Blog di Krugman

Sulla non equivalenza tra ‘gas serra’ e spesa pubblica sui programmi di assistenza (17 gennaio 2013)

 

January 17, 2013, 7:21 am

On the Non-equivalence of Greenhouse Gases and Entitlement Spending

One fairly common trope in budget discussions – I’m pretty sure I’ve done it myself, somewhere along the line – is to compare attitudes toward fiscal issues and those toward environmental issues. The usual version, which I must have used, is to compare attitudes toward the long run: pointing out how strange it is that many people profess to be deeply concerned about the state of the Social Security trust fund in the year 2037, while being apparently indifferent to the state of the climate around the same time, which is all too likely to involve things like a permanent drought in the southwest and so on.

 

But can you make the analogy work in reverse, and say that liberals concerned about the future of the environment should be equally concerned about the long-run budget outlook? Tom Friedman recently made that argument, so it’s worth pointing out, respectfully, why I disagree. And I think that explaining what’s wrong here helps make the broader point that we are spending far too much time worrying about long-term budget projections.

 

So, let’s start with climate change. Serious people are and should be deeply worried, indeed horrified, by the lack of action on greenhouse gases. But why? Why not just assume that when climate change becomes undeniable, we’ll do whatever is necessary?

 

The answer, first and foremost, is that each year we fail to act has more or less irreversible physical consequences. We’re pumping around 35 billion tons of carbon dioxide into the atmosphere annually; this stuff will stick around for a very long time, and its consequences for warming and sea level rise will last even longer. So each year that we fail to act has a direct physical impact on the future.

There’s also an investment aspect: each year that we fail to get the incentives right, people commit limited resources to the wrong technologies, especially coal-fired power plants instead of wind, solar, conservation, whatever. Again, these choices have a physical impact on the world of the future.

 

 

Now ask, what in the debate about “entitlements” corresponds at all to this kind of impact? Nothing physical, clearly. You could argue that it would have helped to prepay some of our future costs by paying down debt and indeed having the government acquire assets while the demography was favorable – not because this would have directly increased future resources (debt is money we owe to ourselves) but because it would have reduced the need for higher taxes, and hence the distortionary effect of those taxes. And this argument was, indeed, the reason people like me wanted to protect the Social Security lockbox way back when.

 

But we didn’t; Bush squandered the surplus on tax cuts and unfunded wars (and was, with notably rare exceptions, cheered on by the very people now lecturing us solemnly on the need to cut entitlements). Now the baby boomers are retiring fast, and as far as I can tell none of the deficit scolds are pushing for a big effort to pay debt down over the course of the next few years.

Instead, they’re pushing for things like a gradual rise in the retirement age and a change in the formulas used to compute benefits – things that will cut future rather than present outlays. Or to put it differently, they aren’t really trying to cut debt; they’re simply trying to lock us in now to the spending cuts they think we’ll eventually have to make anyway. And they never, as far as I can tell, really ask why it’s important to do this now.

 

But think about it; use Social Security as the example, although much the same argument applies to other programs. It seems probable if not certain that we will eventually either have to cut SS benefits (relative to current law) or raise additional revenue. So the threat, if you like, is that future benefits will fall short of what people now expect. To avert this threat, the usual suspects insist that we must gradually reduce the program’s generosity. That is, in order to guard against cuts in future benefits we must … cut future benefits. Huh?

 

OK, there are some arguments you could make; maybe the adjustment would be smoother, with less of a “cliff” when the trust fund runs out, if we set benefits on a downward glide path. But that’s a second-order issue, literally: we aren’t talking about preserving the overall level of benefits, we’re just talking about reducing its variance around a smooth trend. And given how uncertain we are about what the world will look like in 25 years, preemptively cutting right now could mean a gratuitous sacrifice of future benefits that may eventually turn out to have been affordable after all.

The point is that there’s a pretty good case for letting the future of entitlements take care of itself. It’s not a slam-dunk case, but the case for urgency right now is quite weak, and nothing at all like the case that we need to stop pouring all that CO2 into the atmosphere as soon as possible.

Now, you might ask whether it’s really possible that the whole Serious consensus about the budget is based on such weak logical underpinnings. Don’t the great and the good think things through before getting all committed to their views?

Hey, who said I don’t have a sense of humor?

 

Sulla non equivalenza tra ‘gas  serra’ e spesa pubblica sui programmi di assistenza

 

Un luogo comune abbastanza frequente nei dibattiti sul bilancio – sono quasi certo di averlo fatto io stesso di recente da qualche parte – è quello di confrontare gli atteggiamenti verso i temi della finanza pubblica e quelli verso i temi ambientali. La versione più comune è quella di confrontare gli atteggiamenti verso il lungo periodo: sottolineando quanto sia strano che le stesse persone affermino di essere profondamente preoccupate sulla situazione dei fondi fiduciari della Previdenza Sociale all’anno 2037, mentre sembrano abbastanza indifferenti alle condizioni del clima alla stessa data, la qual cosa del tutto probabilmente riguarda anche aspetti come una permanente siccità nel sudest e così via.

Ma si può far operare tale analogia anche all’opposto, e dire che i progressisti preoccupati per il futuro dell’ambiente dovrebbero allo stesso modo essere preoccupati sulle prospettive di lungo periodo del bilancio? Tom Friedman [1]ha di recente avanzato quell’argomento, cosicché merita che io indichi, rispettosamente, perché non sono d’accordo. E penso che spiegare cosa ci sia di sbagliato in questo abbia a che fare con la questione più generale del troppo tempo che stiamo spendendo nel preoccuparci delle previsioni sul lungo periodo del bilancio.

Cominciamo dunque col cambiamento climatico. Le persone serie sono, e giustamente, profondamente preoccupate, meglio ancora terrorizzate, dalla mancanza di iniziativa sul ‘gas serra’. Ma perché? Perché non considerare che quando il cambiamento climatico diverrà innegabile, faremmo tutto quello che sarà necessario?

La risposta, prima di tutto, è che ogni anno di inazione ha conseguenze materiali più o meno irreversibili. Noi stiamo riversando nell’atmosfera all’incirca 35 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno; questa roba resterà in sospensione per un tempo molto lungo e le sue conseguenze sul riscaldamento e sull’aumento dei livelli  del mare dureranno anche più a lungo. In tal modo ogni anno di non azione avrà un impatto materiale diretto sul futuro.

C’è anche un aspetto che riguarda gli investimenti: per ogni anno nel quale non utilizziamo correttamente gli incentivi, le persone impegnano risorse limitate nelle tecnologie sbagliate, specialmente gli impianti di produzione elettrica alimentati a carbone, anziché con l’eolico, con il solare, con il risparmio energetico, in qualsiasi modo. Queste scelte hanno ancora un impatto materiale sul mondo futuro.

Chiediamoci adesso che cosa, nel dibattito sui programmi assistenziali, corrisponda a questo genere di impatto. Chiaramente, niente di materiale. Potreste sostenere che sarebbe stato di aiuto pagare in anticipo una parte dei nostri costi futuri rimborsando il debito e mettendo in Governo nelle condizioni di avvantaggiarsi nel momento in cui la demografia era favorevole – non perché questo avrebbe direttamente incrementato le risorse future (il debito è denaro che prestiamo a noi stessi), ma perché avrebbe ridotto il bisogno di tasse più elevate, e di conseguenza l’effetto di distorsione di tali tasse. E in effetti questo fu l’argomento per il quale persone come il sottoscritto volevano proteggere il forziere della Previdenza Sociale quando era il momento.

Ma non lo facemmo: Bush sprecò gli avanzi di amministrazione sugli sgravi fiscali e sulle guerre fuori bilancio [2] (e venne sostenuto, con eccezioni assai rare, dalla stessa gente che oggi pontifica solennemente sulla necessità di tagli ai programmi dell’assistenza). Oggi i ‘baby boomers’ [3] stanno andando velocemente in pensione, e per quello che posso capire nessuno degli allarmisti dei deficit sta spingendo per un grande sforzo per rimborsare il debito nel breve corso dei prossimi anni.

Invece, stanno spingendo per cose come un innalzamento graduale dell’età di pensionamento e per un cambiamento nelle formule di calcolo dei sussidi – cose che diminuiranno le spese nel futuro, ma non nel presente. Ovvero, per dirla diversamente, non stanno davvero cercando di tagliare il debito; stanno semplicemente cercando di fissare oggi quei tagli si spesa che credono alla fine dovremo realizzare in ogni modo. E, da quanto capisco, essi non si chiedono mai perché sia importante fare questo adesso.

Ma riflettiamoci; utilizziamo come esempio  la Previdenza Sociale, anche se lo stesso argomento si applica ad altri programmi. Sembra probabile se non certo che alla fine noi avremo o i tagli alla Previdenza Sociale (in relazione alle leggi attuali) o incrementi di entrate aggiuntive. Cosicché la minaccia, se così volete dire, è che i futuri sussidi saranno inferiori di quanto la gente si aspetti. Per evitare questa minaccia, i soliti noti insistono sul fatto che dovremmo gradualmente ridurre la generosità del programma. Cioè, al fine di stare in guardia contro tagli nei sussidi del futuro noi dobbiamo …. tagliare i sussidi del futuro. Ma guarda un po’!

