolo gesto in quella direzione sarebbe non tanto riconciliazione quanto collaborazione. E così il nostro ospite soccombe all’improvviso [54] (faceva lo stesso lo Zio Paul [55], prima che imparasse a gustare il loro odio). Questo richiede agli economisti – a quella gran parte della disciplina che non è una ramo di una scienza e neppure di una dialettica, ma meramente una retorica (e neppure in senso stimolante, alla D. McCloskey [56]) – una grado di comprensione che tarda a manifestarsi [57]. Mi sarebbe piaciuto avere trovato una confutazione su due piedi.
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December 17, 2012, 1:48 pm
Something (Everything) Rotten in the State of MacroBrad DeLong links to a blog post from 2011 about saltwater/freshwater and all that making some points I think I’ve also made, but maybe not that clearly. The key grafs:
The saltwater school, on the other hand, is having to reevaluate a great many of their ideas, not the least about collegiality and scientific epistemology. The recognition of the contempt in which their colleagues held them has to be a shock to many; I think I detect traces of it in Delong’s writing, and in Prof. Krugman’s. Likewise, the recognition that many freshwater economists were not thinking scientifically at all, but rather bound by prejudice and intellectual rigidity seems to have come as a shock. It is very much to Prof. Delong’s credit that he is willing to consider these realities. There is also a practical problem, if economics as a discipline is to survive. There is a huge amount of junk in the peer-reviewed economics literature–the reviewing process is no protection when the reviewers themselves are prejudiced. A comparison that comes to mind is the collapse of “scientific” eugenics. There were vast amounts of that written, and now it is only read as an object example of the capture of a social science by prejudice and authoritarianism. For economists, meantime, there is a huge task ahead: the garbage must be taken out; removed from the field’s teaching, textbooks, and policy advice. It will be a generation at least before this is set right, if indeed it can be set right at all. Indeed. Saltwater economists in the New Keynesian school — which sort of included me, for instance in my liquidity-trap writing — were doing intertemporal-maximization models that in effect conceded a lot of ground to freshwater styles of analysis, but with distortions — monopolistic competition and sticky prices — that made room for demand failures as a cause of recession. And many of the economists doing this stuff imagined that they were part of real discourse with the freshwater side, as witness Olivier Blanchard’s The State of Macro, written just before the crisis. Olivier’s abstract declares that
largely because facts do not go away, a largely shared vision both of fluctuations and of methodology has emerged and concludes that “the state of macro is good”. Famous last words. In fact, the freshwater side wasn’t listening at all, as evidenced by the way 80-year-old fallacies cropped up as soon as an actual policy response to crisis was on the table; and as for changing views in response to facts, well, we all know how that has gone. The state of macro is, in fact, rotten, and will remain so until the cult that has taken over half the field is somehow dislodged.
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17 dicembre 2012Qualcosa di guasto (tutto) nello stato della macroeconomia
Brad DeLong si collega con un post di un blog [58]del 2011 su(le scuole economiche) dell’ “acqua salata e dell’acqua dolce” [59] e con tutto quello che pone aspetti che penso d’avere anch’io indicato, ma forse non così chiaramente. I paragrafi fondamentali: “La scuola dell’ “acqua salata”, d’altra parte, sta conoscendo una rivalutazione di moltissime delle proprie idee, non ultime quelle a proposito della collegialità e della epistemologia scientifica. La ammissione del disprezzo nel quale i loro colleghi li tenevano deve essere una sorpresa per molti; penso di trovare tracce di ciò negli scritti di DeLong e del professor Krugman. Parimenti, il riconoscimento che molti economisti dell’ ‘acqua dolce’ non stessero affatto ragionando scientificamente, ma fossero piuttosto impacciati da pregiudizio e da rigidità intellettuale, sembra sia arrivata come uno shock. Va a grande merito del professor DeLong il fatto che sia disponibile a considerare questi dati di fatto. C’è anche un problema pratico, ammesso che l’economia sia una disciplina destinata a sopravvivere. C’è una gran quantità di ciarpame nella letteratura economica recensita da colleghi … il processo di riesame non è una protezione quando gli stessi critici sono prevenuti. Un confronto che viene alla mente è il collasso dell’eugenetica “scientifica”. C’erano grandi quantità di quegli scritti, ed ora sono letti soltanto come prove oggettive dell’inquinamento di una scienza sociale da parte del pregiudizio e del pensiero autoritario. Per gli economisti, d’altronde, si delinea un grande compito: il ciarpame deve essere rimosso; rimosso dall’insegnamento del settore, dai libri di testo, e dalla consulenza alla politica. Ci vorrà almeno una generazione prima che questo lavoro sia ben fatto, ammesso che esso possa per davvero essere ben fatto”. Proprio così. Gli economisti dell’ “acqua salata” nella nuova scuola Keynesiana – di cui in un certo senso facevo parte, per esempio nel mio scritto sulla trappola di liquidità – facevano uso di modelli di massimizzazione intertemporale che in effetti concedevano molto terreno allo stile analitico degli economisti dell’ “acqua dolce”, ma con alterazioni – la competizione monopolistica e la rigidità dei prezzi – che lasciavamo spazio come cause di recessioni ai difetti della domanda. E molti degli economisti che facevano cose del genere si immaginavano di essere parte di un dibattito vero con il settore dell’ “acqua dolce”, come testimonia “Lo stato della macroeconomia” di Olivier Blanchard, scritto proprio prima della crisi. Il compendio di Olivier afferma che: “in gran parte a causa di fatti che non spariscono, è emersa una visione largamente condivisa sia delle fluttuazioni che della metodologia…. ” e concludeva che “lo stato della macroeconomia è buono”. Le ultime parole famose. Nei fatti, la scuola dell’ “acqua dolce” non stava affatto ascoltando, come dimostrato dal modo in cui gli errori vecchi di ottant’anni sono saltati fuori appena una effettiva risposta politica alla crisi è stata sul tavolo; e per quanto riguarda il cambiare opinione a seguito dei fatti, ebbene, sappiamo tutti come è andata. Lo stato della macroeconomia è guasto, in effetti, e rimarrà tale sinché la moda che si è collocata in mezzo al campo in qualche modo non sarà rimossa.
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December 20, 2012, 10:37 am
The Eighteenth Brumaire of Barack ObamaThese days, political events occur, as it were, twice — the first time as near-tragedy, the second time as farce*. In 2011, President Obama very nearly did immense damage to both the social safety net and the future of his party by offering a disastrous budget deal — a deal that would have raised the Medicare age, cut deeply into other programs, all in return for not much revenue and no rise at all in tax rates. Fortunately, he was saved from himself by what Gail Collins calls the rabid ferrets — the Republican back-benchers who wouldn’t accept any rise in taxes on the rich whatsoever, and effectively scuttled the deal. This time around, Obama holds a much stronger position, yet for a couple of days there he seemed once again to be negotiating with himself. The offer he made earlier this week wasn’t nearly as bad as in 2011, and some reasonable progressives believe that the benefits — extended unemployment benefits, infrastructure, and extension of some other tax breaks that benefit the poor and middle class — are worth giving up a full return to pre-Bush taxes on the wealthy and the cuts in Social Security that would result from changing the price index. But it was an offer, not a deal — and there was good reason to fear that Obama, having arguably already given away too much, was getting ready to give away substantially more. Rabid ferrets to the rescue! It’s still not clear what Boehner thought he was doing In floating his “Plan B” — a ludicrous measure that would largely let the affluent, and even the wealthy, off the hook. Was it an attempt to somehow strengthen his bargaining position? Was he just covering his, um, assets with the GOP base? I don’t know. But he’s definitely disabused the Obama people of any notion that they’re finally having a serious, good-faith negotiation. Furthermore, it’s now clear that he’s having trouble getting his party unified even for a tiny tax rise on the wealthy — which means that he would suffer massive defections in any deal that even a wimpy Obama (if that’s what we have again, which I hope we don’t) might agree to. And that in turn means that any deal would have to have overwhelming Democratic support — which gives progressives in the House, who already feel that Obama has given away too much, a lot of veto power despite their minority status. Some alleged experts still think we’ll have a deal before we go over the cliff. Maybe they know their business, but I don’t see it. And the capitulation we all feared seems a lot less likely than it did two days ago. Thanks, ferrets! *For those puzzled, the reference is here.
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20 dicembre 2012Il 18 Brumaio di Barack Obama
Di questi tempi, gli eventi politici capitano, quando sono tali, due volte: la prima è una specie di tragedia, la seconda è una farsa. Nel 2011 il Presidente Obama arrivò vicinissimo a fare un danno assai grande, sia alle reti della sicurezza sociale che al suo partito, con l’offerta di una accordo sul bilancio disastroso – un accordo che avrebbe innalzato l’età di ammissione a Medicare, provocato gravi tagli agli altri programmi, il tutto in cambio di non molte entrate e di nessun aumento in assoluto nelle aliquote fiscali. Fortunatamente, venne salvato da se stesso da quelli che Gail Collins chiama i “rabbiosi furetti” – i parlamentari senza altri incarichi del Partito Repubblicano, che non accetterebbero in alcun modo un aumento delle tasse sui ricchi, e che in effetti rifuggirono l’intesa. Questa volta Obama ha una posizione molto più forte, tuttavia da un paio di giorni sembra che ancora una volta stia negoziando con se stesso. L’offerta che ha fatto agli inizi di questa settimana non è stata neanche lontanamente così cattiva come quella del 2011, ed alcuni ragionevoli progressisti credono che i benefici – la proroga dei sussidi di disoccupazione, le infrastrutture e la proroga di qualche altro sgravio fiscale a vantaggio dei poveri e delle classi medie – valgano quanto la rinuncia ad un pieno ritorno alle aliquote fiscali sui ricchi e quanto i tagli alla Previdenza Sociale che risulterebbero dal mutamento della indicizzazione al costo della vita. Ma questa è stata un’offerta e non un accordo, e c’è una buona ragione per temere che Obama, avendo presumibilmente già concesso molto, sia pronto a concedere sostanzialmente di più. “Rabbiosi furetti” al salvataggio! Non è ancora chiaro che cosa Boehner stesse pensando di fare con la proposta del suo “Piano B” – una soluzione grottesca che lascerebbe in gran parte al riparo i facoltosi, ad anche semplicemente i benestanti. Era un tentativo per rafforzare in qualche modo la sua posizione contrattuale? Si preoccupava soltanto di dare copertura, diciamo così, ai suoi punti di forza con la base repubblicana? Non lo so. Ma egli ha definitivamente disilluso i collaboratori di Obama sull’idea stessa di avere in corso un negoziato serio e in buona fede. Per di più, ora è chiaro che egli ha difficoltà nel tenere unito il suo partito persino su un minuscolo aumento delle tasse sui più ricchi – il che significa che andrebbe incontro a massicce defezioni per ogni intesa che un Obama rammollito (come quello che io pensavo non accadesse, ma ci stiamo ritrovando) potesse anche accettare. Il che a sua volta significa che ogni intesa dovrebbe godere del sostegno massiccio dei Democratici – la qualcosa darebbe ai progressisti alla Camera, che già hanno la sensazione che Obama abbia concesso molto, un grande potere di veto, nonostante la loro condizione minoritaria. Alcuni sedicenti esperti pensano ancora che avremo un accordo prima di oltrepassare il precipizio. Forse conoscono la loro materia, ma io non sono di quel parere. E la capitolazione che temevamo sembra un bel po’ meno probabile che non due giorni orsono. Grazie, furetti! *Per coloro che non decifrano il titolo, il riferimento è in questa connessione [60].
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December 20, 2012, 10:51 am
On Not Seeing the Forest for the EquationsSo, Noah Smith weighs in on the state of macro and argues that there really isn’t that much disagreement in the field, because both saltwater and freshwater macro use the same set of techniques. (For newbies: saltwater is the kind of macro practiced at MIT, some of Harvard, Princeton, etc., macro that still finds Keynesian ideas useful and argues that monetary and fiscal policy can be effective; freshwater is Chicago, Minnesota, etc. insisting that business cycles are optimal responses to real shocks).
I think Smith is missing the point here. Alchemists and chemists used similar equipment: retorts, beakers, and so on. That didn’t make them the same endeavor. New Keynesians and real business cycle theorists both do lots of intertemporal maximization — that is, they use similar equations to represent consumer and producer behavior. Again, this doesn’t make them the same endeavor. The real test came when the financial crisis struck, and pretty much to a man freshwater economists not only argued against fiscal stimulus — which is a defensible position — but insisted that there was no possible way to justify stimulus, that such ideas had been refuted and that “nobody” believed in them anymore. The only way to understand these claims is to realize that the freshwater types simply didn’t accept the legitimacy of what the New Keynesians were doing — in fact, didn’t even bother to read any of it, because anyone who actually worked with that kind of model would know that fiscal policy can indeed have an effect in that framework. I’m not saying that the NK approach is necessarily right; but it’s a serious intellectual effort, undertaken by people who thought they were part of an open professional dialogue. Oh, and there’s a lot of evidence for the price stickiness that is central to NK models; again, maybe it doesn’t mean what the theorists think, but surely that evidence ought to be part of any discussion. So yes, the equations in one of Mike Woodford’s papers look a lot like the equations coming out of Chicago or Minneapolis. And a few years ago it was possible to delude oneself into believing that this represented a true convergence of thought. But recent events have proved that it just wasn’t true.
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20 dicembre 2012A proposito del non scambiare l’albero (le equazioni) con il bosco.
Dunque, Noah Smith interviene sullo stato della macroeconomia e sostiene che non ci sono in realtà disaccordi così grandi sulla materia, perché sia la macro dell’ “acqua salata” che quella dell’ “acqua dolce” utilizzano lo stesso complesso di tecniche (per i neofiti: “acqua salata” è quella specie di macroeconomia praticata al MIT, in qualche caso ad Harvard, a Princeton etc., macroeconomia che ancora trova le idee di Keynes utili e sostiene che la politica monetaria e della finanza pubblica può essere efficace; “acqua dolce” è la macroeconomia di Chicago, nel Minnesota, etc. che sostiene che i cicli economici sono le risposte ideali alle crisi reali [61]). Penso che a Smith sfugga la sostanza. Gli alchimisti ed i chimici hanno fatto uso di attrezzature simili: alambicchi, ampolle e così via. La qualcosa non li ha indirizzati agli stessi scopi. Sia il neo keynesismo che la teoria del ciclo economico reale si avvalgono di una buona dose di massimizzazioni intertemporali – vale a dire, usano equazioni simili per rappresentare il comportamento del consumatore e del produttore. Di nuovo, questo non significa che operino nelle stesse direzioni. Il vero metro di misura è venuto quando sono scoppiate le crisi finanziarie, e praticamente tutti gli economisti dell’ “acqua dolce” non solo hanno preso posizione contro le misure di sostegno pubblico all’economia – che sarebbe una posizione sostenibile – ma hanno insistito che quelle misure di sostegno non erano in alcun modo giustificabili, che idee del genere erano state confutate e che “nessuno” credeva più in esse. L’unico modo di intendere queste pretese è rendersi conto che i personaggi dell’ “acqua dolce” semplicemente negavano la legittimità di quello che i neo keynesiani stavano facendo – in sostanza, non si sono preoccupati neppure di leggere niente a proposito, giacché chiunque lavorasse realmente con quel genere di modello avrebbe saputo che in effetti la politica della spesa pubblica può, in quello schema, avere un effetto. Non sto dicendo che l’approccio neo keynesiano sia necessariamente giusto; ma è uno sforzo intellettualmente serio, intrapreso da persone che pensavano di partecipare ad una dialogo professionale aperto. E si aggiunga che ci sono molte prove sulla rigidità dei prezzi, che è tema centrale dei modelli neo keynesiani; ancora, può darsi che questo non significhi quello che pensano quei teorici, ma è certo che le prove dovrebbero far parte di ogni dibattito. Dunque è vero che le equazioni in una delle ricerche di Mike Woodford assomigliano molto alle equazioni che vengono da Chicago o da Minneapolis. E pochi anni orsono fu possibile illudersi che questa rappresentasse una reale convergenza di pensiero. Ma i fatti recenti hanno dimostrato che questo non era affatto vero.
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December 22, 2012, 8:30 am
Sitcom Kabuki (Trivial)OK, so I’ve just spent a number of hours on domestic flights, the kind that show sitcoms on screens down the middle of the aisle. (Which is why I was too tired for Friday Night Music — next week). I didn’t listen to any of the dialogue – I was reading – but I did find myself watching some of the acting. And with the sound off, you can really see just how artificial the conventions of sitcom acting are: the telegraphed double-takes, the faux-angry declarations of the men, the perkiness of the women, etc., etc. – none of it resembling at all the way real people behave. It’s an art form, if you like, that’s as deeply stylized and full of conventional signifiers as Kabuki theater or Chinese opera; the actors might as well be wearing ritual masks representing their alleged characters and emotions. It’s also, of course, a cultural form that’s very, very stupid.
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22 dicembre 2012Sceneggiata Kabuki (pensiero semplice)
E’ così, dunque ho appena speso un certo numero di ore in voli sulle linee nazionali, quelle dove si mostrano gli spettacoli sugli schermi in mezzo ai corridoi (e questa è la ragione per la quale ero troppo stanco per la musica del Venerdì notte [62] … alla prossima settimana). Non ho ascoltato quei dialoghi – stavo leggendo – ma mi sono ritrovato ad osservare alcune di quelle scenette. E senza sonoro, effettivamente si può vedere quanto siano artificiali le convenzioni di quegli spettacoli: le prevedibili reazioni a scoppio ritardato, le fasulle indignazioni degli uomini, la vivacità delle donne etc. etc. – niente che assomigli a come la gente si comporta realmente. Se si vuole, è una forma di arte profondamente stilizzata e piena di significati convenzionali come il teatro Kabuki o l’opera cinese; gli attori, in aggiunta, indossare maschere rituali che rappresentino i loro presunti caratteri e le loro emozioni. E’ anche una forma di cultura davvero stupida.
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December 24, 2012, 10:58 am
Bond Vigilantes and the Power of ThreeMatthew Yglesias picks up on a point I’ve tried to make at some length recently: the popular story about how an attack by bond vigilantes can cause an interest rate spike and turn America into Greece, Greece I tell you, is incoherent. (Here’s a 2010 example from Alan Greenspan — the piece in which he declares it “regrettable” that the vigilantes haven’t yet attacked, but grudgingly concedes that low rates might persist “well into next year”, that is, into 2011. So what has he learned from the failure of his prophecy? Nothing, of course). It’s not just that there have so far been no signs of the bond vigilantes; it’s that even if for some reason the vigilantes did attack, it’s very hard to see how they could cause a recession in a country that retains its own currency and doesn’t have large amounts of debt denominated in foreign currency.
I’ve been trying to think about other ways to make this point, and also to help people understand the interest rate fluctuations we have actually experienced; here’s one stab at it.
Think of a simplified world in which there are three kinds of assets: short-term securities, long-term government bonds, and foreign assets, as shown schematically here: Individual investors can shuffle their portfolios among these three assets; however, asset prices will rise or fall to match supply and demand for each asset. What are these asset prices? Well, there are three prices that might do the job: short-term interest rates, long-term interest rates, and the exchange rate. At any given time, however, one of these is fixed, leaving it up to the other two to do the adjusting. Which two? That depends on the monetary regime, as I’ll now explain. The United States has independent monetary policy and a floating exchange rate. The Fed uses its independence to set the short-term interest rate, basically at zero these days. So long-term rates and the exchange rate do the adjusting. Now, there have been some sizable fluctuations in long-term rates over the past few years, and every time those rates have gone up there have been press reports claiming that they are about debt fears. In reality, however, it’s quite clear that the driving force has been fluctuating optimism about the prospects for recovery, and hence for an eventual rise in short-term rates. If you think short-term rates are heading up, then other things equal long-term bonds become less attractive; better to park your money and wait for better yields. So the desired portfolio shift looks like this: In such a case long-term rates rise – but because this rise is driven by greater optimism about the future, it’s hard to see how it can have a contractionary effect on the economy. Incidentally, this seems to me to be a big problem with the story Brad DeLong tells about bond vigilantes in the very early 1990s. He argues that the wide gap between short-term and long-term rates reflected market expectations that deficits would eventually cause higher inflation, which in turn would cause the Fed to raise rates. This could be true. But why would such expectations be a drag on the economy? Yes, nominal rates would be higher than otherwise; but real rates would, if anything, be lower. It’s not at all easy to tell a coherent story in which the effect of future expected deficits on today’s interest rates is contractionary – I know, because I’ve tried. Now, the big fear now is that we’ll have a quite different type of vigilante attack, in which fear of default leads to a general flight from our nation’s assets, sort of like this: How does this play out? Well, if you’re Greece, the exchange rate is fixed – or actually nonexistent, because you don’t have your own currency. So what happens is that both short-term and long-term interest rates rise. How can short-term rates shoot up, when there is also a relationship between the quantity of money and short-term rates (which is why central banks can peg these rates)? The answer is that as funds flee the country, the money supply plunges. Here’s what happened to Greek M1: But that can’t happen in the United States, where the Fed retains control over the money supply and of short-term interest rates. So what would happen instead would be a plunge in the exchange rate. And this would actually have an expansionary effect on the U.S. economy. The point is that the analogy with Greece is just completely wrong; the difference in our monetary positions means that even if the bond vigilantes did attack, they would probably help, not hurt, our economy in the short run.
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24 dicembre 2012I ‘Guardiani dei bonds’ [63] ed il potere dei Tre.
Matthew Yglesias si riallaccia ad un punto che avevo cercato di avanzare con una qualche ampiezza di recente [64]: la storia di successo secondo la quale un attacco da parte dei ‘guardiani dei bonds’ potrebbe provocare un picco nei tassi di interesse e trasformare l’America in una Grecia (in una Grecia, vi dico!) è incongrua (ecco il link con un esempio del 2010 di Alan Greenspan – l’articolo nel quale egli dichiara “disdicevole” che i guardiani non siano ancora passati all’attacco, ma a denti stretti ammette che i bassi tassi potranno persistere “sino ad una buona parte del prossimo anno”, vale a dire del 2011. Cosa ha dunque appreso dal fallimento di questa profezia? Niente, naturalmente). E non si tratta soltanto del fatto che non vi sia stato sinora alcun segnale da parte dei guardiani dei bonds; si tratta anche del fatto che se per una qualche ragione i guardiani avessero attaccato, sarebbe stato difficile capire in che modo avrebbero potuto provocare una recessione in una paese che mantiene la propria valuta e non ha grandi quantità di debito espresse in valuta estera. Ho cercato di pensare ad altri modi nei quali esporre questo punto, anche per aiutare le persone a comprendere le fluttuazioni dei tassi di interesse delle quali abbiamo una esperienza effettiva; ecco qua un tentativo. Si pensi ad un mondo semplificato nel quale ci sono tre tipi di assets: titoli a breve termine, bonds governativi a lungo termine ed assets esteri, come mostrato schematicamente in questa tabella: Investitori individuali possono distribuire i loro portafogli tra questi tre assets; tuttavia, i prezzi degli assets saliranno o diminuiranno allo scopo di equilibrare offerta e domanda per ciascun asset. Quali sono questi prezzi degli assets? Ebbene, ci sono tre prezzi che dovrebbero servire allo scopo: i tassi di interesse a breve termine, quelli a lungo termine e il tasso di cambio. In ogni determinato periodo, tuttavia, uno di essi è stabile, lasciando agli altri due di compiere l’adeguamento. Quali due? Questo dipende dal regime monetario, come adesso spiegherò. Gli Stati Uniti hanno una politica monetaria indipendente ed un tasso di cambio fluttuante. La Fed utilizza la sua indipendenza per determinare il tasso di interesse a breve termine, di questi tempi praticamente a zero. Dunque, i tassi a lungo termine ed il tasso di cambio realizzano l’adeguamento. Ora, nel corso degli anni passati ci sono state alcune considerevoli fluttuazioni nei tassi a lungo termine, e in ogni periodo nel quale essi sono saliti ci sono stati articoli di stampa che sostenevano che questo dipendesse dalle paure sul debito. In realtà, invece, è abbastanza chiaro che la forza che ha provocato il movimento è stato un ottimismo altalenante sulle prospettive della ripresa, e da lì, alla fine, sulle prospettive di aumento dei tassi a breve termine. Se voi pensate che i tassi di interesse a breve termine siano alla guida, allora, a parità degli altri fattori, i bonds a lungo termine divengono meno attraenti; meglio parcheggiare il vostro denaro ed attendere rendimenti migliori. Dunque, il mutamento desiderabile di portafoglio apparirà in questo modo: In questo caso i tassi a lungo termine salgono – ma poiché l’incremento è guidato da un maggiore ottimismo sul futuro, è difficile capire come esso possa avere un effetto di contrazione sull’economia. Per inciso, questo mi sembra essere un grosso problema per la storia di cui parla Brad DeLong sui ‘guardiani dei bonds’ agli inizi degli anni ’90. Egli sostiene che l’ampio differenziale tra i tassi a breve e quelli a lungo termine rifletteva le aspettative del mercato che i deficit alla fine avrebbero provocato un aumento di inflazione, che a sua volta avrebbe spinto la Fed ad alzare i tassi. Questo potrebbe essere vero. Ma perché tali aspettative avrebbero trascinato l’economia? E’ vero, i tassi nominali sarebbero stati più elevati che in altro modo, ma i tassi reali sarebbero, semmai, stati più bassi. Non è affatto facile raccontare una storia coerente nella quale l’effetto dei deficit attesi nel futuro sui tassi di interesse di oggi sia quello di una contrazione economica – lo so perché ci ho provato. Ora, il grande timore di oggi è che potremmo avere un attacco dei ‘guardiani’ di tipo abbastanza diverso, nel quale la paura di un default porterebbe ad una fuga generalizzata dagli assets del nostro paese, con un effetto di questo genere: Come potrebbe tutto questo funzionare? Ebbene, nel caso della Grecia il tasso di cambio è fisso – o in realtà non esiste, giacché non si ha la propria valuta. Dunque, quello che accade è che sia i tassi a breve che quelli a lungo termine salgono. Come possono i tassi a breve fare un balzo, quando c’è pure una relazione tra la quantità di moneta ed i tassi a breve termine (che è la ragione per la quale le banche centrali possono stabilizzare questi tassi)? La risposta è che quando i capitali lasciano il paese, l’offerta di moneta crolla. Ecco che cosa è accaduto all’aggregato monetario [65]greco: Ma questo non può avvenire negli Stati Uniti, dove la Fed detiene il controllo sull’offerta di moneta e sui tassi di interesse a breve termine. Dunque, quello che invece accadrebbe sarebbe una caduta del tasso di cambio. E questo avrebbe in realtà un effetto espansivo sull’economia degli Stati Uniti. Il punto è che l’analogia con la Grecia è proprio completamente infondata; la diversità della nostra situazione monetaria significa che persino se i ‘guardiani dei bonds’ attaccassero, essi probabilmente porterebbero un contributo, anziché un danno, alla nostra economia nel breve termine.
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December 24, 2012, 3:40 pm
The Fed and Interest RatesIn response to today’s column, I’m getting a lot of the usual: namely, the claim that low interest rates don’t prove anything, because the Fed has been buying up all the federal government’s debt issue. This is always said with an air of great wisdom; in fact, it’s remarkably foolish, managing to be wrong in three distinct ways.
First of all, it isn’t true that the Fed has consistently been buying a lot of Federal debt issue. Sometimes it has, sometimes it hasn’t; when QE2 stopped, there were widespread predictions that interest rates would spike, but they didn’t — as those of us who have been getting it right predicted. Second, the idea is conceptually wrong. Asset prices should be determined mainly by the stocks of assets, not the changes in these stocks over short periods. If bond investors lose confidence in federal debt, there’s a huge outstanding stock of that debt for them to try to sell, driving rates up, no matter how much of the new issue the Fed might be buying. But maybe the killer is this: since when do the kinds of people who worry all the time about deficits believe that the Fed can monetize a substantial part of a large deficit, for four whole years, without any negative consequences? If you believed in the framework these people have, all that expansion of the monetary base should have produced runaway inflation by now, as many of them did in fact predict early in the game. It hasn’t — and no, don’t give me the bit about the government hiding the true rate of inflation. Independent estimates are not significantly different from the official gauges. Now, back in late 2008, contemplating the situation we were in, those of us who saw it in terms of basic IS-LM macro made a twofold prediction: as long as the economy stayed depressed, interest rates and inflation would both stay subdued despite both large deficits and a huge expansion of the Fed’s balance sheet. There was much scorn for that prediction at the time; how do you think it has looked since? I have to say, the persistence of the inflationista, eek! deficits! view despite year after year of failure — and the amazing effort put into making excuses for year after year of failure — are a wonder to behold. But then, the point of today’s column was precisely that this is what happens when true believers confront uncooperative reality.
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24 dicembre 2012La Fed e I tassi di interesse
Sto avendo molti più commenti del solito, in risposta all’articolo di oggi: in particolare, l’argomento secondo il quale i tassi di interesse non proverebbero niente, giacché la Fed sta comprando tutta l’emissione di titoli sul debito del Governo federale. Questo viene sempre affermato con un’aria di grande saggezza; di fatto è particolarmente sciocco e riesce ad essere sbagliato in tre sensi diversi. Prima di tutto, non è vero che la Fed abbia acquistato una grande quantità di emissioni di debito federale. Qualche volta lo ha fatto, qualche volta no; quando la seconda mandata di “facilitazione quantitativa” finì, le previsioni generali erano che i tassi di interesse sarebbero schizzati in alto, ma non accadde – come avevano previsto quelli tra noi che avevano compreso giustamente. In secondo luogo, l’idea è concettualmente sbagliata. I prezzi degli assets dovrebbero essere determinati dalle riserve di assets, non dai cambiamenti di queste riserve nei brevi periodi. Se gli investitori sui bonds perdono fiducia nel debito federale, c’è una vasta riserva di quel debito che possono provare a vendere, spingendo in alto i tassi, senza che abbia importanza quante nuove amissioni la Fed possa acquistare. Ma forse l’argomento definitivo è il seguente: da quando i soggetti che si preoccupano in continuazione dei deficit credono che la Fed possa monetizzare una parte sostanziale di un ampio debito, per quattro interi anni, senza alcuna conseguenza negativa? Se aveste creduto negli schemi di queste persone, tutta quella espansione della base monetaria avrebbe dovuto produrre da subito una inflazione galoppante, come molti di loro avevano di fatto previsto all’inizio del gioco. Non è accaduto – e no, non mi raccontate la storia del Governo che nasconde il tasso reale di inflazione. Le stime da fonti indipendenti non sono significativamente diverse dalle misurazioni ufficiali. Ora, nel passato 2008, osservando la situazione nella quale ci trovavamo, quelli di noi che vedevano le cose nei termini del modello IS – LM [66] fecero una duplice previsione: per tutto il tempo in cui l’economia sarebbe stata depressa, i tassi di interesse e l’inflazione sarebbero entrambe rimaste smorzate, nonostante ampi deficit ed una grande espansione dei bilanci contabili della Fed. Ci fu molto dileggio per quella previsione a quel tempo; come pensate sia andata da allora? Devo dire che la persistenza del punto di vista dei maniaci dell’inflazione (oddio! I deficit!), nonostante che per un anno dietro l’altro essa non si sia materializzata – e lo sforzo incredibile nell’avanzare scuse per tale fallimento – hanno del prodigioso. D’altro canto, l’opinione espressa nell’articolo di oggi era che questo è quanto accade quando i veri credenti si confrontano con una realtà poco collaborativa.
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December 26, 2012, 8:46 am
Capital-biased Technological Progress: An Example (Wonkish)Ever since I posted about robots and the distribution of income, I’ve had queries from readers about what capital-biased technological change – the kind of change that could make society richer but workers poorer –really means. And it occurred to me that it might be useful to offer a simple conceptual example – the kind of thing easily turned into a numerical example as well – to clarify the possibility. So here goes. Imagine that there are only two ways to produce output. One is a labor-intensive method – say, armies of scribes equipped only with quill pens. The other is a capital-intensive method – say, a handful of technicians maintaining vast server farms. (I’m thinking in terms of office work, which is the dominant occupation in the modern economy). We can represent these two techniques in terms of unit inputs – the amount of each factor of production required to produce one unit of output. In the figure below I’ve assumed that initially the capital-intensive technique requires 0.2 units of labor and 0.8 units of capital per unit of output, while the labor-intensive technique requires 0.8 units of labor and 0.2 units of capital. The economy as a whole can make use of both techniques – in fact, it will have to unless it has either a very large amount of capital per worker or a very small amount. No problem: we can just use a mix of the two techniques to achieve any input combination along the blue line in the figure. For economists reading this, yes, that’s the unit isoquant in this example; obviously if we had a bunch more techniques it would start to look like the convex curve of textbooks, but I want to stay simple here.
What will the distribution of income be in this case? Assuming perfect competition (yes, I know, but let’s deal with that case for now), the real wage rate w and the cost of capital r – both measured in terms of output – have to be such that the cost of producing one unit is 1 whichever technique you use. In this example, that means w = r = 1. Graphically, by the way, w/r is equal to minus the slope of the blue line. Oh, and if you’re worried, yes, workers and machines are both paid their marginal product. But now suppose that technology improves – specifically, that production using the capital-intensive technique gets more efficient, although the labor-intensive technique doesn’t. Scribes with quill pens are the same as they ever were; server farms can do more than ever before. In the figure, I’ve assumed that the unit inputs for the capital-intensive technique are cut in half. The red line shows the economy’s new choices. So what happens? It’s obvious from the figure that wages fall relative to the cost of capital; it’s less obvious, maybe, but nonetheless true that real wages must fall in absolute terms as well. In this specific example, technological progress reduces the real wage by a third, to 0.667, while the cost of capital rises to 2.33. OK, it’s obvious how stylized and oversimplified all this is. But it does, I think, give you some sense of what it would mean to have capital-biased technological progress, and how this could actually hurt workers.
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26 dicembre 2012Il progresso tecnologico a vantaggio del capitale (per esperti)
Da quando ho pubblicato il post sui robot e sulla distribuzione del reddito, ho ricevuto quesiti dai lettori su cosa realmente significhi il mutamento tecnologico a favore del capitale – quel genere di cambiamento che potrebbe rendere la società più ricca ma i lavoratori più poveri . E mi è venuto in mente che potrebbe essere utile offrire un semplice esempio concettuale – quel genere di cose che possono facilmente essere tradotte anche in un esempio numerico. Eccolo, dunque. Si immagini che esistano solo due modi per realizzare un prodotto. Uno è il metodo ad alta intensità di lavoro – diciamo armate di scrivani attrezzati soltanto di penne d’oca. L’altro è il metodo ad alta intensità di capitale – diciamo, una manciata di tecnici che sostiene grandi “server farms” [67] (sto pensando in termini di uffici, che sono l’occupazione prevalente nell’economia moderna). Possiamo rappresentare queste due tecniche in termini di unità di ingresso – il corrispettivo di entrambi i fattori della produzione richiesto per realizzare una unità di prodotto. Nella figura sotto ho assunto che inizialmente [68] la tecnica ad alta intensità di capitale richieda 0,2 unità di lavoro e 0,8 unità di capitale per unità di prodotto, mentre la tecnica ad alta intensità di lavoro richieda 0,8 unità di lavoro e 0,2 unità di capitale. L’economia nel suo complesso può fare uso di entrambe le tecniche – di fatto, lo dovrà fare a meno che non abbia o un ammontare di capitale per lavoratore molto ampio o molto piccolo. Non c’è problema: possiamo semplicemente usare un mix di entrambe le tecniche per ottenere qualsiasi combinazione di fattori di ingresso lungo la linea blu della figura. Per gli economisti che stanno leggendo, lo confermo, quella è l’unità di isoquanto [69] di questo esempio; naturalmente, se abbiamo un mucchio di tecniche in più comincerebbe ad apparire la curva convessa dei libri di testo, ma qua ho cercato di restare sul semplice. In questo caso, a cosa corrisponderà la distribuzione del reddito? Assumiamo una competizione perfetta (si, capisco, ma per adesso confrontiamoci con quel caso), ed assumiamo che la quota del salario reale w e il costo del capitale r – entrambi misurati in termini di prodotto – debbano essere tali che il costo di produzione di una unità sia 1, qualsiasi tecnica si utilizzi. In questo esempio, ciò significa che w = r = 1. Per inciso, graficamente w/r corrisponde a meno della inclinazione della linea blu. E se state pensando a questo aspetto, si, i lavoratori e le macchine sono pagati entrambi al loro prodotto marginale. Ma ora supponiamo che la tecnologia migliori – in particolare, che la produzione che utilizza la tecnica ad alta intensità di capitale diventi più efficiente, anche se la tecnica ad alta intensità di lavoro non lo sia. Gli scrivani con le penne d’oca sono gli stessi che sono sempre stati; le “server farms” possono fare di più di quello che hanno mai fatto. Nella figura, ho ipotizzato che le unità di ingresso per la tecnica ad alta intensità di capitale siano tagliate a metà. La linea rossa mostra le nuove possibilità dell’economia. Cosa accade, dunque? Dalla figura appare evidente che i salari cadono in relazione al costo del capitale; forse è meno ovvio, ma è comunque vero che i salari possono diminuire anche in termini assoluti. In questo specifico esempio, il progresso tecnologico riduce il salario reale di un terzo, scendendo a 0,667, mentre i costo del capitale sale a 2,33. E’ vero, è chiaro quanto tutto questo sia stilizzato e sovrasemplificato. Ma penso che offra davvero un qualche significato di quello che significherebbe avere un progresso tecnologico a vantaggio del capitale, e di come questo in effetti danneggerebbe i lavoratori.
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December 26, 2012, 10:17 am
Protecting Freedom(Works)OK, the story of the fight at FreedomWorks — which ended with Dick Armey being sent away with a $8 million severance package — is getting even more bizarre. From the WaPo: The day after Labor Day, just as campaign season was entering its final frenzy, FreedomWorks, the Washington-based tea party organization, went into free fall. Richard K. Armey, the group’s chairman and a former House majority leader, walked into the group’s Capitol Hill offices with his wife, Susan, and an aide holstering a handgun at his waist. The aim was to seize control of the group and expel Armey’s enemies: The gun-wielding assistant escorted FreedomWorks’ top two employees off the premises, while Armey suspended several others who broke down in sobs at the news. The problem, clearly, is that despite its Tea Party status, FreedomWorks had failed to implement the security measures libertarians have been recommending for schools. If only the staff had been carrying concealed weapons, and those not armed had been trained to launch human wave attacks on gunmen, none of this would have happened, right?
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26 dicembre 2012Proteggere la libertà (o forse Freedom Works) [70]
E’ così, la storia della battaglia su “Freedom Works” – che è finita con il licenziamento di Dick Armey [71] con una somma di 8 milioni di dollari di liquidazione – sta diventando ancora più strana. Dal Washington Post: “Il giorno dopo il Labor Day, proprio mentre la campagna elettorale stava entrando nel suo frenetico finale, ‘FreedomWorks’, la organizzazione del Tea Party con base a Washington, è andata a scatafascio. Richard K. Armey, Presidente del gruppo e precedente leader della maggioranza (repubblicana) alla Camera, è entrato negli uffici del gruppo a Capitol Hill con sua moglie, Susan, ed un assistente che portava una pistola nella fondina. L’obbiettivo era prendere il controllo del gruppo ed espellere i nemici di Armey: l’assistente che brandiva l’arma ha condotto due impiegati del gruppo di rigente di FreedomWorks fuori dalla sede, mentre Armey ne sospendeva altri mentre stavano singhiozzando dinanzi alla notizia.” Il problema, chiaramente, è che nonostante l’appartenenza al Tea Party, FreedomWorks non è riuscita ad incrementare le radicali misure di sicurezza che erano state raccomandate per le scuole [72]. Se lo staff avesse avuto con sé armi nascoste, e quelli che non portavano armi fossero stati istruiti a scagliarsi a falange sugli uomini armati, niente del genere sarebbe successo, non è così?
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December 26, 2012, 10:38 am
Is Growth Over?It’s taken me a while to get around to Bob Gordon’s stimulating essay suggesting that the great days of economic growth are behind us. It’s not that different from things he’s been saying before, and I have in the past had a lot of sympathy for that view. I now believe, however, that his technological pessimism is wrong — or if you prefer, it’s the wrong kind of pessimism. But this is definitely a discussion worth having. Gordon argues, rightly in my view, that we’ve really had three industrial revolutions so far, each based on a different cluster of technologies: The analysis in my paper links periods of slow and rapid growth to the timing of the three industrial revolutions: IR #1 (steam, railroads) from 1750 to 1830; Gordon then argues that IR#2 was by far the most dramatic, which again seems right. Think of the America shown in Lincoln, which is a society shaped by industrial revolution 1 but not yet transformed by IR #2. It was a society in which you could travel much further and faster than ever before — but when you got to your destination, it was still a horse-drawn society in which most people still lived on farms and cities were cruder and dirtier than we can easily imagine. By the 1920s, however, urban America was already recognizably a modern society. What Gordon then does is suggest that IR #3 has already mostly run its course, that all our mobile devices and all that are new and fun but not that fundamental. It’s good to have someone questioning the tech euphoria; but I’ve been looking into technology issues a lot lately, and I’m pretty sure he’s wrong, that the IT revolution has only begun to have its impact. Consider for a moment a sort of fantasy technology scenario, in which we could produce intelligent robots able to do everything a person can do. Clearly, such a technology would remove all limits on per capita GDP, as long as you don’t count robots among the capitas. All you need to do is keep raising the ratio of robots to humans, and you get whatever GDP you want. Now, that’s not happening — and in fact, as I understand it, not that much progress has been made in producing machines that think the way we do. But it turns out that there are other ways of producing very smart machines. In particular, Big Data — the use of huge databases of things like spoken conversations — apparently makes it possible for machines to perform tasks that even a few years ago were really only possible for people. Speech recognition is still imperfect, but vastly better than it was and improving rapidly, not because we’ve managed to emulate human understanding but because we’ve found data-intensive ways of interpreting speech in a very non-human way. And this means that in a sense we are moving toward something like my intelligent-robots world; many, many tasks are becoming machine-friendly. This in turn means that Gordon is probably wrong about diminishing returns to technology. Ah, you ask, but what about the people? Very good question. Smart machines may make higher GDP possible, but also reduce the demand for people — including smart people. So we could be looking at a society that grows ever richer, but in which all the gains in wealth accrue to whoever owns the robots. And then eventually Skynet decides to kill us all, but that’s another story. Anyway, interesting stuff to speculate about — and not irrelevant to policy, either, since so much of the debate over entitlements is about what is supposed to happen decades from now.
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26 dicembre 2012La crescita è finita?
Per un po’ sono stato preso dall’occuparmi del saggio stimolante di Bob Gordon [73], che suggerisce che i grandi giorni della crescita sono alle nostre spalle. Non è una cosa diversa da quanto egli aveva sostenuto in precedenza, e in passato ho avuto molta simpatia per tale punto di vista. Oggi credo, tuttavia, che questo pessimismo tecnologico sia sbagliato – o, se preferite, che sia un genere sbagliato di pessimismo. Ma questo è certamente un tema che merita discutere. Gordon sostiene, secondo me giustamente, che in effetti abbiamo avuto tre rivoluzioni industriali sino ad oggi, ciascuna basata su una diversa filiera di tecnologie: “La analisi del mio studio collega periodi di lenta e rapida crescita alla tempistica di tre rivoluzioni industriali: La prima RI (il vapore, le ferrovie) dal 1750 al 1830; la seconda RI (elettricità, macchine a combustione interna, acqua corrente, gabinetti nelle abitazioni, comunicazioni, intrattenimenti, chimica, petrolio) dal 1870 al 1900; e la terza RI (computers, internet, telefoni mobili) dal 1960 ad oggi.” Gordon poi sostiene che la seconda RI fu di gran lunga la più spettacolare, il che ancora una volta sembra giusto. Si pensi all’America mostrata da “Lincoln” [74], che era una società plasmata dalla prima rivoluzione industriale ma non ancora trasformata dalla seconda. Era una società nella quale si poteva viaggiare molto più lontano e molto più velocemente che mai in precedenza – ma quando si arrivava a destinazione, era ancora una società trainata da cavalli, nella quale la gran parte delle persone vivevano in fattorie e le città erano rozze e sporche che appena si può immaginare. Con il 1920, tuttavia, l’America urbana era già una società riconoscibilmente moderna. Quello che Gordon poi suggerisce è che la terza rivoluzione ha già in gran parte fatto il suo corso, che tutte le nostre apparecchiature mobili e cose del genere sono nuove e divertenti, ma non così fondamentali. E’ bene che qualcuno metta in dubbio l’euforia tecnologica; ma ho analizzato molto di recente i temi della tecnologia e sono abbastanza sicuro che egli sbagli, che la rivoluzione delle tecnologia informatica abbia solo cominciato ad avere i suoi effetti. Si consideri per un attimo una specie di scenario tecnologico fantastico, nel quale si possano produrre robot intelligenti che riescano a fare tutto quello che fa una persona. Chiaramente una tecnologia del genere rimuoverebbe tutti i limiti del PIL procapite, ameno che non si contino i robots tra le persone. Tutto quello che dovrebbe fare è aumentare la percentuale di robots in rapporto agli umani, e si otterrebbe qualsiasi PIL che si desidera. Ora, non è questo che sta avvenendo – e di fatto, per quanto capisco, non è stato fatto un tale progresso nella produzione di macchine da far pensare che la strada sarà quella. Ma ci sono altri modi per produrre macchine intelligenti. In particolare, BIG Data – ovvero l’utilizzo di ampi database di cose come le conversazioni parlate – a quanto pare rende possibile alle macchine ottenere prestazioni che soltanto pochi anni fa sembravano possibili solo alle persone. Il riconoscimento della parola è ancora imperfetto, ma molto migliore di quanto non fosse e in rapido miglioramento, non perché si sia riusciti ad imitare l’intelligenza umana ma perché di sono trovati modi ad elevata intensità di informazioni per interpretare la parola in un modo del tutto non-umano. E questo significa che in un certo senso ci stiamo dirigendo verso qualcosa di simile ad un mondo di robot intelligenti; molte, molte mansioni stanno diventato alla portata delle macchine. A sua volta questo significa che probabilmente Gordon si sta sbagliando a proposito di rendimenti in diminuzione per la tecnologia. Certo, ci si chiede, ma cosa ne è delle persone? Ottima domanda. Le macchine intelligenti possono far diventare il PIL il più elevato possibile, ma riducono anche la domanda di essere umani – compresi quelli intelligenti. Dunque, potremmo assistere ad una società che diventa sempre più ricca, ma nella quale tutti i vantaggi della ricchezza maturano a favore di coloro che possiedono i robots. E poi alla fine Skynet [75]deciderà di ammazzarci tutti, ma quella è un’altra storia. In ogni modo, cose interessanti sulle quali ragionare – ed anche non irrilevanti, dal momento che una gran parte del dibattito sui diritti sociali riguarda quello che si suppone che accada tra qualche decennio.
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December 27, 2012, 8:57 am
Futurism and PolicyAs regular readers have noticed, I’ve been spending a fair bit of time recently thinking about issues of long-term growth. Why? Partly just as a break from fiscal cliffery and the endless battle against dumb short-run macro. But it’s also true that the long run matters for policy: given how much public debate focuses on things like the state of Social Security or Medicare in the year 2040, it’s definitely worth trying to figure out what we know or don’t know about what our economy might look like in the year 2040. There is a conventional wisdom here, and it’s embodied in long-run budget projections. I’m tempted to say that this conventional wisdom is that the next several decades will look like the last several decades, but that’s not quite true. If you look, for example, at the CBO’s long-run budget outlook, it assumes that productivity growth over the long term will be 1.7 percent a year (p. 34), which is roughly equal to average productivity growth since 1973. But it also assumes that compensation will grow roughly in line with productivity, which has not at all been the experience of the past 30 years. I can see why the budget office does this; basing the productivity guesstimate on the past is surely a defensible procedure — but projecting a continuation of the rapid rise in inequality would mean basing budget projections on a dystopian vision of the future, which is not exactly what you expect government agencies to do. Still, surely it’s overwhelmingly likely that these projections will be hugely off in one or more ways. No immediate moral from me, except as a reminder that all those long-term budget discussions in which people act as if we really know what the state of Social Security will be three decades from now are basically just boring science fiction.
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27 dicembre 2012Futurismo e politica
Come i lettori abituali avranno notato, recentemente sto spendendo abbastanza tempo nel pensare ai temi della crescita nel lungo periodo. Perché? In parte semplicemente per interrompere tutta questa faccenda del ‘precipizio fiscale’ e la battaglia infinita sulle scemenze macroeconomiche di breve durata. Ma è anche vero che il lungo termine in politica è importante: considerato come un gran parte del dibattito pubblico si concentra su questioni quali la situazione della Previdenza Sociale o di Medicare nell’anno 2040, è certamente meritevole cercare di immaginare quello che sappiamo o non sappiamo su come sarà la nostra economia nell’anno 2040. A questo proposito c’è un’opinione diffusa, ed è rafforzata dalle proiezioni di bilancio sul lungo periodo. Sono tentato di dire che questo senso comune è che i prossimi decenni assomiglieranno ai decenni trascorsi, la qualcosa però non è affatto vera. Se guardate, ad esempio, alla stima di bilancio a lungo termine del CBO, essa ipotizza che la crescita della produttività nel lungo periodo sarà pari all’1,7 per cento all’anno (pagina 34), che è grosso modo uguale alla crescita della produttività media a partire dal 1973. Ma essa ipotizza anche che le retribuzioni cresceranno grosso modo in linea con la produttività, e quella non è affatto stata l’esperienza degli ultimi trenta anni. Posso capire perché l’Ufficio del Bilancio lo fa; basare la stima approssimativa sul passato è certamente una procedura ammissibile – ma prospettare una prosecuzione della rapida crescita dell’ineguaglianza vorrebbe dire basare le previsioni di bilancio su una visione distopica [76] del futuro, che non è esattamente quello che ci si aspetta da agenzie governative. Inoltre, è assolutamente probabile che queste previsioni, in uno o più modi, verranno ampiamente modificate. Non ne traggo alcuna morale frettolosa, se non un promemoria: tutte le discussioni sul bilancio nelle quali le persone si atteggiano come se si conoscesse esattamente lo stato della Previdenza Sociale tra tre decenni sono fondamentalmente soltanto noiosa finzione scientifica.
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December 27, 2012, 12:46 pm
Future Inequality, According to the CBOAha: in its long-term assessment of Social Security (pdf), the CBO makes its assumptions explicit. Kudos to them for doing this, by the way; even if you disagree, it’s helpful to know how they arrive at their conclusions. So, what CBO assumes, first off, is that the share of compensation in GDP will remain constant. Here’s what that share has looked like since 1973, which marked the end of the postwar boom: Clearly, this share fluctuates with the business cycle, but is there are trend there too? In effect, CBO is writing that decline over the past decade off as a blip rather than the start of a major redistribution from labor to capital. Meanwhile, CBO does allow for some rise in earnings inequality, causing the taxable share of earnings to fall slightly as the share of earnings above the payroll tax cap rises; they project a fall from 85 to 83 percent between now and 2036. How does that compare with the trend over the past few decades? If you look at the data here, you see that the taxable share of earnings has also fluctuated a lot with the business cycle — but if you look at business cycle peaks, there’s a pretty strong downward trend, from 87.3 in 1979 to 82.6 in 2007. So CBO’s prediction implies a lot slower rise in earnings inequality over the next few decades than in the past. I’m not bashing CBO here — I understand what they’ve done, and I would probably have ended up doing the same thing in their place, if only, as I remarked in a previous post, because dystopian visions of a class-riven society and official agencies don’t mix very easily. The point, however, is that CBO could very easily be quite wrong here, and will indeed be very wrong if the rise of smart machines plays out as many suspect it will.
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27 dicembre 2012L’ineguaglianza futura, secondo il Congressional Budget Office
Eccoci: nella sua valutazione sul lungo periodo della Previdenza Sociale (pdf), il CBO rende esplicite le sue ipotesi. Naturalmente, complimenti per averlo fatto; anche se non si è d’accordo, aiuta comprendere come arrivano alle loro conclusioni. Dunque, quello che il CBO ipotizza, come prima cosa, è che la quota delle retribuzioni sul PIL resterà costante. Ecco come tale quota appare a partire del 1973, anno che segna la fine del boom post bellico: Chiaramente, questa quota oscilla con i cicli economici, ma c’è in questo anche una tendenza? In effetti, il CBO descrive quel declino nel decennio passato piuttosto come un episodio, e non come l’avvio di una importante redistribuzione (del reddito) tra il lavoro e il capitale. Nel frattempo, al tempo stesso, il CBO riconosce una qualche aumento nell’ineguaglianza delle contribuzioni, che provoca una loro leggera caduta come quota tassabile mentre la percentuale di esse sul tetto della tassa sugli stipendi [77] cresce; essi prevedono una caduta tra l’85 e l’83 % da ora al 2036. Come si confronta tutto ciò con la tendenza degli ultimi decenni? Se guardate a questa connessione, vedete che la quota tassabile delle contribuzioni ha anch’essa oscillato molto con i cicli economici – ma se guardate ai picchi dei cicli economici, c’è una tendenza al ribasso abbastanza forte, dall’87,3 % nel 1979 all’ 82,6% nel 2007. Dunque, la previsione del CBO un aumento assai più lento delle diseguaglianze delle retribuzioni nei prossimi decenni rispetto al passato. Non sto stroncando le ipotesi del CBO – capisco cosa hanno fatto, e al loro posto probabilmente avrei finito col fare la stessa cosa, anche solo perché, come ho sottolineato in un post precedente, la visione distopica [78] di una società spaccata in classi e le agenzie ufficiali non combinano facilmente. Il punto, tuttavia, è che il CBO potrebbe assai facilmente sbagliare di una qualche misura, e in effetti sarà così se lo scenario sarà, come molti sospettano, quello di una crescita delle ‘macchine intelligenti’
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December 30, 2012, 1:03 pm
The Hostage Drama BeginsIt sure looks as if we’re going over the fiscal cliff, but that may be the least of our problems. The debt ceiling is a much bigger and more dangerous issue, and it looks very much as if Republicans are set to destroy the full faith and credit of the United States if they can’t get their way. The key thing to remember — and what the GOP hopes you won’t understand — is that raising the debt ceiling only empowers the president to spend money that he’s authorized to spend by Congressional legislation; nothing more. Conversely, a party that refuses to raise the debt limit is saying that it’s prepared to inflict vast damage on America in order to achieve things that it couldn’t achieve through actual legislation — in effect, that it’s prepared to use vandalism to subvert the constitutional process. Still, that’s where they’re going. Back in 2003, when I published The Great Unraveling, I got a lot of ridicule from centrists over my claim that modern conservatism, which has taken over the GOP, was a deeply radical movement. (I also got a lot of grief for daring to suggest that Bush led us to war on false pretenses). At this point, does anyone doubt that that’s what we’re seeing? So what we’re probably looking at over the next few months is an epic confrontation. Maybe Obama wimps out — in which case he’s effectively surrendered the presidency to Grover Norquist; maybe GOP leaders back down, but then face a civil war within their own party; or maybe we’ll have a vast, rolling crisis that won’t truly be resolved until the 2014 elections. Happy New Year!
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30 dicembre 2012Comincia il dramma dell’ostaggio
Sembra certo che si stia andando oltre il precipizio fiscale, ma quello potrebbe essere l’ultimo dei nostri problemi. Il tetto del debito [79] è un tema assai più grande e pericoloso, e pare davvero che i Repubblicani siano pronti a distruggere per intero la fiducia e il credito degli Stati Uniti se non avranno soddisfazione. La questione chiave da tenere a mente – quella che il Partito Repubblicano vuole che voi non comprendiate – è che aumentare il tetto del debito semplicemente mette il Presidente nelle condizioni di spendere il denaro che egli è autorizzato a spendere dalla legislazione del Congresso; niente di più. Al contrario, un partito che rifiuta di accrescere il tetto del debito è come se affermasse di essere pronto ad infliggere un danno enorme all’America, allo scopo di ottenere cose che non potrebbe ottenere attraverso la normale legislazione – in sostanza, che è pronto a comportarsi in modo vandalico per sovvertire la procedura costituzionale. Eppure, è lì che stiamo andando. Nel 2003, quando pubblicai “La deriva americana” [80], fui molto ridicolizzato dai centristi per la mia tesi secondo la quale il moderno conservatorismo, che ha preso il sopravvento nel Partito Repubblicano, era un movimento profondamente estremista (mi presi anche un sacco di reprimende per aver osato affermare che Bush ci aveva portato in guerra con falsi pretesti). Al punto a cui siamo, dubita qualcuno che è quello che stiamo osservando? Dunque, quello che probabilmente vedremo nei prossimi mesi sarà uno scontro epico. Forse Obama reagirà con paura – nel qual caso egli effettivamente consegnerà la presidenza a Grover Norquist [81]; forse il Partito Repubblicano farà marcia indietro, ma allora dovrà fronteggiare una guerra civile all’interno del proprio Partito; o forse avremo una crisi ampia e prolungata, che verosimilmente non sarà risolta che con le elezioni del 2014 [82]. Felice anno nuovo!
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December 30, 2012, 1:32 pm
Is Our Austerians Learning?Paul Solman has a post on Greg Mankiw’s attempt at a gotcha over my views circa 2003 on the consequences of deficits. As Solman notes, not only are the situations very different, I’ve also long since acknowledged that I was wrong, and have explained how and why I modified my views as a result. Extra bonus: notice how Mankiw, faced with the failure of his gotcha, immediately tries to claim that he wasn’t actually saying what he was, in fact, saying. Anyway, as I told Joe Weisenthal, you’re supposed to change your views when events don’t pan out as you expected. The real gotchas should come on people who stick with their ideology no matter how badly it performs in practice. Brad DeLong vents his spleen on one example, a guy who has been predicting double-digit inflation for years but remains absolutely committed to his framework all the same. Brian Riedl of Heritage, who predicted that the US government would find it especially hard to borrow, and have to pay ever-higher rates, in a global recession, is another. But we don’t have to go to hard-liners and marginal figures to find people who refuse to learn. Basically the whole austerian movement has been wrong about everything for two and a half years — wrong about interest rates, wrong about the effects of austerity on GDP in Europe. Yet where is the reconsideration? And utter wrongness seems to be no disqualification for being considered a source of wisdom. It’s hard to top Alan Greenspan’s record these past seven or eight years: he went from denying that there was a housing bubble (or even that such a bubble was possible), to declaring the housing bust over in the fall of 2006, to declaring that US deficits would produce high inflation and interest rates (along with expressing his regret that it hadn’t happened yet). Yet there he was at the founding of Fix the Debt, apparently still considered the Maestro.
So, I’ve learned some things and changed some of my views. Wouldn’t it be nice if other people would do the same, sometimes?
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30 dicembre 2012Stanno imparando I nostri fanatici dell’austerità ?
Paul Solman ha un post sul tentativo di Greg Mankiw di prendermi in castagna per i miei punti di vista sulle conseguenze del deficit attorno al 2003. Come Solman nota, oltre ad essere la situazione assai diversa, io ho già da molto tempo riconosciuto d’avere avuto torto, ed ho spiegato di conseguenza come e perché ho modificato le mie opinioni. Ciliegina finale: messo dinanzi al fallimento del suo tentativo, immediatamente cerchi di sostenere che non stava affatto dicendo quello che di fatto ha detto. In ogni modo, come ho raccontato a Joe Weisenthal, si suppone che uno modifichi le proprie opinioni quando i fatti non abbiano già mostrato quello che ci si aspettava. Si prende effettivamente in castagna qualcuno quando rimane fermo nei suoi convincimenti nonostante che essi in pratica abbiano dimostrato di non funzionare. Brad DeLong dà sfogo al suo malumore con un esempio: un tizio che ha previsto per anni una inflazione a due cifre ma resta assolutamente legato al suo schema senza cambiare una virgola. Brian Riedl della Fondazione Heritage, che aveva previsto che il Governo degli Stati Uniti avrebbe trovato molto difficile indebitarsi, ed avrebbe dovuto pagare interessi sempre più elevati in una recessione globale, è un caso del genere. Ma non c’è bisogno di rivolgersi agli estremisti ed alle personalità marginali per trovare individui che rifiutano di imparare. Al fondo, l’intero movimento dell’austerità ha avuto torto da due anni e mezzo – torto sui tassi di interesse, torto sugli effetti dell’austerità sui PIL europei. Tuttavia, dov’è il ripensamento? E lo sbaglio più completo sembra quello di non essere stati squalificati per l’essere considerati una fonte di saggezza. E’ difficile superare il record di questi sette o otto anni di Alan Greenspan: egli è passato dal negare l’esistenza di una bolla immobiliare (o persino dal negare che una bolla del genere fosse possibile), al dichiarare lo scoppio della bolla immobiliare nell’autunno del 2006 ed al dichiarare che i deficit degli Stati Uniti avrebbero prodotto elevata inflazione ed elevati tassi di interesse (in aggiunta alla espressione del suo disappunto perché niente del genere è sinora accaduto). Tuttavia egli era presente alla fondazione del movimento Fix the Debt [83], apparentemente ancora considerato come il Maestro [84]. Dunque, io ho imparato qualcosa ed ho modificato qualche mio punto di vista. Non sarebbe grazioso se altri facessero lo stesso, ogni tanto?
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December 31, 2012, 2:48 pm
Conceder In Chief?OK, I’ve had my own sorta-kinda briefing on the apparent fiscal cliff deal, and I’m pretty much with Noam Scheiber. Viewed on its own, it’s a bad and upsetting deal but not as terrible as initial rumors had it. But the strategic consequences are likely to be very bad indeed, and in very short order too. As background, it’s important to understand what Obama clearly could have gotten just by going over the cliff. Basically, he could have gotten the whole of the Bush high-end tax cuts reversed, which would mean close to $800 billion in revenue over the next decade. What he couldn’t get, or at least couldn’t count on getting, were various spending items. This included the extension of unemployment benefits and various “refundables” on things like the Earned Income Tax Credit, that is, pieces of tax legislation that end up having the government cut checks to families instead of the other way around. So what Obama appears to have done is trade away part of the revenue from high-income taxpayers in return for some of the spending items he wanted. Extended unemployment benefits for a year, and the refundables either extended in perpetuity or for 5 years. The revenue loss seems to be on the order of $150 billion, or maybe a bit less. The reasons it isn’t bigger is that while the threshold for the top marginal rate is moving up to 450K, the thresholds for other things — phaseout of deductions, higher taxes on dividends and capital gains — aren’t going up, they’re staying at 250K. And at least one positive thing can be said: no giveaway on Social Security, Medicare, or Medicaid. Basically, no spending cuts at all. If you want think about the longer-term implications here, they’re ambiguous. The deficit is no problem right now, but there will eventually be a collision between the rising costs of social insurance programs and the inadequacy of the revenue base. Something will have to give. There were two big risks, from a progressive point of view, in Obama’s eagerness to get a Grand Bargain. One was that he would allow the Bush tax cuts to be locked in, making it very hard to get additional revenue; the other was that he would give in on fundamental benefit cuts. Well, he did #1, partially, but didn’t do #2 at all. This sets up a future confrontation: it will be very hard for progressives to raise taxes, but also very hard for conservatives to cut those social programs. I suppose the best case you can make here is that raising rates on the top 2 percent was never going to be enough anyway, so Obama getting less from that than he should have isn’t that big a deal. And the nightmare in which he cut Medicare and/or Social Security, only to have Republicans run against those cuts in 2014, seems to have been averted. OK, now for the really bad news. Anyone looking at these negotiations, especially given Obama’s previous behavior, can’t help but reach one main conclusion: whenever the president says that there’s an issue on which he absolutely, positively won’t give ground, you can count on him, you know, giving way — and soon, too. The idea that you should only make promises and threats you intend to make good on doesn’t seem to be one that this particular president can grasp. And that means that Republicans will go right from this negotiation into the debt ceiling in the firm belief that Obama can be rolled. At that point he can redeem himself by holding firm — but because the Republicans don’t think he will, they will play tough, almost surely forcing him to actually hit the ceiling with all the costs that entails. And look, if I were a Republican I would also be betting that he’ll cave. So Obama has set himself and the nation up for a much uglier confrontation than we would have had if he had set a negotiating position and held to it. Update: I should mention that on one issue, the estate tax, the problem is apparently with the Senate; there are, unfortunately, some heartland Dem Senators who are extremely solicitous of the handful of super-wealthy families in their states, so that Obama’s people don’t think they can get a majority for higher taxes here. It’s bizarre: states like New Jersey have far more large estates, not just total but per capita, than states like Montana, but it’s the Senators from the latter that are eager to preserve the inherited privileges of the few.
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31 dicembre 2012L’uomo delle concessioni [85]
E’ così, ho avuto una sorta di briefing [86] mio personale su quello che sembra essere l’accordo sul precipizio fiscale, e sono abbastanza d’accordo con Noam Scheiber. Considerato in sé, è un accordo negativo ed impressionante, ma non così terribile come sembrava dalle voci iniziali. Ma è probabile che le conseguenze strategiche siano in effetti assai negative, ed anche a brevissima scadenza. Sullo sfondo, quello che è importante comprendere è quello che Obama avrebbe potuto chiaramente ottenere soltanto andando oltre il ‘precipizio’. Fondamentalmente, egli avrebbe potuto ottenere che gli interi sgravi fiscali di lusso di Bush venissero cancellati, la qualcosa avrebbe significato un dato vicino a 800 miliardi di dollari di entrate nel prossimo decennio. Quello che egli non avrebbe ottenuto, o su cui almeno non avrebbe potuto far conto, erano varie voci di spesa. Queste includevano la proroga dei sussidi di disoccupazione e vari oggetti di possibili “rimborsi”, come il Credito di Imposta sui redditi da salari e stipendi, che sono pezzi della legislazione fiscale nei quali il governo finisce col tagliare gli assegni alle famiglie, anziché fare l’opposto. Dunque, quello che Obama sembra aver fatto è scambiare una parte delle entrate dai contribuenti degli alti redditi in cambio di alcune voci di spesa che voleva. I sussidi di disoccupazione prorogati di una anno ed i possibili rimborsi fiscali anch’essi prorogato in eterno o per cinque anni. Le entrate perdute sembrano essere dell’ordine di 150 miliardi di dollari, o un po’ meno. La ragione per le quali esse non sono maggiori è che la soglia della aliquota marginale sui redditi superiori sta salendo oltre i 450.000 dollari, le soglie per gli altri oggetti – eliminazione graduale sulle deduzioni, tasse più elevate sui dividendi e sui profitti da capitale – non stanno crescendo, restano sui 250.000 dollari. Ed almeno una cosa positiva si può dire: nessuna concessione sulla Previdenza Sociale, su Medicare o su Medicaid. Fondamentalmente, proprio nessun taglio alla spesa pubblica. Se a questo punto si vuol ragionare sulle implicazioni a più lunga scadenza, esse sono ambigue. In questo momento il deficit non è un problema, ma probabilmente ci sarà una collisione tra i programmi della assicurazione sociale e l’inadeguatezza della base delle entrate. Occorrerà sacrificare qualcosa. C’erano due grandi rischi, dal punto di vista dei progressisti, in questa smania di Obama di ottenere una Grande Intesa. Uno era che egli avrebbe consentito la stabilizzazione degli sgravi fiscali di Bush, rendendo molto difficile procurarsi entrate addizionali; l’altro era che avrebbe ceduto a tagli sui principali sussidi. Ebbene, egli ha fatto in parte la prima cosa, non ha fatto per niente la seconda. Questo prelude ad un futuro scontro: sarà molto difficile per i progressisti alzare le tasse, ma sarà molto difficile per i conservatori tagliare quei programmi sociali. Suppongo che la migliore ipotesi che si possa avanzare a questo proposito sia che aumentare le tasse sul due per cento dei redditi superiori non era destinato ad essere abbastanza in nessun modo, dunque il fatto che Obama abbia avuto meno di quello che avrebbe dovuto avere non è poi una gran soluzione. E l’incubo che egli tagli Medicare e/o la Previdenza Sociale, solo per avere i Repubblicani contrari ai quei tagli nel 2014, pare essere stato evitato. Bene, passiamo ora alle notizie davvero cattive. Chiunque abbia prestato attenzione a questi negoziati, in particolare data la condotta precedente di Obama, non può fare a meno di arrivare a questa conclusione: ogni qualvolta il Presidente dice che c’è un tema sul quale egli assolutamente e con certezza non cederà, potete far conto che, come sapete, egli cederà, ad anche rapidamente. L’idea secondo la quale si dovrebbero soltanto fare promesse o minacce che poi si mantengono non sembra essere tra quelle che questo particolare Presidente riesce ad afferrare. E questo significa che i Repubblicani usciranno per davvero da questi negoziati sul tetto del debito con il fermo convincimento che Obama possa essere rivoltato. A questo punto egli potrebbe riscattarsi tenendo ferme le sue posizioni – ma dato che i Repubblicani pensano che non lo farà, giocheranno con durezza, quasi certamente costringendolo a sbattere sul tetto (del debito), con tutti i costi che questo comporterebbe. E badate, se fossi un repubblicano anch’io scommetterei nella sua capitolazione. Dunque Obama ha predisposto se stesso e la nazione intera ad uno scontro assai più preoccupante di quello che sarebbe successo se avesse definito una posizione di negoziato e si fosse tenuto ad essa. Aggiornamento: dovrei rammentare che su un aspetto, la tassa di successione, il problema è apparentemente con il Senato; ci sono, sfortunatamente, alcuni Senatori del centro democratico che sono estremamente solleciti con una manciata di super-ricchi dei loro Stati, cosicché in questo caso i sostenitori di Obama non pensano di poter avere una maggioranza per tasse più elevate. E’ bizzarro: Stati come il New Jersey hanno di gran lunga eredità più cospicue, non solo in totale ma procapite, di Stati come il Montana, ma succede che i Senatori di questo secondo stato muoiano dalla voglia di preservare i privilegi ereditari della minoranza.
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[1] Il Prodotto Nazionale Lordo indica la somma della produzione dei beni e dei servizi prodotti in un anno dai lavoratori e dai proprietari di un determinato paese, quindi si riferisce esclusivamente alla produzione di coloro che risiedono in quel paese. Il Prodotto Interno Lordo indica la somma dei beni e servizi prodotti entro i confini di un paese, dunque compresi anche quei beni e servizi prodotti da lavoratori e da imprese straniere.
[2] Pew Research Center, un centro di ricerca e di sondaggi.
[3] Penso che ci sia un errore, forse “markets” al posto di “markers”.
[4] Editorialista del New York Times.
[5] “National Public Radio” è una organizzazione no-profit, privata e pubblica, che unisce una rete di 900 stazioni radio degli Stati Uniti. Produce informazioni e programmi culturali.
[6] “401 (k)” è un genere di risparmio previdenziale che prende il suo nome da una sottosezione del “Codice delle Entrate nazionali” americano.
[7] Si noti che normalmente le note, le aggiunte, le correzioni o precisazioni nei posts, precedono gli articoli anziché essere riportate in calce.
[8] Si riferisce ad un suo precedente post del 21 novembre, nel quale aveva attaccato aspramente la CNBC (Consumer News and Business Channel), ma aveva anche espressamente fatto una eccezione per i servizi di Joe Weisenthal. La CNBC è un televisione americana di notizie economiche di proprietà della NBC Universal.
[9] Un blog economico americano che ha un notevole successo, in particolare tra gli operatori economici.
[10] Ovvero, alla analisi economica della recessione recente secondo i modelli della “trappola di liquidità”.
[11] Per “terms of trade” si intende la quantità di importazioni che possono essere acquistate attraverso un quantità definita di esportazioni. Dunque, un miglioramento dei “termini di scambio” di una nazione significa che quel paese può acquistare maggiori importazioni che non in precedenza, in cambio delle medesime esportazioni.
[12] “Gotcha” significa “capito! T’ho beccato! Capisco dove vuoi arrivare”. Sostantivizzato, rappresenta la categoria di coloro che usano a un certo scopo quella espressione. Oppure, come nella frase successiva, rappresenta uno smascheramento, ovvero l’atto del fare un “gotcha”. Chi dice “gotcha” ma sbaglia, fa un “gotcha” su se stesso.
[13] La differenza tra “political” e “policy” non è semplice a dirsi né mi pare sia chiarita nei dizionari e bisogna provare ad interpretarla. Nella frase sopra hanno entrambi una funzione di aggettivazione, e tradurla sarebbe arduo (verrebbe: “la convenienza politica e della politica”). Ma mentre “political”, in quanto aggettivo corrispondente a “politics”, rimanda solo al concetto generale di “politica” e serve a definire l’esercizio del governo, le azioni, i metodi, i principi e le opinioni della politica; “policy” ha il significato – oltre che di “politica” – anche di “accortezza, avvedutezza, scaltrezza, furberia”. Nel caso di cui sopra, dunque, mi pare che si possa distinguere tra “posizione politica” e “convenienza politica”. Ma non è così semplice, perché talvolta l’implicito significato di “avvedutezza” nel termine “policy” mi è sembrato connotasse qualcosa che in italiano corrisponderebbe alla espressione “linea” o “strategia” politica”; in quel caso distinta da una “politics” che darebbe di più sul versante del “rapporti politici” (ovvero, praticamente il contrario della spiegazione precedente!) Se c’è qualcuno tra i lettori che può spiegarlo meglio, ha il mio indirizzo ….
[14] La traduzione di “slum dunk” è assai improvvisata, ma siccome significa anche l’azione – nel basket – di mettere la palla nel canestro schiacciandola con le due mani …
[15] Non mi è chiaro cosa si intenda, ma ho trovato articoli che parlano di robe del genere per i ‘misuratori’ della velocità sulle strade …. O forse anche per i giochi d’azzardo.
[16] La tabella precedente è una delle più significative nel dimostrare come, in condizioni di ‘trappola di liquidità’ (ovvero di tassi di interesse prossimi al limite dello zero) un aumento della base monetaria derivante da un incremento dei deficit, non comporta una inflazione fuori controllo. La riga blu l’incremento della base monetaria, quella rossa indica l’andamento dei prezzi al consumo.
[17] Peter Schiff è un commentatore ed analista finanziario, nonché amministratore delegato della Euro Pacific Capital Inc e della Euro Pacific Precious Metals.
[18] A proposito di “austrians”, ovvero di una potente scuola di orientamenti economici che ebbe inizio da alcuni economisti austriaci, si vedano le Note finali alla traduzione.
[19] Economista che scrive sul blog “Pragmatic Capitalism”.
[20] Storico e soprattutto conservatore ed ex collaboratore di Reagan.
[21] Ovvero, i sondaggi disposti dai suoi collaboratori.
[22] Esperto di sondaggi del New York Times.
[23] Si riferisce all’infortunio di Romney nel secondo confronto televisivo, quando il repubblicano aveva sostenuto che ad Obama erano stati necessari molti giorni per denunciare la radice terroristica della aggressione alla Ambasciata statunitense a Bengasi, costringendo la stessa moderatrice del confronto a chiarire che in realtà Obama l’aveva detto sin dall’inizio. Si trattava di una versione che era stata messa in circolazione in precedenza dal canale televisivo di destra Fox News.
[24] Conduttore televisivo della Fox. Ovviamente conservatore, sia pure con qualche posizione differenziata (in materia di pena di morte, di ambiente e di controllo delle armi).
[25] Letteralmente, non “negoziano con se stessi”. Ovvero, nel confronto politico non tendono a partire da soluzioni di compromesso da essi stessi immaginate in partenza, cioè ‘mediate con se stessi’.
[26] Per il concetto di “limite inferiore di zero” (come per quello di “trappola di liquidità”) si vedano le note finali sulla traduzione.
[27] Ryan Avent è corrispondente del The Economist; Tyler Cowen è un noto economista, pubblicista e professore alla George Mason University. Ecco le loro foto.
[29] Vedi Note finali della traduzione.
[30] E’ il nome di una agenzia prevista dalla legge di riforma di Obama, appunto per il contenimento ragionevole delle spese sanitarie.
[31] Per “death panel”, vedi alle Note finali della traduzione.
[32] Il diagramma è davvero interessante: in un periodo che va dal 2009 al 2019 sono indicati gli effetti sul debito della crisi economica, delle spese per la ripresa e per i salvataggi della banche, delle guerre e degli sgravi fiscali del periodo Bush. Tali effetti sono espressi in migliaia di miliardi di dollari (di restituzione del debito). La fascia gialla corrisponde al debito delle guerre, quella marroncina agli sgravi fiscali dell’epoca di Bush, quelle celeste e celeste scura alle misure per la ripresa ed ai salvataggi finanziari, quella blu agli effetti diretti della crisi economica, e quella in basso in bianco ad altri fattori.
[33] La connessione è con un vecchio articolo sulla rivista Slate, a proposito della situazione economica della Malesia e di un imbarazzante colloquio che in quella occasione Krugman ebbe con il Primo Ministro Mahathir Moahmad.
[34] Il primo è un commentatore politico americano e consulente sotto Nixon, Ford, Reagan e Clinton. La seconda è una giornalista, esperta di politica ed editorialista.
[35] Nuove entrate, chiaramente.
[36] Probabilmente un errore, per “subhead”.
[37] Penso che stia per “Domande e Risposte”.
[38] Vedi Note finali sulla traduzione.
[39] James Tobin (Champaign, 5 marzo 1918 – New Haven, 11 marzo 2002) è stato un economista statunitense, vincitore del Premio Nobel per l’economia nel 1981. Laureato presso l’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign e alla Harvard University, ove iniziò la sua attività di docente, fu consulente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti e consigliere economico del presidente John F. Kennedy. Insegnò per anni, a partire dal 1955, alla Yale University. Nel 1981 gli fu conferito il Premio Nobel per l’economia per “la sua analisi dei mercati finanziari e le loro relazioni con le decisioni di spesa, con l’occupazione, con la produzione e con i prezzi”. Tobin è noto per la sua proposta di tassazione sulle transazioni internazionali (la “Tobin tax“) e per la teoria chiamata “q di Tobin“. Tale teoria afferma che il valore di mercato del pacchetto azionario di un’impresa è in grado di misurare la differenza tra il capitale desiderato dall’impresa e il capitale effettivamente posseduto da questa.
[40] I “triangoli di Harberger” è una espressione con la quale solitamente ci si riferisce ad una inefficienza nella allocazione delle risorse (espressa si un grafico dell’offerta e della domanda) dipendente da azioni del governo in un mercato teoricamente perfetto (prezzi amministrati, tasse, tariffe etc.).
La “Legge di Okun” indica invece una relazione empiricamente osservata tra la disoccupazione e le perdite della produzione in un paese. Nel caso di un “gap” la relazione solitamente indica che con un tasso di disoccupazione più elevato di un 1 per cento, grosso modo si determinerà un impoverimento del PIL rispetto al PIL potenziale del 2 per cento.
Quindi, l’ironica espressione di Tobin stava a significare che ci vogliono molti errori o difetti “micro” di politica statale per fare il danno di un difetto strutturale e “macro” dell’economia.
[41] Penso che si tratti di una espressione ironica, che sta a significare una tendenza politica al compromesso. Infatti, Earl Browder (Wichita, 20 maggio 1891 – Princeton, 27 giugno 1973) è stato un politico e sindacalista statunitense, importante esponente del sindacalismo internazionalista, marxista-leninista della prima ora e segretario generale del Partito Comunista degli Stati Uniti d’America. Dopo la seconda guerra mondiale, con l’inizio della “guerra fredda”, promosse una propria via di conciliazione tra capitalismo e comunismo, con il che venne ovviamente scomunicato.. In questo contesto “browderismo” dovrebbe significare, mutuando ironicamente un linguaggio da Terza Internazionale, una tendenza a fare compromessi. E questo è Mr. Browder, che sembrerebbe invece proprio una persone per bene.
[42] Nota ironica, nel senso che le infrastrutture americane sono in costante peggioramento.
[43] Letteralmente “capital-biased” significa “orientato verso il capitale”.
[44] Traduzione del titolo del diagramma: “Parte dei compensi sul Reddito interno lordo”. Significa il rapporto tra la componente dei salari degli occupati ed il reddito complessivo interno di un paese.
[45] Il titolo del grafico è: “Partecipazione del lavoro nel prodotto delle imprese non agricole, dal primo trimestre del 1947 al terzo trimestre del 2010.
[46] Nel testo è scritto Tecnologia B, ma mi pare evidentemente un errore.
[47] In tutta la spiegazione, una difficoltà (per lettori non esperti come me) deriva dal fatto che non possiamo leggere nel diagramma il segno dell’andamento dei salari reali (e, come è noto, per ‘salario reale’ si intende il salario corretto ed adeguato all’andamento dell’inflazione). Mi pare però evidente che nel diagramma – che sulla linea verticale ha la produzione e su quella delle scisse ha l’occupazione, mentre le curve indicano la componente del capitale espressa in tre diverse situazioni della tecnologia – l’ammontare complessivo dei salari reali è espresso proprio dalla linea dell’occupazione. Se l’occupazione cresce, l’ammontare dei salari reali cresce nello stesso modo (in termini appunto complessivi, ovvero a prescindere dalle diverse evoluzioni dei salari nei singoli settori). Se si considerano la curve delle tre tecnologie, è evidente che ad ogni evoluzione della inclinazione di quelle curve corrisponde una quantità di occupazione e dunque di ammontare complessivo dei salari. Per capire, dunque, quanto crescono i salari reali in rapporto alle variazioni delle tecnologie, è sufficiente che da un punto qualsiasi di quelle curve si immagini una linea verticale verso il basso che vada ad incrociare la linea dell’occupazione. Come si vede la curva originaria e la curva A hanno una inclinazione (“slope”) che, proiettata sulla linea della occupazione-salari, mostra effetti molto più rapidi che non la curva B. Per quasi tutta il percorso (ovvero la durata) della curva B si ottengono livelli di produzione molto più elevati con livelli di occupazione molto più bassi. Il che significa appunto che i salari reali sono più bassi. Soltanto quando si perviene alla linea blu, ovvero a condizioni di piena occupazione, l’inclinazione delle tre curve produce gli stessi effetti sui salari reali.
[48] Per “austriaci” in economia, vedi e note finali sulla traduzione.
[49] Vedi le note finali sulla traduzione.
[50] Come si è capito queste frasi con le maiuscole sono una forma di ironia, indicano le cose presunte importanti, gli appellativi indiscutibili del senso comune etc.
