Blog di Krugman

Cosa sapevo, e quando lo seppi? (19 gennaio 2013)

 

January 19, 2013, 7:36 am

What Did I Know, And When Did I Know It?

People have been poring over the just-released 2007 Fed transcripts, and the main surprise seems to be how complacent the institution was. Some members of the open market committee, including Janet Yellen and, let’s give credit where due, Tim Geithner, seem to have had a sense of dread; but the overall consensus was that nothing really bad would happen.

The obvious question if you’re a pundit, then, is “How did I do?” And the answer is, not too badly. Yes, I hedged — it was a statement of possibilities, not a straight prediction. But I clearly would have been in the camp of Fed alarmists, and probably the most alarmist of them all.

It seems to me that the really big determinant of whether you were intellectually ready for this crisis was how much attention you paid to events in the late 1990s — the crisis in emerging Asia, LTCM here, and the Japanese liquidity trap. I paid a lot of attention back then (as did Nouriel Roubini), taking the lead in resurrecting the theory of the liquidity trap (pdf) and writing a book, The Return of Depression Economics. And the result is that I’ve had a pretty good stretch; the only big thing I got wrong, I think, was in underestimating the stickiness of wages, and hence inflation, and therefore overestimating the risks of actual deflation.

That said, as Neil Irwin points out in the linked article, it’s not clear how much difference it would have made if the Fed had grasped the scale of the danger back in 2007. The big errors came later, after the depth of the crisis was apparent to all, and they came mainly in fiscal and housing policy, not monetary policy.

 

Cosa sapevo, e quando lo seppi?

 

Tutti si sono studiati attentamente i verbali della Fed dell’anno 2007, appena pubblicati, e la principale sorpresa pare essere quanto l’Istituto fosse compiaciuto. Alcuni membri della Commissione del ‘mercato aperto’, compresa Janet Yellen e, riconosciamo il merito quando è dovuto, Tim Geithner [1], pare avessero una sensazione di allarme; ma il clima generale era che niente di negativo in realtà sarebbe accaduto.

La domanda ovvia, se siete un addetto ai lavori, è dunque: “Come mi comportai, in quel caso?”. E la risposta è, niente affatto male. E’ vero, fui evasivo – era un discorso di possibilità, non una previsione esplicita. Ma chiaramente io sarei stato con gli allarmisti della Fed, e probabilmente il più allarmista tra tutti loro.

A me sembra che il fatto realmente davvero determinante, quanto all’essere stati intellettualmente pronti per questo genere di crisi, sia stata quanta attenzione si sia prestata agli eventi dell’ultima parte degli anni ’90 – la crisi nei paesi emergenti dell’Asia, la vicenda del LTCM [2] e la trappola di liquidità giapponese. Prestai allora molta attenzione a ciò (come fece Nouriel Roubini) mettendomi alla testa di un ritorno della teoria della ‘trappola di liquidità’ (disponibile nella connessione) e scrivendo un libro, “Il ritorno dell’economia della depressione”. E il risultato fu che ebbi un periodo discretamente buono; la sola cosa in cui sbagliai, penso, fu nel sottostimare la rigidità dei salari, e di conseguenza l’inflazione, e di conseguenza nel sovrastimare i rischi di una effettiva deflazione.

Ciò detto, come sottolinea Neil Irwin nell’articolo in connessione, non è chiaro quanta differenza avrebbe fatto se la Fed avesse afferrato la dimensione del pericolo nel passato 2007. I grandi errori vennero dopo, dopo che la profondità della crisi divenne evidente a tutti, ed essi fondamentalmente addivennero ad una politica di spesa pubblica e nel settore abitativo, e non ad una politica monetaria.


 

 


[1]La pubblicazione dei verbali  degli organi dirigenti della Fed è un appuntamento di un certo rilievo della politica americana. La Federal Reserve, come è comprensibile, è un organismo che opera con ‘riservatezza’, ma dopo un non lungo numero di anni i verbali delle sue riunioni vengono resi pubblici.

Il Federal Open Market Committee (italiano Comitato federale del mercato aperto, FOMC) è un organismo della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti e ne è il principale strumento di politica monetaria. Il FOMC regola la politica monetaria specificando l’obiettivo a breve termine ovvero decidendo il ‘federal funds rate’, ovvero livello dei tassi d’interesse negli USA.

Janet Yellen è un’economista e docente di economia, all’epoca VicePresidente del Comitato del Governatori della Federal Reserve. Come è noto, Tim Geithner, che all’epoca era anch’egli membro dell’organismo in quanto Governatore della potentissima sezione di New York della Fed, è poi diventato Segretario al Tesoro con Obama.

giu 23 21    giu 23 22

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Il fondo Long Term Capital Management (LTCM) era un fondo speculativo nel cui board figuravano grandi protagonisti del mondo economico.