E’ vero: si possono avanzare alcuni argomenti; forse la correzione potrebbe essere più morbida, con un minore ‘precipizio’ al momento in cui i fondi fiduciari andranno al termine, se poniamo i sussidi su un sentiero di graduale discesa. Ma questo, letteralmente, è un tema di secondo piano; stiamo semplicemente parlando di ridurre la sua variazione secondo una tendenza morbida. E data l’incertezza che abbiamo su come sarà il mondo tra 25 anni, anticipare i tagli sin d’ora potrebbe significare una sacrificio gratuito di sussidi futuri che alla fine si può scoprire sarebbero stati ben sostenibili.

Il punto è che si tratta di un esempio abbastanza buono per lasciare che il futuro dei programmi sociali si prenda cura di se stesso. Non è l’esempio di qualcosa da risolvere con un colpo solo [4], ma l’esempio di qualcosa la cui urgenza in questo momento è abbastanza modesta, e non è affatto un esempio comparabile con il bisogno che abbiamo di smettere di riversare il biossido di carbonio in atmosfera prima possibile.

Ora, potreste chiedervi se è davvero possibile che tutto il Serio consenso che esiste sul bilancio sia basato su supporto logici così deboli. Non riflettete sulle cose buone e importanti , prima di impegnarvi completamente a sostegno dei loro argomenti?

Ehi, chi diceva che non sono una persona di spirito?



[1] Si riferisce all’argomento utilizzato di recente da un altro famoso editorialista del New York Times – Tom Friedman – in un articolo dal titolo “Il mercato e Madre Natura” dell’8 gennaio scorso.

[2] Continuo a tradurre “unfunded war” in questo modo, perché suppongo che ci si riferisca alla famigerata clausola per la quale il “Comandante in capo” George W. Bush fece approvare la possibilità di spesa per la sicurezza nazionale fuori dalla copertura legale di bilancio. Ma non conosco i particolari tecnici di quella clausola.

[3] Ovvero, la generazione di americani nati successivamente alla II Guerra Mondiale, che fu definita un “baby boom” per tassi di natalità straordinariamente elevati. Naturalmente, quella ‘onda lunga’ di cittadini americani è successivamente transitata sulle statistiche e sulla economia reale in termini di occupazione, anche di prodotto nazionale e di consumi, e infine di costi previdenziali.

[4] “Slam-dunk” è una espressione usata sia nel significato specifico di una “schiacciata a canestro” (nel basket) sia per indicare metaforicamente una cosa molto facile, una “passeggiata” …

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene: qual è il problema? (17 gennaio 2013)

gennaio 17, 2013

 

January 17, 2013, 7:12 am

All Your Base Are Belong To Us: What Is the Question?

 

OK, we are indeed, as Steve Randy Waldman says, all dorks, and so are you if you are reading this. What’s more, we’re inarticulate dorks, or so it seems.

Here’s what I think is going on: somehow, Waldman and I are asking different questions. (Another summary of the discussion here.) I agree with him, mostly, on the question I think he’s asking; it’s not clear to me whether he agrees with me on the question(s) I’m asking.

 

My questions involve whether interest on excess reserves changes any of the fundamentals of monetary policy and its relationship to the budget. That is, does IOER change the fact that the Federal Reserve has great power over aggregate demand except when market interest rates are near zero, and the related fact that when we’re not in a liquidity trap there is an important distinction between debt-financed and money-financed deficits?

 

My answer to both questions is no. Fed policy might in future take the form of changes in the interest rate on excess reserves rather than open-market operations – sort of a mirror-image version of the historic role of the discount rate – but while this might change the operational look of policy, it won’t change the reality of Fed power. And there will continue to be a big difference between debt-financed and money-financed deficits, as long as we’re careful about what we mean by those terms. A federal deficit financed by borrowing from the Fed, which in turn induces a rise in excess reserves and thereby sterilizes any inflationary impact by raising the interest rate it pays, might look like a money-financed deficit to the unwary; but it’s really debt financed. On the other hand, if the government borrows from the Fed and the Fed does not raise IOER, the government will be printing money – literally – to cover the gap, expanding the quantity of currency. And this will be inflationary unless you’re in a liquidity trap.

 

So as I see it, IOER leaves the basics unchanged.

It may, however, change the operational details; textbooks that describe monetary policy in terms of the money multiplier will have to be rewritten. But that was already true: serious applied monetary economists pretty much stopped talking about monetary aggregates as a measure of policy years ago, and these days it’s almost all in terms of target interest rates.

My concern is that when saying that money and debt are the same thing, it’s way too easy to lose sight of the real distinctions between monetary and fiscal policy that remain.

 

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene: qual è il problema?

 

E’ vero, in effetti siamo, come dice Steve Randy Waldman, tutti imbranati, e siete imbranati anche voi se ci state leggendo. Quel che è peggio, siamo imbranati incapaci di esprimerci, o così sembra.

Ecco cosa penso stia accadendo: in qualche modo, Waldman ed il sottoscritto stanno ponendo domande diverse (nella connessione, un altro sunto del dibattito). Io in gran parte concordo con lui sulla domanda che suppongo egli stia ponendo; non mi è chiaro se lui concordi sulla domanda che sto avanzando io.

I miei interrogativi riguardano il punto se l’interesse sulle riserve cambi qualcosa dei fondamentali della politica monetaria e dei suoi rapporti con il bilancio. Ovvero, lo IOER [1] cambia davvero il fatto che la Federal Reserve ha un grande potere sulla domanda aggregata salvo quando il tassi di interesse monetari sono vicini allo zero, ed i fatto connesso per il quale quando non siamo in una trappola di liquidità c’è una differenza importante tra i deficit finanziati col debito e quelli finanziati con moneta?

La mia risposta ad entrambe le domande è no.  La politica della Fed potrebbe prendere in futuro la forma di cambiamenti sui tassi di interesse delle riserve in eccesso piuttosto che operazioni sul mercato aperto – una sorta di immagine speculare del ruolo storico del tasso di sconto [2] – ma mentre questo potrebbe cambiare l’aspetto operativo della sua politica, non cambierebbe la sostanza del potere della Fed. E continuerà ad esserci una grande differenza tra deficit finanziati col debito e deficit finanziati con la moneta, finché siamo scrupolosi su quello che intendiamo con questi due termini. Un deficit federale finanziato attraverso l’indebitamento della Fed, che a sua volta induce un incremento delle riserve in eccesso e di conseguenza sterilizza ogni impatto inflazionistico per l’incremento del tasso di interesse che essa paga, potrebbe assomigliare per uno sprovveduto ad un deficit finanziato con moneta; ma in realtà è un deficit finanziato con il debito. D’altra parte, se il Governo prende in prestito dalla Fed e la Fed non incremento il tasso di interesse sulle riserve in eccesso, in Governo precisamente stamperà moneta per coprire la differenza, espandendo la quantità di moneta in circolazione. La qualcosa avrà effetti inflazionistici, se non si è in una trappola di liquidità.

Dunque, per come la vedo io, il tasso di interesse sulle riserve in eccesso lascia le cose invariate.

Esso può, tuttavia, modificare i dettagli operativi: i libri di testo che descrivono la politica monetaria nei termini del moltiplicatore di moneta dovranno essere riscritti. Ma questo era già vero: gli economisti seri che si occupano di aspetti monetari avevano smesso anni orsono di parlare di aggregati monetari come misure della politica, e di questi tempi quasi tutto si esprime nei termini di obbiettivi di tassi di interesse.

La mia preoccupazione è che quando si dice che la moneta e il debito sono la stessa cosa, sia un modo troppo semplice per perdere di vista le vere differenze che restano tra politica monetaria e politica della finanza pubblica.



[1] Sta per Interest Rate on Excess Reserve, Tasso di Interesse sulle Riserve in eccesso.

[2] Per tasso di sconto si intende il tasso di interesse che una Banca Centrale applica agli Istituti di credito che danno in prestito le sue riserve.

Tutta la nostra base monetaria ci appartiene (ancora per esperti) (15 gennaio 2013)

gennaio 15, 2013

 

January 15, 2013, 9:10 am

All Your Base Are Belong To Us, Continued (Still Wonkish)

Steve Randy Waldman replies reasonably to my post about the currency domination of the monetary base. But I think we’re still having a failure to communicate.

What Waldman is now saying is that in the future the Fed will manage monetary policy by varying the interest rate it pays on reserves rather than the size of the conventionally measured monetary base. That’s possible, although I don’t quite see why. But in his original post he argued that under such a regime “Cash and (short-term) government debt will continue to be near-perfect substitutes”.

Well, no — not if by “cash” you mean, or at least include, currency — which is the great bulk of the monetary base in normal times.

But this could come across as word games. I think the way to get at the substance is to ask the question that set this discussion off: what happens if the US government issues a trillion-dollar coin to pay its bills?

Everyone sensible (a group containing nobody on the political right) agrees that right now it makes no difference: financing the government by selling T-bills with zero yield, and financing it by making a deposit at the Fed, which either adds to the monetary base or sells some of its zero-yield assets, has, um, zero implication for anything except some peoples’ blood pressure.

But what happens if and when the economy recovers, and market interest rates rise off the floor?

There are several possibilities:

1. The Treasury redeems the coin, which it does by borrowing a trillion dollars.

2. The coin stays at the Fed, but the Fed sterilizes any impact on the economy, either by (a) selling off assets or (b) raising the interest rate it pays on bank reserves

3. The Fed simply expands the monetary base to match the value of the coin, an expansion that mainly ends up in the form of currency, without taking offsetting measures to sterilize the effect.