[51] Jeb Bush, all’anagrafe John Ellis Bush (Midland, 11 febbraio 1953), è un politico statunitense. Repubblicano, occupava la carica di 43º governatore della Florida. Jeb è un esponente della famiglia Bush: è infatti figlio del 41° presidente degli Stati Uniti George Herbert Walker Bush e fratello minore del 43° George W. Bush. L’appellativo di “grande economista” è chiaramente ironico, ma eccolo con il fratello:
[52] Il “modello IS-LM” è quello che Krugman considera il punto cruciale del contributo di John Richard Hicks alla teoria economica. Troviamo spesso, in queste pagine, riferimenti a tale modello, e ci è sembrato opportuno provare a fornire, nelle Note sulla traduzione, un qualche tentativo di spiegazione di tutta questa materia. Per questo abbiamo aggiunto ora una nota, sotto la voce “Modello IS – LM”, alla quale si rinvia.
La lettura del diagramma, che ipotizza una situazione di “trappola di liquidità”, è la seguente: sull’asse verticale abbiamo il tasso di interesse, su quello orizzontale il PIL, la linea IS indica la tendenza dell’aggregato che Hicks definisce “Investimenti-Risparmi”, la linea grigia indica la situazione della piena occupazione. La “trappola di liquidità”, dunque, può essere letta in questo modo: quando – ad esempio a seguito di un shock finanziario che costringe ad una rapida riduzione dell’indebitamento – la linea IS scende rapidamente (perché crolla l’aggregato ‘investimenti-risparmi’), essa provoca una brusca discesa del tasso di interesse sino quasi al limite dello zero (qua lo zero è il punto di incontro tra tasso di interesse e PIL). Ma, a quel punto, incontrare la linea della piena occupazione diviene impossibile, nel senso che – senza altri interventi – il tasso di interesse dovrebbe risultare negativo, scendere oltre il limite inferiore di zero, il che è impossibile. Il termine “trappola di liquidità” sta appunto a significare che in quelle condizioni scatta la propensione alla liquidità, ovvero alla pura e semplice conservazione del denaro. Come Krugman spiega nelle frasi successive …
[53] “Grey Lady” è un soprannome del New York Times. Originariamente si riferiva alla tendenza ad utilizzare proporzioni più alte dell’usuale dei testi rispetto alla grafica.
[54] Il linguaggio è estremo, ma “SADS” è un acronimo per “Sudden Adult Death Syndrome”, ovvero per una sindrome di morte improvvisa che colpisce adulti in buona salute senza che si possa comprenderne l’origine.
[55] Talora la destra definisce come lo “Zio Paul” Paul Krugman, ad esprimere un insulto verso Brad DeLong , che sarebbe una specie di “nipotino” decerebrato dell’amico economista più famoso.
[56] Professoressa di “economia e retorica delle scienze umane” alla Università dell’Illinois, Chicago.
[57] Devo provare ad indovinare. Cosma Shalizi parrebbe corrispondere ad un professore associato di statistica alla Carnegie Mellon University, Pittsburgh, Pennsylvania. Una specializzazione che, se l’individuo è effettivamente quello in questione, che riguarderebbe l’economia in senso lato, spaziando dalla statistica alle neuroscienze … Tra le sue fissazioni sembrerebbe esserci anche la redazione di un blog con mezzi molto poveri, e questo forse spiegherebbe la stranezza per la quale brani del suo intervento non appaiono trascrivibili con i caratteri del NYT. Ma forse questa spiegazione, che fornisce Krugman, è semplicemente un’ironia, e quei brani sono un pochino troppo volgari. Nel complesso, lo scritto di costui sembra evidente un po’ liquidatorio nei confronti di DeLong, e questo parrebbe giustificare la conclusione malinconica di Krugman. Mancando un link nel testo, non riesco a capire dove Shalizi abbia scritto il suo irriverente commento, e quale sia il suo rapporto con la Heritage Foundation, notoriamente una organizzazione culturale della destra americana.
[58] Il blog è “Advice Unasked” (“Consigli non richiesti”), e il post in questione è apparso il 25 marzo del 2011.
[59] A proposito di queste due scuole economiche americane, vedi le Note sulla traduzione (“freshwater etc.”.
[60] E la connessione, naturalmente, è con lo scritto di Karl Marx “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”. Nella Francia post monarchica, il colpo di Stato del 18 brumaio, anno VIII della Rivoluzione (9 novembre 1799), compiuto da Napoleone Bonaparte, segnò la fine del Direttorio e della Rivoluzione stessa, dando inizio al Consolato guidato dalle personalità di Bonaparte, Sieyès e Ducos. Ma questo era il 18 Brumaio del Bonaparte Zio; mentre lo scritto di Marx si riferiva al Bonaparte Nipote, ovvero a Luigi. Per l’appunto, secondo Marx, se il primo “18 Brumaio” era stato una tragedia, il secondo era stato una farsa.
Questa è la citazione effettiva, alla prima riga del libro di Marx: “Hegel dice da qualche parte che i grandi fatti ed i personaggi della storia ricorrono due volte. Egli dimenticò di dire: ‘Una volta come tragedia e poi ancora come farsa’. Caussidiere per Danton, Louis Blanc per Robespierre, la ‘Montagna’ del 1848-51 per la ‘Montagna’ del 1793-1805, il Nipote per lo Zio …..”.
[61] Ovvero, che è fuorviante e dannoso utilizzare le politiche monetarie o della spesa pubblica per uscire dalle crisi, giacché le crisi stesse sono la strada salutare attraverso la quale il capitalismo supera le suo distorsioni e ritrova i propri equilibri di mercato. Ovvero, ciò che con le crisi viene distrutto doveva essere distrutto, perché era un impaccio al funzionamento migliore del sistema capitalistico. La quale tesi è una aggiornata versione delle opinioni degli “austriaci” in opposizione al keynesismo; (ad esempio, era stata con assoluta chiarezza già espressa da Schumpeter nella crisi degli anni ’30).
[62] Di solito il venerdì sera Krugman inserisce tra i suoi posts uno spettacolo musicale (che io non ho la tecnica replicare su questi fogli di ‘window’ …).
[63] Per l’espressione “guardiani dei bonds” vedi le Note finali sulla traduzione.
[64] Il riferimento è al post del 9 novembre “La semplice analitica degli invisibili guardiani dei bonds”.
[65] In economia gli aggregati monetari sono grandezze aggregate che esprimono la quantità complessiva, esistente in un determinato momento nel sistema economico, di moneta e di attività finanziarie che, per il loro grado di liquidità, possono svolgere le stesse funzioni della moneta (la cosiddetta quasi-moneta).
Lo M1 (o liquidità primaria) comprende le banconote e le monete in circolazione (il circolante), nonché le altre attività finanziarie che possono fungere da mezzo di pagamento, quali i depositi in conto corrente, se trasferibili a vista mediante assegno, e i traveler’s cheque; non vengono fatte rientrare in questo aggregato le banconote e monete depositate, quindi non in circolazione, per evitare il doppio conteggio, una volta come banconote e monete, l’altra come depositi in conto corrente (Wikipedia).
[66] Vedi le Note finali sulla traduzione.
[67] In informatica il termine Server Farm (letteralmente Fattoria di Server) (anche chiamata webfarm) è utilizzato per indicare una serie di server collocati in un ambiente unico in modo da poterne centralizzare la gestione, la manutenzione e la sicurezza.
[68] Ovvero nella linea blu, definita come la “tecnologia originaria”.
[69] In economia, luogo dei punti corrispondenti alle varie combinazioni di due fattori produttivi che, date certe condizioni della tecnica, permettono al produttore di ottenere la stessa quantità di prodotto.
[70] Libertà è “freedom”; “Freedom works” è il nome di una associazione di destra ispirata al Tea Party.
[71] Richard Keith “Dick” Armey è stato deputato alla Camera dei Rappresentanti (1985-2003) e leader della maggioranza repubblicana alla Camera (dal 1995 al 2003). Fu uno degli artefici della “rivoluzione Repubblicana” degli anni ’90, con la quale i repubblicani ottennero, per la prima volta dopo quaranta anni, la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. E’ stato professore di economia ed autore di alcune pubblicazioni. Dopo l’esperienza congressuale ha lavorato come consulente e lobbysta.
[72] Come è noto, nei giorni recenti, dopo la strage con 27 morti nel Connecticut, la destra estrema ha sostenuto che l’unico modo per impedire le stragi nelle scuole da parte di persone armate è quello di armare i dipendenti delle scuole.
[73] Economista americano, professore di Scienze Sociali alla Northwestern University.
[74] Un film di Spielberg di quest’anno.
[75] Skynet è un’immaginaria rete di supercomputer descritta nel ciclo cinematografico di Terminator.
[76] Ovvero, su una visione non solo pessimistica, ma orwelliana, totalitaria, con una società spaccata in due.
[77] Non sono sufficientemente esperto … Suppongo che “cap” stia per tetto, nel senso che la tassa sugli stipendi dovrebbe essere composta da una componente a carico degli imprenditori e da una componente nella forme di trattenute sui lavoratori. Ma non ne sono certo.
[78] “Distopia” è il contrario di utopia, ovvero una futuro indesiderabile, normalmente caratterizzato da una società totalitaria (diciamo, alla Orwell).
[79] Per i termini “precipizio fiscale” e “tetto del debito” (“Fiscal cliff” e “debt ceiling”) vedi le note finali sulla traduzione.
[80] E’ il titolo italiano del libro, che semplifica molto la traduzione …. “Unraveling” è il participio presente del verbo “to unravel” (o se si vuole il sostantivo corrispondente a quel verbo) che significa “sbogliare, districare”.
[81] Grover Glenn Norquist, nato nel 1956, è un conservatore su posizioni estreme, fondatore e presidente della associazione Americans for Tax Reform.
[82] Ovvero, con le prossime elezioni di medio termine.
[83] Riparare/correggere/riformare il debito ….
[84] E’ l’appellativo con il quale Greenspan veniva chiamato negli anni della sua Presidenza alla Fed.
[85] E un gioco di parole che non riesco a restituire più direttamente, tra “Comandante in capo” (il famoso attributo di “Commander in Chief” che la Costituzione americana prevede per il Presidente) e “Conceder in Chief” , che letteralmente sarebbe “Concessore in Capo”.
[86] Un “briefing” è una riunione, al livello di una azienda o di gerarchie militari, per impartire istruzioni operaive.
[1] Il Prodotto Nazionale Lordo indica la somma della produzione dei beni e dei servizi prodotti in un anno dai lavoratori e dai proprietari di un determinato paese, quindi si riferisce esclusivamente alla produzione di coloro che risiedono in quel paese. Il Prodotto Interno Lordo indica la somma dei beni e servizi prodotti entro i confini di un paese, dunque compresi anche quei beni e servizi prodotti da lavoratori e da imprese straniere.
settembre 17, 2012
September 19, 2012, 5:53 pm
Misinformed Monetary MittLeave aside what the now-famous video tells us about Mitt Romney’s character; in a way the shocking thing is how uninformed he seems to be. The 47 percent number was the kind of thing you hear in yahoo forums like talk radio and the Wall Street Journal editorial page; and then there’s what he said about US debt. Kevin Drum makes the catch: [A]s soon as the Fed stops buying all the debt that we’re issuing—which they’ve been doing, the Fed’s buying like three-quarters of the debt that America issues. He said, once that’s over, he said we’re going to have a failed Treasury auction, interest rates are going to have to go up. We’re living in this borrowed fantasy world, where the government keeps on borrowing money. Has the Fed been buying anything like three-quarters of the debt that we’re issuing? Here’s a comparison between two numbers: the increase in the value of federal debt held by the public (which in this case includes the Fed), and the increase in Fed holdings of federal debt, in each case measured over the previous year: So there was a period when the Fed was buying a large fraction of federal debt issue — but it didn’t last long. Many people did believe that terrible things would happen when the Fed stopped — among them Bill Gross. And you know what? They lost a lot of money, because the Fed bond purchases came to an end but interest rates kept going down: And yes, I called this one right. But that’s not crucial here. What is crucial is that a sort of urban legend developed that the only thing keeping rates low was the Fed; this legend was proved wrong by events; but Mitt Romney still believes it. And why does he believe it? Because he talked to some guy. Look, Romney is a presidential candidate. He has a staff, and some prominent economists allegedly advising him. Yet he draws his stories about the economy from what he heard somewhere, apparently believing that if the right sort of person says something there’s no need to check it out. Awesome.
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19 settembre 2012
Il Mitt disinformato sulla moneta Lasciamo perdere cosa ci dice il video oggi famoso sul carattere di Mitt Romney; la cosa scioccante è piuttosto quando egli appaia disinformato. Il numero 47 per cento era il genere di cose che si ascoltano in luoghi come i dibattiti radiofonici e le pagine editoriali del Wall Street Journal; e poi ecco cosa ha detto a proposito del debito americano. Kevin Drum ci dà il brano: “… appena la Fed smette di acquistare il debito che stiamo emettendo – che è quello che stanno facendo, la Fed compra tre quarti del debito che l’America emette. Una volta che questo sarà terminato, ha detto, ci ritroveremo con un asta dei titoli che andrà male, e i tassi di interesse dovranno salire. Stiamo vivendo in questo mondo fantastico di debiti, dove il Governo continua a prendere denaro a prestito”. La Fed sta acquistando qualcosa come i tre quarti del debito che stiamo emettendo? Ecco un confronto tra due numeri: la crescita del valore del debito federale messo da parte dal pubblico (che in questo caso include la Fed) e la crescita delle proprietà della Fed di debito federale, in entrambi i casi misurate sull’anno precedente [1]: C’è stato dunque un periodo nel quale la Fed stava acquistando una larga parte del debito federale – ma non è durato molto. Molte persone credevano con certezza che sarebbero accadute cose terribili quando la Fed si fosse fermata – tra loro Bill Gross [2]. Sapete cosa è accaduto? Hanno perso un sacco di soldi, perché la Fed si è fermata ma i tassi di interesse hanno continuato a scendere: E, in effetti, l’avevo previsto. Ma non è quello che conta, in questa sede. Quello che è cruciale è una sorta di leggenda metropolitana secondo la quale unica ragione che teneva i tassi bassi era la Fed; questa leggenda è stata smentita dai fatti, ma Mitt Romney ci crede ancora. E perché ci crede? Perché egli ne ha parlato con in Tizio qualsiasi. Si veda, Romney è un candidato presidenziale. Ha uno staff, alcuni eminenti economisti si presume che lo consiglino. Egli deriva i suoi racconti sull’economia da quello che ascolta da qualche parte, sembra credere che se una persona in qualche modo adatta dice qualcosa non c’è ragione di controllarlo. Terrificante.
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September 20, 2012, 9:18 am
The Trouble With FedspeakSo Fed hawks are all upset that expected inflation has risen since Bernanke announced QE3 — as indeed it has. Here’s the TIPS spread, the difference between the interest rate on ordinary 10-year bonds and inflation-protected securities: Is this alarming? On the contrary, it’s the main purpose of the exercise. In simple models of expectations-based efforts to get out of a liquidity trap, the only way the Fed can get leverage is by promising higher inflation once the liquidity trap is over. You can complicate this story a bit — for example, a sluggish trigger finger also means that the expansion lasts longer and hence that firms will face higher real demand — but inflation expectations are the main target, and a rise in those expectations is a feature, not a bug.
So what are the hawks talking about? The problem, at least in part, is that the indirectness of Bernanke’s language, the way an inflation target is implicit rather than explicit, feeds the confusion. I understand what he’s doing: a lot of people aren’t ready to face the realities here, so blurriness has its uses (and so do other targets, like nominal GDP, that are ultimately mainly about inflation but don’t make that point explicitly). But there are costs to this vagueness, and we’re seeing some of them already.
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20 settembre 2012I guai con il linguaggio della Fed Dunque, i falchi della Fed sono tutti turbati per il fatto che l’inflazione attesa è salita dal momento in cui Bernanke ha annunciato il QE3 – come in effetti è salita. Ecco lo spread dei TIPS [3], la differenza tra i tassi di interesse sui bonds decennali ed i titoli protetti dall’inflazione:
E’ allarmante? Al contrario, è il principale proposito dell’operazione. Nei semplici modelli degli sforzi basati sulle aspettative per uscire dalle trappole di liquidità, l’unico modo in cui la Fed può far leva è promettendo una inflazione più elevata una volta che la trappola di liquidità sia passata. Si può un po’ complicare questa storia – per esempio, alzare il dito con un po’ di indolenza [4] significa anche che l’espansione dura più a lungo e di conseguenza che le imprese si troveranno con una domanda reale più alta – ma le aspettative di inflazione sono l’obbiettivo principale , ed una crescita in quelle aspettative è una caratteristica, non un inconveniente. Dunque, di che parlano i falchi? Il problema, almeno in parte, è che la obliquità del linguaggio di Bernanke, il modo in cui l’obbiettivo di inflazione è implicito anziché esplicito, alimenta la confusione. Capisco cosa sta facendo: un bel po’ di persone non sono pronte a questo punto a misurarsi con la realtà, da qua il linguaggio sfuocato che egli adopera (e lo stesso effetto hanno anche altri obbiettivi, come il PIL nominale, che in ultima analisi riguardano principalmente l’inflazione, ma non pongono la questione in modo esplicito). Ma questa vaghezza ha qualche prezzo, e ne stiamo già vedendo alcuni.
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September 20, 2012, 9:57 am
The Fed Purchase TestAha. It seems that many people don’t realize that the view that the Fed is the only thing holding down interest rates has been tested — and failed. So, a bit more. The big test came from QE2, a program of large-scale Fed purchases of long-term government debt that began in November 2010 and ended in June 2011. You can see the program in the Fed’s holdings of such debt: The burning question at the time was what would happen when the program ended and the Fed stopped buying more long-term debt. Many people, very much including Bill Gross, predicted a spike in rates; those of us holding the “stock view”, including both me and Ben Bernanke, disagreed. In the end, there was no spike — which constituted strong evidence against the whole notion that the Fed is what’s holding down rates.
Yet the Fed story, which came into prominence in the first half of 2011, now continues to be an article of faith among many people, showing yet again that for such people evidence that runs contrary to their prejudices doesn’t matter.
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20 settembre 2012Il test degli acquisti FedRieccoci. Sembra che molte persone non comprendano che il punto di vista secondo il quale la Fed è l’unica cosa che può abbassare i tassi di interesse sia stato messo alla prova – e non abbia funzionato. Dunque, aggiungiamo qualcosa.Il grande tentativo fu fatto con il QE2, un programma di acquisti su larga scala da parte della Fed di debito pubblico a lungo termine che cominciò nel novembre del 2010 e terminò nel giugno del 2011. Potete osservare tale programma nei dati relativi al possesso da parte della Fed di tali titoli del debito pubblico:
La questione che urgeva in quel momento era che cosa sarebbe accaduto quando il programma fosse terminato e la Fed avesse interrotto l’acquisto di ulteriore debito a lungo termine. Molto persone, incluso a pieno titolo Bill Gross, avevano previsto un picco nei tassi; coloro tra di noi che sposavano il “punto di vista del capitale azionario”, compresi sia Ben Bernanke che il sottoscritto, non erano d’accordo. Alla fine non ci fu alcun picco – la qualcosa costituì una chiara prova contraria all’intero concetto secondo il quale sarebbe la Fed che abbassa i tassi. Tuttavia la storia della Fed, che assunse rilievo nella prima metà del 2011, continua oggi ad essere un articolo di fede tra molte persone, mostrando ancora una volta che per tali individui i fatti che vanno nella direzione opposta ai loro pregiudizi non contano.
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September 21, 2012, 10:09 am
Notes on the Political Economy of RedistributionMitt Romney is getting beaten up, and rightly so, for claiming that redistribution is un-American. Of course we redistribute, and we’ve been doing it on a substantial scale for generations. Medicare, for example, is in effect a strongly redistributive program: it’s supported by a payroll tax (and other revenue) in which the amount you pay in depends on your income, but it supplies a benefit that depends only on your medical costs. From each according to his ability, to each according to his needs! So no, Obama isn’t a radical for suggesting that we should continue to do what we’re already doing; the real radicals are the people on the right who want to declare much of what our government has been doing these past three generations illegitimate. The real question – arguably the central question of political economy – is how much to redistribute. And it’s both interesting and important to try to understand how that decision gets made. There’s a substantial literature (see, for example, the references here (pdf)) that makes use of something like the following model: 1. The government levies taxes on everyone – say, as a constant proportion of income This kind of model suggests that the median voter will in fact want redistribution as long as his or her income – median income – is less than average income, because in that case he’ll have more to gain than to lose from a bit of redistribution. And this condition is always met, because income distribution is skewed to the right (there are people with incomes $1 million above the median, but none with incomes $1 million below the median).
But in that case, won’t the median voter favor complete redistribution, with all income taxed away and then handed out as benefits? No, because of incentives: too high a tax rate will discourage effort and reduce overall incomes. So there’s a tradeoff that leads to some equilibrium level of redistribution. OK, it should be obvious that while this model is pretty, it falls down badly in the realism department. For one thing, median-voter models of politics suggest that the parties should converge on similar policies; in fact, they’re deeply polarized. Beyond that, the model suggests that higher income inequality should lead to more redistribution. What we see in practice, however, is that European countries with relatively low inequality of market income do much more redistribution than the United States, with its high inequality – and that as America has gotten more unequal, its tax and transfer system has grown less, not more redistributive.
I don’t think we have a full explanation of these awkward facts. But the model is still useful for thinking about the political world we live in.
In particular, imagine yourself as a hired gun for the right tail of the income distribution. What would you do in an effort to stop the median voter from realizing that she would benefit from a more European-style system? Well, you’d do everything you can to exaggerate the disincentive effects of higher taxes, while trying to convince middle-income voters that the benefits of government programs go to other people. And at the same time, you’d do everything you can to disenfranchise lower-income citizens, so that the median voter has a higher income than the median citizen.
So far, efforts along these lines have been remarkably successful. But operatives on the right are clearly worried that their three-decade run of success may be coming to an end. Indeed, the whole panic about the lucky duckies and all that can be seen as reflecting a great fear on the part of the right that any day now the median voter will realize where his true interests lie, and start supporting much more redistributionist policies.
So now you know what was bugging Romney at Boca, and why there’s such a desperate attempt to paint Obama as a radical.
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21 settembre 2012Note sull’economia politica della redistribuzione Mitt Romney sta uscendo malconcio, è giustamente, per aver sostenuto che la redistribuzione è antiamericana. Naturalmente noi redistribuiamo e lo stiamo facendo in modo sostanziale da generazioni. Medicare, per esempio, è un programma fortemente redistributivo: esso è sostenuto da una tassa sugli stipendi (e da un’altra sui redditi) nelle quali la somma che si paga dipende dal vostro reddito, ma offre un vantaggio che dipende soltanto dai vostri costi sanitari. Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!
Dunque, non è vero che Obama sia un radicale perché ritiene che dovremmo continuare a fare quello che già stiamo facendo; i veri radicali sono le persone della destra che vogliono siano dichiarate illegittime molte delle cose che il nostro Governo ha fatto nei tre anni passati. La vera domanda – probabilmente la domanda centrale dell’economia politica – è quanto redistribuire. Ed è altrettanto interessante ed importante capire in che modo si prende quella decisione. C’è una significativa letteratura (si vedano, ad esempio, i riferimenti in questa connessione disponibile in pdf) che fa uso di qualcosa di simile al seguente modello: 1 Il Governo mette le tasse su ciascuno – intendo in costante proporzione al reddito; 2 Esso usa quelle entrate per pagare per i vantaggi che ciascuno riceve; 3 Gli elettori scelgono i Partiti basandosi sulla offerta del programma tasse/benefici più vicina a quello che massimizza la loro personale utilità; 4 Il risultato finale riflette le preferenze dell’elettore medio. Questo genere di modello suggerisce che l’elettore medio in effetti vuole una redistribuzione sinché il reddito di lui o di lei – il reddito medio – è inferiore alla media dei redditi [5], giacché in quel caso egli avrà più da guadagnare che da perdere da un po’ di redistribuzione. E questa è sempre la condizione che si incontra, perché la distribuzione del reddito è spessa inclinata a destra [6](ci sono persone con redditi di un milione di dollari sopra la media, ma non c’è nessuno con un reddito di un milione di dollari sotto la media). Ma, in quel caso, l’elettore non vorrà sostenere una redistribuzione completa, con tutto il reddito tassato in partenza [7] e poi redistribuito nella forma di benefici? No, a causa degli incentivi: una aliquota fiscale troppo elevata scoraggerà gli sforzi e ridurrà il redditi complessivi. Ci sarà dunque uno scambio che porterà ad un qualche livello di equilibrio la redistribuzione. E’ vero, dovrebbe essere evidente che se questo modello è grazioso, esso difetta gravemente di realismo. Da una parte, i modelli della politica basati sull’elettore medio indicano che i Partiti dovrebbero convergere su tali politiche; nei fatti, essi sono profondamente polarizzati. Oltre a ciò, il modello suggerisce che una maggiore ineguaglianza dei redditi dovrebbe portare ad una maggiore redistribuzione. Quello che vediamo in pratica, invece, è che i paesi europei con una relativamente bassa ineguaglianza dei redditi di mercato praticano effettivamente maggiore redistribuzione degli Stati Uniti con le loro elevate diseguaglianze – e che dal momento in cui l’America è diventata più ineguale, il suo sistema fiscale e dei trasferimenti è diventato meno e non più redistributivo. Non penso che abbiamo una spiegazione piena per queste circostanze un po’ complicate. Ma il modello è ancora utile per pensare al mondo politico nel quale viviamo. In particolare, pensate a voi stessi come se foste un libero professionista alla estremità destra della distribuzione del reddito [8]. Cosa fareste nello sforzo di impedire ad un elettore medio di comprendere che potrebbe trarre vantaggio da un sistema più europeo? Ebbene, fareste proprio tutto quello che potete per esagerare gli effetti di disincentivo di tasse più elevate, mentre state cercando di convincere gli elettori a medio reddito che i benefici dei programmi di governo andrebbero da un’altra parte. E, allo stesso tempo, fareste tutto quello che potete per privare dei loro diritti i cittadini a basso reddito, in modo tale che gli elettori medi abbiano redditi più alti dei cittadini medi. Sino ad ora, gli sforzi in queste direzioni hanno avuto successi considerevoli. Ma coloro che operano a destra [9] sono chiaramente preoccupati che la loro esperienza di tre decenni di successo possa arrivare ad una scadenza. In effetti tutto il panico sui cosiddetti ‘tesorucci fortunati’ [10] e tutto il resto può essere considerato come il riflesso della grande paura di una parte della destra che, da un momento all’altro, l’elettore medio comprenda dove stia il suo vero interesse, e cominci a sostenere politiche molto più redistribuzioniste. Dunque ora sapete di cosa era infastidito Romney a Boca e per quale ragione c’è un tentativo disperato di dipingere Obama come un radicale.
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September 22, 2012, 11:06 am
Inequality KillsKathleen Geier makes a point I should have noticed. She points to the shocking story in yesterday’s Times about sharply declining life expectancies for less-educated whites, and points out that these declines took place at a time of rapidly rising income inequality. And we have lots of evidence that low socioeconomic status leads to higher mortality — even if you correct for things like availability of health insurance. Some of the effects may come through self-destructive behavior, some through simple increased stress; think about what it feels like in 21st-century America to be a worker without even a high school degree. In any case, Geier is surely right: what we’re looking at is a clear demonstration of the fact that high inequality isn’t just unfair, it kills.
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22 settembre 2012L’ineguaglianza uccideKathleen Geier avanza un punto che avrei dovuto notare. Ella si riferisce alla storia scioccante sul Times di ieri a proposito del brusco declino delle aspettative di vita per i cittadini bianchi senza istruzione e sottolinea che questo declino ha luogo in un’epoca di rapida crescita delle ineguaglianze. Ed abbiamo una quantità di prove che una bassa condizione socioeconomica porta ad una più elevata mortalità – anche se viene corretta da aspetti come la disponibilità di una assicurazione sanitaria.Alcuni degli effetti possono manifestarsi attraverso comportamenti autodistruttivi, alcuni semplicemente attraverso maggiore stress; si pensi a cosa si può sentire ad essere un lavoratore senza nemmeno un diploma superiore nella America del ventunesimo secolo. In ogni caso Geier ha sicuramente ragione: quello che stiamo osservando è una chiara dimostrazione che una elevata ineguaglianza uccide, oltre ad essere ingiusta.
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A seguire presentiamo la traduzione dell’articolo del New York Times sull’andamento delle aspettative di vita per alcuni rilevanti gruppi sociali negli Stati Uniti.
Life Spans Shrink for Least-Educated Whites in the U.S.By SABRINA TAVERNISEPublished: September 20, 2012For generations of Americans, it was a given that children would live longer than their parents. But there is now mounting evidence that this enduring trend has reversed itself for the country’s least-educated whites, an increasingly troubled group whose life expectancy has fallen by four years since 1990. Researchers have long documented that the most educated Americans were making the biggest gains in life expectancy, but now they say mortality data show that life spans for some of the least educated Americans are actually contracting. Four studies in recent years identified modest declines, but a new one that looks separately at Americans lacking a high school diploma found disturbingly sharp drops in life expectancy for whites in this group. Experts not involved in the new research said its findings were persuasive. The reasons for the decline remain unclear, but researchers offered possible explanations, including a spike in prescription drug overdoses among young whites, higher rates of smoking among less educated white women, rising obesity, and a steady increase in the number of the least educated Americans who lack health insurance. The steepest declines were for white women without a high school diploma, who lost five years of life between 1990 and 2008, said S. Jay Olshansky, a public health professor at the University of Illinois at Chicago and the lead investigator on the study, published last month in Health Affairs. By 2008, life expectancy for black women without a high school diploma had surpassed that of white women of the same education level, the study found. White men lacking a high school diploma lost three years of life. Life expectancy for both blacks and Hispanics of the same education level rose, the data showed. But blacks over all do not live as long as whites, while Hispanics live longer than both whites and blacks. “We’re used to looking at groups and complaining that their mortality rates haven’t improved fast enough, but to actually go backward is deeply troubling,” said John G. Haaga, head of the Population and Social Processes Branch of the National Institute on Aging, who was not involved in the new study. The five-year decline for white women rivals the catastrophic seven-year drop for Russian men in the years after the collapse of the Soviet Union, said Michael Marmot, director of the Institute of Health Equity in London. The decline among the least educated non-Hispanic whites, who make up a shrinking share of the population, widened an already troubling gap. The latest estimate shows life expectancy for white women without a high school diploma was 73.5 years, compared with 83.9 years for white women with a college degree or more. For white men, the gap was even bigger: 67.5 years for the least educated white men compared with 80.4 for those with a college degree or better. The dropping life expectancies have helped weigh down the United States in international life expectancy rankings, particularly for women. In 2010, American women fell to 41st place, down from 14th place in 1985, in the United Nations rankings. Among developed countries, American women sank from the middle of the pack in 1970 to last place in 2010, according to the Human Mortality Database. The slump is so vexing that it became the subject of an inquiry by the National Academy of Sciences, which published a report on it last year. “There’s this enormous issue of why,” said David Cutler, an economics professor at Harvard who was an author of a 2008 paper that found modest declines in life expectancy for less educated white women from 1981 to 2000. “It’s very puzzling and we don’t have a great explanation.” And it is yet another sign of distress in one of the country’s most vulnerable groups during a period when major social changes are transforming life for less educated whites. Childbirth outside marriage has soared, increasing pressures on women who are more likely to be single parents. Those who do marry tend to choose mates with similar education levels, concentrating the disadvantage. Inklings of this decline have been accumulating since 2008. Professor Cutler’s paper, published in Health Affairs, found a decline in life expectancy of about a year for less educated white women from 1990 to 2000. Three other studies, by Ahmedin Jemal, a researcher at the American Cancer Society; Jennifer Karas Montez, a Robert Wood Johnson Foundation Health and Society Scholar at Harvard; and Richard Miech, a professor at the University of Colorado Denver, found increases in mortality rates (the ratio of deaths to a population) for the least educated Americans. Professor Olshansky’s study, financed by the MacArthur Foundation Research Network on an Aging Society, found by far the biggest decline in life expectancy for the least educated non-Hispanic whites, in large part because he isolated those without a high school diploma, a group usually combined with high school graduates. Non-Hispanic whites currently make up 63 percent of the population of the United States. Researchers said they were baffled by the magnitude of the drop. Some cautioned that the results could be overstated because Americans without a high school diploma — about 12 percent of the population, down from about 22 percent in 1990, according to the Census Bureau — were a shrinking group that was now more likely to be disadvantaged in ways besides education, compared with past generations. Professor Olshansky agreed that the group was now smaller, but said the magnitude of the drop in life expectancy was still a measure of deterioration. “The good news is that there are fewer people in this group,” he said. “The bad news is that those who are in it are dying more quickly.” Researchers, including some involved in the earlier studies that found more modest declines in life expectancy, said that Professor Olshansky’s methodology was sound and that the findings reinforced evidence of a troubling pattern that has emerged for those at the bottom of the education ladder, particularly white women. “Something is going on in the lives of disadvantaged white women that is leading to some really alarming trends in life expectancy,” said Ms. Montez of Harvard. Researchers offered theories for the drop in life expectancy, but cautioned that none could fully explain it. James Jackson, director of the Institute of Social Research at the University of Michigan and an author of the new study, said white women with low levels of education may exhibit more risky behavior than that of previous generations. Overdoses from prescription drugs have spiked since 1990, disproportionately affecting whites, particularly women. Professor Miech, of the University of Colorado, noted the rise in a 2011 paper in the American Sociological Review, arguing that it was among the biggest changes for whites in recent decades and that it appeared to have offset gains for less educated people in the rate of heart attacks. Ms. Montez, who studies women’s health, said that smoking was a big part of declines in life expectancy for less educated women. Smoking rates have increased among women without a high school diploma, both white and black, she said. But for men of the same education level, they have declined. This group also has less access to health care than before. The share of working-age adults with less than a high school diploma who did not have health insurance rose to 43 percent in 2006, up from 35 percent in 1993, according to Mr. Jemal at the American Cancer Society. Just 10 percent of those with a college degree were uninsured last year, the Census Bureau reported. The shift should be seen against the backdrop of sweeping changes in the American economy and in women’s lives, said Lisa Berkman, director of the Harvard Center for Population and Development Studies. The overwhelming majority of women now work, while fertility has remained higher than in European countries. For women in low-wage jobs, which are often less flexible, this could take a toll on health, a topic that Professor Berkman has a grant from the National Institute on Aging to study.
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Negli Stati Uniti la durata della vita si restringe per i bianchi meno istruiti.Di Sabrina Tavernise20 settembre 2012
Per generazioni di americani era scontato che i figli sarebbero vissuti più a lungo dei loro genitori. Ma oggi c’è la prova crescente che questa tendenza duratura ha subito una inversione per i bianchi meno istruiti, un gruppo sociale in crescente difficoltà le cui aspettative di vita sono diminuite di quattro anni a partire dal 1990.
I ricercatori da tempo hanno documentato che gli Americani più istruiti stavano realizzando i maggiori guadagni nelle aspettative di vita, ma ora affermano che i dati sulla mortalità mostrano che i periodi di vita per alcuni americani meno istruiti stanno effettivamente contraendosi. Quattro studi negli anni recenti avevano individuato modesti decrementi, ma uno nuovo che esamina separatamente gli americani privi di diploma di scuola superiore ha scoperto allarmanti brusche cadute nelle aspettative di vita per i bianchi di questo gruppo. Esperti non coinvolti nella nuova ricerca affermano che le sue scoperte sarebbero persuasive. Le ragioni del declino restano non chiare, ma i ricercatori offrono possibili spiegazioni, includendo un picco di eccessive prescrizioni di farmaci tra i bianchi giovani, più elevati tassi di fumatori tra le donne bianche meno istruite, una crescente obesità ed un costante incremento nel numero degli americani meno istruiti che mancano di assicurazione sanitaria. I declini più vistosi sono stati per le donne bianche sprovviste di diploma di scuola superiore, che hanno perso cinque anni di vita tra il 1990 ed il 2008, ha riferito Jay Olshansky, docente di sanità pubblica all’Università dell’Illinois a Chicago e ricercatore capo dello studio, pubblicato il mese scorso in Health Affairs. Lo studio ha scoperto che, con il 2008, le aspettative di vita per le donne nere sprovviste di diploma superiore hanno sorpassato quello delle donne bianche con lo stesso livello di istruzione. Gli uomini bianchi sprovvisti di diploma di scuola superiore hanno perso tre anni di vita. I dati mostrano che le aspettative di vita sia per i neri che per gli ispanici con lo stesso livello di istruzione sono cresciute. Ma i neri non vivono altrettanto a lungo dei bianchi, mentre gli ispanici vivono più a lungo dei bianchi e dei neri. “Eravamo abituati ad osservare i gruppi ed a lamentarci che i loro tassi di mortalità non stavano migliorando abbastanza velocemente, ma regredire effettivamente è profondamente allarmante”, ha detto John G. Haaga, che dirige il Settore della Popolazione e dei Processi Sociali dell’ Istituto Nazionale sull’Invecchiamento e che non era coinvolto nel nuovo studio. La diminuzione di cinque anni fa il paio con la catastrofica caduta di sette anni per gli uomini russi negli anni successivi al collasso dell’Unione Sovietica, ha detto Michael Marmot, direttore dell’Istituto per la Giustizia nella Salute di Londra. Il declino tra i meno istruiti bianchi non ispanici, che assembla una quota di popolazione in restrizione, ha allargato una differenza che era già preoccupante. Le ultime stime mostrano che l’aspettativa di vita per le donne bianche senza diploma di scuola superiore era di 73,5 anni, a confronto con gli 83,5 anni per le donne bianche con una laurea o con istruzione anche superiore. Per gli uomini bianchi, il differenziale era persino maggiore: 67,5 anni per gli uomini bianchi meno istruiti a confronto di 80,4 anni di quelli con una laurea o più ancora. Le aspettative di vita calanti hanno contribuito a pesare negativamente sulla posizione degli Stati Uniti nelle graduatorie internazionali della aspettative di vita, in particolare per le donne. Le donne americane sono cadute dalla quarta posizione alla quattordicesima nel 1985, nella graduatoria delle Nazioni Unite. Secondo Human Mortality Database, tra i paesi sviluppati, le donne americane sono crollate dalla metà del gruppo negli anni ’70 all’ultimo posto nel 2010. Il crollo fu così imbarazzante che divenne oggetto di una inchiesta da parte della Accademia Nazionale delle Scienze, che pubblicò a tale proposito una ricerca l’anno passato. “C’è questa enorme questione delle ragioni di tutto ciò”, ha detto David Cutler, docente di economia ad Harvard che era stato autore di un saggio nel 2008 che aveva scoperto modesti decrementi nelle aspettative di vita per le donne bianche meno istruite dal 1981 al 2000. “E’ molto complesso e non abbiamo grandi spiegazioni”. Si tratta tuttavia di un altro segnale di pericolo in uno dei gruppi sociali più vulnerabili del paese durante un periodo nel quale importanti cambiamenti sociali stanno trasformando la vita per i bianchi meno istruiti. La nascita di figli fuori del matrimonio è molto cresciuta, aumentando la pressione sulle donne che più probabilmente sono genitrici singole. Coloro che si sposano tendono a scegliere compagni con livelli di educazione simili, concentrando lo svantaggio. Sospetti di questo declino si venivano accumulando dal 2008. Il saggio del professor Cutler, pubblicato in Health Affairs, scoprì il declino della aspettativa di vita di circa un anno per le donne bianche meno istruite, dal 1990 al 2000. Tre altri studi, a cura di Ahmedin Jemal, ricercatore della American Cancer Society; Jennifer Karas Montez, studiosa di questioni sanitarie e sociali della Robert Wood Johnson Foundation ad Harvard, e Richard Miech, docente alla Università del Colorado a Denver, scoprirono incrementi nei tassi di mortalità (la percentuale dei decessi sulla popolazione) per gli americani meno istruiti. Lo studio del professor Olshansky, finanziato dalla MacArthur Foundation Research Network on Aging Society, ha scoperto il declino di gran lunga più grande nelle aspettative di vita per i bianchi non ispanici con minore istruzione, in gran parte perché ha isolato quelli senza diploma di scuola superiore, un gruppo che solitamente viene aggregato ai diplomati della scuola superiore. I bianchi non ispanici attualmente rappresentano il 63 per cento della popolazione degli Stati Uniti. I ricercatori hanno affermato di essere rimasti sconcertati dalla dimensione della caduta. Alcuni hanno avvertito che i risultati potrebbero essere sovrastimati perché gli americani sprovvisti di un diploma di scuola superiore – circa il 12 per cento della popolazione, in diminuzione da circa il 22 per cento del 1990, secondo l’Ufficio del Censimento – erano un gruppo in restrizione che era più probabile risultasse ad oggi svantaggiato in modi ulteriori oltre all’istruzione, a confronto con le generazioni passate. Il professor Olshansky ha convenuto che quel gruppo fosse oggi più piccolo, ma ha detto che la dimensione della caduta della aspettativa di vita era tuttavia una misura del peggioramento. “La buona notizia è che ci sono meno persone in questo gruppo”, ha detto. “La cattiva notizia è che quelli che ne fanno parte muoiono più rapidamente”. Ricercatori, inclusi alcuni coinvolti nei primi studi che avevano scoperto decrementi più modesti nella aspettativa di vita, hanno affermato che la metodologia del professor Olshansky è stata corretta e che le scoperte rafforzano la prova di un modello che affligge le persone che sono sul fondo della scala dell’istruzione, in particolare le donne bianche. “Sta proseguendo qualcosa nella vita delle donne bianche svantaggiate che sta conducendo a tendenze allarmanti nelle aspettative di vita”, ha detto la signora Montez di Harvard. I ricercatori offrono teorie per la caduta nella aspettativa di vita, ma mettono in guardia dal fatto che nessuna potrebbe pienamente spiegarla. James Jackson, direttore dell’Istituto di Ricerche Sociali dell’Università del Michigan ed uno degli autori del nuovo studio, ha detto che le donne bianche con bassi livelli di istruzione possono manifestare comportamenti più rischiosi che non nelle precedenti generazioni. Eccessi nella prescrizione di farmaci hanno toccato il picco a partire dal 1990, interessando in modo sproporzionato i bianchi, soprattutto le donne. Il professor Miech, dell’Università del Colorado, notò quella crescita in un saggio del 2011 sulla American Sociological Review, sostenendo che essa era tra i cambiamenti più rilevanti tra i bianchi negli ultimi decenni e che sembrava aver comportato i compenso vantaggi per le persone meno istruite quanto alla percentuale di attacchi cardiaci. La signora Montez, che studia la salute delle donne, ha affermato che il fumo era una gran parte (della spiegazione) della diminuzione della aspettativa di vita tra le donne meno istruite. Le percentuali di fumatrici, ha detto, sono cresciute tra le donne sprovviste di diploma di scuola superiore, sia bianche che nere. Ma per gli uomini dello stesso livello di istruzione sono diminuite. Questo gruppo ha anche minore accesso alla assistenza sanitaria che in passato. Secondo Jemal, della American Cancer Society, la percentuale di adulti in età lavorativa con istruzione inferiore al diploma di scuola superiore che non avevano l’assicurazione era salita al 43 per cento nel 2006, dal 35 per cento nel 1993. Il Census Bureau dava conto che soltanto il 10 per cento di coloro che possedevano una laurea l’anno passato non erano assicurati. Lisa Berkman, direttrice del Center for Population and Development Studies di Harvard, ha affermato che il mutamento dovrebbe essere considerato a fronte dello scenario delle trasformazioni di carattere generale nell’economia americana e nella vita delle donne. Oggi la schiacciante maggioranza delle donne lavora, mentre la fertilità è rimasta più elevata rispetto ai paesi europei. Per le donne in posti di lavoro con bassi salari, lavori che sono spesso meno flessibili, questo potrebbe avere un costo in termini di salute, argomento per il quale la professoressa Berkman ha un progetto sovvenzionato di ricerca presso il National Institute of Aging.
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September 22, 2012, 11:27 am
Self-contradictory Fed BashingDavid Glasner continues to be unhappy with the Bernanke/QE bashers, this time going after claims that the Fed’s monetary policy was too easy before the crisis. Much of this discussion is couched in terms of the Taylor Rule, which John Taylor originally suggested — a rule that sets the Fed funds rate based on inflation and either unemployment or some measure of the output gap. This was a clever idea, and has proved useful as a rule of thumb for both description and prediction. But a funny thing happened on the way to the crisis: Taylor and others have elevated this rule to sacred status — and not only that: they have insisted that the original coefficients Taylor suggested, which he basically pulled out of, um, thin air, are sacrosanct.
Surely this is silly. The right question should be whether, given the actual state of the economy in the naughties, the Fed should — given what it knew at the time — have raised rates faster. Inflation wasn’t out of control: So why raise rates? Well, the retrospective answer is that there was a damaging housing bubble. But there are two things you should know. First, there was widespread denial that there was a housing bubble. Second, the very same people who accuse the Fed of having been too loose then accuse it now of targeting asset prices, trying to boost the stock market rather than focusing on the real economy. (Because high unemployment apparently isn’t a sufficient reason). See the problem? The only reason for the Fed to have tightened in the naughties would have been concern about asset prices — which is the same kind of concern that is apparently dastardly now. I don’t think any of this makes sense. I think it’s just about looking for reasons to oppose easing now.
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22 settembre 2012Attacchi incongrui alla Fed.David Glasner continua ad essere inquieto con coloro che attaccano Bernanke e la “Quantitative Easing” [11], che questa volta fanno seguito alle affermazioni per la quali la politica monetaria della Fed fu anche troppo facile prima della crisi.Gran parte di questa discussione è espressa nei termini della cosiddetta Regola di Taylor [12] , che venne suggerita originariamente da John Taylor – una regola che definisce i tassi dei finanziamenti della Fed sulla base dell’inflazione e sia della disoccupazione che di altre misure del differenziale di produzione. Questa fu un’idea intelligente, che si mostrò utile come regola empirica sia per l’analisi della situazione che per le previsioni. Ma dinanzi alle crisi accadde una cosa curiosa: Taylor ed altri avevano promosso questa regola ad una funzione sacrale – e non solo quello: avevano insistito che i coefficienti originari indicati da Taylor, quelli che fondamentalmente lui aveva tirato fuori, diciamo così, dal nulla, erano sacrosanti.
Questo sicuramente non ha senso. La domanda giusta dovrebbe essere se, date le effettive condizioni dell’economia nei primi anni duemila, la Fed avrebbe dovuto – considerato quello che essa conosceva a quel tempo – innalzare i tassi più rapidamente. L’inflazione non era fuori controllo: Perché dunque innalzare i tassi? Ebbene, la risposta retrospettiva è che c’era una dannosa bolla immobiliare. Ma c’erano due cose che si dovrebbero sapere. La prima, c’era un diniego generalizzato che si fosse in presenza di una bolla immobiliare. La seconda, proprio le stesse persone che accusano la Fed di essere stata troppo lassista, ora la accusano di stabilire obbiettivi per i prezzi degli assets [13], cercando di spingere il mercato azionario piuttosto che concentrarsi sull’economia reale (perché a quanto pare l’alta disoccupazione non è una ragione sufficiente). Capite il problema? La sola ragione per la Fed per aver fatto politiche restrittive nei primi anni duemila sarebbe stata la preoccupazione per i prezzi degli assets finanziari – che è lo stesso genere di preoccupazione che oggi sembra considerata miserabile. Penso che niente di questo abbia senso. Penso che abbia solo a che fare con il cercare ragioni qualsiasi per opporsi alla ‘facilitazione’ in questo momento.
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September 23, 2012, 10:50 am
Expectations and the Confidence FairySome readers have asked whether there isn’t an inconsistency between my view that the Fed can promote economic recovery by changing expectations about future policy, and my ridicule of austerity proponents who invoke “confidence” as a reason to believe that austerity will actually be expansionary. But there isn’t really any inconsistency; it’s an orders of magnitude thing. What the expansionary austerity types are claiming is that the indirect effect of austerity on confidence will outweigh the large direct depressing effect of cutting government spending now. That’s a very tall order. Consider a very simple New Keynesian model, like the one I used in my old Japan paper (pdf). This model assumes infinitely lived consumers with free access to capital markets, assumptions that would seem to be very favorable to the notion that changes in expected future policy matter. Yet even there, a perceived permanent fall in government spending will at best have zero effect on output; if there’s any notion that the cuts are temporary, they’ll be contractionary. Add more realism, and the odds of expansionary austerity get even worse.
By contrast, expectations-based monetary policy has no direct effect on the economy today, so any positives from expectations make it favorable over all. You don’t have to believe that the effects are really big to believe that they might be there. Now, there is room for skepticism over the effectiveness of “credibly promising to be irresponsible” — which is why from the beginning of this crisis I’ve always favored using fiscal policy as the main answer, with unconventional monetary policy as a supplement. But the Fed should be doing what it can — and finally, it seems to be moving in that direction.
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23 settembre 2012Le aspettative e la fata turchina della fiducia [14]Alcuni lettori hanno chiesto se non ci sia incoerenza tra la mia opinione secondo la quale la Fed può promuovere la ripresa dell’economia attraverso un cambiamento nelle aspettative sulla politica futura, e la mia ironia su coloro che propongono l’austerità invocando “fiducia”, come una giustificazione per credere che l’austerità sarà per davvero espansiva. Ma in realtà non c’è alcuna incoerenza; è solo una questione di ordine di grandezza.Quello che gli individui della austerità espansiva sostengono è che l’effetto diretto dell’austerità sulla fiducia avrà maggior peso che non l’ampio effetto direttamente depressivo del taglio della spesa pubblica sul momento. In questo caso la dimensione è del tutto elevata. Si consideri un semplicissimo modello neokeynesiano, come quello che io adoperai nel mio vecchio studio sul Giappone (disponibile in pdf). Questo modello assume un numero illimitato di consumatori con libero accesso ai mercati dei capitali, assunti che sembrerebbero essere molto favorevoli all’idea che i cambiamenti nella politica attesa per il futuro abbiano importanza. Tuttavia persino in quel caso, la percezione di una caduta prolungata nella spesa pubblica avrà nel migliore dei casi un effetto nullo sulla produzione; se c’è una qualche idea che i tagli siano provvisori, avranno un effetto di contrazione. Si aggiunga un po’ di realismo, e le probabilità di una austerità espansiva saranno anche più basse.
Di contro, le aspettative basate sulla politica monetaria non hanno un effetto diretto sull’economia odierna, cosicché ogni fattore di positività nelle aspettative opera complessivamente in senso favorevole. Non si deve credere che gli effetti siano davvero grandi per credere che in qualche modo possano esserci. Ora, si può essere scettici sulla efficacia del “promettere credibilmente di essere irresponsabili [15]” – e questa è la ragione per la quale sin dall’inizio di questa crisi sono sempre stato a favore dell’utilizzo della politica della finanza pubblica come risposta principale, con una politica monetaria non convenzionale come complemento. Ma la Fed dovrebbe fare quello che è possibile – e finalmente sembra si stia muovendo in quella direzione. |
September 25, 2012, 8:37 am
Coulda Been WorseJosh Lehner does something I’ve been meaning to do: he compares US economic performance since the financial crisis with other episodes of major financial crisis. And guess what? We actually look better than most (sorry about the small print): This comparison actually tells us quite a lot. First of all, it makes immediate nonsense of the talking point that Obama must be doing terrible damage to our economy by threatening universal health care, or looking at businessmen funny, or something. Listening not just to Republican politicians but to a fair number of credentialed economists, you’d think that our protracted economic weakness is a puzzle to be explained – and that it somehow must reflect the alleged leftist tilt of the current administration. In fact, however, protracted weakness is normal after a big financial crisis, and if anything we’re doing better than average, probably thanks to fiscal and monetary stimulus.
That said, we should have done even better: if stimulus works, and the evidence says that it does, we should have done more, and made the slump even shorter and shallower. In this context, look at Japan. People always ask whether we’ll do as badly as Japan; so far, at least, we’re doing far worse. I think you can make a good case that Japan was highly effective in its use of fiscal stimulus to limit the damage from financial crisis; where it failed was in not pursuing expansionary monetary policy during the good years to lift itself out of deflation. So thanks to Josh Lehner for this. The truth about our crisis is not what everyone says.
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25 settembre 2012Poteva andar peggioJosh Lehener fa qualcosa che avevo intenzione di fare: confronta la prestazione economica degli Stati Uniti dal momento della crisi finanziaria con altri importanti episodi di crisi finanziaria. Indovinate un po’? Effettivamente sembra che siamo nella migliore condizione (spiacente per la grafica piccola):
Questo paragone, in realtà, ci dice un po’ di cose. In primo luogo, esso rende immediatamente insensato tutto quel parlare del danno incredibile fatto da Obama alla nostra economia minacciando una assistenza sanitaria di tipo universale, oppure guardando storto gli uomini d’affari, o robe del genere. Ascoltando non solo gli uomini politici repubblicani, ma anche un discreto numero di economisti accreditati, potreste pensare che la nostra prolungata debolezza economica sia un mistero che deve essere spiegato – e che in qualche modo debba riflettere una pretesa inclinazione di sinistra della Amministrazione attuale. Di fatto, tuttavia, una prolungata debolezza è naturale dopo una grande crisi finanziaria, e semmai stiamo facendo meglio che nella media degli altri casi, probabilmente grazie alle misure di sostegno della finanza pubblica e monetarie. Ciò detto, avremmo dovuto fare anche meglio: se lo stimolo funziona, e le prove dicono che funziona, avremmo dovuto fare di più, ed avremmo reso la crisi anche più corta e meno pesante. In questo contesto, di guardi al Giappone. La gente si chiede sempre se andremo altrettanto male che in Giappone; almeno sino a questo punto, stiamo andando un bel po’ peggio. Penso si possa considerare un buon esempio del fatto che il Giappone è stato efficace nel suo utilizzo dello stimolo della finanza pubblica per limitare il danno proveniente dalla crisi finanziaria; dove esso fallì fu nel non perseguire una politica monetaria espansiva durante gli anni buoni al fine di tirarsi fuori dalla deflazione. Dunque, grazie per questo a Josh Lehener. La verità sulla crisi è diversa da quello che si racconta.
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September 26, 2012, 4:54 am
Euro Update: The Perils of Pointless Pain
So, I’m in jet lag city, which means that it’s time for a euro update. (I’ve been pretty focused on the US election, since it is, after all, my country; but still keeping an eye on the other side of the pond). The basic story of the euro crisis remains the same: it’s essentially a balance of payments crisis, misinterpreted as a fiscal crisis, and the key question is whether internal devaluation is really workable. What? OK: the roots of the euro crisis lie not in government profligacy but in huge capital flows from the core (mainly Germany) to the periphery during the good years. These capital flows fueled a peripheral boom, and sharply rising wages and prices in the GIPSI countries relative to Germany: Then the music stopped. The combination of deeply depressed peripheral economies (which meant surging budget deficits) and fears of a euro crackup turned this into an attack on peripheral-government bonds. But the root remains the balance of payments/cost problem. And any resolution must involve getting costs and prices back in line. This is the context in which you have to see Mario Draghi’s actions. Twice now — first with the LTRO last fall, then with the plan to buy sovereign debt, he has stepped in to limit runaway bond yields, short-circuiting a possible financial “death spiral” of falling bond prices, collapsing banks, and high-speed capital flight. Here are bond yields (monthly averages, with the most recent data standing in for September): Good for him. But you still need “internal devaluation”: a sharp fall in costs and prices relative to the core. And that’s a slow, painful process. Where does austerity fit in to this story? Mostly it doesn’t. Shaving an extra couple of points off the structural deficit will make very little difference to long-run solvency, nor will it do much to accelerate the pace of internal devaluation. It will, however, depress employment even further and inflict a lot of direct suffering too through cuts in social programs. Why do it, then? Partly it’s because Europe is still operating on the false theory that this is essentially a fiscal issue; partly it’s to assuage the Germans, who remain convinced that those lazy Southern Europeans are getting away with something. In effect, the policy is to inflict pain for the sake of inflicting pain. Which brings us to the question: can this go on? When do the people of the afflicted economies say that they can bear no more? The news from Spain, with vast protests and talk of secession, suggests that this moment may be approaching fast. Also, while Greece has long since ceased to be the epicenter, things seem to be breaking down there too. I really do think Draghi has done very well. But he can’t make internal devaluation work on his own, and he can’t save Europe if its leaders continue to think that gratuitous infliction of pain is sound policy.
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26 settembre 2012Aggiornamento sull’euro: I pericoli di una sofferenza senza scopo.E’ come se vivessi in un città con la sindrome da fuso orario [16], il che significa che è tempo che torni ad occuparmi dell’euro (mi ero piuttosto concentrato sulle elezioni americane, dato che, dopo tutto, è il mio paese; ma continuando con un occhio a seguire l’altra parte dello stagno).La storia di fondo della crisi dell’euro rimane la stessa: è essenzialmente una crisi da bilancia di pagamenti, male interpretata come crisi fiscale [17], e la domanda chiave è se la svalutazione interna possa effettivamente funzionare.
Cosa sto dicendo? Ebbene, si: le radici della crisi dell’euro non stanno nella dissolutezza dei Governi ma in vasti flussi di capitali dal centro (soprattutto dalla Germania) alla periferia durante gli anni buoni. Questi flussi di capitali hanno acceso un boom nella periferia, facendo crescere bruscamente salari e prezzi nei paesi GIPSI rispetto alla Germania: Poi la musica si è interrotta. La combinazione di economie periferiche profondamente depresse (il che significa deficit di bilancio in salita) e di paure di un collasso dell’euro si è risolta in un attacco ai bonds degli stati periferici. Ma alla radice resta il problema della bilancia dei pagamenti. Ed ogni soluzione non può non includere il rimettere costi e prezzi in linea. Questo è il contesto nel quale si devono osservare gli atti di Mario Draghi. In due occasioni, sinora – la prima con il LTRO [18] dello scorso autunno, poi con il programma per acquistare debito sovrano, egli si è mosso per limitare i rendimenti fuori controllo dei bonds, cortocircuitando una possibile “spirale finanziaria fatale” di prezzi dei bonds in caduta, collassi bancari e vertiginose fughe di capitali. Ed ecco i rendimenti dei bonds (medie mensili, con i dati più recenti che si fermano a settembre): Un buon risultato, dal suo punto di vista. Ma c’è ancora bisogno di “svalutazione interna”: una caduta considerevole dei prezzi e dei costi in rapporto al centro (ovvero, alla Germania). E questo è un processo lento e penoso. Cosa ha a che fare l’austerità con questa storia? In gran parte, non ha niente che fare. Eliminare in via straordinaria due punti di deficit strutturale produrrà una modesta differenza nella solvibilità di lungo periodo, e non accelererà granché il passo della svalutazione interna. Tuttavia deprimerà l’occupazione ancora maggiormente e provocherà peraltro una quantità di sofferenze dirette attraverso tagli ai programmi sociali. Perché farlo, dunque? In parte perché l’Europa è ancora alle prese con la falsa teoria secondo la quale si tratta fondamentalmente di una crisi fiscale; in parte per rassicurare i tedeschi, che restano convinti che quei vagabondi degli europei del Sud se la stiano cavando con poco. In effetti, è una politica del farsi male per il gusto di farsi male. I che ci riporta alla domanda: può andare avanti in questo modo? Può andare avanti così, nel momento in cui i popoli delle economie in sofferenza dicono di non poterne più? Le notizie dalla Spagna, con le ampie proteste e le voci di secessione, ci dicono che questo momento può avvicinarsi rapidamente. Per di più, se la Grecia da un po’ sembra non essere più l’epicentro, anche là le cose sembrano vice al collasso. Io penso che Draghi abbia davvero agito benissimo. Ma non può fare il lavoro delle svalutazioni interne per suo conto, e non può salvare l’Europa se i suoi dirigenti pensano che farsi del male gratuitamente sia una politica salutare.
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September 27, 2012, 9:03 am
Notes On Internal Devaluation (Wonkish)Still in jet-lag city. Talking to people, and also reading what comes across the threshold, it occurs to me that there’s widespread misunderstanding of what a more or less Keynesian view of Europe’s problems actually implies. People seem to think that it means that (a) internal devaluation can never work (b) any sign of recovery, even a partial rebound, proves Keynes/Krugman wrong (this is a critical part of Baltic boosterism, where the partial recovery of Latvia and Estonia is supposed to be some kind of incredible triumph). But none of this is right. Let’s look at a sample of more or less orthodox sticky-price open-economy macro — in this case, Menzie Chinn’s lecture notes (pdf). Menzie actually analyzes the process of internal devaluation, though not by that name, and offers us the following figure and caption:
So over time gradual deflation (or deflation relative to trading partners) increases competitiveness, leading to recovery toward full employment; this implies a period of above-normal growth and, implicitly, above normal growth in exports as well. So if you see these things it isn’t a refutation of the approach, it’s actually what the model predicts. The point, however, is that it may take a long time — and there’s massive pain along the way. And to enlarge on a point I made yesterday, what, exactly, is the purpose of imposing harsh fiscal austerity as this process unfolds? I guess it could slightly accelerate the adjustment by driving unemployment even higher; but if the biggest problem is actually one of maintaining social and political cohesion, which seems to be the case, it’s actually counterproductive even for the creditors.
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27 settembre 2012Note sulla svalutazione interna (per esperti)Ancora nella città con la sindrome da fuso orario [19]. Parlando con la gente, ed anche leggendo quello che si trova per caso, mi accorgo che c’è una larga incomprensione di quello che un punto di vista keynesiano sui problemi dell’Europa effettivamente comporta. Le persone sembrano pensare che: (a) la svalutazione interna non può mai funzionare; (b) ogni segno di ripresa, anche di un parziale recupero, prova che Keynes/Krugman si sbagliano (questo è l’aspetto critico degli esaltatori dei paesi Baltici, dove la parziale ripresa della Lettonia e della Estonia viene considerata una sorta di incredibile trionfo).Ma niente di questo è giusto.
Si veda un esempio di più o meno ortodossa teoria delle economie aperte sulla rigidità dei prezzi – in questo caso, le note delle lezioni di Menzie Chinn (disponibili in pdf): Menzie analizza effettivamente il processo della svalutazione interna, anche se non sotto quel nome, ed offre il seguente diagramma e la seguente didascalia:
Dunque, con il tempo la graduale deflazione (o la deflazione relativa rispetto ai partners commerciali) accresce la competitività, conducendo alla ripresa verso la piena occupazione; questo implica un periodo di crescita sopra la norma ed, implicitamente, di crescita delle esportazioni altrettanto sopra la norma. Se guardate queste cose esse non sono una confutazione dell’approccio (keynesiano), in effetti sono quello che il modello prevede. Il punto, tuttavia, è che tutto questo richiede tempi lunghi – ed una massiccia dose di sofferenza nel percorso. Ed ampliando sul tema che avevo introdotto ieri, quale è, esattamente, lo scopo della imposizione di una severa austerità fiscale, quale questo processo illustra? Suppongo che esso potrebbe leggermente accelerare la correzione spingendo ad una disoccupazione persino più elevata; ma se il problema più grande è effettivamente quello del mantenimento della coesione sociale e politica, come sembra nel caso nostro, effettivamente è controproducente anche per i creditori.
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September 27, 2012, 10:35 am
How Capital Went Into the GIPSIsA correspondent asks a good question: when I say that lots of money flowed into Spain and other peripheral economies during the bubble years, what kind of capital flow are we talking about? In brief, you should think of it as largely taking the form of bank-to-bank lending. E.g., German Landesbanken buying covered bonds issued by Spanish cajas, with the cajas in turn using the money to finance real estate purchases. Other forms of cross-border investment, like direct investment by corporations, were a fairly minor feature. That’s also why the flip side of those capital flows was a sharp rise in Spanish private-sector debt. I’d like to post a good chart, but I haven’t found a clean presentation of the data. If anyone knows how to do this, let me know! But the basic story seems clear. And by the way, this makes it quite clear that to the extent that you want to talk about irresponsible behavior, it was really a collaborative, trans-European project. German bankers knew what the Spanish banks were doing, and in fact took on quite a bit of the risk directly by accepting real estate as collateral.
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27 settembre 2012Come I capitali si mossero verso I paesi GIPSIUn corrispondente avanza una domanda giusta: quando dico che grandi quantità di denaro sono fluite in Spagna ed in altre economie periferiche durante gli anni della bolla, di che genere di flussi di capitali sto parlando?In breve, si dovrebbe considerare ciò come avesse in gran parte preso la forma di prestiti da banca a banca. Ad esempio, le Landesbanken tedesche che acquistano bonds garantiti emesse dalle Casse spagnole, con la Casse che a loro volta utilizzano il denaro per finanziare acquisti immobiliari. Alte forme di investimenti transnazionali, come gli investimenti diretti da parte di imprese, hanno avuto un ruolo assai minore. E quella è anche la ragione per la quale il rovescio della medaglia di quei flussi di capitali è stato un brusco rialzo del debito del settore privato.
Avrei voluto pubblicare un buon diagramma, ma non ho trovato una presentazione chiara dei dati. Se qualcuno sa come farlo, me lo dica! Ma la storia di fondo sembra chiara. E, per inciso, questo chiarisce abbastanza che nella misura nella quale si vuole parlare di condotte irresponsabili, queste furono effettivamente un progetto di collaborazione trans-europea. I banchieri tedeschi sapevano cosa stavano facendo le banche spagnole, e di fatto si presero direttamente una parte piuttosto significativa di rischio accettando l’immobiliare come garanzia collaterale.
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September 27, 2012, 10:47 am
Same As It Ever WasFT Alphaville went trawling through the New York Times archives to look at what people were saying about monetary policy in 1929-33, and produced a wonderful piece that’s both deeply reassuring and deeply frustrating. The thing that’s both reassuring and frustrating is how much it sounds just like the discussions and debates we have today. OK, the reassuring part: as a card-carrying model-building economist, my justification for existence relies on the belief that the issues and fundamental stories in economics are fairly stable over time. Not completely stable — I don’t think you want to apply modern Keynesian theory to the Roman Empire under Diocletian — but stable enough that, say, major financial crises generations apart share many of the same features, that a liquidity trap in the 1930s is recognizably the same kind of animal as a liquidity trap in the 21st century. An alternative view would be that everything depends on the specifics, that our modern service-dominated economy, with globalized manufacturing and the Internet and all that, is nothing like the economy of our grandfathers, and all the rules are different. And over long enough stretches that is true — as I said, Diocletian’s economy, or indeed any economy dominated by agriculture, probably was completely different. But Keynes’s and FDR’s economy, it turns out, was enough like ours that the same stylized models still apply. Now the disturbing part: since we’ve seen this before, since we have models that are good enough to make sense of both the past and the present, it’s a huge failure of economics as a practical discipline that we’re hashing over the same debates our grandfathers had (and making many of the same mistakes). Some of this reflects the refusal of policy makers to listen to what we know; but regular readers won’t be surprised when I say that a lot of it reflects the deliberate forgetting of many economists, and the resulting lack of any clear professional guidance. And so, having refused to learn from history, we are indeed doomed to repeat it.
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27 settembre 2012Lo stesso che è sempre statoFT Alphaville [21]è andato a setacciare negli archivi del New York Times per guardare cosa la gente dicesse della politica monetaria negli anni 1929-33, ed ha prodotto un bellissimo articolo che è insieme profondamente rassicurante e profondamente frustrante.La cosa che è sia rassicurante che frustrante è quanto tutto ciò assomigli alle discussioni ed ai dibattiti che abbiamo oggi.
Dunque cominciamo dalla parte rassicurante: come economista patentato nella costruzione di modelli, la mia ragione di esistenza risiede nel convincimento che, in economia, le tematiche e le storie principali sono abbastanza stabili nel tempo. Non completamente stabile – non penso che vogliate applicare la teorie keynesiana all’Impero Romano sotto Diocleziano – ma abbastanza stabile, dimodoché, ad esempio, le importanti crisi finanziarie, a prescindere dalle generazioni, condividono molti degli stessi tratti, o che una trappola di liquidità nel 1930 è riconoscibilmente lo stesso genere di animale di una trappola di liquidità nel 21° secolo. Un punto di vista alternativo sarebbe quello per il quale ogni cosa dipende dai suoi aspetti specifici, che la nostra moderna economia dominata dai servizi, con i settore manifatturiero globalizzato ed Internet e tutto il resto, non ha niente a che fare con l’economia dei nostri nonni, e che tutte le regole sono diverse. E, per periodi sufficientemente lontani questo è vero – come ho detto, l’economia di Diocleziano, o in effetti ogni economia dominata dall’agricoltura, probabilmente sono completamente diverse. Ma l’economia di Keynes e di Franklin Delano Roosevelt, si scopre, era abbastanza simile alla nostra, al punto che funzionano ancora gli stessi modelli standardizzati. Ed ora, la parte preoccupante: dal momento che avevamo conosciuto tutto questo in precedenza, dal momento che esistono modelli sufficientemente corretti, tali da dar conto sia del passato che del presente, è un fallimento grave dell’economia come disciplina empirica che ci si stia ancora macerando nelle stesse discussioni dei nostri nonni (e che si stiano ancora facendo gli stessi errori). In parte questo riflette il rifiuto degli operatori della politica ad ascoltare le cose che si conoscono; ma i lettori affezionati non saranno sorpresi se dico che in gran parte esso riflette anche la deliberata dimenticanza di molti economisti, e la conseguente assenza di una qualche chiara guida da parte dei professionisti. E così, avendo rifiutato di imparare dalla storia, in sostanza siamo costretti a ripeterla.
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September 27, 2012, 12:03 pm
Not The Election They Were ExpectingA brief, mostly subjective note: This really isn’t looking like the election anyone expected. Obviously it’s not the election Romney and the Republicans expected and wanted; but it’s also looking very different from what Democrats expected. What Romney & Co. expected was a simple rejection of Obama because of the weak economy. As Greg Sargent often reminds us, this isn’t how it has played at all. On one side, voters tend to react to recent trends, not the absolute level — and the economy has gotten better in some ways over the past year, though obviously not by a lot. On the other, people do remember the crisis of 2008, which they still blame on Bush, and remain willing to cut Obama substantial slack. But as the polls move strongly in Obama’s direction (yes, I know, it’s all a liberal conspiracy that somehow even includes Fox News), it’s clear at least to me that there’s more going on. The conventional wisdom — which I too bought into — was that Democrats were going to support Obama, but grudgingly and without much enthusiasm. There had been too many disappointments; the golden aura of 2008 was long gone. Meanwhile, Republicans would show their usual unity and discipline, and at best it would be Obama by a nose. Instead, the Republicans appear to be in a shambles — while the Democrats seem incredibly united, and increasingly, dare I say it, enthusiastic. (Mark Blumenthal sees this in the polls, but it’s also just the impression you get.) How did that happen? Partly it’s because this has become such an ideological election — much more so than 2008. The GOP has made it clear that it has a very different vision of what America should be than that of Democrats, and Democrats have rallied around their cause. Among other things, while we weren’t looking, social issues became a source of Democratic strength, not weakness — partly because the country has changed, partly because the Democrats have finally worked up the nerve to stand squarely for things like reproductive rights. And let me add a speculation: I suspect that in the end Obamacare is turning out to be a big plus, even though it has always had ambivalent polling. The fact is that Obama can point to a big achievement that will survive if he is reelected, perish if he isn’t; health insurance for 50 million or so Americans (30 million from the ACA, another 20 who would lose coverage if Romney/Ryan Medicaid cuts happen) is enough to cure people of the notion that it doesn’t matter who wins. All of this in turn has an implication that Republicans won’t like — assuming that Rasmussen doesn’t have a special insight into the truth denied to all other pollsters, and that Obama does in fact win with a solid margin. The right is already set up to blame poor Mitt, claiming that he lost because he wasn’t conservative enough. But that’s not what we’re seeing; it looks as if voters are rejecting the right’s whole package, not just the messenger. As I said, not the election anyone was expecting — but a happy surprise for some, and a nasty shock for others.
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27 settembreLe elezioni che non ci si aspettavaUna breve nota, molto soggettiva: queste non sembrano davvero le elezioni che qualcuno si aspettava. Ovviamente non sono le elezioni che si aspettavano e volevano Romney ed i Repubblicani; ma sembrano anche assai diverse da quello che si aspettavano i Democratici.Quello che Romney e compagnia si aspettavano era un semplice rigetto di Obama a causa dell’economia debole. Come spesso Greg Sargent [22] ci ricorda, le cosa non sono andate affatto in questo modo. Da una parte, gli elettori tendono a reagire alle tendenze recenti più che ai dati assoluti – e l’economia per alcuni aspetti è migliorata nell’ultimo anno, sebbene evidentemente non di molto. Per altro verso, la gente si ricorda eccome la crisi del 2008, della quale dà ancora la colpa a Bush, e resta disponibile a concedere una tregua sostanziale ad Obama.
Ma nel mentre i sondaggi si spostano con evidenza a favore di Obama (si, lo so, si tratta di una cospirazione dei liberals, che in qualche modo coinvolge anche Fox News), è chiaro per me che qualcosa di più sta succedendo. Il senso comune – che anch’io avevo preso sul serio – era che i Democratici avrebbero continuato a sostenere Obama, ma mugugnando e senza molto entusiasmo. C’erano state troppe delusioni: l’atmosfera aurea del 2008 se n’era andata da un pezzo. Nel frattempo, i Repubblicani avrebbero mostrato la loro tradizionale unità e disciplina, e nel migliore dei casi Obama avrebbe prevalso per un soffio. Invece, i Repubblicani sembrano essere nella confusione – mentre i Democratici sembrano essere incredibilmente uniti, e, oserei dire, crescentemente entusiasti (Mark Blumenthal vede questo nei sondaggi, ed è proprio l’impressione che si ha). Come è successo? In parte perché queste sono diventate elezioni ideologiche – molto di più che nel 2008. Il Partito Repubblicano ha reso chiaro di avere una visione diversa di quello che l’America dovrebbe essere rispetto ai democratici, ed i democratici si sono stretti attorno ai loro valori. Tra le altre cose, ne mentre non ce ne accorgevamo, i temi sociali sono diventati una fonte di forza per i democratici, non di debolezza – in parte perché il paese è cambiato, in parte perché i Democratici alla fine hanno trovato il coraggio di prendere francamente posizione su cose come i diritti alla procreazione consapevole [23]. E consentitemi di aggiungere una congettura: alla fine ho il sospetto che la riforma della assistenza di Obama verrà fuori essere un gran vantaggio, anche se essa ha sempre avuto esiti ambivalenti nei sondaggi. Il fatto è che Obama può indicare un grande risultato che resterà se egli sarà eletto e scomparirà nel caso contrario; la assicurazione sanitaria per 50 milioni di americani o giù di lì (30 milioni che derivano dalla legge, altri 20 che perderebbero la copertura assicurativa se passano i tagli di Romney/Ryan a Medicaid) è sufficiente a guarire la gente dall’idea che non ha importanza chi vince. Tutto questo a sua volta ha una implicazione che i repubblicani non gradiranno – assumendo che Rasmussen [24] non abbia uno speciale accesso alla verità negato agli altri sondaggisti, e che Obama possa davvero vincere con un solido margine. La destra è già impegnata a dare la colpa al povero Mitt, sostenendo che egli sta perdendo perché non è abbastanza conservatore. Ma non è questo a cui stiamo assistendo: sembra che gli elettori stiano rigettando l’intero pacchetto della destra, non solo il messaggero. Come ho detto, non sono proprio le elezioni che qualcuno si aspettava – ma una felice sorpresa per alcuni, e un brutto scherzo per gli altri. |
September 28, 2012, 6:50 am
Debt Is a Drug (And So Is Austerity)
A commenter tells me that there is a term of art in the substance use literature, “generational forgetting”, that seems relevant to our economic troubles. And it’s true, e.g. here (pdf): Adult norms against youth substance use also can be eroded by “generational forgetting”. When prevention initiatives have enough success to greatly decrease youth use of a substance, problems stemming from such use that were self-evident during the times of greatest use of the substance may be forgotten as new cohorts of youth move into pre-teen and teen years. That’s perfect: as memory of bad things fades, a new generation is tempted to repeat an earlier generation’s mistakes. The most obvious application is to Minsky’s theory of financial instability. An economic crisis alerts both officials and the private sector to the dangers of excessive leverage; the resulting regime of public regulation and private caution brings a long era of stability. But eventually the personal and institutional memory of the dangers of debt fades, leading to deregulation and leveraging up — setting the stage for the next deleveraging crisis. But the same thing applies to public policy in response to depression, in the seemingly opposite direction. The Great Depression taught policy makers the hard way that tight money and fiscal austerity were really bad ideas in the face of a deeply depressed economy; but several generations on all that was forgotten except by the economic historians, and policy makers were ready to resurrect the Treasury View, get all worked up about the dangers of inflation despite the absence of actual inflation, and in general to repeat their grandfathers’ mistakes in full. There have been a fair number of finance types saying things like “government stimulus is heroin”. Actually, they’re wrong; it’s austerity in the face of depression that’s just like heroin, a dangerous drug that resurfaces at intervals because the next generation has forgotten the damage it does.
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28 settembre 2012Il debito è una droga (ma lo è altrettanto l’austerità)Un commentatore mi dice che c’è un termine specifico nella letteratura sull’uso di stupefacenti, “dimenticanza generazionale”, che sembra adatto ai nostri guai economici. Ed è vero, ad esempio a questo proposito (connessione in pdf [25]):“Le norme per adulti contro l’uso di sostanze da parte dei giovani possono anche essere minate da “dimenticanza generazionale”. Quando le iniziative sulla prevenzione hanno abbastanza successo nel far decrescere in modo rilevante l’uso da parte dei giovani delle sostanze, i problemi derivanti da tale uso che erano ovvi durante i tempi dell’uso maggiore degli stupefacenti possono essere dimenticati, allorché nuove coorti di giovani entrano negli anni preadolescenziali ed adolescenziali”.
E’ perfetto: come svanisce la memoria della cose cattive, una nuova generazione è tentata di ripetere gli errori della generazione precedente. La applicazione più ovvia è alla teoria della instabilità finanziaria di Minsky. Una crisi economica mette in guardia sia le autorità che il settore privato contro i rischi di un rapporto di indebitamento eccessivo; il regime che ne risulta di regole pubbliche e di cautele private porta un lungo periodo di stabilità. Ma alla fine la memoria personale ed istituzionale dei pericoli del debito svanisce, portando alla deregolamentazione ed all’aumento dell’indebitamento – preparando la successiva crisi da improvvisa riduzione del rapporto di indebitamento. Ma la stessa cosa si applica alla politica pubblica in risposta alle depressione, apparentemente nella direzione opposta. La Grande Depressione insegnò agli operatori politici che la restrizione monetaria e l’austerità fiscale erano davvero cattive idee di fronte ad una economia depressa; ma passate alcune generazioni, tutto quello venne dimenticato ad eccezione che dagli storici dell’economia, e gli operatori politici furono pronti a riesumare il “Punto di Vista del Tesoro” [26], mettendosi in agitazione sui rischi di inflazione nonostante l’assenza di una effettiva inflazione, e in generale ripetendo in pieno gli errori dei loro nonni . C’è stato un discreto numero di individui del mondo finanziario che hanno detto cose come “il sostegno pubblico dello Stato è come l’eroina”. In effetti, avevano torto: è l’austerità di fronte alla recessione che è proprio come l’eroina, una droga pericolosa che ritorna ad intervalli, perché la generazione successiva ha dimenticato i danni che produce.
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September 28, 2012, 7:02 am
Internal Devaluation and the Road to Wigan PierGreg Ip, in correspondence, directs me to Chapter 3 of the latest IMF World Economic Outlook, which among other things contains an analysis of a case that bears directly on the attempts of euro area countries to restore economic health through fiscal austerity and internal devaluation: Britain’s return to the gold standard after World War I. As the report says, Britain demonstrated a fairly awesome commitment to austerity: To achieve its objectives the U.K. government implemented a policy mix of severe fiscal austerity and tight monetary policy. The primary surplus was kept near 7 percent of GDP throughout the 1920s.This was accomplished through large expenditure decreases, courtesy of the “Geddes axe,” and a continuation of the higher tax levels introduced during the war. On the monetary front, the Bank of England raised interest rates to 7 percent in 1920 to support the return to the prewar parity, which—coupled with the ensuing deflation—delivered extraordinarily high real rates. Sad to say, however, the confidence fairy never arrived. Britain suffered prolonged economic stagnation even before the onset of the Great Depression: And it didn’t even succeed in reducing the debt/GDP ratio, because deflation and slow growth outweighed the effects of austerity. Not a good omen for Europe.
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28 settembre 2012La svalutazione interna e la “Strada per Wigan Pier” [27] Greg Ip, tramite corrispondenza, mi indica il Capitolo terzo dell’ultima edizione di “Prospettive economiche del mondo” del FMI, la quale tra le altre cose contiene una analisi di un caso che ha una relazione diretta con i tentativi di ripristinare una condizione di salute nell’economia attraverso l’austerità della finanza pubblica e la svalutazione interna: il ritorno dell’Inghilterra al gold standard dopo la Prima Guerra Mondiale.
Come dice il rapporto, l’Inghilterra diede prova di una dedizione abbastanza fantastica alla austerità: “Per ottenere i suoi obbiettivi il Governo britannico sviluppò un politica combinata di severa austerità delle finanze pubbliche e di restrizione monetaria. L’avanzo primario fu mantenuto vicino al 7 per cento del PIL per tutti gli anni ’20. Questo fu possibile attraverso forti diminuzioni delle spese, grazie alla “scure di Geddes [28]”, e ad una prosecuzione degli alti livelli della tassazione introdotti durante le guerra. Sul fronte monetario, la Banca di Inghilterra nel 1920 innalzò i tassi di interesse al 7 per cento per sostenere il ritorno alla parità prebellica, la qual cosa – accoppiata con la conseguente deflazione – provocò tassi di interesse reali straordinariamente alti”. Dispiace dirlo, ciononostante la fata turchina della fiducia [29] non fece mai la sua comparsa. L’Inghilterra soffrì di una prolungata stagnazione anche prima dell’inizio della Grande Depressione: E tutto ciò non ebbe neppure successo nella riduzione del rapporto tra il debito ed il PIL, giacché la deflazione e la lenta crescita bilanciarono gli effetti dell’austerità. Non un buon presagio per l’Europa.