What Waldman is saying is that he believes that the actual outcome would be 2(b). And I think he’s implying that there’s really no difference between 2(b) and 3.

But that’s not right either in economic or in fiscal terms. Option 3 would be inflationary; on the other hand, it would not lead to any increase in government debt. Option 2(b) would not be inflationary — but it would affect the federal budget. Why? Because the Fed’s additional interest payments would reduce the amount it can remit to the Treasury.

In fact, the effects of option 2(b) would be identical, both for the economy and for the federal government’s cash flow, to option 1. Either way, the budget deficit would be enlarged by the payment of interest on $1 trillion of borrowing. In that sense, the Treasury will have redeemed the coin, for practical purposes, even if it never redeems the coin.

The bottom line, as I see it, is that the Fed’s new policy of paying interest on reserves makes much less difference than some people think. Short-term debt and currency are still not at all the same thing, and this is what matters.

 

Tutta la nostra base monetaria ci appartiene (ancora per esperti)

 

Steve Randy Waldman replica con ragionevolezza a proposito del dominio della valuta corrente sulla base monetaria. Ma io penso che continuiamo ad avere un difetto di comunicazione.

Quello che Waldman sta ora dicendo è che nel futuro la Fed gestirà la politica monetaria modificando il tasso di interesse che paga sulle riserve piuttosto che la dimensione convenzionalmente calcolata della base monetaria. E’ possibile, sebbene io non veda in modo chiaro perché. Ma nel suo post originario egli sosteneva che sotto un regime del genere “Il contante e il debito governativo (a breve termine) continueranno ad essere sostituti quasi perfetti”.

Ebbene, no – no se per “contante” si intende, o almeno si include, la valuta – che in tempi normali è la parte più grande della base monetaria.

Ma questo potrebbe essere percepito come un gioco di parole. Penso che il modo di andare alla sostanza sia porsi la domanda che ha dato avvio a questo dibattito: cosa accade se il Governo degli Stati Uniti emette una moneta da un migliaio di miliardi di dollari per pagare i suoi conti?

Ogni persona sensata (gruppo che non contiene nessuno della destra) concorda che in questo momento questo non fa alcuna differenza: finanziare il Governo vendendo buoni del Tesoro con rendimenti zero, o finanziarlo aprendo un deposito presso la Fed, sia che essa lo aggiunga alla base monetaria sia che metta in vendita alcuni dei suoi assets con rendimenti zero, penso che avrebbe in ogni caso zero implicazioni, ad eccezione della pressione arteriosa di alcuni individui.

Ma cosa accade se è quando l’economia si riprenderà, e i tassi di interesse di mercato, che ora sono al tappeto, si rialzeranno?

Ci sono varie possibilità:

1 – Il Tesoro riscatta l’emissione della moneta (da mille miliardi di dollari),  cosa cha fa indebitandosi per pari cifra;

2- La moneta resta alla Fed, ma la Fed ne sterilizza ogni impatto sull’economia, sia (a) vendendo assets  che (b) alzando i tassi di interesse sulle riserve bancarie.

3 – La Fed semplicemente espande la base monetaria in modo da pareggiare il valore della moneta emessa, una espansione che principalmente finirebbe col prendere la forma di valuta, senza prendere misure riequilibratici per  sterilizzare l’effetto.

Quello che Waldman sta dicendo è che egli crede che il risultato effettivo sarebbe il 2b. Ed io penso che egli dia per implicito che non ci sia realmente alcuna differenza tra il 2b ed il 3.

Ma quello non è giusto sia in termini economici che di finanza pubblica. L’opzione 3 sarebbe inflazionistica; d’altra parte essa non aumenterebbe in alcun modo il debito governativo. L’opzione 2b non sarebbe inflazionistica – ma produrrebbe un effetto sul bilancio federale. Perché? Perché il pagamento di interessi aggiuntivi da parte della Fed ridurrebbe il finanziamento che essa potrebbe rimettere al Tesoro.

Di fatto, gli effetti della opzione 2b sarebbero identici, sia per l’economia che per i flussi di cassa del Governo federale, a quelli della opzione 1. In ogni modo il deficit di bilancio sarebbe ampliato del pagamento degli interessi su un prestito di mille miliardi di dollari. Da quel punto di vista, in pratica,  il Tesoro avrà  riscattato la moneta emessa, pur non riscattandola mai.

La morale della favola, per come la vedo io, è che la nuova politica della Fed del pagare gli interessi sulle riserve non fa tutta quella differenza che molte persone credono. Il debito a breve termine e la valuta corrente non sono ancora affatto la stessa cosa, e questo è quello che conta.

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene (per esperti) (14 gennaio 2013)

gennaio 14, 2013

 

January 14, 2013, 1:17 pm

All Our Base Are Belong To Us (Wonkish)

Well, almost all, at least in normal times.

Via Mark Thoma, I see that Steve Randy Waldman believes that the distinction between monetary base — the stuff only the central bank can create — and short-term debt in general has disappeared, not just for the moment, but permanently. It’s a point of view I hear fairly often, along with the view that in fact there never was a difference. But it’s a view based, I think, on a slip of the tongue.

What do I mean by that? That people saying these things — you can see it clearly in Waldman’s post — slide much too easily into identifying monetary base with bank reserves. And since bank reserves now pay interest, well, aren’t they just debt?

But bank reserves are just one component of the monetary base — and in normal times, a trivial component. Here (pdf) is a useful table:

giu 24 b

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Before the crisis, only about 5 percent of the monetary base consisted of bank reserves. The rest was basically currency.

This meant that the simple textbook description of how an open-market operation increases the money supply — a bank lends out 1-r of its new reserves (with r the reserve ratio), which return to the banking system, leading to another round of lending, and eventually the money supply rises by 1/r times the injection — is deeply misleading. What actually limits the growth in the money supply is the fact that a substantial part of each round of lending leaks out of the banking system, getting added to hoards of green paper bearing the faces of dead presidents.

And dead presidents, as you may have noticed, don’t pay interest.

Now, under current conditions that doesn’t matter; dead presidents don’t pay interest, but neither do T-bills, so short term debt and currency form an aggregate (a Hicksian composite commodity, for the serious nerds out there), whose composition doesn’t matter. But interest rates won’t always be zero, and at that point the size of the monetary base — dead presidents plus a sliver of bank reserves that can be converted into dead presidents at will — will matter again.

It’s true that the Fed could sterilize the impact of a rise in the monetary base by raising the interest rate it pays on reserves, thereby keeping that base from turning into currency. But that’s just another form of borrowing; it doesn’t change the result that under non-liquidity trap conditions, printing money and issuing debt are not, in fact, the same thing.

 

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene (per esperti)

 

Quasi tutto bene, almeno in condizioni normali.

Attraverso Mark Thoma, mi accorgo che Steve Randy Waldman crede che la distinzione tra base monetaria – quello che solo la Banca Centrale può creare – e debito a breve termine sia fondamentalmente scomparsa, non solo in questo periodo, ma definitivamente. E’ un punto di vista che ho sentito abbastanza spesso, assieme al punto di vista secondo il quale di fatto non ci sarebbe mai stata differenza. Ma è un punto di vista, credo, basato su un lapsus.

Cosa intendo con ciò? Che le persone che affermano queste cose – lo si vede chiaramente nel post di Waldman –   scivolano troppo facilmente nella identificazione della base monetaria con le riserve bancarie. E dal momento che le riserve bancarie ora pagano un interesse, ebbene, non sono esse esattamente un debito?

Ma le riserve bancarie sono solo una componente della basa monetaria – e in tempi normali una componente trascurabile. Ecco (disponibile in pdf) una tabella utile:

giu 24 b

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima della crisi, soltanto circa il 5 per cento della base monetaria consisteva in riserve bancarie. Il resto era fondamentalmente valuta corrente.

Questo significava che la semplice descrizione di un libro di testo su come una operazione a mercato aperto accresce l’offerta di moneta – una banca dà un credito di 1-r delle sue nuove riserve (dove r e il tasso della riserva), che ritorna al sistema bancario portando ad un nuovo giro del credito, e alla fine l’offerta di moneta cresce 1/r volte la aggiunta – è profondamente fuorviante. Quello che effettivamente limita l’offerta di denaro è il fatto che una parte sostanziale di ogni giro del credito fuoriesce dal sistema bancario, andandosi ad aggiungere alle riserve di fogli verdi con sopra le facce dei Presidenti deceduti [1].

Ed i Presidenti morti, come forse avete notato, non pagano interessi.

Ora, nelle attuali condizioni questo non è importante; i Presidenti morti non pagano interessi, ma neppure i buoni del Tesoro, cosicché il debito a breve termine e la valuta corrente formano un aggregato (una hicksiana merce composta, per i seri cultori in circolazione), la cui composizione non è rilevante. Ma i tassi di interesse non saranno sempre a zero, ed a quel punto la dimensione della base monetaria – presidenti deceduti in aggiunta ad un pezzo di riserve bancarie che possono essere convertite in presidenti deceduti a volontà – riprenderanno ad avere importanza.

E’ vero che la Fed potrebbe sterilizzare l’impatto di una crescita della base monetaria aumentando il tasso di interesse che paga sulle riserve, di conseguenza impedendo a quella base di trasformarsi in valuta corrente. Ma quella sarebbe solo un’altra forma di indebitamento; essa non cambierebbe il risultato secondo il quale in condizioni di trappola di liquidità, stampare moneta ed emettere debito non sono, nei fatti, la stessa cosa.