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October 1, 2012, 10:03 am
Euro Counterfactuals (Wonkish)Via The Irish Economy, a new paper (pdf) from the IMF looks at how, exactly, massive current imbalances emerged within Europe, with Germany running huge surpluses and the GIPSIs running huge deficits. The paper shows that there were indeed huge capital flows from the European core to the periphery, in Spain largely taking the form of lending to banks, presumably by other banks: The surprising result in the paper is that much of the rise in imbalances within the euro area involved trade with non-euro nations. Germany sharply increased exports to Asia and Eastern Europe, which had strong demand for German durable manufactures. Meanwhile, southern Europe saw a sharp increase in imports from low-wage countries. There are two questions this result raises. First, what does it say about the causes of euro imbalances? Second, what does it say about the adjustment now required? On the first question, should we say that external factors rather than those core-periphery capital flows were responsible for the huge imbalances? I don’t think so. If Spain hadn’t had those capital inflows it wouldn’t have had an economic boom, in fact it would have suffered mild weakness due to those rising imports from Asia, and its wages would have grown less than those in Germany, not more. (And of course if it had still had its own currency it would have seen that currency depreciate). So in a macroeconomic sense I think you still want to say that the excess confidence engendered by the euro caused the imbalances within Europe. On the second, should we say that internal devaluation is less urgent because external factors had a role in causing the original imbalances? On the contrary, internal devaluation becomes even more necessary – and the size of the relative wage change bigger – if the euro is to survive. Think about it: if secular shifts in trade patterns are responsible, in a proximate sense, for part of Spain’s move into trade deficit and Germany’s move into surplus since 1999, what this says is that even if you get relative wages back to 1999 levels, Spain will still be in deficit and Germany in surplus – so you need to go beyond that point. Food for thought – and for even more europessimism.
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1 0ttobre 2012L’euro al di là delle apparenze (per esperti)
Tramite The Irish Economy, un nuovo saggio (disponibile in pdf) da parte del FMI studia con, con esattezza, massicci sbilanci correnti sono emersi all’interno dell’Europa, con la Germania che gestiva ampi surplus ed i paesi GIPSI ampi deficit. Il saggio mostra che c’erano in effetti vasti flussi di capitali dal centro dell’Europa alla periferia, che in Spagna prendevano largamente la forma di prestiti alle banche, presumibilmente da altre banche [30]: Il risultato sorprendente nel saggio è che gran pare della crescita degli sbilanci all’interno dell’area euro riguardava commerci con nazioni non-euro. La Germania aveva incrementato bruscamente le esportazioni nell’Asia e nell’Europa Orientale, che aveva una forte domanda per beni durevoli manifatturieri tedeschi. Nel frattempo, l’Europa meridionale conosceva un forte incremento da paesi con bassi salari. Ci sono due domande che questi risultati pongono. La prima, cosa ci dice questo sulle cause degli squilibri dell’euro? La seconda, cosa ci dice sulla correzione che è ora richiesta? Sulla prima domanda, dovremmo dire che fattori esterni piuttosto che quelli centro-periferia sono stati responsabili dei forti sbilanci? Io non lo penso. Se la Spagna non avesse avuto quei flussi di capitali non avrebbe avuto un boom economico, di fatto avrebbe sofferto una leggera debolezza derivante da quelle importazioni crescenti dall’Asia, ed i suoi salari sarebbero cresciuti meno di quelli in Germania, non di più (e, naturalmente, se essa avesse avuto ancora la propria valuta la avrebbe vista svalutarsi). Dunque, in senso macroeconomico, penso che si debba dire che l’eccesso di fiducia provocato dall’euro ha provocato gli squilibri all’interno dell’Europa. Sulla secondo domanda, dovremmo dire che la svalutazione interna è meno urgente perché fattori esterni hanno avuto un ruolo nel provocare gli squilibri originali? Al contrario, la svalutazione interna diventa persino più necessaria – e la dimensione del mutamento del salario relativo anche più grande – se l’euro deve sopravvivere. Si ragioni in questo modo: se spostamenti secolari nell’organizzazione commerciale sono responsabili, approssimativamente, di una parte dello spostamento della Spagna nell’area del deficit commerciale e dello spostamento della Germania nell’area del surplus, a partire dal 1999, questo ci dice che se anche si ottiene che i salari relativi tornino ai livelli del 1999, la Spagna sarà ancora in deficit e la Germania in surplus – dunque c’è necessità di andare oltre quel punto. Materiale per una riflessione – ed anche per maggiore europessimismo. |
October 2, 2012, 3:11 am
Flimflam Fever Goes VSP
Way back in 2010 I took a real look at Paul Ryan’s much-praised plan, and quickly determined that it was essentially a fraud. I pronounced him a flimflam man. And according to my sources, the Very Serious People of Washington were greatly annoyed. They had decided that Ryan was a Brave Truth-Teller; you weren’t supposed to question that premise. Indeed, months later Ryan received a “Fiscy” award for fiscal responsibility. So you’ll forgive me if my eyes popped a bit on seeing VSP Central, aka the Washington Post, publishing an editorial titled, yes, Paul Ryan’s budget flimflam, accusing him of faking it and “hiding behind a flimsy scaffolding of pseudo-wonkiness.” Quite. Look, I’m glad to see this sinking in. As Jonathan Chait says, Paul Ryan’s selection as Mitt Romney’s vice-presidential candidate is subjecting him to all manner of strange new indignities, such as questions about public policy that are different than those that his own press staff would have written. And the results aren’t pretty. But can I suggest in future that if I say that somebody is a fraud, the VSPs at least consider the possibility that I know what I’m talking about?
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2 ottobre 2012La febbre della fandonia prende le Persone Molto Serie [31]Nel passato 2010 diedi proprio un’occhiata al tanto elogiato piano di Paul Ryan, e in breve stabilii che era essenzialmente un imbroglio. Lo definì ‘l’uomo della fandonia’. E, secondo le mie fonti, le Persone Molto Serie a Washington di indispettirono molto. Avevano stabilito che Ryan era un Coraggioso Amante della Verità; non si doveva ipotizzare di mettere in forse quella premessa. In effetti mesi dopo Ryan ricevette un premio “Fiscy” [32] per ‘responsabilità fiscale’ [33].Potete capire che i miei occhi siano schizzati dalla orbite nel vedere la Centrale delle Persone Molto Serie, anche nota come Washington Post, che pubblicava un editoriale dal titolo, proprio così, “La fandonia del bilancio di Paul Ryan”, nel quale lo accusava di truccare le carte e di “nascondersi dietro una fragile impalcatura di pseudo specialismi”. Proprio così.
Si badi, sono contento che questo sia stato compreso. Come dice Jonathan Chait: “La scelta di Paul Ryan come candidato Vicepresidente di Mitt Romney lo sta sottoponendo ad ogni sorta di nuovi oltraggi, come i temi relativi alla politica istituzionale che sono diversi da quelli che sarebbero stati scritti dal suo proprio ufficio stampa”. Ed i risultati non sono carini. Ma posso suggerire per il futuro che se io dico che qualcuno è un imbroglione, le Persone Molto Serie almeno considerino la possibilità che io so di cosa sto parlando?
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October 2, 2012, 3:23 am
Bowlesing Toward BetrayalSo, is my timing good or not? Right after I warn about the risk that Democrats, including the president, might betray the mandate they seem likely to get for preserving the safety net, we learn that Senate leaders are at work on a plan based around, well, you guessed it: If those efforts failed, another plan would take effect, probably a close derivative of the proposal by President Obama’s fiscal commission led by Erskine B. Bowles, the Clinton White House chief of staff, and former Senator Alan K. Simpson of Wyoming, a Republican. Those recommendations included changes to Social Security, broad cuts in federal programs and actions that would lower tax rates over all but eliminate or pare enough deductions and credits to yield as much as $2 trillion in additional revenue.
Just to say, this would be politically stupid as well as a betrayal of the electorate. If you don’t think Republicans would turn around and accuse Democrats of cutting Social Security — probably even before the ink was dry — you’ve been living under a rock.
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2 ottobre 2012Rotolando [34] verso il tradimento Dunque, è buona o no la mia tempistica? Appena dopo aver messo in guardia dal rischio che i Democratici, incluso il Presidente, potevano tradire il mandato che pare probabile essi ottengano per preservare le reti della sicurezza sociale, leggiamo che i dirigenti del Senato sono al lavoro su un piano basato, grosso modo, ebbene, ve lo immaginate …“Se quegli sforzi sono falliti, un altro piano potrebbe entrare in funzione, probabilmente un parente stretto della proposta di Commissione sui temi della finanza pubblica del Presidente Obama diretta da Erskine B. Bowles, il coordinatore dello staff della Casa Bianca ai tempi di Clinton, ed il passato Senatore Repubblicano del Wyoming, Alan K. Simpson. Quelle raccomandazioni includevano cambiamenti nel sistema della Previdenza Sociale, ampi tagli nei programmi federali ed azioni che avrebbero abbassato dappertutto le aliquote fiscali, ma eliminato o ridotto deduzioni e crediti di imposta in modo da provocare qualcosa come 2 mila miliardi di dollari di entrate aggiuntive”.
E’ appena il caso di dirlo, questo sarebbe politicamente stupido ed anche un tradimento dell’elettorato. Se non si capisce che i repubblicani farebbero una giravolta ed accuserebbero i Democratici di tagli alle pensioni – probabilmente anche prima che i Democratici abbiano messo nero su bianco – vuol dire che si vive sotto una pietra. |
October 3, 2012, 2:16 am
The Economic Consequences of Mr. RajoyOK, it’s not really him, it’s the whole European situation. But I’m still obsessing over the third chapter of the new IMF World Economic Outlook, with its discussion of the case of Britain’s return to the gold standard — the case that inspired Keynes to write his scathing “The Economic Consequences of Mr. Churchill”. Modern estimates (pdf) suggest that Britain returned to the gold standard with a currency overvalued by around 20 percent; it also did so with a large debt from World War I. It proceeded to pursue a policy of harsh fiscal austerity — primary surpluses around 7 percent of GDP — and internal devaluation through deflation. As the IMF shows, it not only suffered prolonged stagnation, it failed even to make a dent in the debt overhang: So, how do European debtors — and Spain in particular — compare? Too well for comfort. Estimating overvaluation is trickier than it should be; among other things, the unit labor cost numbers you see are problematic, because they’re “whole economy” rather than private sector. This means that sharp cuts in public sector wages are counted as a rise in competitiveness, when they really aren’t. So at this point I prefer just plain labor costs in the private sector, which look like this: This suggests something like a 15 percent overvaluation overall — same ballpark as Britain in the 1920s, but maybe a bit smaller. This is not good. History suggests that unless Spain gets serious help from a broader euro boom, and in particular some inflation in creditor countries, it faces a near-impossible task.
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3 ottobre 2012Le conseguenze economiche del Sig. RajoyVa bene, non lui in particolare, è l’intera situazione europea. Ma io sono ancora colpito dal terzo capitolo delle nuove Prospettive Economiche Mondiali del FMI, con il dibattito sull’esempio del ritorno della Gran Bretagna al gold standard – il caso che ispirò a Keynes la scrittura del suo caustico “Le conseguenze economiche del Sig. Churchill”.Stime odierne (disponibili in pdf) indicano che la Gran Bretagna tornò al gold standard con una moneta sopravvalutata di circa il 20 per cento: inoltre fece ciò con un ampio debito derivante dalla Guerra Mondiale. Essa si decise a perseguire una politica di aspra austerità delle finanze pubbliche – con surplus primari attorno al 7 per cento del PIL – ed una svalutazione interna attraverso la deflazione. Come il FMI mostra, non solo soffrì di una prolungata stagnazione, non riuscì neppure a spostare di una virgola la sua sovraesposizione debitoria:
Come, dunque, sono comparabili i debitori europei – e la Spagna in particolare? Anche troppo bene, per consolarsi. Stimare una sopravvalutazione è più difficile di quello che dovrebbe essere; tra le altre cose, i numeri sui costi per unità lavorativa che si osservano sono problematici, perché riguardano l’intera economia e non il solo settore privato. Questo significa che aspri tagli salariali nel settore pubblico vengono messi nel conto di una crescita della competitività, mentre in realtà non sono tali. Dunque, a questo punto preferisco proprio i semplici costi nel settore privato, che appaiono in questo modo: Questo suggerisce un 15 per cento di sopravvalutazione generale – la stessa stima della Gran Bretagna degli anni ’20, semmai forse un po’ più piccola. Non è una buona situazione. La storia suggerisce che senza che la Spagna ottenga un aiuto da una più generale espansione europea, ed in particolare da una certa inflazione nei paesi creditori, essa ha a che fare con un compito quasi impossile.
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October 4, 2012, 3:36 am
Romney’s Sick JokeOK, so Obama did a terrible job in the debate, and Romney did well. But in the end, this isn’t or shouldn’t be about theater criticism, it should be about substance. And the fact is that everything Obama said was basically true, while much of what Romney said was either outright false or so misleading as to be the moral equivalent of a lie. Above all, there’s this: MR. ROMNEY: Let — well, actually — actually it’s — it’s — it’s a lengthy description, but number one, pre-existing conditions are covered under my plan. No, they aren’t. Romney’s advisers have conceded as much in the past; last night they did it again. I guess you could say that Romney’s claim wasn’t exactly a lie, since some people with preexisting conditions would retain coverage. But as I said, it’s the moral equivalent of a lie; if you think he promised something real, you’re the butt of a sick joke. And we’re talking about a lot of people left out in the cold — 89 million, to be precise. Furthermore, all of this should be taken in the context of Romney’s plan not just to repeal Obamacare but to drastically cut Medicaid. So enough with the theater criticism; Romney needs to be held accountable for dishonesty on a huge scale.
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4 ottobre 2012Il gioco sporco’ di RomneyE’ vero, dunque Obama è andato malissimo nel dibattito, mentre Romney è andato bene. Ma alla fine, non è o non dovrebbe essere una faccenda di critica teatrale, dovrebbe essere una faccenda di sostanza. E il fatto è che ogni cosa detta da Obama era fondamentalmente veritiera, mentre molto di quello che ha detto Romney era del tutto falso o talmente fuorviante da essere moralmente equivalente ad una bugia.Soprattutto, si è trattato di questo:
“ROMNEY – Consentitemi … bene, in effetti … in effetti è … è … una descrizione prolissa, ma numero uno, i precedenti seri problemi di salute sono coperti dalle assicurazioni nel mio programma”. No, non lo sono. I consiglieri di Romney lo hanno abbondantemente riconosciuto in passato; la scorsa notte l’hanno riconosciuto ancora una volta. Suppongo che si potrebbe sostenere che la promessa di Romney non sia esattamente una bugia, dal momento che alcune persone con precedenti seri problemi di salute conserverebbero la copertura. Ma, come ho detto, è moralmente equivalente ad una bugia; se pensate che egli abbia promesso qualcosa di reale, vi fate prendere in giro. E stiamo parlando di un bel po’ di gente che sarebbe lasciata fuori al freddo – 89 milioni di persone, per essere precisi. Oltre a ciò, tutto questo verrebbe deciso nel contesto di un piano non solo per abrogare la riforma sanitaria di Obama, ma anche per tagliare drasticamente Medicaid. Dunque, basta con la critica teatrale; Romney deve essere considerato responsabile di disonestà a tutto tondo.
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October 5, 2012, 5:31 am
Britain’s Gap TrapAnd now for something completely different — actually just a quick note. The always interesting Izabella Kaminska points us to a study suggesting that Britain’s output gap — the difference between real GDP and the economy’s capacity — is much bigger than the official estimates. This is actually a theme I’ve heard from a number of people. Why might we think this? The official estimates assume that Britain’s productive capacity — not just the actual level of output, but the economy’s potential — took a huge hit from the financial crisis. It’s never been clear why this should be so. And here’s the thing: if British capacity is a lot bigger than estimated, everything people say about fiscal policy, in particular, is wrong. The structural budget deficit is much smaller than claimed, as is the need for adjustment. The case for austerity is also weaker, and the costs of austerity in keeping the economy depressed are much larger. More about this when I have time, maybe later today.
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5 ottobre 2012La trappola del deficit ingleseEd ora qualcosa di completamente diverso – di fatt soltanto una breve nota. La sempre interessante Izabella Kaminska ci rinvia ad uno studio che indica che il deficit di produzione inglese – la differenza tra il PIL effettivo e la capacità produttiva dell’economia – è molto più grande delle stime ufficiali. Questo è effettivamente un argomento che ho sentito da numerose persone.Perché dovremmo pensare in questo modo? Le stime ufficiali considerano che la capacità produttiva dell’Inghilterra – non solo il livello attuale della produzione, ma il potenziale dell’economia – ha preso un gran colpo dalla crisi finanziaria. Non è mai stato chiaro perché dovrebbero essere andate in questo modo.
Ed ecco il punto: se la capacità produttiva inglese è di un bel po’ più grande di quanto stimato, tutto quello che la gente dice, in particolare sulla politica finanziaria pubblica, è sbagliato. Il deficit strutturale di bilancio è molto più piccolo di quanto si è sostenuto, come la necessità di una sua correzione. L’argomento per l’austerità è anch’esso più debole, ed i costi dell’austerità nel mantenere l’economia depressa sono più larghi. Dirò su questo quando avrò tempo, forse oggi più tardi. |
October 5, 2012, 9:55 am
Wages, Prices, Depressions, Deficits (Wonkish)I mentioned the piece by Capital Economics arguing that policy makers in Britain are greatly understating the output gap, the amount of excess capacity in the economy, which is leading to badly skewed policies. This actually raises a whole set of related issues, with bearing on the US as well. So here’s a longish, wonkish discussion.
So: the starting point here is the official estimate by the Office of Budget Responsibility that Britain right now has an output gap of less than 3 percent. This is a remarkable assertion, when you bear in mind that real GDP remains well below its level pre-crisis, and that we used to think that Britain’s long-run growth rate was around 2.5 percent. As the CE guys say, simple trend projection would indicate a shortfall of 14 percent; how did that become less than 3?
Part of the answer is the assertion that the UK economy was operating well above sustainable levels in 2007, even though there were none of the usual signs of overheating. Beyond that, however, is the claim that the financial crisis somehow reduced potential output by a huge amount. As CE says, there is no plausible story about how that might have happened. But, say the small-gap people, if Britain is deeply depressed relative to potential, we should be seeing deflation, whereas there’s actually inflation. Is this a decisive argument? Well, the great bulk of UK inflation these past few years reflects one-off factors: VAT increases, commodity prices, and import prices. Domestically generated inflation is low, and headline inflation is declining too.
But that’s not deflation; shouldn’t we be seeing that right now? Indeed, standard textbook Phillips curves do say that if you’re below the natural rate of output, you should have falling inflation eventually turning into accelerating deflation.
Yet there are very good reasons to believe that these standard Phillips curves break down at low inflation, because nominal wage cuts are always and everywhere very hard to demand or accept. A side observation: I’ve always wondered about the numbers one often sees for U.S. average wages in the 1930s, which show a sharp decline in the early part of the Depression. Has wage stickiness been exaggerated? My thought was always that this might be a misleading number, because average earnings might have fallen due to greatly reduced overtime and such rather than through big cuts in basic wages. And it turns out that there is a really early NBER study on just that question; sure enough, the fall in basic wage rates was much less than the fall in average earnings. (Advocates of internal devaluation take heed: even in the Great Depression, US wages fell only about 7 percent before rising again):
Oh, by the way: the failure of wages to fall more was a good thing, not a bad thing. Back to the main argument: as the CE report says, if you have a false view that excess capacity necessarily leads to accelerating deflation, you can all too easily come to believe that a deeply depressed economy represents a “new normal” that must be adjusted to:
If the Phillips Curve is horizontal over wide ranges of the inflation/unemployment/spare capacity relationship, but policymakers believe that a stable inflation rate means that the economy is operating at its potential, this raises the risk that they will persistently allow the economy to operate below its potential. After all, the conventional signal that this is the case – falling inflation – will not be flashing.
In Britain, this translates both into complacency about monetary and fiscal policy in the short run, and into excessive alarm about the long-run fiscal picture. If you like, Cameron/Osborne are imposing harsh cuts to deal with a fiscal crisis that exists only in their minds, while failing to address a current crisis of inadequate demand that falls into their statistical blind spot.
But it’s not just British policy that gets messed up. In America, monetary hawks like James Bullard look at stable inflation and conclude that the Fed is doing fine, failing to appreciate the likely possibility that we have depression-type stability with a massive output gap. And the preponderance of evidence is that we do indeed have massive output gaps, on both sides of the pond. It’s a huge failure of both intellect and will that we allow these gaps to persist.
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5 ottobre 2012Salari, prezzi, depression, deficit (per esperti) Ho fatto riferimento all’articolo su Capital Economics secondo il quale gli operatori politici in Inghilterra stanno grandemente esagerando il gap di produzione, la quantità dell’eccesso di produttività nell’economia, che sta portando a scelte che vanno seriamente nel verso sbagliato. In questo modo si solleva un intero armamentario di questioni connesse, che sono pertinenti anche alla situazione americana. Ecco dunque una trattazione un po’ lunghina e ‘tecnica’.
Dunque: il punto di partenza in questo caso è la stima ufficiale dell’ Office of Budget Responsability secondo il quale l’Inghilterra in questo momento ha un deficit di produzione di meno del 3 per cento. Questo è un giudizio rilevante, quando si tenga a mente che il PIL reale è ben al di sotto del suo livello pre-crisi, e che eravamo abituati a pensare che il tasso di crescita di lungo periodo dell’Inghilterra fosse attorno al 2,5 per cento. Come dicono quelli di Capital Economics, una semplice proiezione della tendenza indicherebbe una caduta del 14 per cento; come è successo che essa è diventata inferiore al 3 per cento? In parte la risposta sta nella considerazione che l’economia inglese stava operando ben al di sopra dei livelli sostenibili nel 2007, pur non essendoci nessuno dei segni consueti di surriscaldamento. Oltre a ciò, tuttavia, c’è la affermazione per la quale la crisi finanziaria in qualche modo ha ridotto il prodotto potenziale di una considerevole quantità. (Ma) come dice Capital Economics, questo non è un racconto plausibile su come potrebbe essere accaduto. Eppure, dicono i sostenitori del piccolo gap, se l’Inghilterra fosse profondamente depressa rispetto al suo potenziale, dovremmo essere in presenza di una deflazione, mentre effettivamente c’è inflazione. Si tratta di un argomento decisivo? Ebbene, il grande incremento dell’inflazione britannica negli ultimissimi anni riflette fattori eccezionali: gli incrementi dell’IVA, delle materie prime e dei prezzi delle importazioni. L’inflazione generata all’interno è bassa, e l’inflazione sostanziale [35] è addirittura in declino. Ma quella non è deflazione; non dovremmo vedere deflazione in questo momento? In effetti, le normali curve di Phillips [36]sui libri di testo dicono proprio che se si è al di sotto del tasso naturale di produzione, si dovrebbe avere una caduta dell’inflazione che alla fine si trasforma in una deflazione crescente. Tuttavia vi sono buone ragioni per credere che queste normali curve di Phillips vengano meno con la bassa inflazione, perché i tagli ai salari nominali sono sempre e dappertutto assai difficili da chiedere od accettare. Una osservazione collegata: mi sono sempre sorpreso dei dati che spesso si vedono sui salari medi statunitensi negli anni ’30, che mostrano un brusco declino nella prima parte della Depressione. E’ stata esagerata la rigidità dei salari? La mia opinione è che spesso quei dati potrebbero essere fuorvianti, perché i guadagni medi potrebbero essere caduti a seguito della grande riduzione del lavoro straordinario, piuttosto che attraverso grandi tagli ai salari di base. Ora si scopre che c’è uno studio di molto tempo fa del NBER [37] proprio su quella questione: è abbastanza certo che la caduta dei salari di base sia stata molto inferiore della caduta dei guadagni medi (i sostenitori della svalutazione interna ci prestino attenzione: persino nella Grande Depressione i salari negli Stati Uniti diminuirono soltanto del 7 per cento, prima di salire nuovamente): E, tra parentesi, il fatto che i salari non diminuirono maggiormente fu una buona cosa, non una cosa cattiva. Tornando all’argomento principale: come dice il rapporto di Capital Economics, se si ha l’opinione infondata secondo la quale un eccesso di capacità produttiva conduce ad una deflazione accelerata, anche troppo facilmente si arriva a credere che una economia profondamente depressa deve essere la “nuova norma” alla quale ci si deve adattare: “Se la Curva di Phillips è orizzontale sulle ampie serie di relazioni tra inflazione/disoccupazione/capacità produttiva residua, ma gli operatori politici credono che un tasso di inflazione stabile significhi che l’economia sta operando al suo potenziale, questo fa crescere il rischio che essi permettano all’economia di operare al di sotto del suo potenziale. Dopo tutto, il segnale convenzionale che la situazione sia questa – l’inflazione calante – non si accenderà”.
In Inghilterra, questo si traduce sia nel compiacersi nel breve periodo di una politica monetaria e della finanza pubblica, sia in un eccessivo allarme sul quadro della finanza pubblica nel lungo periodo. Se preferite, Cameron/Osborne stanno imponendo aspri tagli per fronteggiare una crisi della finanza pubblica [38], nel mentre non riescono ad affrontare una crisi effettiva di domanda inadeguata che casca nei punti morti delle loro statistiche. Ma non è solo la politica britannica che va fuori strada. In America, i falchi monetari come James Bullard osservano una inflazione stabile e concludono che la Fed sta facendo bene, senza cogliere la probabile possibilità che si sia dentro una stabilità di tipo depressivo con un massiccio deficit di produzione. E la prova prevalente è che invece siamo in presenza di massicci deficit di produzione, su entrambe le sponde dell’Oceano. Il fatto che si permetta a questi deficit di persistere costituisce una considerevole fallimento sia dell’intelligenza che della volontà.
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October 5, 2012, 12:24 pm
Democrat Derangement SyndromeWell, anyway, they — Republicans, I mean — can’t handle the truth. Today’s full-scale freakout over a decent jobs report is a sight to behold. Spare me the false equivalence: yes, you occasionally find people on the left claiming that the numbers have been faked or the truth hidden, but not leading figures in the media and major-league plutocrats. (Next time people try to portray Jack Welch as an icon of success, a man we should listen to, remember this moment) What you need to realize is this isn’t unique to Obama. As Atrios often points out, anyone who really remembers the Clinton era also remembers that this went on all the time: Bill’s a drug smuggler, Hillary murdered Vince Foster, etc.. And then as now, it wasn’t just fringe figures doing this sort of thing; it was the WSJ editorial page, Rush Limbaugh, Congressmen in good standing within the GOP. For the record, it’s ridiculous to imagine that the Obama administration could arrange (on short notice, no less) to cook the jobs numbers. The sheer logistics would be impossible, plus these are civil servants who have to live under both parties. I guess there’s a bit of continuity here with the inflation truthers, a group that similarly includes people who unaccountably continue to be treated as respectable. The thing is, although such antics are funny in a way, they’re also menacing. By attacking anyone who presents awkward facts, the right exerts an intimidating effect. It won’t get the BLS to retract today’s jobs report, but it might bully news organizations into avoiding objective economic analysis, and maybe even into blurring their reporting right now. So this is crazy and stupid; but it’s also scary.
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5 ottobre 2012La sindrome del disordine democratico
Ebbene, in ogni caso, loro – i Repubblicani, intendo – non sanno affrontare la realtà.
La completa crisi di nervi odierna conseguente ad un decente rapporto sui posti di lavoro è roba da non credere [39]. Risparmiatemi la falsa equazione: è vero, occasionalmente si trovano persone a sinistra che sostengono che i dati sono stati falsati e al verità nascosta, ma non figure di dirigenti sui media o plutocrati di prima categoria (la prossima volta che la gente cercherà di presentare Jack Welch come un’icona del successo, come un uomo a cui dare ascolto, ricordatevi di questo passaggio [40]). Quello che si deve capire è che questa situazione non è un caso unico a carico di Obama. Come Atrios [41] spesso mette in evidenza, chiunque ricordi l’epoca di Clinton, ricorderà pure che questo continuò per tutto il tempo: un caso di traffico di droga di Bill, Hillary che aveva assassinato Vince Foster [42] etc. Ed allora come ora non erano figure marginali che facevano cose del genere: era la pagina degli editoriali del Wall Street Journal, Rush Limbaugh, congressisti di chiara fama all’interno del Partito Repubblicano. Per la cronaca, è ridicolo immaginare che la Amministrazione Obama potrebbe organizzare(per di più con scarso preavviso) la manipolazione dei dati sui posti di lavoro. La pura e semplice logistica sarebbe impossibile, in più questi sono funzionari pubblici che devono vivere sotto entrambi i partiti.
Suppongo che in questo caso ci sia un po’ di continuità con i cosiddetti scettici dell’inflazione, un gruppo che in modo simile raccoglie persone che inspiegabilmente continuano ad essere trattate come rispettabili. Il punto è che, sebbene queste pagliacciate siano in qualche modo comiche, essi stanno anche minacciando. Attaccando chiunque presenti fatti sgradevoli, la destra ottiene un effetto intimidatorio. Non si otterrà che il Bureau of Labor Statistics ritratti il suo rapporto odierno, ma si potrebbe intimorire altre organizzazioni costringendole ad evitare analisi economiche oggettive, e persino ad offuscare i loro resoconti d’ora innanzi. Dunque queste è stupido e pazzesco, ma è anche allarmante. |
October 6, 2012, 1:29 am
Constant-demography Employment (Wonkish But Relevant)
These days everyone knows that the unemployment rate is a problematic measure, because it can fall not because more people are working but simply because fewer people are looking for work. (This isn’t what happened in September, but it has been an issue in the recent past). An alternative is therefore to count employment rather than unemployment; one simple measure is the employment-population ratio, which suggests no improvement for years:
But this measure too has problems; it’s the fraction of people 16 and over at work, which means that the denominator includes a rapidly growing number of seniors, who presumably don’t want to keep working. How can we correct for this demographic bias? One answer, which I’ve used before, is to focus on prime-age adults, between 25 and 54; Calculated Risk did this yesterday, and pointed out that there has been some real improvement over the past year. This is a good quick-and-dirty approach. But it can lead to (false) accusations of cherry-picking, and it also throws out information. So here’s an arguably better measure: constant-demography employment, which shows what would have happened to the employment-population ratio if the age structure of the population had stayed constant. For my calculation, I’ve divided the population into three age groups, 16-24, 25-54, and 55 plus, for which employment-population ratios are available in the BLS databases. I’ve then taken a weighted average of these ratios, where the weights are the 2007 shares of each group in the civilian noninstitutional population. And here’s what you get:
Aha. So there is real if modest improvement over the past year. Also, the September numbers looks not like an aberration but like a return to trend from what looks like noise in the data over the previous couple of months. This story is, by the way, broadly consistent with the payroll data, from a different survey, which also suggest employment growing somewhat faster than population. So contra Romney, this is a real recovery. Modest, but real. Unless, of course, you believe that there’s a conspiracy of socialist statisticians …
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6 ottobre 2012Occupazione a demografia costante (per “sgobboni” [43] ma rilevante)
In questi giorni tutti sanno che il tasso di disoccupazione è una misura assai problematica, giacché esso può diminuire non perché un numero maggiore di persone sia al lavoro, ma semplicemente perché un numero minore lo sta cercando (questo non è quello che è accaduto in settembre, ma è stato un tema del recente passato). Pertanto, una alternativa è misurare l’occupazione anziché la disoccupazione; una misura semplice è il rapporto occupazione-popolazione, che non mostra alcun miglioramento da anni:
Ma anche questa misura ha dei problemi: essa riguarda la quota di popolazione di sedici anni e più al lavoro, il che significa che il denominatore include un numero rapidamente crescente di anziani, che presumibilmente non vogliono continuare a lavorare. Come si può correggere questa deformazione demografica? Una risposta, che ho utilizzato in precedenza, e quella di concentrarci sugli adulti in “primaria” [44] età lavorativa, tra i 25 ed i 54 anni; Calculated Risk [45]lo ha fatto ieri, ed ha messo in evidenza che c’è stato qualche reale miglioramento nel corso dell’ultimo anno. Questo è un buon approccio, un po’ sbrigativo. Ma esso può condurre alla accusa (non vera) di manipolazione dei dati, e anch’esso sciupa l’informazione.
Ecco dunque una misurazione probabilmente migliore: l’occupazione a demografia costante, la quale mostra cosa sarebbe successo al rapporto occupazione-popolazione se la struttura dell’età della popolazione fosse rimasta costante.
Per il mio calcolo, ho diviso la popolazione in tre gruppi – 16/24, 25/54 ed oltre i 55 anni – per i quali i rapporti occupazione/popolazione sono disponibili presso i database del Bureau of Labor Statistics, Ho poi fatto una media ponderata di questi rapporti, dove i pesi sono le porzioni che nel 2007 ciascun gruppo aveva della popolazione civile non istituzionalizzata [46]. Ed ecco quello che si ottiene:
Ah. C’è così un modesto ma reale miglioramento nel corso dell’ultimo anno. Inoltre, i dati di settembre non sembrano un’aberrazione ma un ritorno ad una tendenza dalla quale l’ultimo paio di mesi sembra essere stato un fenomeno secondario.
Questa storia, per inciso, è in generale coerente con i dati sui libri paga di un diverso sondaggio, il quale anche suggerisce un crescita dell’occupazione in qualche modo più rapida di quella della popolazione.
Dunque, diversamente da quello che sostiene Romney, questa è una ripresa reale. Modesta ma reale. A meno che, ovviamente, non crediate ci sia una cospirazione di statistici socialisti ….
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October 7, 2012, 11:21 am
The Payroll DataAnother quick note, this time on what the payroll data say. Again, you want to focus on somewhat longer-term trends, not monthly numbers. Over the past year the employer survey says that we’ve added 1.8 million jobs, or 150,000 a month:
And this number is likely to be revised up. This is substantially more than the number of jobs we need to keep up with population growth, which is currently something like 90,000 a month. (The number used to be higher, but baby boomers are getting old — the same thing that affects the household survey.) So the two survey are saying the same thing: job growth fast enough to make gradual progress on the employment front. Not fast enough; it will take years to restore full employment, and we should, um, end this depression now. But the progress is real.
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7 ottobre 2012I dati dei libri paga
Un’altra rapida nota, questa volta su quello che dicono i dati sui libri paga. Ancora, se si vuole concentrarsi su qualcosa si simile al più lungo termine, lasciamo da parte i dati mensili. Nel corso dell’anno passato l’indagine sugli imprenditori dice che i posti di lavoro sono aumentati di 1 milione e 800 mila; ovvero di 150.000 al mese:
Ed è probabile che questo numero venga rivisto verso l’alto. Questo è sostanzialmente di più del numero di posti di lavoro di cui abbiamo bisogno per tenere il passo con la popolazione, il quale attualmente è circa 90.000 al mese (il numero di solito era superiore, ma i baby boomers stanno invecchiando – la stessa circostanza che influenza l’indagine sulle famiglie).
Dunque, le due indagini ci dicono la stessa cosa: i posti di lavoro crescono a sufficienza da costituire un progresso graduale sul fronte dell’occupazione. Non sufficientemente rapidi; ci vorranno anni per ripristinare una condizione di piena occupazione, e dovremmo, in effetti, interrompere questa depressione adesso [47]. Ma il progresso è reale.
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October 8, 2012, 9:14 am
Fact-checking Financial RecessionsThat’s the title of a new piece by Taylor (the good one) and Schularick; it basically confirms Ken Rogoff’s dictum that we’re suffering from a “garden-variety severe financial crisis”. Here’s the picture:
This should not be taken as a reason to believe that we couldn’t and shouldn’t be doing better; experience in this crisis has been overwhelmingly supportive of a Keynesian view in which the problem is inadequate demand, and in which fiscal policy (with an assist from unconventional monetary policy) could have greatly ameliorated the pain. But there’s nothing to suggest that the policies of the Obama administration have made it worse; on the contrary, they’ve almost surely made it less bad than it might have been. And of course I had all this information in hand when Mary Matalin tried to tell me, out of her deep knowledge of economic history, that this is the worst ever.
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8 ottobre 2012Le recessioni finanziarie alla prova dei fatti
E’ questo il titolo dell’ultimo saggio di Taylor (quello buono) e Schularick [48]; esso fondamentalmente conferma il detto di Ken Rogoff secondo il quale stiamo soffrendo una “grave crisi finanziaria insignificante”. Questo è il diagramma [49]:
Questa non dovrebbe essere considerata come una ragione per credere che non si dovrebbe far meglio; l’esperienza di questa crisi è stata assolutamente di supporto al punto di vista keynesiano, secondo il quale il problema è una inadeguata domanda, e nel quale una politica della finanza pubblica (con il sostegno di politica monetaria non convenzionale) potrebbe aver migliorato grandemente le sofferenze. Ma non c’è niente che suggerisce che le politiche della Amministrazione Obama abbiano reso la crisi peggiori; al contrario esse l’hanno resa quasi sicuramente meno cattiva di quanto avrebbe potuto essere. E naturalmente avevo tutte queste informazioni in mano quando Mary Matalin [50], dalla sua profonda conoscenza della storia dell’economia, mi ha detto che questa crisi era la peggiore che ci fosse mai stata.
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October 9, 2012, 7:27 am
A Tragic VindicationI’m sorry to say that I’m on the road again, this time at the World Knowledge Forum in Seoul. Here’s a preview of my presentation: Or, maybe not. Anyway, blogging may be limited. But I did want to weigh in on the just-released first chapter of the new IMF World Economic Outlook (pdf), which contains among things a meditation on multipliers. Basically, the Fund looks at the severity of the downturns in countries practicing severe fiscal austerity and says, gee, maybe fiscal policy has a big impact after all.
OK, I’m being a bit unfair. Olivier Blanchard, the chief economist of the Fund, who co-wrote the relevant box, has always been of the view that fiscal policy has serious impacts. But there was a widespread determination in the immediate aftermath of the financial crisis to dismiss the notion that in a liquidity trap there are large impact of fiscal policy, positive or negative. Those of us who argued that we were now in a very Keynesian world were definitely marginalized in practical policy debates. But we were right — a fact demonstrated not so much by stimulus as by anti-stimulus, which has had all the negative effects traditional Keynesian macro said it would. Unfortunately, a large part of the political spectrum remains determined not to learn that lesson.
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9 ottobre 2012Una tragica ammissione
Mi dispiace ma sono di nuovo in giro, questa volta per il World Knowledge Forum a Seul. E qua c’è una anteprima della mio discorso di presentazione.
Beh, forse no [51]. In ogni modo, la mia attività sul blog può essere limitata. Ma volevo intervenire sull’appena pubblicato primo capitolo del nuovo World Economic Outlook del FMI (disponibile in pdf), che contiene tra varie cose un riflessione sui moltiplicatori [52]. Fondamentalmente, il Fondo osserva la gravità delle flessioni in quei paesi che praticano severe politiche di austerità nelle finanze pubbliche o afferma che, accidenti!, forse la politica della spesa pubblica ha un grande impatto, dopo tutto. E’ vero, sono un po’ ingiusto. Olivier Blanchard, il capo degli economisti del Fondo, che ha partecipato alla redazione di quell’importante campione, è sempre stato dell’opinione che la politica della finanza pubblica ha impatti rilevanti. Ma c’era un volontà generale, immediatamente all’indomani della crisi finanziaria, a liquidare l’idea che in una trappola di liquidità ci sono ampi impatti delle politiche della spesa pubblica, positivi o negativi. Quelli tra di noi che in quel momento sostennero che eravamo davvero in un mondo keynesiano vennero definitivamente posti ai margini nei dibattiti di politica pratica.
Eppure avevamo ragione – un fatto dimostrato non tanto dalle politiche di sostegno, quanto da quelle opposte di anti-stimolo, che hanno avuto tutti i tradizionali effetti negativi che la macroeconomia keynesiana diceva avrebbero avuto. Sfortunatamente, una larga parte dello spettro della politica resta determinata a non imparare da quella lezione.
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October 9, 2012, 5:09 pm
Deleveraging Shocks and the Multiplier (Sort of Wonkish)Jonathan Portes — who will be my teammate in a debate on fiscal policy in London next week — weighs in on the IMF’s multiplier mea culpa. He confirms that policy makers in many places were working with the assumption of a multiplier on fiscal contraction much less than 1, whereas experience now suggests that it’s actually more than 1. What I thought might be worth pointing out is that the logic for a biggish multiplier and the logic of the crisis itself are very closely linked: times like these, the aftermath of a credit bubble, are precisely when you expect fiscal multipliers to be large. And that in turn says, once again, that fatalism — or worse yet, demands for fiscal retrenchment — in the aftermath of such a bubble are deeply destructive.
So, the simple but surely broadly correct story of the mess we’re in is that we had a period of excessive complacency about leverage, which came to a sudden end. Household debt in particular surged, then was suddenly perceived as excessive:
The crucial thing from a macroeconomic point of view is that leveraging and deleveraging are not symmetric in their effects. Leveraging up, other things equal, leads to high aggregate demand — but this can be and is in practice offset by the central bank, which can always raise rates. Deleveraging, on the other hand, can’t be offset equally easily; the central bank can cut rates, but only to zero, and unconventional monetary policy is both controversial and an iffy proposition (which doesn’t mean that it shouldn’t be tried).
So a large leveraging/deleveraging cycle is likely to be followed by a persistent shortfall in aggregate demand that can’t be cured using ordinary monetary policy; what I consider depression economics. Now, the same thing that makes deleveraging so hard to handle also makes the fiscal multiplier larger than it is in normal times. Normally, expansionary fiscal policy is offset by monetary tightening, contractionary policy by monetary loosening. Hence the lowish multiplier estimates based on recent history. But if deleveraging has pushed you into a liquidity trap, there are no offsets. So how big would you expect the multiplier to be under these conditions? Bigger than one.
Start by provisionally assuming a frictionless world in which consumers have perfect foresight and perfect access to capital markets. In that case the multiplier should be exactly 1, with consumer demand neither rising nor falling in the face of a change in government purchases (so that the change in purchases translates one-for-one into a change in GDP). Why? Well, a rise in government spending does mean higher expected future taxes — but it also means higher incomes right now, and those two effects should exactly cancel each other.
Now add in realistic frictions, notably households that are liquidity-constrained and/or use rules of thumb based on current income to make spending decisions. (By the way, as Gauti Eggertsson and I have pointed out, once you’re using a debt/deleveraging model you are already in effect assuming that many households face liquidity constraints). These frictions will mean that a rise or fall in current income due to fiscal policy will lead to at least some movement of consumption in the same direction. So we get a multiplier bigger than 1.
But, you say, confidence! OK, if people believe that a movement in government spending now presages even bigger moves in the future, you could reverse this conclusion. But there is no reason at all to believe this when it comes to fiscal stimulus, which has proved completely temporary; and it’s a highly dubious proposition for austerity imposed in response to a fiscal panic, too.
So there really was no good reason to be surprised by large fiscal multipliers. They were a predictable consequence of the kind of crisis we’re in; and the unjustified assumption of small multipliers has helped make the crisis worse.
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9 ottobre 2012Gli shocks da riduzione dei rapporti di indebitamento ed il moltiplicatore [53](per esperti)Jonathan Portes – che sarà mio partner in un dibattito sulla politica della finanza pubblica a Londra la settimana prossima – interviene a proposito del ‘mea culpa’ del FMI sul moltiplicatore [54]. Egli conferma che gli operatori politici in molti luoghi stavano lavorando sull’assunto di un moltiplicatore sulla contrazione della finanza pubblica assai inferiore ad 1, mentre l’esperienza oggi ci indica che esso è effettivamente superiore ad uno.
Quello che ho pensato meriterebbe di essere messo in evidenza è che la logica per un moltiplicatore un po’ più grande e la logica della crisi stessa sono strettamente connesse: tempi come questi, all’indomani di una bolla da credito, sono precisamente quelli nei quali ci si aspetta che i moltiplicatori della finanza pubblica siano ampi. E questo a sua volta ci dice che il fatalismo – o peggio ancora la richiesta di restrizioni della finanza pubblica – all’indomani di tale bolla sono profondamente distruttive.
Dunque, il semplice ma in generale sicuramente corretto racconto del disastro in cui siamo è che abbiamo avuto un periodo di eccessivo compiacimento nell’aumento dell’indebitamento [55], che è giunto ad una improvvisa interruzione. Il debito delle famiglie, in particolare, era salito in alto, e successivamente è stato all’improvviso percepito come eccessivo:
La cosa cruciale da un punto di vista macroeconomico è che l’aumento dell’indebitamente e la riduzione dell’indebitamento non sono simmetrici nei loro effetti. Aumentare il rapporto di indebitamento, ferme le altre circostanze, conduce ad un’alta domanda aggregata – ma questo può essere bilanciato, e in pratica lo è, dalla banca centrale, che può sempre innalzare i tassi. Di contro, ridurre il rapporto di indebitamento non può essere bilanciato in egual modo con facilità; la banca centrale può tagliare i tassi, ma solo fino a zero, e una politica monetaria non convenzionale, oltre ad essere controversa, è una faccenda che presenta molte incertezze (il che non significa che non dovrebbe essere tentata). Dunque un vasto ciclo economico di indebitamento/riduzione del rapporto di indebitamento è probabile che sia seguito da una prolungata caduta nella domanda aggregata che non può essere curata con l’utilizzo di una normale politica monetaria; che è quello che io considero un’economia della depressione. Ora, la stessa circostanza che rende la riduzione dell’indebitamento così difficile da gestire, rende anche il moltiplicatore della spesa pubblica [56] più ampio di quanto non sia in tempi normali. Normalmente, una politica della finanza pubblica espansiva è bilanciata da una restrizione monetaria, una politica restrittiva da un allentamento monetario. Di qua le stime del moltiplicatore un po’ bassine che si basano sulla storia recente. Ma se la riduzione dell’indebitamento vi ha spinto in una trappola di liquidità, non ci sono bilanciamenti. Dunque, quanto ci si dovrebbe aspettare che sia grande il moltiplicatore sotto queste condizioni? (Ci si deve aspettare che sia) maggiore di uno [57].
Si parta con l’assumere provvisoriamente un mondo senza attriti, nel quale i consumatori abbiano una previsione perfetta ed un accesso perfetto al mercato dei capitali. In quel caso il moltiplicatore dovrebbe essere esattamente 1, con una domanda di consumi che non sale né scende a fronte di un mutamento negli acquisti da parte delle pubbliche amministrazioni (cosicché il mutamento degli acquisti si trasferisce ‘uno-ad-uno’ nel mutamento del PIL). Perché? Ebbene, un aumento nella spesa pubblica significa certamente una aspettativa di maggiori tasse future – ma significa anche un più alto reddito in questo momento, e questi due effetti dovrebbero precisamente annullarsi l’uno con l’altro. Ora si aggiungano alcune frizioni realistiche, specialmente le famiglie che hanno limiti di liquidità e/o per le regole d’uso approssimative che si basano sul reddito attuale per prendere decisioni di spesa (tra parentesi, come Gauti Eggertsson ed io abbiamo sottolineato, una volta che si stia usando un modello basato sul debito e sulla riduzione del rapporto di indebitamento si sta già in effetti ipotizzando che molte famiglie stiano facendo i conti con limiti di liquidità). Queste frizioni significheranno che una crescita o una riduzione del reddito attuale dovuta alla politica finanziaria pubblica porterà come minimo a qualche movimento di consumo nella stessa direzione. Ed è così che abbiamo un moltiplicatore superiore ad 1. Ma, come si sa, c’è la questione della fiducia! E’ vero, se le persone ritengono che un movimento nella spesa pubblica oggi comporti movimenti più grandi nel futuro, dovreste invertire questa conclusione. Ma non c’è affatto ragione per credere questo, quando si perviene a politiche di sostegno con la spesa pubblica che si sono dimostrate assolutamente temporanee. Inoltre esso è un concetto assai dubbio anche per una austerità che venga imposta come risposta ad una sorta di panico delle finanze pubbliche.
Dunque, non c’è realmente alcuna buona ragione per essere sorpresi da rilevanti moltiplicatori della spesa pubblica. Essi erano una conseguenza prevedibile della crisi nella quale siamo; e l’assunto ingiustificato di modesti moltiplicatori ha contribuito a rendere la crisi peggiore.
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Considerato il notevole interesse del rapporto recente del FMI – al quale Krugman fa riferimento nel post precedente – pubblichiamo sullo stesso tema un contributo anche più circostanziato di Jonathan Portes. Jonathan Portes è un economista britannico, ricercatore presso il NIESR e già consulente economico del Governo laburista di Brown.
Tuesday, 9 October 2012What explains poor growth in the UK? The IMF thinks it’s fiscal policyBy Jonathan Portes
For the UK, and indeed other advanced economies, the most important point in today’s IMF World Economic Outlook is not that it further explodes the myth – repeated again yesterday by the Chancellor – that low interest rates reflect policy “credibility” rather than economic weakness, or that it again emphasises that the UK and others could and should loosen fiscal policy in the face of that weakness. The IMF said all this about the UK back in July, as I explained then. Rather, it is that the Fund has radically revised its opinion about just how damaging the impacts of premature fiscal consolidation have been in the UK and elsewhere. Back in July, the Fund said that fiscal consolidation had knocked about 2.5% off UK economic growth. This estimate was based on an assumption that the “fiscal multiplier” – the reduction in GDP growth resulting from a reduction in the government’s structural budget deficit – was about 0.5. This estimate was quite similar to that coming out of macroeconomic models like ours at NIESR. It was somewhat larger than the impact estimated by the Office of Budget Responsibility. But it was much smaller that the impacts that many of the most credible macroeconomists – Brad Delong and Paul Krugman in the United States, Martin Wolf and Simon Wren-Lewis here – thought likely. [See Krugman here, for example]. It was also significantly smaller than Dawn Holland here at NIESR and colleagues at LSE suggest in the analysis here. Now, in a commendable display of self-criticism, the Fund has gone back and reanalysed the forecasts that it made (as well as those made by the OECD and EU). Its conclusion: “In line with these assumptions, earlier analysis by the IMF staff suggests that, on average, fiscal multipliers were near 0.5 in advanced economies during the three decades leading up to 2009. If the multipliers underlying the growth forecasts were about 0.5, as this informal evidence suggests, our results indicate that multipliers have actually been in the 0.9 to 1.7 range since the Great Recession. This finding is consistent with research suggesting that in today’s environment of substantial economic slack, monetary policy constrained by the zero lower bound, and synchronized fiscal adjustment across numerous economies, multipliers may be well above 1″
That is, the Fund is saying: “Delong et. al. were right; we were wrong”. They even have a helpful chart, showing that the bigger the fiscal consolidation, the worse growth has been relative to IMF forecasts – implying that the Fund was drastically underestimating the negative impact of fiscal consolidation. Why does this matter? Everyone agrees growth since 2010 in the UK has been very disappointing. But there has been much debate about why – was it cutting the deficit too quickly, was it the spike in inflation resulting from commodity price rises, was it the impact on confidence from the eurozone? Here at NIESR, we have taken the view that it was a combination of all of these – fiscal policy mistakes made a large contribution, but the other factors mattered too. However, others – notably the OBR, as well as Chris Giles in the FT – have argued that fiscal policy didn’t explain much of the weakness in growth. The IMF have now definitively sided with those who think that tightening fiscal policy quickly and sharply had a very large and negative impact. Once again, the Fund deserve praise for going back, looking at their forecasts, analysing what went wrong, and saying very clearly “We thought the impact of fiscal consolidation on growth would be relatively small. We got it wrong. ” Will our government, and those of the eurozone, do the same?
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Martedì 9 ottobre 2012Come si spiega la crescita modesta dell’Inghilterra? Il FMI pensa che dipenda dalla politica della finanza pubblica
Per l’Inghilterra, e in effetti per altre economie avanzate, l’aspetto più importante del World Economic Outlook del FMI non è che esso mandi ulteriormente in frantumi il mito – ancora ieri ribadito dal Cancelliere – secondo il quale i bassi tassi di interesse riflettono la “credibilità” della politica piuttosto che la debolezza dell’economia, o che esso sottolinei che l’Inghilterra e gli altri potrebbero e dovrebbero allentare la politica della finanza pubblica di fronte a quella debolezza. Il FMI aveva detto tutto questo a proposito dell’Inghilterra nel luglio passato, come spiegai a suo tempo. Piuttosto, esso consiste nel fatto che il Fondo ha radicalmente rivisto la sua opinione a proposito di quanto siano stati dannosi gli impatti di un prematuro consolidamento delle finanze pubbliche, in Inghilterra come altrove.
Nel luglio scorso, il Fondo affermò che il consolidamento delle finanze pubbliche aveva smontato circa il 2,5 della crescita economica inglese. Questa stima era basata sull’assunto che il “moltiplicatore fiscale” – la riduzione del PIL conseguente alla riduzione del deficit strutturale del bilancio dello Stato – era di circa lo 0,5 per cento. Questa stima era abbastanza simile a quella che veniva fuori da modelli macroeconomici quali i nostri al NIESR [58]. Essa era un po’ maggiore dell’impatto stimato dall’ Office of Budget Responsability. Ma era molto più piccola degli impatti che i più credibili macroeconomisti – Brad DeLong e Paul Krugman negli Stati Uniti, Martin Wolf e Simon Wren-Lewis qua, ritenevano probabile (si veda, ad esempio, questa connessione con Paul Krugman). Era anche significativamente più piccola di quanto Dawn Holland presso il NIESR ed altri colleghi della London School od Economics indicavano nella analisi in questo link.
Ora, con una encomiabile prova di autocritica, il Fondo è tornato indietro ed ha rianalizzato le previsioni che aveva fatto (così come quelle che avevano fatto la OCSE e l’UE). Le sue conclusioni:
“In linea con questi assunti, la precedente analisi dello staff del FMI suggerisce che, in media, i moltiplicatori fiscali per le economie avanzate fossero vicini allo 0,5 nei tre decenni precedenti il 2009. Se il moltiplicatori impliciti nelle previsioni di crescita erano attorno allo 0,5, come questa prova informale suggerisce, i nostri risultati indicano che i moltiplicatori sono effettivamente stati dall’avvio della Grande Recessione nel range tra lo 0,9 e l’1,7. Questa scoperta è coerente con la ricerca secondo la quale nel contesto odierno di una sostanziale stagnazione economica, di una politica monetaria costretta dal limite inferiore di zero [59] e di correzioni fiscali sincronizzate in molte economie, i moltiplicatori potrebbero ben essere superiori all’unità”.
Ovvero, il Fondo sta dicendo: “DeLong e gli altri avevano ragione, noi avevamo torto”. Essi mostrano persino un utile diagramma, che mostra come più grande è stato il consolidamento delle finanze pubbliche, peggiore è stata la crescita in relazione alle previsioni del FMI – il che implica che il Fondo stesse drasticamente sottostimando l’impatto negativo del consolidamento delle finanze pubbliche.
Perché questo è importante? Sono tutti d’accordo che la crescita in Inghilterra dopo il 2010 sia stata assai deludente. Ma c’è stata molto dibattito sui motivi – è stato il taglio del deficit troppo rapido, è stato il picco di inflazione derivante dalla crescita del prezzo delle materie prime, è stato l’impatto sulla fiducia della situazione nella zona euro? Qua al NIESR la nostra opinione è stata che si trattasse di una combinazione di tutti questi fattori – gli errori di politica finanziaria hanno dato un grande contributo, ma avevano avuto il loro peso anche gli altri fattori. Tuttavia altri, oltre il caso di Chris Giles sul Financial Times – hanno sostenuto che la politica finanziaria pubblica non era una grande spiegazione della debolezza dell’economia. Il FMI ora si schiera con coloro i quali pensavano che la politica di una rapida e severa restrizione finanziaria abbia avuto un impatto vasto e negativo.
Ancora una volta il Fondo merita un elogio per essere tornato sui suoi passi, osservando le sue previsioni, analizzando cosa non aveva funzionato e dicendo molto chiaramente “Avevamo pensato che l’impatto del consolidamento delle finanze pubbliche sarebbe stato relativamente modesto. Ora comprendiamo di aver sbagliato”. Faranno lo stesso il nostro Governo e gli altri Governi dell’eurozona?
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October 11, 2012, 4:45 am
The IMF and the GOPEconowonks are still buzzing about the new IMF World Economic Outlook, which offered grim warnings about the world economy, and also argued forcefully if discreetly that a big reason for the worsening outlook is that policy makers have gotten the basic economics wrong.
Of particular interest is the discussion in Chapter 1 (pdf) on fiscal multipliers. I and others have been arguing for a while that the experience of austerity in the eurozone clearly suggests pretty big Keynesian effects. Here, for example, is what a scatterplot of fiscal consolidation (from the IMF Fiscal Monitor) and growth (including an estimate for next year, from the World Economic Outlook) looks like:
But, you might object, maybe the causation runs the other way; maybe countries in trouble are forced into fiscal consolidation, so it’s not the austerity what did it. But the IMF has an answer to that: it looks at forecast errors versus austerity. Part of the reason for doing this is to figure out why things are going so much worse than expected; but there’s also the fact that the forecasts already included the known problems of the economies in question, so that you’re more or less getting an estimate of the impact of austerity over and above the known problems (and the initially assumed effect of austerity, which was supposed to be small). It looks like this:
As it says, this indicates that the contractionary effects of fiscal consolidation are substantially bigger than policy makers were assuming. So one thing I haven’t seen pointed out is that this directly contradicts current GOP doctrine. To the extent that the GOP has a theory of recession-fighting, other than the view that the animal spirits of job creators will soar once that evil Obama is gone, it was embodied in the Joint Economic Committee manifesto Spend Less, Owe Less, Grow the Economy (pdf), which declared that In the short term, fiscal consolidation programs that rely predominately or entirely on spending reductions have expansionary “non-Keynesian” effects that may offset the contractionary Keynesian reduction in aggregate demand. – In some cases, “non-Keynesian” effects may be strong enough to make fiscal consolidation programs expansionary in the short term. Tell that to the Greeks. The reality is that everything that has happened economically since the turn away from stimulus to austerity, from interest rates to inflation to output, has refuted the doctrine the GOP is pushing. Since there has of course been no concession of error, this does not bode well for the US economy if Romney wins.
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11 ottobre 2012Il FMI e il Partito Repubblicano
Gli esperti di economia stanno ancora ronzando attorno al World Economic Outlook del FMI, che ha avanzato spiacevoli avvertimenti sull’economia mondiale, ed ha anche sostenuto, con forza ancorché con discrezione, che un grande motivo del peggioramento delle prospettive sia costituito dal fatto che gli operatori politici hanno sbagliato nei giudizi economici di fondo.
Di particolare interesse è il dibattito sul Capitolo I (disponibile in pdf) sui moltiplicatori della finanza pubblica. Io ed altri venivamo sostenendo da un bel po’ che l’esperienza dell’austerità nell’eurozona indicasse chiaramente effetti keynesiani piuttosto grandi. Ecco, ad esempio, come appare un grafico a dispersione [60] del consolidamento della finanza pubblica (da Fiscal Monitor, del FMI) e della crescita (inclusa una stima per l’anno prossimo, a cura di World Economic Outlook ):
Ma, potreste obiettare, forse la causa proviene da un’altra ragione; forse i paesi in difficoltà sono costretti al consolidamento della finanza pubblica, e dunque non è l’austerità che le ha provocate. Ma il FMI ha una risposta per questo: esso osserva gli errori delle prospettive, a fronte dell’austerità. In parte, la ragione per fare questo è immaginare la ragione per la quale le cose stanno andando così peggio di quanto si prevedesse; ma c’è anche il fatto che le previsioni già includevano i noti problemi delle economie in questione, cosicché è come se aveste più o meno una stima dell’impatto dell’austerità su ed oltre quei noti problemi (e più ed oltre l’effetto assunto sin dall’inizio dell’austerità, che si supponeva fosse piccolo). Ecco come appare [61]:
Come dice il Fondo, questo significa che gli effetti di contrazione del consolidamento delle finanze pubbliche sono sostanzialmente più grandi di quello che gli operatori politici avevano assunto. Dunque, una cosa che non ho visto sottolineare è che questo direttamente contraddice l’attuale dottrina del Partito Repubblicano. Nella misura in cui il Partito Repubblicano ha una teoria per combattere le recessioni, a parte l’opinione per la quale gli spiriti animali dei ‘creatori di lavoro’ andranno alle stelle una volta che il diavolo Obama se ne sarà andato, essa è incarnata nel manifesto della Commissione Economica Congiunta [62], dal titolo “Spendere meno, fare meno debiti, far crescere l’economia” (disponibili in pdf), che dichiarava: Nel breve termine, i programmi di consolidamento della finanza pubblica che si fondano per intero o in modo predominante si riduzioni della spesa pubblica hanno effetti espansivi “non keynesiani” che possono bilanciare la riduzione keynesiana con effetti contrattivi sulla domanda aggregata. … In alcuni casi, effetti “non keynesiani” possono essere abbastanza forti da rendere i programmi di consolidamento della finanza pubblica espansivi nel breve termine”.
Andatelo a dire ai Greci.
La verità è che ogni cosa che è accaduta nell’economia dal momento che si è passati dalle misure di sostegno all’austerità, dai tassi di interesse all’inflazione alla produzione, ha contraddetto la dottrina che il Partito Repubblicano sta sostenendo. Dal momento che, ovviamente, non c’è stata alcuna ammissione di errore, questo non è un buon presagio per l’economia americana se Romney vince.
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October 11, 2012, 7:52 pm
A Global 1937Back in 2009, when there was (briefly) a policy consensus in favor of active fiscal policy to fight the slump, there were many warnings to the effect that we must not repeat the infamous mistake of 1937, in which FDR was persuaded to focus on balancing the budget while the economy was still weak, terminating the recovery from 1933 and sending America into the second leg of the Great Depression. And what policy makers proceeded to do was, of course, to repeat the mistake of 1937. The new IMF World Economic Outlook is, in effect, an extensively documented exercise in hand-wringing over the consequences of this repeat of bad history. Kudos to the Fund for having the courage to say this, which means bucking some powerful players as well as admitting that its own analysis was flawed. There is, however, one point I think is getting skewed in the discussion of the IMF’s new concern over premature austerity. Much of the discussion seems to focus on the question of relaxing the demands on debtor countries — which is certainly a crucial issue for the eurozone. However, the global 1937 we’re now experiencing isn’t just about forced austerity in Spain, Greece, etc.. It’s also — and I think mainly — about unforced austerity in countries that remain able to borrow very cheaply. Let’s look at estimates of the cyclically adjusted budget deficit from the IMF’s Fiscal Monitor, measured as a percentage of potential GDP. I don’t think you want to take these numbers as gospel — for Britain, at least, there’s a very good case that the IMF is greatly understating potential output and hence overstating the structural deficit, and I suspect that this is true to a lesser extent for the US. But in any case the point is that even cheap-money countries facing no pressure either from the market or from external forces to engage in immediate austerity are nonetheless engaged in sharp fiscal contraction:
This is taking place in an environment in which the private sector is still deleveraging ferociously from the debt binge of the previous decade; so we’re creating a situation in which both the private sector and the public sector are trying to slash spending relative to income. And whaddya know, the world economy is sputtering. The truly amazing thing is that this calamitous error is not, for the most part, the result of special interests, or an unwillingness to make hard choices. On the contrary, it’s being driven by Very Serious People who pride themselves on their willingness to make hard choices (which, naturally, involve inflicting pain on other people). In fact, I’d argue that the desire to make hard choices, or at least to be seen as doing so, is the reason the VSPs chose to ignore the extensive and, we now know, completely accurate warnings from some economists of what would happen if they gave in to their austerity obsession. FT Alphaville says that I’m feeling a bit “smuggish” about all this; well, I’m only human. But truly, this is a terrible thing to behold.
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11 ottobre 2012Un 1937 globale
Nel passato 2009, quando si ebbe una breve consenso politico a favore di una politica attiva della spesa pubblica per combattere la recessione, ci furono molti ammonimenti perché non si ripetesse il famigerato errore del 1937, quando Franklin Delano Roosevelt venne persuaso a concentrarsi sugli equilibri di bilancio mentre l’economia era ancora debole, interrompendo la ripresa iniziata nel 2003 e spedendo l’America dentro la seconda tappa della Grande Depressione. E quello che gli uomini politici hanno continuato a fare, naturalmente, è stato ripetere l’errore del 1937. Il nuovo World Economic Outlook è, in effetti, è un esercizio ampiamente documentato di preoccupazione sulle conseguenze di questo ripetersi di una pessima storia. Applausi al Fondo per aver avuto il coraggio di dirlo, il che significa anche essersi opposti a qualche potente soggetto [63] ammettendo che la stessa analisi del FMI aveva seri difetti. C’è, tuttavia, un punto che io penso sia un po’ distorto nel dibattito sulla nuova preoccupazione del FMI per la prematura [64]austerità. Gran parte del dibattito sembra concentrarsi sul tema dell’attenuare le richieste verso i paesi debitori – che è certamente una questione centrale per l’eurozona. Tuttavia, il “1937 globale” che stiamo sperimentando non riguarda soltanto l’austerità nella Spagna, nella Grecia e così via. Riguarda anche – e io penso principalmente – l’austerità non necessaria in paesi che restano nelle condizioni di indebitarsi in modi molto economici. Si guardi alle stime sui deficit di bilancio ciclicamente corretti del Fiscal Monitor del FMI, misurate come percentuale del PIL potenziale. Non penso che si vorrà prendere questi numeri come vangelo – per l’Inghilterra, almeno, c’è una ragione molto buona per la quale il FMI starebbe grandemente sottostimando la produzione potenziale e di conseguenza sovrastimando il deficit strutturale, ed io sospetto che questo sia vero in minor misura per gli Stati Uniti. Ma in ogni caso il punto è che persino i paesi che possono indebitarsi economicamente, non avendo alcuna pressione né dal mercato né da forze esterne per impegnarsi adesso nella austerità, nondimeno sono impegnato in una brusca contrazione della finanza pubblica:
Questo avviene in un contesto nel quale il settore privato sta ancora ferocemente riducendo il rapporto di indebitamento rispetto alla baldoria del debito del passato decennio; si sta dunque creando una situazione nella quale sia il settore privato che quello pubblico stanno cercando si abbattere la spesa rispetto al reddito. Come ci si può immaginare, l’economia mondiale batte i colpi.
La cosa davvero terrificante è che questo errore esiziale non è, per la maggior parte, il risultato di interessi speciali, o di una non volontà di fare scelte difficili. Al contrario, esso viene guidato dalle Persone Molto Serie che si inorgogliscono della loro volontà di fare scelte difficili (il che, naturalmente, si risolve nel provocare sofferenze ad altri). Nei fatti, direi che il desiderio di fare scelte dure, o almeno di farlo apparire, è la ragione per la quale le Persone Molto Serie scelgono di ignorare i vasti e, come ora sappiamo, del tutto scrupolosi ammonimenti di qualche economista su quello che accadrebbe se essi cedessero alla loro ossessione di austerità.
FT Alphaville afferma che io sarei piuttosto compiaciuto per tutto questo: ebbene, sono un uomo anch’io. Ma è veramente uno spettacolo terribile. |
October 12, 2012, 2:36 am
Voucher DenialSo, I was airborne during the VP debate, which means no theater criticism. But I do have the transcript. And I thought it was interesting that Ryan was the first to use the word “voucher”, as a preemptive strike to try to stop Biden from using it to characterize his plan.
Indeed, the official line seems to be that you’re a liar if you call a plan under which people receive a fixed sum to spend on insurance, as opposed to simply getting insurance, a voucher scheme. Among the lying liars, then, is the guy who, back in 2009, described the Ryan plan as “converting Medicare into defined contribution sort of voucher system”. Oh, wait: that was Paul Ryan. We’ve seen this movie before. For decades the right pushed for Social Security privatization — their own term for it. The Cato Institute even had a Project on Social Security Privatization. Then they found that the term polled badly, and tried to pretend that only evil liberals accused them of favoring such a terrible thing (Cato even tried, incompetently, to purge its web site of all references to the program’s previous name). So here we go again. Oh, and Ryan also, in the course of the debate, endorsed .. Social Security privatization.
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12 ottobre 2012Il diniego del voucher
Dunque, ero in volo durante il dibattito dei candidate alla vicepresidenza, il che significa che non ho critiche teatrali da avanzare. Ho però la trascrizione. Ed ho pensato che fosse interessante il fatto che Ryan sia stato il primo ad usare la parola “voucher”, come una mossa preventiva per cercar di impedire a Biden di utilizzarla per descrivere il suo piano. In effetti sembra che la linea ufficiale sia che, se si chiama ‘modello voucher’ un piano per il quale le persone ricevono una somma definita da spendere in assicurazioni, all’opposto dell’ottenere semplicemente il diritto alla assicurazione, si sia bugiardi.
Tra i bugiardi incalliti, dunque, c’è quell’individuo che, nel passato 2009, descrisse il piano di Ryan come “una conversione di Medicare in una specie di sistema di vouchers a contributo fisso”. Ma, aspettate un attimo: quell’individuo era Paul Ryan !
Abbiamo visto questa scena in precedenza. Per decenni la destra ha spinto per la privatizzazione della Previdenza Sociale – il termine che usavano essi stessi. Il Cato Institute aveva addirittura un “Progetto per la Privatizzazione della Previdenza Sociale”. Poi scoprirono che quella espressione funzionava male nei sondaggi, e cercarono di far finta che soltanto i diabolici liberal li avessero accusati di una cosa così tremenda (Cato Institute provò persino, in modo del tutto inetto, a cancellare dal suo sito web tutti i riferimenti al precedente nome del suo programma). Siamo ancora lì. E, si badi, Ryan ha anche, nel corso del dibattito, appoggiato l’dea della …. Privatizzazione della Previdenza Sociale. |
October 12, 2012, 1:40 pm
Smuggish Thoughts (Self-indulgent)Things I shouldn’t be wasting my time (or yours) on. But I’ve been thinking in odd moments about my professional state of my mind, and thought I’d share a bit. (I know, too much information). A starting point: It is a truth not universally acknowledged that it’s possible to be a highly successful academic and still have a somewhat fragile sense of self-worth. You get your papers published, you get tenure, maybe you win some prizes; all this says that your colleagues believe that your stuff is right, that you really do know something about your subject. But do you really? Or are you just good at self-marketing? Some, maybe many, academics don’t care; they’ve carved out a nice career and life, so it’s all good. But if you are truly serious about your work as opposed to your career, the question of whether your knowledge is real is always with you. As you’ve already guessed, I’m talking to some extent about myself. I’ve always been very serious about my work, I’ve always tried to be more than a mere careerist. I’ve had a wonderful career, getting all the major gongs, yet as late as 2008 it was still possible for that small self-doubting voice in my head to whisper that being a facile modeler and a pretty good writer might not mean that I really knew how the world works. And then the crisis came – a crisis that was very much up my alley. I got obsessed with Japan in the 1990s, and I think can fairly claim to have started the whole modern liquidity-trap literature. I approached the Japan problem the way I approach just about all economic problems, building a stylized, minimalist model that seemed to make sense of the available facts and yielded strong conclusions. But does this style of analysis work in the real world? Well, events provided an acid test. If you believed in the little models I and others were using, you made some very striking predictions about how the world would work post-crisis – predictions that were very much at odds with what other people were saying. You predicted that trillion-dollar deficits would not drive up interest rates; that tripling the monetary base would not be inflationary; that cuts in government spending, rather than helping the economy by increasing confidence, would hurt by depressing demand, with bigger effects than in normal, non-liquidity trap times. And the people on the other side of these issues weren’t just academics, they were major-league policy makers and famous investors. And guess what: the models seem to work. It appears that I wasn’t just a successful self-marketer, that I really did and do know something. So that’s great – except that it turns out that one form of anxiety has just been replaced with another. It’s great to have confirmation that you weren’t just playing career games; it is, however, not just frustrating but terrifying to watch decision-makers ignore all the hard-won evidence and knowledge, and repeat the mistakes of the 1930s. The good news is that I’m not Sammy Glick; the bad news is that I’m Cassandra. Oh well.
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12 ottobre 2012Pensieri compiaciuti (auto-indulgenti)
Cose sulle quali non dovrei sprecare il mio tempo (o il vostro). Ma in qualche occasionale momento ho pensato alla condizione professionale della mia mente, ed ho pensato che dovrei un po’ condividerla (lo so, troppa informazione).
Un punto di partenza: è una verità non universalmente riconosciuta che è possibile avere un importante successo accademico e purtuttavia avere una considerazione fragile del proprio valore. Potete pubblicare saggi, essere titolari di una cattedra, magari anche vincere qualche premio: tutto questo vi dice che i vostri colleghi credono che la vostra roba sia giusta, che sappiate realmente qualcosa della vostra materia. Ma è così in realtà? O siete soltanto bravi nell’autopromuovervi? Alcuni, forse molti, accademici non se ne curano; si sono ritagliati una bella carriera ed una bella vita, dunque è tutto a posto. Ma se siete veramente seri col vostro lavoro più che con la vostra carriera, la domanda se il vostro sapere è reale vi accompagna sempre.
Come avete già intuito, il mio discorso in qualche misura mi riguarda. Sono sempre stato serio col mio lavoro, ho sempre cercato di essere qualcosa di più che un carrierista. Ho avuto una carriera meravigliosa, ho ricevuto tutte le più importanti medaglie, eppure ancora nel 2008 era possibile che quella piccola voce dubbiosa nella mia testa sussurrasse che essere un abile creatore di modelli ed uno scrittore abbastanza buono non significava che io davvero conoscessi il funzionamento del mondo. Poi venne la crisi – una crisi che avvenne davvero un buona misura sul mio percorso. Ero rimasto colpito dal Giappone nel corso degli anni ’90, e penso di poter onestamente sostenere di aver dato inizio alla letteratura moderna sulle trappole di liquidità. Mi misurai col problema del Giappone nello stesso modo nel quale mi misuro con tutti i problemi economici, costruendo un modello stilizzato e minimalista che sembrava dar senso ai fatti che si conoscevano e comportava forti conclusioni.
Ebbene, gli eventi furono la prova del fuoco. Se aveste creduto ai piccoli modelli che io ed altri venivamo usando, avreste formulato alcune previsioni davvero impressionanti su come il mondo avrebbe funzionato dopo la crisi – previsioni che erano del tutto opposte a quello che altre persone venivano dicendo. Avreste previsto che quei deficit da migliaia di miliardi di dollari non avrebbero alzato i tassi di interesse; che la triplicazione della basa monetaria non avrebbe avuto effetti inflazionistici; che i tagli nella spesa pubblica, piuttosto che aiutare l’economia accrescendo la fiducia, avrebbero fatto un danno deprimendo la domanda, con effetti più grandi che non nei tempi normali, non caratterizzati da trappole di liquidità. E le persone che si collocavano all’opposto di queste tematiche non erano solo accademici, erano uomini politici di prima grandezza e famosi investitori. E indovinate: i modelli sembrano funzionare. Pare che io non sia solo stato un autopromotore di successo, che realmente abbia fatto e capito qualcosa.
Questa, dunque, è una gran cosa – sennonché sembra che una forma di ansietà sia solo stata rimpiazzata con un’altra. E’ una gran cosa avere la conferma che non stavate solo esercitandovi con giochi di carriera; tuttavia, è non solo frustrante ma terrificante guardare coloro che prendono decisioni nel mentre ignorano i fatti e le conoscenze acquisite con fatica, e ripetono gli errori degli anni ’30. La buona notizia è che non sono Sammy Glick [65]; la cattiva notizia è che sono una Cassandra.
Oh, Dio mio.
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October 12, 2012, 8:45 pm
On The Non-burden of DebtBrad DeLong takes on Nick Rowe over this bizarrely confused issue; in a moment I’ll try to offer a new way of explaining why the conventional presentation is all wrong. First, however, let me suggest that the phrasing in terms of “future generations” can easily become a trap. It’s quite possible that debt can raise the consumption of one generation and reduce the consumption of the next generation during the period when members of both generations are still alive. Suppose that after the 2016 election President Santorum tries to buy senior support by giving every American over 65 a gift of newly printed government bonds; then the over-65 generation will be made richer, and everyone under 65 will be made poorer (duh).
But that’s not what people mean when they speak about the burden of the debt on future generations; what they mean is that America as a whole will be poorer, just as a family that runs up debt is poorer thereafter. Does this make any sense? Well, let’s do a thought experiment that doesn’t, at least initially, seem to have anything to do with debt. Suppose that instead of gifting seniors with debt, President Santorum passes a constitutional amendment requiring that from now on, each American whose name begins with the letters A through K will receive $5,000 a year from the federal government, with the money to be raised through extra taxes. Does this make America as a whole poorer? The obvious answer is not, at least not in any direct sense. We’re just making a transfer from one group (the L through Zs) to another; total income isn’t changed. Now, you could argue that there are indirect costs because raising taxes distorts incentives. But that’s a very different story. OK, you can see what’s coming: a debt inherited from the past is, in effect, simply a rule requiring that one group of people — the people who didn’t inherit bonds from their parents — make a transfer to another group, the people who did. It has distributional effects, but it does not in any direct sense make the country poorer. Really, this isn’t complicated — and the fact that everyone in public life gets it wrong doesn’t change the logic.
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12 ottobre 2012Sul non-peso del debito
Brad DeLong affronta Nick Rowe sulla sua singolarmente confusa questione: tra un momento proverò ad offrire un nuovo modo per spiegare perché la presentazione convenzionale sia del tutto sbagliata. Tuttavia, in primo luogo consentitemi di suggerire che esprimersi in termini di “future generazioni” possa facilmente diventare una trappola. E’ del tutto possibile che il debito possa accrescere i consumi di una generazione e ridurre i consumi della generazione successiva durante il periodo di tempo nel quale entrambe le generazioni sono in vita. Si supponga che dopo le elezioni del 2016 il Presidente Santorum cerchi di guadagnarsi il sostegno degli anziani dando a tutti gli americani sopra i 65 anni il regalo di obbligazioni sul debito nuove di zecca; di conseguenza la generazione sopra i 65 anni diventerà più ricca e tutti quelli sotto i 65 anni diventeranno più poveri (ma guarda un po’!)
Ma non è quello che le persone intendono quando parlano del peso del debito sulle future generazioni; quello che essi intendono è che l’America nel suo complesso diventerà più povera, proprio come quando una famiglia fa salire rapidamente il suo debito e successivamente si trova impoverita. Questo ha un qualche senso? Ebbene, si faccia un esperimento logico che, almeno all’inizio, non sembra avere niente a che fare con il debito. Si supponga che invece di premiare gli anziani con obbligazioni sul debito, il Presidente Santorum faccia approvare un emendamento costituzionale che prevede che da un certo momento in poi ogni americano il cui nome abbia inizio con le lettere dalla A alla K riceverà 5.000 dollari all’anno dal Governo Federale, con denari ottenuti attraverso tasse straordinarie. Questo rende l’America nel suo complesso più povera?
La risposta evidente è no, non almeno in senso diretto. Stiamo solo facendo un trasferimento da un gruppo (quelli dalla lettera L alla lettera Z) ad un altro; il reddito complessivo non è modificato. Ora, potreste sostenere che si sono costi indiretti, perché le tasse che aumentano distorcono gli incentivi. Ma questo sarebbe tutto un altro discorso. Ebbene, potete rendervi conto di quello che ne consegue: un debito ereditato dal passato è, in effetti, semplicemente una regola che richiede che un gruppo di persone – le persone che non hanno ereditato obbligazioni dai loro genitori – facciano un trasferimento ad un altro gruppo, quello delle persone che le hanno avute. Questo ha effetti sulla distribuzione, ma non rende in alcun modo direttamente più povero il paese. In realtà, non è una cosa complicata – e il fatto che tutti nella vita pubblica si sbaglino non cambia la logica.
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Pubblichiamo di seguito il testo tradotto dell’articolo di Brad DeLong, sullo stesso tema di come il peso del debito effettivamente passa di generazione in generazione.
The Intergenerational Burden of the Debt: Nick Rowe Tempts Fate Weblogging…
By Brad DeLong October 12, 2012 Nick Rowe: Worthwhile Canadian Initiative: The burden of the (bad monetary policy) on future generations: You can try to kill zombie ideas. Or you can try to reframe them. I’m fed up with killing the “The national debt is not a burden on future generations because they will inherit (sic) the bonds as well as the debt so they will owe it to themselves” zombie. I already killed it a year ago…. [I]f you don’t believe in Ricardian Equivalence, and you think the old generation sells the bonds to the next generation, and then consumes the proceeds from that sale, then don’t say that the next generation “inherits” the bonds. They don’t inherit the bonds, they damned well pay for them. And if they pay for them, and at the same time pay taxes to pay interest and/or principal on the bonds they have already paid for, then that next generation is paying twice. Oh God, I don’t want to have to argue this all over again! Can I just use the argument from authority? Please? My authority is Brad DeLong. Brad DeLong knows his macro. The very fact that Brad DeLong did not jump all over me last year when I said that Paul Krugman was wrong about the burden of the debt proves that Brad DeLong knows I am right. There is just no way he could have managed to stay silent if he had thought I was wrong!… Well that is certainly tempting fate! Especially because I have to do something on the plane from London to Tokyo, and watching “Prometheus” doesn’t seem attractive somehow… Let’s move into an overlapping-generations model. It is true that the next generation has to buy the debt from the current generation, but the next generation also gets to sell the debt to the generation two generations forward. Thus the real wealth of any generation will be equal to (a) its Haig-Simons income, plus (b) any difference between the value of the real capital stock it buys and inherits from its predecessor and the value of the real capital stock it sells and bequeaths to its successor. If we hold constant the value of the real capital stock the next generation sells and bequeaths to its successor–and I see no reason why we should not–then incurring a larger national debt in this generation will burden the next generation only if it means (a) a less productive economy–lower Haig-Simons income–in the next generation, or (b) a smaller real capital stock bequeathed and sold to the next generation. Assume–and I see no reason why we should not–that the influence of the present on future productivity comes through the capital stock, and we are reduced to one factor: the way the present burdens the future is by transferring a smaller real apical stock to it. That is where Dean Baker is coming from. And that is a perfectly fine place to come from. So why doesn’t Nick Rowe appear to come from there? I think he really does. In Nick Rowe’s world the next generation’s taxpayers are taxed to pay off the debt–and so they are losers. And in Nick Rowe’s world the next generation’s debt-holders are not gainers. They spend the debt-service payments they receive because bought the debt from the current generation. If they had not bought the debt they would have bought real capital instead, and would have financed their spending via dissaving. Thus the next generation’s taxpayers are losers, and the next generation’s debt-holders are not winners.
But, Dean Baker would correctly say, the reason that the next generation’s debt-holders are not winners is because they acquire debt instead of rather than in addition to real capital–that the current generation invests less in building up the capital stock. What causes the burden is not that government debt is issued, but rather that the issuance of government debt crowds out the formation of useful capital. No crowding-out of investment, no burden of the debt on the future. Thus the argument that issuing debt burdens future generations is really an argument that issuing debt right now crowds-out investment by shifting resources from forming capital to working for the government, or that holding debt in the near future crowds-out investment by making people feel wealthier and shifting resources from forming capital to producing consumption goods and services. Those are fine arguments to make, and they have a lot of validity. But, still, if you want to argue that issuing debt in a time of deficient aggregate demand burdens the future, you need to make that argument that there is crowding-out of investment–and you need to recognize that both forms of crowding out, both crowding out via expanded government purchases and crowding out via expanded consumption driven by wealth effects, are smaller and perhaps much smaller than at full employment. Thus when Nick Rowe writes: But what I really want to do in this post is reframe the question. Because, deep inside every zombie, there is something that wants to stay alive. If monetary policy were doing its job right, and getting Aggregate Demand where it ought to be, nobody would be arguing for bigger deficits to increase Aggregate Demand. Obviously…. [N]obody would have to argue for imposing a debt burden on future generations just to increase Aggregate Demand now. Which means that ultimately it’s bad monetary policy that is responsible for that burden of debt on future generations. And the longer monetary policy stays bad, and the bigger the debt gets, the more worried I get about that future burden. With nominal interest rates near zero, and real interest rates sometimes negative, there is nothing to be worried about right now. But recovery will mean a rise in nominal and real interest rates. If recovery gets postponed much longer, I’m going to start to worry whether (e.g. Japan’s) fiscal authorities will be able to afford a recovery. He should be writing something different: he should be writing: “bad monetary policy that leads to either government purchases or consumption crowding out of capital formation.” Seems to me it would be much more productive right now to worry about how do we maintain normal levels of net investment in a high government debt post-interest rate normalization environment than to propose sending the economy back into recession in order to reduce government debt accumulation. Recession and high unemployment in the short- and medium-run are problems. Low investment in the medium- and long-run are problems. Government debt is a tool to avoid the first and a source of risk of the second. But it is better to keep your mind focused on the things that are real problems.
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L’onere intergenerazionale del debito (Nick Rowe sfida la sorte proprio mentre siamo sul blog ….) Di Brad DeLong
12 ottobre 2012
Nick Rowe [66] (da “Worthwhile Canadian Initiative”: “Il peso di una cattiva politica monetaria sulle generazioni future”) :
“Potete cercare di ammazzare le idee zombie. Oppure potete cercare di riformularle. Io sono ingrassato con l’idea zombie ‘Il debito nazionale non è un peso per le future generazioni perché esse erediteranno (sic) i bonds assieme al debito e quindi saranno debitrici di entrambi’. L’ho già ammazzata l’anno scorso … (Se) non credete nell’Equivalenza Ricardiana, e pensate che la vecchia generazione venda i bonds alla nuova, e poi consumi il ricavato di quella vendita, allora non dite che la generazione successiva ‘eredita’ le obbligazioni. Essi non ereditano le obbligazioni, ma disgraziatamente dovranno bel pagarle. E se le ripagano, e allo stesso tempo pagano le tasse per pagare gli interessi e/o il capitale sulle obbligazioni che hanno già pagato, allora la generazione successiva paga due volte.
Oddio, non ho intenzione di doverlo argomentare un’altra volta. Posso usare come argomento una fonte autorevole? Per piacere? La mia autorità è Brad DeLong. Brad DeLong conosce la sua macroeconomia. Il fatto che Brad DeLong non mi sia saltato addosso l’anno scorso quando dissi che Paul Krugman sbagliava sulla faccenda dell’onere del debito, è la prova che egli sa che ho ragione. Non c’era alcuna possibilità che tacesse se avesse pensato che avevo torto! …
Ebbene, questo è certamente un modo di sfidare il destino! Specialmente perché devo pur fare qualcosa sull’aeroplano da Londra a Tokio, e guardare “Prometheus” sembra tutt’altro che attraente …
Consentitemi di muovermi in un modello di generazioni che si sovrappongono. E’ vero che la prossima generazione deve acquistare il debito dalla generazione attuale, ma la generazione successiva deve anche vendere il debito alla generazione ancora successiva. Dunque, la reale ricchezza di ogni generazione sarà eguale a: (a) il suo reddito ‘Haig-Simons’ [67]; più (b) qualsiasi differenza tra il valore dello stock di capitale reale che essa acquista ed eredita dai suoi predecessori ed il valore di capitale reale che essa vende e trasmette ai suoi successori. Se noi teniamo costante il valore dello stock di capitale reale che la successiva generazione vende e trasmette ai suoi successori – e non vedo ragione per la quale non dovremmo farlo – allora accollarsi una più ampio debito in questa generazione appesantirà quella successiva solla alla condizione che questo significhi: (a) una economia meno produttiva – ovvero un reddito Haig-Simons più basso – nelle generazione successiva, oppure: (b) un più piccolo stock di capitale reale trasmesso e venduto alla generazione successiva. Se si assume – e non vedo ragione per la quale non dovremmo farlo – che l’influenza del presente sulla produttività futura deriva dallo stock di capitale, ci riduciamo ad un fattore: il modo in cui il presente pesa sul futuro è nel trasferimento ad esso di uno stock di capitale [68] più piccolo. Da qua Dean Baker [69] prende le mosse. E questo è un luogo perfettamente adatto per prendere le mosse. Perché dunque Nick Rowe non sembra prendere le mosse da lì?
In realtà, io penso che lo faccia. Nel mondo di Nick Rowe i contribuenti della generazione successiva sono tassati per pagare il debito – e dunque ci rimettono. E nel mondo di Nick Rowe i detentori di debito della generazione successiva non guadagnano. Essi spendono per il pagamento del servizio sul debito perché comprano quel debito dalla generazione attuale. Se essi non avessero acquistato il debito avrebbero al suo posto acquistato capitale reale, ed avrebbero finanziato la loro spesa spendendo di più di quanto guadagnato. Dunque la successiva generazione di contribuenti è una generazione di perdenti, così come la successiva generazione di detentori di debito non è una generazione di vincenti. Ma, direbbe correttamente Dean Baker, la ragione per la quale la successiva generazione di detentori del debito non è vincente è perché essa acquista debito al posto di capitale reale (o invece che in aggiunta ad esso) – ovvero che la attuale generazione investe di meno nell’accumulare lo stock di capitale. Quello che provoca l’onere non è il fatto che il Governo emetta debito, ma piuttosto che l’emissione del debito da parte del Governo ‘spiazzi’ [70] la creazione di capitale utile. Senza ‘spiazzamento’ degli investimenti non c’è alcun peso del debito sul futuro.
Dunque, l’argomento secondo il quale l’emissione di titoli sul debito pesa sulle generazioni future in realtà è un argomento secondo il quale l’emissione del debito in questo momento spiazza l’investimento, spostando risorse dalla formazione di capitale al funzionamento della amministrazione pubblica, oppure che detenere obbligazioni sul debito nel prossimo futuro spiazzerà gli investimenti, facendo sentire le persone più ricche e spostando le risorse dalla formazione di capitale alla produzione di beni e servizi per il consumo. Ci sono buoni argomenti da avanzare, che possono avere molto valore.
Ma, ancora, se volete sostenere che l’emissione del debito in un periodo di insufficiente domanda aggregata peserà sul futuro, avete bisogno dell’argomento sullo ‘spiazzamento’ degli investimenti – ed avete bisogno di riconoscere che entrambe le forme dello ‘spiazzamento’ – che esso avvenga attraverso acquisti da parte della pubblica amministrazione o attraverso una espansione dei consumi guidata dagli effetti sulla ricchezza – sono più piccole e forse molto più piccole che non in una situazione di piena occupazione. Quindi, quando Nick Rowe scrive:
“Ma quello che in realtà voglio fare con questo post è riformulare la domanda. Perché, nel profondo di ogni concetto zombie, c’è qualcosa che vuole continuare a vivere. Se la politica monetaria volesse fare correttamente il suo lavoro, e con una domanda aggregata come dovrebbe essere, nessuno sosterrebbe che deficit più grandi incrementano la domanda aggregata. Ovviamente … nessuno vorrebbe pronunciarsi per imporre un peso del debito sulle generazioni future soltanto per incrementare nel presente la domanda aggregata. La qualcosa in ultima analisi significa che una cattiva politica monetaria è l’unica responsabile per quell’onere del debito sulle generazioni future. E più a lungo una politica monetaria resta cattiva, maggiore debito essa provoca, maggiormente preoccupato io divento a proposito dell’onere futuro. Con interessi nominali vicini allo zero, ed interessi reali talvolta negativi, non c’è niente di cui preoccuparsi in questo momento. Ma la ripresa comporterà una crescita nei tassi di interesse nominali e reali. Se la ripresa viene rinviata troppo a lungo, io comincio a preoccuparmi che (vedi l’esempio del Giappone) le autorità preposte alla finanza pubblica saranno capaci di permettersi una ripresa”. Egli dovrebbe esprimersi diversamente: egli dovrebbe scrivere: “una cattiva politica monetaria che porta o ad acquisti della pubblica amministrazione o a consumi che spiazzano la formazione di capitale”.
Mi sembra che sarebbe più produttivo in questo momento preoccuparsi di come manteniamo per davvero livelli normali di investimento netto nel contesto di una normalizzazione dei tassi di interesse effettivi [71]su un elevato debito pubblico, piuttosto che proporre di rispedire l’economia nella recessione a fine di ridurre l’accumulazione del debito pubblico. La recessione e l’elevata disoccupazione, nel periodo breve e medio, sono problemi. I bassi investimenti sono problemi nel periodo medio e lungo. Il debito pubblico è uno strumento per evitare il primo ed è una fonte di rischio per il secondo. Ma è meglio tenere la mente concentrata sulle cose che sono problemi reali.
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October 13, 2012, 9:22 pm
Foreigners and the Burden of DebtA number of comments on my non-burden of the debt post were along the lines of “But what if the debt is owed to foreigners?” OK, this takes a bit more thinking. Another thought experiment: suppose that for some reason the Chinese and a bunch of domestic investors do an asset swap: the Chinese sell off $500 billion of Treasuries and buy an equal amount of, say, corporate bonds, while the domestic investors do the reverse. Has America become any richer (or any poorer)? Obviously not — as a nation we still owe the same amount to the rest of the world. What this tells us is that when we’re trying to assess the burden or lack thereof of debt, foreign ownership of government debt doesn’t really matter. What does matter is our net international investment position, the value of the overseas assets owned by all domestic residents minus the value of all domestic assets owned by foreign residents.. Now, this ties right in with what Brad said about the burden of the debt: we’d all agree that deficits make us poorer if they crowd out investment spending — which they would if the economy were near full employment, but won’t if we’re deeply depressed. All we have to do is realize that net foreign investment — purchases minus sales of assets from and to foreigners — is also a form of investment. Or to put it a bit more simply, sure, budget deficits can make us poorer as a nation if they lead to bigger trade deficits. So far, nothing like this has happened. Here’s the U.S. budget deficit (all levels of government) and the current account deficit, both as a percentage of GDP:
U.S. borrowing from abroad is way down, not up, in recent years. Still, you could argue that a bigger budget deficit would, other things equal, lead to a bigger trade deficit — because it would expand the economy and lead to higher imports. (This is in contrast to business investment, which is almost surely crowded in, not out, by deficits under current conditions). So in this very limited sense you could tell a burden of deficits story. But surely it’s not what debt alarmists have in mind: “Hey, deficit spending could bring us back to prosperity, which might lead to more imports, so let’s not go there!”
The bottom line is that while foreign ownership of U.S. assets — not just government debt — is a complication, the common claim that deficits mean that we’re selling our birthright to the Chinese makes no sense at all.
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13 ottobre 2012Gli stranieri e il peso del debito
Un certo numero di commenti sul mio articolo sul ‘non-peso’ del debito sono stati sulla falsariga del “Ma cosa accade se le obbligazioni sul debito sono di proprietà di stranieri?”. Ebbene questo richiede un ragionamento un po’ più lungo. Un altro esperimento del pensiero: si supponga che per qualche ragione i Cinesi ed un raggruppamento di investitori nazionali facciano uno scambio di assets: i Cinesi liquidano 500 miliardi di dollari di Buoni del Tesoro ed acquistano una somma identica, diciamo, di obbligazioni societarie. L’America è così diventata in qualche modo più ricca (o più povera)? Ovviamente no – come nazione siamo ancora debitori della stessa somma verso il resto del mondo. Quello che questo ci dice è che quando cerchiamo di stimare il peso o la mancanza di peso del debito, la proprietà di stranieri di obbligazioni sul debito pubblico, in realtà, non conta. Quello che conta è la nostra posizione netta nell’investimento internazionale, il valore degli assets esteri di proprietà di residenti interni meno il valore di tutti gli assets nazionali di proprietà di residenti stranieri.
Ora, questo si collega esattamente con quello che ha detto Brad a proposito dell’onere del debito: noi potremmo essere d’accordo sul fatto che i deficit ci rendano più poveri se essi ‘spiazzassero’ la spesa per investimenti – la qualcosa avverrebbe se l’economia fosse prossima alla piena occupazione, ma che non accadrà se restiamo profondamente depressi. Dobbiamo tutti comprendere che l’investimento netto degli stranieri – gli acquisti meno le vendite degli assets da ed agli stranieri – è anch’esso una forma di investimento. O, per dirla più semplicemente, i deficit di bilancio possono renderci più poveri come nazione se essi portano a più grandi deficit commerciali. Sinora, niente di questo è accaduto. Ecco il deficit del bilancio degli Stati Uniti (tutti i livelli della amministrazione pubblica) e il deficit della bilancia di conto corrente [72], entrambi come percentuali del PIL:
I prestiti dall’estero agli Stati Uniti sono in calo, non in crescita, negli anni recenti.
Eppure, si potrebbe sostenere che un maggiore deficit di bilancio, fermi gli altri fattori, dovrebbe portare ad un maggiore deficit commerciale – giacché porterebbe ad un’espansione dell’economia ed a importazioni più elevate (questo è in contrasti con gli investimenti di impresa, che quasi certamente, nelle attuali condizioni, trovano spazio, anziché essere spiazzati, dai deficit). Dunque, in questo senso molto delimitato si potrebbe parlare di una storia dei deficit come onere. Ma sicuramente non si tratta di quello che gli allarmisti del debito hanno in mente: “ Ehi, la spesa in deficit ci potrebbe riportare alla prosperità, il che potrebbe condurre a maggiori importazioni, dunque non andiamo in quella direzione!”
La morale della storia è che mentre la proprietà straniera degli assets degli Stati Uniti – non solo delle obbligazioni sul debito pubblico – è una complicazione, la diffusa pretesa che i deficit significano che stiamo vendendo la nostra primogenitura ai cinesi è priva di senso.
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October 15, 2012, 5:28 am
Britain’s Rate StuffSo, later today I’m participating in a debate at Parliament (sponsored by speakers of both Houses) on austerity versus expansion; not, as far as I know, open to the general public. Jonathan Portes is my teammate; Stephen King and Bridget Rosewall on the other side. One thing I strongly suspect will come up will be the claim that low British borrowing costs reflect the credibility generated by austerity policies. So, as a reminder, rates in Britain and the US:
Every advanced country with monetary independence has seen very low borrowing costs, reflecting the expectation of low policy rates for many years to come. It’s the weak economies, stupid.
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15 ottobre 2012La faccenda dei tassi in InghilterraDunque, oggi stesso tra un po’ parteciperò ad un dibattito in Parlamento (promosso dai Presidenti di entrambe le Camere) sulla austerità a confronto con l’espansione; non aperto al pubblico, per quanto ne so. Il mio partner sarà Jonathan Portes; dalla parte opposta Stephen King [73] e Bridget Rosewall [74].
Una cosa che ho il forte sospetto verrà fuori sarà l’argomento secondo il quale i bassi costi dell’indebitamento britannico riflettano la credibilità generata dalle politiche di austerità. Così, come promemoria, questa è la situazione dei tassi in Inghilterra e negli Stati Uniti:
Ogni paese avanzato dotato di indipendenza monetaria conosce costi di indebitamento molto bassi. Che riflettono l’aspettativa di una bassa politica dei tassi per molti anni avvenire. Sono le economie deboli, stupidi! [75]
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October 15, 2012, 5:32 am
Ways the Uninsured DieA physician writes: It’s true that EMTALA [the 1986 law requiring that emergency rooms treat you regardless of insurance status] requires a medical screening exam and stabilization of any emergency medical conditions. It does not, however, mandate admission to the hospital for treatment of conditions that are not currently emergent (e.g. cancer, kidney disease, and other more chronic conditions except related to certain complications). For example, if someone were to present to one of our emergency departments with some mild bloating and be found to have an abdominal mass, they may very well be discharged home for outpatient follow-up and treatment. If that person doesn’t have insurance, they will likely have difficulty obtaining that care.
I agree with your example of someone delaying care because they are uninsured (it happens with regularity), but thought another avenue to describe how uninsured people could die despite emergency care being mandated by EMTALA would be informative.
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15 ottobre 2012I modi nei quali I non-assicurati muoiono
Un medico scrive:
“E’ vero che la EMTALA [76] (la legge del 1986 che prescrive che le strutture di pronto soccorso devono trattarvi senza considerare la vostra condizione assicurativa) impone (per ogni paziente) una analisi medica e il superamento di qualsiasi condizione di emergenza sanitaria. Essa non costringe, tuttavia, ad ammettere negli ospedali (pazienti) per il trattamento di condizioni che non siano sul momento di emergenza (per esempio cancro, insufficienza renale, e molte altre condizioni croniche ad eccezione di alcune connesse con certe complicazioni). Per esempio, se qualcuno si dovesse presentare ad uno dei mostri dipartimenti di emergenza con qualche leggero rigonfiamento e di scoprisse che ha una massa addominale, egli assai probabilmente verrebbe dimesso per controlli e trattamenti di tipo ambulatoriale. Se quella persona non avesse l’assicurazione, probabilmente avrebbe difficoltà a ricevere tali cure”.
Io concordo con il suo esempio del modo in cui alcuni rinviano le cure in quanto sono privi di assicurazione (avviene frequentemente), ma ho pensato che un’altra possibilità di descrivere in che modo le persone non assicurate potrebbero morire nonostante le cure di emergenza siano prescritte dalla legge del 1986 sarebbe stata utile.
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October 16, 2012, 4:04 pm
Lies, Damned Lies, and JobsAha. Via Greg Sargent, the Romney campaign is lying about its jobs plan. I’m using the L-word advisedly. What I don’t mean is that I don’t believe Romney’s claims about what his policies would accomplish; I don’t, but that’s a separate issue, and people can disagree about such matters. What I mean, instead, is that the campaign is claiming that Romney’s assertion that his plan would create 12 million jobs is backed by three economic studies — and none of the studies actually says what the campaign says it does. The (implausible) claim that tax cuts would add 7 million jobs was a 10-year estimate, not a 4-year estimate; the 3 million jobs figure for energy was a prediction of what would happen under current policy, not what Romney would add; the 2 million “get tough with China” estimate had nothing to do with what Romney is proposing.
So they’re just faking it — the same way they have with the “six studies” supposedly validating the tax plan, four of which aren’t studies and one of which actually validates the critics. What’s amazing here is the contempt the campaign is showing for the voters and the media. Unfortunately, that contempt may be justified.
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16 ottobre 2012Bugie, dannate bugie, e posti di lavoro.
Ah. Apprendiamo tramite Greg Sargent che la campagna elettorale di Romney è una menzogna, a proposito dei posti di lavoro. Sto usando il termine con cognizione di causa. Io non intendo dire che non credo ai proclami di Romney su quanto le sue politiche potranno realizzare; non lo credo, ma questa è una questione distinta, si può essere o non essere d’accordo su cose del genere. Quello che intendo, invece, è che la propaganda elettorale sta sostenendo che l’asserzione di Romney secondo la quale il suo piano creerebbe 12 milioni di posi di lavoro è sorretta da tre ricerche economiche – e nessuna di quelle ricerche in effetti dice quello che la propaganda vorrebbe loro far dire. La pretesa (inverosimile) che gli sgravi fiscali aumenterebbero di 7 milioni i posti di lavoro era una stima su dieci anni e non su quattro; il numero di tre milioni di posti di lavoro dal settore dell’energia erano una previsione che doveva realizzarsi nella attuali condizioni, per la quale Romney non avrebbe aggiunto niente; la stima di due milioni che deriverebbero “dall’esser duri con l Cina” non ha niente a che fare con quanto Romney sta proponendo. Dunque, stanno solo dicendo il falso – nello stesso modo nel quale dicono il falso a proposito dei “sei studi” che si suppone convalidino il piano fiscale, quattro dei quali non sono studi ed uno che di fatto convalida le critiche.
Quello che è incredibile è il disprezzo di questa propaganda nei confronti degli elettori e dei media. Sfortunatamente, è un disprezzo che può avere giustificazioni.
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October 17, 2012, 7:14 am
Chicken Hawk DownSo, do we get to invoke Catch-22, and call him Mitt Binderminder? Especially because his story about seeking out women appears to be false? Anyway, I’d like to throw in my two cents on Romney’s most easily demonstrated blunder, his claim that Obama waited two weeks before calling the Benghazi attack an act of terror. Maybe you have to remember the Bush administration to realize just how NOT accidental this blunder was; in at least two ways it went to the heart of the modern right-wing identity. First, there’s the notion that posturing and talking tough is what it’s all about. Bush, you may recall, was hailed as a fighter against terrorism because he, well, gave tough-talking speeches. I mean, he stood on a mound of rubble and pledged to get Osama dead or alive. Somehow, for his devotees, this made him a hero even though he never got Osama either way, and in fact showed remarkably little interest in pursuing the people actually responsible for 9/11. And conversely, remember that a large part of Romney’s campaign has been based on the false claim that Obama “apologized for America”. This supposed verbal weakness is supposed to trump the reality that Obama, you know, actually did get bin Laden. So naturally Romney tried to go after Obama not for what he did or didn’t do, but for his supposed failure to talk tough enough. But then how did Romney get it so wrong? And if you read the transcript, by the way, Obama was clearly enjoying this — it seems as if he knew what was coming: MS. CROWLEY: Governor, if you want to reply just quickly to this, please. MR. ROMNEY: Yeah, I — I certainly do. I certainly do. I — I think it’s interesting the president just said something which is that on the day after the attack, he went in the Rose Garden and said that this was an act of terror. You said in the Rose Garden the day after the attack it was an act of terror. It was not a spontaneous demonstration. PRESIDENT OBAMA: Please proceed. MR. ROMNEY: Is that what you’re saying? PRESIDENT OBAMA: Please proceed, Governor. MR. ROMNEY: I — I — I want to make sure we get that for the record, because it took the president 14 days before he called the attack in Benghazi an act of terror. PRESIDENT OBAMA: Get the transcript. MS. CROWLEY: It — he did in fact, sir. So let me — let me call it an act of terrorism — (inaudible) — PRESIDENT OBAMA: Can you say that a little louder, Candy? (Laughter, applause.) MS. CROWLEY: He did call it an act of terror. Amazing. But here’s where the second piece of the right-wing mentality comes in. They know, just know, that Democrats are wimps on national security. Hey, they care about the poor, they have some qualms about torture. So inside the right-wing bubble it’s just a known fact that Obama can’t have called terror by its true name. And so Romney tried to exploit a not-great moment in Obama foreign policy, and ended up making a fool of himself.
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17 ottobre 2012Sotto il falco, un pollo.
Dunque, dobbiamo invocare un Catch-22 [77] e chiamarlo Mitt Binderminder [78]? In particolare, in considerazione del fatto che la sua storia sul cercare donne (per la Bain) sembra esser falsa? In ogni caso, mi piacerebbe dire la mia sul più evidente errore marchiano di Romney, la sua affermazione secondo la quale Obama aveva atteso due settimane per definire l’attacco di Bengasi come un atto di terrorismo. Forse si deve ricordare la Amministrazione Bush per comprendere quanto non sia stato accidentale quello sbaglio; in almeno due sensi esso va al cuore della attuale identità della destra.
In primo luogo, c’è l’idea che atteggiarsi e parlare da duri sia tutto. Bush, come ricordate, veniva acclamato come un combattente contro il terrorismo perché, insomma, faceva discorsi duri. Voglio dire, egli si ergeva su una montagna di detriti e prometteva che avrebbe preso Osama, vivo o morto. In qualche modo, per i suoi fanatici, questo fece di lui un eroe, anche se egli non prese Osama i alcun modo, e nei fatti mostrò un interesse assai modesto nel perseguire gli individui realmente responsabili dell’11 settembre.
E, di contro, ricorderete che una larga parte della campagna elettorale di Romney è stata basata sulla falsa pretesa secondo la quale Obama “andava in giro a chiedere scusa per l’America”. Quella presunta debolezza verbale si pensava potesse prevalere sul dato di fatto che Obama, come sapete, Bin Laden l’aveva preso per davvero. E’ stato dunque con naturalezza che Romney ha cercato di attaccare Obama non per quello che ha fatto o non ha fatto, bensì per il suo presunto difetto di non parlare con sufficiente durezza.
Ma allora come ha fatto Romney a fare uno sbaglio del genere? Per inciso, tenete anche conto che, se leggete il resoconto, Obama stava chiaramente godendo di quel che accadeva, come se sapesse in anticipo cosa stava accadendo: Sig.na Crowley [79]: Governatore, se vuole replicare rapidamente a questo, prego.
Romney: Si – lo faccio certamente, certamente. Io penso sia interessante che il Presidente abbia appena detto qualcosa secondo la quale nel giorno dopo l’attacco, egli andò nel Rose Garden [80] e disse che questo era stato un atto di terrorismo. Lei disse nel Rose Garden, il giorno dopo, che l’attacco era stato un atto di terrore. Che non era stata una manifestazione spontanea.
Presidente Obama: Vada avanti, prego.
Romney: Quello è quanto lei disse?
Presidente Obama: Per favore, vada avanti, Governatore.
Romney: Io ….. io ….. voglio accertare quello che abbiamo compreso, per la cronaca, perché ci vollero 14 giorni al Presidente, prima che egli dicesse che l’attacco di Bengasi era stato un atto di terrorismo.
Presidente Obama: Prenda la trascrizione.
Sig.na Crowley: Esso …. Egli lo fece, signore. Mi permetta – mi permetta di definirlo un atto di terrorismo …( incomprensibile) …
Presidente Obama: Può dirlo un po’ più forte, Candy? (Risate, applausi)
Sig.na Crowley: Lo chiamò un atto di terrorismo.
Incredibile. Ma ecco che arriva la seconda parte della mentalità della destra. Loro sanno, semplicemente sanno, che i Democratici sono dei vili in materia di sicurezza nazionale. Sapete, si preoccupano dei poveri, hanno degli scrupoli sulla tortura … Dunque, nel mondo fantastico della destra è semplicemente un fatto conosciuto che Obama non può avere chiamato il terrorismo col suo nome. E così Romney ha cercato di sfruttare un non grande momento nella politica estera di Obama e ha finito col rendersi sciocco. |
October 17, 2012, 7:22 am
Itsy Bitsy BainOK, this is just bizarre. Romney in the debate:
And then let’s take the last one, championing small business. Our party has been focused on big business too long. I came through small business. I understand how hard it is to start a small business. That’s why everything I’ll do is designed to help small businesses grow and add jobs. I want to keep their taxes down on small business. I want regulators to see their job as encouraging small enterprise, not crushing it. Now, as I understand it, Romney first went to work for Bain and Company, a management consultancy. Then he founded Bain Capital, the private-equity spinoff that took him from being rich — his starting point — to being incredibly rich. This merits the claim, ” I came though small business”???
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17 ottobre 2012La minuscola Bain
Va bene, questo è soltanto bizzarro. Romney nel corso del dibattito: “E poi consideriamo l’ultimo aspetto, a proposito di sostegno alla piccola impresa. Il nostro partito si è focalizzato troppo a lungo sulla grande impresa. Mi sono fatto le ossa nella piccola impresa. Capisco quanto sia difficile far partire una piccola impresa. Questa è la ragione per la quale tutto quello che farò sarà rivolto ad aiutare le piccole imprese a crescere ed a aumentare i posti di lavoro. Io voglio abbassare le tasse sulle piccole imprese. Voglio che quelli che fanno le regole facciano il loro lavoro per incoraggiare le piccole imprese, non per schiacciarle”. Ora, da quanto ho capito, Romney in un primo tempo andò a lavorare alla Bain and Company, una società di consulenza nella gestone aziendale. Poi fondò la Bain Capital, la “private-equity” derivata che lo trasformò da ricco – come era in partenza – a incredibilmente ricco. E questo merita la affermazione “Mi sono fatto le ossa nella piccola impresa” ???
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October 17, 2012, 10:14 am
Financial Crisis DenialismPeople have been asking me for a while to respond to John Taylor’s claim that financial-crisis-induced recessions aren’t characterized by slow recovery. It’s a very convenient claim for Romney/Ryan, of course, because if true it eliminates the best excuse for lackluster performance under Obama. Well, Reinhart and Rogoff, who literally wrote the book on crises and their aftermath, have weighed in, and they’re not happy. They have two main complaints, both of which are completely valid. The first is that looking at the rate of recovery from the trough is a very peculiar criterion — especially when, as Taylor does, you look only at the first year (!) of recovery. By this standard, the New Deal was a tremendous success story, because growth was fast in 1933-4. Never mind the fact that pre-crisis per capita GDP wasn’t restored for more than a decade. As R-R say, surely the relevant comparison is with the pre-crisis peak, especially given the fact that post-crisis economies often suffer periods of relapse (as is happening in Europe now). The second is that Taylor is awfully free in designating recessions as the result of financial crisis. He counts 1973 and 1981 as financial crises, to which the only answer if you know your history is, what on earth is he talking about? These were both disinflation recessions, caused more or less deliberately by the Fed; the Fed pushed interest rates very high to calm prices, and a V-shaped recovery took place once the Fed decided we had suffered enough. This isn’t hindsight: the contrast between those kinds of recessions and the slump following the bursting of a housing bubble was the reason many of us predicted a long, slow recovery well in advance. (It’s been even slower than I predicted back then, but in early 2008 I didn’t realize how bad the debt overhang was).
Call this another example of how politicization is hurting economics. The proposition that financial crises change macroeconomic outcomes is surely one of the big things we’ve learned in recent years. Yet here we have well-known economists refusing to listen and throwing out misleading studies, which just happen to be convenient politically.
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17 ottobre 2012Il negazionismo della crisi finanziariaE’ un po’ che le persone mi chiedono di rispondere alla affermazione di John Taylor [81], secondo la quale le recessioni provocate da crisi finanziarie non sono caratterizzate da una ripresa lenta. Si tratta di una affermazione assai comoda per Romney/Ryan, ovviamente, perché se fosse vera toglierebbe fondamento alla migliore giustificazione per i fiacchi risultati della amministrazione Obama.Ebbene, Reinhart e Rogoff, che scrissero effettivamente il libro sulle crisi e sulle loro conseguenze, sono intervenuti sulla questione [82], e non si sono affatto detti contenti. Hanno espresso due principali lamentele, entrambe del tutto valide.
La prima è che guardare ai ritmi della ripresa dai punti più bassi [83] è un criterio piuttosto curioso – specialmente se, come fa Taylor, si considera soltanto il primo anno (!) della ripresa. Con questo criterio, il New Deal sarebbe una stupefacente storia di successo, perché negli anni 1933-34 la ripresa fu rapida. Non cont(erebbe) il fatto che il PIL procapite precedente alla crisi non venne ripristinato che dopo un decennio. Come Reinhart e Rogoff dicono, è sicuro che il confronto rilevante è con il picco precedente alla crisi, specialmente considerato il fatto che dopo le crisi le economie spesso soffrono di periodi di ricaduta (come sta accadendo in Europa adesso). La secondo è che Taylor è estremamente libero nell’individuare le recessioni come risultato di crisi finanziarie. Egli annovera il 1973 ed il 1981 come crisi finanziarie, alla qual cosa chi conosce la storia può solo rispondere di quale mai pianeta stia egli parlando? Quelle furono entrambe recessioni da disinflazione, provocate più o meno deliberatamente dalla Fed; la Fed spinse i tassi di interesse in alto per calmare i prezzi, e la ripresa a forma di V ebbe luogo una volta che la Fed aveva deciso che la sofferenza era stata sufficiente. Questo non è un ragionamento col senno di poi: il contrasto tra quelle recessioni e la crisi successiva all’esplosione di una bolla immobiliare era stata la ragione per la quale molti di noi avevano previsto molto in anticipo una crisi lunga e lenta (essa è stata persino più lenta di quanto avessi allora previsto, ma agli inizi del 2008 non avevo compreso quanto fosse negativa la sovraesposizione del debito). Si può considerare questo un altro esempio di quanto la politicizzazione fa male all’analisi economica. Il concetto secondo il quale le crisi finanziarie modificano i risultati macroeconomici è certamente una della grandi cose che si sono apprese negli anni recenti. Tuttavia, ecco che abbiamo ben noti economisti che si rifiutano di ascoltare e buttano lì studi fuorvianti, che guarda caso sono solo politicamente convenienti.
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October 29, 2012, 5:20 pm
Cliff ConfusionsWhile I have access, let me point you to an excellent post by Suzy Khimm making a point I should have made: the only reason to worry about the fiscal cliff is if you’re a Keynesian, who thinks that bringing down the budget deficit when the economy is already depressed makes the depression deeper. And the same logic actually says that we should not just avoid spending cuts, we should raise spending right now. What Khimm doesn’t mention is that a lot of the Very Serious People don’t seem to get that. As Jon Chait pointed out, finance bigwigs published an utterly ludicrous letter claiming that the risk from the fiscal cliff is that interest rates might spike — which is completely off base. The only way I can make sense of that letter is cognitive dissonance — they’re so wedded to the notion that the danger is that the invisible bond vigilantes will scare off the confidence fairy that they can’t admit, even to themselves, that what’s really worrying them right now is straight Keynesian concerns. And the supposed deficit hawks, who should be celebrating the prospect of such a big move in their direction, aren’t. Why? As Khimm suggests, this isn’t the deficit reduction they wanted — it was supposed to involve hurting the working class, not raising tax rates at the top (which were supposed to be cut!). Call it a teachable moment.
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29 ottobre 2012Confusioni sul precipizioOra che ho accesso [84], fatemi indicare un eccellente post di Suzy Khimm che avanza un tema che avrei dovuto toccare: la solo ragione per preoccuparsi del rischio del “precipizio fiscale” [85] è quella di coloro che pensano, come i keynesiani, che abbassando il deficit di bilancio quando l’economia è già depressa renda la depressione più profonda. E la stessa logica in effetti di dice che non solo si dovrebbero evitare i tagli alla spesa, ma nell’immediato si dovrebbe elevare la spesa pubblica.Quello che Khimm non ricorda è che una quantità di Persone Molto Serie non sembrano capirlo. Come ha sottolineato Jon Chait, i pezzi grossi della finanza hanno pubblicato una lettera completamente ridicola nella quale si sostiene che il rischio del “precipizio fiscale” possa essere quello di un picco dei tassi di interesse – il che è completamente privo di fondamento. L’unico modo nel quale posso trovare un senso in quella lettera è una sorta di dissonanza cognitiva [86] – essi sono così devoti all’idea che il pericolo sia quello che gli ‘invisibili guardiani dei bonds’ facciano fuggire la ‘fata turchina della fiducia’ [87] che non possono ammettere, persino con se stessi, che quello che in questo momento realmente li sta preoccupando siano schiette preoccupazioni keynesiane.
E non si vedono i presunti ‘falchi del deficit’, che dovrebbero salutare con soddisfazione la prospettiva di una grande mossa nella loro direzione. Perchè? Come Khimm suggerisce, questa non è la riduzione del deficit che vogliono – che si supponeva comportasse di colpire la classe lavoratrice, non si alzare le tasse sui più ricchi (che invece si voleva fossero tagliate!). Diciamo che è un passaggio istruttivo |
October 30, 2012, 10:10 am
Scoop DupesWell, we’re safe, comfortable — and trapped. I don’t know if you can drive across a downed power line that’s stretched right across your driveway, but I guess no point in trying. I hope PSE&G doesn’t take too many days to at least remove the line, never mind actually restoring power.. Limited blogging due to limited bandwidth (and don’t be surprised if comment moderation lags, since both here and at the Times conditions are, shall we say, not ideal). But I thought I’d weigh in on this post by Brad DeLong. Brad has fun with Jonathan Martin of Politico, who thinks that liberals will be deeply disheartened to learn that Nate Silver “admits” that he’s mainly relying on public polls for his forecast. Of course, Nate has been clear about that all along — and what should he be doing? And look: the message from the polls is very clear: national surveys show a tight race or a slight Romney lead, but state polls — which are telling us about the electoral vote — show a clear if narrow Obama advantage in enough states to win the electoral college. Those polls would have to be off, systematically, by about 2 percent for Romney to win. So the odds are in Obama’s favor.
Oh, and don’t quote some poll or other that seems to say different. Polls have a margin of error (duh). This means that if there are a lot of polls, say of Ohio, sheer luck of the draw will produce a couple of polls seeming to tell a different story. That’s why all the serious analysts rely on poll averages, and stick to those averages rather than picking and choosing. But Martin’s tweet also reveals a broader issue in reporting, which I’ve commented on before, I think (no time to search): the unhealthy cult of the inside scoop. A lot of political journalism, and even reporting on policy issues, is dominated by the search for the “secret sauce”, as Martin puts it: the insider who knows What’s Really Going On. Background interviews with top officials are regarded as gold, and the desire to get those interviews often induces reporters to spin on demand. But such inside scoops are rarely — I won’t say never, but rarely — worth a thing. My experience has been that careful analysis of publicly available information almost always trumps the insider approach. This is sort of obviously true in election season: in a vast, diverse country, no amount of talking with big shots (who are pushing an agenda) — or for that matter hanging out at campaign events and trying to assess the mood — is a substitute for polls that collectively sample tens of thousands of voters. It’s even more obviously true on economic matters, where top officials basically work from the same data everyone else has, and a smart economist is almost always a better guide than the Minister of Silly Walks. Remarkably, it has even been true for national security. Reporters with top-level access got completely snookered by the lies about Iraq, while many ordinary concerned citizens, looking at what we actually seemed to know, figured out early on that the Bush administration was cooking up a false case for war. Now obviously there are some personal stakes here. If the right way to assess an election is by parsing the polls, this elevates nerds from nowhere at the expense of political reporters who spend their lives cultivating contacts, and really aren’t comfortable with numbers. And no doubt my own tribalism makes me especially sympathetic to nerds like me. But I don’t think that’s all there is to what I’m saying. The truth is that anyone who understands numbers and has access to polling data is in a position to make a very informed judgment about the state of the race; and nobody who doesn’t understand numbers is in a position to do the same, no matter who he knows.
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30 ottobreCreduloni in esclusivaBene, ora siamo al sicuro, comodi e …. in trappola [88]. Non so se si può viaggiare oltre una linea elettrica abbattuta, che si è strappata proprio sul vostro vialetto di accesso, ma penso non ci sia alcun punto nel quale provare. Spero che la PSE&G [89] non impieghi troppi giorni almeno per rimuovere la linea, a parte il vero e proprio ripristino dell’elettricità …Il blogging limitato è dovuto alle limitate dimensioni della banda (e non siate sorpresi se il commento resta in qualche misura indietro, dal momento che sia qua che al Times le condizioni sono, diremmo, non ideali). Ma ho pensato di dover intervenire su questo post di Brad DeLong.
Brad si diverte con Jonathan Martin di Politico, il quale pensa che i liberal saranno profondamente scoraggiati nel leggere che Nate Silver [90]“ammette” di stare fondamentalmente basandosi, per le sue previsioni, su sondaggi pubblici. Nate è stato chiaro su quel punto sin dall’inizio – e cosa dovrebbe fare? E guardate: il messaggio dai sondaggi è molto chiaro: le indagini sull’intera nazione mostrano una competizione ravvicinata o una leggera superiorità di Romney, ma i sondaggi sugli Stati – che ci dicono cosa si può prevedere sul voto elettorale [91] – mostrano un chiaro ancorché stretto vantaggio di Obama sufficiente a determinare la vittoria nel collegio elettorale. Questi ultimi sondaggi dovrebbero essere sistematicamente squilibrati di circa un 2 per cento a favore di Romney per una sua vittoria. Dunque, le probabilità sono a favore di Obama. E non consideriamo alcuni sondaggi qua e là che sembrano dire cose diverse. I sondaggi hanno un margine di errore (guarda un po’!). Questo significa che se ci sono molti sondaggi, ad esempio sull’Ohio, per mera casualità se ne produrranno un paio che sembrano raccontare un esito diverso. Quella è la ragione per la quale gli analisti seri si basano sulle medie dei sondaggi, e si affidano a quelle medie anziché sceglierne o estrarne alcuni. Ma il cinguettio di Martin [92] mostra anche una tema più generale del giornalismo, sul quale penso mi ero intrattenuto in precedenza (ora non ho tempo per una ricerca): la morbosa mania della notizia in esclusiva per addetti ai lavori. Una buona parte del giornalismo politico, ed anche dei servizi su temi politici, è dominato dalla ricerca dell’“ingrediente segreto”, come Martin lo definisce: l’addetto ai lavori che sa Quello che Realmente Sta Succedendo. Interviste sullo sfondo con importanti dirigenti sono considerate come oro, ed il desiderio di avere quelle interviste spesso induce i cronisti a dare interpretazioni con le domande. Ma tali notizie in esclusiva per addetti sono raramente – non voglio dire mai, ma raramente – meritevoli di alcunché. La mia esperienza è stata che analisi scrupolose sulle informazioni pubblicamente disponibili sono quasi sempre vincenti su approcci riservati. Questa è in certo qual modo un’ovvietà in queste elezioni: in un paese grande e vario, nessun chiacchierata con persone importanti (persone che stanno dando impulso ad una agenda) – o che per una qualche aspetto bazzicano gli eventi della campagna elettorale e cercano di stimarne gli umori – è un sostituto di sondaggi che testano decine di migliaia di votanti. E’ una ovvietà anche più grande sulle questioni economiche, dove i massimi dirigenti fondamentalmente operano sugli stessi dati che ognuno possiede, ed un intelligente economista è quasi sempre una guida migliore del Ministro dei Passi Sciocchi [93].
In modo rilevante, questo è stato persino vero per la sicurezza nazionale. Giornalisti con accesso ai livelli più elevati sono rimasti completamente fregati dalla bugie sull’Iraq, mentre molti ordinari preoccupati cittadini, guardando a quello che effettivamente sembrava potersi comprendere, intuirono subito che la Amministrazione Bush si era inventato un pretesto per la guerra. Ora è evidente che qua ci sono alcune scommesse personali. Se il modo giusto per valutare una elezione è attraverso la analisi dei sondaggi, questo accresce l’importanza di individui qualunque [94] a spese dei giornalisti di cose politiche che passano la vita a coltivare contatti, e non si trovano proprio a loro agio con le statistiche. E non c’è dubbio che il mio personale spirito di corpo mi rende particolarmente vicino a quegli individui qualunque, ai quali assomiglio. Ma non penso che quello sia tutto quanto mi preme dire. La verità è che ognuno che capisca i dati ed abbia accesso ai risultati dei sondaggi è nella posizione di esprimere un giudizio assai fondato sullo stato della competizione; e nessuno di coloro che non comprendono i dati è nella condizione di fare lo stesso, a prescindere dalle persone che conosce.
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October 31, 2012, 12:41 pm
Disasters and PoliticsSo, the good news is that we’re no longer trapped — the power line is still across our driveway, but the power is off. The bad news is that something — weather? — has made my fragile link to the web from home even iffier. I’m out right now, and able to blog, but only briefly. So let me just take a moment to flag an issue others have been writing about: the weird Republican obsession with killing FEMA. Kevin Drum has the goods: they just keep doing it. George Bush the elder turned the agency into a dumping ground for hacks, with bad results; Clinton revived the agency; Bush the younger ruined it again; Obama revived it again; and Romney — with everyone still remembering Brownie and Katrina! — said that he wants to block-grant and privatize it. (And as far as I can tell, even TV news isn’t letting him Etch-A-Sketch the comment away). There’s something pathological here. It’s really hard to think of a public service less likely to be suitable for privatization, and given the massive inequality of impacts by state, it really really isn’t block-grantable. Does the right somehow imagine that only Those People need disaster relief? Is the whole idea of helping people as opposed to hurting them just anathema?
It’s a bit of a mystery, calling more for psychological inquiry than policy analysis. But something is going on here.
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31 ottobre 2012I disastri e la politicaDunque, la buona notizia è che non siamo più intrappolati – la linea elettrica è ancora abbattuta di traverso sul vialetto, ma l’elettricità funziona. La cattiva notizia è che qualcosa – il tempo? – ha reso la mia debole connessione al web persino più incerta. Ora mi collego bene, e posso usare il blog, ma solo brevemente.Consentitemi di prendere un momento per segnalare una questione sulla quale altri hanno scritto: la strana ossessione repubblicana per la liquidazione della FEMA [95]. Kevin Drum dice la cosa giusta: semplicemente i repubblicani continuano sulla loro linea. George Bush padre trasformò l’Agenzia in un ricettacolo per politicanti; Clinton la rimise in vita; Bush il giovane la distrusse nuovamente; Obama la ricostruì un’altra volta; e Romney – nel mentre tutti ancora ricordano Brownie [96]e Katrina – ha detto che egli intende finanziarla a fondo perduto e privatizzarla (e per quanto posso dire, persino il notiziario televisivo non gli sta consentendo di “cancellare” quel commento).
In ciò c’è qualcosa di patologico. E’ veramente difficile pensare ad un servizio pubblico meno adatto ad una privatizzazione, e data la enorme ineguaglianza degli impatti a seconda degli Stati, si tratta di una funzione che davvero non è finanziabile a fondo perduto. In qualche modo la destra si immagina che solo Quelle Persone [97]abbiano bisogno di soccorsi nelle emergenze? E’ proprio un anatema l’intera idea di aiutare la gente, anziché di farle del male?
C’è qualcosa di misterioso, che chiede più una indagine psicologica che non un’analisi politica. Ma c’è qualcosa che va avanti su questo terreno.
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November 2, 2012, 1:34 pm
Karl Rove’s Mission AccomplishedThe estimable Rick Perlstein has a fascinating essay about the seamless continuum from direct-mail marketing scams to direct-mail right-wing fundraising, and from there to the whole character of modern movement conservatism. Go read. I didn’t know, for example, that heroes of direct-mail fundraising like Richard Viguerie ended up delivering hardly any of the money to political causes; somehow it ended up swallowed by overhead, otherwise known as the fundraisers themselves.
And although Perlstein doesn’t make this point, I suspect that his analysis explains one of the great mysteries of 2012: the failure of the great Rove/Citizens United juggernaut to materialize. Remember how Rove and others were supposed to raise vast sums from billionaires and corporations, then totally saturate the country with GOP messaging, drowning out Obama’s message? Well, they certainly raised a lot of money, and ran a lot of ads. But in terms of actual number of ads the battle has been, if anything, an Obama advantage. And while we don’t know what will happen on Tuesday, state-level polls suggest both that Obama is a strong favorite and, much more surprising, that Democrats are overwhelmingly favored to hold the Senate in a year when the number of seats at risk was supposed to spell doom. Some of this reflects the simple fact that money can’t help all that much when you have a lousy message. But it also looks as if the money was surprisingly badly spent. What happened? Well, what if we’ve been misunderstanding Rove? We’ve been seeing him as a man dedicated to helping angry right-wing billionaires take over America. But maybe he’s best thought of instead as an entrepreneur in the business of selling his services to angry right-wing billionaires, who believe that he can help them take over America. It’s not the same thing. And while Rove the crusader is looking — provisionally, of course, until the votes are in — like a failure, Rove the businessman has just had an amazing, banner year. What’s more, this makes sense of the embarrassing Rove “we’re winning! trust me!” piece in the WSJ, especially notable because — as Sam Wang recalls — Rove so famously declared that he had THE MATH just before the GOP debacle in 2006. It’s hard to think of any good reason to pretend that Romney has it in the bag — unless that pretense gets you one last big slug of business before Election Day.
OK, this is just speculation. Maybe Rove is really a selfless true believer, his actions untainted by self-interest. Still, it’s kind of an interesting perspective.
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2 novembre 2012La missione compiuta di Karl Rove
L’apprezzabile Rick Perlstein pubblica un saggio affascinante sull’ininterrotto continuum, dagli imbrogli dal mercato delle spedizioni pubblicitarie alla raccolta di fondi elettorali da parte della destra tramite spedizioni postali, e da dì all’intero carattere del moderno movimento conservatore. Andate a leggerlo. Io, ad esempio, non sapevo che gli eroi delle raccolte di fondi elettorali come Richard Viguerie avevano finito con il devolvere pesantemente una parte dei loro soldi a cause politiche; in qualche modo ciò ha finito con l’essere ingoiato dalle spese generali, che è come dire dai finanziatori stessi. E, sebbene Perlstein non ponga questa questione, io ho il sospetto che la sua analisi spieghi uno dei grandi misteri del 2012: la mancata apparizione della grande “macchina da guerra” di Rove e di Citizens United [98] . Ricordate come si pensava che Rove ed altri avrebbero raccolto somme dai miliardari e dalle imprese per poi riempire l’intero paese con messaggi del Partito Repubblicano, sovrastando la propaganda di Obama? Ebbene, certamente hanno raccolto una quantità di denaro ed organizzato una quantità di inserzioni pubblicitarie. Ma, in termini di numero effettivo di pubblicità la battaglia è stata, semmai, a favore di Obama. E mentre non sappiamo cosa accadrà giovedì, i sondaggi al livello degli Stati indicano che Obama è in forte vantaggio e, più ancora sorprendentemente, che i Democratici sono nettamente indiziati di mantenere il Senato, in un anno nel quale il numero dei seggi a rischio si pensava comportasse una disfatta. In parte questo riflette il semplice fatto che il denaro non aiuta poi tanto, quando si ha un messaggio di infima qualità. Ma sembra anche che i soldi siano stati sorprendentemente mal spesi. Cosa è accaduto? Ebbene, e se avessimo equivocato a proposito di Rove? Noi lo giudicavamo dedito ad aiutare i miliardari arrabbiati della destra ad impadronirsi dell’America. Ma forse egli aveva invece soprattutto ragionato come un imprenditore a capo di un’impresa che vende i suoi servizi ai miliardari arrabbiati della destra, che lo credono utile ad aiutarli a prendere in mano l’America. Non è la medesima cosa. E se il Rove crociato è sembrato – si parla in termini di previsioni, naturalmente, in attesa che si conoscano i voti – un fallimento, il Rove affarista ha appena conosciuto una eccellente, strabiliante annata. Quello che più conta è che questo dà un significato all’imbarazzante articolo di Rove sul Wall Street Journal (“Stiamo vincendo, credetemi!”), specialmente rilevante perché – come ricorda Sam Wang – Rove aveva dichiarato con altrettanto clamore di avere la “matematica” dalla sua parte appena prima della debacle del Partito Repubblicano del 2006. E’ difficile pensare ad una qualche buona ragione per far finta che Romney abbia il risultato in tasca – a meno che quella pretesa non vi porti una ultima gran botta di affari prima dell’ Election Day. E’ vero, queste sono solo ipotesi. Forse Rove è davvero un credente disinteressato e le sue azioni non sono macchiate da interesse personale. Tuttavia, è una sorta di interessante punto di vista.
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November 3, 2012, 4:15 pm
Reporting That Makes You StupidToday’s Financial Times bears a banner headline on p.1: “US election hangs on a knife edge”. Aside from everything else, surely this gets the cliche wrong: you rest on a knife edge, don’t you? If you try to hang on one, I think you just cut off your fingers. More important, though, this headline deeply misleads readers about the state of the race — and in so doing, it echoes a lot of political reporting right now. Quite simply, many of the “analysis” articles being published in these final days leave readers worse informed than they were before reading. As Nate Silver (who has lately attracted a remarkable amount of hate — welcome to my world, Nate!) clearly explains, state polling currently points overwhelmingly to an Obama victory. It’s possible that the polls are systematically biased — and this bias has to encompass almost all the polls, since even Rasmussen is now showing Ohio tied. So Romney might yet win. But a knife-edge this really isn’t, and any reporting suggesting that it is makes you stupider. Worse yet, some reporting tells readers things the reporters have to know aren’t true. How many stories have you seen declaring that “both sides think they’re winning”? No, they don’t: the Romney campaign is visibly flailing, trying desperately to find new fronts on which to attack Obama. They clearly know that it will take a miracle — sorry, a last-minute surge — to prevail on Tuesday. It’s OK, I guess, to report campaign spin; but surely it’s not OK to report campaign spin as the truth, which is what these stories are doing.
Again, as Nate says, it’s definitely possible that the polls are systematically wrong. The obvious ways they could go wrong, cell phones and Latinos, favor Obama rather than Romney; but maybe pollsters are overcompensating for these factors, or maybe there’s a large Bradley effect distorting poll responses. Reporting about these possibilities would be interesting.
But reporting that suggests that this is a too-close-to-call race doesn’t get at any of this; it’s just lazy, and a disservice to readers.
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3 novembre 2012Resoconti che vi istupidiscono
Il Financial Times di oggi reca un titolo di apertura a pagina 1: “Le elezioni americane appese al filo di un rasoio”. A parte ogni altra considerazione, in questo modo sicuramente si avanza un cliché sbagliato: si sta su un filo di rasoio, non è così? Se cercate di appendervi ad un filo di rasoio, penso che vi tagliate le dita. Più importante, tuttavia, questo titolo è profondamente fuorviante nei confronti dei lettori sullo stato della competizione – e, così facendo, echeggia gran parte dei resoconti politici di questo periodo. Piuttosto semplicemente, molti degli articoli “di analisi” che vengono pubblicati in questi giorni finali lasciano i lettori peggio informati di quanto non fossero in precedenza. Come chiaramente spiega Nate Silver [99](che recentemente ha attratto considerevoli dosi di odio – benvenuto nel mio mondo, Nate!), i sondaggi degli Stati attualmente mostrano una vittoria schiacciante di Obama. E’ possibile che i sondaggi siano sistematicamente prevenuti – e un tale pregiudizio deve ricomprendere quasi tutti i sondaggi, dal momento che persino Rasmussen ora mostra l’Ohio alla pari. Dunque, Romney potrebbe ancora vincere. Ma non si tratta certamente di un filo di rasoio, ed ogni resoconto che suggerisce ciò semplicemente vi rende più stupidi. Ancora peggio, alcuni resoconti raccontano ai lettori cose che i giornalisti non possono non sapere che non sono vere. Quanti racconti avete letto che dichiarano che “entrambi gli schieramenti pensano di essere vicini alla vittoria”? No, non è così: la campagna elettorale di Romney è in evidente stato di agitazione, cercando disperatamente di trovare nuovi fronti sui quali attaccare Obama. Sanno chiaramente che gli ci vorrebbe un miracolo – scusate, voglio dire una risalita all’ultimo minuto – per prevalere giovedì. Suppongo che questa vada bene come resoconto dei volteggi della campagna elettorale; ma sicuramente non va bene se si vogliono presentare i volteggi della campagna elettorale come la verità, che è quello che si sta facendo con questi racconti. Sempre come dice Nate, alla fine è possibile che i sondaggi siano sistematicamente sbagliati. Alcuni modi ovvi nei quali essi potrebbero sbagliare, i telefoni cellulari ed i Latinos, favoriscano Obama piuttosto che Romney; ma forse i sondaggisti stanno applicando compensazioni supplementari per questi fattori, o forse c’è un vasto “effetto Bradley” [100] che distorce le risposte ai sondaggi. Resoconti su queste possibilità sarebbero interessanti. Ma resoconti che suggeriscono che questa sarebbe una competizione troppo ravvicinata per essere definita non fanno niente del genere; sono solo pigrizia ed un cattivo servizio per i lettori.
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November 5, 2012, 8:05 pm
Macro MannersWow, it’s hard to post anything interesting today. Everything — not just in America, but around the world — hinges on what happens tomorrow. The odds seem to favor Obama heavily, with national polling having moved modestly but significantly in Obama’s favor over the past few days and state-level polling showing a clear electoral college lead; but I guess we’ll find out soon. Meanwhile, via Mark Thoma, Simon Wren-Lewis worries whether he has been too rude toward policy makers who forced a turn toward austerity in 2010, helping to derail recovery in advanced countries. As Wren-Lewis says, objectively there’s every reason to be very angry: policy makers threw out everything we’ve learned about business cycles these past 80 years in favor of doctrines that made them feel comfortable — and millions of workers paid the price. But should we cut them some slack nonetheless? This is basically an operational question; as Mark says, the goal is to change minds — although the big question there is whether you’re trying to change the minds of the policy makers themselves, or the minds of other people, so we can get a new and better set of policy makers. But even given that, it matters what niche you yourself fill in the intellectual ecology. Insider-type positions, like that of being the senior economist at the IMF, require tact and euphemisms. Outsider positions, like that of being an iconoclastic columnist at the New York Times, require a lot of effort to get peoples’ attention. It wasn’t nice to characterize the doctrine of expansionary austerity as belief in the confidence fairy, but I do believe that it focused the discussion in a way that a less caustic approach would not have achieved. And one more point: writing effectively requires that you have a voice, that the passion shows — and too much self-censorship can get in the way, making the writing dull and stiff. Obviously no four-letter words — and while I may sometimes envy Matt Taibbi his vampire squid, rudeness in my part of the commentariat has to be within certain bounds. But pretending to respect views that you don’t isn’t, and shouldn’t, be part of the job description for economists trying to grapple with these important issues.
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5 novembre 2012Comportamenti macroE’ proprio difficile inviare post di un qualche interesse oggi. Ogni cosa dipende – non solo in America, ma dappertutto nel mondo – da cosa succede domani. Le probabilità sembrano a favore di Obama, con i sondaggi nazionali che si sono spostati modestamente ma significativamente a favore di Obama nei giorni passati e quelli al livello degli Stati che mostrano una chiara maggioranza per lui nel collegio elettorale [101]; ma suppongo che lo scopriremo presto.
Nel frattempo, tramite Mark Thoma, Simon Wren-Lewis si preoccupa d’essere stato troppo aspro verso gli uomini politici che nel 2010 costrinsero ad una svolta in direzione dell’austerità, dando un contributo a far uscire di strada la ripresa nei paesi avanzati. Come dice Wren-Lewis, c’erano tutte le ragioni per essere sul serio arrabbiati: gli operatori politici buttarono via tutto quello che sapevamo dagli ultimi 80 anni sui cicli economici, a favore di dottrine che li facevano sentire a loro agio – e milioni di lavoratori ne hanno pagato il prezzo. Nondimeno, dovevamo far loro qualche sconto? Si tratta alla base di una questione pratica; come dice Mark, l’obbiettivo è cambiare le mentalità – sebbene in quel caso la vera domanda sia se si sta cercando di cambiare la mentalità degli uomini politici stessi, oppure la mentalità di tutti gli altri, in modo da poter ottenere una nuova e migliore composizione della classe politica. Ma, anche considerato ciò, conta quale nicchia nell’ecologia intellettuale intendete riservare a voi stessi. Posizioni del genere degli addetti ai lavori, come quella di essere economisti di primo piano presso il FMI, richiedono garbo ed eufemismi. Posizioni più esterne, quale quella di un articolista iconoclasta presso il New York Times, richiedono molto impegno per attirare l’attenzione della gente. Non è stato gentile caratterizzare la dottrina della austerità espansiva come la fede nella ‘fata turchina della fiducia’, ma sono convinto che in quel modo si sia messo a fuoco il dibattito e che non lo si sarebbe ottenuto con un approccio meno caustico. Ed un aspetto ancora: effettivamente per scrivere vi serve una voce, che si veda la vostra passione – e troppa autocensura può rendervi insipido e rigido. Naturalmente non si tratta di essere volgari [102] – e se talvolta posso invidiare lo stile da ‘calamaro vampiro” di Matt Taibbi [103], la crudezza nel mio settore di giornalismo deve stare entro certi limiti. Ma pretendere di rispettare opinioni che non rispettate non fa parte del compito del raccontare le cose cercando di battersi per temi importanti, proprio degli economisti. Né dovrebbe essere così. |
November 7, 2012, 2:08 am
The Real Real AmericaSo, for a while there during the campaign it seemed very iffy. But in the end, discipline and being on the right side of the issues prevailed. Yes, Elizabeth Warren won! Oh, and that guy Obama too. Tomorrow — or I guess today — comes the cleanup; when thousands, perhaps millions, of right-wing heads explode, it makes quite a mess. Also, notice that the polls were right. I wonder if I can get invited when Nate Silver is sworn in as president? OK, somewhat more seriously: one big thing that just happened was that the real America trumped the “real America”. And it’s also the election that lets us ask, finally, “Who cares what’s the matter with Kansas?” For a long time, right-wingers — and some pundits — have peddled the notion that the “real America”, all that really counted, was the land of non-urban white people, to which both parties must abase themselves. Meanwhile, the actual electorate was getting racially and ethnically diverse, and increasingly tolerant too. The 2008 Obama coalition wasn’t a fluke; it was the country we are becoming. And sure enough that more diverse and, if you ask me, better nation just won big. Notice too that to the extent that social issues played in this election, they played in favor of Democrats. Gods, guns, and gays didn’t swing voters into supporting corporate interests; instead, human dignity for women swung votes the other way. A huge night for truth, justice, and the real American way.
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7 Novembre 2012Proprio l’America veraDunque, per un certo periodo la cosa durante la campagna elettorale è sembrata molto incerta. Ma alla fine ha prevalso la disciplina, nonché l’essere uno degli argomenti della destra. Si, Elizabeth Warren ha vinto!
Ehi, ed anche quel Tizio di Obama. Domani – o dovrei dire oggi – sarà il momento delle pulizie; quando migliaia, forse milioni, di teste della destra salteranno, sarà un bel casino. Si noti, per giunta, che i sondaggi erano giusti. Mi chiedo se potrò ottenere di essere invitato quando Nate Silver giurerà come Presidente [104]? Va bene, diciamo qualcosa di più serio: la cosa davvero grande che è accaduta è che la vera America l’ha avuta vinta sulla cosiddetta “vera” America [105]. E che queste elezioni, finalmente consentono a noi di chiedere “Chi se ne frega di cosa c’entra col Kansas?” [106]. Per un lungo tempo, le persone della destra – e qualche sedicente esperto – hanno spacciato l’argomento che la “vera America”, quella che davvero contava, era la terra della gente bianca delle aree rurali, alla quale entrambi i partiti dovevano pur riferirsi. Nel frattempo, l’elettorato effettivo stava diventando diverso, dal punto di vista razziale ed etnico, ed anche sempre più tollerante. Il risultato attorno ad Obama nel 2008 non fu un colpo di fortuna; era il paese che stavamo diventando. Ed è evidente che quel diverso e, se volete la mia opinione, migliore paese ha vinto alla grande. Si noti anche che, nella misura in cui i temi sociali hanno avuto un ruolo in queste elezioni, essi hanno giocato in favore dei democratici. Dio, le armi ed i gay non hanno spostato gli elettori a sostenere gli interessi delle grandi imprese; piuttosto, il diritto alla dignità umana delle donne ha spostato voti nella direzione opposta. Una stupenda nottata per la verità, per la giustizia e per il reale modo di essere degli americani. |
November 7, 2012, 7:08 pm
Power-Mad ConservativesBrad DeLong and others are having a lot of good clean fun ridiculing pundits who insisted, to the last, that their psychic guts perceived truths invisible to pollsters. And who knows? This ridicule may even serve a social purpose, making news organizations a bit less likely to treat these pundits as fonts of wisdom.
But I think there’s something else that needs discussing. The rejection of polling evidence wasn’t just a matter of wishful thinking on the right; it was accompanied by intense rage. (Just look at my comment thread here, which now stands as a sort of historical marker of the lunacy of the campaign’s closing days — and you should have seen the stuff that didn’t make it through moderation!) On the face of it, this makes no sense. The election was going to happen, and somebody was going to win. Why lash out so bitterly at people who you claimed to think would be revealed as fools in just a couple of days? I’ll try to present some more coherent thoughts on a later occasion, but here’s my quick take: what we’ve just seen is a peek into the modern right-wing psyche, which is obsessed — more than anything else — with power. Policy is one thing; but equally or even more important is the sense of being with the winners, of being part of the team that will stamp its boots on the faces of the other guys. And while conservatives of that ilk would probably concede if pressed on it that there’s a difference between the perception of being on top and the reality determined in an election, emotionally they can’t separate the two: they perceive anyone suggesting that maybe they aren’t going to smash their opponents as a threat. And we’re not just talking about teenagers blogging in their pajamas; look at Karl Rove’s temper tantrum on Fox. I’m tempted to say that all the people who went wild over skewed polls, Nate Silver is evil, and so on need to seek counseling. But if I were to say that, this would even drive them crazier. So I won’t. Oh, wait.
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7 novembre 2012Conservatori, fuori di testa per il potereBrad DeLong ad altri si stanno prendendo un po’ di sano divertimento mettendo in ridicolo quegli esperti che avevano insistito fino all’ultimo che i loro primordiali istinti psichici stavano percependo verità invisibili ai sondaggisti. E sapete cosa? Questa ironia può persino essere utile ad uno scopo sociale, facendo in modo che le reti dell’informazione siano un po’ meno disponibili a trattare questi esperti come fonti di saggezza.
Ma penso ci sia qualcos’altro che ha bisogno di essere dibattuto. Il rifiuto delle prove dei sondaggi non è stata solo una manifestazione del wishful thinking [107]della destra : è stata accompagnata da una rabbia incontrollata (si veda semplicemente in questo link la discussione sul mio commento, che ora costituisce una sorta di indicatore storico della lunaticità dei giorni finali della campagna elettorale – e dovreste aver visto la roba che non ha superato i limiti delle regole di moderazione [108]!) A giudicare dalle apparenze, questo non ha senso. Le elezioni stanno per celebrarsi e qualcuno è destinato a vincere. Perché attaccare verbalmente con tale asprezza persone che avete sostenuto di credere si sarebbero rivelate di lì ad un paio di giorni dei semplici sciocchi? Cercherò di avanzare qualche pensiero più organico in una successiva occasione, ma ecco la mia rapida impressione: quello che abbiamo appena dato è solo una sbirciata nella psiche della destra contemporanea, che è ossessionata – più di ogni altra cosa – dal potere. La politica è una cosa; ma egualmente e persino più importante è il senso di essere dalla parte dei vincitori, di essere dalla parte della squadra che calcherà gli stivali sulle facce degli avversari. E mentre i conservatori di quello stampo probabilmente ammetterebbero, se si insiste, che c’è una differenza tra la percezione di essere in cima (alla scala sociale)e la realtà stabilità in un risultato elettorale, emozionalmente non possono distinguere le due cose: percepiscono chiunque sostenga che forse non sono destinati a sgominare i propri avversari, come una minaccia. E non stiamo solo parlando di adolescenti che stanno scrivendo su Internet mentre sono in pigiama: si veda su Fox lo scatto d’ira di Karl Rove. Io sono tentato di dire che tutta la gente che è andata fuori dai gangheri per i sondaggi tendenziosi, che pensa che Nate Silver sia diabolico e via di seguito, abbia bisogno di assistenza psichica. Ma se lo dicessi, questo li farebbe diventare anche più furiosi. Dunque non lo farò. Basta aspettare.
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November 8, 2012, 9:00 pm
Deficit Hawks Down — PleaseOne big question looking forward is whether Obama will once again turn to the Beltway-insider deficit hawks for alleged wisdom. Let’s hope not. For one thing, the election offered confirmation of something that was actually pretty obvious: some of the most self-righteous deficit hawks are actually much more concerned with using deficits as an excuse to dismantle the social safety net than with, you know, reducing deficits. Notably, David Walker decided, a week before the election, to endorse Mitt Romney — even though Romney had proposed a $5 trillion tax cut to be offset by loophole closing he declined to specify, not to mention an increase in defense spending the Pentagon said it didn’t need. As an aside, Walker’s timing was interesting. If you were following the election quants, you already knew that Obama was a clear favorite to win — 3 to 1 according to Nate Silver, much more than that according to Sam Wang. So why would Walker — whose popular following might include some but not all of his immediate family — throw his support to the likely loser? Probably because he was listening to the wrong people, and actually believed the stuff about Romneymentum. Yet despite what should have been a major discrediting of the whole deficit-hawk establishment, the word is that Wall Street is pushing for Obama to appoint Erskine Bowles as Treasury Secretary. Erskine Bowles? The man who, charged with producing a deficit-reduction plan, decided that a key feature of this plan should be … cuts in marginal tax rates on high incomes? The man who warned, in dire terms, of a looming fiscal crisis, with soaring US borrowing costs, within two years — almost two years ago? Just for the record, here’s how it’s going: As I said, let’s hope that Obama knows better than to give these people any credence.
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8 novembre 2012Per favore, i falchi del deficit no.Guardando avanti, una grande domanda è se Obama si rivolgerà ancora una volta ai falchi del deficit tra gli addetti ai lavori della Capitale, per la loro pretesa saggezza. Speriamo di no.
Da una parte, le elezioni hanno offerto una conferma di qualcosa che in effetti era abbastanza evidente: come sapete, alcuni dei più pretenziosi falchi del deficit sono effettivamente assai più preoccupati di usare i deficit come una scusa per smantellare le reti della sicurezza sociale che per ridurre i deficit stessi. In particolare, David Walker [109] ha deciso, una settimana prima delle elezioni, di appoggiare Mitt Romney – anche se Romney aveva proposto sgravi fiscali per 5 mila miliardi di dollari da bilanciare con la chiusura di elusioni fiscali che si rifiutava di specificare, per non dire di un incremento della spesa pubblica sulla difesa di cui il Pentagono aveva dichiarato di non aver bisogno. Tra parentesi, è stato interessante il tempismo di Walker. Se stavate seguendo le analisi quantitative sulle elezioni, eravate già al corrente che Obama era chiaramente favorito come vincitore – 3 ad 1 secondo Nate Silver, assai di più di quanto prevedeva Sam Wang. Perché, dunque, Walker – il sui seguito popolare può includere alcuni ma non tutti della sua stretta parentela – ha voluto are il suo sostegno al probabile perdente? Probabilmente perché ascoltava le persone sbagliate, ed effettivamente credeva alle storie sulla ‘occasione di Romney’. Tuttavia, nonostante quello che dovrebbe essere risultato come un importante demerito per l’intero establishment dei falchi del deficit, la voce è che Wall Street stia facendo pressioni perché Obama nomini Erskine Bowles [110] come Segretario al Tesoro. Erskine Bowles? L’uomo che, incaricato di produrre un piano di riduzione del deficit, aveva deciso che un aspetto fondamentale di questo piano sarebbero stati … i tagli delle aliquote fiscali marginali sui redditi alti? L’uomo che due anni fa aveva ammonito, con espressioni tremende, su una incombente crisi fiscale, con i costi dell’indebitamento degli Stati Uniti che dovevano salire alle stelle nel giro di due anni? Solo per memoria, ecco quanto è accaduto: Come ho detto, speriamo che Obama abbia qualcosa di meglio da fare che dare credito a gente del genere.
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November 9, 2012, 6:59 pm
The Simple Analytics of Invisible Bond Vigilantes (Wonkish)I’ve been in several conversations over the past few days with generally reasonable people who are still worried that markets might turn on U.S. bonds any day now. I don’t think they’re right; but even if they are, I’m not clear what they believe would happen next. For the fact is that it’s much harder than most people seem to imagine to tell a Greece-type story about a country with its own currency and a floating exchange rate.
And since I was stuck on an airplane, I thought I might write up a very simple, old-fashioned model making that point.
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9 novembre 2012La semplice analitica degli ‘invisibili guardiani dei bonds’ Sono stato impegnato nei giorni passati in vari dibattiti con persone in linea generale ragionevoli che sono ancora preoccupate che i mercati possano un giorno o l’altro rivoltarsi contro i bonds statunitensi. Non penso che abbiano ragione: ma se anche l’avessero, non mi è chiaro cosa pensano che accadrebbe i seguito a ciò. Perché il punto è che è molto più difficile di quanto gran parte delle persone sembrino immaginare raccontare una storia del genere di quella della Grecia per un paese che è provvisto della sua valuta e del suo tasso di cambio fluttuante.
E, dato che sono bloccato su un aeroplano, ho pensato che avrei potuto buttar giù un semplicissimo modello vecchia maniera che riguardi quell’argomento. |
November 10, 2012, 8:26 am
Delusions of ReasonBrad DeLong sends me where I would normally never go — to an article on RedState, discussing what appears to have been a major case of death by consultant in the Romney campaign. It’s an interesting story — apparently they were drinking their own Kool-Aid, “unskewing” not just public polling but their own internal polls. But what struck me were some of the comments, this one in particular:
THANK YOU for bringing this to light. I’m starting to sound like a broken record here, but : DATA IS KILLING US. We ARE the party of reason, and logic. We are the ones that actually know what we’re talking about, and stand firm. We need to run these charlatans out of town on a rail, and start over NOW. No more listening to wishful thinking polls ( *cough* Karl Rove, Scott Rassmussen *cough*). No more trusting the “elites”! This has been a persistent delusion in certain parts of the right. Brad likes to tell the (second-hand) tale of Larry Lindsey arriving at the Council of Economic Advisers in 2001 and declaring that the people who really understood economics had arrived. A lot of 1-percent Romney supporters believed that only the unwashed masses could actually believe that Obama was making more sense on economic policy. And so on.
What’s so strange about this is that everything — everything — that has happened for the past decade has demonstrated the opposite. Modern Republicans are devotees of faith-based analysis on every front. On economics, in particular, they are devoted to supply-side fantasies that keep being refuted by evidence — and their reaction is to try to suppress the evidence. They’ve spent pretty much the whole past four years issuing dire warnings about inflation and soaring interest rates that keep not coming true; they cling to the belief that if only a Republican were in office we’d have a 1982-style recovery even though economists who actually studied past financial crises predicted the slow recovery in advance. And don’t even get me started on climate change. The truth is that the modern GOP is deeply anti-intellectual, and has as its fundamental goal not just a rollback of the welfare state but a rollback of the Enlightenment. Yet there are some wannabe intellectuals who delude themselves into believing that they have aligned themselves with the party of objective (as opposed to Objectivist) analysis. You might think that the election debacle would force some reconsideration. But I doubt it; if the financial crisis didn’t do it, nothing will.
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10 novembre 2012Le illusioni della ragioneBrad DeLong mi rinvia dove normalmente non andrei mai – ad un articolo su RedState [111], dove si discute di quello che sembra essere stato un caso importante di scomparsa di un consulente [112] nella campagna elettorale di Romney. E’ una storia interessante – in apparenza stavano bevendo la loro Kool-Aid [113], “aggiustando” [114] non solo i sondaggi pubblici ma anche i loro sondaggi interni. Ma quello che mi ha colpito sono stati alcuni commenti, questo in particolare:
TI RINGRAZIO di averlo portato alla luce. Sta cominciando a sembrarmi un disco rotto, qua, ma: I DATI CI STANNO AMMAZZANDO. Noi SIAMO il Partito della regione e della logica. Noi siamo quelli che effettivamente sanno di cosa parlano e restano sulle proprie posizioni. Abbiamo bisogno di mettere questi ciarlatani su una strada, fuori di casa nostra, e di ricominciare da capo. Di non ascoltare più i sondaggi super ottimistici (*censura* [115]Karl Rove, *censura* Scott Rasmussen). Non credere più nelle “èlites”. C’è stata una perdurante illusione in certi settori della destra. Brad ama raccontare la storia (per sentita dire) di Larry Lindsey che entrò a far parte del Consiglio dei Consulenti Economici nel 2001 ed ebbe a dichiarare che finalmente erano arrivati quelli che capivano qualcosa di economia. Una buona parte dei sostenitori di Romney, tra l’1 per cento dei più ricchi, credevano che soltanto le masse degli individui che non hanno l’abitudine di lavarsi potevano credere che effettivamente Obama stesse dando una qualche senso alla politica economica. E così via. Quello che è del tutto strano in ciò, è che ogni cosa – letteralmente ogni cosa – accaduta nel passato decennio stava a dimostrare l’opposto. I repubblicani moderni sono su tutti i fronti dei fanatici dell’analisi basata sulla fede. In particolare in economia, sono fanatici delle fantasie “dal lato dell’offerta” che continuano ad essere confutate dai fatti – e la loro reazione consiste nel cercare di sopprimere i fatti. Essi hanno speso gran parte dell’intero passato quadriennio nell’annunciare avvertimenti terribili sull’inflazione e sulla crescita incontrollata dei tassi di interesse ce continuano a non avverarsi; si afferrano al convincimento che se soltanto i Repubblicani fossero stati al comando noi avremmo avuto una ripresa del genere di quella del 1982, anche se gli economisti che hanno effettivamente studiato le crisi del passato avevano previsto da tempo una ripresa lenta. E non fatemi addirittura ricominciare con la storia del cambiamento del clima. La verità è che il Partito Repubblicano dei giorni nostri è profondamente antintellettuale, ed ha come suo obbiettivo fondamentale non solo quello di abbattere lo Stato assistenziale, ma anche l’Illuminismo. Tuttavia vi sono alcuni aspiranti intellettuali che si illudono nel credere di essersi schierati con il Partito della analisi obiettiva (in quanto opposta all’Obiettivismo [116]). Si potrebbe supporre che la debacle elettorale costringa a qualche riconsiderazione. Ma io lo dubito: se non l’ha provocata la crisi finanziaria, niente la provocherà. |
November 10, 2012, 4:34 pm
More on Invisible Bond VigilantesI argued yesterday that even if the heretofore invisible bond vigilantes materialize one of these days, their attack won’t have the effects the deficit hawks imagine. Because America has its own currency and a floating exchange rate, a loss of confidence would lead not to a contractionary rise in interest rates but to an expansionary fall in the dollar. Here’s a case in point of people getting this wrong: the letter by 15 financial CEOs (pdf) urging a quick resolution of the fiscal cliff. The letter is actually kind of amazing in a bad way even before we get to that issue: the CEOs apparently can’t or won’t get their heads around the fact that the fiscal cliff issue is all about doing too much, not too little, to reduce the deficit. Somehow, by the fourth paragraph concerns about a rise in taxes and a fall in spending depressing demand have turned into bond-vigilante fearmongering, with a warning that Moody’s might downgrade US bonds and send interest rates up. Guys, that’s not what we’re talking about here.
But even if we accept the bait-and-switch, from fiscal cliffery to fear of what will happen if we don’t have a Grand Bargain now now now; and even if we ignore the likely market reaction to a Moody’s downgrade, which would probably be a collective yawn (remember that absolutely nothing happened when S&P weighed in); the logic is still wrong. Even if Moody’s succeeded in scaring people, this would mean a weaker dollar rather than soaring rates — and this would be good, not bad, for the US economy.
It’s scary to think that such muddled thinking has dominated “serious” discussion.
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10 novembre 2012Ancora sugli Invisibili Guardiani dei BondsHo sostenuto ieri che persino se i sinora invisibili guardiani dei bonds un giorno qualsiasi si facessero vivi, il loro attacco non avrebbe gli effetti che i falchi dei deficit si immaginano. Poiché l’America ha una sua propria valuta ed un suo proprio tasso di cambio fluttuante, una perdita di fiducia non porterebbe ad un incremento dei tassi di interesse con effetti di contrazione, ma ad una caduta del dollaro con effetti di espansione.
Ecco un esempio di individui che si stanno sbagliando: la lettera dei 15 amministratori delegati del settore finanziario che spingono per una rapida soluzione della faccenda “precipizio fiscale”. La lettera è, in senso negativo, sbalorditiva, anche prima di arrivare a quel tema: sembra che gli amministratori non intendano o non possano mettere a fuoco il fatto che il ‘precipizio fiscale’ è per intero attinente ad una troppo grande, e non troppo piccola, riduzione del deficit. In qualche modo, a cominciare dal quarto paragrafo le preoccupazioni su un aumento delle tasse e su una caduta della spesa pubblica con effetti depressivi sulla domanda si trasformano in una specie di terrorismo da guardiani dei bonds, con l’ammonimento che Moody’s potrebbe retrocedere i bonds statunitensi e spedire in alto i tassi di interesse. Ragazzi, non è quello di cui si sta ragionando! Ma anche se accettassimo questo gioco da ‘acchiappa-citrulli’, dal sensazionalismo sui precipizi fiscali alle paure su cosa potrebbe accadere se non facessimo una Grande Intesa immediatissimamente; ed anche se ignorassimo le probabili reazioni dei mercati ad una retrocessione da parte di Moody’s (ricordiamoci che non accadde assolutamente niente quando fece lo stesso Standard&poor’s), la logica sarebbe ancora sbagliata. Persino se Moody’s avesse successo nel mettere paura alla gente, questo significherebbe un dollaro più debole e non tassi che schizzano in alto – e questa sarebbe un bene, non un male, per l’economia statunitense. E’ allarmante pensare che pensieri così confusi abbiano dominato una dibattito “serio”. |
November 11, 2012, 10:19 am
Squirming HawksThe fiscal cliff poses an interesting problem for self-styled deficit hawks. They’ve been going on and on about how the deficit is a terrible thing; now they’re confronted with the possibility of a large reduction in the deficit, and have to find a way to say that this is a bad thing. And so what you see, in reports like this one from the Committee for a Responsible Federal Budget — is a lot of squirming. Now, there’s a straightforward argument for why the fiscal cliff is bad but long-term deficit reduction is good — namely, that you really don’t want to cut deficits when the economy is depressed and you’re in a liquidity trap, so that monetary expansion can’t offset fiscal contraction. As Keynes said, the boom, not the slump, is the time for austerity. But the deficit hawks can’t make that argument, because they have in fact been arguing for austerity now now now. So they’re left making a mostly incoherent case: it’s too abrupt (why?), it’s the wrong kind of deficit reduction (???), and then this:
a better approach would be to focus spending cuts on low-priority spending and on changes which can help to encourage growth and generate new revenue through comprehensive tax reform which broadens the base – ideally by enough to also lower tax rates. Low-priority spending? I think that means spending on poor people and the middle class. And isn’t it amazing how people who claim to be horrified, horrified about deficits can’t stop talking about cutting tax rates? Meanwhile, the CRFB features on its home page an op-ed by Jim Jones declaring that We are perilously close to trillion-dollar yearly interest payments, 7 percent yields on 10-year U.S. Treasury bonds, 10 percent home mortgage rates and 13 percent rates on car loans. For the good of the country, the parties must come together and not let this happen. How does he know that we are “perilously close” to this outcome? Not from the markets; not from any kind of economic model. My guess is that Peggy Noonan told him. Anyway, revealing stuff.