[1] Ovvero, come è chiaro, dollari.

Note sulle statistiche del Giappone (noioso) (13 gennaio 2013)

gennaio 13, 2013

 

January 13, 2013, 11:28 am

Notes on Japanese Numbers (Boring)

 

A bit of a backup, utility post, for those trying to keep track of these things.

First, about Japanese employment performance. I’ve been getting some comments from people who look at the FRED numbers of the employment-population ratio, which look like this:

giu 24 c

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catastrophe, right? Well, you want to read the fine print: the “working-age” population used here is everyone 16 and up — that is, it doesn’t correct for aging. If you use the ep ratio for Japanese aged 16-64, available from Eurostat, it looks like this:

giu 24 d

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kind of a different story.

 

 

Second, some people have been pointing out that the Japan breakeven, the implied inflation forecast from the spread between ordinary and inflation-linked bonds, behaved very erratically in 2008-2009, and they suggest that this casts doubt on the measure’s usefulness. But this isn’t a uniquely Japanese phenomenon: the same thing happened to the US breakeven. And we know why: in the immediate post-Lehman environments, anything that wasn’t hugely liquid, including indexed bonds, sold at a huge discount. There’s no reason to believe that recent breakevens are anything like that unreliable.

And we have good reason to believe that something important really has happened to Japanese expectations — namely, the sharp depreciation of the yen:

giu 24 e

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In a way, recent developments can be seen as a demonstration of a point I’ve tried to make about bond vigilantes: even if they show up, they won’t drive interest rates up, they’ll drive the dollar down, which is a good thing. In Japan’s case, you can think of what’s happening as a growing belief on the part of investors that Japan will end up inflating away part of its debt. This has led to a currency drop; it has *not* led to an interest rate spike:

giu 24 f

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anyway, that’s what you need to know.

 

Note sulle statistiche del Giappone (noioso)

 

Facciamo un passo indietro, un post che può esser utile, per coloro che cercano di tener traccia di queste cose.

In primo luogo, l’andamento dell’occupazione nel Giappone. Mi sono giunti alcuni commenti da parte di persone che leggono le statistiche FRED [1] sulla percentuale occupazione-popolazione, che somigliano a questa:

giu 24 c

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ una catastrofe, vero? Ebbene, bisogna leggere l’edizione buona: in questo caso la popolazione “in età di lavoro”  utilizzata sono tutti i sedicenni ed oltre – ovvero non si corregge il fattore dell’invecchiamento. Se si utilizza il rapporto occupazione/popolazione per i giapponesi tra i 16 ed i 64 anni, disponibile da Eurostat, appare in questo modo:

giu 24 d

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una storia di tutt’altro genere.

In secondo luogo, alcune persone hanno sottolineato che il breakeven del Giappone, la previsione implicita di inflazione che deriva dalla differenza tra i bonds ordinari e quelli indicizzati dall’inflazione, si è comportato in modo assai variabile nel 2008-2009, e suggeriscono che questo getta dubbi sull’utilità di quel dato. Ma questo non è unicamente un fenomeno giapponese: la stessa cosa è accaduta al breakeven statunitense. E sappiamo perché: nelle situazioni immediatamente successive alla vicenda Lehman, tutto quello che non era ampiamente liquido, compresi i bonds indicizzati, pagò un grande sconto. Non c’è ragione di credere che i recenti breakevens siano nello stesso modo inaffidabili.

E abbiamo una buona ragione per credere che qualcosa di importante sia realmente accaduto nelle aspettative del Giappone – precisamente, la brusca svalutazione dello yen:

giu 24 e

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In un certo senso, i recenti sviluppi possono essere considerati come la dimostrazione di un aspetto che avevo cercato di esporre a proposito dei ‘guardiani dei bonds’: anche se questi ultimi si manifestassero, non spingerebbero in alto i tassi di interesse, spingerebbero in basso il dollaro, che sarebbe una buona cosa. Nel caso del Giappone, quello che sta accadendo può essere considerato come la crescente convinzione di una parte degli investitori che il Giappone finirà per risolvere con l’inflazione una parte del suo debito. Questo ha portato ad una caduta della valuta; non ha portato ad un picco dei tassi di interesse:

giu 24 f

 

 

 

 

 

 

 

 

In ogni caso, quello è quanto vi serve conoscere.



[1] La sigla sta per: Federal Reserve Economic Data (elaborati dalla Fed di St. Louis) .

Da parte di George (13 gennaio 2013)

gennaio 13, 2013

 

January 13, 2013, 7:01 am

By George

Or, actually, *with* George. Yes, I’m Stephanopoulizing again. Off in a few minutes to do some web stuff for ABC, followed by This Week.

Meanwhile, I get calls. The White House insists that it is absolutely, positively not going to cave or indeed even negotiate over the debt ceiling — that it rejected the coin option as a gesture of strength, as a way to put the onus for avoiding default entirely on the GOP.

Truth or famous last words? I guess we’ll find out

 

Da parte di George

 

O, in effetti, “assieme” a George. Si, mi sto Stephanopoulizzando [1]di nuovo. Me ne vado tra pochi minuti per fare una roba sul web per ABC [2], seguita da “This Week[3].

 

Nel frattempo ricevo telefonate. La Casa Bianca insiste di non avere assolutamente l’intenzione di cedere o anche solo di negoziare sul ‘tetto del debito’ – e di aver respinto l’opzione sulla ‘moneta (di platino)’ , come un modo per porre l’onere di evitare il default interamente sulle spalle del Partito Repubblicano.

La verità o le ultime parole famose? Penso che lo scopriremo.



[1]George Stephanoupolos è un noto giornalista e conduttore televisivo americano. Se capisco bene, sembrerebbe che il George sia lui e che abbia, in questo momento, un qualche ruolo  alla Casa Bianca. Ovvero che sia l’autore delle telefonate ‘tranquillizzanti’ … Oppure, George – come in effetti è – in quanto conduttore di “This week” – con le telefonate non c’entra nulla, ed esse vengono direttamente dalla Casa Bianca.

Il tutto sembra però un modo per dire che ci sono contatti quotidiani con la Casa Bianca …. Il che sarebbe in effetti significativo.

 

[2] Gruppo editoriale statunitense.

[3] Dovrebbe trattarsi di un programma televisivo.

Dunque cosa farà, signor Presidente? (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 4:29 pm

So What Will You Do, Mr. President?

If I’d spent the past five years living in a monastery or something, I would take the Treasury Department’s declaration that the coin option is out as a sign that there’s some other plan ready to go. Maybe 14th Amendment, maybe moral obligation coupons or some other form of scrip, something.

 

And maybe there is a plan.

But as we all know, the last debt ceiling confrontation crept up on the White House because Obama refused to believe that Republicans would actually threaten to provoke default. Is the WH being realistic this time, or does it still rely on the sanity of crazies?

 

The thing is, the coin option sounds silly, but it clearly obeys the letter of the law. As far as I can tell, none of the other options — other than outright surrender — has the same virtue. Failing to pay debt service would be a breach of contract. Paying contractors, and maybe Social Security recipients, in scrip would violate the law, which says that they should be paid — not given IOUs. Deciding that the president has the right to ignore the debt limit after all would avoid these legal breaches at the expense of another breach.

 

And default in any of these senses would risk a huge collapse of confidence.

So is there a plan, or will it just be another case of tough talk followed by a tail-between-the-legs retreat?

As I said, if we didn’t have some history here I might be confident that the administration knows what it’s doing. But we do have that history, and you have to fear the worst.

 

Dunque cosa farà, signor Presidente?

 

Se fossi vissuto in un monastero nei cinque anni passati, o in un luogo simile, avrei preso la dichiarazione del Dipartimento del Tesoro, secondo la quale la opzione della moneta (di platino) è esclusa, come il segno che esiste qualche altro piano pronto ad essere varato. Forse il 14° Emendamento [1], forse i coupons della obbligazione morale o qualche altra forma di titolo provvisorio, o altro ancora.

E forse un piano esiste.

Ma come tutti sappiamo, l’ultimo confronto sul tetto del debito colse di sorpresa la Casa Bianca perché Obama si rifiutava di credere che i Repubblicani avrebbero effettivamente minacciato di provocare il default. Questa volta sarà realistica la Casa Bianca, o si affiderà ancora all’integrità mentale dei pazzi?

Il punto è che l’opzione della moneta sembra sciocca, ma chiaramente rispetta la lettera della legge. Per quanto posso dire, nessuna delle altre opzioni – se non la resa completa – ha la stessa qualità. Non pagare il servizio del debito sarebbe una violazione dei contratti. Pagare gli appaltatori, e magari i destinatari della Previdenza Sociale, con titoli provvisori violerebbe la legge, che dice che essi dovrebbero essere pagati – e non liquidati con dei “pagherò”. Decidere che il Presidente ha diritto di ignorare il limite del debito, dopo tutto, eviterebbe queste violazioni di legge al costo di un’altra violazione.

E il default in ognuno di questi significati rischierebbe una vasto collasso di fiducia.

Dunque c’è un piano, oppure sarà proprio un altro caso di un ‘alzare la voce’ seguito da una ritirata con la coda tra le gambe?

Come ho detto, se al proposito non ci fosse qualche precedente io sarei fiducioso che la Amministrazione sa quello che fa. Ma abbiamo quei precedenti, e si deve temere il peggio.