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11 novembre 2012I falchi si attorciglianoIl precipizio fiscale pone un interessante questione ai sedicenti falchi del deficit. Essi parlano in continuazione di come il deficit sia una cosa terribile; ora sono posti dinanzi alla possibilità di una ampia riduzione del deficit e devono trovare una maniera per dire che si tratta di una cosa negativa.
E così, quello a cui si assiste, in resoconti da parte della Commissione per un Bilancio Responsabile, è una specie di attorcigliamento. Ora, c’è un argomento assai facile da capire sulla ragione per la quale il precipizio fiscale sia una cosa negativa ma la riduzione del deficit nel lungo periodo sia una cosa positiva – precisamente, che non si debbono volere tagli del deficit quanto l’economia è depressa e si è in una trappola di liquidità, cosicché l’espansione monetaria non può bilanciare la contrazione della finanza pubblica. Come disse Keynes, il tempo giusto per l’austerità è quello dei boom, nel quello delle depressioni. Ma i falchi del deficit non avanzano quell’argomento, in sostanza perché si sono sempre espressi a favore di una austerità immediata. Si sono dunque lasciati andare ad esempi massimamente incoerenti: sarebbe troppo improvviso (e perché?); oppure sarebbe il modo sbagliato per ridurre il deficit (???), e infine questo: “un approccio migliore sarebbe concentrarsi su tagli alla spesa a bassa priorità e su cambiamenti che potrebbero contribuire ad incoraggiare la crescita e generare nuovo reddito attraverso riforme fiscali complessive che allarghino la base – idealmente a partire da aliquote fiscali sufficienti sino anche alle più basse.” Spesa pubblica a bassa priorità? Penso che vogliano dire spese per la povera gente e per la classe media. E non è strabiliante come individui che pretendono di essere letteralmente atterriti sui deficit non possano smettere di parlare di tagliare le aliquote fiscali? Nel frattempo, la CRFB presenta sulla sua home-page un editoriale di Jim Jones che afferma che: “Siamo pericolosamente vicini a mille miliardi di dollari all’anno di pagamento di interesse, a rendimenti del 7 per cento sui bonds del Tesoro americano, ad interessi del 10 per cento sui mutui per le case e del 13 per cento sui prestiti per le macchine. Per il bene del paese, i partiti debbono mettersi assieme ed impedire che ciò accada.” Come sa che siamo “pericolosamente vicini” a questo risultato? Non dai mercati, non sulla base di un modello economico di qualsiasi genere. Ho idea che gliel’abbia detto Peggy Noonan [117]. In ogni caso, cose rivelatrici. |
November 11, 2012, 5:58 pm
OrganizationJames Fallows says something I’ve been thinking, too: For the first time in my conscious life, the Democratic party is now more organized and coherent, and less fractious and back-biting, than the Republicans. It is almost stupefying to imagine that. Indeed. It actually started during primary season, when — as too many have forgotten — the GOP field seemed (and was) dominated by ridiculous figures. Obama almost rehabilitated the thing with his bobble in the first debate, but he and his party pulled it back together; the Democratic campaign seemed professional, while the Republicans seemed like the Keystone Kops. Karl Rove’s image has gone from terrifying master of politics to overpaid crybaby. But I’d go even further: the Democrats now look like the natural party of government. Bush had already established a reputation for being unable to get anything right in the actual business of governing; all that was supposedly left was political prowess, and now that’s gone too. And even the news media have, I think, begun to notice that we aren’t the “center-right” country of fantasy, we’re a diverse nation, ethnically and otherwise, in which a lot of liberal ideas have become perfectly mainstream. Still, hubris and all that: this newly effective coalition could be shattered if taken for granted. And you know what could really produce the kind of dispirited base that was supposed to doom Obama in 2012? A sellout on key Democratic values as part of a Grand Bargain. If, say, Obama raises the retirement age in return for vague promises on revenue (promises that would be betrayed at the first opportunity); if he appoints a deficit scold to a major economic post; it could all fall apart.
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11 novembre 2012OrganizzazioneJames Fallows dice qualcosa a cui stavo pensando anch’io:
“Adesso, per la prima volta nella mia vita cosciente, il Partito Democratico è più organizzato e coerente, e meno caratterizzato da frazioni e maldicenze dei Repubblicani. E’ quasi stupefacente, se ci si pensa”. Proprio così. Effettivamente ebbe inizio durante il periodo delle primarie, quando – come molti hanno dimenticato – il campo dei Repubblicani sembrava (ed era) dominato da figure del tutto improbabili. Obama quasi riabilitò la faccenda con la sua figuraccia al primo dibattito, ma lui e il suo partito si rimisero in sesto assieme; la campagna dei Democratici sembrò professionale, mentre i Repubblicani sembravano come i Keystone Kops [118]. L’immagine di Karl Rove e passata da quella di un terribile professionista della politica a quella di un poppante superpagato. Ma vorrei andare un po’ oltre: ora i democratici sembrano il partito naturale di governo. Bush si era già fatto la reputazione di essere incapace di fare alcunché di giusto nell’impegno effettivo del governo: tutto quello che si supponeva avesse lasciato era una abilità politica, e ora si è dispersa anche quella. Ed io penso che persino i notiziari abbiano cominciato a notare che noi non siamo il paese di “centro-destra” della fantasia, che siamo una nazione diversa, etnicamente ed in altri sensi, nella quale un buon numero di idee liberal cominciano ad essere completamente compresi dalla maggioranza. Ancora, a proposito della arroganza e di tutto il resto: questa nuovamente efficiente coalizione potrebbe essere battuta se si sente al sicuro. E sapete che cosa potrebbe realmente generare quel tipo di scoraggiamento alla base che si pensava avesse segnato il destino di Obama nel 2012? La svendita di valori chiave dei democratici come parte della Grande Intesa.
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November 13, 2012, 4:31 pm
Identity VotersSo Paul Ryan doesn’t believe that he and his party lost on the issues; it’s just that too many of those “urban voters” (hmm, I wonder who he means) for some reason showed up at the polls.
Actually, in a way Ryan does have a point: there are ethnic and racial groups that consistently favor one party over the other in ways that seem to reflect something more than economic self-interest. In the figure below — based on a bit of a catchall from the exit polls and the Pew pre-election poll – the blue line shows the average relationship between income and presidential preference, and the various markets show some groups that were far off that line. (I couldn’t find a good number on median income for Jewish households, but assume that it’s in the same general vicinity as Asian-Americans): As you can see, it’s not just those “urban” voters who seem to vote their identity. Asians and Jewish households are much more Democratic than you might expect given their relatively high incomes, presumably because they see the GOP as believing fundamentally in a white Christian nation from which they will forever be outsiders. And then there’s the other identity-politics minority, which is every bit as anomalous in its voting behavior as those urbanites. Some of the attempts to predict future trends argue that over time Hispanics will become politically “white”, the way Irish and Italians did. Maybe, although somehow that hasn’t happened yet to my tribe. But isn’t it equally likely that over time Southern whites will finally become culturally assimilated, and start voting like the rest of their fellow citizens?
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13 novembre 2012Elettori identitari Dunque, Paul Ryan non crede che lui ed il suo partito abbiano perso su temi reali; semplicemente troppi di quegli “elettori di città” (mmmh, mi chiedo cosa voglia dire) per qualche ragione si sono presentati ai sondaggi.
Effettivamente, in un certo senso Ryan ha ragione: ci sono gruppi etnici e razziali che hanno espresso i propri favori ad un partito anziché all’altro in modi che sembrano riflettere qualcosa di più che il proprio interesse economico. Nella figura sotto – un po’ basata su in insieme di exit polls e di sondaggi precedenti le elezioni della Pew [119] – la linea blu mostra la relazione media tra il reddito e le preferenze presidenziali, ed i vari punti [120] mostrano alcuni gruppi che sono risultati distanti da quella linea (non riesco a trovare un numero adeguato per il reddito medio delle famiglie ebraiche, ma considero che esso sia nella stessa generale prossimità degli americani asiatici): Come vedete, non sono soltanto quegli elettori “di città” che sembrano esprimere col voto la loro identità. Le famiglie asiatiche ed ebraiche sono molto di più democratiche di quello che vi sareste aspettati considerati i loro redditi relativamente elevati, presumibilmente perché vedono il Partito Repubblicano fondamentalmente credere in una nazione bianca e cristiana, rispetto alla quale saranno sempre estranei. E poi c’è l’altra minoranza politicamente identitaria, che è altrettanto anomala nel suo comportamento di voto degli elettori “di città”. Alcuni tentativi di predire le tendenze future argomentano che gli Ispanici col tempo diventeranno politicamente “bianchi”, nello stesso modo in cui fecero gli Irlandesi e gli Italiani. Forse, sebbene in qualche modo quello non è ancora accaduto nella mia tribù. Ma non è nello stesso modo probabile che i bianchi del Sud alla fine si assimileranno culturalmente, e cominceranno a votare come il resto dei loro concittadini?
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[1] La linea rossa indica il debito detenuto dal pubblico, compresa la Fed, quella blu il valore
[2] Manager finanziario statunitense e cofondatore della PIMCO (Pacific Investment Management).
[3] Treasure Inflation Protected Securities; ovvero i Buoni del Tesoro indicizzati.
[4] Nel senso, suppongo, di interrompere la situazione della ‘facilitazione’ finanziaria. “Trigger finger” significa “dito indice” ed anche l’azione di “alzare il dito”.
[5] Non è un gioco di parole … per “reddito medio” si intende quel reddito che per definizione è considerato proprio delle classi medie, per “media dei redditi” si intende la media matematica effettiva.
[6] Penso sia la destra di un diagramma della distribuzione dei redditi (ovvero di una tabella nella quale la dimensione dei redditi proceda da sinistra a destra sulle ascisse).
[7] Questa traduzione di “away” è un po’ fantasiosa, ma non impossibile (“the horses are away” = “i cavalli sono in partenza”). O forse è semplicemente un rafforzativo (“tassato via”).
[8] Spero in bene … perché la traduzione potrebbe essere una gaffe discreta. “Hired gun” normalmente significa “killer assoldato, sicario”, ma Urban Dictionary fornisce anche “freelancer”, ovvero “operatore indipendente, libero professionista”, soprattutto nella professione di “scrittore”. Inoltre, come alcune frasi sopra, penso che per estremità destra (“tail” oltre che “coda” è anche “estremità”) si intenda, appunto, la parte destra di un diagramma della distribuzione del reddito (che verosimilmente, sulla linea delle ascisse, ha sulla destra i redditi più elevati). Fantasioso …. ma meno di un sicario che se ne va a caccia su una ‘coda destra’!
[9] E qua destra mi pare che torni a significare ‘destra politica’.
[10] E’ l’espressione usata dal Wall Street Journal per descrivere i lavoratori che pagano solo le tasse sugli stipendi ed hanno redditi troppo bassi per pagare anche quelle sui redditi (naturalmente i termini – “payroll” a “income” – si intendono nel loro significato nella legislazione fiscale americana).
[11] A proposito di “Quantitative Easing” vedi le Note finali sulla traduzione.
[12] Vedi le Note finali sulla traduzione.
[13] In questo caso per “assets” si intendono fondamentalmente le obbligazioni, le partecipazioni ed i loro derivati, così come il settore immobiliare ed i profitti da capitali.
[14] A proposito di “fata turchina”, vedi le Note finali della traduzione.
[15] E’ l’espressione a suo tempo coniata da Krugman per definire la condizione di una politica monetaria con effetti espansivi, che voglia utilizzare strumenti ulteriori che non quelli meramente ‘quantitativi’. In quel caso la politica monetaria deve basarsi sulla promessa, da parte della banca centrale, che una politica espansiva (ovvero, di bassi tassi di interesse) proseguirà anche quando un certa incremento dell’inflazione, nel futuro prossimo, la sconsiglierebbe. In altri termini, la promessa sarà quella di essere “irresponsabili”, almeno per un prolungato periodo di tempo.
[16] E’ il nome di una canzone famosa.
[17] A proposito della traduzione di “fiscal” vedi Note finali sulla traduzione.
[18] Il long term refinancing operation (LTRO) o piano di rifinanziamento a lungo termine consiste in interventi finanziari effettuati dalla Bce guidata da Mario Draghi a seguito dell’inizio della crisi del debito sovrano dei paesi europei. Tale operazione può essere riconducibile alle operazioni di quantitative easing effettuate dalla Fed.
[19] Il senso, qua come nel post precedente, mi pare che più o meno sia …. occupandosi un momento degli Stati Uniti ed il momento successivo dell’Europa.
[20] La lettura de diagramma è la seguente: il livello dei pressi è sulla linea delle ordinate, il prodotto su quella delle ascisse. AS ed AS’ sono le due linee dell’offerta aggregata, che incontrano la linea discendente (perché è in atto una deflazione) della domanda aggregata nei punti A e B. Il punto A è caratterizzato da prezzi più alti e da prodotto inferiore, il punto B da prezzi più bassi e da prodotto maggiore.
[21] Il nome del blog del Financial Times.
[22] Giornalista americano, scrive sul blog del The Washington Post (WP Opinions).
[23] Il termine “diritto riproduttivo” in italiano non esiste. Include concetti che vanno dal diritto al controllo delle nascite al diritto di abortire, al diritto alla informazione ed alla educazione sui temi della riproduzione e della contraccezione.
[24] Scott Rasmussen, che è a capo dell’istituto di sondaggi “Rasmussen Reports”. Mi pare di comprendere che in questi giorni le analisi di Rasmussen siano le meno positive per Obama, pur indicando uno scarto di due punti.
[25] La connessione è con lo studio citato sulle tossicodipendenze.
[26] E’ l’espressione che Keynes usava per indicare le concezioni di politica economica delle autorità britanniche, in particolare nel corso degli anni ’20 e ’30.
[27] E’ il titolo di un libro di Orwell del 1937, che conteneva alcune ricerche sulle condizioni della classe operaia inglese prima della Seconda Guerra Mondiale, nelle regioni industriali del Nord del Paese (Yorkshire e Lancashire). Per alcuni mesi, nel 1936, Orwell andò a vivere in quelle zone – tra le quali Wigan – allo scopo di preparare il libro. Wigan Pier è il nome di una di quelle aree, caratterizzata dalla confluenza di vari canali.
[28] Sir Eric Geddes fu il Presidente di un Comitato sulle Spese Nazionali che nel 1920 espresse le proprie raccomandazioni sui tagli alla spesa pubblica.
[29] Vedi “confidence fairy” alle note finali sulla traduzione.
[30] La Tabella è assai interessante (e si riferisce esclusivamente ad una lettura quantitativa degli sbilanci nel vari settori, mentre l’argomento successivo – sulle esportazioni-importazioni per/dalle altre aree del mondo non è evidentemente rappresentato). Si tenga fermo che il periodo 1999/2010, come è ovvio, è quello che ci spiega come il fenomeno degli squilibri nelle bilance dei pagamenti si sia manifestato, grosso modo, sino agli inizi della crisi recente. Credo che si possa interpretare che i paesi cosiddetti GIPSI hanno avuto storie molto diverse. I segmenti arancioni dovrebbero rappresentare in gran parte gli attivi o i passivi dei conti correnti del settore produttivo, direttamente afferenti alle imprese (perché quelli mediati dalle banche sono in blu). Come si vede l’Italia ha mantenuto – dal 1999 al 2010 – un forte attivo di quel settore, assieme ad una relativa crescita della componente delle autorità monetarie, che non so interpretare. Il settore produttivo resta nella parte attiva anche in Francia ed in Germania, semmai con una crescita abbastanza sorprendente nel primo paese; comunque l’Italia restava, da quel punto di vista, nel gruppo di testa dei paesi europei. Assai diverso è il caso della Spagna, dove crescevano vistosamente gli sbilanci sia del settore produttivo manifatturiero (qua, probabilmente, era il segno di una forte crescita di importazioni da paesi asiatici) che nel settore bancario (e questo è il segno del finanziamento da banche tedesche a banche spagnole del boom immobiliare della Spagna). Un forte attivo nel settore delle banche si osservava invece nel caso dell’Irlanda, il cui boom, come è noto, era assai concentrato proprio nel settore dei prodotti finanziari (di converso, l’Irlanda nel 2010 mostra un forte passivo nel settore delle autorità monetarie, che forse è il prezzo pagato, a crisi da poco esplosa, per i salvataggi delle banche stesse). Una caratteristica, invece, di tutti i paesi PIGSI è la crescita dei passivi nel settore delle amministrazioni pubbliche, particolarmente grave sia in Grecia che in Italia. Anche questo è un dato che andrebbe meglio compreso, ma che forse è indicativo del peso dei crescenti costi finanziari del complessivo debito pubblico (sarebbe interessante confrontarlo con l’andamento degli spread negli ultimi anni dello stesso periodo). Ciononostante, questa è una caratteristica di tutti i paesi PIGSI (semmai meno vistosa in Spagna) e, in modo sorprendente, anche della Germania. Unica eccezione, anch’essa da spiegare, quella della Francia. La forza della Germania, infine, sembra ben leggibile nel fatto che, pur con una forte crescita del passivo nel settore delle amministrazioni pubbliche, è l’unico paese in grado di compensarla con una crescita delle esportazioni nel settore delle imprese produttive ed in quello delle banche.
[31] Per l’espressione ironica “Persone Molto Serie”, vedi le Note finali sulla traduzione.
[32] Fiscy Awards è il nome di una associazione – che riunisce personalità e vari blogs – che ogni anno premia personaggi della politica che si ‘distinguono per responsabilità in materia di finanza pubblica. Oltre a Paul Ryan, nel 2011 vennero premiati il Presidente della Commissione Bilancio del Senato, il democratico Kent Conrad ed il Governatore dell’Indiana, il repubblicano Mitch Daniels.
[33] A proposito del termine “fiscal” vedi le Note finali sulla traduzione.
[34] Come si sa Bowles è il nome di uno dei due copresidenti della speciale Commissione sul bilancio, a suo tempo sostenuta da Obama. In questi giorni Krugman aveva messo in guardia – con un articolo sul New York Times – dalla tentazione di Obama e dei democratici, in caso di vittoria elettorale, di tornare su impostazioni all’insegna della austerità in materia di diritti sociali, quale quelle proposte da quella Commissione. “Bowl” significa anche “far rotolare” …. Probabilmente, dunque, un intraducibile gioco di parole con il cognome del Senatore democratico.
[35] Per “headline inflation” vedi note conclusive sulla traduzione.
[36] La curva di Phillips è un’analisi macroeconomica degli anni ’50 che, basandosi sui dati empirici dell’epoca, mette in relazione il tasso d’inflazione con il tasso di disoccupazione. Quanto più è basso il tasso di disoccupazione (piena occupazione) tanto più è alto il tasso di crescita dei prezzi e dei salari. La curva di Phillips è uno dei cardini della politica economica degli anni ’50. Successivamente, la curva è entrata a far parte di quasi tutti i testi e manuali di macroeconomia. Nel diagramma seguente diamo una semplice rappresentazione grafica della curva di Phillips.
Come si può agevolmente comprendere, tra il tasso di inflazione (ordinate Y) e il tasso di disoccupazione (ascisse X) ha luogo una relazione inversa (trade-off inflazione-disoccupazione). Dal punto di vista macroeconomico la curva suggerisce che è sempre possibile far viaggiare una economia a tassi di disoccupazione bassi, purché si accetti una crescita dei prezzi. (da Okpedia)
[37] “NBER” è la sigla di National Bureau of Economica Research e lo studio in connessione è del 1950.
[38] A proposito di “fiscal” si tenga sempre conto delle osservazioni contenute nelle Note sulla traduzione
[39] “A sight to behold” = “uno spettacolo per gli occhi”.
[40] Come si è appreso dall’articolo del / ottobre sul New York Times, Welch – un ex presidente della General Electric – in questi giorni si è distinto per attacchi al rapporto sui posti di lavoro del Bureau of Labor Statistics, da lui considerato come una falsificazione a vantaggio di Obama.
[41] “Atrios” è lo pseudonimo di Duncan Bowen Black, un blogger liberal di Philadelphia.
[42] Il “caso” in questione riguardò un consigliere della Casa Bianca durante i primi mesi della Amministrazione Clinton, già famoso avvocato americano. Le indagini si conclusero con la tesi di un suicidio, ma settori particolarmente fanatici della destra americana specularono insistentemente su responsabilità di Hillary Clinton nella vicenda. In effetti, a prescindere da tesi abbastanza pazzesche, la storia venne archiviata come un caso assai strano. Un giornalista sul blog Progressive Review (Richard L. Franklin) elencò cento stranezze in tutta la storia del presunto suicidio. Alla fine aggiunse una 101esima stranezza: la registrazione di una telefonata con un agente di una collaboratrice del Presidente Bush – tale Debra von Trapp – nel corso della quale l’agente, verosimilmente un po’ ubriaco, affermava che l’assassinio sarebbe stato commesso da settori della polizia per “lasciare un messaggio” ai coniugi Clinton. La telefonata venne fatta dall’agente da Washington, il giorno stesso della morte di Welch. Non finì agli atti della inchiesta.
[43] Normalmente traduco “wonkish” con “esperto”, per usare un gergo meno “giovanile”. In realtà significa proprio “sgobbone”, o meglio “molto studioso”, perché forse non ha quella leggera inflessione negativa che ha “sgobbone” in italiano ….
[44] Ovvero, nella “principale” età lavorativa.
[45] E’ il nome di un blog a cura di Bill MacBride, finanziere di una piccola pubblic-company negli anni ’90 e collaboratore con l’Università di Irvine, in California. Può interessare sapere che Irvine è una città della Contea di Orange, in California. È una città costruita dopo un progetto, principalmente realizzata dalla Irvine Company a partire dagli anni sessanta. Fondata ufficialmente il 28 dicembre 1971, la città di 180 km² conta 202.079 abitanti (dati del 2007). Attualmente Irvine è la città più grande di tutta Orange County soprattutto perché è annessa a zone che non sono state classificate come cittadine. Nel giugno 2008, il Federal Bureau of Investigation ha dichiarato che Irvine è la città con il minor tasso di crimini violenti tra le città degli Stati Uniti con più di 100.000 abitanti (4 omicidi, 17 stupri, 50 rapine e 55 assalti aggravati nel 2006). Queste ultime notizie da Wikipedia.
(tra parentesi, a me 4 omicidi e 17 stupri all’anno non sembrerebbero così pochi ….).
[46] Ovvero, non residente in caserme, carceri, case di cura, ospedali ed altri luoghi “istituzionali”.
[47] L’ “um” è ironico, perché la frase successiva è il titolo del libro recente di Krugman.
[48] Rispettivamente docenti e ricercatori all’Università della Virginia e di Bonn. Probabilmente il primo, Alan Taylor, viene scherzosamente chiamato “quello buono” per distinguerlo dall’economista conservatore John B. Taylor, del resto assai più famoso.
[49] Mi pare si confrontino tre situazioni: l’andamento normale delle recessioni misurate dall’andamento del PIL procapite (linea blu, con un margine di affidabilità del 95%); l’andamento della crisi americana dal 2007 al 2011/12 con la linea viola scuro; l’andamento di crisi finanziarie caratterizzate da elevate o medie espansioni del credito (linea rossa e linea viola chiaro). Come si vede, e come Krugman ha più volte sottolineato, i normali andamenti recessivi non provocati da shocks finanziari hanno una tendenza alla ripresa molto più rapida delle recessioni innescate da shocks finanziari.
[50] Si riferisce ad un dibattito svoltosi successivamente al primo confronto Romney-Obama. La Matalin, che sovrintende la campagna elettorale dei Repubblicani vi ha partecipato assieme a Krugman.
[51] Nel blog di Krugman, scherzosamente annunciata come una “anteprima della sua presentazione”, è in questo spazio inserita una connessione con la famosa canzonetta del rapper sudcoreano Psy (“Gangnam style”).
[52] A proposito del concetto di “moltiplicatore” vedi le Note sulla Traduzione.
[53] Ancora, a proposito di “moltiplicatore” vedi le Note finali sulla traduzione.
[54] Vedi il post precedente.
[55] Come è noto “leverage” significa letteralmente “compiere una azione di leva”. In termini economico finanziari questo rimanda, però, ad un significato più ampio, nel senso che la tendenza a produrre effetti crescenti, o geometricamente crescenti, ovvero a “far leva” su finanziamenti comporta implicitamente il concetto di aumentare il capitale preso a prestito rispetto al capitale proprio, negli investimenti. Questo concetto (del nesso tra utilizzo di capitale preso a prestito e di capitale proprio) in lingua italiana può essere espresso con una espressione quale “rapporto di indebitamento”; cosicché “to leverage” significherà anche “aumentare il rapporto di indebitamento”, mentre “to deleverage” significherà “ridurre il rapporto di indebitamento”.
[56] Come ormai faccio sempre, a proposito del termine “fiscal” rimando alle Note finali sulla traduzione. Mi ostino a considerare che il termine “fiscale” in lingua italiana, come dicono i migliori dizionari, ha un nesso necessario con tutto ciò che afferisce alla tassazione; dunque non può essere utilizzato nel senso più ampio che ha in lingua inglese, ovvero come sinonimo di “finanza pubblica”, intesa come esazione di tasse ma anche come spesa ed investimento pubblico. Per la stessa ragione, quando il contesto lo consente, come in questo caso, “fiscal” può essere talvolta tradotto come “della spesa pubblica”.
[57] Maggiore di uno significa che una restrizione della spesa pubblica pari o anche inferiore ad 1, produce per effetto del moltiplicatore una conseguenza sul PIL superiore ad 1.
[58] L’istituto nazionale britannico della ricerca economica e sociale.
[59] Per “zero lower bound” vedi Note finali alla traduzione.
[60] Un ‘grafico a dispersione’ è un genere di diagramma matematico che usa coordinate cartesiane per illustrare valori relativi a due variabili, da un complesso di dati. I dati sono distribuiti come un complesso di punti, per ognuno dei quali il valore di una variabile determina la posizione sull’asse orizzontale e quello dell’altra i valore sull’asse verticale. Nel nostro caso sull’asse orizzontale stanno i valori dell’intensità delle politiche di consolidamento delle finanze pubbliche, su quello verticale i cambiamenti nel PIL reale, e come è evidente Irlanda, Portogallo e soprattutto Grecia hanno consolidato molto di più e sono cresciuti relativamente molto di meno. Non mi è chiaro se la ragione per la quale varie situazioni (punti) non vengono attribuiti a nessun paese è casuale.
[61] In questo caso sull’asse orizzontale, dunque, ci sono ancora i valori relativi alle previsioni di consolidamento delle finanze pubbliche, ma sul lato verticale non c’è il PIL reale, ma gli errori fatti rispetto alle previsioni della crescita del PIL reale, suppongo calcolati in punti percentuali di minore crescita o di maggiore decrescita.
[62] Forse nel senso di rappresentativa dei repubblicani di entrambi i rami del congresso.
[63] Il riferimento – e la connessione – è ad un articolo di Financial Times che in questi giorni informa di una polemica del Ministro della Finanze Schäuble, ai margini di una conferenza internazionale a Tokio, nei confronti della Presidente del Fondo Monetario Internazionale, proprio su questi temi.
[64] “Prematura” – si noti – perché il giudizio di Krugman è sempre stato che le politiche di austerità durante crisi depressive equivalgono a scegliere il momento sbagliato. Se necessarie, quelle politiche sono, invece, opportune, come Keynes aveva in più occasioni notato, una volta che si sia usciti dalle crisi economiche.
[65] E’ il protagonista di un romanzo, una caso estremo di “autopromozione”.
[66] Professore di economia alla Carleton University di Ottawa, Canada.
[67] Il “Reddito Haig-Simons” o il “Reddito Schanz-Haig-Simons” è una misura del reddito in economia, secondo la formula: I = C + ΔNW (dove I è il reddito, C è il consumo e ΔNW il mutamento nel valore netto). Parlando in termini generali, il consumo si riferisce all’acquisto o all’acquisizione di beni e servizi di ogni genere. Dal punto di vista teorico, il consumo non include le spese di capitale e l’intera spesa sarebbe ammortizzata.
[68] Suppongo che “apical” sia un refuso per “capital”.
[69] Dean Baker è un economista americano, cofondatore, assieme a Mark Weisbrot, del Center for Economic and Policy Research.
[70] “Crowd” significa “affollare, o riempire”, e “to Crowd out” significa “svuotare”. Normalmente, in questo significato economico, viene tradotto con “spiazzare”, nel senso che l’emissione di titoli sul debito comporta che una parte dei risparmi si rivolge a tali acquisti, in alternativa agli investimenti produttivi.
[71] Traduco “effettivi” con qualche dubbio; “(ex) post (real) interest rate” è il “tasso di interesse reale che interviene in un determinate periodo di tempo”. Esso è calcolato sottraendo al tasso di interesse nominale il tasso di inflazione di quel determinato periodo. Si distingue dal “(ex) ante (real) interest rate”, che è una misura di natura previsionale.
[72] Per “Conto corrente” o “bilancia del conto corrente” vedi le Note finali sulla traduzione.
[73] ‘Questo’ Stephen King è un economista che opera in uno dei più grandi gruppi bancari del mondo (HSBC).
[74] Economista Britannica. Assieme a Paul Ormerod fondò nel 1998 la importante associazione di consulenza economica “Volterra Partners” (non sono riuscito a comprendere da cosa sia venuto tale nome).
[75] Si tratta di una famosissima vecchia Battuta di Bill Clinton. Non di una eccessiva mancanza di rispetto per i suoi interlocutori.
[76] Emergency Medical Treatment and Active Labor Act.
[77] Catch-22 è una situazione nella quale regole o condizioni incongrue rendono impossibile ogni risultato. Espressione desunta da un romanzo dello scrittore americano Joseph Heller. Mi pare intraducibile.
[78] “Binderminder” letteralmente sarebbe “colui che guarda i faldoni”.
La storia dell’ultima gaffe di Mitt Romney è la seguente: nel dibattito con Obama egli si è vantato di aver avuto un confronto con associazioni femminili – al tempo in cui era alla Bain – e di aver chiesto quali donne avrebbe potuto assumere. Precisamente disse di voler vedere tutti i faldoni (“binders”) con i nomi delle donne. La storia è un po’ stupida, e indica una certa supponenza misogina, che ha fatto arrabbiare molti e molte. Il peggio è che alcune associazioni di quelle donne hanno poi chiarito che Romney non fece nulla con quegli elenchi, e la Bain Capital partì senza alcuna donna.
[79] La moderatrice del secondo dibattito tra Obama e Romney.
[81] In un articolo del 12 ottobre sul Wall Street Pit.
[82] La replica dei due famosi economisti è su Bloomberg del 16 ottobre.
[83] “Trough” è l’ “avvallamento” in una sequenza di onde, il punto più basso di un andamento ciclico.
[84] A Internet, per via di Sandy …
[85] “Fiscal cliff” è il termine usato per descrivere il rompicapo che il governo statunitense dovrà affrontare alla fine del 2012, quando I termini delle legge di Bilancio del 2011 andranno a scadenza. Tra le leggi che debbono essere cambiate per quella data, c’è la fine degli sgravi temporanei delle tasse sugli stipendi (che comporterebbero un incremento del 2% delle tasse sui lavoratori), la fine di certi sgravi fiscali per le imprese, modifiche alla alternativa della ‘minimum tax’, la fine degli sgravi fiscali provenienti dagli anni 2001-2003 e l’inizio delle tasse connesse con la legge di riforma della assistenza sanitaria di Obama. Nello stesso tempo i tagli alla spesa che furono concordati come parte dell’accordo sul ‘tetto del debito’ del 2011 comincerebbero ad andare in vigore. In sostanza maturerebbero tutte assieme le varie conseguenze di una sorta di bizzarro ‘armistizio’ legislativo che in questi anni ha caratterizzato la situazione nel Congresso americano, in bilico tra le proposta della amministrazione Obama e la preponderanza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti. Tale situazione si è caratterizzata per vari compromessi di rinvio di questioni rilevanti che, senza una legislazione di modifiche positive, andrebbero tutte assieme a produrre i loro effetti.
[86] “Dissonanza cognitiva” è un termine della psicologia con il quale si indica la condizione che deriva dal mantenere ed ispirarsi simultaneamente a due o più concetti (idee, fedi, valori, reazioni emozionali) in conflitto tra loro.
[87] Per tutte queste espressioni del lessico krugmaniano (Persone Molto Serie; ‘Guardiani dei Bonds’; ‘Fata turchina della fiducia’) vedi le Note finali sulla traduzione.
[88] Suppongo ancora il riferimento è all’uragano.
[89] Il nome della impresa delle reti dell’elettricità nel New Jersey.
[90] Esperto ‘sondaggista’ del New York Times.
[91] Ovvero sui risultati in termini di seggi dei singoli Stati nel “Collegio Elettorale”, che è il consesso nel quale si eleggono effettivamente sia il Presidente che il VicePresidente degli Stati Uniti.
[92] L’osservazione di Martin, che ha provocato l’ironia di Brad DeLong, è apparsa su Twitter (il titolo era “Il più stupido “tweet” (“cinguettio”) nell’intera storia di Twitter che è mai venuto da Jonathan Martin di Politico”.
[94] Penso il senso si questo, perché letteralmente sarebbe “sfigati che non vengono da nessuna parte”.
[95] E’ il dipartimento della Protezione civile, la Federal Emergency Management Agency, creato con decisione del Presidente degli USA nel 1978. Il meccanismo di funzionamento della Fema è il seguente: essa entra in funzione quando un Governatore di uno Stato dichiara una situazione di emergenza, ovvero quando l’evento viene giudicato eccedere le risorse e le possibilità organizzative di un singolo Stato. La FEMA può anche intervenire direttamente, ogni volta che sono in pericolo proprietà o beni federali. Ad esempio, quando un edificio del Governo Federale fu oggetto di un attentato dinamitardo nel 1995 ad Oklahoma City, le FEMA intervenne direttamente. Queste le immagini di quel disastro, che provocò 168 morti:
[96] Era il nomignolo di Michael Brown, anche detto “ hechuva job”. Era direttore della agenzia di protezione civile al tempo di Katrina, insediato da Bush nel 2003. Così soprannominato perché di lui Bush disse, all’indomani di Katrina, “yu’re doing a hack of job” (“stai facendo un diamine di lavoro”), e non intendeva offenderlo, ma elogiarlo!
[97] Immagino che in questo caso il riferimenti sia a quel 47 % che Romney disprezza.
[98] Karl Rove (nella foto sotto) è uno dei più noti (e reazionari) giornalisti americani, collabora con Fox News, Wall Street Journal e Newsweek. E’ stato stretto collaboratore di Bush. Citizens United è una organizzazione della galassia conservatrice.
[99] L’esperto di sondaggi nel New York Times, che in queste settimane sembra un punto di riferimento per Krugman.
[100] Tom Bradley, afroamericano, era stato Sindaco di Los Angeles e, nel 1982, perse contro le previsioni dei sondaggi le elezioni a governatore della California. Né derivò una teoria, secondo la quale era possibile che gli elettori bianchi, nei sondaggi, avessero espresso una preferenza per Bradley principalmente per l’imbarazzo di apparire condizionati da pregiudizi razziali, mentre nell’urna avevano poi votato per il candidato bianco. Krugman intende dire che meglio sarebbe avere resoconti su fenomeni realmente possibili, piuttosto che un giornalismo inventato di sana pianta.
[101] Il “collegio elettorale” è l’organismo nazionale dei delegati di tutti gli Stati che, eletti a seguito dei risultati elettorali presidenziali e con il criterio ben noto secondo il quale “chi vince prende tutti i delegati”, successivamente eleggono formalmente il Presidente degli Stati Uniti.
[102] Forse “four letters word” è, ad esempio, “fuck”.
[103] Giornalista di orientamento di sinistra che si occupa di politica, media, finanza e sport. Sembra con parecchio piglio.
[104] Non sono del tutto sicuro, ma è chiaro che è un inizio sul tono dello scherzo e del paradosso. Come a dire che il risultato che a Krugman stava più a cuore, oltre quello di “quel Tizio” di Obama, era quello della Warren (una economista che era stata al centro di polemiche nazionali con i repubblicani e che era candidata in queste elezioni). Così come gli stava a cuore che l’esperto di sondaggi del New York Times – Nate Silver – avesse ragione, come poi ha avuto.
[105] Nel senso che sinora la “real America” era un luogo comune dei conservatori, sinonimo della America profonda e di destra.
[106] L’espressione “cosa ha a che fare col Kansas?” era un modo tipico per rivendicare le condizioni della “real America”. Come a dire che tutti i discorsi complicati dei liberals non avevano niente a che vedere con il vero animo americano, rappresentato dal Kansas. Ora i liberals possono dire “chi se ne frega” …. perché dalle elezioni viene fuori un’altra America “vera” che non ha a che fare con quel Kansas.
[107] Ormai si usa il termine inglese. Letteralmente sarebbe il “pensiero desiderante”, o il “pensare tramite il desiderio”.
[108] Ovvero, che non sono state censurate sulla base delle regole di buona educazione che sono fissate per i commenti sui blog del New York Times.
[109] Esistono una miriade di David Walker. Questo è probabilmente un giornalista della CNN.
[110] Uomo politico americano. Già collaboratore di Clinton, era stato uno dei due copresidenti della Commissione bipartizan voluta da Obama nel suo precedente mandato.
[111] Un foglio di propaganda dei conservatori.
[112] L’articolo parla, in realtà, del fallimento, in apparenza un po’ scandaloso, di un progetto di utilizzo degli “smartphones” in campagna elettorale e delle polemiche che l’hanno seguito. Compresa quella relativa al fatto che quella iniziativa abbia per un certo periodo “distorto” la corretta percezione dei dati elettorali da parte dello stesso Romney. Non sono riuscito a capire in cosa consista quel caso di “morte” di un consulente, a meno che esso non stia a significare non una morte fisica ma un “licenziamento come consulente” di quel personaggio, del resto molto discusso.
[113] Si tratta di una bevanda dolciastra molto usata, e l’omino qua sotto è il suo simbolo pubblicitario. E’ stata inventata negli Stati Uniti, inizialmente fabbricata in Nebraska, successivamente in Messico.
[114] Letteralmente significherebbe all’incirca “contro travisando” (nel senso che per i repubblicani ogni dato negativo costituiva un “travisamento”, e stavano lavorando a “correggere” i presunti travisamenti ….)
[115] Letteralmente “cough” significa “tosse”; vale a dire il colpo di tosse che rende incomprensibile una parolaccia.
[116] “Obiettivismo” è il termine con il quale nella cultura americana si denomina il complesso di idee della filosofa e scrittrice russo-americana Ayn Randy. In realtà, come i lettori di queste traduzioni sanno, la Randy è una icona del movimento conservatore americano. Probabilmente, il senso della frase consiste nel fatto che tale icona è assai radicale e risulta un po’ indigesta anche a vari intellettuali repubblicani.
[117] Scrittrice di una certo successo, reaganiana purosangue.
[118] I “Keystones Kops” sono una squadra di poliziotti tragicamente incompetenti di famose commediole di film muto degli inizi del secolo scorso.
[119] Pew Research Center, un centro di ricerca e di sondaggi.
[120] Penso che ci sia un errore, forse “markets” al posto di “markers”.
giugno 10, 2012
| July 10, 2012, 9:03 am
Robert Samuelson has a very peculiar column in which he alleges that we can’t have Keynesian policies because irresponsible Keynesians ended budget responsibility back in the 1960s. Really. Look, I know that conservatives are still fuming over sex, drugs, rock and roll, and all that; hatred of hippies remains a powerful force in America around 35 years after the last hippie sighting. But look; here’s the history of the ratio of US federal debt to GDP: OK, something did happen to fiscal responsibility; but it happened circa 1981, not circa 1961. Who was the president then? I’m thinking, I’m thinking. I’d add that the recent rise in debt/GDP is very different from what happened in the 80s; this time around we really had a crisis that required fiscal support for the economy. What happened in the 80s had no such justification.
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10 luglio 2012
Follia degli anni ’60. Robert Samuelson ha scritto un articolo assai curioso nel quale sostiene che non possiamo avere politiche keynesiane perché keynesiani irresponsabili la fecero finita con la responsabilità di bilancio nei lontani anni ‘60. Proprio così. Si noti, io so che i conservatori sono ancora furiosi per il sesso, le droghe, il rock and roll e tutto il resto; l’odio verso gli hippies resta un sentimento potente in America, circa 35 anni dopo l’avvistamento dell’ultimo hippie. Ma si veda: qua c’è la storia del rapporto tra il debito federale degli Stati Uniti ed il PIL:
Dovrei aggiungere che la recente crescita nel rapporto debito/PIL è assai diversa da quanto accadde nel corso degli anni ’80; questa volta eravamo in mezzo ad una crisi che richiedeva il sostegno finanziario pubblico all’economia. Quello che accadde negli anni ’80 non aveva una giustificazione del genere.
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July 10, 2012, 2:20 pm
Whose Incentives?A note on taxes, benefits, and incentives, inspired by the “we are VIP/engine of the economy” crowd. There is no question that incentives matter, that other things equal, someone facing a high marginal tax rate will work less than he or she would otherwise. How much they matter is another issue; in fact, careful empirical study suggests that they matter far less than right-wing mythology would have it. But there’s a further point: if you care about incentives, you should care about everyone’s incentives. The top 0.01 percent may like to imagine that it is the engine of the economy, but there is no good reason to believe that there is anything special about their role other than the fact that they make lots of money. Or to be a bit more specific, there is no reason to believe that there is a larger gap between the social marginal product of super-elite earners and their pay than there is for anyone else. (If anything, given the prominence of dubious financial activities in the top .01’s income, the presumption goes the other way). So if you’re worried about the effect of marginal tax rates on work incentives, you should worry about that effect at all income levels. And here’s the thing: it’s actually a well-documented fact that effective marginal rates are highest, not on the superrich, but on workers toward the lower end of the scale. Why? Partly because of the payroll tax, but largely because of means-tested benefits that fade out as your income rises. Here’s a recent discussion by Eugene Steuerle (pdf), with this figure included:
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10 luglio 2012
Incentivi a favore di chi? Una nota su tasse, sussidi ed incentivi, che è ispirata dalla gente del “noi siamo i VIP, il motore dell’economia”.
Non c’è dubbio sul fatto che gli incentivi siano importanti, che, fermi tutti gli altri aspetti, un individuo con una elevata aliquota fiscale marginale lavorerebbe di meno di quanto farebbe in altre condizioni. Quanto essi contino è un’altra questione; nei fatti, una scrupolosa analisi empirica mostra che essi contano molto meno di quanto la mitologia della destra vorrebbe. Ma c’è un aspetto ulteriore: se vi preoccupate degli incentivi, vi dovreste preoccupare degli incentivi di tutti. Allo 0,01 per cento dei più ricchi può far piacere immaginare di essere il motore dell’economia, ma non c’è alcuna buona ragione di credere che ci sia qualcosa di speciale nella loro funzione, se non il fatto che fanno un sacco di soldi. O, per essere un po’ più precisi, non c’è ragione di credere che ci sia un differenziale più grande tra il prodotto marginale sociale ed i versamenti fiscali per le posizioni di reddito della super-élite e per quelle di tutti gli altri (semmai, considerato il rilievo di attività finanziarie dubbie tra i redditi dello 0,1 per cento dei più ricchi, il dubbio sarebbe a favore degli altri). Dunque, se vi preoccupate degli effetti delle aliquote fiscali marginali sugli incentivi a lavorare, dovreste preoccuparvene a tutti i livelli di reddito. E qua è il punto: è un fatto realmente ben documentato che le aliquote marginali effettive siano più alte non sui super ricchi, bensì sui lavoratori verso la zona più bassa della scala sociale. Perché? In parte per la tassa sugli stipendi, ma in gran parte a causa dei benefici dipendenti dalle verifiche sui redditi, che svaniscono nel momento in cui i redditi aumentano. A questo proposito c’è un recente contributo di Eugene Steuerle (disponibile in pdf), con questa tabella inclusa [2]: |
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| So if you’re really, really concerned about incentives, you should focus not on top rates but on this lower-income trap. How can this be done?
Well, one answer is to be meaner to the poor; bringing us back to Dickensian conditions would reduce effective marginal tax rates, plus lead to a lot of starving children and such. Another answer is to do less means-testing — for example, to provide universal health care, free school lunches for all, etc.. Of course, this would require more money, and hence higher marginal tax rates on higher incomes — but remember, those incomes aren’t where the acute incentive problems are to be found. But in the real world, of course, conservatives want more means-testing, not less, so that they can afford to cut tax rates at the top. Social justice aside, this actually makes the “real tax system”, as Steuerle dubs it, even more distorted. And all of this is justified with the mythology that the rich make a special contribution to the economy over and above the huge amounts they actually get paid. Funny how that works.
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Dunque, se siete realmente preoccupati degli incentivi (a lavorare), dovreste concentrarvi non sulle aliquote sui più ricchi, bensì su questa trappola per i redditi più bassi. Come si può fare?
Ebbene, una risposta potrebbe essere quella di essere più avari verso i poveri; tornando a condizioni dickensiane si ridurrebbero le aliquote fiscali marginali effettive, in più si otterrebbe una gran quantità di bambini affamati e cose del genere. Un’altra risposta sarebbe quella di fare meno verifiche sui redditi – ad esempio, fornire assistenza sanitaria universale, mense scolastiche gratuite per tutti e così via. Naturalmente, servirebbero più soldi e di conseguenza aliquote fiscali marginali più elevate sui redditi più alti – ma, ricordate, non è su quei redditi che si trovano i più seri problemi degli incentivi. Ma, nel mondo reale, naturalmente, i conservatori vogliono più verifiche sui redditi, non meno, in modo da permettersi di ridurre le aliquote fiscali sui redditi più elevati. Chiacchiere sulla giustizia sociale a parte, questo effettivamente rende(rebbe) il “sistema fiscale reale”, come lo chiama Steuerle, anche più distorto.
E tutto questo si giustifica con la mitologia secondo la quale i ricchi forniscono un contributo speciale all’economia, molto al di sopra delle somme elevate che effettivamente percepiscono. E’ buffo come funziona.
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July 11, 2012, 9:37 am
Pointless Pain In SpainIt’s no fun being Prime Minister of a debtor nation without its own currency. Unlike the US or the UK, Spain has no easy options. That said, the new austerity measures just announced make no sense at all. According to news reports, Rajoy has announced 65 billion euros of tax increases and spending cuts; this will clearly deepen Spain’s depression. So what purpose will this serve? Think of Spain as facing a three-level problem. The topmost level is the problem of the banks; set that aside for now. Below that is the problem of sovereign debt. What makes the debt problem so serious, however, is the underlying problem of competitiveness: Spain needs to increase exports to make up for the jobs lost when its housing bubble burst. And it faces years of a highly depressed economy until costs have fallen enough relative to the rest of Europe to achieve the needed gain in competitiveness. So, what do the new austerity measures contribute to the solution of these problems? Well, Spain’s deficit will be smaller. Not 63 billion euros smaller, since the further depression of Spain’s economy will reduce revenues; say it’s 40 or 45 billion euros less debt, which is around 4 percent of Spanish GDP. Does anyone think this will make a big difference to the long-run fiscal outlook, or restore investor confidence? What about competitiveness? Let’s be frank and brutal: the European strategy is basically for debtor nations to achieve relative deflation via high unemployment. Think of it in terms of a Phillips curve: I’ve drawn this curve very flat at high rates of unemployment – which is what all the evidence suggests. If nothing else, this crisis has given us overwhelming evidence that downward nominal wage rigidity is real and a major factor. Now think about what Spain is doing: basically, it’s moving from A to B – driving its unemployment rate even higher. This will possibly lead to a slight acceleration of the improvement in Spain’s competitiveness. Maybe. But it won’t be significant. So, Rajoy is imposing harsh further austerity that will raise unemployment while making no significant dent in either the fiscal problem or the competitiveness problem. And this makes sense why?
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11 luglio 2012
Pene inutili in Spagna Non è divertente fare il Primo Ministro di una nazione debitrice priva di una propria valuta. Diversamente dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, la Spagna non ha opzioni facili. Ciò detto, le nuove misure di austerità appena annunziate non hanno alcun senso. Secondo i resoconti giornalistici, Rajoy avrebbe annunziato 65 miliardi di euro di aumenti delle tasse e di tagli di spesa; questo chiaramente renderà più grave la depressione spagnola. Quale sarà lo scopo di tutto questo? Si pensi alla Spagna come si avesse di fronte un problema a tre livelli. Il livello superiore è il problema delle banche; per il momento teniamolo da parte. Sotto c’è il problema del debito sovrano. Quello che rende il problema del debito così serio, tuttavia, è il sottostante problema della competitività: la Spagna ha bisogno di accrescere le esportazioni per compensare i posti di lavoro persi con lo scoppio della sua bolla immobiliare. Ed essa fronteggerà anni di economia seriamente depressa sinché i costi non saranno caduti a sufficienza a confronto con il resto dell’Europa, così da ottenere i risultati necessari di competitività. Dunque, in che modo le nuove misure di austerità contribuiscono alla soluzione del problema? Ebbene, i deficit della Spagna sarà più piccolo. Non più piccolo di 63 miliardi di euro, dal momento che l’ulteriore depressione dell’economia della Spagna ridurrà le entrate; diciamo ci sarà un minor debito di 40 o 45 miliardi di euro, che è circa il 4 per cento del PIL spagnolo. C’è qualcuno che possa pensare che questo farà una gran differenza nella prospettiva a lungo termine della finanza pubblica, o che ristabilirà la fiducia degli investitori? Che dire della competitività? Siamo franchi e brutali: la strategia europea per le nazioni debitrici è di procurare una deflazione relativa attraverso una elevata disoccupazione. La si pensi nei termini di una curva di Phillips: Ho disegnato questa curva molto piatta ad alti livelli di disoccupazione – che è quello che mostrano tutte le prove. Se non altro, questa crisi ci ha fornito la prova schiacciante che la rigidità del salario nominale verso il basso è un fatto effettivo ed importante. Si pensi ora a cosa sta facendo la Spagna: fondamentalmente si sta muovendo da A verso B – portando il suo tasso di disoccupazione ancora più in basso. Questo probabilmente porterà ad una leggera accelerazione del miglioramento della competitività spagnola. Forse. Ma non sarà significativo. Dunque, Rajoy sta imponendo una ulteriore severa austerità che incrementerà la disoccupazione nel mentre non provocherà alcun significativo segno sia sul problema della finanza pubblica che della competitività. Perché dovrebbe aver senso?
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July 11, 2012, 4:35 pm
Filters and Full Employment (Not Wonkish, Really)There’s a mini-debate with important economic implications going on over the use of a statistical technique called the Hodrick-Prescott filter. Tim Duy has a round-up and some thoughts of his own. But I thought I should weigh in, partly because I encountered this very same issue way way back when regarding Japan (pdf), partly because what may look like a debate about statistical technique is actually a crucial debate about the nature of our ongoing economic disaster. So, the HP filter is a technique that is supposed to extract underlying trends from data in which there is a lot of short-term fluctuation around the trend. To do this, it “smooths” the data — roughly speaking, it takes a weighted average over a number of years. This smoothed measure is then supposed to represent the underlying trend. When applied to business cycles, the HP filter finds a smoothed measure of real GDP, which is then taken to represent the economy’s underlying potential, with deviations from this smoothed measure representing unsustainable temporary deviations from potential. And what’s happening now, as Tim Duy points out, is that some people — including Fed officials — are using this kind of filter to argue that the US economy is already operating near potential, so that there is no reason to pursue expansionary monetary and fiscal policy. What’s wrong with this view? The answer is that a statistical technique is only appropriate if the underlying assumptions behind that technique reflect economic reality — and that’s almost surely not the case here. The use of the HP filter presumes that deviations from potential output are relatively short-term, and tend to be corrected fairly quickly. This is arguably true in normal times, although I would argue that the main reason for convergence back to potential output is that the Fed gets us there rather than some “natural” process.
But what happens in the aftermath of a major financial shock? The Fed finds itself up against the zero lower bound; it is reluctant to pursue unconventional policies on a sufficient scale; fiscal policy also gets sidetracked. And so the economy remains below potential for a long time. Yet the methodology of using the HP filter basically assumes that such things don’t happen. Instead, any protracted slump gets interpreted as a decline in potential output! Here’s the chart I made way back in 1998 for the 1930s: Yep: the HP filter “decided” that the US economy was back at potential by 1935. Why? Because it automatically interpreted the Great Depression as a sustained decline in potential, because by assumption the filter incorporated such slumps into its estimate of the economy’s potential. Strange to say, however, it turned out that there was in fact a huge amount of excess capacity in America, needing only an increase in demand to be put back into operation. It seems totally obvious to me that people who are now using HP filters to argue that we’re already at full employment are making exactly the same mistake. They have in effect, without realizing it, assumed their answer — using a statistical technique that only works if prolonged slumps below potential GDP can’t happen. As always, statistical techniques are only as good as the economic assumptions behind them. And in this case the assumptions are just wrong.
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11 luglio 2012
I filtri e la piena occupazione (non necessariamente per esperti) C’è un mini dibattito con importanti implicazioni economiche in corso sull’uso di una tecnica statistica chiamata il filtro Hodrick-Prescott. Tim Duy ne ha fatto un riassunto, aggiungendoci qualche suo pensiero. Ma ho pensato di dover intervenire, in parte perché avevo incontrato questo stesso tema molto, molto tempo fa a proposito del Giappone (disponibile in pdf), in pare perché quello che può sembrare un dibattito su una tecnica statistica è effettivamente un dibattito cruciale sulla natura del nostro perdurante disastro economico. Dunque, il filtro HP è una tecnica che si suppone estragga tendenze di fondo da dati nei quali si manifesta molta fluttuazione di breve periodo attorno alla tendenza. Per far questo, esso “spiana” i dati – per dirla grossolanamente, assume una media ponderata su un certo numero di anni. Questa misura ‘semplificata [3]’ si suppone che rappresenti la tendenza sottostante. Quando si applica ai cicli economici, il filtro HP trova una misura semplificata del PIL reale, che è poi assunta per rappresentare il sottostante potenziale dell’economia, con le deviazioni da questa misura semplificata che rappresentano deviazioni provvisorie dal potenziale che non possono reggere nel lungo periodo. E quello che ora sta accadendo, come Tim Duy mette in evidenza, è che alcune persone – inclusi dirigenti della Fed – stanno usando questo genere di filtro per sostenere che l’economia americana sta già operando nei pressi del suo potenziale, in modo tale che non ci sarebbe ragione per proseguire una politica monetaria e della finanza pubblica espansiva. Cosa c’è di sbagliato in questo punto di vista? La risposta è che una tecnica statistica è appropriata solo alla condizione gli assunti impliciti dietro tale tecnica riflettano l’economia reale – e quello quasi sicuramente non è il caso in questione. L’uso del filtro HP presuppone che le deviazioni dalla produzione potenziale siano relativamente di breve periodo, e tendano ad essere corrette abbastanza rapidamente. Questo è probabilmente vero in tempi normali, sebbene io riterrei che la principale ragione per una convergenza ex-post al prodotto potenziale stia nel fatto che la Fed ci porta a quella situazione, piuttosto che in qualche processo “naturale”. Ma cosa accade sulla scia di un importante shock finanziario? La Fed si ritrova di fronte al limite inferiore di zero [4]; essa è riluttante a perseguire politiche non convenzionali su una scala adeguata; anche una politica finanziaria pubblica finisce con l’essere sviata. E così l’economia resta al di sotto del suo potenziale per un lungo periodo. Tuttavia la metodologia dell’utilizzo del filtro HP fondamentalmente suppone che cose del genere non accadano. Piuttosto, ogni depressione prolungata viene interpretata come un declino del prodotto potenziale. Questa è la tabella che io elaborai nel passato 1998 per gli anni ’30:
Guarda un po’: il filtro HP “decise” che l’economia americana era tornata al suo potenziale nel 1935. Perché? Perché esso interpretò automaticamente la Grande Depressione come un prolungato declino del potenziale, poiché per presupposto il filtro incorporava tali depressioni nella sua stima del potenziale dell’economia. Strano a dirsi, tuttavia, si scoprì che c’era di fatto una grande quantità di eccesso di produttività in America, che abbisognava soltanto di un incremento di domanda per tornare ad essere operativa. Mi sembra totalmente evidente che le persone che stanno ora utilizzando i filtri HP per sostenere che siamo già alla piena occupazione stiano facendo esattamente lo stesso errore. In effetti essi hanno presupposto, senza rendersene conto, la loro risposta – utilizzando una tecnica statistica che funziona soltanto se le depressioni prolungate al di sotto del PIL potenziale non hanno luogo. Come sempre, le tecniche statistiche sono adatte solo nello stesso modo in cui lo sono gli assunti economici che le sorreggono. E in questo caso gli assunti sono semplicemente sbagliati.
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July 12, 2012, 9:31 am
Very Serious PredictionsErskine Bowles and Alan Simpson are the quintessential Very Serious People; they are mentioned in worshipful tones no matter how bizarre their remarks. And they were key players in the great hijacking of US policy debate over the course of 2010 and 2011, in which unemployment dropped off the agenda and the deficit moved front and center. So, about 16 months have passed since both men predicted a US fiscal crisis within two years. Here’s how it’s going: the US just sold a bunch of long term debt for the lowest interest rate ever. A picture (I had to overlay two slightly different series because the constant-maturity data don’t go all the way back): The truth is that predictions of an imminent fiscal crisis made no sense, and would have been considered irresponsible demagoguery if the people making the predictions weren’t so Serious.
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12 luglio 2012
Previsioni Molto Serie Erskine Bowles ed Alan Simpson sono la quintessenza delle Persone Molto Serie [5]; essi sono menzionati con toni di venerazione, a prescindere da quanto siano bizzarre le loro osservazioni. E sono stati tra gli attori principali del grande sviamento del dibattito politico statunitense nel corso del 2010 e del 2011, quando la disoccupazione è uscita dalla agenda e il deficit ha assunto la massima visibilità. Dunque, sono passati circa 16 mesi da quando ambedue questi personaggi pronosticarono una crisi della finanza pubblica americana nel corso di due anni. Ecco come sta andando: gli Stati Uniti hanno semplicemente venduto una quantità di debito a lungo termine ad un tasso di interesse basso come non mai. Una tabella (ho dovuto sovrapporre due serie leggermente diverse perché i dati a tasso variabile indicizzato non coprono l’intero periodo precedente): La verità è che la previsione di una imminente crisi della finanza pubblica non aveva senso, e sarebbe stata considerata demagogia irresponsabile se coloro che fanno previsioni del genere non fossero Seri.
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July 12, 2012, 9:43 am8
Magneto MuddlesBrad DeLong is baffled by Jeff Sachs, and so am I. Sachs is opposed to fiscal stimulus; I get that. But his argument is a series of non sequiturs. Unfortunately, those same non sequiturs play a fairly significant role in policy debate. Leave aside the complete straw man mischaracterization of Keynesian views. As far as I can tell, the Sachs-and-others argument comes down to the claim that we must not seek to remedy a shortfall in demand because the economy has long-term structural problems. What sense can this possibly make? Consider the extended version of the “magneto trouble” metaphor I use in my recent book. Keynes argued that the Great Depression could be thought of as a failure in the car’s electrical system; so let’s think of it as a situation where your car won’t run because it has a dead battery — that is, you could get it running again with a fairly trivial and easy intervention: just buy a new battery, which costs only a tiny fraction of the expense of a new car. In saying this I am not denying that there may be other problems with the car, perhaps even big ones. Maybe it needs new brakes, or a new transmission, and these had better be dealt with soon. Still, what sense can it possibly make to say that therefore you shouldn’t start by replacing that dead battery? I really don’t get it.
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12 luglio 2012
L’impianto elettrico non funziona più Brad DeLong è come me sconcertato da Jeff Sachs. Sachs si è opposto alle misure di sostegno della finanza pubblica; questo si è capito. Ma il suo argomento è una serie di conclusioni illogiche. Sfortunatamente, sono gli stessi argomenti che giocano un ruolo significativo nel dibattito politico. Prescindiamo dalla rappresentazione completamente fuorviante dei punti di vista keynesiani. Per quanto posso dire, l’argomento di Sachs e degli altri deriva dalla tesi secondo la quale non dovremmo cercare di porre rimedio alla caduta della domanda perché l’economia ha problemi strutturali di lungo termine. Quale è il significato possibile di tutto ciò? Si consideri la versione integrale della metafora dei “problemi all’impianto elettrico” che utilizzo nel mio recente libro. Keynes sosteneva che la Grande depressione potrebbe essere pensata come un guasto nel sistema elettrico di una automobile; dunque pensatela come una situazione nella quale la vostra macchina non camminerà perché ha la batteria finita – vale a dire, che voi potreste farla tornare a funzionare con un intervento abbastanza banale e semplice: soltanto acquistare una nuova batteria, il cui costo è una minuscola frazione della spesa per una macchina nuova. Nel dire questo, io non sto negando che ci possano essere altri problemi con quella macchina, forse persino rilevanti. Forse ha bisogno di freni nuovi, o di un nuovo impianto di trasmissione, e sarebbe bene se ve ne occupaste rapidamente. Tuttavia, che senso può avere affermare che di conseguenza non dovreste sostituire quella batteria finita? Davvero non lo capisco. |
July 12, 2012, 4:07 pm
The Long Run History of Taxes on the RichWe know that taxes on the very rich are at a historic low right now, which will go even lower if Mitt Romney wins. But how low, exactly? All the detailed studies I know of go back only to 1960. I’ve written about Piketty-Saez; the 2010 Economic Report of the President (pdf) also provided estimates, not taking into account corporate taxes: All these estimates show that taxes on the rich are the lowest they have been in half a century. But what about before 1960? Well, we know that the top marginal tax rate was even higher in the 40s and 50s than in the 60s; and it was very high by modern standards through much of the 30s too. So I think it’s safe to say that taxes on the rich are currently lower than they have been for not 50 but 80 years. And if Mitt Romney gets his way, we’ll bring those taxes down to levels not seen since Calvin Coolidge.
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12 luglio 2012
La storia delle tasse sui ricchi nel lungo periodo Sappiamo che le tasse sulle persone molto ricche sono in questo momento ad un livello storicamente basso, che diventerà persino più basso se vince Romney. Ma quanto basso, esattamente? Tutti gli studi dettagliati che io conosco risalgono soltanto sino al 1960. Ho già scritto a proposito di Picketty-Saez; anche il Rapporto Economico del Presidente del 2010 (disponibile in pdf) ha fornito stime, non includendo le tasse sulle imprese: Tutte queste stime mostrano che le tasse sui più ricchi sono al livello più basso dell’ultimo mezzo secolo. Ma cosa si può dire prima del 1960? Ebbene, noi sappiamo che l’aliquota fiscale marginale sui più ricchi era persino più alta negli anni 40 e 50 rispetto agli anni 60; e fu molto alta per gli standards moderni per gran parte degli anni 30. Dunque, penso si possa dire con sicurezza che le tasse sui ricchi sono attualmente più basse di quanto non siano state non per 50 anni, ma per gli ultimi 80 anni. E se Romney riesce nel suo proposito, abbasserà quelle tasse a livelli che non si erano visti dall’epoca di Calvin Coolidge.
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July 13, 2012, 9:34 am
Business Is Not EconomicsPresident Obama gets this exactly right: When some people question why I would challenge his Bain record, the point I’ve made there in the past is, if you’re a head of a large private equity firm or hedge fund, your job is to make money. It’s not to create jobs. It’s not even to create a successful business – it’s to make sure that you’re maximizing returns for your investor. Now that’s appropriate. That’s part of the American way. That’s part of the system. But that doesn’t necessarily make you qualified to think about the economy as a whole, because as president, my job is to think about the workers. My job is to think about communities, where jobs have been outsourced. A country is not a company — and it’s definitely not a private equity firm. And here’s the thing: Romney is running for president entirely on the basis of his business success. In a better world he could be running on the basis of his successful health reform, but now he’s condemning that very achievement. In a better world he could actually be running on the basis of some kind of coherent policy ideas, but instead he’s offering nothing but a mix of tax cuts for the rich and benefit cuts for the middle class so extreme that focus groups refuse to believe that this is his actual proposal. Once the Bain record becomes a liability instead of a strength, there’s nothing there.
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13 luglio 2012
Gli affari non sono l’economia Il Presidente Obama su questo ha assolutamente ragione: “Quando alcuni (mi) chiedono in che modo io sfiderei i suoi risultati alla Bain [6], il punto che io ho posto in passato è stato che, se siete a capo di una società di ‘private equity’ [7]o di un ‘hedge fund’, il vostro lavoro è fare soldi. Non è neanche quello di creare un’impresa di successo – è quello di esser certi di massimizzare il rendimenti per il vostro investitore. Ora, questo è corretto. Questo è parte del modo di essere americano. E’ parte del sistema. Ma questo non vi autorizza necessariamente a pensare di essere qualificati a ragionare dell’economia nel suo complesso, perché come Presidente, il mio lavoro consiste nel ragionare dal punto di vista dei lavoratori. Il mio lavoro è ragionare dal punto di vista delle comunità, dalle quali i posti di lavoro sono stati esternalizzati”. Un paese non è un’impresa [8] – e certamente non è una società di ‘private equity’. E qua è il punto: Romney sta correndo per la presidenza interamente sulla base del suo successo negli affari. In un mondo migliore, egli dovrebbe correre sulla base della sua riforma sanitaria di successo [9], ma adesso Romney è tenuto a condannare quel suo reale risultato. In un mondo migliore, egli dovrebbe effettivamente competere sulla base di un qualche genere di idee politicamente coerenti, ma egli sta offrendo piuttosto un miscuglio talmente estremista di sgravi fiscali per i ricchi e di tagli ai sussidi per le classi medie, che il ‘gruppi di ascolto’ [10] rifiutano di credere che queste siano effettivamente le sue proposte. Una volta che le prestazione alla Bain diventano una responsabilità invece che un punto di forza, non ci resta niente.
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July 13, 2012, 9:54 am
Simple Isn’t SimplisticA further thought inspired by Brad DeLong’s puzzlement over Jeff Sachs; Sachs, who really should know better, joins the chorus of people denouncing Keynesian ideas as crude and “simplistic”. No, they aren’t — they’re (fairly) simple, which is not at all the same thing. The IS-LM model that underlies most of what I write about macro is arguably pretty simple, boiling down to two crossing curves; it leaves out a lot of detail, especially about debt and the financial sector, that can be important — which is why I’ve been working with Gauti Eggertsson on models that do bring some of this stuff in.. But it’s a very sophisticated form of simplicity, as evidenced by the foolish things people who don’t understand IS-LM say.
In particular, this simple model yields an insight that basically everyone who didn’t know about this model missed: the rules change dramatically when you’re up against the zero lower bound. And the simplicity is actually an essential part of the insight. If you don’t work hard to express your concepts in as simple a model as possible, you all too often, I’d say usually, end up with a much cruder (not to say more confused) view of the world than the one you get by trying to get at the essentials of the story. That’s why “simplify, simplify” is a key part of my own research creed. So as I said at a New York Review event a few months ago, the next time someone calls me crude, I’m gonna punch them in the face.
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13 luglio 2012
Semplice non è semplicistico Un ulteriore pensiero ispirato dalle perplessità di Brad DeLong su Jeff Sachs [11]; Sachs, che effettivamente dovrebbe saperne di più, aderisce al coro di coloro che denunciano le idee keynesiane come ‘semplicistiche’. No, non è così – esse sono (abbastanza) semplici, il che non è affatto la stessa cosa. Il modello IS – LM, su cui si basa gran parte di quello che io scrivo sulla teoria economica, è probabilmente piuttosto semplice, riducendosi in pratica a due curve che si incrociano; esso lascia fuori una quantità di dettagli, specialmente a proposito del debito e del settore finanziario, che possono essere importanti – e quella è la ragione per la quale io ho lavorato assieme a Gauti Eggertsson proprio su modelli che introducono cose del genere … Ma si tratta di una forma molto sofisticata di semplicità, come è evidenziato dalle sciocchezze che dicono coloro che non capiscono quello che il modello IS – LM dice. In particolare, quel semplice modello ci restituisce una intuizione che fondamentalmente tutti coloro che non lo conoscono sono costretti a trascurare: le regole cambiano in modo spettacolare quando ci si imbatte nel limite inferiore dello zero [12]. E la semplicità è effettivamente una componente essenziale della intuizione. Se non si lavora sodo per esprimere le proprie idee in un modello il più semplice possibile, come io affermo sempre, anche troppo spesso si approda ad un punto di vista sul mondo reale molto più grossolano (per non dire più confuso) di quello che si otterrebbe cercando di restare agli aspetti essenziali del problema. Questa è la ragione per la quale “semplificare ed ancora semplificare” è l’aspetto centrale del mio credo di ricercatore. Così, come ho detto ad un incontro presso la New York Review mesi orsono, la prossima volta che qualcuno mi dirà che sono approssimativo, finirò per dargli un cazzotto in faccia. |
July 22, 2012, 3:19 pm
America Is A Violent CountryKieran Healy has a chart: The blue line at the top is the US; the other lines are for other advanced countries. What I find most striking here actually isn’t the higher US level of violence; it’s the remarkable turnaround. I grew up in the America marked by that peak in violence — the America in which Times Square was a nest of drug addicts and porn shops, and people were afraid to take the subway. Now it’s another world. And that’s one reason I find all these laments about declining values among non-elite Americans hard to take seriously. If things like single parenthood were as bad as they say, how can social pathologies have declined so much?
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22 luglio 2012
L’America è un paese violento. Kieran Healy pubblica una tabella: La linea blu in alto rappresenta gli Stati Uniti; le altre linee sono gli altri paesi avanzati. Quello che io trovo più impressionante non è il livello più elevato di violenza degli Stati Uniti; è la considerevole inversione di tendenza. Io sono cresciuto in quell’America segnata da quel picco di violenza – l’America nella quale Times Square era un covo di tossicomani e di negozi porno, e le persone avevano paura di prendere il metrò. Oggi è un altro mondo. E questa è una ragione per la quale faccio fatica a prendere sul serio tutte queste lamentele sui valori in declino tra gli americani comuni. Se cose come l’avere un solo genitore [13] fossero così cattive come si dice, come potrebbero essere tanto in declino le patologie sociali?
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July 23, 2012, 10:51 am
A Foolish Lack Of TerrorGermany’s vice chancellor says that the prospect of a Greek euro exit has “lost its terror”. Meanwhile, Spiegel is reporting that the IMF has decided to pull the plug. I find their lack of terror … disturbing. I’m not saying that Greece should be kept in the euro; ultimately, it’s hard to see how that can work. But if anyone in Europe is imagining that a Greek exit can be easily contained, they’re dreaming. Once a country, any country, has demonstrated that the euro isn’t necessarily forever, investors — and ordinary bank depositors — in other countries are bound to take note. I’d be shocked if Greek exit isn’t followed by large bank withdrawals all around the European periphery. To contain this, the ECB would have to provide huge amounts of bank financing — and it would probably have to buy sovereign debt too, especially given the spiking yields on Spanish and Italian debt that are taking place as you read this. Are the Germans ready to see that?
My advice here is to be afraid, be very afraid. On a related note, the yield on long-term US debt is dropping into Japanese territory.
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23 luglio 2012
Folle mancanza di paura Il vice Cancelliere Tedesco dice che la prospettiva di un’uscita della Grecia dall’euro ha perduto la sua “carica di terrore”. Nel contempo, Spiegel informa che il FMI avrebbe deciso di “staccare la spina”. Trovo la loro mancanza di paura … inquietante. Non sto dicendo che la Grecia dovrebbe essere trattenuta nell’euro; è difficile vedere come questo potrebbe funzionare. Ma se qualcuno in Europa si sta immaginando che un’uscita della Grecia possa essere contenuta con facilità, sta sognando. Una volta che un paese, un qualsiasi paese, abbia mostrato che l’euro non è necessariamente per sempre, gli investitori – e i depositanti ordinari delle banche – negli altri paesi sono destinati a prenderne nota. Sarei stupito se l’uscita della Grecia dall’euro non fosse seguita da ampi prelievi bancari in tutta la periferia europea. Allo scopo di contenere tutto ciò, la BCE dovrebbe provvedere a cospicui contributi di finanziamenti alle banche – e probabilmente dovrebbe acquistare anche debito sovrano, in particolar modo considerati i picchi di rendimento sul debito spagnolo ed italiano che stanno prendendo piede nel mentre voi leggete queste note. Sono pronti i tedeschi a rendersene conto? Consiglierei di aver paura, di avere molta paura. Intanto, in una nota collegata, il debito a lungo termine degli Stati Uniti sta scivolando in territorio giapponese. |
July 23, 2012, 5:29 pm
Free MoneyTake a look at the latest Treasury real yield curve data — the interest rate the U.S. government pays on bonds that are indexed to inflation: |
23 luglio 2012
Denaro gratis Si dia un’occhiata agli ultimi dati sulla curva dei rendimenti reali dei buoni del Tesoro – il tasso di interesse che il governo statunitense paga per obbligazioni indicizzate all’inflazione: |
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| That’s right: for every maturity of bonds under 20 years, investors are paying the feds to take their money — and in the case of maturities of 10 years and under, paying a lot.
What’s going on? Investor pessimism about prospects for the real economy, which makes the perceived safe haven of US debt attractive even at very low yields. And pretty obviously investors do consider US debt safe — there is no hint here of worries about the level of debt and deficits. Now, you might think that there would be a consensus that, even leaving Keynesian things aside, this is a really good time for the government to invest in infrastructure and stuff: money is free, the workers would otherwise be unemployed. But no: the Very Serious People have decided that the big problem is that Washington is borrowing too much, and that addressing this problem is the key to … something.
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E’ così: per ogni livello di maturità delle obbligazioni al di sotto dei 20 anni, gli investitori stanno pagando gli uffici federali che trattengono i loro soldi – e nel caso di maturità di dieci anni e inferiori, pagano un bel po’.
Cosa sta accadendo? Si tratta del pessimismo degli investitori, che rende il rifugio del debito statunitense percepito come sicuro, attrattivo persino a rendimenti molto bassi. Ed è abbastanza naturale che gli investitori considerino sul serio il debito americano sicuro – non c’è in questo caso alcun segno di preoccupazione sul livello del debito e sui deficit. Ora, potreste ritenere che ci sia consenso sul fatto che, anche lasciando da parte i temi keynesiani, questo sia effettivamente un buon momento per il Governo per investire in infrastrutture e cose del genere: il denaro è gratis, in altro modo i lavoratori sarebbe disoccupati.
Ma no: le Persone Molto Serie hanno deciso che il problema è che Washington si sta indebitando troppo, e che affrontare questo problema sia la chiave di … qualcosa. |
July 23, 2012, 12:01 pm
VSPs of EnergyDavid Roberts has an interesting post about how the “experts” massively underestimated the potential for growth in renewable energy: wind and solar have grown enormously faster than the Very Serious People, energy sector, predicted circa 2000. He links this to the somewhat related tendency of the alleged experts to predict huge costs from efforts at energy conservation, huge costs that keep on not materializing. Roberts suggests that it’s because conventionally-minded experts aren’t in touch with the potential of technologies that are (a) new and (b) distributed, representing choices by millions of players as opposed to a few big corporations. Maybe. But I’d place more emphasis on a more cynical view: capture, both crude and subtle, by existing fossil-fuel interests (with nuclear power, another big business venture, somewhat similar). It should be obvious that Big Oil and Big Coal have a stake in having the public believe that there is no alternative to ever more drilling, digging, and burning. And who employs, funds, and generally shapes the careers of mainstream energy “experts”? Who actually has a seat at the table when international organizations are putting together their scenarios? It doesn’t have to be raw corruption, although there’s that too. It can instead be a matter of creating a mindset. And a lot of that mindset involves the sense that serious, hard-headed men think in terms of big extractive projects, that solar, wind, and conservation are hippie stuff — a sense that persists even in the teeth of contrary evidence. The VSPs strike again.
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23 luglio 2012
Le Persone Molto Serie dell’energia. David Roberts ha un’interessante post su come “gli esperti” sottostimino massicciamente il potenziale di crescita delle energie rinnovabili: l’eolico ed il solare sono cresciuti in modo enormemente più rapido di quanto le Persone Molto Serie, comparto dell’energia, avessero pronosticato attorno al 2000. Egli lo collega a qualche connessa tendenza dei supposti esperti nel predire enormi costi derivanti dalla conservazione dell’energia, enormi costi che continuano a non materializzarsi. Roberts suggerisce che questo derivi dal fatto che esperti di mentalità convenzionale non sono in sintonia con il potenziale di tecnologie che sono (a) nuove e (b) diffuse, rappresentando scelte da parte di milioni di protagonisti, all’opposto di poche grandi imprese. Può darsi. Ma io darei maggiore enfasi ad un aspetto più cinico: la presa, insieme rozza e sottile, degli interessi in corso sui combustibili fossili (con l’energia nucleare, un’altra iniziativa di grandi imprese, a suo modo in condizioni simili). Dovrebbe essere chiaro che Big Oil e Big Coal [14] hanno interesse nel far credere alla opinione pubblica che non c’è nessuna alternativa a trivellare, estrarre e bruciare sempre di più. E che è che dà lavoro, finanzia ed in generale modella le carriere degli “esperti” di grido nel settore energetico? Chi ha per davvero voce in capitolo quando le organizzazioni internazionali mettono assieme i loro scenari? Non si tratta necessariamente di rozza corruzione, sebbene ci sia anche questo. Può invece trattarsi di creare una mentalità. E gran parte di quella mentalità include la sensazione che le persone serie e ponderate pensino nei termini di grandi progetti di estrazione, e che il solare, l’eolico e le energie pulite siano roba da hippies – una sensazione che persiste anche in barba all’evidenza. Le Persone Molto Serie colpiscono ancora. |
July 24, 2012, 9:15 am
Yield StoriesLow interest rates on the bonds of just about every country that still has its own currency have created a small industry of would-be explainers. It’s a bubble; no, it’s the global shortage of safe assets; no, it’s “disaster economics“. Maybe there’s some truth to some of these stories. But surely the dominant story is very simple: it reflects market perceptions that the economy is going to be depressed for a long time. As I’ve argued before, you really want to look at Japan, which exhibited this syndrome at a time when there was clearly no shortage of safe assets and few were talking about disaster: This time is not different.
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24 Luglio 2012
Storie di rendimenti I bassi tassi di interesse sui bonds di praticamente tutti i paesi che dispongono ancora della loro valuta hanno dato vita ad una piccola industria di sedicenti addetti alle spiegazioni. E’ una bolla; no, e la deficienza globale di assets sicuri; no, è una “economia delle calamità”. Forse in alcuna di queste storie c’è un po’ di verità. Ma sicuramente la storia più convincente è assai semplice: il fenomeno riflette le percezioni dei mercati, secondo le quali l’economia è destinata a restare depressa per lungo tempo. Come ho sostenuto in precedenza, in effetti bisogno guardare al Giappone, che mostrò questa sindrome in un periodo nel quale non c’era sicuramente alcun difetto di assets sicuri e in pochi stavano parlando di disastri: Questa volta non è diverso.
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July 24, 2012, 2:13 pm
They Didn’t Build ThatA few thoughts related to the fake controversy over Obama’s “you didn’t build that”: First, sure enough, the self-reliant businessman featured in Romney’s ads was the beneficiary of large government loans and contracts. This doesn’t make him a bad guy; pretending that he did it all himself does. And as many others have pointed out, what does it say about Romney’s campaign that to run against a sitting president, one with a three and a half year track record, they have to lie about what he said to find a point of attack? On a slightly more elevated note, Matt Yglesias has some fun with a prominent libertarian, Peter Thiel, who looks at the contrast between rapid progress in information technology and less rapid progress in “stuff” and blames .. the government. In a way, I’m reluctant to make too much fun of Thiel because at least he points to something that I notice a lot. If you look at what futurists were predicting 40 or 45 years ago, they somewhat underpredicted progress in IT (except for the artificial intelligence thing), but wildly overpredicted progress in dealing with the material world. Weren’t we supposed to have underwater cities, commercial space flight, and flying cars by now? But blaming the government is silly — not least because, via Mark Thoma, the government created the Internet in the first place. The fact is that technological progress is uneven, for reasons that need have nothing to do with policy: sometimes you strike a rich technological vein that can be mined for decades, like etching circuits using photolithography, sometimes you don’t. Consider productivity in two industries, from the BLS: Does anyone think this contrast reflects the heavy hand of government on the grocery store industry — as opposed to the fact that there just hasn’t been a technological breakthrough that lets one guy at the counter serve 10 people at once? That said, I still want my flying car before I get too old to drive.
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24 luglio 2012
Loro non l’hanno costruito Pochi pensieri a proposito della falsa controversia sul “tu non l’hai costruito” riferita ad Obama. In primo luogo, è abbastanza chiaro che l’uomo di impresa sicuro di sé a cui è dedicata la propaganda di Romney è stato il beneficiario di ampi prestiti e contratti da parte del Governo. Questo non ne fa un cattivo soggetto: fingere che abbia fatto tutto da solo è il suo demerito. E, come molti altri hanno sottolineato, cosa ci dice della campagna elettorale di Romney il fatto che per andar contro un Presidente in carica, uno con una storia di circa tre anni e mezzo, abbiano bisogno di mentire su quanto egli ha detto, pur di trovare un punto di attacco? In un commento un po’ più elevato, Matt Yglesias si diverte con un eminente liberista, Peter Thiel, che si è riferito al contrasto tra il rapido progresso nella tecnologia dell’informazione e quello meno rapido nelle faccende e nelle responsabilità … ovvero il Governo. In un certo senso, sono riluttante a scherzare troppo con Thiel, giacché egli almeno indica qualcosa su cui mi sono assai soffermato. Se guardate cosa prevedevano i futurologi 40 o 45 anni orsono, essi non prevedevano alcun progresso nelle tecnologie dell’informazione (ad eccezione dell’aspetto della intelligenza artificiale), mentre prevedevano esagerati progressi nell’utilizzo del mondo materiale. Non avevano supposto che a questo punto avremmo avuto città sotto l’acqua, spazi commerciali sospesi in aria e macchine volanti? Ma incolpare il Governo è sciocco – non da ultimo perché, come ci ricorda Mark Thoma, il primo luogo è stato il Governo a creare Internet. Il fatto è che il progresso tecnologico procede in modo irregolare, per ragioni che non c’è bisogno abbiano a che fare con la politica: talvolta si scopre una ricca vena tecnologica che può essere sfruttata per decenni, come i circuiti di incisione che usano la fotolitografia, talvolta non è così. Si consideri la produttività in due rami di industria, secondo il Bureau of Labor Statistics:
Pensa qualcuno che questo contrasto [15] rifletta la pesante mano del Governo nel settore dei negozi alimentari – piuttosto che il fatto che semplicemente non c’è stata alcuna scoperta tecnologica che abbia consentito ad un tizio alla cassa di servire dieci persone contemporaneamente? Ciò detto, voglio ancora la mia macchina volante prima di diventare troppo vecchio per guidare.