[1] Nei post di Krugman su questo argomento (la famigerata ‘moneta di platino’) il 14° Emendamento compare di frequente come una possibile soluzione alternativa ad una crisi drammatica sul ‘tetto del debito’. Evidentemente tale ipotesi consisterebbe nella dichiarazione di incostituzionalità di un voto contrario sul ‘tetto del debito’ da parte della Camera, in quanto contrario al 14° Emendamento. Tuttavia, non è semplice comprendere la logica, giacché la materia del 14° Emendamento riguarda i diritti civili e il divieto per ogni Stato degli USA di “porr(e) in essere o dar(e) esecuzione a leggi che disconoscano i privilegi o le immunità di cui godono i cittadini degli Stati Uniti in quanto tali”. Mi sono però accorto che la Sezione IV del 14° Emendamento comincia con queste parole: “Non si potrà contestare la validità dei titoli del debito pubblico degli Stati Uniti, legalmente emessi …”. Probabilmente, dunque, il riferimento al 14° Emendamento dipende da ciò; sia pure in un contesto diverso, quell’Emendamento contiene un divieto che il voto contrario sul ‘tetto del debito’ finirebbe con l’infrangere, perché in pratica porterebbe all’effetto di mettere in dubbio la validità dei titoli del debito pubblico. E questo spiega anche perché la questione appare legalmente assai controversa ….

Il momento istruttivo del Giappone (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 2:44 pm

Japan’s Teachable Moment

Whatever else you can say about the new turn in Japanese policy, it’s offering a great demonstration of the peculiarities of zero-lower-bound economics. (JGBs meet the ZLB, OK!)

The key point here is that Japanese short-term rates are hard up against zero. Long-term rates aren’t, but they’re still constrained: the long rate is, to a first approximation, the average of expected future short rates; short rates can go up but not down; so the long rate is kept some ways above zero, no matter how bad the current economy, by this one-way option. Long rates are also, as part of this process, fairly sticky, responding only slightly to changes in economic fundamentals. (Serious econowonks may recognize the affinity with the old target zones literature).

As a result, Japanese long rates have dropped much less than rates in other advanced countries:

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And now that Japanese policy makers have, at least for now, managed to persuade markets that deflation will give rise to mild inflation, this has not been reflected at all in a rise in nominal interest rates; instead, it’s all a fall in real rates. In the figure below, from here, the orange line is the nominal rate on 10-year Japanese bonds; the green line the rate on inflation-indexed bonds; and the red line the implied forecast of inflation:

giu 24 h

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

It’s actually quite beautiful, if you have an economist’s warped aesthetic sense. And it’s also very good news for Japan.

 

Il momento istruttivo del Giappone

 

Qualsiasi altra cosa si possa dire della nuova svolta della politica giapponese, essa sta offrendo una grande dimostrazione delle peculiarità dell’economia del “limite inferiore di zero” (è così, JGB incontra ZLB! [1]).

Il punto chiave è che i tassi di interesse giapponesi a breve termine difficilmente  sono alle prese con lo zero. Non accade ai tassi a lungo termine, ma essi sono pure condizionati: il tasso a lungo termine, ad una prima approssimazione, è la media dei tassi futuri attesi; i tassi a breve possono salire ma non scendere (rispetto allo zero); così in qualche modo il tasso a lungo ha continuato sopra lo zero, a prescindere da quanto andasse male l’economia, per questa opzione a senso unico. I tassi a lungo sono anche, come parte di questo processo, discretamente rigidi, rispondono solo leggermente ai mutamenti nei fondamentali (i seri studiosi di economia possono riconoscere l’affinità con le vecchie ‘aree obbiettivo’ della letteratura).

Come risultato, i tassi a lungo termine del Giappone sono calati molto meno che in altri paesi avanzati [2]:

 

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Ed ora che gli operatori politici giapponesi hanno operato, almeno sinora, per convincere i mercati che la deflazione darà origine ad una lieve inflazione, questo non si è riflesso affatto in una crescita nei tassi di interesse nominali; semmai c’è stata proprio una caduta dei tassi reali. Nella figura sotto, che viene da qua (connessione), la linea arancione indica il tasso nominale sui bonds giapponesi decennali; la linea verde il tasso sui bonds indicizzati all’inflazione; e la linea rossa indica la previsione di inflazione:

giu 24 h

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In effetti è piuttosto bello; se possedete il senso estetico deformato di un economista. E sono anche buone notizie per il Giappone.



[1] Non so perché, ma sembra che nelle due sigle ci sia ironia. Esse stanno per i bonds del Governo del Giappone (JGB) ed il “limite inferiore dello zero” (ZLB). Per quest’ultimo concetto, vedi le note finali sulla traduzione.

[2] La Tabella indica con la linea rossa i tassi dei bonds decennali statunitensi, con la intrecciata linea verde i tassi dei bonds tedeschi, con la linea blu i tassi dei bonds del Giappone (questi ultimi, secondo il post, dovrebbero essere i tassi a lungo termine).

Nel frattempo l’iniziativa giapponese (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 9:01 am

Worthwhile Japanese Initiative

Shinzo Abe has taken Japan off in a surprisingly Keynesian direction. Noah Smith points out, again, that he’s probably doing it for disreputable reasons, mainly old-fashioned LDP pork-barrel (katsu barrel? tofu barrel?) politics. But this may not matter.

 

Noah also raises a different point: does Japan really need a big boost? He points to the low measured unemployment rate; after a couple of decades of watching Japanese unemployment numbers, I don’t think that tells us much. But there is a case to be made that Japan’s economy is in better shape than most people believe. Overall GDP growth since the crisis has been roughly comparable to the euro area, but with far worse demography:

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In fact, given that Japan’s working-age population is actually shrinking, there’s a reasonable argument to the effect that Japan is closer to potential output than the US.

But if Japan is doing relatively well in cyclical terms, it’s still far from clear that macroeconomic caution is appropriate. After all, Japan has a much longer-term monetary issue: persistent deflation, which among other things has meant that Japanese real interest rates have been well above those in the United States even though nominal rates are low. (I wrote about that here.)

What Japan needs, then, is to boot itself out of its deflationary trap; and a situation where there isn’t too much economic slack is actually a very good time to do that.

And here’s an important point that has gone remarkably unreported, except on a few financial blogs: something dramatic does seem to be happening on the expected inflation front. Here’s the 5-year breakeven, the spread between indexed and non-indexed bonds:

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The big move actually came before Abe took office, maybe reflecting the sense that the political environment had changed and that the Bank of Japan’s freedom to impose monetary orthodoxy was about to end. Whatever caused it, this is a remarkable change — it’s the kind of upward move in inflation expectations advocates of radical monetary policy in the US can only dream of. And coupled with a fiscal boost, it could mean that Japan’s long deflationary era is finally coming to an end.

So while I very much dislike what Abe stands for on cultural issues, and take very seriously Noah Smith’s warning that he may be basically about patronage politics, none of that matters on the macro front; it sure looks as if Japan is, for whatever reason, doing the kinds of things an economy still stuck in the Lesser Depression should be doing.

 

Nel frattempo l’iniziativa giapponese

 

Shinzo Abe ha fatto decollare il Giappone nella direzione di un sorprendente keynesismo. Noah Smith sottolinea, ancora una volta, che probabilmente lo sta facendo per ragioni poco raccomandabili, probabilmente la tradizionale locale politica clientelare del partito liberaldemocratico (in America viene detta della “botte di lardo” e in Giappone … botte di katsu? Botte di tofu?) Ma questo può non contare.

Noah solleva un argomento diverso: il Giappone ha davvero bisogno di una grande spinta? Egli indica i dati dei bassi tassi di disoccupazione; dopo un paio di decenni di osservazione dei dati giapponesi sulla disoccupazione, non credo che essi ci dicano molto. Ma c’è un esempio che può essere avanzato secondo il quale il Giappone sarebbe in una forma migliore di quanto la gente crede. La crescita generale del PIL dalla crisi è stata grosso modo comparabile con quella dell’area euro, ma con una demografia assai peggiore:

giu 24 i

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di fatto, considerato che la popolazione giapponese in età lavorativa si sta effettivamente riducendo, questo è un argomento ragionevole per sostenere che il Giappone sia più vicino alla sua produzione potenziale degli Stati Uniti.

Ma se il Giappone sta facendo relativamente bene in termini di ciclo, questo non significa che sia corretta la cautela in politica economica. Dopo tutto, il Giappone ha un bel po’ di problemi monetari di più lungo termine:  una persistente deflazione, la quale tra le altre cose significa che il tassi di interesse reali del Giappone sono stati ben superiori a quelli negli Stati Uniti, anche se i tassi nominali sono bassi (scrissi su questo in questa connessione [1]).

Quello di cui il Giappone ha bisogno, dunque, è di spingersi fuori dalla sua trappola deflazionistica; ed una situazione nella quale non ci sono margini economici [2] ampi è in effetto un buon periodo per farlo.