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July 25, 2012, 9:36 am
EMU Gets OstrichizedOn my desk, right next to my gnome of Zurich*, I have a stuffed emu, picked up on a visit to Australia many years ago. That’s what they used to call the euro project — Economic and Monetary Union. And for a while, until the euro came into existence and created the illusion of success, many were the cartoons depicting the project as a hapless ,flightless bird, related to the ostrich. I think we need to bring that image back, because the head-in-the-sand factor is getting amazing. First, Greece, where it has been obvious for a very long time, indeed right from the beginning, that the program had no chance of working: “We knew at the fund from the very beginning that this program was impossible to be implemented because we didn’t have any — any — successful example,” said Panagiotis Roumeliotis, a vice chairman at Piraeus Bank and a former finance minister who until January was Greece’s representative to the International Monetary Fund. Because Greece is in the euro zone, he noted, the nation cannot devalue its currency to help improve its competitiveness as other countries subject to I.M.F. interventions almost always are encouraged to do. At the same time, Mr. Roumeliotis and others note, the troika underestimated the negative effect its medicine would have on the Greek economy. Yah think? Yet even now the rhetoric is all about how the Greeks aren’t trying hard enough. Then there’s Spain, which isn’t Greece but nonetheless lacks a plausible path back to a sustainable position. Yet the official line is now that the program is fine, and it’s all the fault of those gnomes: Germany on Tuesday threw its considerable weight behind the reform and austerity programme of the Spanish government, in the face of a continuing surge in the cost of borrowing for Madrid, and strong protests against its spending cuts. A joint statement by Wolfgang Schäuble, German finance minister, and Luis de Guindos, Spanish economy minister, condemned the high interest rates demanded for the sale of Spanish bonds as failing to reflect “the fundamentals of the Spanish economy, its growth potential and the sustainability of its public debt”. How about putting their money — or actually the ECB’s money — where their mouths are? I mean, if the markets are all wrong and Spanish debt is safe, surely the obvious thing is to have the ECB step up by buying those bonds until the markets see reason. Right? I guess not. Or maybe head in the sand isn’t the right metaphor — maybe it’s deer in the headlights, with policy makers paralyzed as it all goes wrong. Anyway, I’m with Tim Duy: I’m losing confidence in European leaders, which is hard because I had hardly any confidence to start with. * A phrase coined by a long-ago British chancellor of the exchequer, to condemn speculators. It was silly, of course: everyone knows that the gnomes actually live in Basel.
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25 luglio 2012
L’ EMU diventa uno struzzo. Sul mio tavolo’, proprio accanto al mio gnomo di Zurigo *, tengo il mio emù [16]di peluche, che presi in occasione di una visita in Australia molti anni orsono. E’ quello che sono soliti chiamare il progetto dell’euro – Unione Economica e Monetaria. E per un certo periodo, prima che l’euro venisse al mondo e creasse una illusione di successo, c’erano molti fumetti che lo dipingevano come un uccello sventurato e incapace di volare, imparentato con lo struzzo. Penso che abbiamo bisogno di riprendere quell’immagine, perché il fattore del “mettere la testa sotto la sabbia” sta diventando incredibile. In primo luogo la Grecia, dove è stato ovvio da molto tempo, in effetti proprio dagli inizi, che il programma non aveva alcuna possibilità di funzionare: “Al Fondo sapevamo proprio dagli inizi che era impossibile mettere in pratica questo programma, perché non c’era nessun esempio di successo, proprio nessuno”, disse Panagiotis Roumeliotis, vicepresidente alla Banca del Pireo nonché precedente Ministro delle Finanze, che era stato rappresentante per la Grecia nel Fondo Monetario Internazionale. Dato che la Grecia è nell’eurozona, egli osservò, la nazione non può svalutare la sua moneta per contribuire ad aiutare la competitività, nello stesso modo in cui altri paesi soggetti agli interventi del FMI quasi sempre sono incoraggiati a fare. Allo stesso tempo, osservarono il signor Roumeliotis ed i suoi colleghi, la troika sottostimava l’effetto negativo che la medicina avrebbe avuto sull’economia greca. Cosa pensare? Eppure, ancora oggi la retorica verte interamente sul fatto che i Greci non si stanno sforzando abbastanza. Poi c’è la Spagna, che non è la Grecia ma nondimeno manca di un percorso plausibile per tornare ad una situazione sostenibile. Tuttavia la linea ufficiale a questo punto è che il programma è buono, e che è tutta colpa di quegli gnomi: “Martedì la Germania ha messo la sua considerevole influenza al servizio del programma di riforme e di austerità del Governo spagnolo, a fronte di una continua crescita del costo dell’indebitamento per Madrid e di forti proteste contro i tagli alla spesa pubblica.” Un comunicato congiunto di Wolfgang Schäuble, il Ministro delle Finanze tedesco, e di Luis De Guindos, il Ministro dell’Economia spagnolo, ha condannato gli alti tassi di interesse chiesti alla vendita dei bonds spagnoli, in quanto non rifletterebbero “i fondamentali dell’economia spagnola, il suo potenziale di crescita e la sostenibilità del suo debito pubblico”. Che dire di metterci i loro soldi – o, in realtà, i soldi della BCE – al posto delle loro chiacchiere? Voglio dire, se i mercati sbagliano e il debito spagnolo è sicuro, certamente la cosa più naturale da fare sarebbe che la BCE si facesse avanti per acquistare quei bonds finché il mercato non ne capisca la ragione. Giusto? Penso di no. O forse la testa nella sabbia non è la metafora giusta – forse sono come un cervo dinanzi agli abbaglianti, con gli operatori politici paralizzati mentre tutto va storto. In ogni modo concordo con Tim Duy: sto perdendo fiducia nei dirigenti europei, la qualcosa è difficile perché non avevo cominciato con alcuna fiducia. *Si tratta di una frase coniata molto tempo fa da un Cancelliere dello Scacchiere britannico, per condannare gli speculatori. Sono stato sciocco, naturalmente: tutti sanno che in effetti gli gnomi vivono a Basilea. |
July 25, 2012, 9:49 am
The Radicalizing Effect of Euro DisasterJust a quick note: one thing I don’t think has been sufficiently emphasized as we stare a euro disaster in the face is the amount of damage this will do to the overall European political landscape. Across most of the periphery, both sides of the usual political divide have been roped into the policies of austerity and internal devaluation — sometimes in governments of national unity, sometimes with normal party rule but with both parties following much the same line. So if the policies fail disastrously, which is getting close to a certainty, the effect is to discredit the entire political center, leaving radicals right and left as the only people who aren’t tainted. It’s hard to know how this ends. But Europe a few years now may be a very different place from the nice alliance of democratic nations we all know and love.
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25 luglio 2012
Gli effetti di radicalizzazione del disastro dell’euro. Solo una breve nota: una cosa sulla quale penso che non si sia posto a sufficienza l’accento nel mentre assistiamo al disastro dell’euro è la dimensione del danno che provocherà sul più ampio paesaggio politico europeo. Dappertutto nella periferia, entrambi i versanti della tradizionale contrapposizione politica sono stati congiunti dalle politiche dell’austerità e della svalutazione interna – talvolta in governi di unità nazionale, talvolta con le normali regole di partito ma con entrambi gli schieramenti che hanno seguito grosso modo la stessa linea. Dunque, se le politiche vanno a disastrosi fallimenti, la qualcosa è quasi certa, l’effetto è il discredito per l’intero centro della politica, in modo tale che i radicali di destra e di sinistra restano gli unici senza macchie. E’ difficile capire in questo modo cosa finirà per accadere. Ma l’Europa tra pochi anni può diventare un posto assai diverso dalla comoda alleanza di nazioni democratiche che noi tutti conosciamo ed amiamo. |
July 25, 2012, 3:26 pm
Zombie Straw MenOne of the occupational hazards of trying to debate policy issues with the right (it happens occasionally on the left, but much less so) is the way you constantly face charges of attacking a strong man. Lay out some conservative position, and you’re sure to get the plausible-sounding wing of the movement declaring that “nobody is claiming that ..” where “that” might be that government spending can never create jobs, or that the planet isn’t warming, or — the subject of this post — that there hasn’t actually been any rise in income inequality. And meanwhile, another wing of the disinformation machine keeps on making exactly those allegedly straw man claims, no matter how many times they’ve been refuted. So today I was informed that the Tax Foundation was claiming that there has been no long-run upward trend in income inequality. My immediate question was, how did they fudge the data to get that result? Well, the answer is here. Actually, the whole post is kind of a classic of disinformation: pretense that income taxes are the only taxes? Check. Bemoaning the rising share paid by the rich, while ignoring their rising share of income? Check. Whining that the lucky duckies with low incomes don’t pay enough? Check. But what about that claim that there’s no trend in inequality? Here’s the chart: OK, what’s going on here? First of all, they’re using CBO data, which only go up to 2009; we do, as it happens, have estimates from Piketty and Saez that go up to 2010, and they show inequality already rebounding. Rebounding from what? Well, what major income source does the top 1 percent have that is major for them but minor for everyone else? Capital gains. And what was happening to capital gains in 2009? Financial crash, anyone? In fact, even the chart the Tax Foundation gives us shows an obvious cyclical component to the top 1 percent’s share. That slide in the early 2000s was not a fundamental change in the rising trend; why imagine that the aftermath of the 2008 crisis was any different? Now, it’s not just capital gains; other income sources for the upper tier, such as bonuses, are also closely associated with financial booms and busts. But at the very least one should look at income shares ex capital gains. I don’t have the time to produce an exactly corresponding chart from Piketty-Saez, but here’s their chart for the top .01 percent: Does this look to you like a situation in which you would declare that there is no long-run upward trend in income inequality? The thing is, I’m quite sure that this is a deliberate attempt to obfuscate. The Tax Foundation people have to have known what they were doing. Actually, there’s one place where you can easily catch them red-handed. When they want to claim that those poor rich people are bearing too high a tax burden compared with the lucky duckies, they pretend that federal income taxes are the only taxes. But when they calculate Tax Freedom Day, which is supposed to show how terribly overtaxed we all are, somehow all those taxes that don’t make it into the distribution calculation are front and center. But back to my main point: when the reasonable-sounding guys declare that “nobody is saying that”, rest assured, there are big movement conservative organization saying exactly that.
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25 luglio 2012
Gli argomenti diversivi zombie Uno dei rischi professionali nel cercare di discutere temi politici con la destra (accade occasionalmente anche a sinistra, ma molto meno) è il modo in cui ci si deve costantemente far carico di attaccare dei diversivi [17]. Colpite qualche posizione conservatrice, e potete star certi che avrete l’ala del movimento che appare credibile che dichiarerà che “nessuno sta sostenendo che …”; laddove quel “che” può essere che la spesa pubblica non può creare posti di lavoro, o che il pianeta non si stia riscaldando, oppure – il tema di questo post – che non ci sia effettivamente stata alcuna crescita della ineguaglianza dei redditi. Nel frattempo, un altro reparto della macchina di disinformazione continua esattamente a sostenere quegli argomenti fittizi, non conta quante volte siano stati essi confutati. Così oggi sono stato informato che la Tax Foundation ha sostenuto che non c’è stata alcuna tendenza di lungo periodo all’ineguaglianza dei redditi. La mia immediata domanda è stata, come hanno potuto falsificare i dati per ottenere quel risultato? Ebbene, ecco la risposta [18]. Effettivamente, l’intero post è del genero classico della disinformazione: la simulazione che le tasse sui redditi siano le sole tasse? Controllate. Il lamento sulla quota crescente pagata dai ricchi, nel mentre non si vede la loro quota crescente di reddito? Controllate. Il piagnisteo sul fatto che i fortunati assistiti [19] con i bassi redditi non pagherebbero abbastanza? Controllate [20]. Ma che dire della pretesa secondo la quale non ci sarebbe alcuna tendenza all’ineguaglianza? La tabella è la seguente: Ebbene, cosa sta accadendo in questo caso? Prima di tutto essi stanno usando dati del CBO, che arrivano soltanto al 2009; se del caso, abbiamo in ogni caso le stime di Picketty e Saez che arrivano sino al 2010, e mostrano già un salto in avanti delle ineguaglianze. Ma un salto rispetto a cosa? Ebbene, quale importante fonte di reddito hanno a disposizione l’1 per cento dei più ricchi, che sia rilevante per loro ma secondaria per tutti gli altri? I profitti da capitale. E cosa è accaduto ai profitti da capitale nel 2009? Qualcuno ha sentito parlare di una crisi finanziaria? Di fatto, persino la tabella che ci fornisce Tax Foundation mostra una evidente componente ciclica nella quota dell’1 per cento dei più ricchi. Quella scivolata nei primi anni 2000 non fu un cambiamento di fondo nella tendenza alla crescita; perché immaginare che all’indomani della crisi del 2008 ci sia stato qualcosa di diverso? Ora, non si tratta solo dei profitti da capitale; altre fonti di reddito per i livelli superiori, come le gratifiche, sono pure strettamente associate con i boom e con le crisi. Ma, proprio al minimo, si dovrebbe guardare alle quote di reddito provenienti dai profitti di capitale. Non ho il tempo per riprodurre una tabella esattamente corrispondente con i dati di Piketty-Saez, ma ecco la loro tabella in riferimento allo 0,1 per cento dei più ricchi: Vi sembra questa una situazione nella quale affermereste che non c’è alcuna tendenza di lungo termine ad un aumento delle ineguaglianze nel reddito [21]? Il punto è che io sono abbastanza certo che questo sia un tentativo deliberato di mistificare. Quelli di Tax Foundation non possono non sapere cosa stanno facendo. Effettivamente, c’è un posto nel quale si può facilmente prenderli con le mani nel sacco. Quando hanno la pretesa di sostenere che quei poveri disgraziati dei ricchi stiano sostenendo un peso fiscale troppo elevato a confronto dei fortunati detentori di assistenza, essi pretendono che le tasse federali sul reddito siano le uniche tasse. Ebbene, quando costoro calcolano il Tax Freedom Day [22] , che si suppone dimostri quanto tutti siamo orribilmente supertassati, in qualche modo tutte quelle tasse che non adoperano nel calcolo sulla distribuzione sono chiaramente visibili. Ma torno al mio punto principale: quando i personaggi più ragionevoli dichiarano che “nessuno ha detto questo”, potete star sicuri che ci sono grandi organizzazioni del movimento conservatore che stanno dicendo l’esatto contrario.
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July 25, 2012, 3:41 pm
Fallible MeSome commenters have asked for examples of mistakes I’ve made. Actually, I’ve already written about that. Let me add, however, that the focus shouldn’t be on me and my personal divining skills. It’s about the model, not the man. What I mean by this is that I have, I think it’s fair to say, had a pretty darn good record since financial crisis struck. Not on everything — I expected more clear evidence of deflation by now, and I’ve been wrong in some political judgements, such as not expecting the Baltics to be as willing to endure suffering as they have. But compared with the Very Serious People, I — and those of like mind — have done extremely well. This is not, however, because of some supernatural quality of intellect. I like to think that I’m a fairly smart guy, but what has given me and others an advantage in this crisis is having a better model. If you came into this crisis understanding IS-LM and the logic of the liquidity trap, you were in a position to get most stuff right; if you came in ignorant or dismissive (or both) of basic demand-side macroeconomics, you were going to mess up big time. So I am not some kind of infallible sage, even on matters purely economic. It’s the model, not yours truly, that has really performed under stress.
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25 luglio 2012
Sono fallibile Alcuni commentatori mi hanno chiesto esempi di errori che ho fatto. In effetti, sull’argomento avevo già scritto [23].
Fatemi aggiungere, tuttavia, che non ci si dovrebbe concentrare su di me e sulle mie personali attitudini divinatorie. La questione riguarda il modello, non l’individuo. Con questo intendo dire che io ho avuto, penso lo si possa riconoscere, una prestazione maledettamente buona dal momento che la crisi è scoppiata. Non su tutto – mi aspettavo a questo punto una più chiara manifestazione di deflazione, ed ho sbagliato in qualche giudizio politico, così come non mi attendevo che i paesi Baltici volessero resistere nella sofferenza come stanno facendo. Ma, a confronto con le Persone Molto Serie, io e quelli con opinioni simili, abbiamo avuto un’ottima prestazione. Questo non è derivato, tuttavia, da una qualche soprannaturale qualità dell’intelletto. Mi piace pensare di essere un soggetto piuttosto acuto, ma quello che ha dato a me e agli altri un vantaggio in questa crisi è il possedere un modello. Se si è entrati in questa crisi comprendendo il modello IS-LM e la logica della trappola di liquidità, ci si è trovati nelle condizioni di aver ragione su gran parte delle questioni; se ci si è entrati inconsapevoli e superficiali (o entrambi) rispetto ai fondamenti dell’economia dal lato della domanda, si è finiti col fare pasticci al massimo livello. Dunque, non sono quel genere di infallibile saggio, neppure sulle faccende economiche. E’ il modello, non il sottoscritto, che ha funzionato bene alla prova dei fatti.
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July 27, 2012, 9:24 am
The Hobbled RecoveryTypos fixed (I was running off to a meeting and in a rush) New GDP report out today; slightly stronger than expected, but still very weak. So what’s holding back recovery? You know what the usual suspects are saying: big government! Bad Obama! Insulting businessmen! Here’s a chart. It shows changes since the second quarter of 2009, which was both the bottom of the recession and the earliest point at which you can plausibly say that Obama had any influence on actual policy. I show nonresidential fixed investment — basically business investment — and government purchases of goods and services: Business investment has actually gone up a lot; maybe you think it should have gone up even more, but it’s not the heart of the problem. On the other hand, we’ve had a lot of cutbacks in government — mainly at the state and local level, but federal aid could have avoided that. This isn’t a picture of an economy hobbled by Big Government; it’s a picture of an economy hobbled by premature austerity.
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27 luglio 2012
La ripresa azzoppata Errori di stampa corretti (stavo scappando ad un incontro e di corsa) Oggi il nuovo rapporto sul PIL; leggermente migliore di quanto si aspettava, ma ancora molto debole. Cos’è, dunque, che sta ostacolando la ripresa? Conoscete la risposta dei soliti noti: la spesa pubblica! Il perfido Obama! Gli insulti alle imprese ! Ecco una tabella. Essa mostra i mutamenti dal secondo trimestre del 2009, che è stato sia il punto più basso della recessione che il primo momento nel quale si può ragionevolmente affermare che Obama abbia avuto una qualche influenza sulla politica reale. Io mostro gli investimenti fissi non residenziali – fondamentalmente gli investimenti delle imprese [24] – e le spese del Governo per i beni ed i servizi: Gli investimenti di impresa sono effettivamente saliti molto; forse si può pensare che avrebbero dovuto salire ancora maggiormente, ma non è questo il cuore del problema. D’altra parte, abbiamo avuto una grande quantità di tagli – principalmente ai livelli degli Stati e dei governi locali, ma un aiuto federale lo avrebbe evitato. Questo non è un quadro di un’economia azzoppata da un Grande Governo; è il quadro di un’economia azzoppata da una prematura austerità.
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July 31, 2012, 10:34 am
Paranoia Strikes ShallowOK, this is bizarre: ECB President Mario Draghi is being investigated by the EU’s ombudsman over his role in the Group of Thirty lobby group, the German magazine Der Spiegel reported Monday in its online edition. EU Ombudsman Nikiforus Diamandouros has asked the ECB to report back by the end of October on Draghi’s role in the G30 and whether his membership could be considered a conflict of interest, according to Der Spiegel. The EU’s ombudsman is charged with fielding and investigating complaints lodged against EU institutions by citizens or associations. The G30 is a lobby group of senior bankers and economists, including some former and current central bankers. I’m a member of the G30, and have been since 1988. If it’s a lobbying group, nobody told me. It’s a talk shop; I value it because I get a chance to hear what people like Trichet and Draghi have to say in an informal setting. No illusions on my part — they’re pitching a case, always; and while I’ve heard some smart things from people with a role in real-world decisions, I’ve also heard a lot of very foolish things said by alleged wise men. But then that’s a learning experience too.
Of all the things to worry about right now, the great G30 conspiracy is really off base.
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31 luglio 2012
La paranoia scopre cose inconsistenti
Ebbene, questa è bizzarra: “Il settimanale tedesco ‘Der Spiegel’ pubblica nell’edizione di lunedì on-line la notizia secondo la quale il Presidente della BCE Mario Draghi sarebbe stato indagato dal difensore civico dell’UE a proposito del suo ruolo nella lobby del Gruppo dei Trenta. Secondo ‘Der Spiegel’ il difensore civico dell’UE Nikiforus Diamandouros avrebbe chiesto alla BCE sin dalla fine di ottobre di riferire sul ruolo di Draghi nel G30 e se la sua partecipazione possa essere considerata un caso di conflitto di interessi. Il difensore civico dell’UE è incaricato di occuparsi della questione e di indagare sulle lamentele presentate contro le istituzioni della UE da parte di cittadini ed associazioni. Il G30 è un gruppo lobbistico di importanti banchieri e di economisti, che include alcuni precedenti ed attuali (presidenti) di banche centrali. Io sono un membro del G30 e lo sono stato sin dal 1988. Se è un gruppo lobbistico, nessuno me l’aveva detto. E’ un luogo dove si parla delle proprie esperienze di lavoro; io lo apprezzo perché mi dà una possibilità per ascoltare che cosa persone come Trichet e Draghi hanno da dire in un contesto informale. Non mi faccio illusioni – sono persone che portano sempre argomenti; e mentre ho sentito dire alcune cose intelligenti da persone che hanno un ruolo nelle decisioni del mondo vero, ho anche sentito un sacco di sciocchezze dette da persone presunte sagge. Ma anche in quel caso è un’esperienza. Di tutte le cose delle quali preoccuparsi in questo momento, la grande cospirazione del G30 mi pare proprio l’ultima.
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July 31, 2012, 2:56 pm
Fire Ed DeMarcoDo it now. Who? you ask. DeMarco heads the Federal Housing Finance Agency, which oversees Fannie and Freddie. And he has just rejected a request from the Treasury Department that he offer debt relief to troubled homeowners — a request backed by an offer by Treasury to pay up to 63 cents to the FHFA for every dollar of debt forgiven. DeMarco’s basis for the rejection was that this forgiveness would represent a net loss to taxpayers, even if his agency came out ahead. That’s a very arguable point even on its own terms, because the paper he cited (pdf) in support of his stance took no account of the positive effects on the economy of debt relief — even though those effects are the main reason for offering such relief. Since a reduction in debt burdens would strengthen the economy, this would mean greater revenue — and this might well offset any losses from the debt forgiveness itself. Furthermore, even if there’s a small net cost to taxpayers, debt relief is still worth doing if it yields large economic benefits. In any case, however, deciding whether debt relief is a good policy for the nation as a whole is not DeMarco’s job. His job — as long as he keeps it, which I hope is a very short period of time — is to run his agency. If the Secretary of the Treasury, acting on behalf of the president, believes that it is in the national interest to spend some taxpayer funds on debt relief, in a way that actually improves the FHFA’s budget position, the agency’s director has no business deciding on his own that he prefers not to act. I don’t know what DeMarco’s specific legal mandate is. But there is simply no way that it makes sense for an agency director to use his position to block implementation of the president’s economic policy, not because it would hurt his agency’s operations, but simply because he disagrees with that policy. This guy needs to go.
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31 luglio 2012
Licenziare Ed DeMarco
E farlo subito. Chi è, direte? DeMarco è alla guida della Federal Housing Finance Agency, che sovrintende su Fannie e Freddie. Ed egli ha appena respinto una richiesta da parte del Dipartimento del Tesoro al quale lui aveva proposto [25] una attenuazione del debito per i proprietari di case in difficoltà – una richiesta alla quale il Tesoro ha risposto offrendo di pagare alla Federal Housing Finance Agency 63 centesimi per ogni dollaro di debito condonato. L’argomento del rifiuto da parte di DeMarco è stato che questo condono avrebbe significato un perdita netta per i contribuenti, anche se la sua agenzia ne avrebbe tratto vantaggio. Si tratta di un argomento discutibile anche in se stesso, perché lo studio che egli cita a sostegno della sua posizione non tiene in alcun conto gli effetti positivi dell’attenuazione del debito sull’economia – anche se quegli effetti sono la ragione principale per offrire una tale attenuazione. Dato che una riduzione del peso del debito comporterebbe un rafforzamento dell’economia, questo significherebbe maggiori entrate – e in questo modo si potrebbe ben bilanciare qualsiasi perdita derivante dallo stesso condono del debito. Per di più, se anche ci fosse un piccolo costo netto per i contribuenti, l’attenuazione del debito meriterebbe ancora d’essere fatta, se fruttasse ampi benefici economici. In ogni caso, comunque, decidere se l’attenuazione del debito sia una buona politica per la nazione nel suo complesso non è il lavoro di DeMarco. Il suo lavoro – sinché esso dura, il che io spero sia un breve periodo – è dirigere la sua agenzia. Se il Segretario del Tesoro, agendo per conto del Presidente, crede che sia nell’interesse nazionale spendere alcuni fondi dei contribuenti sulla attenuazione del debito, in un modo che effettivamente migliora il bilancio della FHFA, non è affare del direttore dell’agenzia decidere per suo conto se egli preferisce o no che si agisca. Io non so quale sia la specifica delega legale di DeMarco. Ma in nessun modo può aver senso che il direttore di una agenzia utilizzi la sua posizione per bloccare l’esecuzione della politica economica del Presidente, non perché ciò comprometterebbe l’operatività della sua agenzia, ma semplicemente perché egli non concorda con tale politica. Quel tizio è bene che se ne vada.
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August 1, 2012, 9:26 am
Poles ApartSo on the third leg of his foreign tour, For one thing, Poland has substantially bigger government than the US; in 2007, that is, pre-crisis, the Polish government spent 42 percent of GDP, compared with 37 in the United States. And despite what Romney claimed, there was no obvious trend toward smaller government; Polish spending as a share of GDP was about the same in 2007 as it had been in 2000. Oh, and universal health care too. Beyond that, there’s a good explanation of Poland’s relative resilience in the crisis compared with most of Europe: currency depreciation, or as Republicans put it, debasing the currency (note that a rise here is a fall in the zloty): When capital was flowing into the European periphery, Poland responded with appreciation rather than inflation — and when the capital flows dried up, Poland quickly regained competitiveness with depreciation, rather than having to rely on slow, grinding “internal devaluation”. So actually Poland’s success suggests that (a) big government isn’t so bad (b) sometimes its good to debase your currency. Doesn’t anyone tell Romney to do his homework?
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1 agosto 2012
Agli antipodi Così, alla terza tappa del suo tour all’estero, Mr. Bean Mitt Romney si è profuso in lodi all’economia polacca. Non è stata proprio una grande cantonata come il suo elogio al sistema israeliano di controlli sulla assistenza sanitaria basato su un unico centro di pagamento in aggiunta ai prezzi, ma non è stata comunque un a bella prestazione. Da una parte, la Polonia ha un sistema pubblico assai più vasto degli Stati Uniti; nel 2007, cioè prima della crisi, il Governo polacco spendeva il 42 per cento del PIL, a confronto con il37 per cento degli Stati Uniti. E a dispetto di quanto ha sostenuto Romney, non c’è stata alcuna chiara tendenza verso un sistema pubblico più ristretto; la spesa pubblica polacca come quota del PIL era all’incirca la stessa nel 2007 e nel 2000. E poi, anche a proposito della assistenza sanitaria… Qua sotto, mostriamo una buona spiegazione della relativa elasticità nella crisi della Polonia a confronto con gran parte dell’Europa: il deprezzamento della valuta o, come dicono i Repubblicani, la svalutazione della moneta (si noti che in questo caso un innalzamento corrisponde ad una caduta dello zloty):
Quando i capitali fluivano verso la periferia europea, la Polonia rispondeva con un apprezzamento invece che con l’inflazione – e quando i flussi di capitali si inaridirono, la Polonia rapidamente riguadagnò competitività con una svalutazione, piuttosto che dovendosi affidare ad una lenta, brusca “svalutazione interna” [26]. Dunque, effettivamente la Polonia suggerisce che (a) il ‘grande governo’ non è così male; (b) qualche volta c’è del buono nello svalutare la propria moneta. Qualcuno dirà a Romney di fare questi ‘compiti a casa’?
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August 1, 2012, 9:33 am
Tee PartySo the Republican nominee for Senate in Texas is a man who believes that there is a global plot, led by George Soros, to eliminate golf courses. Also, that states can nullify Acts of Congress. Politics in the world’s greatest nation.
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1 agosto 2012
Il Partito del tee [27] Dunque il candidato repubblicano per il Senato nel Texas è un individuo che crede che ci sia un complotto globale, guidato da George Soros, per eliminare i corsi di golf. Inoltre sostiene che gli Stati possono annullare le leggi approvate dal Congresso. La politica, nella più grande nazione del mondo.
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August 1, 2012, 6:21 pm
Dooh NiborUpdate: And the Romney people respond with deep voodoo, invoking the supposed fabulous growth effects from his tax cuts. And who could argue? Remember how the economy tanked after Clinton raised taxes? Remember how great things were after Bush cut them? Oh, wait. More seriously, we have lots of empirical work on the effects of tax changes at the top — and none of it supports the Romney camp’s claims. What we’ve just learned is that they were faking it all along. There is no plan to offset the tax cuts; Romney is just intending to blow up the deficit to lavish favors on the wealthy, then use it as an excuse to savage Social Security and Medicare.
Lots of justified talk today about a new Tax Policy Center report on the distributional implications of the Romney tax plan, showing it to be very much a Dooh Nibor – that is, reverse Robin Hood – thing. Obama is talking it up; Romney, predictably, is dismissing the report as the work of a “liberal group”. The question one might ask is, did TPC – which is actually painstakingly and painfully nonpartisan – make questionable assumptions to get its results, so that some other set of assumptions might portray Romneynomics in a more favorable light? And the answer is no: TPC actually bent over backwards to literally give Romney every possible benefit of the doubt. Here’s what they did. They took Romney at his word that he plans to offset his cuts in income tax rates by broadening the base, that is, limiting exemptions and other loopholes. They also assumed, however, that Romney would not be willing to tax dividends and capital gains as ordinary income, since he has made it clear that he opposes any rise in taxes on investment income. As they point out, this leaves a relatively small pool of loopholes to close – big enough that the Romney tax cuts could, in principle, be paid for by base broadening, but not with a lot of room to spare. So which loopholes are closed? TPC made the most Romney-friendly assumption they could – namely, that base broadening is concentrated on top incomes as much as possible. First you eliminate all deductions that benefit those with more than $1 million in income; then all that benefit those with between $500,000 and $1 million; and so on. The key point is then that even if you do this, the tax cuts Romney gives high-income Americans are bigger than the loopholes he could conceivably close: This means that even on the most favorable assumption, the Romney plan would give the rich big tax cuts on net – which means that to be revenue-neutral, it must raise taxes on Americans making less than $200,000 a year. So they’re actually giving Romney every possible benefit of the doubt – and still his plan is a redistribution from the middle class to the rich. In practice it would surely be much worse. I’ll be curious to see how all this gets reported. The TPC results are ironclad; there is no valid Romney counterargument except to say that he doesn’t really mean all that stuff about actually making up for lost revenue. My guess is that the stories will nonetheless be he said/she said, but maybe I’ll be favorably surprised.
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1 agosto 2012
Dooh Nibor [28]
Aggiornamento: e la gente di Romney risponde con il misterioso vodoo, invocando i presunti favolosi effetti di crescita che deriverebbero dai suoi tagli alle tasse. E chi potrebbe mai sostenerlo? Ricordate come l’economia uscì disastrosamente dai binari dopo che Clinton alzò le tasse? Ricordate quali grandi cose avvennero dopo che Bush le taglio? Oh, aspettate. Più seriamente, abbiamo una quantità di lavori empirici sugli effetti dei cambiamenti fiscali sui redditi più elevati – e nessuno di essi supporta le pretese che vengono dallo schieramento di Romney. Quello che abbiamo semplicemente appreso è che essi venivano dicendo il falso su tutta la linea. Non c’è alcun piano per controbilanciare gli effetti dei tagli fiscali; Romney ha semplicemente l’intenzione di ingigantire il deficit per elargire favori ai più ricchi; successivamente di usarlo come un pretesto per attaccare frontalmente la Previdenza Sociale e Medicare. Un bel po’ di giustificato dibattito a proposito di un nuovo rapporto del Tax Policy Center sulle implicazioni distributive del piano di Romney sulle tasse, che mostrano come esso sia proprio una roba alla “Dooh Nibor” – vale a dire, un Robin Hood alla rovescia. Obama ne sta parlando molto; Romney, prevedibilmente, liquiderà il rapporto come il lavoro di “un gruppo di liberals”. La domanda che si potrebbe porre è, il Tax Policy Center – che è effettivamente scrupolosamente e fin troppo indipendente – ottiene i suoi risultati su premesse discutibili, in modo tale che altre premesse metterebbero la Romneyeconomics in una luce più favorevole? E la risposta è no: il TPC si fa davvero in quattro per offrire letteralmente ogni possibile beneficio del dubbio a Romney. Ecco il loro procedimento. Essi hanno preso Romney in parola quando ha affermato di avere in programma un bilanciamento dei suoi tagli sulle aliquote delle tasse sui redditi attraverso un ampliamento della base imponibile, ovvero limitando le esenzioni e le elusioni fiscali. Hanno anche premesso, tuttavia, che Romney non avrebbe la volontà di tassare i dividendi ed i redditi da capitale alla pari di un reddito ordinario, dal momento che egli ha messo in chiaro di opporsi ad ogni incremento sui redditi da investimenti. Come essi indicano, questo lascia una relativamente piccola riserva di elusioni da interrompere – grandi a sufficienza da consentire che gli sgravi fiscali di Romney siano, in linea di principio, ripagati da un allargamento della base imponibile, ma senza un particolare margine residuo. Dunque, quali elusioni sarebbero interrotte? TPC si basa su un assunto il più amichevole possibile verso Romney – precisamente, che l’allargamento della base imponibile si concentro il più possibile sui redditi più elevati. In primo luogo si eliminano tutte le deduzioni di cui beneficiano coloro che hanno più di un milione di reddito; poi tutte quelle di cui beneficiano quelli che sono tra 500.000 dollari ed un milione; e così via. Il punto chiave è che anche se si fa in questo modo, gli sgravi fiscali che Romney regala agli americani con alti redditi sono più grandi delle elusioni che egli potrebbe ragionevolmente chiudere [29]:
Questo significa che persino con le premesse più favorevoli, il piano di Romney regalerebbe ai ricchi tagli fiscali al netto – il che ancora significa che perché non ci siano variazioni dal punto di vista delle entrate, esso dovrebbe aumentare le tasse sugli americani realizzando meno di 200.000 mila dollari all’anno.
Dunque, essi stanno consegnando a Romney ogni possibile beneficio del dubbio – ed ancora il suo piano appare come una redistribuzione dalla classe media ai ricchi. In pratica, esso sarebbe sicuramente assai peggiore. Sono curioso di vedere come tutto questo sarà riportato dai media. I risultati del TPC sono a prova di bomba; non è possibile alcun valido contro argomento da parte di Romney, se non quello di dire che egli in realtà non intendeva compensare le mancate entrate con tutta questa roba. La mia impressione è che i resoconti, tuttavia, saranno ancora nello stile “lui ha detto questo, lei ha detto quest’altro” [30], ma può darsi che sarò favorevolmente sorpreso.
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August 2, 2012, 9:11 am
This Isn’t The Draghi You’re Looking ForUpdate: Rumor is that the ECB is actually going to do more than Draghi seemed to say. Oh, my. No concrete action from the ECB, just vague statements of intent. I’ll post updates when we have more indications of market reaction, but it looks as if European leaders have once again failed to rise to the occasion — even as all indicators are that the ongoing euro area recession is rapidly deepening. Not good. Update: Spanish stocks:
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2 agosto 2012
Non è questo il Draghi che state guardando Aggiornamento: secondo alcune voci la BCE starebbe effettivamente per fare di più di quello che Draghi sembrava dire.
Dio mio. Nessuna azione concreta da parte della BCE, solo vaghe dichiarazioni di intenti.
Scriverò qualcosa quando avremo maggiori indicazioni sulle reazione dei mercati, ma sembra che i dirigenti europei non siano ancora una volta riusciti ad essere all’altezza – anche se tutti gli indicatori dicono che la perdurante recessione nell’area euro si stia rapidamente approfondendo. Male. Aggiornamento: il mercato azionario spagnolo:
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August 23, 2012, 8:47 am
Saving Serious RyanThere has, of course, been some pushback against my column pointing out that the Very Serious Paul Ryan is not, in fact, serious at all. Some of this pushback takes the form of assertions that he must be serious, because the Congressional Budget Office scored his plan and found that it led to lower debt. People who say things like that evidently haven’t read any of the actual CBO analyses; the most informative is the first one (pdf). And in particular, they haven’t grasped how Ryan has gamed the system.
As I pointed out a few days ago, CBO did not score the policy provisions in the Ryan plan; there wasn’t remotely enough detail for a comprehensive assessment, and they didn’t do a partial of what was specified. Instead, they laid out the implications of revenue and spending paths that were just assumed per Ryan’s instructions — without expressing any view about whether these paths were plausible. Indeed, I think I detect a bit of discreet snark in what the CBO report actually did say. On revenue, it declared: The path for revenues as a percentage of GDP was specified by Chairman Ryan’s staff. The path rises steadily from about 15 percent of GDP in 2010 to 19 percent in 2028 and remains at that level thereafter. There were no specifications of particular revenue provisions that would generate that path. (my italics) On spending, they declared: That combination of other mandatory and discretionary spending was specified to decline from 12 percent of GDP in 2010 to about 6 percent in 2021 and then move in line with the GDP price deflator beginning in 2022, which would generate a further decline relative to GDP. No proposals were specified that would generate that path. (my italics, again)
So Ryan gamed the system: he got CBO to produce a report which looks to those who don’t actually read it like a validation of his numbers, when in fact he prevented any actual scoring of his proposals. If you think otherwise, you’ve been snookered.
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23 agosto 2012
Salvate il Serio Ryan [31] Ovviamente, ci sono state alcune reazioni al mio articolo che metteva in evidenza come il Molto Serio [32] Paul Ryan, non sia poi, nei fatti, affatto serio. Alcune di queste reazioni hanno la forma di asserzioni secondo le quali egli deve essere serio, perché il Congressional Budget Office [33] ha valutato il suo programma ed ha trovato che porterebbe ad un debito inferiore. Le persone che dicono cose come questa evidentemente non hanno letto nessuna delle analisi effettivamente disposte dal CBO; tra le quali la prima è quella che contiene le maggiori informazioni. E in particolare, esse non hanno afferrato come Ryan si sia preso gioco del sistema. Come ho messo in evidenza pochi giorni orsono, il CBO non ha espresso una valutazione sulle previsioni politiche del piano Ryan; non c’erano dettagli neanche lontanamente sufficienti per un giudizio completo, ed essi non hanno dato un giudizio parziale su quanto era specificato. Piuttosto, hanno valutato le implicazioni delle scelte di entrate e di spesa che sono state semplicemente assunte sulla base delle specificazioni di Ryan – senza esprimere alcun punto di vista sul fatto che queste scelte fossero plausibili. In effetti, penso di notare una certa malizia in quello che il rapporto del CBO effettivamente ha detto. Sulle entrate, esso ha dichiarato: Quanto alle entrate, l’andamento di esse come percentuale del PIL è stata specificato dallo staff del Presidente [34] Ryan. Esso cresce stabilmente da circa un 15 per cento del PIL nel 2010 al 19 per cento nel 2028 e resta a quel livello successivamente. Non ci sono indicazioni delle particolari previsioni di entrata che giustificherebbero tale andamento (sottolineatura mia). Sulla spesa, essi hanno dichiarato: La combinazione di altre spese obbligatorie e discrezionali è stata indicata in diminuzione dal 12 per cento del PIL nel 2010 a circa il 6 per cento nel 2021 e a quel punto è stata indicata in linea con i deflatore del prezzo del PIL [35]a cominciare dal 2022, il che genererebbe un ulteriore declino in relazione al PIL. Non è stata indicata alcuna proposta che provocherebbe un tale andamento (sottolineatura mia). Dunque, Ryan si è preso gioco del sistema: egli utilizza il CBO per produrre una relazione che appaia, a coloro che non la leggono effettivamente, come una convalida dei suoi numeri, quando nei fatti egli impedisce ogni effettiva stima degli effetti delle sue proposte. Se la pensate diversamente, vi siete fatti imbrogliare.
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August 24, 2012, 3:42 pm
GOP Intellectual Decline, Monetary EditionThere was a time, not long ago, when Republicans — whatever you might think of their other ideas — were part of the mainstream consensus on monetary policy. Here’s the Economic Report of the President from 2004 (pdf), presumably written by Greg Mankiw: Aggressive monetary policy can reduce the depth of a recession. But now we have Mitt Romney declaring his intention to replace Ben Bernanke for, um, pursuing aggressive monetary policy to fight a recession (not aggressive enough, but that’s another issue). Romney:
I want to make sure the Federal Reserve focuses on maintaining the monetary stability that leads to a strong dollar and confidence that America is not going to go down the road that other nations have gone down, to their peril. And the GOP platform will reportedly include a call for steps toward a return to the gold standard. The really strange thing about all this is that this turn toward hard-money mysticism is taking place even as events have demonstrated that the advantages of not being on a gold standard, of having a fiat currency that can be printed freely in emergencies, are even greater than standard analysis had supposed. Mark Thoma links to an old piece of mine that I think does a pretty good job of laying out that standard case; but we now know that there’s a major additional concern, the ability of the central bank to act as lender of last resort to the government as well as private banks. Consider, as Paul De Grauwe has in one of the most important analyses (pdf) to come out of the crisis, the contrast between Spain and the UK. Their medium-term fiscal outlooks are comparable, at least according to the IMF: But borrowing costs have soared in Spain, while falling in Britain: Source: Eurostat So the GOP has decided that we must reject the evils of fiat money and go for the gold standard at precisely the moment when events have demonstrated that fiat money is a really useful thing and the loss of flexibility that comes from ending fiat currencies can be utterly disastrous. What’s going on? I think Yglesias has this right: Commodity-backed money is basically a solution to a non-problem. Or at least it’s not a problem you have if you don’t accept a Randian deeply moralized view of market outcomes. The existince of fiat money is embarassing to that kind of ideology, so it inspires quests for alternatives to modern central banking even when the alternatives don’t make sense. In this sense fiat money is like, oh, Social Security. The problem it creates for conservatives is not that it doesn’t work, but that it does — which is a challenge to their philosophy. And so it must die.
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24 agosto 2012
Declino intellettuale del Partito Repubblicano, gli aspetti monetari Una volta, non molto tempo fa, i Repubblicani – qualsiasi cosa si potesse pensare delle loro altre opinioni – partecipavano ai comuni orientamenti in materia di politica monetaria. Ecco una frase, dal Rapporto Economico del Presidente dell’anno 2004, presumibilmente scritta da Greg Mankiw: “Una aggressiva politica monetaria può ridurre le profondità di una depressione”. Ma al giorno d’oggi abbiamo Mitt Romney che annuncia il suo intendimento di sostituire Ben Bernanke, in quanto egli perseguirebbe – guarda un po’ – una politica monetaria aggressiva per combattere la recessione (in realtà, non aggressiva abbastanza, ma questo è un altro discorso). Romney: “Voglio render sicuro che la Federal Reserve si concentri sul mantenimento di quella stabilità monetaria che rende possibile un dollaro forte nonché la fiducia che l’America non si indirizzi per quella strada sulla quale sono regredite altre nazioni, a loro rischio e pericolo”. E la piattaforma del Partito Repubblicano a quanto si dice conterrà la richiesta di passi nella direzione di un ritorno al gold standard. La cosa realmente strana a proposito di tutto questo è che un tale misticismo nella direzione di una moneta forte sta prendendo piede anche se gli eventi hanno dimostrato che i vantaggi di non avere il gold standard, di avere una valuta con un valore legale che può essere stampata liberamente nelle emergenze, sono persino più grandi di quanto non fosse stato supposto nelle analisi tradizionali. Mark Thoma apre una connessione con un mio vecchio articolo che ritengo dia un contributo abbastanza buono nell’esporre quell’esempio classico; ma oggi noi sappiamo che esiste una importante preoccupazione addizionale, la possibilità per la banca centrale di agire come prestatore di ultima istanza per i Governi come per le banche private. Si consideri, coma ha fatto Paul DeGrauwe in una delle sue più importanti analisi sulla uscita dalla crisi, il contrasto tra la Spagna e l’Inghilterra. Le loro prospettive di finanza pubblica nel medio termine sono comparabili, almeno secondo il FMI: Ma i costi dell’indebitamento sono saliti alle stelle in Spagna, mentre sono in caduta in Inghilterra: Fonte: Eurostat Dunque, il Partito Repubblicano ha deciso che dobbiamo rifiutare i mali di una moneta con un valore legale e scegliere il gold standard precisamente nel momento in cui i fatti hanno dimostrato che la moneta legale è una cosa realmente utile e la perdita di flessibilità che deriva dal sospendere le valute legali può costituire un completo disastro. Cosa sta succedendo? Penso che Yglesias si sia espresso giustamente: “Una moneta collegata ad una materia prima è fondamentalmente una soluzione ad un non-problema. O almeno, non si tratta di un non problema se non fate vostra una concezione del tutto moralistica di tipo Randiano dei risultati di mercato. L’esistenza di una moneta con un corso legale è imbarazzante per quel genere di ideologia, al punto che ispira una ricerca di alternative alla moderna banca centrale anche quando le alternative non hanno senso”. In questo senso la moneta con un valore legale assomiglia proprio alla Previdenza Sociale. Il problema è determinato dalla sua funzione – che è una sfida alla loro ideologia. Dunque deve essere soppressa.
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August 25, 2012, 10:32 am
Inflation LessonsOne of the themes I’ve hit on many times is the fact that the crisis and slump have been a testing ground for economic doctrines. People came into this mess with very different views about how the economy works, and the crisis in effect provided natural experiments that tested those views. Most notably, what we got was a test of demand-side versus supply-side stories about the nature of depressions. Demand-siders like me saw this as very much a slump caused by inadequate spending: thanks largely to the overhang of debt from the bubble years, aggregate demand fell, pushing us into a classic liquidity trap.
But many people — some of them credentialed economists — insisted that it was actually some kind of supply shock instead. Either they had an Austrian story in which the economy’s productive capacity was undermined by bad investments in the boom, or they claimed that Obama’s high taxes and regulation had undermined the incentive to work (of course, Obama didn’t actually impose high taxes or onerous regulations, but leave that aside for now). How could you tell which story was right? One answer was to look at the behavior of interest rates; the other was to look at inflation. For if you believed a demand-side story, you would also believe that even a large monetary expansion would have little inflationary effect; if you believed a supply-side story, you would expect lots of inflation from too much money chasing a reduced supply of goods. And indeed, people on the right have been forecasting runaway inflation for years now. Yet the predicted inflation keeps not coming. One favorite dodge at this point is to insist that the government is lying about the true inflation rate (not to mention what’s really going on in Area 51). Luckily, we have independent estimates, like the Billion Price Index; sorry, but they are consistent with the official data: So what we’ve had is as good a test of rival views as one ever gets in macroeconomics — which makes it remarkable that the GOP is now firmly committed to the view that failed.
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25 agosto 2012
Lezioni sull’inflazione Uno dei temi sui quali ho insistito a lungo è stato il fatto che la crisi e la depressione sono stati un terreno di prova per le dottrine economiche. La gente è arrivata a questo disastro a partire da diversi punti di vista sul funzionamento dell’economia, e la crisi in effetti ha fornito gli esperimenti naturali che hanno messo alla prova quei punti di vista. Ancora più importante, abbiamo avuto un test sulle spiegazioni relative alla natura delle depressioni dal punto di vista della domanda, a confronto con quelle dal punto di vista dell’offerta. Coloro che come me sostengono le teorie dal lato della domanda hanno considerato questa crisi in gran parte come derivante da una spesa inadeguata: in gran parte grazie alla sovraesposizione di debito derivante dagli anni della bolla, la domanda aggregata è caduta, spingendoci in una classica trappola di liquidità. Ma molte persone – alcune delle quali accreditate come economisti – hanno insistito che si trattava effettivamente piuttosto di un qualche shock dal lato dell’offerta. O utilizzavano l’esempio dell’Austria, dove la capacità produttiva dell’economia era stata compromessa da cattivi investimenti all’epoca del boom, o sostenevano che le elevate tasse e la regolamentazione voluta da Obama avessero dato un colpo all’incentivo a produrre (naturalmente, Obama non aveva affatto imposto tasse elevate né pesanti regolamentazioni, ma ora trascuriamo questi aspetti). In che modo potevo dire quale storia fosse quella giusta? Una risposta era quella di osservare il comportamento dei tassi di interesse; l’altra era guardare all’inflazione. Perché, se si fosse creduto alla spiegazione dal lato della domanda, si doveva anche ritenere che persino una ampia espansione monetaria avrebbe prodotto un effetto inflazionistico modesto; se si fosse creduto ad una spiegazione dal lato dell’offerta, ci si sarebbe dovuti aspettare una buona dose di inflazione derivante dal troppo denaro che andava dietro ad un offerta ridotta di beni. E, in effetti, le persone della destra avevano previsto una inflazione fuori controllo per gli anni avvenire. Tuttavia, la prevista inflazione continua a non venire. A questo punto, il modo preferito per schivare la realtà consiste nel sostenere che il Governo stia mentendo sul tasso di inflazione reale (per non dire dell’argomento su quello che sta effettivamente accadendo nell’Area 51 [36]). Fortunatamente, abbiamo stime indipendenti come quelle del Billion Price Index: ci dispiace, ma sono del tutto coerenti con i dati ufficiali [37]. Dunque, abbiamo avuto un buon test sulle tesi opposte, come accade sempre in macroeconomia – la qualcosa rende rilevante il fatto che il Partito Repubblicano sia al momento saldamente impegnato nel punto di vista che è stato smentito dai fatti.
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August 26, 2012, 3:18 pm
Golden InstabilitySay this for the GOP: by resurrecting the very bad, no good, truly awful idea of a gold standard, they’ve given us something to talk about. Matthew O’Brien makes one obvious point: anyone who believes that the gold standard era was marked by price stability, or for that matter any kind of stability, just hasn’t looked at the evidence. The fact is that prices have been far more stable under that dangerous inflationist Ben Bernanke than they ever were when gold ruled. I’d like to offer a different take. There is a remarkably widespread view that at least gold has had stable purchasing power. But nothing could be further from the truth. Here’s the real price of gold — the price deflated by the consumer price index — since 1968: That’s a pretty huge range of variation. What’s going on? Well, there may be bubble aspects, but there’s also a pretty clear (and economically understandable) relationship between the real price of gold and the real interest rate: when real rates are low, real gold prices are high. And when are real rates low? High inflation can do that, as it did in the late 1970s; but so can a severe economic slump due to a deleveraging shock, as in recent years. What does that tell us about how a gold standard would work? Faced with the kind of shock we’ve just experienced, the real price of gold would “want” to rise. But under a gold standard, the nominal price of gold would be fixed, so the only way that could happen would be through a fall in the general price level: deflation.
So if we’d had a gold standard operating in this crisis, there would have been powerful deflationary forces at work; not exactly what the doctor ordered. Now, the gold bugs will no doubt reply that under a gold standard big bubbles couldn’t happen, and therefore there wouldn’t be major financial crises. And it’s true: under the gold standard America had no major financial panics other than in 1873, 1884, 1890, 1893, 1907, 1930, 1931, 1932, and 1933. Oh, wait. The truth is that returning to gold is an almost comically (and cosmically) bad idea.
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26 agosto 2012
Instabilità aurea Diciamo questo a proposito del Partito Repubblicano: facendo risorgere la pessima, tutt’altro che buona, davvero tremenda idea del gold standard, ci hanno dato qualcosa di cui parlare. Mattew O’Brien avanza una considerazione evidente: chiunque pensi che l’epoca del gold standard sia stata segnata dalla stabilità dei prezzi, od anche da un qualsiasi altro genere di stabilità, semplicemente non conosce la realtà. Il fatto è che i prezzi sono stati molto più stabili sotto il pericoloso inflazionista Ben Bernanke di quanto siano mai stati con il governo dell’oro. Vorrei offrire un diverso punto di vista. C’è un consenso quasi generale almeno sull’idea che l’oro abbia avuto un potere d’acquisto stabile. Ma non c’è niente di più lontano dalla realtà. Questo è stato il prezzo reale dell’oro – il prezzo deflazionato secondo l’indice dei prezzi al consumo – a partire dal 1968:
C’è stata una escursione di valori abbastanza elevata. Da cosa è derivata? Ebbene, ci possono essere stati effetti della bolla, ma c’è stata anche una relazione abbastanza chiara tra il prezzo reale dell’oro ed il reale tasso di interesse: quando i tassi reali erano bassi, i prezzi reali dell’oro erano alti. E quando i tassi reali erano bassi? Il fenomeno può essere provocato dalla elevata inflazione, come accadde nell’ultimo periodo degli anni ’70; ma lo stesso può provocare una grave depressione economica dovuta ad uno shock per riduzione del rapporto di indebitamento, come negli anni recenti. Che cosa tutto questo ci dice, a proposito di come funzionerebbe un sistema del genere del gold standard? A fronte del tipo di shock del quale abbiamo appena fatto esperienza, il prezzo reale dell’oro dovrebbe tendere al rialzo. Ma sotto un sistema di gold standard, il prezzo nominale dell’oro sarebbe fisso, cosicché l’unico modo nel quale potrebbe aver luogo (un rialzo) sarebbe attraverso una generale caduta del livello dei prezzi: una deflazione. Dunque, se in questa crisi avessimo avuto in funzione un gold standard, avrebbero dovuto esserci potenti forze deflazionistiche all’opera; non proprio una ricetta consigliabile. Ora, gli “scarabei d’oro” [38] senza alcun dubbio replicheranno che sotto il gold standard non ci sarebbero state bolle, e di conseguenza non ci sarebbero state importanti crisi finanziarie. Proprio così: sotto il gold standard l’America non ebbe crisi di panico significative, ad eccezione che nel 1873, 1884, 1890, 1893, 1907, 1930, 1931, 1932 e 1933. Vi basta? La verità è che il ritorno al gold standard è quasi comicamente (e cosmicamente) una pessima idea.
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August 27, 2012, 3:14 pm
Voucherizing MedicareSo there it is: the draft Republican platform says of Medicare and Medicaid, The first step is to move the two programs away from their current unsustainable defined-benefit entitlement model to a fiscally sound defined-contribution model. That means that instead of Medicare as we know it, which pays your medical bills, you’d get a lump sum which you can apply to private insurance — they’ll yell when we call it a voucher, but that’s what it is. No doubt I and others will have much more to say about this, but let’s just ask the question: why is this “fiscally sound”? Bear in mind that health expenses will still have to be mainly paid for by some kind of insurance; that’s in the nature of medical care, with its high but unpredictable cost. So what we’re doing here is replacing government insurance with a program that gives people money to buy private insurance — that is, adding an extra layer of middlemen. Why would this save money? I guess the answer is supposed to be the magic of the marketplace — but we have the experience of Medicare Advantage, plus studies of Medicaid versus private insurance, plus the raw fact that America relies more on private insurance than any other nation and also has by far the highest costs. Nothing, absolutely nothing, in the record suggests that this will do anything other than make health care less efficient. And for those demanding documentation, it’s coming; too busy today. So where are the savings? The answer is, it’s basically a way to deny health care to people while denying that you’re doing so. You don’t say, “we won’t pay for this care”, you just hand people a voucher and let them discover that it won’t buy adequate insurance. It’s health-care rationing — but by money instead of deliberate choice. It would be far more cost-effective, not to say humane, to make actual choices — to decide that Medicare won’t pay for procedures of little or no medical value. (As always, individuals who can afford it can buy whatever care they want). And Obamacare makes a start on that. But hey, that’s death panels. So instead of making choices, we’ll let people die because of inadequate assets. Fiscal responsibility!
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27 agosto 2012
Trasformare Medicare con il sistema dei buoni Eccoci: la bozza di piattaforma repubblicana afferma per Medicare e Medicaid: “Il primo passo è spostare i due programmi dal loro attuale modello di un insostenibile programma assistenziale fondato su un sostegno certo ad un modello finanziariamente sano basato su contribuzioni certe”. Ciò significa che invece di Medicare come lo conosciamo, che paga i vostri conti sanitari, dovreste avere un vostro ammontare definito che utilizzerete con una assicurazione privata – strepiteranno se lo chiamiamo ‘voucher’, ma di questo di tratta. Senza dubbio, sia io che altri avremo da tornare su questo tema, ma fatemi ora solo porre la domanda: perché sarebbe “finanziariamente sano”?
Si tenga a mente che le spese sanitarie dovranno ancora essere pagate da una qualche genere di assicurazione; ciò è nella natura della assistenza sanitaria, con il suo costo elevato ma imprevedibile. Dunque, quello che in questo caso stiamo facendo è sostituire una assicurazione statale con un programma che dà alla gente i soldi per pagare assicurazioni private – vale a dire, si aggiunge uno strato ulteriore di intermediari. Perché questo farebbe risparmiare soldi? Suppongo che la risposta consista nella magia del mercato – sennonché abbiamo l’esperienza di Medicare Advantage, oltre agli studi di Medicaid sulle assicurazioni private, nonché il fatto nudo e crudo che l’America si basa maggiormente sulla assicurazione privata di ogni altra nazione, ed ha anche di gran lunga i costi più elevati. Non c’è niente, assolutamente niente, nelle prestazioni storiche che suggerisca che quella soluzione provocherà altro se non una minore efficienza della assistenza sanitaria. E per coloro che chiedessero la documentazione, essa è in arrivo: oggi sono troppo occupato. Dove sono, dunque, i risparmi? La risposta è, si tratta fondamentalmente di un modo per negare la assistenza sanitaria alle persone nel mentre si nega di fare ciò. Non si dice “non pagheremo per questa assistenza”, semplicemente si consegna alla persone un buono e si lascia che siano esse a scoprire che esso non sarà sufficiente a pagare l’assicurazione. E’ un razionamento della assistenza sanitaria, attraverso il denaro invece che attraverso una scelta esplicita. Sarebbe molto più efficace dal punto di vista del costo, per non dire più umano, fare scelte effettive – decidere che Medicare non pagherà per le procedure sanitarie di valore scarso o nullo (come sempre, gli individui che possono permetterselo possono pagare qualsiasi assistenza vogliono). E la legge sulla assistenza di Obama comincia a farlo. Ma, si sa, ci sono le “giurie della morte” [39]…. Così, invece di fare scelte, si lasceranno e persone morire in mancanza di mezzi adeguati. Responsabilità della finanza pubblica! |
August 28, 2012, 9:23 am
Neo Fights (Slightly Wonkish and Vague)Via Mark Thoma, David Glasner gets upset over claims by Austrians to have rejected or superseded neoclassical economics. Hayek was a neoclassical economist,Glasner declares. Glasner makes the case in terms of history of thought, which is fine. But I thought I’d offer some meditations on how we do economics — and how some people pretend to do economics. So, what is neoclassical economics? There’s a historical definition, having to do with the “marginal revolution” of the late 19th century and all that, but what I think we mean in practice is economics based on maximization-with-equilibrium. We imagine an economy consisting of rational, self-interested players, and suppose that economic outcomes reflect a situation in which each player is doing the best he, she, or it can given the actions of all the other players. If nobody has market power, this comes down to the textbook picture of perfectly competitive markets with all the marginal whatevers equal. Some economists really really believe that life is like this — and they have a significant impact on our discourse. But the rest of us are well aware that this is nothing but a metaphor; nonetheless, most of what I and many others do is sorta-kinda neoclassical because it takes the maximization-and-equilibrium world as a starting point or baseline, which is then modified — but not too much — in the direction of realism. This is, not to put too fine a point on it, very much true of Keynesian economics as practiced (leave aside discussions of What Keynes Really Meant and whether we’re all apostates). New Keynesian models are intertemporal maximization modified with sticky prices and a few other deviations (such as balance-sheet constraints). Even IS-LM loosely appeals to maximization arguments to derive the slopes of the curves, while analyzing outcomes by comparing equilibria.
Why do things this way? Simplicity and clarity. In the real world, people are fairly rational and more or less self-interested; the qualifiers are complicated to model, so it makes sense to see what you can learn by dropping them. And dynamics are hard, whereas looking at the presumed end state of a dynamic process — an equilibrium — may tell you much of what you want to know. These motives are the reason why other fields facing similar concerns adopt similar strategies. As I wrote long ago, evolutionary theory — the biological kind — looks remarkably like neoclassical economics. What would truly non-neoclassical economics look like? It would involve rejecting both the simplification of maximizing behavior, going for full behavioral, and rejecting the simplification of equilibrium, going for a dynamic story with no end state. And there is economics like this: agent-based economics. It’s a project that relies heavily on computing, to keep track of the complexities, and at this point makes simplifying assumptions that are in their own way as unrealistic — but in a different direction! — as those of neoclassical work. Still, it’s a good thing to pursue. But the people that have Glasner mad aren’t doing anything like this. They claim to reject neoclassical economics, but their alternative is not an alternative model but a lot of verbiage; they talk at the economy, and imagine that by so doing they achieve a higher level of sophistication and realism than economists who try to express their ideas in terms of little models. And they’re kidding themselves; all they’ve done is hide their implicit models and prejudices behind a dust cloud. And that’s one reason they have been so disastrously wrong at every stage of this crisis.
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28 agosto 2012
Nuove battaglie (leggermente per esperti ed anche leggermente oscuro) Apprendiamo da Mark Thoma che David Glasner si arrabbia per le pretese secondo le quali gli “Austriaci” [40] avrebbero respinto e soppiantato l’economia neoclassica. Hayek era un economista neoclassico, dichiara Glasner. Glasner affronta la questione nei termini di storia del pensiero, ed è un’ottima soluzione. Ma io ho pensato che avrei potuto offrire qualche pensiero sul nostro approccio al pensiero economico – e su come alcuni pretendono di elaborare l’economia. Dunque, cosa è l’economia neoclassica? C’è una definizione storica, che discende dalla “rivoluzione marginalista” dell’ultima parte del 19° secolo e da tutto ciò che ne derivò, ma io penso che in pratica noi intendiamo che sia un’economia basata su una sorta di massimizzazione-con-equilibrio. Noi immaginiamo un’economia basata su protagonisti razionali e centrati sui propri interessi, e supponiamo che i risultati economici riflettano una situazione nella quale ogni attore stia facendo il meglio di quello che può, date le azioni di tutti gli altri attori. Se nessuno ha il potere del mercato, questo si risolve nella immaginazione dei libri di testo di mercati perfettamente competitivi con tutti i possibili fattori marginali eguali. Alcuni economisti credono per davvero che la vita sia fatta in questo modo – ed essi hanno un’influenza significativa nel nostro ragionamento. Ma gli altri sono ben consapevoli che questa non è più che una metafora; nondimeno, quello che io e molti altri pratichiamo è una specie di soluzione neoclassica, giacché richiede un mondo di massimizzazione-ed-equilibrio come punto di partenza e come riferimento, la qualcosa poi viene modificata – ma non troppo – nella direzione del realismo. Tutto questo, per non sottilizzare troppo, è molto vero a proposito delle economia keynesiana per come essa è praticata (lasciando da parte il dibattito su “Quello Che Keynes Intendeva Per Davvero” e sulla eventualità che si sia tutti apostati). I nuovi modelli keynesiani sono massimizzazioni intertemporali modificate sulla base della rigidità dei prezzi e di poche altre deviazioni (come i limiti derivanti dai bilanci contabili). Persino il modello IS-LM in modo approssimativo fa ricorso agli argomenti della massimizzazione per derivarne le inclinazioni delle curve, nel mentre analizza i risultati attraverso una comparazione di equilibri. Perché fare le cose in questo modo? Per semplicità e chiarezza. Nel mondo reale, le persone sono abbastanza razionali e più o meno legate ai loro interessi; le qualificazioni sono cose complesse per essere ridotte a modelli, cosicché ha senso vedere quello che si può apprendere rinunciandoci. E le dinamiche sono difficili, mentre guardare ai presunti stati finali di un processo dinamico – ovvero agli equilibri – può dirci molto di quello che si vuole conoscere. Queste sono le ragioni per le quali altri campi che fronteggiano preoccupazioni analoghe adottano strategie simili. Come scrissi molto tempo fa, la teoria evoluzionistica – nel settore della biologia – assomiglia in modo considerevole alla economia neoclassica. A cosa assomiglierebbe veramente una economia non neo-classica? Essa comporterebbe di rifiutare sia la semplificazione del comportamento massimizzante, scegliendo una soluzione pienamente comportale, sia la semplificazione dell’equilibrio, scegliendo un racconto dinamico senza una condizione finale. Ed esiste una economia di questo genere: la cosiddetta economia basata sull’ “agente” [41]. E’ un progetto che si basa pesantemente sull’uso del computer, sul tenere la traccia delle complessità, e su questa base fornisce assunti semplificatori che sono a loro modo altrettanto irrealistici di quelli dei lavori neoclassici – anche se in una direzione diversa! Tuttavia, è un buon metodo da perseguire. Ma le persone con cui ce l’ha Glasner non stanno facendo niente del genere. Esse pretendono ri rigettare l’economia neoclassica, ma la loro alternativa non è una alternativa ma un insieme di prolissità; essi parlano di economia e si immaginano, così facendo, di ottenere un livello più alto di sofisticazione e di realismo degli economisti che cercano di esprimere le loro idee in termini di piccoli modelli. E si prendono in giro; tutto quello che hanno ottenuto è nascondere i loro impliciti modelli ed i loro pregiudizi dietro una nuvola di polvere. Ed è questa la ragione per la quale hanno avuto così disastrosamente torto ad ogni passaggio di questa crisi |
August 28, 2012, 4:57 pm
Public Versus Private Cost Control in HealthAustin Frakt at the The Incidental Economist has a much more comprehensive list than mine on the overwhelming evidence that when it comes to health care costs, the public sector is better at keeping them down than the private sector. Also at TIE, Aaron Carrol asks, Why Is This So Hard To Understand? I get that many of you hate government. You hate it so much that you want to blame everything on government. There are plenty of things that government does poorly. Or, at least you can make that argument, and find some support for it out there. For instance, many people believe that government does a terrible job at sparking innovation. I could imagine a debate there. Some think that government does a bad job at providing choice. That’s entirely defensible. Government run systems also allow less room for profit, which can drive out entrepreneurs. Also arguable. But what government systems do well is hold down costs. They use central planning. They use their large market power to negotiate for reduced reimbursement. They buy drugs cheaper. They eliminate profit and overhead. This is what government does well. It’s why every other country that has more government involvement than ours spends less than we do. Yep. But the GOP doesn’t want to hear it. It’s the triumph of what they want to believe over the evidence; why, next thing you know they’ll be denying the evidence for climate change, and even the evidence for evolution.
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28 agosto 2012
Il controllo pubblico nella sanità, a confronto con quello privato Austin Frakt nel blog The Incidental Economist ha una lista molto più esauriente della mia sulla prova schiacciante che quando si arriva ai costi della assistenza sanitaria, il settore pubblico riesce ad abbassarli molto meglio di quello privato. Ancora sullo stesso blog (TIE), Aaron Carrol si chiede “Perché è così difficile da capire? ” Capisco che molti di voi odino il Governo. Lo odiano così tanto da dare al Governo la colpa di tutto. Ci sono molte cose che il Governo fa in modo deprecabile, o almeno si può avanzare questa tesi e trovare non poco sostegno in giro. Ad esempio, molti ritengono che il Governo faccia un pessimo lavoro nel suscitare innovazione. Potrei immaginarmi una discussione su questo tema. Alcuni pensano che il Governo faccia un pessimo lavoro nel mettere a disposizione scelte. Il che è del tutto plausibile. Inoltre, il Governo gestisce meccanismi che tolgono spazio al profitto, la qual cosa scoraggia gli imprenditori. Anche questo si può sostenere. Ma quello che i meccanismi governativi sanno fare bene è abbassare i costi. Essi fanno uso della pianificazione centrale. Fanno uso del loro potere sul mercato per negoziare costi più bassi. Acquistano farmaci più economicamente. Eliminano profitti e spese generali. Questo è quello che il Governo fa bene. Questa è la ragione per la quale ogni altro paese che ha più coinvolgimento del governo di quello che abbiamo noi, spende meno di noi. Proprio così. Ma il Partito Repubblicano da quest’orecchio non ci sente. E’ il trionfo di quello che si vuole credere contro ogni prova; cosicché, la prossima cosa che potete dar per certo negheranno saranno le prove del cambiamento climatico, e persino le prove della evoluzione.
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August 28, 2012, 5:07 pm
Is Economic Growth Going Down The Drain?FT Alphaville has an ungated version of Robert Gordon’s latest pessimistic paper on prospects for long-run economic growth (pdf). It’s not the first time Gordon has written on this subject, although I believe this is his first definitive statement that the IT revolution has been a big disappointment. I have mixed feelings on that one; I see his point, but wonder whether there may be a lot more yet to come. But really, the point of such papers is to make you think differently. And I was very struck by Gordon’s big example: the relative importance of fancy electronics (which he considers part of the Third Industrial Revolution) as compared with indoor plumbing (part of the second):
A thought experiment helps to illustrate the fundamental importance of the inventions of IR #2 compared to the subset of IR #3 inventions that have occurred since 2002. You are required to make a choice between option A and option B. With option A you are allowed to keep 2002 electronic technology, including your Windows 98 laptop accessing Amazon, and you can keep running water and indoor toilets; but you can’t use anything invented since 2002. Option B is that you get everything invented in the past decade right up to Facebook, Twitter, and the iPad, but you have to give up running water and indoor toilets. You have to haul the water into your dwelling and carry out the waste. Even at 3am on a rainy night, your only toilet option is a wet and perhaps muddy walk to the outhouse. Which option do you choose?
Indeed. If you visit one of my favorite places, the Lower East Side Tenement Museum, what’s really striking about the early 1860s incarnations of the building was the lack of plumbing: outhouses outside, and water from a nearby well (with exactly the high infant mortality you’d expect as a result). By the 1930s the apartments were still grim — I described them to my parents, and they said “We grew up in that apartment!” — but they did have plumbing. And I’d say that nothing in these past 80 year matches that.
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28 agosto 2012
La ripresa dell’economia sta andando in fumo? FT Alphaville [42] fornisce una versione non datata [43] dell’ultimo saggio pessimistico di Robert Gordon sulle prospettive di lungo periodo della ripresa economica (disponibile in pdf). Non è la prima volta che Gordon scrive su questo tema, per quanto io credo che questa sia la prima volta che egli affermi in modo irrevocabile che la rivoluzione informatica è stata una grande delusione. Su questo aspetto ho sensazioni contrastanti: capisco il punto, ma mi domando se non se non ci possa essere ancora molto in arrivo. Ma effettivamente, la sostanza di tali saggi è che vi spingono a pensare in modo diverso. Ed io sono rimasto molto colpito dal grande esempio di Gordon: l’importanza relativa della elettronica sofisticata (che egli considera parte della Terza Rivoluzione industriale) a confronto con gli impianti idraulici all’interno delle abitazioni (che sono parte della seconda). Ho pensato che un esperimento aiuti ad illustrare l’importanza fondamentale delle invenzioni della seconda Rivoluzione industriale a confronto con la sottocategoria delle invenzioni della terza Rivoluzione industriale che sono intervenute a partire dal 2002. Vi si chiede di fare una scelta tra l’opzione A e l’opzione B. Con l’opzione A vi viene consentito di mantenere la tecnologia elettronica del 2002, incluso il portatile di Windows 98 con l’accesso ad Amazon, e potete anche tenervi l’acqua corrente ed i bagni all’interno delle abitazioni; ma non potete utilizzare niente che si stato inventato successivamente al 2002. L’Opzione B consiste nel farvi tenere ogni cosa inventata nel decennio passato sino a Facebook, Twitter e l’iPad, ma nel farvi rinunciare all’acqua corrente ed alle toilettes all’interno delle abitazioni. Dovete portare a mano l’acqua nelle vostre abitazioni e portare fuori i rifiuti. Anche alle tre di una notte piovosa, l’unica vostra opzione per la toilette è una camminata umida e forse fangosa all’esterno della abitazione. Quale opzione scegliete? E’ proprio così. Se visitate uno dei miei luoghi preferiti, il Museo del quartiere del Lower East Side, quello che effettivamente lascia sbigottiti della rappresentazione delle costruzioni dei primi anni del 1860 è la mancanza degli impianti idraulici; i gabinetti esterni e l’acqua da un pozzo vicino (con il preciso risultato che vi aspettereste di una elevata mortalità infantile). Attorno al 1930 gli appartamenti erano ancora sinistri – li ho descritti ai miei genitori, e loro mi hanno detto “Ci siamo cresciuti in un appartamento del genere!” – ma avevano gli impianti idraulici. Direi che niente degli ultimi 80 anni eguaglia quel cambiamento.
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August 30, 2012, 1:36 pm
Memories Of The Bush AdministrationJohn Updike once wrote a novel titled Memories of the Ford Administration; it was largely about sex in the era “after the sexual revolution but before the microbes”. This post isn’t about that. It’s about lies and the lying liars who tell them. I spent a large part of the Bush years contending, at first almost alone, against the conventional wisdom that, even if you didn’t like his policies, Bush was a bluff, honest guy. In truth he was deeply dishonest — and all it took to see that was a look at his economic proposals and how he sold them. It was partly because I had reached a judgment on economics that I was able to see the very similar pattern in the selling of the Iraq war, and conclude — really really almost alone, at least in the pages of major newspapers — that we were being misled into invading another country. Why did Bush have this reputation for honesty? Because he seemed like a nice, gregarious guy, and because most pundits don’t do actual policy analysis. And boy, did I get savagely and personally attacked for pointing out the obvious. It really wasn’t until Katrina that the obvious went mainstream. The Paul Ryan affair has felt very similar. Once again you had an obvious flim-flam man — obvious, that is, if you actually looked hard at his proposals. But for quite a while the Beltway, once again demonstrating its unfounded faith in the power of up-close-and-personal impressions, didn’t want to hear it. I’ve heard that the usual suspects were very angry at me for questioning his bona fides. It’s starting to look, however, as if the life cycle of the Ryan myth is proving a lot shorter than the Bush version. Even people who were fanatical Bush defenders and Krugman-haters seem to have had enough of Ryan’s shtick, thanks to the most dishonest convention speech ever. And I think this matters. Ryan’s true constituency isn’t the Tea Party, it’s the commentariat; strip him of his unjustified reputation as an honest policy wonk, and he’s just another mean-spirited ideologue. Indeed, his character may itself become an election issue. And it should.
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30 agosto 2012
Ricordi della Amministrazione Bush John Updike scrisse una volta un racconto dal titolo “Memorie della Amministrazione Ford”; riguardava soprattutto il sesso, nell’epoca “successiva alla rivoluzione sessuale ma precedente quella dei microbi”. Questo post non riguarda temi del genere. Riguarda le bugie ed i bugiardi patentati che le raccontano. Mi impegnai per una buona parte degli anni di Bush nel combattere, all’inizio quasi da solo, contro il senso comune che voleva che Bush fosse un tipo schietto ed onesto, anche se non si era d’accordo con lui. In realtà era profondamente disonesto – e tutto quello che occorreva per accorgersene era dare un’occhiata alle sue proposte e a come le rivendeva. In parte perché avevo acquisito una capacità di giudizio sulle cose dell’economia, fui capace di vedere uno schema simile nel pubblicizzare la guerra dell’Iraq e di concludere che – in questo caso davvero quasi da solo, almeno sulle pagine dei giornali principali – eravamo stati indotti con l’inganno ad invadere un altro paese. Perché Bush ebbe questa reputazione di onestà? Perché sembrava un tizio piacevole e socievole, e perché molti addetti ai lavori non compiono effettive analisi politiche. E vi posso garantire che fui attaccato personalmente e brutalmente per aver messo in evidenza ciò che era ovvio. Di fatto, sino all’uragano Katrina, quello che era evidente non divenne senso comune. La faccenda di Paul Ryan è apparsa molto simile. Ancora una volta ci si imbatte in un evidente imbroglione [44]– evidente, voglio dire, se si guarda effettivamente in faccia alle sue proposte. Ma per un bel po’ di tempo Washington, dimostrando ancora una volta la sua fiducia priva di fondamento sulle impressioni superficiali, non ha voluto saperne. Mi sono sentito dire che i soliti sospetti erano indignati nei miei confronti per aver messo in dubbio la sua buona fede. Comincia a sembrare, tuttavia, che il ciclo vitale del mito di Ryan si dimostri un po’ più breve che nella versione di Bush. Persino persone che erano fanatici difensori di Bush e che mi detestavano sembrano averne avuto abbastanza degli imbonimenti di Ryan, grazie al discorso di gran lunga più disonesto mai pronunciato ad una Convenzione. Ed io penso che questo sia importante. La vera base elettorale di Ryan non è il Tea Party, sono i commentatori sui media; toglietegli di dosso la sua ingiustificata reputazione di politico onesto e volenteroso, e diventa semplicemente un altro ideologo meschino. In effetti, il suo carattere può diventare di per sé un tema elettorale. E così dovrebbe essere.
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August 30, 2012, 4:02 pm
Discipline and IndisciplineI’m having a meta kind of day, so here’s another piece on the strangeness of what’s going on in the GOP. As I see it, the story from Tampa isn’t the policy ideas, which are just what we already knew; it’s the personal indiscipline of the people who are supposed to be the party’s stars. Chris Christie had his big moment, his chance to set himself up as the heir apparent. Instead, he gave a demonstration of his monstrous self-absorption, going two-thirds of the way through his speech before so much as mentioning the name of his party’s presidential nominee. And Paul Ryan’s speech was just lazy. Rolling out the Janesville thing again, despite having been called on it already? Doing the Medicare cuts thing when everyone in the media was already on the case for his prior advocacy of the same cuts? Doing Bowles-Simpson when, again, everyone in the media knows that he played a large role in undercutting the panel (for which, by the way, we should thank him)? I mean, good policy aside, where was the craftsmanship? Put it this way, if you’re going to be deceptive, you should at least put in the effort to avoid offering targets that even the most diffident, balance-loving reporters will have a hard time missing. So as I said, indiscipline has ruled the last two days. But meanwhile, on a front closer to home for me, the awesome discipline of Republican-leaning economists — their willingness to say anything, do any amount of damage to their professional reputations, for the cause, even when they have no personal hope of being rewarded with high office — remains in place. I wonder what the incentives are; is it just social pressure?
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30 agosto 2012
Disciplina e indisciplina Ho una giornata un po’ speciale, cosicché ecco un altro pezzo sulla stranezza di quello che sta accadendo all’interno del Partito Repubblicano. Per come la vedo io, il racconto di Tampa non riguarda le idee della politica, che sono esattamente quelle che già conoscevamo; riguarda la mancanza di disciplina individuale dei soggetti che si pensava fossero le personalità del Partito. Chris Christie ha avuto il suo grande momento, la possibilità di presentarsi come il probabile erede. Invece ha dato dimostrazione della sua mostruosa concentrazione su se medesimo, facendo passare due terzi del suo discorso prima di menzionare il nome del candidato alla Presidenza del suo Partito. E il discorso di Paul Ryan è stato semplicemente indolente. Tirar fuori un’altra volta la faccenda di Janesville, nonostante egli fosse stato già richiamato su quel punto [45]? Avanzare la questione dei tagli su Medicare quando ognuno nei media era già al corrente della sua precedente difesa di quegli stessi tagli? Usare l’argomento della coppia Bowles-Simpson [46] quando, ancora, tutti sanno nei media che egli giocò un ruolo fondamentale nello sminuire quella commissione (per la qualcosa, per inciso, dovremmo essergli grati)? Mettiamola in questo modo: se avete una certa tendenza ad ingannare, dovreste almeno fare uno sforzo per evitare di offrire obbiettivi che persino i giornalisti più insicuri e amanti dell’equilibrio faranno fatica a dimenticare. Dunque, come ho detto, negli ultimi due giorni ha dominato il disordine. Ma nel frattempo, su un fronte più vicino a casa dal mio punto di vista, le terribile disciplina degli economisti che prediligono i Repubblicani – la loro capacità di dire di tutto, di fare ogni possibile danno alla loro reputazione professionale, anche quando non hanno speranza alcuna di venire compensati per questo elevato servizio – resta al suo posto. Mi chiedo quali siano gli incentivi; si tratta solo di pressione sociale?
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August 30, 2012, 5:18 pm69 Comments
Fear-of-China SyndromeAh. Let’s give thanks to Rob Portman, who offered a nice break from all the lies in Tampa, and instead offered us some good old-fashioned bad macroeconomics. In his speech, Portman castigated the Obama administration for not taking a tougher line on China — which is actually something I’ve complained about too — then offered a completely wrong explanation. Obama won’t take on China, Portman said, because Obama could not run up his record trillion dollar deficits if the Chinese did not buy our bonds to finance them OK, let’s ask the question: how much overseas financing does the United States as a whole need? The answer is that it’s determined by an accounting identity: capital inflows = the current account deficit, a broad measure of the trade balance including income on investments. (Trade can adjust to capital flows instead of the other way around, but that’s a longer story). So what has happened to the current account deficit as a share of GDP in the Obama era? Um, it’s way down: (I multiplied by 400 because the current account data are quarterly, while GDP is stated at an annual rate) How is it possible that we’re borrowing much less from foreigners when the government deficit has gone up so much? The answer is that the private sector is deleveraging, having moved into massive surplus as consumers try to pay down debt and corporations hold back on investment in the face of weak consumer demand. All those government deficits have only partly offset this move, so that overall national borrowing from overseas is down, not up. But what would happen if the private sector stopped deleveraging? The answer is, we’d have a strong economic recovery, which would among other things greatly reduce the budget deficit. A side implication of this point, of course, is that for the time being that deficit is a good thing, helping to support the economy while the private sector unwinds its excessive leverage. So who’s actually financing the US budget deficit? The US private sector. We don’t need Chinese bond purchases, and if anything we’re the ones with the power, since we don’t need their money and they have a lot to lose. In fact, we don’t want them to buy our bonds; better to have a weaker dollar (a point that the Japanese actually get.) To make excuses for Portman, lots of people keep getting this wrong, even after all these years. But really, truly, the last thing we need to worry about is whether the Chinese love our bonds.
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30 agosto 2012
La sindrome della paura della Cina Evviva. Lasciatemi ringraziare Rob Portman [47] che ci ha offerto una bella pausa da tutte le bugie di Tampa, e ci ha invece consegnato un qualche contributo di cattiva economia alla buona vecchia maniera. Nel suo discorso, Portman ha castigato la amministrazione Obama per non aver preso una linea più dura sulla Cina – che è una cosa della quale mi sono lamentato anch’io – per poi offrire una spiegazione del tutto sbagliata. Obama non sfiderà la Cina, ha detto, perché: “Obama non potrebbe accumulare i suoi deficit record da migliaia di miliardi di dollari se i Cinesi non acquistassero i nostri bonds per finanziarli” Lasciatemi dunque porre la domanda: a quanto corrisponde il finanziamento estero dell’intero fabbisogno degli Stati Uniti? La risposta è che questo è determinato da una identità contabile: i flussi di capitali sono uguali al deficit di conto corrente, una misurazione generale della bilancia commerciale che include il reddito dagli investimenti (la bilancia commerciale può correggere i flussi di capitale, mentre l’altro è un modo per evitarlo, ma questa è una storia più lunga). Dunque, che cosa è accaduto al deficit di conto corrente come percentuale del PIL nell’epoca di Obama? Ebbene, si vede qua sotto [48]: (Ho moltiplicato per 400 perché i dati del conto corrente sono trimestrali, mentre il PIL è stabilito in una soluzione annuale). Come è possibile che si stia prendendo a credito molto di meno dall’estero nel momento in cui il deficit è salito di così tanto? La risposta è che il settore privato sta riducendo il suo rapporto di indebitamento, essendo entrato in un massiccio surplus dal momento che i consumatori cercano di abbattere il loro debito e le imprese si guardano dall’investire a fronte di una domanda di consumo debole. Tutti quei deficit statali hanno solo in parte bilanciato questo movimento, cosicché l’indebitamento nazionale dall’estero è diminuito, non aumentato. Ma cosa accadrebbe se il settore privato cessasse di ridurre il suo rapporto di indebitamento? La risposta è: avremmo una forte ripresa dell’economia, il che tra le altre cose ridurrebbe sensibilmente il deficit di bilancio. Una implicazione collaterale di questo aspetto, naturalmente, è che per il tempo in cui siamo quel deficit è una buona cosa, giacché aiuta a sostenere l’economia nel mentre il settore privato attenua il suo eccessivo indebitamento. Chi, dunque, sta effettivamente finanziando il deficit del bilancio statunitense? Il settore privato americano. Non abbiamo bisogno di acquisti dei bonds da parte dei cinesi, e semmai siamo noi ad avere il potere in mano, perché non abbiamo bisogno dei loro soldi e loro hanno molto da perderci. Nei fatti, non vogliamo che comprino i nostri bonds; meglio avere un dollaro più debole (cosa che i giapponesi effettivamente capiscono). A scusante di Portman, sono molte le persone che si sbagliano su questo punto, persino dopo tutti questi anni. Ma in effetti, l’ultima cosa di cui per davvero abbiamo bisogno di preoccuparci è se i cinesi sono appassionati ai nostri bonds.
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August 31, 2012, 10:09 am
The Definition of InsanityIs doing the same thing over and over again … Mike Konczal does what I was planning to do, and compares the (very thin) policy discussion in Mitt Romney’s big speech with previous GOP speeches. As he shows, Romneynomics 2012 is literally identical to McCainomics 2008, Bushnomics 2004, and Bushnomics 2000. Drill, baby, drill; cut taxes on rich people (why didn’t we think of that?); and so on. I would just add to Mike’s take the historical experience. Romney says that his plan would create 12 million jobs in his first term. Leaving aside the fact that this is about what forecasters on average predict in any case, surely we should ask how the identical policies worked out in Bush’s two terms. And the answer is: zero job growth in term one (and a fall in private sector employment), one million in term two. Oh, and private sector employment lower when Bush left office than when he arrived:
The poverty of new ideas is truly amazing.
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31 agosto 2012
La definizione di follia Consiste nel fare la stessa cosa più e più volte … Mike Konczal [49] fa quello che avevo in programma anch’io di fare, e confronta la argomentazione politica (molto esile) nel discorso di Mitt Romney con precedenti discorsi alle convenzioni repubblicane. Come egli dimostra, la Romneynomics del 2012 è letteralmente identica alla McCainomics del 2008, alla Bushnomics del 2004 ed alla Bushnomics del 2000. “Scava, ragazzo, scava” [50]; tagliare le tasse ai ricchi (perché non ci avevamo pensato?); e così via. Vorrei soltanto aggiungere alla presa di posizione di Mike qualcosa sulla esperienza della storia. Romney dice che il suo piano creerebbe 12 milioni di posti di lavoro nel suo primo mandato. A parte il fatto che questo è grosso modo quello che in media i previsori affermano in ogni caso, di c erto dovremmo chiederci come avevano funzionato politiche identiche nei due mandati di Bush. E la risposta è: crescita zero di posti di lavoro nel primo mandato (nonché caduta dell’occupazione nel settore privato), un milione nel secondo. E, si badi, l’occupazione del settore privato fu più bassa quando Bush lasciò l’incarico, rispetto a quando arrivò: La povertà delle nuove idee è davvero sbalorditiva. |
August 31, 2012, 11:54 am
Health Systems and Health Costs
Related to today’s column: Suppose that you were really, really concerned about the long-run federal budget, and understood correctly that rising health care costs are the biggest source of rising spending. What you might do in that case is look around the world to see what kinds of health care system appear to be best at containing costs. And you wouldn’t have to look far, because there’s a pretty dramatic contrast just north of the border: So, Canada has a single-payer insurance system — actually called Medicare. Four decades ago, Canada spent about the same share of GDP on health care as we did. Since then, however, Canadian spending has risen far more slowly than spending in the US, which relies much more on private insurance. Meanwhile, despite the scare stories opponents of reform like to tell, Canadian health care appears on average to be as good as or better than US care; polls indicate that Canadians are more satisfied with their health care than Americans.
So, given this kind of evidence, the GOP insists that the way to control health costs is … to dismantle the single-payer part of our own system and turn the whole thing over to private insurers.
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31 agosto 2012
Sistemi e costi della sanità
A proposito dell’articolo odierno: supponiamo che siate per davvero, proprio preoccupati sul bilancio federale di lungo periodo, e che abbiate compreso correttamente che i costi crescenti della assistenza sanitaria sono la più grande fonte di incremento della spesa pubblica. Quello che dovreste fare in questo caso sarebbe guardarvi attorno per vedere quali tipi di sistema di assistenza sanitaria siano i migliori per il contenimento dei costi. E non avreste da guardare lontano, perché c’è un contrasto piuttosto spettacolare proprio a settentrione dei nostri confini [51]: Dunque, il Canada ha un sistema assicurativo con un unico centro di pagamenti [52] – effettivamente anch’esso chiamato Medicare. Quattro decenni orsono, il Canada spendeva per la sanità grosso modo la stessa percentuale di PIL che spendevamo noi. Da quel momento in poi, tuttavia, la spesa pubblica sanitaria è cresciuta molto più lentamente di quella americana, che si basa molto di più sulle assicurazioni private. Nel frattempo, nonostante le terribili storie che gli oppositori della riforma amano raccontare, la assistenza sanitaria canadese sembra essere in media altrettanto buona se non migliore di quella americana; i sondaggi indicano che i candesi sono più soddisfatti della loro assistenza sanitaria degli americani. Dunque, nonostante una prova di questo genere, il Partito Repubblicano continua a sostenere che la strada per controllare i costi della sanità è … smantellare l’aspetto di pagamento centralizzato del nostro sistema e trasferire tutta la faccenda su assicuratori privati. |
September 1, 2012, 8:13 am Woodford on Monetary Policy (Sort of Wonkish)I’m not in Jackson Hole — actually, I appear to have been blackballed for a long time, probably because I had the temerity to criticize the great Greenspan before it was fashionable. No matter. I can still read the papers — and the most important one was by Mike Woodford (pdf).
Woodford’s paper is long and really dense, mainly because he discusses at exhaustive lengths a large number of empirical studies. But the bottom line is “Ben, ur doing it wrong”. The topic is what, if anything, monetary policy can do when interest rates are up against the zero lower bound (or the near-zero lower bound — it doesn’t matter exactly what the minimum is). Under these conditions, conventional monetary policy — just buying up short-term debt with newly created bank reserves — has no traction. Yet this need not mean that the central bank is without options. I think I was the first to make a point (pdf) that Woodford and Gauti Eggertsson greatly expanded in 2003, namely, that the central bank can still gain traction if it can convince the public that it will pursue a more inflationary policy than previously expected after the economy recovers. As I wrote way back then, the central bank needs to credibly promise to be irresponsible. But can it really do this? Woodford devotes the first half of the paper to an extended review of the evidence on “forward guidance”, in which central banks signal their future intentions — and finds strong evidence that such talk matters. So his answer is yes, the Fed could boost the economy by making a commitment to hold off on raising interest rates when recovery finally kicks in. But that isn’t what the Fed has mainly done, at least not explicitly. Instead, it has relied on purchases of nonconventional assets (misleadingly billed as quantitative easing or QE), especially long-term debt. Has this been effective? Woodford parses the evidence, and concludes tentatively that most of the apparent effects of QE actually come through the expectations channel — that is, that QE works, to the extent it does, largely because markets see it as a form of forward guidance. So what should the Fed be doing? Woodford concludes that it needs to make a change in its basic policy pronouncements, so as to make them “history-dependent” — that is, it needs to promulgate a view of its intentions that would lead it to be slower to raise rates following a big slump than it would in other circumstances. And let me repeat the past tense: following a big slump, not just when you’re in it.
How to do this? Nominal GDP targeting would be one answer, because it would give the Fed a reason to hold off for a long time on rate hikes. Other schemes might also do the trick. The point is that this is exactly what the Fed has not done. Bernanke has gone to great lengths to reassure politicians that policy will revert to normal as soon as possible, that the Fed remains as vigilant as ever about inflation; and while Woodford doesn’t quite say this, all this amounts to offering forward guidance in exactly the wrong direction.
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1 settembre 2012
Woodford sulla politica monetaria (più o meno per esperti)
Io non sono a Jackson Hole [53] – effettivamente, sembra che sia stato bandito per un lungo periodo, probabilmente perché ebbi la temerarietà di criticare il grande Greenspan prima che diventasse di moda farlo. Non c’è problema. Posso ancora leggere le pubblicazioni – e la più importante è stata quella di Mike Woodford (disponibile in pdf). Il saggio di Woodford è ampio e realmente denso, principalmente perché tratta con esauriente ampiezza un gran numero di studi empirici. Ma la morale della favola è “Ben, stai [54] sbagliando”. L’argomento è quale politica monetaria, semmai ce ne sia una, possa essere efficace quando i tassi di interesse sono di fronte al limite inferiore dello zero (o al limite inferiore prossimo allo zero – non è così esattamente rilevante quale sia il minimo) [55]. In quelle condizioni, la politica monetaria convenzionale – semplicemente, fare incetta di debito a breve termine [56] – non ha effetti trainanti. Tuttavia, questo non significa che la banca centrale sia priva di possibilità. Credo di essere stato il primo a porre il tema (disponibile in pdf) che Woodford e Gauti Eggertsson ampliarono considerevolmente nel 2003, e precisamente che la banca centrale può ancora avere effetti trainanti se riesce a convincere l’opinione pubblica di voler perseguire una politica più inflazionistica di quello che in precedenza ci si sarebbe attesi, successivamente alla ripresa dell’economia. Come scrissi molto tempo fa, la banca centrale ha bisogno di promettere credibilmente di essere irresponsabile. Ma può realmente far questo? Woodford dedica la prima metà del saggio ad un ampio resoconto delle prove relative ad una “guida anticipatrice” [57], con la quale le banche centrali segnalano le loro future intenzioni – e trova forti prove per le quali un discorso del genere è importante. La sua risposta è positiva, la Fed potrebbe incoraggiare l’economia assumendo un impegno a ritardare tassi di interesse crescenti al momento in cui la ripresa finalmente si manifestasse. Ma non è quello che la Fed ha principalmente fatto, almeno non esplicitamente. Piuttosto, essa si è affidata ad acquisti di assets non convenzionali (annunciati in modo fuorviante come ‘facilitazione quantitativa’ o QE [58]), specialmente debito a lungo termine. E’ stato efficace? Woodford esamina le prove e conclude sperimentalmente che gran parte degli effetti apparenti del QE sono arrivati per il tramite del canale delle aspettative – vale a dire, che il QE funziona, nella misura in cui ci riesce, in gran parte perché i mercati lo percepiscono come una forma di ‘guida anticipatrice’. Dunque, cosa dovrebbe fare la Fed? Woodford arriva alla conclusione che la Fed ha bisogno di introdurre un cambiamento nei suoi pronunciamenti politici di base, in modo tale da renderli “dipendenti dalla storia” – ovvero, che essa ha bisogno di diffondere un punto di vista sulle sue intenzioni che la condurrebbero ad essere più lenta nell’innalzare i tassi a seguito di una grande depressione, rispetto a quello che farebbe in altre circostanze. E consentitemi di insistere sul tempo passato: a seguito di una grande depressione, non quando ci siete nel mezzo. Come farlo? Darsi un obbiettivo di PIL nominale sarebbe una risposta, perché fornirebbe alla Fed la ragione per ritardare per lungo tempo i picchi sui tassi. Anche altri schemi potrebbero produrre quel risultato. Il punto è che questo è esattamente quello che la Fed non ha fatto. Bernanke ha fatto ogni sforzo per rassicurare i politici che le scelte sarebbero state riportate alla normalità non appena possibile, che la Fed restava come sempre vigilante sull’inflazione; e mentre Woodford questo non lo dice a sufficienza, tutto ciò contribuisce ad offrire una ‘guida anticipatrice’ esattamente nella direzione sbagliata. |
September 1, 2012, 1:19 pm
Monetary Versus Fiscal Policy, RevisitedOne recurring complaint from commenters on this blog is that they can’t figure out where I stand on monetary versus fiscal policy as a response to a deeply depressed economy. Sometimes, they say, I declare that monetary policy is ineffective once you’re at the zero lower bound; other times I berate Ben Bernanke for not doing more. Which is it? But it’s not a contradiction. Mike Woodford’s latest paper, especially taken in tandem with his paper last year at the Cambridge Keynes conference, actually explains it all. What Mike demonstrates is the point that liquidity-trap worriers have been making for a long time – actually, ever since my 1998 piece. Current monetary policy is indeed ineffective in a liquidity trap; but there is still scope for central bank action in the form of credible commitments to keep monetary policy easy in the future, when the economy is no longer at the zero lower bound. The trouble is how to make those credible commitments. Actually, it’s a two-stage problem. First you have to convince the central bank itself that it’s a good idea to signal that you won’t return to normal policy (say a standard Taylor rule) as soon as the economy lifts off from the liquidity trap; then you have to convince the private sector that the central bank will not, in fact, just revert to type once the crisis is past. My judgment back in late 2008/early 2009 was that it would take a long time to get through those two stages; indeed, as Mike’s paper makes clear, four years into the Lesser Depression the Fed is still inching up toward stage one. Meanwhile, the slump was already upon us. What about fiscal policy? As Mike pointed out in his earlier paper, fiscal stimulus in a liquidity trap doesn’t require that you convince the market that you’re going to behave differently once the crisis is past. It doesn’t depend on expectations at all; the government just goes out and creates jobs. So it made a lot of sense to argue for stimulus as the main immediate response to the slump. But isn’t fiscal stimulus also a hard sell politically? Yes, indeed – although the truth is that we did get some, and it probably had a major impact in softening the economic blow. And we would have had more if not for the scorched-earth opposition of Republicans, which is not a problem of economic analysis. So what should well-meaning economists do now, with both fiscal and monetary policy falling short? The answer is, campaign on both fronts, trying to convince influential players both that austerity is wrong and that the Fed needs to start signaling its willingness to see more inflation before it raises rates. And that’s more or less where I am.
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1 settembre 2012
Una nuova interpretazione, politica monetaria contro politica fiscale Una lamentela ricorrente da parte dei commentatori di questo blog è che essi non riescono a capire dove io mi collochi nel confronto tra politica monetaria e politica fiscale [59] come risposta ad un’economia profondamente depressa. Talvolta, dicono, io affermo che la politica monetaria è inefficace dinnanzi al limite inferiore di zero; altre volte maltratto Bernanke per non fare di più. Che cos’è tutto ciò? L’ultimo saggio di Mike Woodford, specialmente considerato in tandem con il suo saggio dell’ultimo anno alla conferenza su Keynes a Cambridge, effettivamente è la spiegazione di tutto. Quello che Mike dimostra è il fatto che coloro che temono la trappola di liquidità stanno sostenendo da molto tempo – effettivamente, a partire da un mio articolo del 1998. La normale politica monetaria è in effetti inefficace in una trappola di liquidità; ma c’è ancora la possibilità di una azione della banca centrale nella forma di impegni credibili a mantenere una politica monetaria disinvolta nel futuro, quando l’economia non sarà più al limite inferiore di zero. Il problema è come rendere credibili questi impegni. Si tratta, in effetti, di un problema in due fasi. Nella prima, si deve convincere la banca centrale stessa che il segnale che non si vuole tornare ad una normale politica è una buona idea (diciamo normale secondo i parametri della regola di Taylor [60]) non appena l’economia decolla da una trappola di liquidità; poi si deve convincere il settore privato che la banca centrale, nei fatti, non ritornerà semplicemente alla sua normale condotta, una volta che la crisi sia superata. La mia opinione nel passato – fine del 2008 ed inizi del 2009 – era che ci sarebbe voluto un tempo lungo per passare attraverso questi due stadi; in effetti, come il saggio di Mike evidenzia, dopo quattro anni dall’ingresso nella Depressione Minore, la Fed sta ancora procedendo lentamente nella direzione della prima fase. Nel frattempo, la depressione ci era già venuta addosso. Che dire della politica della finanza pubblica? Come Mike sottolineò nel suo primo saggio, lo stimolo finanziario pubblico in una trappola di liquidità non richiede che si convinca il mercato che ci si comporterà in modo diverso, una volta che la crisi sarà superata. Esso non dipende affatto dalle aspettative; semplicemente il Governo si impegna e crea posti di lavoro. In questo modo c’era un forte argomento per essere a favore dello stimolo come la principale risposta immediata alla crisi. Ma lo stimolo fiscale non è anche una grande fregatura, dal punto di vista politico? In effetti è così – sebbene la verità sia che lo abbiamo avuto solo un po’, ed esso probabilmente ha avuto un effetto importante nell’attenuare la batosta dell’economia. E ne avremmo avuto maggiormente se non ci fosse stata una opposizione da ‘terra-bruciata’ dei Repubblicani, che non è materia di analisi economica. Cosa dovrebbero dunque fare adesso, gli economisti, con le politiche sia monetarie che della finanza pubblica che non si mostrano all’altezza? La risposta è: impegnarsi sui due fronti, cercando di convincere i protagonisti influenti che l’austerità è sbagliata e che la Fed ha bisogno di cominciare a dar prova della sua disponibilità ad accettare maggiore inflazione prima di aumentare i tassi. Questo è più o meno la mia posizione.
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September 2, 2012, 8:58 am
Mitt Romney, Weaponized KeynesianOK, I missed this. From Romney’s acceptance speech, attacking Obama: His trillion dollar cuts to our military will eliminate hundreds of thousands of jobs, and also put our security at greater risk; His $716 billion cut to Medicare to finance Obamacare will both hurt today’s seniors, and depress innovation – and jobs – in medicine. And his trillion-dollar deficits will slow our economy, restrain employment, and cause wages to stall. OK, so deficit spending hurts the economy — unless it’s spending on the military (or on the medical-industrial complex), in which case cutting spending destroys jobs. Leave on one side the fact that those possible defense cuts are the result of a Republican ultimatum, not Obama policy. And where exactly is deficit reduction supposed to come from? The GOP wants massive tax cuts; but spending on defense must rise, as must health care spending. So I guess it’s all on the backs of the poor — except that Paul Ryan says that how we treat the defenseless is the test of our society. Interesting.
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2 settembre 2012
Mitt Romney, il keynesismo degli armamenti Ebbene si, questa mi era sfuggita. Dal discorso di accettazione di Romney, l’attacco ad Obama: “I suoi mille miliardi di tagli alle forze armate elimineranno centinaia di migliaia di posti di lavoro, ed esporranno anche la nostra sicurezza ad un rischio più grande; I suoi 716 miliardi di tagli a Medicare per finanziare la sua riforma dell’assistenza sanitaria colpiranno quelli che oggi sono anziani e deprimeranno l’innovazione – nonché i posti di lavoro – nella scienza medica. Inoltre, i suoi mille miliardi di dollari di deficit rallenteranno la nostra economia, limiteranno l’occupazione e provocheranno un blocco dei salari”. Chiarissimo. Così la spesa pubblica in deficit colpisce l’economia – a meno che non sia spesa sulle forze armate (o sul complesso sanitario-industriale), nel qual caso i tagli alla spesa distruggono posti di lavoro. Lasciamo da parte il fatto che quei possibili tagli alla difesa sono i risultati dell’ultimatum dei Repubblicani, non della politica di Obama. E da dove verrebbe esattamente la supposta riduzione del deficit? Il Partito Repubblicano vuole massicci sgravi fiscali; ma la spesa per la difesa deve crescere, parimenti deve crescere la spesa per l’assistenza sanitaria. Dunque, suppongo che finisca tutto sulle spalle della povera gente – a parte il fatto che Ryan dice che il modo in cui trattiamo gli indifesi è il test della nostra società. Interessante.
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September 2, 2012, 12:44 pm
Mishmash NotProps to Eddie Lazear; he’s a loyal Republican who’s been saying a lot of things I consider totally wrong lately, but his paper for Jackson Hole (pdf) is a professional, well-done piece that offers little aid and comfort to his political allies. Lazear’s question is whether a large part of the rise in unemployment is “structural”, that is, reflecting supply factors, or whether it’s mainly simple lack of demand. The Keynesian view is, of course, that it’s demand, and that fiscal and monetary policy should be acting to provide the missing demand. On the other side you have either supply-side views a la Mulligan claiming that taxes and benefits are discouraging people from working, or more or less Austrianish views that it’s about maladaption of the structure of production that left too many workers and too much capital stuck in the wrong industries.
Lazear goes through the data, and finds overwhelming evidence of inadequate demand, little if any evidence of structural problems. I was especially struck by his data on “mismatch” (which everyone I know calls mishmash): the extent to which there appears to be a misalignment between where the workers are and where the jobs are. In the early stages of the Lesser Depression some data seemed to suggest a sharp rise in mismatch; it was left for us demand-siders to argue that this was actually a cyclical, not structural issue, and not fundamental to the employment problem. Now Lazear informs us that sure enough, mismatch was cyclical, and has in fact come way down even though unemployment remains high: What all this tells us is that the vast suffering still going on is gratuitous — that we could end this quickly with appropriate monetary and fiscal policies. Unfortunately, between the GOP and the Very Serious People (who love, just love, the idea that it’s structural), it won’t happen any time soon.
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2 settembre 2012
Non c’è discrepanza. I miei rispetti a Eddie Lazear; egli è un repubblicano fedele, che ultimamente sta sostenendo un mucchio di cose che io considero totalmente sbagliate, ma il suo saggio per Jackson Hole [61] è un pezzo professionale e ben fatto, che offre poco aiuto e conforto ai suoi amici politici. La domanda di Lazear è se una larga parte della crescita della disoccupazione sia ‘strutturale’, vale a dire rifletta fattori derivanti dall’offerta, o se sia semplicemente una semplice mancanza di domanda. Il punto di vista keynesiano è, naturalmente, che si tratti della domanda e che la politica finanziaria pubblica e quella monetaria dovrebbero essere attivate per fornire la domanda mancante. Sull’altra si collocano sia i punti di vista delle teorie dal lato dell’offerta alla Mulligan [62] che sostengono che le tasse ed i sussidi stanno scoraggiando le persone dal lavorare, oppure i punti di vista più o meno vicini agli “austriaci” [63], che sono relativi al cattivo adattarsi della struttura della produzione, che lascia troppi lavoratori e troppi capitali bloccati nelle industrie sbagliate. Lazear procede attraverso le statistiche, e scopre prove schiaccianti sulla inadeguatezza della domanda, assieme a prove modeste, ammesso che ve ne siano, di problemi strutturali. Sono rimasto specialmente colpito dai suoi dati sulla “discrepanza” (che tutti quelli che conosco chiamano “guazzabuglio” [64]): la misura nella quale appare esserci un disallineamento tra dove sono i lavoratori e dove sono i posti di lavoro. Nei primi stadi della Depressione Minore [65] alcuni dati sembravano suggerire una brusca impennata nella “discrepanza”; fummo allora soli, noi sostenitori della teoria dal lato della domanda, a sostenere che in effetti si trattava di una questione ciclica, non strutturale, e non fondamentale per il problema dell’occupazione. Ora Lazear ci informa che è abbastanza sicuro che la “discrepanza” fosse ciclica, e di fatto essa è venuta riducendosi anche se la disoccupazione resta elevata: Quello che tutto questo ci dice [66] è che la grande sofferenza che ancora continua è del tutto gratuita – che dovremmo interromperla con appropriate politiche della spesa pubblica e monetarie. Sfortunatamente, tra il Partito Repubblicano e le Persone Molto Serie [67] (che amano appassionatamente l’idea di un fenomeno strutturale), questo non è destinato a succedere in breve tempo.
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September 2, 2012, 3:42 pm
Everybody Does ItThat seems to be the new Beltway line, now that the shock over the lie-fest in Tampa has died down a bit. At the Washington Post (except at Ezra’s blog), at Politico, and so on, it’s excuse time — sure, Ryan and Romney told a few whoppers, but isn’t that just how politics is? It’s not hard to understand why this is happening. For one thing, there’s the views-differ-on-shape-of-planet ethos that has imbued political journalism for many years now. On top of that, a lot of people in DC have major reputational capital at stake. After all the puff pieces on Paul Ryan, after all the op-eds praising his truthfulness and responsibility, after not one, not two, but three Pete Peterson-backed deficit-hawk organizations gave Ryan an award for fiscal responsibility, admitting that he’s actually a big low-body-fat liar would be extremely painful. But the excuses just aren’t true. Read Dylan Matthews on the amazing string of false or misleading statements in Ryan’s speech; look at how Mitt Romney flipped from government spending is good to government spending is bad in just a few sentences. Can you find stuff like that in previous conventions, and in particular on the Democratic side? I don’t think so. Yes, Bill Clinton and John Edwards lied about sex. Shame on them, but what does that have to do with policy? This is something new in American politics, and everyone trying to deny that fact is in effect an enabler.
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2 settembre 2012
Lo fanno tutti. Sembra che sia la nuova linea a Washington [68], ora che l’impressione sulla sagra della bugia a Tampa si è un po’ attenuata. Presso il Washington Post (con l’eccezione del blog di Ezra), Politico e così via, è tempo di scuse – certo, Ryan e Romney hanno raccontato qualche balla, ma non consiste proprio in questo la politica? Non è difficile comprendere perché sta accadendo. Da una parte c’è il costume dei ‘diversi-punti-di-vista-sulle-forme-del-pianeta’ [69], che permea il giornalismo politico da molti anni. Al massimo livello, un buon numero di persone a Washington hanno messo in ballo una discreta fetta della loro reputazione. Dopo tutti gli articoli che hanno ‘montato’ Paul Ryan, dopo tutti i commenti [70] che hanno esaltato la sua sincerità e responsabilità, dopo che non una, non due, ma tre organizzazioni sostenute dal ‘falco’ del deficit Pete Peterson [71] hanno dato a Ryan il premio per ‘responsabilità fiscale’, ammettere che in effetti egli è un gran bugiardo con poca sostanza [72] sarebbe estremamente doloroso. Ma si tratta di scuse niente affatto sincere. Si legga Dylan Matthews sulla strabiliante sequela di affermazioni false o distorte nel discorso di Ryan [73]; si veda come Mitt Romney ha fatto una vera e propria giravolta dalla affermazione per la quale la spesa pubblica è buona a quella per la quale è cattiva, soltanto in poche frasi. Si può trovare roba del genere in precedenti convenzioni, e in particolare dalla parte dei Democratici? Penso di no. Si, Bill Clinton e John Edwards mentirono a proposito del sesso. Fu una vergogna per loro, ma questo cosa ha a che fare con la politica? Si tratta di qualcosa di nuovo nella politica americana, e tutti coloro che provano a negare quel dato di fatto in sostanza lo incoraggiano.
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September 3, 2012, 9:56 am
Britain’s Paul RyanIn a lot of ways George Osborne, the Chancellor of the Exchequer (finance minister) is Britain’s answer to Paul Ryan. True, he’s a toned-down version — no Ayn Rand, please, we’re British — but other aspects of package are there in full force: he’s articulate, has a vision that’s completely at odds with everything we actually know about macroeconomics, and he was for a while the darling not just of the right but of self-proclaimed centrists on both sides of the Atlantic. Osborne’s big idea was that Britain should turn to fiscal austerity now now now, even though the economy remained deeply depressed; it would all work out, he insisted, because the confidence fairy would come to the rescue. Never mind those whining Keynesians who said that premature austerity would send Britain into a double-dip recession. Strange to say, Britain’s recovery stalled soon after Cameron/Osborne began their new policies, and the country is now in a double-dip recession. So is Cameron rethinking his faith in Osborne? According to the FT, no: But Mr Osborne continues to enjoy David Cameron’s backing and will stay as chancellor when the prime minister this week conducts his reshuffle, expected to take place on Tuesday. Instead of a real policy rethink, what Cameron and Osborne apparently have in mind is Still, there is criticism from within the Tory party — except what the dissidents want is not a return to conventional macro, but “right-wing shock therapy”. I was particularly struck by this: Although the chancellor insisted that the economy was “healing” he told the BBC’s Andrew Marr there were many obstacles ahead adding: “There is no easy route to a magical recovery.” That sounds wise and restrained, but it’s actually completely wrong-headed. Britain is suffering from lack of demand; it could have a quick (not magical) recovery if policies were taken to stimulate demand. It’s the belief that the country can’t recover quickly, not the belief that it can, that constitutes economic mysticism. And the slump — which has now, in Britain, lasted longer than the slump in the 1930s — goes on.
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3 settembre 2012
Il Paul Ryan inglese In molti sensi George Osborne, il Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze) è la risposta inglese a Paul Ryan. E’ vero, è una versione sotto tono – per favore, lasciate perdere Ayn Rand, siamo inglesi! – ma altri aspetti del pacchetto ci sono in dimensione integrale: sa parlare, ha una visione agli antipodi con tutto quello che realmente conosciamo dell’economia, inoltre è stato per un po’ il tesoruccio non solo della destra, ma anche degli autoproclamati centristi di entrambe le sponde dell’Atlantico. La grande idea di Osborne è stata che l’Inghilterra avrebbe dovuto svoltare con assoluta immediatezza verso l’austerità della finanza pubblica, anche se l’economia restava profondamente depressa; tutto avrebbe funzionato, ha continuato a ripetere, perché la fata turchina della fiducia sarebbe venuta in salvataggio. Non avevano nessuna importanza quei lamentosi keynesiani che dicevano che una austerità prematura avrebbe spedito l’Inghilterra in una seconda recessione [74]. Strano a dirsi, la ripresa dell’Inghilterra si è spenta subito, dopo che Cameron/Osborne avevano dato avvia alle loro nuove politiche, e il paese è oggi alle prese con la seconda recessione consecutiva. Dunque, Cameron sta rimettendo in discussione la sua fiducia in Osborne? Secondo il Financial Times, niente affatto: “Ma il signor Osborne continua a godere del sostegno di David Cameron e resterà al posto di Cancelliere allorquando il Primo Ministro questa settimana procederà al rimpasto, che è atteso che avvenga martedì”. Al posto di una reale ripensamento politico, quello che Cameron ed Osborne sembra abbiano in mente è di rimettere a posto le loro sdraie sul Titanic un complesso di trastulli secondari riguardanti il credito e le autorizzazioni urbanistiche, che pare altamente improbabile producano una qualche significativa differenza. Tuttavia, ci sono critiche dall’interno del Partito dei Tory – a parte il fatto che i dissidenti non vogliono un ritorno ad una teoria economica convenzionale, bensì una “terapia shock di destra”. Sono rimasto particolarmente colpito da questo passaggio: “Sebbene il Cancelliere abbia insistito sul fatto che l’economia si sta ‘risanando’, ha detto ad Andrew Marr della BBC che ci sono molti ostacoli in più dinnanzi: ’Non esiste un percorso magico verso la ripresa’ “. Sembra un ragionamento saggio e pacato, ma è in effetti del tutto fuorviante. L’Inghilterra sta soffrendo di carenza di domanda; avrebbe una rapida ripresa (non magica) se fossero assunte politiche per stimolare la domanda. E’ il credere che il paese non possa riprendersi rapidamente, non il credere che lo possa, che costituisce una forma di misticismo economico. E la depressione – che ad oggi in Inghilterra è durata più di quella degli anni Trenta – va vantio.
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September 4, 2012, 8:20 am
The Fire Last TimeDean Baker has exactly the right metaphor for journalists asking the really dumb “are you better off” question: Suppose your house is on fire and the firefighters race to the scene. They set up their hoses and start spraying water on the blaze as quickly as possible. After the fire is put out, the courageous news reporter on the scene asks the chief firefighter, “is the house in better shape than when you got here?” Yes, that would be a really ridiculous question. … A serious reporter asks the fire chief if he had brought a large enough crew, if they enough hoses, if the water pressure was sufficient. That might require some minimal knowledge of how to put out fires. Obama came to office in the midst of the worst economic crisis since the 1930s. The question should be how well he dealt with that crisis — and in particular whether the man seeking to replace him would have done better. And the facts of how we’ve done aren’t complicated: the economy was in free fall in January 2009; it stabilized and began growing by mid-2009; but growth has been disappointing, and employment has barely kept up with population. Here’s real GDP per capita:
And here’s the ratio of employment to population:
Would a Republican president have done better? If so, how? That’s the question — not the dumb “four years” trope.
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4 settembre 2012
Il fuoco, l’ultima volta Dean Baker ha proprio la metafora giusta per I giornalisti che pongono la domanda davvero stupida se “è lui il migliore”: “Supponete che la vostra casa vada a fuoco ed i pompieri arrivino sulla scena. Essi predispongono i loro idranti e cominciano a tirare l’acqua sull’incendio più rapidamente possibile. Dopo che il fuoco è spento, i reporter coraggiosi arrivano sul luogo e chiedono al capo dei pompieri “la casa è in condizioni migliori di quando siete arrivati qua?”. Si, sarebbe un domanda davvero ridicola. …. Un giornalista serio chiede al capo dei pompieri se ha con sé un equipaggio sufficiente, se hanno abbastanza idranti, se la pressione dell’acqua era adeguata. Ciò potrebbe richiedere una qualche minima conoscenza su come si spengono i fuochi”. Obama entrò in carica nel bel mezzo della più grave crisi economica dagli anni Trenta. La domanda dovrebbe riguardare come egli se l’è cavata con quella crisi – e in particolare se l’uomo che cerca di prendere il suo posto avrebbe fatto meglio di lui. Ed i fatti, a proposito di quello che si è fatto, non sono complicati: l’economia era in caduta libera nel gennaio del 2009; essa si è stabilizzata ed ha ripreso a crescere verso la metà del 2009; però la crescita è stata deludente e l’occupazione ha appena tenuto il passo della popolazione. Questo è stato l’andamento del PIL reale procapite: E questo il tasso di occupazione in rapporto alla popolazione: Un Presidente Repubblicano avrebbe fatto meglio? Se si, come? Questa è la domanda – non la sciocca retorica dei “quattro anni”.
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[1] Nel senso che, come è noto, dal 1981 al 1989 Presidente fu Ronald Reagan, e quegli furono gli anni nei quali il rapporto tra debito e PIL tornò sensibilmente a crescere, mentre era radicalmente diminuito tra gli anni ’50 e ’70 ed era rimasto stabile nel decennio successivo.
[2] Purtroppo la tabella non mi risulta del tutto leggibile né facilmente comprensibile. E’ relativa alle aliquote fiscali marginali effettive di un capofamiglia con due figli a carico. Sul lato delle ordinate ci sono le aliquote fiscali marginali e le due linee, la rossa e la blu, nella loro evoluzione indicano i punti di equilibrio tra tasse e sussidi vari, a seconda delle posizioni di reddito effettive che sono sulla linea delle ascisse. Nell’area in basso mi pare sia scritto “profitti”, il che dovrebbe significare che le aliquote fiscali marginali effettive sono negative soltanto nel caso di bassi redditi derivanti da profitti di capitale.
[3] “Smooth” può significare, oltre a ‘spianare’, anche ‘facilitare’.
[4] Vedi note finali sulla traduzione.
[5] Per l’uso ironico di questa espressione vedi le note finali del “vocabolarietto” krugmaniano.
[6] Ovvero, i risultati di Romney alla società denominata Bain. .
[7] Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società target (obiettivo) sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno della target. Il Private equity include tutti gli investimenti in società non quotate su mercati regolamentati. Le società target possono anche essere quotate, ma intenzionate ad abbandonare la borsa, ed in questo caso si parla di Public Private Equity. Gli investimenti in private equity raggruppano un ampio spettro di operazioni, in funzione sia della fase nel ciclo di vita aziendale che l’azienda target attraversa durante l’operazione di private equity, sia della tecnica di investimento usata.
[8] C’è la connessione perché è quello il titolo di un saggio di Krugman – poi pubblicato in un libro – scritto nel 1966.
[9] Ovvero, della riforma sanitaria che Romney propose e fece approvare dallo Stato del Massachusetts e che aveva una notevole somiglianza con quella proposta ed approvata successivamente, per iniziativa di Obama, al livello degli Stati Uniti. Sennonché la propaganda elettorale repubblicana ha sostanzialmente ‘censurato’ quell’argomento, perché per la destra americana, oggi ostile ad ogni riforma in qualche modo progressista della assistenza sanitaria, esso non è più un titolo di merito.
[10] Ovvero, gruppi formalmente selezionati di cittadini elettori che vengono attivati in studi campione allo scopo di esprimersi formalmente ed in modo non condizionato su vari aspetti della politica e della propaganda elettorale.
[11] Vedi il precedente post a pagina 30.
[12] Per il concetto di ‘limite inferiore di zero’ vedi le note finali sulla traduzione.
[13] Mesi orsono ci fu in America un gran dibattito sul tema del declino dei valori morali tra i “lavoratori bianchi”, ed uno degli indicatori che vennero usati come segno di tale declino era il numero di figli nati fuori dal matrimonio, o conviventi con un solo genitore.
[14] “Big Oil” è un termine con il quale si indica collettivamente il complesso delle più grandi imprese – una volta anche definite le “sette sorelle” – neo settore del petrolio e del gas, e che oggi sono considerate le seguenti: BP p.l.c., Chevron Corporation, ExxonMobil Corporation, Royal Dutch Shell plc, Total S.A. e ConocoPhillips Company. Analogamente “Big Coal” si riferisce alle grandi imprese nel settore della estrazione del carbone.
[15] Il confronto è tra l’industria dei computer (in blu) ed i negozi di alimentari.
[17] Suppongo che nel testo ci sia un errore, “strong man” per “straw man”. “Straw man” letteralmente significa “uomo di paglia”, e spesso indica il concetto corrispondente, ovvero il “diversivo”, l’argomento “fittizio” ed è il tema di questo post.
[18] Il riferimento è ad un post dal titolo “Il 20 per cento delle famiglie più ricche paga il 94 per cento delle tasse sui redditi”, apparso sul blog di Tax Foundation.
[19] Letteralmente “lucky duckies” sarebbe “fortunati tesorucci”. Penso che sia una espressione praticamente gergale, che indica – secondo i conservatori – l’eccesso di protezione sociale nei confronti della povera gente.
[20] Il “check” ripetuto lo traduco “controllate” nel senso di “andate a vedere come le cose stanno davvero”. Ho il dubbio che possa significare “visto !”, nel senso di una fandonia già nota …
[21] Si noti che il picco delle diseguaglianze ha si dei precedenti, ma sono quelli relativi alla “golden age” degli anni 20.
[22] Si tratta di un calcolo che la Fondazione in questione fa ogni anno, in un giorno attorno alla fine di marzo.
[23] Il riferimento è ad un post del settembre del 2010.
[24] Gli investimenti “residential” sono le nuove abitazioni, i “non residential” le nuove fabbriche.
[25] Suppongo ci sia un errore, e “offer” stia per “offered”.
[26] Ovvero: nel periodo dal 2005 alla crisi finanziaria del terzo trimestre del 2008, lo zloty aumentò di valore da circa 0,24 euro a circa 0,30 euro (e quello era il periodo nel quale nella periferia sud dell’Europa i flussi di capitali dal centro favorivano un processo inflattivo); nella seconda parte del 2008 si scese bruscamente da 0,30 zloty per euro a 0,22 (e quella brusca svalutazione produsse l’effetto di una immediata forte maggiore competitività). Ovvero, alla crisi si rispose con una politica monetaria che consentiva di evitare i lunghi, dolorosi ed abbastanza inconcludenti meccanismi della sola “svalutazione interna”.
[27] Ovvero, del campo da golf.
[28] E’ la grafia di Robin Hood al rovescio.
[29] La tabella (comprensibile solo se la si ingrandisce) suddivide i contribuenti americani in 8 classi di reddito dell’anno 2011, espresse in migliaia di dollari. Inoltre, essa indica con il blu le entrate che si perderebbero per la riduzione delle aliquote fiscali e con il rosso le nuove entrate che sarebbero disponibili per l’ampliamento della base imponibile, effetto della eliminazione di esenzioni e scappatoie fiscali. Come si può notare le cinque più basse classi di reddito (sino ad un massimo di 200.000 dollari all’anno) avrebbero un incremento considerevolmente maggiore in nuove tasse, rispetto ai vantaggi che si produrrebbero per gli sgravi. In cifre assolute lo svantaggio sarebbe particolarmente forte nella classe di reddito tra i 100.000 ed i 200.000 dollari; in termini relativi il danno sarebbe clamoroso soprattutto per i redditi più bassi, che pagherebbero dal doppio a vari multipli delle tasse attuali. Per le classi di reddito dei più ricchi, si produrrebbe l’effetto opposto, che sarebbe particolarmente clamoroso per i “top”, che perderebbero un po’ più di 50 miliardi di dollari all’anno per l’ampliamento della base imponibile, e guadagnerebbero più di 100 miliardi di dollari all’anno per le aliquote più basse.
[30] Ovvero, Krugman prevede che ancora una volta i giornalismo presunto neutrale e “centrista”, anziché raccontare onestamente la analisi del TPC, risolverà tutto secondo il metodo “pilatesco” che ‘ospita’ le dichiarazioni contrapposte e generiche delle parti in causa (noi diremmo “par condicio”), senza che si riesca a capire la sostanza.
[31] Il post deriva chiaramente dal titolo del film “Saving private Ryan” (lett. “Salvare il soldato semplice Ryan”).
[32] A proposito di questo “uso” del termine “Very Serious”, vedi le note sulla traduzione finali.
[33] Ovvero, l’organismo indipendente che stima gli effetti delle varie proposte in materia di bilancio per conto del Congresso degli Stati Uniti.
[34] Ryan è Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Rappresentanti.
[35] Il “GDP deflator” ( o “implicit price deflator for GDP”) è la misura del livello dei prezzi di tutti i nuovi beni e servizi prodotti all’interno dell’economia di una paese. In gran parte dei sistemi di contabilità nazionale, il “GDP deflator” misura il rapporto tra il PIL nominale (a prezzo corrente) e quello reale.
[36] L’Area 51 è una zona di esperimenti militari molto segreta, nel Nevada. Gli elevati livelli di segretezza che circondano la base e il fatto che la sua esistenza sia solo vagamente ammessa dal governo statunitense ha reso questa base un tipico soggetto delle teorie del complotto e protagonista del folklore ufologico. Il senso, dunque, di questo riferimento è che nelle argomentazioni di alcuni conservatori (sulla mancata inflazione ….) si arriva a spiegazioni del genere “teorie del complotto” apertamente paranoiche.
[37] La tabella mostra un confronto sull’andamento dell’inflazione rilevata nei mesi di luglio degli ultimi 4 anni, così come rappresentato nella linea blu dai dati ufficiali della agenzia governativa e, nella linea rossa, dai dati del centro di ricerca.
[38] “Scarabeo d’oro” è un termine – di solito in senso peggiorativo – con i quale si indicano coloro che fanno investimenti piuttosto avventati in oro; più in generale indica i critici della moneta cartacea ed i sostenitori di sistemi del genere del gold standard. Il termine, comunque, ebbe origine da un omonimo racconto di Edgar Allan Poe, nel quale l’impronta di uno scarabeo corrispondeva alla crittografia di una mappa di un tesoro.
[39] Per i “death panels” vedi le note conclusive sulla traduzione.
[40] Attenzione a non confondere “Austerians” e “Austrians”. I primi sono un neologismo krugmaniano che sta per I ‘patiti’ dell’austerità. I secondi sono uno dei modi nei quali si definisce la scuola economica cosiddetta ‘marginalista’, che ebbe tra i suoi principali economisti effettivamente molti austriaci, nell’ultima parte del XIX secolo e successivamente. Tra i principali: Carl Menger nato in Galizia nel 1840 e morto a Vienna il 2921), Eugene Böhm-Bawerk (Brno 1851 – Kramsach 1914), Friedrich von Wieser (Vienna 1851 – Sankt Gilgen, Salisburgo, 1926). La storia degli ‘austriaci’ è lunga e complessa e negli Stati Uniti si è arricchita di vari capitoli negli ultimi decenni (i cosiddetti economisti dell’ “acqua dolce”, la “reaganomics” …), al punto che l’espressione spesso – come nel post presente – è riferita a contemporanei.
[41] Per “agente” – in queste teorie economiche contemporanee, si intende un complesso di dati e di metodi di comportamento che rappresentano entità reali del mondo reale. Ad esempio: individui (consumatori o produttori), gruppi sociali (famiglie, imprese, comunità, agenzie governative);entità istituzionali (marcati e sistemi regolatori); entità biologiche (raccolti, allevamenti di bestiame, foreste); entità fisiche (infrastrutture, atmosfera, regioni geografiche).
[42] Il blog del Financial Times.
[43] Probabilmente “undated”.
[44] “Flim-flam man” (uomo della fandonia) è il titolo di un articolo su Paul Ryan del 5 agosto 2010 da parte di Krugman, sul New York Times.
[45] Probabilmente si tratta di questo: Janesville è la città natale di Ryan, nel Wisconsin (circa 63.ooo abitanti). Ryan ha più volte incolpato Obama per la chiusura di una fabbrica del settore automobilistico, anche se gli è stato fatto notare che si è trattato di un fatto precedente all’entrata in carica di Obama. Ma egli ha continuato a parlarne anche nel discorso alla Convenzione repubblicana.
[46] I due co-presidenti di una commissione, voluta anche da Obama, sulla riduzione del debito, verso i cui esiti Krugman è stato molto critico nel passato, e che poi si è conclusa con un niente di fatto.
[47] Robert Jones “Rob” Portman (Cincinnati, 19 dicembre 1955) è un politico e avvocato statunitense, attuale senatore repubblicano per lo stato dell’Ohio e in precedenza membro della Camera dei Rappresentanti per lo stesso stato dal 1993 al 2005 e collaboratore dell’amministrazione Bush fra il 2005 e il 2007.
[48] I dati sulla linea delle ordinate indicano i miliardi di dollari del deficit di conto corrente moltiplicati per 400 e divisi per i miliardi di dollari del PIL. Vale a dire che i primi sono moltiplicati per quattro volte per trasformare il dato trimestrale in dato annuale, ed ulteriormente moltiplicati per 100 per calcolare la percentuale del deficit di conto corrente in rapporto ai miliardi di dollari del PIL. I dati sulla linea delle ordinate esprimono dunque valori percentuali. Come dire che il deficit di conto corrente era circa il 4,5 % nel 2002, divenne quasi il 6,5 sulla fine del 2005, era diminuito al 2,5 % attorno agli inizi del 2010.
[49] Mike Konczal è un economista americano, docente al Roosevelt Institute di New York City.
[50] Ovvero “perfora” per trovare petrolio sul suolo o nell’oceano; questa è una delle ricette classiche repubblicane.
[51] La tabella mostra l’evoluzione della spesa sanitaria negli Stati Uniti ed in Canada, che è lo Stato “a nord” dei confini americani scelto per il confronto.
[52] La differenza tra un sistema sanitario basato su “un unico centro di pagamenti” ed uno basato su una pluralità di soggetti pagatori non è immediatamente comprensibile per noi. In effetti, da noi esiste un sistema sanitario in gran parte pubblico, che realizza gli acquisti necessari direttamente e fornisce direttamente la assistenza, con entrate che vengono direttamente dai finanziamenti statali e dunque dalle entrate statali. Si deve, invece, pensare ad un sistema nel quale le concrete forme della assistenza sono mediate da un sistema assicurativo – ovvero da molteplici assicurazioni private – che, in cambio delle loro spese sanitarie (verso gli ospedali, per i farmaci, per le visite specialistiche etc.) vengono pagate direttamente dagli individui, dalle impreso o dallo Stato. Esistono però alcuni soggetti che hanno diritto ad una sanità “socializzata”. Con Medicare lo Stato è il ‘pagatore unico’ di tutta la assistenza degli anziani sopra i 65 anni; con Medicaid lo Stato è il ‘pagatore unico’ per coloro che hanno redditi minimi. Le proposte repubblicane vanno nella direzione di smantellare in notevole misura Medicaid e di sostituire il pagamento centrale delle assicurazioni con pagamenti individuali per gli anziani di Medicare. Gli anziani si prevede sarebbero dotati di “buoni sanitari”, che sarebbero però del tutto inadeguati a coprire i costi prevedibili. Ecco in che senso le proposte repubblicane vanno nella direzione di smantellare il sistema di pagamenti centralizzato.
[53] E’ la sede del Simposio annuale della Federal Reserve. Jackson Hole è una valle che si trova nella parte nord-occidentale dello Stato del Wyoming, negli Stati Uniti, ai piedi del massiccio del Teton Range e attraversata dal fiume Snake.
[54] “ur” è una espressione in inglese non corretto, colloquiale, per dire “you are” o anche “your”.(vedi ‘Urban Dictionary’. E, naturalmente, “Ben” è il riferimento a Ben Bernanke, attuale Presidente della Fed.
[55] Per il concetto di “zero lower bound” vedi la voce relativa nelle considerazioni finali sulla traduzione.
[56] Ovvero, acquistare obbligazioni sul debito. Questo è il significato della espressione “comperare il debito”.
[57] Non so se nel linguaggio economico in lingua italiana esista una precisa espressione corrispondente a “forward guidance”, dato che l’espressione inglese non è un neologismo di Krugman ed è effettivamente frequente su tematiche di politica monetaria. “Forward” potremmo tradurlo con “in avanti” o anche “sfrontato, temerario”. Il senso mi pare quello di una politica monetaria che cerca di “anticipare” assetti possibili futuri dell’economia, influendo in modo ardito ed efficace sulle aspettative.
[58] Per il concetto di “quantititive easing” vedi le Note sulla traduzione.
[59] Per il termine “fiscal” si vedano le note finali sulla traduzione.
[60] Per “regola di Taylor” si intende una regola di politica monetaria che definisce quanto la banca centrale può modificare i tassi di interesse nominali in risposta ai mutamenti nell’inflazione, nella produzione, o in altri parametri economici principali. Essa venne proposta dall’economista statunitense John B. Taylor nel 1993, ed era intesa a promuovere la stabilità dei prezzi e la piena occupazione, riducendo sistematicamente l’incertezza ed incrementando la credibilità verso le azioni future della banca centrale. L’economista statunitense John B. Taylor:
[61] Sede della conferenza annuale promossa dalla Federal Reserve.
[62] Probabilmente Casey Mulligan, economista americano che insegna alla Università di Chicago.
[63] Vedi a proposito le note finali sulla traduzione.
[64] Chiaramente il gioco di parole (“mismatch” e “mismash”) è intraducbile.
[65] E’ uno dei termini con i quali Krugman si riferisce alla crisi in corso, o alla prima fase di tale crisi.
[66] Sarebbe interessante conoscere come questo indice di “discrepanza” viene calcolato. E’ ragionevole supporre che esso derivi da un confronto tra indicatori di malessere (o, in qualche caso, anche di buone prestazioni) dei singoli settori dell’industria e andamenti dell’occupazione. Se l’occupazione non diminuisce nei settori caratterizzati dal peggior andamento economico, chiaramente l’indice di “discrepanza” cresce; nello stesso modo l’indice cresce se l’occupazione resta stabile dove le opportunità sono migliori.
[67] Vedi le Note sulla Traduzione.
[68] Vedi le “Note finali sulla traduzione”.
[69] L’espressione ironica venne coniata da Krugman per indicare la cultura falsamente indipendente di molti media. Anziché analizzare con un po’ di professionale impegno i fatti, la tendenza più frequente è quella di risolvere il problema della ‘indipendenza’ semplicemente esponendo i punti di vista opposti degli schieramenti politici. Ne deriva un giornalismo – che Krugman talora anche sintetizza con l’espressione “questo ha detto uno, questa ha detto l’altro” – che rifugge in modo sistematico dall’informare ed anche dal riflettere. In una occasione, Krugman notò che se un giorno Bush se ne fosse uscito con l’idea che la Terra è piatta, quei giornali se la sarebbero cavata dicendo che stavano delineandosi diversi “punti di vista” sulle forme del pianeta! In genere questo “centrismo” è una delle cause del peggiore conformismo.
[70] Vedi “note sulla traduzione”.
[71] Peter Peterson è un uomo d’affari, banchiere, uomo politico conservatore americano (fu Segretario al Commercio nel 1973, sotto Richard Nixon). Ha creato una Fondazione che porta il suo nome e si occupa dei temi della sostenibilità fiscale e delle politiche fiscali. Nel 2008 è stato inserito nell’elenco Forbes sugli uomini più ricchi d’America.
[72] Nel tradurre vado un po’ con l’immaginazione …. Letteralmente sarebbe “un gran bugiardo a basso contenuto di grassi”!
[73] L’articolo di Matthews, assai interessante come prova di un giornalismo scrupoloso e veritiero, appare nel blog di Ezra Klein “Wonkblog”.
[74] Vedi il termine “double dip recession” alle Note sulla traduzione.
giugno 1, 2011
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The Breakeven Point
By Paul Krugman A number of us have been saying for some time that the euro crisis is, at its root, a balance of payments problem. During the careless years, capital flooded from the core to the periphery, leading to big trade deficits and overvalued real exchange rates; now, all that needs to be reversed. Yet “internal devaluation” via deflation in southern Europe is basically impossible; if this is going to have any chance of working, we need a real devaluation in Spain mainly via German inflation rather than Spanish deflation. 4 percent German inflation plus zero in Spain might work; 2 and minus 2 can’t.
And this in turn means that overall eurozone inflation must be sufficiently high. That’s a necessary but not sufficient condition for salvation; not sufficient because a banking crisis can still blow the thing apart, but necessary because you can’t resolve the banking crisis unless there’s some plausible path back to sustainable economies. One indicator I like to look at is the German “breakeven” — the difference between the interest rate on ordinary German bonds and on bonds indexed to inflation (which it turns out means overall eurozone inflation). This is an implicit market forecast of the inflation rates, and I’ve been arguing for a long time that it really needs to be above 2 for there to be real hope. So what’s happening? Oh, boy: I’m not sure this really means that investors expect only 0.7 percent inflation over the next 5 years; it’s probably also reflecting a collapse of liquidity, which drives down prices in the relatively thin markets for index bonds (which happened after Lehman too). But that’s just another kind of disaster. This chart shows a euro on the verge of imploding. If the ECB can’t change this perception very, very soon — and I think it really is up to them — this goose is cooked.
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1 giugno 2012
Il punto del breakeven di Paul Krugman Alcuni di noi vengono dicendo da qualche tempo che la crisi dell’euro, alle sue radici, è un problema di bilancia dei pagamenti. Durante gli anni spensierati, i capitali fluivano dal centro alla periferia, producendo grandi deficit commerciali e tassi di cambio reali sovravvalutati; attualmente, tutto ciò ha bisogno di essere capovolto. Tuttavia, una “svalutazione interna” per il tramite di una deflazione nell’Europa meridionale è fondamentalmente impossibile; se si vuole che abbia una qualche possibilità di funzionare, c’è bisogno di una svalutazione reale in Spagna attraverso una inflazione in Germania, piuttosto che attraverso una deflazione in Spagna. Una inflazione del 4 per cento in Germania più una dello zero in Spagna potrebbe funzionare; una del 2 ed una del meno 2 no. E questo a sua volta significa che l’inflazione generale dell’eurozona deve essere sufficientemente elevata. Quella è una condizione necessaria ma non sufficiente per la salvezza; non sufficiente perché una crisi bancaria può ancora far volare tutto a pezzi, ma necessaria perché non si può risolvere la crisi bancaria senza che ci sia una qualche plausibile strada per tornare ad economie sostenibili. Un indicatore al quale mi piace riferirmi è il “breakeven” della Germania – la differenza tra i tassi di interesse dei bonds tedeschi ordinari e quelli sui bonds indicizzati dall’inflazione (che in conclusione significa l’inflazione complessiva dell’eurozona). Questa è un implicita previsione dei tassi di inflazione da parte del mercato, ed io vengo sostenendo da molto tempo che c’è realmente bisogno di collocarsi sopra il 2% perché ci sia una effettiva speranza. Dunque, cosa sta accadendo? Ehi, ragazzi! Non sono sicuri che questo realmente significhi che gli investitori si aspettino soltanto uno 0,7% di inflazione nei prossimi 5 anni; probabilmente riflette anche un collasso di liquidità, che spinge in basso i prezzi nei mercati relativamente leggeri dei bonds indicizzati (il che accadde anche dopo Lehman). Ma in un certo senso quello è proprio un altro disastro. La tabella sopra mostra un euro sul punto di un collasso. Se la BCE non potrà cambiare questa percezione molto, molto presto – e penso che davvero tocchi a loro – la frittata è fatta.
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June 1, 2012, 12:55 pm Poor-Mouthing BritainBy Paul KrugmanI wrote a few days ago about the widespread belief here in the UK that there has somehow been a dramatic collapse in the economy’s potential. Martin Wolf has much more, plus a link to a very important paper by Martin and Rowthorn (pdf) that, as I read it (and Wolf too) very effectively debunks that belief. There’s a lot of technical detail, but as I see it the main point is that we see a sharp drop in measured British productivity that could be the result either of some mysterious structural shift or the much more ordinary notion that many firms have held on to “overhead” labor in the face of what they expect to be only a temporary fall in sales. And the data just don’t support any of the proposed explanations of the supposed structural shift.
Specifically, the popular line here is that it’s the loss of all those high-value jobs in finance, which sounds plausible until you do the arithmetic and find that it’s way, way too small. This bears a strong family resemblance to stories about alleged structural unemployment in the US that focus on the shift out of construction; again, it sounds good until you do the numbers and find that it’s tiny.
This matters, a lot. If Britain has not experienced a mysterious productivity collapse, it is suffering much more than acknowledged from a lack of effective demand — and also has a much smaller underlying budget problem than the government claims. The British may be poor-mouthing their economy — and in so doing creating a self-fulfilling prophecy, in which excessive pessimism about potential leads to policies that in fact impoverish the nation. Do I know for sure that this is the truth? No. But it looks more plausible than the official line. And surely policy should take into account not just the so far purely hypothetical risk of a loss of confidence by the bond market, but also the very real chance that vast amounts of potential production, not to mention the future, is being squandered through excessive pessimism.
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1 giugno 2012.
Il ‘piangersi addosso’ [1] degli inglesi. Di Paul Krugman Scrissi alcuni giorni orsono a proposito del generale convincimento ce c’è qua in Inghilterra sul fatto che ci sia stato in qualche modo un collasso drammatico nell’economia potenziale. Martin Wolf ha scritto molto di più, in aggiunta ad una connessione con un saggio molto importante di Martin e Rowthorn (disponibile in pdf) che, per come io lo leggo (ed anche Wolf) ridimensiona efficacemente quel convincimento. Ci sono una quantità di dettagli tecnici, ma per quanto capisco il punto principale è che assistiamo ad una brusca caduta nella produttività stimata dell’Inghilterra che potrebbe essere il risultato sia di qualche misterioso mutamento strutturale sia della più semplice idea secondo la quale le imprese hanno mantenuto una forza lavoro “in sovrappiù” a fronte della quale si aspettano soltanto una temporanea caduta nelle vendite. E i dati semplicemente non confermano nessuna delle spiegazioni che sono state avanzate per un supposto mutamento strutturale. In specifico, la spiegazione più diffusa è che in questo caso c’è stata la perdita di tutti quei posti di lavoro di elevato valore nel settore finanziario, il che sembra plausibile finché non si fanno due conti e non si scopre che questa è davvero una spiegazione troppo modesta. Questa presenta una forte familiarità con i racconti sulla pretesa disoccupazione strutturale che negli Stati Uniti si concentrano sulle espulsioni dall’edilizia; anche lì sembra giusto, finché non si fanno due conti e si scopre che è un settore troppo piccolo. Questo è molto importante. Se l’Inghilterra non ha conosciuto un misterioso collasso della produttività, essa sta soffrendo molto di più di quello che viene riconosciuto da una carenza di domanda effettiva – ed ha anche un problema sottostante di bilancio molto più modesto di quanto il Governo non pretenda. Può darsi che gli inglesi col piangersi addosso sulla loro economia, stiano dando vita ad una profezia che si autoavvera, nella quale il pessimismo eccessivo sulle potenzialità porta a politiche che impoveriscono davvero la nazione. So con certezza che questa è la verità? No. Ma mi pare più plausibile della linea ufficiale. E sicuramente la politica dovrebbe mettere nel conto non solo un rischio sino a questo punto puramente ipotetico di una mancanza di fiducia da parte dei mercati dei bonds, ma anche la reale possibilità che grandi quantitativi di prodotto nazionale, per non dire del futuro, siano sprecati per un pessimismo eccessivo. |
June 2, 2012, 4:58 amCatastrophic CredibilityBy Paul KrugmanA little while ago Ben Bernanke responded to suggestions that the Fed needed to do more — in particular, that it should raise the inflation target — by insisting that this would undermine the institution’s “hard-won credibility”. May I say that what recent events in Europe, and to some extent in the US, really suggest is that central banks have too much credibility? Or more accurately, their credibility as inflation-haters is very clear, while their willingness to tolerate even as much inflation as they say they want, let alone take some risks with inflation to rescue the real economy, is very much in doubt.
Yesterday I pointed to the German breakeven, a measure of euro area inflation expectations, which has plunged lately. Here’s a longer view: Note the peak in April 2011. It wasn’t very high; slightly above the ECB’s target, but arguably still too low to make the needed adjustment within the euro area feasible. Nonetheless, the ECB raised rates — and that was when the euro really began falling apart. The direct effects of the rate increase can’t explain that unraveling, but the effect on expectations — aha, so they really are that fanatical about price stability! — can. Now the breakeven is plunging. I’d like to think that the ECB is holding frantic meetings and planning to announce a surprise sharp rate cut, preferably to zero, the day after tomorrow. But I doubt it. The fact is that the ECB is highly credible: most observers, me included, are quite sure that it is totally allergic to inflation and relatively indifferent to the collapse of the real economy. The Fed has conveyed a milder form of the same message, issuing forecasts that show inflation slightly below target and unemployment far above target; given its dual mandate, this should be a flashing siren calling for more action. Yet these forecasts have been accompanied by statements to the effect that no action is currently called for. The Fed has therefore created the credible expectation that it will move only if inflation is far below the claimed target, and doesn’t really care about unemployment. My earnest hope is that both central banks will rethink the meaning of credibility, and in particular what kind of credibility they really want to have, very soon. And by very soon I basically mean tomorrow.
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2 giugno 2012
Credibilità catastrofica di Paul Krugman Un po’ di tempo fa Ben Bernanke aveva risposto ai consigli secondo i quali la Fed avrebbe avuto bisogno di fare di più – in particolare, che avrebbe dovuto innalzare gli obbiettivi di inflazione – insistendo sul fatto che questo avrebbe messo a repentaglio la “credibilità conquistata a fatica” dall’istituzione. Posso dire che quello che davvero suggeriscono gli eventi recenti in Europa, e in una qualche misura negli stessi Stati Uniti, è che le banche centrali hanno troppa credibilità? O, più precisamente, che la loro credibilità è molto chiara nell’essere allergici all’inflazione [2], nel mentre la loro volontà di ammettere persino quella inflazione che dicono di volere, per non dire di prendersi qualche rischio tramite l’inflazione per andare in soccorso all’economia reale, è molto dubbia ? Ieri mettevo in evidenza il breakeven della Germania, una misura delle aspettative di inflazione dell’area euro, che di recente è crollato. Qua di seguito una rappresentazione di un periodo più lungo: Si noti il picco ad aprile del 2011. Non era molto elevato, leggermente al di sopra del target della BCE, ma indubbiamente ancora troppo basso per rendere fattibile la necessaria correzione all’interno dell’area euro. Nondimeno, la BCE innalzò i tassi – e questo coincise con il momento in cui l’euro cominciò ad andare a pezzi. L’effetto diretto della crescita del tasso non può spiegare quel collasso, ma l’effetto sulle aspettative – essi sono fanatici a tal punto sulla stabilità dei prezzi! – può spiegarlo. Ora il breakeven sta crollando. Mi piacerebbe pensare che la BCE abbia in corso incontri frenetici e stia pianificando l’annuncio a sorpresa di un brusco taglio ai tassi, preferibilmente di un azzeramento, per il giorno successivo. Ma lo dubito. Il fatto è che la BCE è altamente credibile: gran parte degli osservatori, me compreso, sono abbastanza sicuri che essa sia totalmente allergica all’inflazione e relativamente indifferente al collasso dell’economia reale. La Fed ha trasmesso lo stesso messaggio in una forma attenuata, mettendo in circolazione previsioni che mostrano un’inflazione leggermente al di sotto del target ed una disoccupazione assai al di sopra il target; dato il suo duplice mandato [3], questa dovrebbe essere una sirena d’allarme che chiama ad una maggiore iniziativa. Tuttavia queste previsioni sono state accompagnate da dichiarazioni secondo le quali non sarebbe richiesta attualmente nessuna iniziativa. Di conseguenza la Fed ha creato la credibile aspettativa secondo la quale si muoverà soltanto se l’inflazione finirà molto al di sotto del target dichiarato, e non si preoccuperà granché della disoccupazione. La mia sincera speranza è che le banche centrali ripensino molto alla svelta il significato della credibilità, ed in particolare di quel genere di credibilità che intendono avere. E per molto alla svelta, intendo fondamentalmente domani.
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June 2, 2012, 9:27 am Florida Versus SpainBy Paul KrugmanMainly as a note to myself: What was once Peter Kenen’s big insight about optimum currency areas is now a commonplace: They’re much more likely to be workable if you have fiscal federalism, so that there are large automatic transfers to depressed regions. Now, I often compare Spain with Florida: both had huge housing bubbles followed by busts. Florida, however, has its retirement and much of its health care paid for from Washington. So how big are the transfers? OK, a crude calculation: 1. From IRS data, we find that Florida’s tax payments to Washington fell approximately $25 billion between 2007 and 2010, the bottom of the slump. 2. From Labor Department data, we find that in 2010 special unemployment insurance programs — extended benefits paid for from DC — were about $3 billion in 2010. 3. From SNAP (food stamp) data, we see that food benefits to Florida rose about $3 billion over the same period. So as I read it, between falling tax payments without any corresponding fall in federal benefits, plus safety-net aid — not counting Medicaid, which would make the number even bigger — Florida received what amounted to an annual transfer from Washington of $31 billion plus, or more than 4 percent of state GDP. That’s a transfer, not a loan. And it’s very big.
Oh, and we should also add both FDIC costs and Fannie/Freddie losses in Florida. Aid on that scale is inconceivable in Europe as currently constituted. That’s a big problem.
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2 giugno 2012.
La Florida a confronto con la Spagna. di Paul Krugman Fondamentalmente una nota per me stesso: quella che una volta fu la grande intuizione di Peter Kenen [4] sulle aree valutarie ottimali, oggi è un luogo comune: è molto più probabile che esse funzionino nel contesto di un federalismo delle finanze pubbliche, in modo tale che vi siano ampi trasferimenti automatici per le regioni depresse. Ora, io spesso paragono la Spagna alla Florida: entrambe hanno avuto grandi bolle immobiliari seguite dal loro scoppio. La Florida, tuttavia, ha le sue pensioni e gran parte della sua assistenza sanitaria pagata da Washington. Dunque, quanto sono grandi quei trasferimenti? Ebbene, un calcolo approssimativo: 1 – Da dati IRS [5], troviamo che i pagamenti delle tasse della Florida a Washington sono caduti approssimativamente di 25 miliardi di dollari tra il 2007 ed il 2010, il punto più alto della crisi. 2 – Da dati del Dipartimento del lavoro, troviamo che nel 2010 i programmi assicurativi speciali per la disoccupazione – le proroghe dei sussidi pagate da Washington – erano attorno ai 3 miliardi di dollari nel 2010. 3 – Dai dati dello SNAP [6](buoni alimentari), troviamo che i sussidi alimentari alla Florida sono cresciuti di circa 3 miliardi di dollari nello stesso periodo. Dunque, per quanto comprendo, tra i la diminuzione dei pagamenti delle tasse senza alcuna corrispondente diminuzione nei sussidi federali, e gli aiuti della rete della sicurezza sociale – senza contare Medicaid, con il quale i dato crescerebbe ancora di più – la Florida ha ricevuto quanto corrisponde ad un trasferimento annuale di 31 miliardi di dollari in più da Washington, ovvero più del 4 % del PIL dello Stato. Si tratta di un trasferimento, non di un prestito. Ed è molto grande. Inoltre, dovremmo aggiungere anche sia i costi sostenuti dalla FDIC [7] e le perdite di Fannie&Freddie [8] in Florida. Un aiuto di queste dimensioni è inconcepibile nell’Europa per come è attualmente concepita. Questo è un grande problema.
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June 3, 2012, 6:50 am 1937By Paul KrugmanUpdate below Remember all the talk a few years back about how we wouldn’t repeat the mistakes of 1937, when FDR pulled back too soon on support for the economy? Here, from FRED, is the rate of change of real government spending per capita (federal, state, and local): Gosh, I wonder why the economy is underperforming? Update: Actually, a bit of a longer perspective may be useful. Here’s the same number calculated directly from FRED, using rates of growth: Government current expenditures – GDP deflator (the right measure of inflation) – Growth in civilian noninstitutional population; I’ve left out the immediate post -WWII years because they would spread the scale so much that recent stuff becomes invisible: So we haven’t seen spending cuts like this since the demobilization that followed the Korean War. |
3 giugno 2012.
1937 di Paul Krugman Aggiunta sotto. Vi ricordate tutto il gran parlare di alcuni anni orsono su come non avremmo ripetuto gli errori del 1937, quando Franklin Delano Roosevelt ritirò troppo presto il suo sostegno all’economia? Ecco, da fonte FRED [9], l’andamento delle modifiche nella spesa pubblica reale federale procapite (federale, statale e locale): Oddio! E ci chiediamo perché l’economia sia in ribasso? Aggiunta: in effetti, può essere utile una prospettiva un po’ più lunga. Ecco gli stessi dati calcolati direttamente da fonte FRED, utilizzando come tassi di crescita: le spese correnti del Governo; il deflatore del PIL (la misura corretta di inflazione); la crescita della popolazione civile non residente in sedi istituzionali (caserme, prigioni, case di cura etc.); ed ho lasciato fuori gli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale perché avrebbero talmente ampliato la scala da rendere invisibili le cose recenti: Dunque, non avevamo visto tagli come questi dalla smobilitazione che seguì la guerra di Corea.
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June 3, 2012, 3:18 pmThe Level of Government SpendingBy Paul KrugmanA quick note on what has happened to the level of government spending since the economic crisis began. Of course it has risen — we have a growing economy (usually) and a growing population, and you expect spending to rise even if the role of government remains unchanged. The question is how it has changed relative to some unchanged-role-of-government baseline. The chart below makes a first stab at such a calculation, but requires some further comment; when all is said and done, the role of government hasn’t actually grown. So, both lines below show total (federal, state, local) government spending as a share of potential GDP, the CBO’s estimate of what the economy would be producing at sustainable full employment: The first line shows the total; the second takes out unemployment benefits, which are an obvious example of spending that rises temporarily in a slump, but doesn’t represent a permanent change. What this second line suggests is that we’re left with a rise of about 1 percentage point of GDP. But even that is basically not a change in policy, for two reasons. First is that there are other programs that have ramped up because of the depressed economy, such as Medicaid and food stamps, not to mention more people going on disability and taking early retirement. Second is that demography and rising health care costs continue to do their thing. Overall, then, government’s role has not increased. The whole Obama/socialist thing never happened. And here’s the thing: government’s role should have increased, at least for now. We still have a private sector in the throes of deleveraging, which means that this is a time for the government — which can borrow at negative real interest rates! — to be spending more. Instead, the entire brief increase in government’s role during 2009-2010 has now been unwound, with more cuts to come.
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3 giugno 2012
Il livello della spesa pubblica di Paul Krugman Una breve nota su quanto è accaduto al livello della spesa pubblica dal momento in cui è cominciata la crisi. Naturalmente essa è cresciuta – abbiamo (normalmente) una economia ed una popolazione che crescono, e ci si aspetta che la spesa cresca anche se il ruolo del governo resta immutato. La domanda è come è cambiata, in relazione a qualche immutato riferimento sul ruolo del governo. Il diagramma seguente fornisce un primo tentativo di un calcolo del genere, ma richiede qualche ulteriore commento; alla fine dei conti, il ruolo del governo non è effettivamente cresciuto. Così, le linee del diagramma mostrano la spesa pubblica totale (federale, statale e locale) come quota del PIL potenziale, ovvero di quanto il CBO stima che l’economia produrrebbe in condizioni di sostenibile piena occupazione: La prima linea (blu) mostra il totale; la seconda (rossa) tiene fuori i sussidi di disoccupazione, che sono un esempio evidente di una spesa che cresce temporaneamente in una crisi, senza che questo rappresenti un cambiamento permanente. Quello che la seconda linea indica è che siamo partiti con un crescita di circa un punto percentuale di PIL. Ma anche questo fondamentalmente non indica un cambiamento di politica, per due ragioni. La prima è che ci sono altri programmi che si sono incrementati a causa delle economia depressa, quali Medicaid e i buoni pasto, per non parlare del maggior numero di persone che sono andate in condizioni di disabilità o sono andate in pensione anticipatamente [10]. La seconda è che la demografia ed i costi crescenti della assistenza sanitaria continuano a fare il lor corso. Complessivamente, il ruolo del Governo non è cresciuto. Tutta la storia dell’ “Obama socialista” non è mai successa. Ed il punto è qua: il ruolo del governo dovrebbe essere cresciuto, almeno a questo punto. Abbiamo ancora un settore privato alle prese con una riduzione dell’indebitamento, il che significa che questo è il momento per il governo – che può indebitarsi a tassi di interesse reali negativi! – di spendere di più. Invece, l’intero breve incremento del ruolo del Governo durante gli anni 2009-2010 si è ora disfatto, con i maggiori tagli in arrivo.
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June 4, 2012, 8:11 am Soros on the EuroBy Paul KrugmanHis speech is getting a lot of attention, and rightly so. It’s not so different from what many of us have been saying, but given the source — and, to be fair, the historical breadth of his perspective — I can see why it’s getting people to pay attention in a way they hadn’t before. His point about the euro bubble is particularly well taken. I’d put it this way: it so happened that the euro came into existence at a time when the German economy was in the doldrums. Then the euro made investors believe that southern Europe was safe, causing a huge fall in interest rates there: This in turn led to vast inflows of capital; the flip side of these inflows was large trade deficits, and large counterpart German surpluses, which was just what the Germans needed. Everyone was happy! For a few years. And then the bubble burst, leading to the crisis today. Needless to say, this story bears little resemblance to the morality play of profligacy and its consequences that has dominated European discussion until just about now. If there were any villains, they were the architects of the euro, who waved away warnings about the system’s flaws. But never mind the villains: the question is what to do now. And time is running out fast.
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4 giugno 2012.
Soros sull’euro. di Paul Krugman Il suo discorso sta provocando molta attenzione, è giustamente. Non sono cose così diverse da quello che molti di noi stanno dicendo, ma data la fonte – e, ad essere onesti, l’ampiezza storica della sua prospettiva – posso comprendere perché le persone mostrino un’attenzione che non avevano in precedenza. Il suo argomento sulla bolla dell’euro è particolarmente azzeccato. Lo direi in questo modo: le cose andarono in modo tale che l’euro cominciò ad esistere in un’epoca nella quale l’economia tedesca era in ambasce. Poi l’euro fece credere agli investitori che l’Europa meridionale era sicura, provocando in quei paesi una vasta caduta nei tassi di interesse:
Poi scoppiò la bolla, portando alla crisi di questi giorni. Non è il caso di dire che questa storia non assomiglia per niente a quella rappresentazione moralistica di sprechi e relative conseguenze che ha dominato il dibattito europeo sino quasi a questo punto. Se ci furono i ‘cattivi’, furono gli architetti dell’euro, che respinsero al mittente gli ammonimenti sui difetti del sistema [11]. Ma i ‘cattivi’ ora non hanno importanza: il punto è cosa fare adesso. E il tempo sta per esaurirsi rapidamente. |
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June 5, 2012, 8:14 am Economies Conservatives Love(d)By Paul KrugmanSince we keep hearing about how the problems in Europe demonstrate the failure of Big Government, I thought it might be interesting to post, for the record, the top 30 countries in the 2008 Heritage Index of Economic Freedom:
Ireland was the highest-ranked Western nation. Iceland looked pretty good too. Sweden, which has done very well and suddenly become a conservative darling, not so well. It’s by no means a perfect negative correlation. But I suspect that you would have done rather well financially by shorting the Western economies the right exalted most.
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5 giugno 2012
Le economie predilette dei conservatori di Paul Krugman Dal momento che abbiamo cominciato a sentir dire che il problemi dell’Europa dimostrano il fallimento dei Grandi Governi [12], ho pensato che poteva essere interessante pubblicare, per la cronaca, i trenta principali paesi dell’Indice di Libertà delle Economie della Fondazione Heritage del 2008: L’Irlanda risultava la nazione con la migliore posizione in classifica dell’Occidente. L’Islanda sembrava altrettanto in buona posizione. La Svezia, che ha retto (alla crisi) molto bene ed è improvvisamente diventata la beniamina dei conservatori, non così bene. Non c’è per alcun motivo una perfetta correlazione negativa. Ma ho il sospetto che dal punto di vista finanziario si sarebbe fatto abbastanza bene a sminuire le economie occidentali che la destra esaltava maggiormente.
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June 6, 2012, 9:33 am Doing Their Best to Destroy EuropeBy Paul KrugmanMartin Wolf is shrill (and rightly so): Before now, I had never really understood how the 1930s could happen. Now I do. All one needs are fragile economies, a rigid monetary regime, intense debate over what must be done, widespread belief that suffering is good, myopic politicians, an inability to co-operate and failure to stay ahead of events. Right on cue, the European Central Bank has declined to cut interest rates, or announce any other policies that might help. Because what possible reason might there be to take action? Oh, and survey data suggest that the euro area economy is really plunging now, plus Spain is on the brink. What about inflation? It’s falling fast — which is a bad thing under the circumstances. I don’t think there’s any conceivable economic logic for the ECB’s decision. It can only, I think, be understood as some kind of refusal to admit, even implicitly, that past decisions were wrong. Like Martin Wolf, I’m starting to see how the 1930s happened.
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6 giugno 2012
Facendo del loro meglio per distruggere l’Europa di Paul Krugman Martin Wolf è fuori di sé, e si può ben capire: “Prima d’ora, non avevo mai realmente compreso come fosse potuto accadere il 1930. Ora ho capito. Tutto quello che serve sono economie fragili, un regime monetario rigido, un gran dibattito su quello che deve essere fatto, la convinzione generale che soffrire faccia bene, uomini politici miopi, l’incapacità di cooperare e il non saper anticipare gli eventi.” Alla sua prima battuta, la Banca Centrale Europea ha rifiutato di tagliare i tassi di interesse o di annunciare qualche altra politica che avrebbe potuto essere d’aiuto. Perché, quale mai ragione poteva esserci per prendere un’iniziativa? Per non dire che i dati delle analisi testimoniano che l’economia dell’area euro sta effettivamente cadendo a picco in questo momento e che la Spagna, in aggiunta, è sull’orlo di un burrone. Che dire dell’inflazione? Essa sta cadendo velocemente, e in queste circostanze è una pessima cosa. Io non penso che ci sia alcuna plausibile logica economica per la decisione della BCE. Penso che essa possa soltanto essere letta come un rifiuto ad ammettere che le decisioni passate erano state sbagliate. Come Martin Wolf, comincio a rendermi conto di quello che accadde negli anni Trenta.
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June 6, 2012, 11:19 am
Estonian RhapsodyBy Paul KrugmanSince Estonia has suddenly become the poster child for austerity defenders — they’re on the euro and they’re booming! — I thought it might be useful to have a picture of what we’re talking about. Here’s real GDP, from Eurostat: So, a terrible — Depression-level — slump, followed by a significant but still incomplete recovery. Better than no recovery at all, obviously — but this is what passes for economic triumph?