E c’è un aspetto importante che è stato del tutto trascurato nell’informazione, ad eccezione di pochi blogs finanziari: sembra che stia proprio accadendo qualcosa di spettacolare sul fronte delle aspettative di inflazione. Ecco il breakeven sui quinquennali, ovvero lo spread tra bonds indicizzati e non indicizzati [3]:

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La grande svolta in effetti interviene dopo che Abe è entrato in carica, e forse riflette la sensazione che il contesto politico sia cambiato e che la libertà della Banca del Giappone di imporre l’ortodossia monetaria stia per finire. Qualsiasi cosa l’abbia provocato, questo è un cambiamento rilevante – è il genere di andamento verso l’alto delle aspettative inflazionistiche che i sostenitori di politiche monetarie radicali negli Stati Uniti si possono solo sognare. Ed aggiunto ad una spinta da parte della finanza pubblica, significherebbe che la lunga epoca deflazionistica del Giappone sta finalmente giungendo al termine.

Dunque, se non mi piace affatto quello che Abe sostiene sul temi culturali, e se prendo assai sul serio l’ammonimento di Noah Smith secondo il quale potrebbe trattarsi fondamentalmente di clientelismo politico, sul fronte macroeconomico tutto questo non ha importanza; sembra certo che, per qualsivoglia ragione, il Giappone stia facendo quel genere di cose che si dovrebbero fare in un’economia ancora bloccata nella Depressione Minore.



[1] La connessione è con un post del dicembre 2011, che si occupava del tema della forza dello yen nel cambio con l’euro. La deflazione del Giappone – sosteneva Krugman in quel post – comporta che essa spinge in basso i tassi di interesse. Ma i tassi di interesse a breve termine non possono scendere sotto lo zero, ed anche i tassi a lungo termine, per effetto della “option value” (letteralmente “valore di scelta/valore soggettivo” – che significa un riconoscimento che anche un privato può offrire  in un prezzo di qualcosa che preserva un bene di interesse generale, ancorché non ne farà un uso diretto, come ad esempio una risorsa naturale da preservare per il futuro) devono in qualche modo restare sopra lo zero. Dunque, concludeva Krugman, se il Giappone ha un tasso di inflazione che è di 2 punti inferiore agli altri paesi, e tassi di interesse a lungo termine solo di un punto più bassi, questo significa che i suoi tassi di interessi  sono in realtà più alti che altrove. E, naturalmente, la sopravvalutazione dello yen sull’euro non era, dal punto di vista del Giappone, una cosa positiva.

[2] “slack” significa “lasco, gioco”.

[3] Il fatto che si confrontino quelli indicizzati con quelli non indicizzati, come si comprende, fa del breakeven la misura più significativa in materia di inflazione attesa. Si noti che la tabella, indicando la aspettativa di inflazione, è relativa agli andamenti previsti nell’anno 2013.

Credibilità (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 8:36 am

Credibility

Ah. Charles Plosser of the Philadelphia Fed is against the platinum coin, which he says “doesn’t solve any real problem” and would hurt our credibility.

Actually, it solves a very real problem: attempted extortion by the GOP. And on the credibility front, who better to lecture us on such matters than a man who has been predicting an inflationary explosion for five years?

This is a favorite theme of Brad DeLong’s, and rightly so. It’s not especially remarkable that the inflation hawks got it wrong: to err is human (and, as a T-shirt I saw on St. Croix said, to arrr is pirate). What is remarkable is the total absence of either self-reflection or accountability. When you get things this wrong, you’re supposed to ask yourself why, and whether your framework of analysis needs updating. And if you should happen to lack the capacity for self-reflection, there should be some external sanction too; people who get it wrong, keep getting it wrong, and show no sign of learning should pay a price in polite society.

But this doesn’t seem to happen to those who got everything wrong about the macroeconomics of a depressed economy; they remain respectable, and even get praised for their consistency. Of course, it’s not just macro: it remains true, for example, that for the most part you’re not considered serious about national security unless you were wrong about Iraq.

Anyway, what’s Plosser saying now, aside from dissing the platinum coin? Why, he’s warning that the Fed’s current efforts will cause inflation.

 

Credibilità

 

E così … Charles Plosser [1]della Fed di Filadelfia è contro la moneta di platino, che a quanto dice “non risolve alcun problema reale” e darebbe un colpo alla nostra credibilità.

In effetti essa risolve un problema assai reale: la tentata estorsione da parte del Partito Repubblicano. E sul fronte della credibilità, chi ci può far meglio lezione su faccende del genere che un individuo che ha continuato a prevedere una esplosione dell’inflazione per cinque anni?

Questo è il tema favorito di Brad DeLong, giustamente. Non è particolarmente considerevole che il falchi dell’inflazione abbiano avuto torto: errare è umano (e, come diceva una maglietta che ho visto a St. Croix, dar ragione è da pirati [2]). Quello che è rimarchevole è la totale assenza sia di auto-riflessione che di senso di responsabilità. Quando si sbaglia su cose del genere, si suppone che ci si chieda perché, e se il proprio schema analitico non richieda di essere aggiornato. E se dovesse accadere di difettare di senso critico, ci dovrebbe anche essere una qualche sanzione esterna; le persone che sbagliano, che continuano a sbagliare, e non mostrano alcun segno di imparare dovrebbero pagare un prezzo in una società ordinata.

Ma non è questo che sembra accadere per quelli che sbagliano tutto nella teoria delle società in depressione; loro restano rispettabili e vengono persino elogiati per la loro coerenza. Naturalmente, non si tratta solo della teoria economica; resta un fatto, ad esempio, che nella generalità dei casi non si è considerati seri in materia di sicurezza nazionale se non ci si è sbagliati sull’Iraq.

In ogni modo, che cosa sostiene Plosser adesso, gli insulti sulla moneta di platino? Il punto è che sta mettendo in guardia che gli sforzo in corso da parte della Fed provocheranno inflazione.



[1]Charles Plosser è il Presidente della Federal Reserve di Filadelfia. Nella sua carriera accademica si è occupato di teorie dei cicli economici.

giu 24 m

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] “Arrr” è una espressione originariamente usata dai pirati, e significa “convenire, essere d’accordo”. Il gioco di parole intraducibile è tra “err” (sbagliare) ed “arrr”.

E’ una schiena diritta, quella che vedo? (11 gennaio 2013)

gennaio 11, 2013

 

January 11, 2013, 6:04 pm

Is That A Backbone I See?

Senate Democrats give Obama full backing in any unilateral action he might take on the debt ceiling. Reports say that Harry Reid is still partial to the 14th amendment; but there’s also the coin and the coupons.

Just to be clear, there’s no need for the administration to commit to a solution now, or even to admit that it has one in mind. You still want the pressure on the GOP to turn away from this cliff. But you also want to be careful not to rule anything out, partly so that the GOP understands that it may face a grand fizzle, partly because it may be necessary to do something to avert default.

So the appropriate response of senior officials, if asked about the coin and all that, is to say “Hey, look, isn’t that a crack in the ceiling? And how about that game last night?” Keep it ambiguous; but meanwhile, secretly, get that coin ready — preferably, as Felix Gilman says, smithed by dwarves in the deep places of the earth.

 

E’ una schiena diritta, quella che vedo?

 

I Democratici al Senato hanno dato pieno sostegno ad Obama per ogni azione unilaterale che vorrà assumere sul tetto del debito. I resoconti dicono che Harry Reid [1] è ancora incerto sul 14° Emendamento; ma ci sono anche le soluzioni delle monete e dei coupons.

Solo per esser chiaro, non c’è bisogno che la Amministrazione si impegni adesso in una soluzione, è neanche che riconosca di averne una in mente. Si desidera ancora far pressione sul Partito Repubblicano perché venga via dal precipizio. Ma si vuole anche essere scrupolosi nel non escludere niente, in parte perché il Partito Repubblicano comprende che può finire in un gran pasticcio, in parte perché può essere necessario fare qualcosa per evitare il default.

Dunque la risposta giusta dei legislatori più esperti, se viene loro chiesto qualcosa a proposito della moneta e di tutto il resto, è dire: “Ehi, guardate, quella non è un crepa sul tetto? E come è andata la partita ieri notte?” Teniamoci sul vago; ma, nel frattempo, segretamente, teniamo pronta quella moneta – preferibilmente, come dice Felix Gilman,  fabbricata da nanetti  nelle profondità della terra.


 


[1] Harry Mason Reid (Searchlight, 2 dicembre 1939) è un politico statunitense.

Eletto al Senato nel 1986, ha ricoperto l’incarico di Leader della Minoranza democratica dal 2005 al 2007, quando, in seguito alla vittoria democratica alle elezioni di metà mandato del 2006 e al cambio di maggioranza nella camera alta, diventò Leader della Maggioranza.

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La California in surplus (11 gennaio 2013)

gennaio 11, 2013

 

January 11, 2013, 9:00 am

California in Surplus

Guess whose state budget crisis seems to be over?

As best I understand it, what’s going on in CA is a microcosm (a pretty big microcosm, actually — maybe more of a mesocosm or something?) of what’s going on at the national level. A severely depressed economy led to big deficits, because tax receipts are strongly affected by the state of the economy — indeed, are almost certainly much more cyclical than they used to be.

In response to those deficits, there was a lot of spending reduction plus some more modest efforts to increase revenue. And now that we have the beginnings of real recovery, it’s turning out that those efforts were enough to remove much if not all of the “structural”, as opposed to recession-driven, deficit.

As this reality becomes more obvious, the deficit scolds will of course go wild. They have staked their careers on crusading against supposedly intractable deficits, and they have their hearts (and more important, their wallets) set on exploiting the alleged fiscal crisis to dismantle social insurance programs. Good news will be a blow to everything they want, and will be furiously and vigorously denied.

But once again: deficits are receding as an issue before our eyes.