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6 giugno 2012
Rapsodia estone di Paul Krugman Dal momento che l’Estonia è improvvisamente diventata il ‘ragazzo della pubblicità’ [13]dei difensori dell’austerità – sono nell’euro e sono in pieno boom! – ho pensato che poteva essere utile avere una tabella su quello di cui stiamo parlando. Ecco il PIL reale, dati provenienti da Eurostat: Dunque, una caduta tremenda – al livello di una depressione [14]– seguita da una ripresa significativa ma ancora incompleta. Ovviamente, meglio che nessuna ripresa … ma è questo quello che passa per trionfo economico?
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June 6, 2012, 3:47 pm
The Urge to PunishBy Paul KrugmanI’ve been hearing various attempts to explain the ECB’s utterly bizarre refusal to cut interest rates despite soaring unemployment, sliding inflation, and on top of all that the special problems of a monetary union that probably can’t survive unless overall demand is strong. The most popular story seems to be that the ECB wants to “hold politicians’ feet to the fire”, letting them know that they won’t get relief unless they do what’s necessary (whatever that is). This really doesn’t make any sense. If we’re talking about enforcing austerity and wage cuts in the periphery, how much more incentive do these economies need? If we’re talking about broader fiscal union or something, what is it about the imminent collapse of the whole system that the Germans supposedly don’t understand? Is there any conceivable way that cutting the repo rate by 50 basis points will somehow undermine actions that would otherwise happen? What does make sense, maybe, is a two-part explanation. First, the ECB is unwilling to admit that its past policy, especially its past rate hikes, were a mistake. Second — and this goes deeper — I suspect that we’re seeing the old Schumpeter “work of depressions” mentality, the notion that all the suffering going on somehow serves a necessary purpose and that it would be wrong to mitigate that suffering even slightly.
This doctrine has an undeniable emotional appeal to people who are themselves comfortable. It’s also completely crazy given everything we’ve learned about economics these past 80 years. But these are times of madness, dressed in good suits.
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6 giugno 2012
Il desiderio di punizione di Paul Krugman Ho ascoltato vari tentativi di spiegare il rifiuto del tutto stravagante della BCE di tagliare i tassi di interesse nonostante una disoccupazione crescente, una inflazione in ribasso, e avanti a tutto i particolari problemi di un’unione monetaria che probabilmente non riuscirà a sopravvivere se la domanda complessiva non sarà forte. Il racconto più diffuso sembra essere che la BCE intenda “stare col ‘fiato sul collo’ degli uomini politici”, in modo che comprendano che non possono ottenere sollievo se non fanno quello che è necessario (qualsiasi cosa sia). Questo davvero non ha senso. Se si sta parlando di rafforzare l’austerità ed i tagli salariali nella periferia, di quale maggiore incentivo hanno bisogno queste economie? Se si sta parlando di una più generale unione delle politiche finanziarie pubbliche o qualcosa del genere, cosa si pensa dell’imminente collasso dell’intero sistema che i tedeschi si suppone non capiscano? C’è una qualche plausibile giustificazione al fatto che tagliare di 50 punti base il tasso dei repo [15]in qualche modo metterebbe a repentaglio azioni che altrimenti avrebbero luogo? Forse ha un po’ di senso una spiegazione in due parti. In primo luogo, la BCE non intende ammettere che la sua passata politica sia stata un errore, specialmente la sua politica di aumento dei tassi di interesse. In secondo luogo – e questo è peggio – ho il sospetto che siamo in presenza della mentalità del cosiddetto “lavoro delle depressioni” del vecchio Schumpeter, il concetto secondo il quale tutta la sofferenza che si accumula in qualche modo serva ad uno scopo necessario e che sarebbe sbagliato mitigare anche solo leggermente tale sofferenza. Questa dottrina ha un fascino emotivo innegabile per le persone che per loro conto sono in condizioni confortevoli. Ed è anche completamente pazzesca, considerate tutte le cose che abbiamo appreso dalla teoria economica nei passati 80 anni. Ma questi sono tempi di follia, vestiti in abiti buoni.
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June 7, 2012, 11:59 am
Ballistic in the BalticsBy Paul KrugmanI’m hearing from various sources that my rather mild-mannered post on Estonia has generated a vitriolic response from the nation’s president. I’m not going to try to track the thing down. Let me instead ask the following. Since some people insist that Estonia’s partial — but only partial — recovery from a severe economic crisis demonstrates the wonders of austerity, would they also agree that the evidence below demonstrates the incredible success of FDR’s New Deal policies of promoting unions, raising wages, and increasing government employment?
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Gli infuriati dei paesi baltici
Di Paul Krugman Sento dire da varie fonti che il mio tutto sommato gentile post sull’Estonia, ha provocato una risposta al vetriolo da parte del Presidente di quella nazione. Cercherò di non andargli dietro su quella strada. Vorrei invece chiedere la cosa seguente. Dal momento che alcune persone insistono sul fatto che la parziale – ma solo parziale – ripresa dell’Estonia da una grave crisi economica dimostra le meraviglie dell’austerità, concorderanno anche che la prova sottostante dimostra l’incredibile successo delle politiche del New Deal di Roosevelt di promozione dei sindacati, di aumenti dei salari e di incremento dell’occupazione pubblica?
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June 7, 2012, 5:08 pm
Real Government Spending Per CapitaBy Paul KrugmanA followup, for the purposes of a project I’m working on, on this post about falling government spending recently. Here are two figures, both in natural logs: overall real government spending per capita, and state and local real government spending per capita, this time in levels rather than changes. Overall government: State and local: One comparison I find instructive is between Obama and Reagan at this point in their presidencies, in each case compared with four years previous — which in each case roughly corresponds to the beginning of each era’s economic crisis (the double-dip recession that began in early 1980, the financial crisis that began in 2007 but really got serious in early 2008). Here’s what it looks like: Much more government spending under Reagan. Some of it was Reagan’s weaponized Keynesianism, some of it state and local — sustained in part by revenue-sharing that no longer exists, but also by a much greater willingness at the time to raise taxes on a temporary basis. Just putting it there for the record.
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7 giugno.
La spesa pubblica reale procapite Di Paul Krugman In questo post un seguito sulla recente caduta della spesa pubblica, in funzione di un progetto al quale sto lavorando. Ci sono due numeri, entrambi espressi in logaritmi naturali: la spesa pubblica complessiva procapite, e la spesa pubblica reale procapite degli Stati e delle comunità locali, separatamente nei suoi livelli e nei suoi mutamenti. La spesa pubblica complessiva: Quella degli Stati e delle comunità locali: Un confronto che trovo istruttivo è quello tra Obama e Reagan a questa stessa data delle loro presidenze, in entrambi i casi paragonate con quattro anni prima – che in entrambi i casi grosso modo corrisposero agli inizi dell’epoca della crisi di ognuno dei due (la duplice recessione [16]che ebbe cominciò agli inizi del 1980 e la crisi finanziaria che cominciò nel 2007 ma divenne davvero seria agli inizi del 2008). Ecco quello che appare: Molta maggiore spesa pubblica sotto Reagan. In parte si tratto del “keynesismo degli armamenti”, in parte della spesa pubblica degli Stati e delle comunità locali – sua volta in parte sostenuta dalla partecipazione alle entrate (federali), ma anche nella molto maggiore disponibilità a quei tempi ad accrescere le tasse su base provvisoria. Intanto, li metto giù per memoria.
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June 8, 2012, 10:21 am
Baltic Business Cycles, ContinuedBy Paul KrugmanI noted yesterday that my mild observation that a partial bounceback from a severe slump is not exactly an economic triumph apparently elicited rage in Estonia. Simon Wren-Lewis, writing about Latvia, is more caustic: An extraordinary success story: after an 18% decline in GDP in 2009, and flat GDP in 2010, we now have 5.5% growth in 2011. But surely I’m being economical with my quotes here. Isn’t the 5.5% growth last year just the beginning, with the economy achieving a new dynamism. Mr. Asmussen does not provide any additional evidence on this. Perhaps wisely, as the IMF are predicting 2% growth this year, and 2.5% next year. So the 5.5% growth last year is all we have.
Mr. Asmussen could have talked about unemployment, which has also fallen rapidly, from a peak of 20% to 15% currently. Perhaps he did not, because unemployment shows more clearly what has actually happened. We have had a huge recession, followed by a much more modest recovery. And, as we might guess, there is apparently much more talk about structural unemployment in Latvia today. For a rather more objective account of the Latvian experience of internal devaluation, see this (US) CEPR study, or a number of Paul Krugman’s posts. Earlier this year I wrote that when growth returned, some would say this proved those pessimistic Keynesians had been all wrong. I must admit the ‘some’ I had in mind were politicians and journalists, not senior central bankers. By this logic, an even better strategy is to close the whole economy down for a year. The following year we could get fantastic growth as the economy starts up again. While I’m at it, let me address another issue. Quite a few people say that it’s wrong — or, as some say, “dishonest” — to look only at the decline since the peak. After all, didn’t the Baltics have very good growth in the years preceding the peak? Yes, they did. So did America before the Great Depression. Long-run growth and business cycles are different things: long-run growth represents rising economic potential, slumps reflect a shortfall of output below that potential. Since the austerity/stimulus debate is about slumps, not long-run growth, talking about growth before the crisis is just irrelevant. Anyway, I’m for the Wren-Lewis proposal: let’s collapse the economy for a year, so we can have great growth the year following.
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8 giugno 2012 I cicli economici baltici, continuazione. di Paul Krugman Avevo notato ieri che la mia educata osservazione secondo la quale un parziale rimbalzo da una severe depressione non è esattamente un trionfo economico aveva suscitato reazioni rabbiose in Estonia. Simon Wren-Lewis, scrivendo sulla Lettonia, è più caustico: “Un racconto di un successo straordinario: dopo un declino del 18 per cento nel PIL nel 2009, ed un PIL piatto nel 2010, abbiamo ora una crescita del 5,5 % nel 2011. Ma è vero che io sono parsimonioso con i dati che utilizzo. La crescita del 5,5% dello scorso anno non è che l’inizio, con l’economia che sta ottenendo un nuovo dinamismo. Il signor Asmussen non fornisce alcuna prova aggiuntiva di questo fatto. Magari, con un po’ di prudenza, secondo le previsioni del FMI, avremo una crescita del 2 % quest’anno e del 2,5 % il prossimo. Cosicché, la crescita del 5,5 % dell’anno scorso è tutto quello che abbiamo. Il signor Asmussen poteva aver parlato di disoccupazione, la quale anche è diminuita rapidamente, da un picco del 20 % al 15 % attuale. Forse non l’ha fatto, perché la disoccupazione mostra più chiaramente cosa è effettivamente accaduto. Abbiamo avuto una vasta recessione, seguita da una ripresa molto più modesta. E, come potevamo supporre, sembra che ci sia in Lettonia in questo momento molta maggiore discussione sulla disoccupazione strutturale. Per una valutazione assai più oggettiva della esperienza lettone di svalutazione interna, si veda questo studio del CEPR (Stati Uniti), o un dato dai posts di Paul Krugman. Agli inizi di quest’anno scrissi che quando la crescita fosse tornata, qualcuno avrebbe detto che questa era la prova che quei keynesiani pessimisti sbagliavano tutto. Devo ammettere che con “qualcuno” io intendevo uomini politici e giornalisti, non banchieri centrali autorevoli. Secondo questa logica, una strategia ancora migliore sarebbe far chiudere i battenti all’economia per una anno intero. L’anno seguente, quando l’economia partisse nuovamente, avremmo un crescita fantastica.” Dato che sono a questo punto, consentitemi di avanzare un’altra considerazione. Alcune persone sostengono che sarebbe sbagliato – o, come qualcuno dice, “disonesto” – guardare solo al declino dal momento della prestazione più elevata. Dopo tutto, i Baltici non avevano avuto una crescita molto buona negli anni precedenti a quella punta? Si, la ebbero. Nello stesso modo dell’America prima della Grande Depressione. La crescita nel lungo periodo e i cicli economici sono cose diverse: la crescita nel lungo termine rappresenta il potenziale economico crescente, le crisi riflettono una caduta della produzione al di sotto di quel potenziale. Dal momento che il dibattito sulla austerità/stimolo riguarda le crisi, e non la crescita di lungo periodo, ragionare della crescita prima della crisi sarebbe solo irrilevante. In ogni caso, io sono per la proposta di Wren-Lewis: lasciamo che l’economia collassi per una anno, così potremo avere una grande crescita l’anno successivo.
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June 8, 2012, 10:35 am
The Structural ObsessionBy Paul KrugmanThe urge to declare our unemployment problem “structural” — a supply-side problem of some kind, not solvable by the “simplistic Keynesian” notion of just increasing demand — has been quite something to behold. It’s rapidly entering the category of a zombie idea, which just keeps shambling forward no matter how many times it has been killed. Basically, structural stories come in two variants: geography and skills. The geography story says that workers are in the wrong places; the skill story that they lack the right knowhow.
At this point both stories have been thoroughly debunked. Unemployment is high almost everywhere. And via Mark Thoma, the very cautious Dave Altig looks at recent studies and concludes that we’ve been pretty sympathetic to structural explanations for the slow pace of the recovery. Nonetheless, we have yet to find much evidence that problems with skill-mismatch are more important postrecession than they were prerecession. We’ll keep looking, but—as our colleagues at the Chicago Fed conclude in their most recent Chicago Fed Letter—so far the facts just don’t support skill gaps as the major source of our current labor market woes.
Am I totally certain that the problem isn’t structural? Hey, I’m not totally certain of anything! But there really is no evidence, none at all, for a story that nonetheless gets asserted as absolute fact in op-ed after op-ed. And just think about the fact that this completely unsupported claim about structural unemployment is being used as an argument against doing anything to help millions of unemployed workers find jobs. Incredible. |
8 giugno 2012.
L’ossessione strutturale di Paul Krugman Il bisogno di definire la nostra disoccupazione come un problema “strutturale” – in qualche modo un problema dal lato dell’offerta, non risolvibile con il ‘semplicistico concetto keynesiano’ del solo incremento della domanda – è un fenomeno proprio da osservare. Sta entrando nella categoria delle idee ‘zombi’, che per l’appunto continuano a trascinarsi in avanti a prescindere da quante volte sono state ammazzate. Fondamentalmente, i racconti strutturali si presentano in due varianti: della geografia e delle competenze professionali. Quello della geografia dice che i lavoratori sono nei posti sbagliati; quello delle competenze che difettano del giusto knowhow. A questo punto entrambe le storie sono state completamente smentite. La disoccupazione è quasi dappertutto. E tramite Mark Thoma, il molto prudente David Altig, basandosi su studi recenti, conclude che: “siamo stati abbastanza ben disposti verso le spiegazioni strutturali sul ritmo lento della ripresa. Nondimeno, dobbiamo ancora trovare importanti conferme al fatto che i problemi delle discrepanze delle competenze siano più rilevanti dopo la recessione di quanto non lo siano stati prima della recessione. Continueremo ad osservare, ma – come concludono i nostri colleghi della Fed di Chicago nelle loro più recente ‘Chicago Fed Letter’ – sino a questo punto i fatti proprio non confermano che la mancanza di competenze sia l’origine principali dei guai del nostro attuale mercato del lavoro.” Quanto a me, sono totalmente certo che il problema non sia strutturale? Ehi, io non sono totalmente certo di niente! Ma non c’è davvero alcuna prova, nessuna in assoluto, per un racconto che nondimeno viene presentato come un fatto, un commento dopo l’altro [17]. E io semplicemente penso al fatto che questa pretesa completamente priva di supporti della disoccupazione strutturale viene utilizzata come un argomento per non far niente per aiutare milioni di lavoratori disoccupati . Da non crederci.
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June 8, 2012, 11:53 am
Why the Baltics MatterBy Paul KrugmanSome readers have urged me not to spend time on Latvia, Estonia, etc., on the grounds that they are too small to matter. Sorry, but that’s not true. For one thing, every economy — even a small one — is potentially a “natural experiment” that teaches us more about how economies in general work. Beyond that, the Baltics now loom large in the imagination of austerity’s defenders, particularly since Ireland keeps refusing to play along and be a success story. Jörg Asmussen is Germany’s man at the ECB, which means that what he says matters. Here’s his speech in Riga earlier this week, asserting that the Baltic experience shows that austerity and internal devaluation actually do work. Notice that his evidence comes entirely from one year of fairly fast growth after an incredible decline. So it’s important to say that this proves very little.
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8 giugno 2012.
Perchè I paesi baltici sono importanti di Paul Krugman Alcuni lettori mi hanno invitato a non perdere tempo con la Lettonia, l’Estonia e così via, sulla base del fatto che quelle nazioni sarebbero troppo piccole per essere importanti. Mi dispiace, ma non è così. Per un verso, ogni economia – anche una piccola economia – è potenzialmente un “esperimento naturale” che ci insegna cose in più su come in generale le economie funzionino. Oltre a ciò, i paesi Baltici occupano oggi una posizione di primo piano nella immaginazione dei difensori dell’austerità, particolarmente dal momento in cui l’Irlanda continua a rifiutarsi di rappresentare e di essere una storia di successo. Jörg Asmussen è l’uomo della Germania nella BCE, il che significa che quello che dice ha la sua importanza. Ecco il suo discorso (disponibile in connessione) a Riga agli inizi di questa settimana, nel quale sostiene che l’esperienza dei paesi Baltici mostrerebbe che l’austerità e la svalutazione interna effettivamente funzionano. Si noti che le prove vengono interamente da un anno di crescita discretamente veloce dopo un incredibile tracollo. Dunque è importante dire che questo prova veramente poco.
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June 10, 2012, 8:09 am
Latvian CompetitivenessBy Paul KrugmanAs Simon Wren-Lewis says, there’s something about the Latvian experience that causes many people to leave their critical faculties at the immigration desk. I think it’s mainly the fact that austerians need a hero, and Ireland keeps failing to deliver. But whatever. The critical question is whether Latvia offers a real success story for “internal devaluation”. Mark Weisbrot has been making the case that it does no such thing, and I agree. Here’s my take. First, the Latvian story is very much that of the European periphery in general: for a while, there were huge inflows of capital and corresponding trade deficits, which then suddenly stopped. Here’s Latvia’s current account deficit as a percent of GDP, along with its growth rate:
So Latvia converted its huge current account deficit into a surplus, although it’s now back in modest deficit. However, it also suffered a gigantic economic contraction — which you would expect to shrink imports and improve the trade balance. So was there anything more to it than that? Here’s a scatterplot of changes in real GDP and in the current account since 1997: It’s a pretty strong relationship and let’s just say that there’s no obvious sign here that Latvia’s balance of payments experience represents more than a big trade balance improvement thanks to a huge economic contraction, with the deficit reemerging as the economy bounces back a little.
And what about internal devaluation itself? Has Latvia shown that it is possible to have wages that are downwardly flexible, so that you really don’t need exchange rate adjustment? Actually, no — nobody has: The bottom line is that while Latvia’s willingness to endure extreme austerity is politically impressive, its economic data don’t support any of the claims being made about its economic lessons.
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10 giugno 2012.
Competitività lettone di Paul Krugman Come dice Simon Wren-Lewis, c’è qualcosa nella esperienza lettone che sembra faccia perdere a molte persone le loro facoltà critiche al momento dell’ingresso in quel paese [18]. Penso che dipenda principalmente dal fatto che i fanatici dell’austerità hanno bisogno di un campione, e l’Irlanda continua a non fornirlo. Ma, pazienza … La domanda cruciale è se la Lettonia offra una effettiva storia di successo come esempio di “svalutazione interna”. Mark Weisbrot [19] sostiene la tesi che non si tratti di niente del genere, ed io sono d’accordo. Questa è la mia posizione. In primo luogo, la storia della Lettonia è in gran parte quella più complessiva della periferia europea: per un certo periodo ci sono stati vasti flussi di capitali e corrispondenti deficit commerciali, che si sono improvvisamente interrotti. Questo è il deficit del conto corrente [20] della Lettonia come percentuale del PIL, a fianco al suo tasso di crescita: Dunque, la Lettonia ha convertito il suo deficit di conto corrente in un surplus, sebbene oggi sia tornata ad un modesto deficit. Tuttavia, essa ha anche sofferto di una gigantesca contrazione economica – che vi aspettereste abbia ristretto le sue importazioni e migliorato la bilancia commerciale. C’è stato dunque qualcosa di più di quello? Ecco qua un grafico a dispersione [21] relativo ai cambiamenti del PIL reale e del conto corrente a partire dal 1997: Si tratta di una correlazione abbastanza forte e possiamo proprio concludere che in questo caso non c’è alcun segno evidente che l’esperienza della bilancia dei pagamenti della Lettonia rappresenti molto di più che un miglioramento della bilancia commerciale conseguente ad una forte contrazione dell’economia, con il deficit che ricompare quando l’economia torna verso le condizioni precedenti. E che dire della svalutazione interna in sé e per sé? La Lettonia ha dimostrato che è possibile avere salari flessibili verso il basso, in modo tale che effettivamente non si abbia bisogno di correggere il tasso di cambio? In effetti no, in alcun modo: La morale della favola è che mentre la volontà della Lettonia di sopportare una estrema austerità è impressionante sul piano della politica, i suoi dati economici non autorizzano alcune delle pretese che sono state avanzate a proposito delle sue lezioni economiche.
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June 14, 2012, 8:57 am
Peripheral PerformanceBy Paul KrugmanResponding to reader requests, from Eurostat. And no, I don’t know anything about Lithuania, which for some reason doesn’t seem to be on anyone’s radar: By the way, Iceland has a much lower unemployment rate than any of the others. Looking at this, would you have expected that Latvia would be lionized as the hero of the crisis?
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14 giugno 2012
Prestazioni periferiche di Paul Krugman In risposta alle richieste di un lettore, da fonte Eurostat. E no, io non so granché della Lituania, che per qualche ragione non sembra interessare nessuno: Tra parentesi, l’Islanda ha un tasso di disoccupazione molto inferiore a quello di tutti gli altri. Guardando a questa tabella, vi sareste aspettati che la Lettonia sarebbe stata mitizzata come l’eroe della crisi?
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June 14, 2012, 9:02 am
Historical EchoesBy Paul Krugman… the extremes are gaining in Europe because centrist parties are offering voters no meaningful choices. Pasok and ND are an egregious example, but the same is true in all the other programme countries, and to a lesser extent in other countries as well. So if you want to vote against the status quo policies, you have no alternative but to vote for Syriza, or whomever. Second, right now in Europe, support for international institutions means, de facto, support for the current policy mix, just as being an internationalist in the interwar period, in too many cases, meant support for gold. Also, Dani Rodrik has an all too plausible for global disaster. Right on cue, Hungary Lauds Hitler Ally Horthy as Orban Fails to Stop Hatred. But remember, the big problem is that the public isn’t showing enough deference to the elite.
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14 giugno 2012
Gli echi della storia di Paul Krugman Da Kevin O’Rourke: “… le estreme stanno guadagnando in Europa perché i partiti di centro non stanno offrendo agli elettori scelte ragionevoli. Il Pasok e Nuova Democrazia sono esempi ragguardevoli, ma la stessa cosa è vera negli altri paesi del programma, e in misura minore anche negli altri paesi. Dunque, se si vuole votare contro le politiche dello status quo, non si hanno alternative a votare per Syriza, o chi per lui. In secondo luogo, in questo momento in Europa il sostegno per le istituzioni internazionali significa, di fatto, sostegno per l’attuale miscela politica, proprio come, essendo internazionalisti nel periodo tra le due guerre, significava sostegno all’oro.” Anche Dani Rodrik [22]scrive alcune cose del tutto plausibili per un disastro globale. Sullo stesso tema, l’articolo “L’Ungheria plaude ad Horthy, l’alleato di Hitler, ed il Primo Ministro Orban non ferma l’odio.” Ma, si ricordi, il grande problema è che l’opinione pubblica non sta mostrando particolare riguardo nei confronti delle classi dirigenti.
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June 14, 2012, 3:06 pm
Irish Job CutsBy Paul KrugmanFor my own purposes, I wanted to mark down some data from here. Public employment over time: That’s 28,000 jobs cut since late 2008, the equivalent, scaled by population, of 1.9 million layoffs here. And they say Ireland hasn’t really had austerity.
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14 giugno 2012
Tagli al lavoro in Irlanda. di Paul Krugman Per mio conto, avevo bisogno di prender nota di alcuni dati da questa fonte [23]. L’occupazione del settore pubblico nel corso del tempo: A far data dal 2008, questo significa un taglio di posti di lavoro di 28.000 unità, l’equivalente, in rapporto alla popolazione, di 1 milione e 900 mila licenziamenti qua da noi. E dicono che l’Irlanda non ha avuto una effettiva austerità.
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June 15, 2012, 9:31 am
Still A Phantom MenaceBy Paul Krugman The policy response to financial crisis has, in effect, given us a great natural experiment in macroeconomics — an experiment that can and should be viewed as a test of two views of the economy. One view — which includes both freshwater macro and much of what Austrians say — is in effect classical macro as Keynes described it, in which the economy is always constrained by supply. The other is a more or less Keynesian view in which a depressed economy is constrained by demand, not supply. These two views had strong implications on three fronts. One was interest rates: would large budget deficits drive rates up, as a classical view implied, or would they do no such thing under depression conditions? A second was the effects of austerity (which has been much larger than the weak efforts at stimulus, and therefore provides the real test); would austerity policies release resources to the private sector, as per the classical view, or lead to economic contraction? Finally, a third implication involved inflation: would large increases in the monetary base produce soaring inflation, again as classicists of all kinds claimed, or do no such thing under depression conditions?
You know how things have gone on the interest rate and austerity fronts. Let’s do an update on inflation. Early last year the inflationistas were yelling a lot; commodity prices had jumped, and they were shouting that high inflation was just around the corner, with much talk of debasing the currency and all that. A couple of further points. One refuge of some of the inflationistas has been to claim that the feds are cooking the data, that true inflation is much higher than reported. You can take those claims apart in detail, but a simpler answer may be just to look at independent inflation measures, like MIT’s Billion Prices Index: No hint of book-cooking there. One other thing that has become clear is the usefulness of the concept of core inflation. The measures we have are imperfect reflections of the Platonic ideal; still, keeping your eye on core inflation has been a much better strategy than following the ups and downs of the headline rate: To be fair, I and other have been surprised by the stubborn persistence of low core inflation; if you’d asked me three years ago, I would have predicted slight deflation by now. My current interpretation is that downward nominal wage rigidity is a bigger issue than we realized. But this is a relatively small failure of prediction compared with the dire forecasts of soaring interest and inflation rates. Finally, I just want to flag this for the record: Regardless of what the triumphant Keynesians would have you believe, my analysis continues to be that the current combination of monetary and fiscal stimulus is driving us toward disaster. Instead of a real recovery, the US will experience an inflationary depression. Europe, on the other hand, will suffer much less, precisely because it was not seduced by the short-term appeal of stimulus. Yep.
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15 giugno 2012.
Ancora un pericolo fantasma. di Paul Krugman La risposta della politica alla crisi finanziaria ci ha fornito, in effetti, una grande esperimento dal vero di teoria economica – un esperimento che può (e dovrebbe) essere considerato come un test di due diversi punti di vista sull’economia. Un punto di vista – che comprende sia la teoria economica dell’ “acqua dolce” che gran parte di quello che affermano gli “Austriaci” [24] – è in effetti la teoria economica classica come Keynes l’aveva descritta, nella quale l’economia è sempre limitata dall’offerta. L’altro è più o meno il punto di vista keynesiano, per il quale una economia depressa è limitata dalla domanda, non dall’offerta. Questi due punti di vista hanno avuto forti implicazioni su tre fronti. Un primo è stato quello dei tassi di interesse: i deficit di bilancio avrebbero spinto in alto i tassi, come è implicito nel punto di vista classico, oppure non avrebbero fatto niente del genere in condizioni di depressione? Un secondo sono stati gli effetti dell’austerità (che sono stati assai più estesi dei deboli sforzi di sostegno, e di conseguenza forniscono il test effettivo); le politiche dell’austerità avrebbero liberato risorse per il settore privato, come secondo il punto di vista classico, oppure avrebbero portato ad una stretta economica? Infine, una terza implicazione ha riguardato l’inflazione: ampi incrementi della base monetaria avrebbero portato l’inflazione alle stelle, ancora come sostenuti dai ‘classicisti’ di tutte le specie, oppure non avrebbero fatto niente del genere in condizioni di depressione? Sapete come sono andate le cose sui fronti del tasso di interesse e dell’austerità. Aggiorniamo i dati sull’inflazione. Agli inizi dell’anno gli ‘inflazionisti’ strepitarono assai; i prezzi delle materie prime avevano fatto un salto, ed essi sostenevano a gran voce che l’alta inflazione era proprio dietro l’angolo, con un gran parlare di svalutazione del dollaro e tutto il resto. Ehilà! (un link con “Also sprach Analist”, che è il sito web di Global Finance and Economics, con molti dati sull’economia cinese) [25]. Un paio di aspetti ulteriori. Un rifugio di alcuni ‘inflazionisti’ è stata la pretesa che il Governo federale avesse manipolato i dati, che l’inflazione effettiva fosse molto superiore di quanto riportato. Quelle tesi possono essere smontate nei dettagli, ma una risposta più rapida può semplicemente riferirsi alle stime imparziali di inflazione, queli quelle del Billion Prices Index del MIT: Qua non c’è nessun segno di manipolazione dei dati [26]. Un’altra cosa che è diventata chiara è l’utilità del concetto di “inflazione sostanziale” [27]. I dati che abbiamo sono come riflessi imperfetti dell’ideale platonico; anche in questo caso, concentrarsi sulla inflazione sostanziale è stata una strategia assai migliore che non inseguire gli alti e bassi delle inflazione cosiddetta ‘complessiva’: Ad essere onesti, io ed altri siamo rimasti sorpresi dalla ostinata persistenza di una bassa inflazione sostanziale; se mi fosse stato chiesto tre anni fa, avrei previsto una leggere deflazione a questo punto. La mia attuale interpretazione è che la rigidità verso il basso dei salari nominali è il più importante tema che abbiamo messo a fuoco. Ma è un difetto di previsione relativamente modesto al confronto con le terribili previsioni di impennate nei tassi di inflazione e di interesse. Infine, voglio solo segnalare questa affermazione [28] solo per memoria: “A prescindere da quello che il trionfante keynesismo vorrebbe farvi credere, la mia analisi continua ad essere che la attuale combinazione di stimoli monetari e di spesa pubblica ci sta portando verso il disastro. Invece di una ripresa effettiva, gli Stati Uniti conosceranno una depressione inflazionistica. L’Europa, d’altra parte, soffrirà molto di meno, principalmente perché non sarà stata sedotta dal fascino dello stimolo a breve termine.” Proprio così !
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June 15, 2012, 5:54 pm
Wealth DestructionBy Paul KrugmanI haven’t weighed in on the Survey of Consumer Finances, which shows a sharp decline in net worth and real income between 2007 and 2010. I guess the basic response should be “Well, duh” — that’s what happens when you have a massive housing bust and a severe economic slump. But I gather that some of the usual suspects are trying to claim that this is all President Obama’s fault. I’d say I was surprised, except that the total unscrupulousness of this crew is by now something to take for granted. Anyway, to make a not terribly original point, the SCF is useful because it gives us information on the distribution of net worth, not just its level. When it comes to level, we have another and more timely source, the Fed’s flow of funds data. And here’s what real net worth of households per capita looks like: To say the obvious, the plunge in net worth took place under the previous administration; it bottomed out just two months after Obama took office, which makes it hard to claim that it was his fault. The chart also illustrates just how much bigger the housing bust was than the tech bust of the early Bush years, which is why conventional monetary policy wasn’t enough to cope — and why we needed rising government employment and spending on goods and services, not the unprecedented austerity we actually got. Finally, wealth growth during the Clinton years looks as if it was mainly real, with only a moderate bubble component; wealth growth in the Bush years was all bubble.
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15 giugno 2012.
Distruzione di ricchezza di Paul Krugman Non sono ancora intervenuto sul Rapporto sulle Finanze del Consumatore, che mostra un brusco calo nel patrimonio netto [29] e nel reddito reale tra il 2007 ed il 2011. Suppongo che fondamentalmente la risposta dovrebbe essere “Ebbene, ma va !” – vale a dire che è quello che accade quando si ha un vasto crollo immobiliare ed una grave flessione dell’economia. Ma mi accorgo che alcuni dei soliti sospetti stanno cercando di sostenere che sia tutta responsabilità del Presidente Obama. Dovrei dire che ne sono stato sorpreso, se non fosse per il fatto che la totale mancanza di scrupolo di quella combriccola è ormai qualcosa da mettere nel conto. In ogni modo, per indicare un aspetto non sensazionale, il “Rapporto” è utile perché ci offre informazioni sulla distribuzione del patrimonio netto, non solo sul suo livello. Quando si arriva al livello, abbiamo un’altra fonte più aggiornata, i dati della Fed sui flussi di finanziamento. Ed ecco come appaiono i dati procapite sul patrimonio reale netto delle famiglie: Per dire un’ovvietà, il crollo del patrimonio netto prese piede nel corso della precedente amministrazione; esso toccò il fondo due mesi dopo che Obama entrasse in carica, il che rende difficile la pretesa di una sua colpa.
La tabella illustra anche come fu proprio più grande il crollo immobiliare rispetto al crollo nel settore tecnologico degli anni di Bush, che è la ragione per la quale la politica monetaria convenzionale non fu sufficiente a sostenerlo – e per la quale avevamo bisogno di una crescita dell’occupazione pubblica e della spesa pubblica su beni e servizi, non della inusitata austerità che in effetti abbiamo avuto. Infine, la crescita della ricchezza durante gli anni di Clinton sembra essere stata principalmente reale, con una componente derivante dalla bolla solo modesta; la crescita della ricchezza negli anni di Bush fu tutta una bolla.
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June 15, 2012, 6:09 pm
Crony KeynesianismBy Paul KrugmanGeorge Osborne, the architect of Britain’s austerity policies, has just done an about face (without, of course, admitting it). Jonathan Portes has the goods: he points out that the assumptions under which the UK government’s new policy of subsidizing private investment — including infrastructure investment! — through loan guarantees makes sense are exactly the same assumptions under which debt-financed government spending on, say, infrastructure makes sense. So why funnel the money to private corporations via loan guarantees rather than simply doing the obvious and restoring the huge cuts that have recently taken place in public investment? One answer, of course, would be that doing that would be an implicit admission that the Cameron government has just wasted two years doing exactly the wrong thing. It has, of course, and apparently realizes its mistake; but presumably the government hopes that privatizing the process will confuse enough people that it can escape blame. But let’s also note that funneling funds through the private sector offers an opportunity to lavish favors on friends. Now, to be fair, so does government contracting; but that’s a familiar enterprise, with well-established rules and safeguards in place. This will be something new, which may make it possible to slip in some big giveaways that nobody notices. So as you can see from the title of this post, it sounds to me as if Osborne has come up with a new wrinkle in policy that I hereby dub Crony Keynesianism — doing policies whose logic calls for government spending, but take the form instead of incentives to favored private-sector interests. From a macro point of view, even crony Keynesianism is better than continued destructive austerity. But we should be aware how basically strange it is, and how subject to abuse.
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15 giugno 2012.
Keynesismo clientelare di Paul Krugman George Osborne, l’architetto delle politiche di austerità britanniche, ha appena fatto una inversione di rotta (naturalmente, senza ammetterlo). Jonathan Portes ha tutti gli elementi: egli mette in evidenza che le assunzioni per le quali la nuova politica del Governo britannico di sovvenzionamento dell’investimento privato – compresi gli investimenti in infrastrutture – tramite prestiti garantiti ha un senso, sono esattamente le stesse assunzioni per le quali avrebbe senso la spesa pubblica statale finanziata col ricorso al debito, ad esempio per le infrastrutture. Per quale ragione, dunque, far transitare denaro alle imprese private attraverso garanzie sui prestiti piuttosto che fare semplicemente la cosa più naturale e tornare indietro rispetto agli ampi tagli che recentemente hanno avuto luogo nell’investimento pubblico? Senza dubbio, un risposta può essere che facendo in quel modo sarebbe una implicita ammissione che il Governo Cameron ha semplicemente sprecato due anni nel fare precisamente le cose sbagliate. L’ha fatto, senza alcun dubbio, e in apparenza comprende il proprio errore; ma presumibilmente il Governo spera che la privatizzazione della procedura confonderà in tal modo la gente da consentirgli di sfuggire alle proprie responsabilità. Ma consentitemi di notare che facendo transitare i finanziamenti attraverso il settore privato si offre una opportunità di colmare di favori gli amici. Ora, ad essere onesti, così funzionano i contratti pubblici; ma si tratta di un esercizio consueto, con ben stabilite regole e salvaguardie in funzione. Questo sarà qualcosa di nuovo, il che potrà rendere possibile allungare qualche cospicuo omaggio del quale nessuno di accorga. Come vi siete resi conto dal titolo di questo post, il tutto mi fa l’effetto come se Osborne se ne stesse venendo fuori con un trucchetto in politica che in questo caso vorrei definire come Keynesismo Clientelare – fare politiche la cui logica richiama alla spesa pubblica, ma che prendono piuttosto la forma di incentivi per favorire interessi del settore privato. Da un punto di vista macroeconomico, persino un keynesismo clientelare è meglio di una prolungata distruttiva austerità. Ma dovremmo essere consapevoli di quanto sia fondamentalmente strano, e di come sia soggetto ad abusi.
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June 16, 2012, 11:07 am
Death ThroesMy colleague David Brooks tells us that Republicans see the economic crisis as showing that the welfare state is in its “death throes”. And it’s true — that is what they think, or claim to think. And I understand why that’s what they want to think. But the fact that they think this is a testimony to the ability of people to see what they want to see, in the teeth of the evidence. I mean, how do we measure the size of the welfare state? It’s not a perfect measure, but the OECD calculation of the share of government social expenditure in GDP (pdf) is a reasonable proxy. Here’s what it looks like for selected European countries: If you look at these data and see them as evidence of the welfare state in its death throes, well, you’re saying a lot about yourself and nothing about reality.
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16 giugno 2012.
Spasimi mortali. Il mio collega David Brooks ci racconta che I Repubblicani vedono le crisi economica come se lo Stato Assistenziale fosse ai suoi “spasimi mortali”. Ed è vero – è quello che credono, o sostengono di credere. E posso capire perché quello sia quanto vogliono pensare. Ma il fatto che lo pensino è una dimostrazione della attitudine delle persone a vedere quello che vogliono vedere, a dispetto di ogni prova. Intendo dire, come si misura l’ampiezza di uno Stato assistenziale? Non c’è un metro di misura indiscutibile, ma il calcolo dell’OCSE sulla quota della spesa sociale pubblica sul PIL (disponibile in pdf) è un ragionevole indicatore. Ed ecco quello che appare per questi prescelti paesi europei: Se guardate a questi dati e li vedete come prove degli spasimi mortali degli stati assistenziali, ebbene, vuol dire che state parlando di voi stessi e niente affatto della realtà. |
| July 5, 2012ECB Death Wish
Can the euro be saved? It’s not easy. I think of the euro problem as involving three layers: troubled banks, overlaid on troubled sovereign debt, overlaid on a deep problem of competitiveness created by runaway capital flows between 2000 and 2007. Saving the thing requires credible bank rescue, sufficient intervention in Spanish and Italian bonds to keep yields manageable, and high enough inflation in Germany that the south doesn’t face an impossible need for deflation. I don’t expect Europe to accept the whole program all at once. But just to keep the crisis from exploding, we need enough movement from policy makers to give hope that a solution is coming, and reassure markets. So what did the ECB do today? The minimal amount. Even in Frankfurt I guess they realized that not cutting rates at all would have meant full-blown crisis right away; but there was no effort to get ahead of the curve, no message about more to come. And sure enough, bond yields are moving back into meltdown territory. The euro could be saved. I’m really doubting whether it will.
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5 luglio 2012Il desiderio di morte della BCE
Può essere salvato l’euro? Non è facile. Io penso al problema dell’euro come coinvolgesse tre livelli: le banche in difficoltà, sopra di esse i debiti sovrani in difficoltà, sopra di essi un profondo problema di competitività creato dai flussi di capitali fuori controllo tra il 2000 ed il 2007. Per salvare la situazione occorre un credibile salvataggio delle banche, un adeguato intervento sui bonds italiani e spagnoli per rendere i loro rendimenti gestibili, ed una inflazione in Germania sufficientemente elevata, tale che il sud non debba misurarsi con una necessità irrealizzabile di deflazione. Non mi aspetto che l’Europa faccia suo l’intero programma tutto in una volta. Ma solo per evitare che la crisi esploda, abbiamo bisogno di mosse adeguate da parte dei soggetti politici, in modo tale da dare la speranza di una soluzione in arrivo, da rassicurare i mercati. Così, cosa ha fatto oggi la BCE? Il minimo. Suppongo che persino a Francoforte abbiano compreso che non tagliare affatto i tassi avrebbe significato una immediata crisi devastante; ma non c’è stato alcuno sforzo di andare oltre, alcun messaggio di su qualcos’altro in arrivo. E, come è evidente, i rendimenti del bonds stanno tornando in territorio da collasso. L’euro potrebbe essere salvato. In effetti, dubito che lo vogliano.
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| July 7, 2012ECB Death Wish, Continued
At the end of last week, Spanish 10-year bond yields were close to 7 percent — actually higher than they were last fall, when the ECB stepped in with its big LTRO lending program, a program that bought time that European leaders proceeded to waste: The Spanish government is, understandably, sounding a bit desperate: Spanish Prime Minister Mariano Rajoy said euro-zone countries must urgently implement decisions including government bond purchases agreed to in June as the country can’t finance its deficit under current conditions. And the European Central Bank, which is the only entity really in a position to do what’s necessary, is, well: The ECB lowered its benchmark rate to a record low 0.75 percent on July 5, disappointing investors who had predicted it might restart its government-bond buying program to ease stress on Spain and Italy. The central bank will only buy government debt if it considers it necessary to keep inflation on track, Benoit Coeure, an executive board member, said yesterday. “If the governments decide to do it they should go ahead,” Coeure told a meeting of the Circle of Economists. “That doesn’t mean the ECB can’t buy Italian and Spanish debt on the market, but they’ll do it if it needs to for reasons of monetary policy and not otherwise.” No sense of urgency. Amazing.The odds of euro crackup are rising by the day.
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7 luglio 2012Desiderio di morte della BCE, prosecuzione.
Alla fine della scorsa settimana, il rendimento dei bonds decennali spagnoli era prossimo al 7 per cento – effettivamente più alto di quanto non fosse lo scorso autunno, quando la BCE intervenne col suo grande programma di prestito che guadagnò il tempo ancora una volta sprecato dai dirigenti europei: Il Governo spagnolo sembra, comprensibilmente, un po’ disperato: “Il Primo Ministro Mariano Rajoy ha detto che i paesi dell’eurozona devono con urgenza implementare decisioni che includano gli acquisti di bonds degli stati concordati in giugno, nel caso che un paese non possa finanziare il suo deficit alle condizioni attuali.” E la Banca Centrale Europea, che è l’unica entità realmente nelle condizioni di fare ciò che è necessario, ecco cosa sta facendo : “Il 5 luglio la BCE ha abbassato il suo tasso di riferimento alla percentuale mai così bassa dello 0,75 per cento, deludendo gli investitori che avevano previsto che essa avrebbe ripreso il programma degli acquisti di bond statali per attenuare lo stress sulla Spagna e sull’Italia. Benoit Coeure, un membro del consiglio esecutivo, ha affermato ieri che la banca centrale acquisterà debiti degli stati solo se lo considererà necessario per mantenere l’inflazione sui binari. ‘Se i Governi decidono di farlo, essi dovrebbero andare avanti’ ha detto Coeure al convegno presso il Circolo degli Economisti. Questo non significa che la BCE non possa acquistare sul mercato debito italiano o spagnolo, ma lo farà solo se sarà necessario per ragioni di politica monetaria, non in altri casi”. Nessun senso di urgenza. Incredibile. Le probabilità di un collasso dell’euro crescono giorno dopo giorno.
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| July 8, 2012The Times Does Iceland
A nice piece. By the way, here are some comparative unemployment numbers (experimenting with the OECD graphics; maybe not again): I put in Estonia because it’s suddenly fashionable; for some reason the OECD didn’t have Latvia. Anyway, I think the interesting contrast is between Ireland and Iceland; remember, Ireland was supposed to be a role model. I guess I should say some more about the relevance of the Icelandic sort-of miracle. For the most part, Iceland’s lesson is relevant to countries that experienced big capital inflows followed by a sudden stop — that is, the European periphery, not the US or the UK. What it demonstrated was the usefulness of devaluation (and therefore of having your own currency), and the case for temporary capital controls in an emergency. Also the case for letting creditors of private banks gone wild eat the losses. Iceland did not engage in fiscal stimulus; it didn’t have to, given the kick from a huge depreciation of the currency. It did, however, have a quite effective program of mortgage debt relief that is a role model for countries like the United States. And more broadly, Iceland is a dramatic demonstration of the wrongness of conventional wisdom in these times. Ireland did everything it was supposed to; nobody would describe it as “healing”. Iceland broke all the rules, and things are not too bad.
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8 luglio 2012The Times mette in scena l’Islanda
Un bel pezzo [30]. Ci sono, per inciso, alcuni numeri di confronto sulla disoccupazione (sperimentando le grafiche dell’OCSE, penso per l’ultima volta): Ho messo l’Estonia perché all’improvviso va di moda; per qualche ragione l’OCSE non aveva il dato della Lettonia. In ogni modo, penso che la cosa interessante sia il contrasto tra l’Irlanda e l’Islanda [31]; ricordate, si pensava che l’Irlanda fosse il modello esemplare. Penso che si dovrebbe dire qualcosa di più sul rilievo di questa specie di miracolo islandese. Per la maggior parte, la lezione dell’Islanda è rilevante per i paesi che hanno fatto esperienza di grandi flussi di capitali seguiti da un arresto improvviso – vale a dire per la periferia europea, non per gli Stati Uniti o l’Inghilterra. Quello che essa ha dimostrato è stata l’utilità della svalutazione (e, di conseguenza, dell’avere una propria valuta), nonché l’argomento a favore di temporanei controlli dei capitali in situazioni di emergenza. Infine, l’argomento del consentire ai creditori delle banche private che avevano fatto follie di recuperare le perdite [32]. L’Islanda non si è impegnata in azioni di sostegno con la spesa pubblica; non ne aveva bisogno, dato il contraccolpo derivante da una ampia svalutazione della moneta. Tuttavia, si è dotata di una programma abbastanza efficace di alleviamento del debito sui mutui che è un modello esemplare per paesi come gli Stati Uniti. E, più in generale, l’Islanda è una spettacolare dimostrazione della erroneità della convenzionale saggezza, in tempi come questi. L’Irlanda ha fatto tutto quello che si prevedeva si dovesse fare; nessuno direbbe che sia in fase di “risanamento”. L’Islanda ha rotto tutte le regole, e le cose non gli vanno così male.
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| July 8, 2012Taxes at the Top
It looks as if Mitt Romney’s personal finances are going to be back in the news. One thing we’ll be hearing from his defenders is the argument that he doesn’t really pay only 14 percent of his income in taxes, because you should count the taxes paid by the corporations in which he invests. But my guess is that conservatives really shouldn’t want to go there. Because if we do, we realize that tax cuts are a much bigger story in rising inequality than the right wants to hear. Piketty and Saez have looked at tax rates including imputed corporate taxes, and here’s what they get:
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8 luglio 2012Le tasse sui più ricchi
Sembra che le finanze personali di Mitt Romney stiano tornando alla ribalta. Una cosa che diranno i suoi difensori è che egli non paga in realtà soltanto il 14 per cento del suo reddito in tasse, perché si dovrebbe tener conto delle tasse pagate dalle società nelle quali egli investe. Ma la mia idea è che i conservatori proprio non dovrebbero cacciarsi in un argomento del genere. Perché se lo facciamo, si comprende che i tagli alle tasse sono una storia molto più grande, nell’ineguaglianza crescente, di quanto la destra non voglia sentirsi dire. Picketty e Saez hanno analizzato le aliquote fiscali includendo le tasse societarie relative, ed ecco cosa hanno ottenuto: |
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| Tax rates for the super-elite, the top .01%, have fallen in half since Mitt Romney’s father ran for president; or to put it differently, after tax income for this group has doubled due to policy alone. And bear in mind that the US economy flourished just fine under those 60-70 tax rates … | Le aliquote fiscali per la super-élite sono crollate della metà dal momento in cui il padre di Mitt Romney correva per la Presidenza; o, per dirla diversamente, il reddito dopo le tasse è raddoppiato per questo gruppo, soltanto a causa della politica. E si tenga a mente che l’economia statunitense prosperava proprio bene sotto quelle aliquote fiscali degli anni sessanta e settanta …. |
| July 9, 2012Sinners, Repent!
Last week 160 German economists, organized by Hans-Werner Sinn — call them Sinners — signed a manifesto opposing a European banking union. Today VoxEU has a counter-manifesto, signed by more than 100 economists in the German-speaking world, arguing in effect that the euro cannot survive without such a banking union: The financial crisis has exposed a fatal flaw in the design of European monetary union which can be removed only by decisive policy action. Policymakers in Europe now have an opportunity to change the game. A central aspect of this problem is the conflation between debt of the private sector and that of European national governments. In the course of the crisis, fiscal budgets are being tapped to refinance systemically relevant financial institutions. At the same time, financial institutions continue to play a central role in financing national governments, lending money to them and holding their debt. An unavoidable consequence is that bank failures have led to sovereign debt crises and sovereign debt crises have led to banking crises, leading to growing mistrust of both national banking systems and government finance. The situation is aggravated by the fact that international investors, driven by fear of total collapse, have withdrawn funding to struggling countries, both for governments and for banks. This has in turn led to a balkanisation of national financial markets and threatens not only the European monetary union but the European integration project as a whole. Only by breaking the link between the refinancing of banks and the solvency of national governments will it be possible to stabilise the supply of credit in crisis countries. They’re right, of course. But the Sinners clearly have the upper hand in German public opinion. Meanwhile, Spanish 10-years are above 7 percent; all the gains from the summit have been lost.
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9 luglio 2012Peccatori, pentitevi!
La scorsa settimana 160 economisti tedeschi, organizzati da Hans-Werner Sinn – chiamiamoli Sinners [33] – hanno sottoscritto un manifesto di opposizione ad una unione bancaria europea. Oggi VoxEU [34] presenta un contro-manifesto, sottoscritto da più di cento economisti di lingua tedesca, con il quale si sostiene che in effetti l’euro non può sopravvivere senza una tale unione bancaria: La crisi finanziaria ha messo in evidenza un difetto fatale nel disegno della unione monetaria europea che può essere rimosso solo con una decisa azione politica. Ora gli operatori politici europei hanno una opportunità di cambiare il gioco. Un aspetto centrale di questo problema è la combinazione tra il debito del settore privato e quello degli stati nazionali europei. Nel corso della crisi, i bilanci pubblici sono stati sfruttati per rifinanziare in modo sistematico rilevanti istituti di credito. Nello stesso tempo, gli istituti finanziari continuano a giocare un ruolo centrale nel finanziamento degli Stati nazionali, dando in prestito denaro e acquisendo il loro debito. Una conseguenza inevitabile è stata che i fallimenti delle banche hanno portato alla crisi dei debiti sovrani e la crisi dei debiti sovrani ha portato alla crisi delle banche, con la conseguenza di una crescente diffidenza sia del sistema bancario che delle finanze degli stati. La situazione è aggravata dal fatto che gli investitori internazionali, mossi dalla paura di un collasso totale, si sono ritirati dal finanziamento dei paesi in difficoltà, sia dei governi che delle banche. Questo a sua volta ha portato ad una balcanizzazione dei mercati finanziari nazionali e minaccia non solo l’unione monetaria europea, ma il progetto di integrazione europea nel suo complesso. Solo rompendo la connessione tra il rifinanziamento delle banche e la solvibilità degli stati nazionali sarà possibile stabilizzare l’offerta di credito nei paesi in crisi. Hanno ragione, evidentemente. Ma i “Peccatori” in Germania hanno un vantaggio sulla opinione pubblica. Nel frattempo, i decennali spagnoli sono sopra il 7 per cento: tutto quello che si era guadagnato col summit è stato perso. |
| July 9, 2012What You Add Is What You Get
The Romney fundraiser in the Hamptons continues to inspire much justified hilarity. Matt Yglesias has fun with whining rich people complaining that they are the engine of the economy, pointing out that quite a few of the whiners make their money in ways that arguably does very little for growth — say, by running funds that collect so much in fees that they leave investors worse off. There is, however, an even broader critique of the whole keep taxes low on jobcreatorsenginesoftheeconomy thing — it doesn’t make sense even when the rich really earn their money. I’ve tried to make this point before, with regard to optimal top tax rates, but without as much success as I’d like; so let’s try it again. So, imagine a Romney supporter named John Q. Wheelerdealer, who works 3000 hours a year and makes $30 million. And let’s suppose that he really does contribute that much to the economy, that his marginal product per hour — the amount he adds to national income by working an extra hour — really is $10,000. This is, by the way, standard textbook microeconomics: in a perfectly competitive economy, factors of production are supposedly paid precisely their marginal product. Now suppose that President Obama has reduced Mr. Wheelerdealer to despair; not only does the president waste money by doing things like feeding children, he says mean things about some rich people, which is just like the Nazis invading Poland, or something. So Wheelerdealer decides to go Galt. Well, actually just one-third Galt, reducing his working time to just 2000 hours a year so he can spend more time with his wife and mistress. According to marginal productivity theory, this does in fact shrink the economy: Wheelerdealer adds $10,000 worth of production for every hour he works, so his semi-withdrawal reduces GDP by $10 million. Bad! But what is the impact on the incomes of Americans other than Wheelerdealer? GDP is down by $10 million — but payments to Wheelerdealer are also down by $10 million. So the impact on the incomes of non-Wheelerdealer America is … zero. Enjoy your leisure, John! OK, there’s a catch: Wheelerdealer pays taxes, and when he chooses to work less, he pays less taxes. So there is in fact a welfare loss to the rest of America, but it comes only through the fact that revenue falls. This is the basis of the result from optimal taxation theory that says that from the point of view of everyone except the very rich the optimal top tax rate is the rate that maximizes revenue — full stop. And since the rich already make so much money, their marginal utility from an extra dollar is very small, so the revenue-maximizing tax also maximizes welfare for society as a whole. Oh, and we have pretty good evidence on the (small) actual incentive effects of changes in top tax rates, enough to suggest that the optimal rate is in the 70-80 percent range — which is where it was in the 1960s, a decade of very good economic performance. Now, obviously the Romney fans have a very different view. They seem to believe that John Q. Wheelerdealer somehow adds much more to the economy than even the lavish amount he gets paid; he’s an engine of growth! Oddly, though, they also claim to believe in the perfection of markets — and the only way to justify their belief in their own special role is to claim that there is some kind of massive market failure. So there’s a huge contradiction in the whole position of the self-regarding rich — a contradiction that I’m quite sure bothers them not at all. More champagne?
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9 luglio 2012Quello che ci aggiungete è quanto ottenete. La raccolta di fondi per Romney negli Hamptons [35] continua a provocare giustificatamente molta ilarità. Matt Yglesias si diverte con la lamentela della piagnucolosa gente ricca, secondo la quale loro sono il motore dell’economia, mettendo in evidenza che un buon numero tra i ‘piagnoni’ fanno i loro soldi in modi che sicuramente non incidono sulla crescita dell’’economia – ad esempio, gestendo fondi che in gran parte guadagnano in tasse che lasciano agli investitori che stanno peggio. C’è, tuttavia, una critica persino più generale su tutto questo tener basse le tasse nella faccenda del “motoredell’economiachecreapostidilavoro” – essa non ha senso neppure quando i ricchi effettivamente guadagnano il loro denaro. Ho provato ad avanzare questo argomento in passato, in riferimento alle aliquote fiscali ottimali per i più ricchi, ma senza il successo che avrei desiderato; così lasciatemi provare ancora. Dunque, si immagini un sostenitore di Romney di nome John Q. Intrallazzatore [36], che lavori 3.000 ore all’anno ed abbia un reddito di 30 milioni di dollari. E si supponga che egli in effetti contribuisca per davvero quel tanto all’economia, che il suo prodotto marginale all’ora – ovvero la somma che egli aggiunge al reddito nazionale facendo un ora di lavoro straordinario – sia realmente 10.000 dollari. Questa, per inciso, è la normale microeconomia che si trova nei libri di testo: in una economia perfettamente competitiva, i fattori della produzione si suppone che siano compensati precisamente per il loro prodotto marginale. Ora si immagini che il Presidente Obama abbia ridotto il signor Intrallazzatore alle disperazione, non solo che abbia davvero buttato via denaro facendo cose come il programma alimentare per l’infanzia, ma che abbia detto cose meschine sui ricchi, che è lo proprio stesso di quanto fecero i nazisti con l’invasione della Polonia, o giù di lì [37]. Dunque, Intrallazzatore decide di fare come Galt [38]. Ebbene, effettivamente solo come un terzo di Galt, ovvero riducendo il suo tempo di lavoro a solo 2.000 ore all’anno, cosicché egli possa spendere più tempo con sua moglie e con l’amante. Secondo la teoria della produttività marginale, questo per davvero restringe l’economia: Intrallazzatore aggiunge un valore di 10.000 dollari di produzione per ogni ora che lavora, cosicché il suo parziale sciopero riduce il PIL di 10 milioni di dollari. Male ! Ma quale è l’impatto sui redditi degli altri americani, diversi da Intrallazzatore? Il PIL si abbassa di 10 milioni di dollari, ma anche i pagamenti a Intrallazzatore si riducono di 10 milioni di dollari. In tal modo l’impatto sui redditi dell’America diversa da Intrallazzatore è …. zero. Goditi il tuo tempo libero, John ! E’ vero, c’è un trucco: Intrallazzatore paga le tasse, e quando sceglie di lavorare meno, egli paga meno tasse. C’è dunque di fatto una perdita di benessere per il resto dell’America, ma deriva solo dal fatto che le entrate dello stato diminuiscono. Questa è la base di quello che risulta dalla teoria fiscale ottimale, che dice che dal punto di vista di tutti coloro che non sono i più ricchi l’aliquota fiscale ottimale per i più ricchi è l’aliquota che massimizza le entrate – punto e basta. E dato che i ricchi già fanno tanti soldi, la loro utilità marginale che deriva da un dollaro in più è molto piccola, cosicché le tasse che massimizzano le entrate sono anche le tasse che massimizzano il benessere della società nel suo complesso. Inoltre, si ha una prova piuttosto buona delle conseguenze dell’effettivo (modesto) incentivo dei mutamenti nelle aliquote fiscali dei più ricchi, al punto da suggerire che l’aliquota fiscale ottimale stia in un range tra il 70 e l’ 80 per cento – che è la cifra in cui si trovava negli anno ’60, un decennio di ottime prestazioni economiche. Ora, ovviamente i fans di Romney hanno un punto di vista molto diverso. Essi sembrano ritenere che John Q. Intrallazzatore aggiunga molto di più all’economia rispetto persino a quanto venga profumatamente compensato; lui è il motore della crescita! Curiosamente, tuttavia, essi sostengono anche di credere nella perfezione dei mercati – e l’unico modo di giustificare il loro credo sulla propria speciale funzione è sostenere che ci sia una qualche colossale disfunzione nei mercati. C’è dunque una ampia contraddizione nell’intero modo in cui i ricchi considerano se stessi – una contraddizione che sono quasi certo non li preoccupa affatto. Ancora un po’ di champagne?
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| July 10, 2012, 8:49 amPaying the Danegeld
Last fall, when the first wave of speculative attacks on the euro system was underway, I noted the peculiar safe-haven status of Denmark, which was able to borrow at much lower rates than seemingly comparable euro countries like Finland, even though Denmark’s currency is pegged to the euro. I argued that this reflected the extra flexibility Denmark gains from having its own currency; even though it has no intention of printing money to finance the government, the fact that it could do that in the face of a liquidity squeeze is apparently worth a lot. The first wave of attacks subsided after the ECB began lending large sums to banks with sovereign debt as collateral, an indirect way of buying the debt itself. This bought the euro around 7 months, which European leaders squandered. And now we’re back in crisis — and Denmark’s safe haven status is even more extreme. How extreme? Nominal interest rates are now negative! The central bank charges private banks 0.2 percent to hold deposits, and the interest rate on 2-year government debt is -.23 percent. The first question to ask here is why everyone doesn’t just hold stacks of currency instead, to achieve at least a zero yield. I guess the answer must be storage costs — the cost of renting a vault to hold all that paper, plus I guess the risk of mice eating the stuff or something. Those costs can’t be very large, but I guess they’re enough to make a small negative yield possible. The other question is why Danish yields are even lower than German yields. I’m not sure that anyone really thinks Germany could face a liquidity squeeze — any situation in which that might happen is also probably a situation in which the euro is gone and Germany has its own currency again. But maybe not; also, maybe there’s some concern about Germany having to cough up a lot of money to save the euro. Anyway, what’s happening in Denmark is an indication of just how severe the euro crisis is — so severe that people are willing to pay to have their money stored somewhere else.
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10 luglio 2012Pagare il “Danegeld”[39]
Lo scorso autunno, quando era in corso la prima ondata di attacchi speculativi al sistema dell’euro, notai la particolare condizione di sicurezza della Danimarca, che era capace di prendere a prestito denaro a tassi molto più bassi a confronto di paesi dell’area euro apparentemente simili come la Finlandia, anche se la valuta della Danimarca è ancorata all’euro. Sostenni che questo rifletteva i vantaggi della particolare flessibilità che venivano alla Danimarca dall’avere la sua propria valuta; pur non avendo essa alcuna intenzione di stampare moneta per finanziare il Governo, il fatto che potesse farlo a fronte di una restrizione della liquidità ha a quanto sembra un gran valore. La prima ondata di attacchi si smorzò dopo che la BCE prestò alle banche grandi somme con i debiti sovrani come collaterali, un modo indiretto per acquistare lo stesso debito. Questo fece guadagnare all’euro circa 7 mesi, che i dirigenti europei hanno sprecato. Ed ora siamo tornati in crisi – e la condizione di rifugio della Danimarca è ancora più marcata. In che senso? I tassi di interesse sono attualmente negativi? La banca centrale carica le banche private dello 0,2 per cento per tenere il denaro, e il tasso di interesse sul debito pubblico a due anni è -0,23 per cento. La prima domanda da porsi a questo proposito è perché ognuno non possa semplicemente trattenersi pile di valuta, per ottenere almeno un rendimento pari a zero. Penso che la risposta possa essere quella dei costi della conservazione – il costo di affittare un caveau per conservare tutta quella carta, in aggiunta suppongo al rischio che i topi se la mangino o qualcosa del genere. Quei costi non possono essere tanto grandi, ma penso che siano sufficienti da rendere possibile un piccolo rendimento negativo. L’altra domanda è perché i rendimenti danesi siano anche più bassi di quelli tedeschi. Non sono sicuro che nessuno realmente pensi che la Germania potrebbe trovarsi di fronte ad una restrizione di liquidità – una situazione nella quale potrebbe accadere una cosa del genere sarebbe probabilmente una situazione senza più l’euro e con la Germania nuovamente con un propria valuta. Ma forse non è così; forse c’è anche qualche preoccupazione sul fatto che la Germania debba sborsare molti soldi per salvare l’euro. In ogni modo, quello che sta succedendo in Danimarca è una indicazione di quanto sia davvero seria la crisi dell’euro – così seria che le persone preferiscono pagare per avere il loro denaro conservato da qualsiasi altra parte. |
[1] “Poor-mouth” è l’azione che compie chi si compiange in continuazione, in particolare per la sua miseria. Da un thread sul forum di Wordreference.com.
[2] “hater” (“odiatore”) è un termine che ha una uso abbastanza molteplice in inglese (è “hater” un invidioso, è “hater” nei confronti del genere umano un misantropo, è “hater” nei confronti delle dome un misogino …), mentre in italiano non avrebbe senso usare “odiatore” in tutti quei casi e si deve ricorrere a espressioni più precise.
[3] Gli obbiettivi istituzionali della Fed sono sia quello della stabilità dei prezzi che quello del contenimento della disoccupazione, e questo è il suo “dual mandate”.
[4] Professore Emerito di Economia e di Finanza Internazionale all’Università di Princeton.
[5] Internal Revenue Service (ovvero la Agenzia delle Entrate degli Stati Uniti).
[6] Supplemental Nutrition Assistence Program
[7] Federal Deposit Insurance Corporation, è una società del governo degli Stati Uniti istituita dal Glass-Steagall Act del 1933. L’FDIC svolge due funzioni principali: fornire una assicurazione sui depositi delle banche affiliate fino a 250.000 dollari per depositante per banca; vigilare sulla solvibilità di banche statali che non sono sottoposte alla vigilanza del Federal Reserve System (le banche nazionali sono invece sottoposte per legge alla sorveglianza dell’Office of the Comptroller of the Currency). L’FDIC, inoltre, svolge alcune funzioni a tutela del depositante, nonché collegate alla liquidazione di banche in stato di insolvenza.
[8] Due agenzie sostenute – ma non gestite direttamente – dal Governo federale nel settore della politica abitativa.
[9] Federal Reserve Economic Data
[10] Il significato mi pare questo: che ogni volta che è possibile – sulla base dei meccanismi assicurativi esistenti – ottenere un assegno di disabilità o una pensione, oggi si tende ad usarli, mentre in passato si sarebbe probabilmente atteso di realizzare benefici superiori.
[11] La critica di Krugman nei confronti dei padre fondatori dell’euro – che suona così iconoclasta da noi – si spiega anche con il fatto che lui fu uno di coloro che, all’epoca, vennero chiamati a dare un giudizio ed espressero quelle critiche.
[12] Ovvero dei grandi Stati assistenziali.
[13] Nel senso dei ragazzi che un tempo, non so se ancora, giravano per le strade americane con indosso cartelli pubblicitari …
[14] Negli Stati Uniti d’America si parla di recessione quando il Prodotto interno lordo (PIL) reale diminuisce per almeno due trimestri consecutivi. La depressione costituisce invece una congiuntura ancora peggiore, caratterizzata da prolungata crisi del credito, da prolungata grande disoccupazione e caduta della domanda. Chiaramente, il dato che indica indiscutibilmente una condizione di ripresa nel ciclo economico è quello del ritorno e del superamento di livelli del PIL antecedenti l’inizio della crisi, ovvero congrui con il potenziale di produzione di un paese. Come si vede, l’Estonia dal secondo trimestre del 2007 era arrivata – quarto trimestre del 2008 – a perdere 20 punti di PIL, per poi riguadagnarne solo 10 punti nel triennio successivo.
[15] Il repo è un’abbreviazione di repurchase agreement, e corrisponde a quello che viene definito ‘pronti contro termine’. Cioè uno strumento di gestione del danaro a breve: dei due contraenti, uno vende un titolo contro contanti, e allo stesso tempo si impegna a riacquistare quel titolo allo scadere di un breve periodo (dall’overnight a qualche mese), dietro pagamento del prezzo originario aumentato dell’interesse.
Questo mercato è vastissimo, e utilizzato sia da privati che da aziende e società finanziarie. Le Banche centrali utilizzano il pronti contro termine per aggiungere o togliere liquidità al sistema bancario.
[16] Ovvero, la recessione che si produsse in due tappe successive, intervallata da una breve ripresa.
[17] “Op-ed” non è propriamente un editoriale, ma uno di quegli articoli che vengono presentati nella pagina ‘opposta’ (a fronte) di quella degli editoriali (‘opposite-editorials’). Il che, magari, corrisponde alla effettiva collocazione in non tutti i giornali, e certo non nei giornali italiani che normalmente hanno l’editoriale in prima pagina. In apparenza, sarebbe il caso delle pagine – di solito la settima e l’ottava – del New York Times, dove gli “op-ed” stanno normalmente nell’ottava (è il caso degli articoli due volte alla settimana di Krugman). Ma anche in quel caso, la prassi è abbastanza difforme, giacché nella settima ci sono di solito i commenti di autori esterni alla redazione, ovvero i ‘commenti’ o le ‘lettere’ di esperti etc. Forse è una espressione che rimanda semplicemente al modo di impostare i giornali di un tempo.
[18] L’articolo di Simon Wren-Lewis, tradotto in precedenza, comincia con una immagine del genere.
[19] Giornalista di The Guardian che ha scritto sullo stesso argomento un articolo critico verso gli elogi sulla esperienza lettone da parte di Christine Lagarde, Presidente del FMI.
[20] Vedi la nota n. 3 degli “Avvertimenti sulla Traduzione” alla fine della Newsletter. E’ il caso di notare che l’espressione “conto corrente” – che indica una delle due componenti primarie della bilancia dei pagamenti – non deve essere confusa con il concetto di bilancio di “parte corrente” che, ad esempio, si adopera nella contabilità di un Ente Locale per distinguere entrate ed uscite di parte corrente da entrate ed uscite in conto capitale. Nel caso della analisi del commercio estero di un paese, “conto corrente” è la somma della bilancia commerciale (esportazioni meno importazioni di beni e servizi), degli interessi e dei dividendi che derivano dalla attività commerciale con l’estero, e dei trasferimenti (ad esempio, gli aiuti all’estero). In questo modo esso rappresenta l’intero commercio con l’estero, con l’eccezione dei capitali che vengono investiti all’estero, che costituiscono il “conto capitale” della bilancia dei pagamenti. Fondamentalmente, viene definito “corrente” perché riguarda in generale i beni ed i servizi che sono consumati nel periodo corrente, ed è questa, in effetti, la stessa ragione per la quale si usa la definizione “di parte corrente” in relazione alle entrate ed alle uscite che si ripetono annualmente nella contabilità locale.
[21] Il grafico di dispersione o grafico a dispersione (scatter plot o scatter graph) è un tipo di grafico in cui due variabili di una serie di dati sono riportate su uno spazio cartesiano.
Un possibile esempio dell’uso del grafico a dispersione, ad esempio, è l’analisi dell’andamento delle seguenti due variabili: il debito pubblico e la percentuale di disoccupazione di un paese. Avendo due variabili, è necessario decidere quale rappresentare sull’asse delle ascisse (o x) e quale sull’asse delle ordinate (y). Non vi è una soluzione corretta o sbagliata, solitamente la variabile più importante è sull’asse delle y, quindi se fosse necessario mostrare quanto varia il debito pubblico in relazione alla disoccupazione si porrà quest’ultima sull’asse x, viceversa ponendo la disoccupazione sull’asse y verrà evidenziato come essa varia in relazione al debito pubblico. Inoltre è possibile aggiungere informazioni differenziando i punti del grafico a dispersione per colore; si potrebbe per esempio colorare i punti in base al paese che rappresentano per avere un grafico a dispersione che includa molteplici paesi; oppure variare i colore in base al periodo per avere un’idea di come variarono debito e disoccupazione di un paese in determinati periodi (Wikipedia).
Nel nostro caso le due variabili sono i cambiamenti nel PIL (x) ed i cambiamenti nella bilancia di conto corrente (y). E’ evidente la stretta correlazione tra aumento del PIL e diminuzione del deficit del conto corrente. Ovvero: l’economia si contrae, le importazioni cadono, il deficit di conto corrente diminuisce, il PIL recupera (ma solo in parte) perché diminuisce il consumo di beni s servizi importati.
[22] L’articolo è sul blog Project Syndicate, e Dani Rodrik è professore alla Kennedy School della Università di Harvard.
[23] La fonte nel link è “Databank of Department of Pubblic Expenditure and Reform” dell’Irlanda.
[24] Per i primi vedi Nota n. 6 degli “Avvertimenti sulla Traduzione”, per i secondi vedi Nota n. 1.
[25]Il collegamento mostra questa interessante tabella, che mette peraltro in evidenza una discreta differenza tra qualche temporanea impennata in Europa ed in Inghilterra, ed una ben diversa stabilità dell’inflazione in America ed in Cina.
[26] Nel senso che la linea rossa è quella che risulta dalle analisi ‘on-line’ del MIT, mentre quella blu è l’indice dei prezzi della agenzia federale; e, come si vede, sono del tutto simili.
[27] Vedi nota n. 7 degli “Avvertimenti sulla traduzione”, alle ultime pagine.
[28] Il concetto in questione è stato espresso da Peter David Schiff , economista americano e popolare video-blogger.
[29] Ovvero della differenza tra il valore totale degli assets e il valore totale delle passività.
[30] Il riferimento è ad un reportage sul New York Times del 7 di luglio.
[31] L’Irlanda è la riga in rosso, l’Islanda quella in verde. La tabella è relativa all’andamento della disoccupazione (rilevazioni mensili). Il momento in cui, in entrambi i paesi, la disoccupazione cresce considerevolmente, come è ovvio, è il 2008. Con il 2011 in Islanda la disoccupazione comincia a scendere, mentre l’annunciato miglioramento dell’Irlanda era del tutto apparente. Soprattutto, il differenziale di disoccupazione tra i due paesi è cresciuto grandemente, rispetto agli anni precedenti la crisi finanziaria.
[32] Suppongo che “eat” sia in questo senso, e non nel senso di subire le perdite …
[33] Gioco di parole, ovvero chiamiamoli “peccatori”.
[34] VoxEU è il portale politico del Centre for Economic Policy Research in collaborazione con un consorzio di siti nazionali statunitensi. Collaborano tra gli altri Wyplosz e De Grauwe.
[35] Quartiere di ultrabenestanti di New York.
[36] Letterale traduzione dell’ironico cognome.
[37] Il paragone paradossale, come Krugman ha raccontato in altri post e articoli, è stato effettivamente lamentato da qualcuno sui giornali. Le critiche di Obama agli eccessi dei magnati furono paragonate alla invasione tedesca della Polonia.
[38] Galt è l’eroe di un romanzo americano amato dalla destra, un imprenditore che combatte contro la burocrazia arrivando ad ingaggiare una forma di rivolta totale e si direbbe ‘militante’. John Galt (da non confondere con un omonimo scrittore scozzese) è il personaggio di un romanzo di Ayn Rand: un ingegnere-inventore-self made man che prima inventa un motore straordinario e poi viene via da una fabbrica i cui proprietari avevano in mente regole troppo collettivistiche, per dar vita ad un movimento anticollettivistico e venire successivamente arrestato e addirittura torturato. L’ossessione americana contro il collettivismo è tale che non sono impossibili casi letterari del genere. Galt è il prototipo di un combattente dei principi buoni del capitalismo.
[39] Il Danegeld, a partire dall’XI secolo, consiste in una contribuzione straordinaria dovuta ai sovrani di Inghilterra. Le sue origini risalgono probabilmente all’epoca delle invasioni dei danesi (da cui il nome germanico “denaro dei danesi“), quando per scongiurarne le incursioni fu necessario versare loro pesanti tributi. In seguito i proventi servirono – tra l’altro – per assoldare flotte mercenarie scandinave. Oggi il termine è utilizzato per avvertire o criticare ogni pagamento coercitivo in denaro o in natura (Wikipedia).
[40] Nel senso che, come è noto, dal 1981 al 1989 Presidente fu Ronald Reagan, e quegli furono gli anni nei quali il rapporto tra debito e PIL tornò sensibilmente a crescere, mentre era radicalmente diminuito tra gli anni ’50 e ’70 ed era rimasto stabile nel decennio successivo.
[41] Purtroppo la tabella non mi risulta del tutto leggibile né facilmente comprensibile. E’ relativa alle aliquote fiscali marginali effettive di un capofamiglia con due figli a carico. Sul lato delle ordinate ci sono le aliquote fiscali marginali e le due linee, la rossa e la blu, nella loro evoluzione indicano i punti di equilibrio tra tasse e sussidi vari, a seconda delle posizioni di reddito effettive che sono sulla linea delle ascisse. Nell’area in basso mi pare sia scritto “profitti”, il che dovrebbe significare che le aliquote fiscali marginali effettive sono negative soltanto nel caso di bassi redditi derivanti da profitti di capitale.
[42] “Smooth” può significare, oltre a ‘spianare’, anche ‘facilitare’.
[43] Vedi note finali sulla traduzione.
[44] Per l’uso ironico di questa espressione vedi le note finali del “vocabolarietto” krugmaniano.
[45] Ovvero, i risultati di Romney alla società denominata Bain. .
[46] Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società target (obiettivo) sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno della target. Il Private equity include tutti gli investimenti in società non quotate su mercati regolamentati. Le società target possono anche essere quotate, ma intenzionate ad abbandonare la borsa, ed in questo caso si parla di Public Private Equity. Gli investimenti in private equity raggruppano un ampio spettro di operazioni, in funzione sia della fase nel ciclo di vita aziendale che l’azienda target attraversa durante l’operazione di private equity, sia della tecnica di investimento usata.
[47] C’è la connessione perché è quello il titolo di un saggio di Krugman – poi pubblicato in un libro – scritto nel 1966.
[48] Ovvero, della riforma sanitaria che Romney propose e fece approvare dallo Stato del Massachusetts e che aveva una notevole somiglianza con quella proposta ed approvata successivamente, per iniziativa di Obama, al livello degli Stati Uniti. Sennonché la propaganda elettorale repubblicana ha sostanzialmente ‘censurato’ quell’argomento, perché per la destra americana, oggi ostile ad ogni riforma in qualche modo progressista della assistenza sanitaria, esso non è più un titolo di merito.
[49] Ovvero, gruppi formalmente selezionati di cittadini elettori che vengono attivati in studi campione allo scopo di esprimersi formalmente ed in modo non condizionato su vari aspetti della politica e della propaganda elettorale.
[50] Vedi il precedente post a pagina 30.
[51] Per il concetto di ‘limite inferiore di zero’ vedi le note finali sulla traduzione.
[52] Mesi orsono ci fu in America un gran dibattito sul tema del declino dei valori morali tra i “lavoratori bianchi”, ed uno degli indicatori che vennero usati come segno di tale declino era il numero di figli nati fuori dal matrimonio, o conviventi con un solo genitore.
[53] “Big Oil” è un termine con il quale si indica collettivamente il complesso delle più grandi imprese – una volta anche definite le “sette sorelle” – neo settore del petrolio e del gas, e che oggi sono considerate le seguenti: BP p.l.c., Chevron Corporation, ExxonMobil Corporation, Royal Dutch Shell plc, Total S.A. e ConocoPhillips Company. Analogamente “Big Coal” si riferisce alle grandi imprese nel settore della estrazione del carbone.
[54] Il confronto è tra l’industria dei computer (in blu) ed i negozi di alimentari.
[55] Eccolo:
[56] Suppongo che nel testo ci sia un errore, “strong man” per “straw man”. “Straw man” letteralmente significa “uomo di paglia”, e spesso indica il concetto corrispondente, ovvero il “diversivo”, l’argomento “fittizio” ed è il tema di questo post.
[57] Il riferimento è ad un post dal titolo “Il 20 per cento delle famiglie più ricche paga il 94 per cento delle tasse sui redditi”, apparso sul blog di Tax Foundation.
[58] Letteralmente “lucky duckies” sarebbe “fortunati tesorucci”. Penso che sia una espressione praticamente gergale, che indica – secondo i conservatori – l’eccesso di protezione sociale nei confronti della povera gente.
[59] Il “check” ripetuto lo traduco “controllate” nel senso di “andate a vedere come le cose stanno davvero”. Ho il dubbio che possa significare “visto !”, nel senso di una fandonia già nota …
[60] Si noti che il picco delle diseguaglianze ha si dei precedenti, ma sono quelli relativi alla “golden age” degli anni 20.
[61] Si tratta di un calcolo che la Fondazione in questione fa ogni anno, in un giorno attorno alla fine di marzo.
[62] Il riferimento è ad un post del settembre del 2010.
[63] Gli investimenti “residential” sono le nuove abitazioni, i “non residential” le nuove fabbriche.
[64] Suppongo ci sia un errore, e “offer” stia per “offered”.
[65] Ovvero: nel periodo dal 2005 alla crisi finanziaria del terzo trimestre del 2008, lo zloty aumentò di valore da circa 0,24 euro a circa 0,30 euro (e quello era il periodo nel quale nella periferia sud dell’Europa i flussi di capitali dal centro favorivano un processo inflattivo); nella seconda parte del 2008 si scese bruscamente da 0,30 zloty per euro a 0,22 (e quella brusca svalutazione produsse l’effetto di una immediata forte maggiore competitività). Ovvero, alla crisi si rispose con una politica monetaria che consentiva di evitare i lunghi, dolorosi ed abbastanza inconcludenti meccanismi della sola “svalutazione interna”.
[66] Ovvero, del campo da golf.
[67] E’ la grafia di Robin Hood al rovescio.
[68] La tabella (comprensibile solo se la si ingrandisce) suddivide i contribuenti americani in 8 classi di reddito dell’anno 2011, espresse in migliaia di dollari. Inoltre, essa indica con il blu le entrate che si perderebbero per la riduzione delle aliquote fiscali e con il rosso le nuove entrate che sarebbero disponibili per l’ampliamento della base imponibile, effetto della eliminazione di esenzioni e scappatoie fiscali. Come si può notare le cinque più basse classi di reddito (sino ad un massimo di 200.000 dollari all’anno) avrebbero un incremento considerevolmente maggiore in nuove tasse, rispetto ai vantaggi che si produrrebbero per gli sgravi. In cifre assolute lo svantaggio sarebbe particolarmente forte nella classe di reddito tra i 100.000 ed i 200.000 dollari; in termini relativi il danno sarebbe clamoroso soprattutto per i redditi più bassi, che pagherebbero dal doppio a vari multipli delle tasse attuali. Per le classi di reddito dei più ricchi, si produrrebbe l’effetto opposto, che sarebbe particolarmente clamoroso per i “top”, che perderebbero un po’ più di 50 miliardi di dollari all’anno per l’ampliamento della base imponibile, e guadagnerebbero più di 100 miliardi di dollari all’anno per le aliquote più basse.
[69] Ovvero, Krugman prevede che ancora una volta i giornalismo presunto neutrale e “centrista”, anziché raccontare onestamente la analisi del TPC, risolverà tutto secondo il metodo “pilatesco” che ‘ospita’ le dichiarazioni contrapposte e generiche delle parti in causa (noi diremmo “par condicio”), senza che si riesca a capire la sostanza.