 

La California in surplus

 

Indovinate in quale Stato la crisi di bilancio sembra essere superata?

Per quanto posso capire, quello che sta accadendo in California è un microcosmo (in effetti un microcosmo abbastanza grande – forse più di un ‘mediocosmo’ o qualcosa del genere?) di quello che sta succedendo a livello nazionale. Una economia severamente depressa ha portato a grandi deficit, perché le entrate fiscali sono fortemente influenzate dallo stato dell’economia – in effetti, sono quasi con certezza assai più cicliche di quello che erano di solito.

In risposta a quei deficit, c’è stata una quantità di riduzione delle spesa in aggiunta a qualche sforzo modesto di aumento delle entrate. Ed ora che siamo agli inizi di una vera ripresa, si scopre che quegli sforzi sono stati sufficienti e rimuovere gran parte se non tutto il deficit “strutturale”, nella sua distinzione da quello guidato dalla recessione.

Quando questa realtà diventerà evidente, gli allarmisti dei deficit andranno fuori di testa. Hanno basato le loro carriere sulla crociata contro deficit immaginati ingestibili, ed hanno messo i loro cuori (e, più importante, i loro portafogli) al servizio dello smantellamento dei programmi della sicurezza sociale, sfruttando la pretesa crisi fiscale. Le buone notizie saranno un colpo su tutto quello che desiderano, e diventeranno furiosi e negheranno con vigore.

Ma una volta ancora: dinanzi ai nostri occhi,  i deficit stanno svanendo come problema.

Ancora una volta il Giappone è il paese del futuro? (11 gennaio 2013)

gennaio 11, 2013

 

January 11, 2013, 8:48 am

Is Japan the Country of the Future Again?

In the broad sense, surely not, if only because of demography: the Japanese combine a low birth rate with a deep cultural aversion to immigration, so the future role of Japan will be severely constrained by a shortage of Japanese.

But something very odd is happening on the short- to medium-term macroeconomic front. For the past three years macro policy all across the advanced world has been dominated by Austerian orthodoxy; even where there haven’t been explicit austerity policies, as in the United States, fear of deficits has led to de facto fiscal tightening, while monetary policy has fallen far short of the kind of dramatic expectation-changing moves theoretical analysis suggests are crucial to getting traction in a liquidity trap.

Now, one country seems to be breaking with the orthodoxy — and it is, surprisingly, Japan:

The Japanese government approved emergency stimulus spending of ¥10.3 trillion Friday, part of an aggressive push by Prime Minister Shinzo Abe to kick-start growth in a long-moribund economy.

Mr. Abe also reiterated his desire for the Japanese central bank to make a firmer commitment to stopping deflation by pumping more money into the economy, which the prime minister has said is crucial to getting businesses to invest and consumers to spend.

“We will put an end to this shrinking and aim to build a stronger economy where earnings and incomes can grow,” Mr. Abe said. “For that, the government must first take the initiative to create demand and boost the entire economy.”

This is especially remarkable because Japan has been held up so often as a cautionary tale: look at how big their debt is! Disaster looms! Indeed, back in 2009 there were many stories to the effect that the long-awaited Japanese debt catastrophe was finally coming.

But, actually, not. Japanese long-term interest rates rose in the spring of 2009 because of hopes of recovery, not fear of bond vigilantes; and when those hopes faded, rates went back down, and are currently well under 1 percent.

Now comes Shinzo Abe. As Noah Smith informs us, he is not anybody’s idea of an economic hero; he’s a nationalist, a denier of World War II atrocities, a man with little obvious interest in economic policy. If he’s defying the orthodoxy, it probably reflects his general contempt for learned opinion rather than a considered embrace of heterodox theory.

But that may not matter. Abe may be ignoring the conventional wisdom on spending, and bullying the Bank of Japan, for all the wrong reasons — but the fact is that he is actually providing fiscal and monetary stimulus at a time when every other advanced-country government is too much in the thrall of the Very Serious People to do something different. And so far the results have been entirely positive: no spike in interest rates, but a sharp fall in the yen, which is a very good thing for Japan.

 

It will be a bitter irony if a pretty bad guy, with all the wrong motives, ends up doing the right thing economically, while all the good guys fail because they’re too determined to be, well, good guys. But that’s what happened in the 1930s, too …

 

Ancora una volta il Giappone è il paese del futuro?

 

 

In senso generale, sicuramente no, se non altro a causa della demografia: i Giapponesi combinano una tasso di nascite basso con una profonda avversione culturale all’immigrazione, cosicché il ruolo futuro del Giappone sarà  severamente limitato dalla scarsità di giapponesi.

Ma sta accadendo qualcosa di molto strano sul fronte del breve e medio termine dell’economia. Ni tre anni passati la politica economica è stata dominata, in tutto il mondo avanzato, dalla ortodossia ‘austriaca’ [1]; anche dove non ci sono state esplicite politiche di austerità, come negli Stati Uniti, la paura del deficit ha portato di fatto ad una restrizione della finanza pubblica, mentre la politica monetaria non è riuscita in quella sorta di iniziativa per il mutamento delle aspettative che l’analisi teorica indica come cruciale per fornire spinta in una trappola di liquidità.

Ora, un paese sembra essere ad una rottura con l’ortodossia, ed è, sorprendentemente il Giappone:

“Il Governo giapponese ha approvato  venerdì una spesa pubblica di sostegno di emergenza di 10 mila trecento miliardi di yen,  come parte di una spinta determinata del Primo Ministro Shinzo Abe [2]  per dare un impulso di crescita ad una economia da lungo tempo moribonda.

Abe ha anche riespresso il suo desiderio perché la Banca Centrale Giapponese metta un impegno più deciso nel fermare la deflazione trasferendo più denaro nell’economia, la qualcosa secondo il Primo Ministro è cruciale per ottenere che le imprese investano ed i consumatori spendano.

‘Noi metteremo fine a questo arretramento e puntiamo a costruire un’economia più forte, nella quale guadagni e redditi possano crescere’,  ha detto Abe. ‘A tale scopo, il Governo deve anzitutto prendere l’iniziativa per creare domanda e dare una spinta all’intera economia’.

Questo è specialmente rilevante perché il Giappone è stato spesso indicato come  esempio di ammonimento: guardate come è alto il loro debito! Presagio di disastri! In effetti, nel passato 2009 circolavano molte storie sul fatto che la tanto attesa catastrofe del debito giapponese fosse finalmente in arrivo.

In effetti, così non è stato. I tassi di interesse del Giappone crebbero nel 2009 per le speranze di una ripresa, non per paura dei guardiani dei bonds; e quando quelle speranze svanirono, i tassi tornarono a cadere, ed attualmente sono assai sotto l’1 per cento.

Ora arriva Shinzo Abe. Come ci informa Noah Smith, egli è tutt’altro che un campione dell’economia: è un nazionalista, uno che nega le atrocità della I Guerra Mondiale, un uomo con piccoli interessi banali nella politica economica. Se egli sfida l’ortodossia, questo probabilmente riflette il suo complessivo disprezzo per le opinioni istruite, piuttosto che un a adesione riflettuta ad una teoria eterodossa.

Ma ciò può non essere importante. Abe può non essere al corrente della saggezza convenzionale sulla spesa pubblica e può fare il gradasso con la Banca del Giappone, per ragioni del tutto scorrette – ma il fatto è che sta effettivamente  fornendo allo stesso tempo un sostegno di finanza pubblica e monetario,  nel mentre i Governi degli altri paesi avanzati  sono anche troppo alla mercé delle Persone Molto Serie nel fare cose del tutto diverse. E sino a questo punto, i risultati sono stati del tutto positivi: nessun picco nei tassi di interesse, ma una brusca caduta dello yen, che per il Giappone è un’ottima cosa.

Sarà un’ironia ancora più amara se un pessimo personaggio, con motivazioni del tutto negative, finirà per fare la cosa giusta dal punto di vista economico, nel mentre tutte le persone per bene non ci riescono perché sono anche troppo determinate, insomma, a fare le persone per bene. Ma anche questo accadde negli anni Trenta …


 

 


[1] Per “Austriaci” vedi le Note finali sulla traduzione.

[2] Nel dicembre scorso Shinzo Abe, leader del partito liberal-democratico, è stato rieletto Primo Ministro del Giappone, carica dalla quale si era dimesso nel 2007 per motivi di salute. E’ succeduto ad un relativamente breve interludio di governi di centro-sinistra, segnati da vari mutamenti dei primi ministri. Oltre a promettere una politica finanziaria e monetaria più determinata, ha caratterizzato la campagna elettorale anche per la annunciata volontà di un atteggiamento fortemente competitivo nei confronti della Cina, con la quale è aperto il problema della contesa sulle Isole Senkaku-Diaoyu.

giu 24 o

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il problema del deficit in gran parte risolto (10 gennaio 2013)

gennaio 10, 2013

 

January 10, 2013, 3:17 pm

The Mostly Solved Deficit Problem

The Center on Budget and Policy Priorities has a graph:

giu 24 p

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The vertical axis measures the projected ratio of federal debt to GDP. The blue line at the top represents the projected path of that ratio as of early 2011 — that is, before recent agreements on spending cuts and tax increases. This projection showed a rising path for debt as far as the eye could see.

And just about all budget discussion in Washington and the news media is laid out as if that were still the case. But a lot has happened since then. The orange line shows the effects of those spending cuts and tax hikes: As long as the economy recovers, which is an assumption built into all these projections, the debt ratio will more or less stabilize soon.

CBPP goes on to advocate another $1.4 trillion in revenue and/or spending cuts, which would bring the debt ratio at the end of the decade back down to around its current level. But the larger message here is surely that for the next decade, the debt outlook actually doesn’t look all that bad.

True, there are projected problems further down the road, mainly because of the continuing effects of an aging population. But it still comes as something of a shock to realize that at this point reasonable projections do not, repeat do not, show anything resembling the runaway deficit crisis that is a staple of almost everything you hear, including supposedly objective news reporting.

So you heard it here first: while you weren’t looking, and the deficit scolds were doing their scolding, the deficit problem (such as it was) was being mostly solved. Can we now start talking about unemployment?

 

Il problema del deficit in gran parte risolto

 

Il Centro sul Bilancio e le priorità della politica presenta un grafico:

giu 24 p

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’asse verticale misura la percentuale prevista del debito federale sul PIL. La linea blu in alto rappresenta il previsto andamento di quella percentuale agli inizi del 2011 – ovvero, prima dei recenti accordi sui tagli alla spesa e sugli incrementi fiscali. Questa proiezione mostrava un andamento crescente del debito, come si nota ad occhio.

E precisamente tutto il dibattito sul bilancio a Washington e sui media  era disposto come se la situazione fosse ancora quella. Ma da allora sono successe un bel po’ di cose. La linea arancione mostra gli effetti di quei tagli alla spesa e di quegli innalzamenti delle tasse; nel momento in cui l’economia si riprende, che è un assunto implicito in tutte queste proiezioni, l percentuale del debito più o meno si stabilizzerà rapidamente.

Il CBPP va oltre sostenendo altri 1.400 miliardi di dollari tra entrate e tagli alle spese, il che riporterebbe alla fine del decennio la percentuale del debito circa al suo livello attuale. Ma in questo caso  il messaggio  più generale è che le previsioni sul debito per il prossimo decennio non appaiono tutte così negative.

E’ vero, sul percorso esistono più in là  problemi previsti, principalmente a causa dei perduranti effetti dell’invecchiamento della popolazione. Ciononostante fa un notevole effetto comprendere che a questo punto previsioni ragionevoli non mostrano, ripeto non mostrano, niente che assomigli alla incontrollata crisi del deficit che era l’aspetto principale di quasi tutto quello che abbiamo ascoltato, inclusi i resoconti giornalistici considerati obbiettivi.

Così si viene a sapere questo per la prima volta: nel mentre si teneva sotto osservazione, e gli allarmisti del deficit imperversavano su quel tema, il problema del deficit (per come  si presentava) era in gran parte in vi di soluzione. Possiamo ora cominciare a parlare di disoccupazione?

Cimeli barbarici (9 gennaio 2013)

gennaio 9, 2013

 

January 9, 2013, 10:52 am

Barbarous Relics

I feel comfortable in my understanding of the economics of the platinum coin, but don’t claim any legal expertise. However, Laurence Tribe knows whereof he speaks — and he says that it’s quite legal. And so there you have it: if we have a crisis over the debt ceiling, it will be only because the Treasury department would rather see economic devastation than look silly for a couple of minutes.

There will, of course, be howls from the usual suspects if that’s how it goes. Some of these will be howls of frustration because their hostage-taking plan was frustrated. But some will reflect sincere horror over a policy turn that their cosmology says must be utterly disastrous.

Ed Kilgore says, in a somewhat different way, much the same thing I and people like Joe Weisenthal have been saying: what we’re looking at here is a collision of worldviews, one might even say of epistemology.

For many people on the right, value is something handed down from on high It should be measured in terms of eternal standards, mainly gold; I have, for example, often seen people claiming that stocks are actually down, not up, over the past couple of generations because the Dow hasn’t kept up with the gold price, never mind what it buys in terms of the goods and services people actually consume.

And given that the laws of value are basically divine, not human, any human meddling in the process is not just foolish but immoral. Printing money that isn’t tied to gold is a kind of theft, not to mention blasphemy.

For people like me, on the other hand, the economy is a social system, created by and for people. Money is a social contrivance and convenience that makes this social system work better — and should be adjusted, both in quantity and in characteristics, whenever there is compelling evidence that this would lead to better outcomes. It often makes sense to put constraints on our actions, e.g. by pegging to another currency or granting the central bank a high degree of independence, but these are things done for operational convenience or to improve policy credibility, not moral commitments — and they are always up for reconsideration when circumstances change.

Now, the money morality types try to have it both ways; they want us to believe that monetary blasphemy will produce disastrous results in practical terms too. But events have proved them wrong.

And I do find myself thinking a lot about Keynes’s description of the gold standard as a “barbarous relic”; it applies perfectly to this discussion. The money morality people are basically adopting a pre-Enlightenment attitude toward monetary and fiscal policy — and why not? After all, they hate the Enlightenment on all fronts.

The bottom line is that we aren’t really having a rational argument here. Nor can we: rationality has a well-known liberal bias.

 

Cimeli barbarici

 

Mi sento tranquillo nel mio ragionamento sulla economia della moneta di platino, ma non pretendo alcuna competenza legale. Tuttavia, Lawrence Tribe conosce le cose di cui parla – e afferma che è abbastanza legale. E dunque questa è la situazione: se avremo una crisi sul tetto del debito, sarà soltanto perché il dipartimento del Tesoro piuttosto sarebbe disposto ad assistere ad una devastazione economica che sembrare un po’ stupido per un paio di minuti.

Ci saranno, naturalmente, gemiti da parte dei soliti noti,  se le cose andranno in quel modo. Alcuni saranno gemiti di frustrazione perché il loro progetto di prendere in ostaggio la nazione sarà stato frustrato. Ma alcuni rifletteranno un sincero terrore per un corso politico che la loro cosmologia ritiene debba essere completamente disastroso.

Ed Kilgore afferma, in termini un po’ differenti, molte delle stesse cose che io stesso e persone come Joe Weisenthal  stanno dicendo: quello a cui stiamo assistendo è una collisione di concezioni del mondo, si potrebbe persino dire di epistemologie.

Per molte persone della destra, il valore è qualcosa che viene giù dall’alto dei cieli. Esso dovrebbe essere misurato nei termini di principi eterni, soprattutto oro; ho visto spesso, per esempio, persone che sostengono che i titoli azionari effettivamente sono scesi, non saliti, nel corso delle due passate generazioni perché il Dow [1] non si è tenuto al passo con il prezzo dell’oro, senza che abbia alcun valore quello che esso può acquistare in termini di beni e servizi che la gente effettivamente consuma.

E dato che le leggi del valore sono fondamentalmente divine, non umane, ogni intromissione umana in quel processo non è solo sciocca ma immorale. Stampare moneta che non sia collegata all’oro è una specie di furto, per non dire che è una bestemmia.

Per persone come me, d’altro canto, l’economia è un sistema sociale, creato da e per le persone. Il denaro è un espediente ed una utilità che consente al sistema sociale di funzionare meglio – e dovrebbe essere corretto, sia nella quantità che nelle sue caratteristiche, ogni qualvolta ci siano prove convincenti che questo porterebbe a risultati migliori. Esso spesso consiglia di porre limiti alle nostre azioni, ad esempio ancorandosi ad un’altra valuta o garantendo un elevato grado di indipendenza alla Banca Centrale, ma queste sono cose che si fanno per convenienza operativa o per migliorare la credibilità politica, non per assunti morali – ed è sempre possibile riconsiderarli quando mutano le circostanze.

Ora, gli individui della moralità monetaria cercano di ottenerlo in entrambi i modi: vogliono che si creda che la blasfemia monetaria produrrà risultati disastrosi anche in termini pratici. Ma i fatti hanno dimostrato che hanno torto.

E mi ritrovo davvero a pensare alla descrizione di Keynes del ‘gold standard’ come un ‘cimelio barbarico’; essa si adatta perfettamente alla nostra discussione. Gli individui della moralità monetaria stanno fondamentalmente adottando una concezione pre-illuministica della moneta e della politica della finanza pubblica – e perché no? Dopo tutto odiano l’Illuminismo su tutti i fronti.

La morale della favola è che  non troviamo in tutto questo alcun argomento razionale. Né potremmo: è ben noto che la razionalità è un pregiudizio liberal.


 

 


[1] Il Dow Jones (nome completo Dow Jones Industrial Average) è il più noto indice della borsa di New York (il NYSE – New York Stock Exchange) ed è stato creato negli Stati Uniti per valutare i ritmi di crescita dell’economia americana. Deve la sua paternità a Charles Dow, padre dell’analisi tecnica e fondatore del Wall Street Journal. L’indice è calcolato, a differenza di altri indici che tengono conto della capitalizzazione (e quindi del peso relativo delle varie società) soppesando il prezzo dei principali 30 titoli di Wall Street.

Quando si parla di Dow Jones si fa riferimento a uno degli indici di settore messi a punto da Charles Dow: il Dow Jones Industrial Average che replica l’andamento di un portafoglio composto dalle maggiori 30 imprese industriali statunitensi, raggruppate in un rapporto pesato in base al loro prezzo. La scelta di limitarne la composizione a solo 30 Blue Chips ha fatto sì che nel corso del tempo, l’indice abbia perso molta della sua importanza perché non è più in grado di riflettere l’intero andamento del listino azionario americano (Wikipedia).

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