Fu istituito nel 1994 da Meriwether e il suo team proveniente dalla Salomon Brothers e si basò sui modelli matematici creati dai premi Nobel Robert C. Merton e Myron Scholes. Compiva, perlopiù, operazioni di arbitraggio economico.

Vi lavorarono anche Eric Rosenfeld, Greg Hawkins, Larry Hilibrand, William Krasker, Dick Leahy, Victor Haghani, James McEntee, Robert Shustak, David W. Mullins Jr..

Possedeva un capitale gestito di 4 miliardi di dollari ma, tramite leve finanziarie molto ampie, operò con esposizioni in alcuni casi sino a 1200 miliardi di dollari. Nei primi anni riuscì a produrre rendimenti netti annui di circa il 40% .

Numerosi erano i gestori che replicavano le strategie di investimento di LTCM, col risultato che alcuni errori commessi dal fondo sono stati effettuati anche da chi utilizzava le medesime strategie. Tutto questo, unitamente alla crisi della Russia e al grande utilizzo della leva finanziaria da parte di LTCM, ha reso il suo collasso drammatico, richiedendo, nel 1998, l’intervento diretto della Federal reserve a sostegno, al fine di evitare il peggio (Wikipedia)

Non con un botto, ma con un miagolio (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 3:06 pm

Not With A Bang But With A Whimper

When you’re wrong, you’re wrong. I thought that by ruling out any way to bypass the debt limit, the White House was setting itself up, at least potentially, for an ignominious cave-in. But it appears that the strategy has worked, and it’s the Republicans giving up. I’m happy to concede that the president and team called this one right.

And it’s a big deal. Yes, the GOP could come back on the debt ceiling, but that seems unlikely. It could try to make a big deal of the sequester, but that’s a lot more like the fiscal cliff than it is like the debt ceiling: not good, but not potentially catastrophic, and therefore poor terrain for the “we’re crazier than you are” strategy. And while Republicans could shut down the government, my guess is that Democrats would actually be gleeful at that prospect: the PR would be overwhelmingly favorable for Obama, and again, not much risk of blowing up the world.

The key point to remember here is that Obama achieves his main goals simply by surviving. Above all, health reform gets implemented, and probably becomes irreversible.

A good day for sanity, all around.

 

Non con un botto, ma con un miagolio

 

Quando si sbaglia, si sbaglia. Pensavo che escludendo  in tutti i modi di eludere il tetto del debito, la Casa Bianca si disponesse, almeno potenzialmente, ad una disastrosa capitolazione. Ma sembra che la strategia abbia funzionato, ed ecco che i Repubblicani si sono arresi [1]. Sono felice di ammettere che il Presidente e la sua squadra avessero previsto giustamente.

 

E si tratta di una grande operazione. E’ vero, il Partito Repubblicano potrebbe tornare indietro sul ‘tetto del debito’, ma sembra improbabile. Potrebbe cercare di fare un buon affare dell’isolamento, ma quello è molto più simile al ‘precipizio fiscale’ che al ‘ tetto del debito’: una cosa negativa, ma non potenzialmente catastrofica, di conseguenza un terreno inadatto alla strategia del “noi siamo più matti di voi”.  E se i Repubblicani possono interrompere le funzioni del governo, la mia impressione è che i Democratici sarebbero contenti di una prospettiva del genere: la comunicazione pubblica sarebbe totalmente favorevole ad Obama e, ancora, non ci sarebbe il pericolo di far saltare il mondo.

Il punto chiave al proposito  è ricordarsi che Obama ottiene i suoi principali obbiettivi semplicemente sopravvivendo. Dopo tutto, la riforma sanitaria entra in funzione [2], e probabilmente diviene irreversibile.

Un buon giorno per il buon senso, in ogni modo.

 



[1] La connessione è con un articolo di cronaca politica del 18 gennaio sul New York Times, nel quale viene data la notizia del “ribaltamento” delle previsioni: i Repubblicani alla Camera dei Rappresentanti pare che abbiano deciso di concordare con l’innalzamento del ‘tetto del debito’.

[2] Per comprendere questo argomento, si deve considerare che la riforma sanitaria di Obama è diventata legge nel 2011. La sua abrogazione sostanziale era messa in relazione con la non approvazione del tetto del debito, che avrebbe impedito il suo finanziamento.

Reato di appartenenza fiscale (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 1:06 pm

Fiscal Affinity Fraud

Innocent that I am, I never heard the term “affinity fraud” until the Bernie Madoff affair hit the news. But once you hear it, the concept is obvious: people are most easily conned when they’re getting their disinformation from someone who seems to be part of their tribe, one way or another.

 

And I found myself thinking about that reality when the predictable reaction to today’s column came in: irate and, I believe, sincere if often incoherent voice mails etc. declaring that I must be an idiot, evil, or an evil idiot for saying that the budget deficit isn’t a big problem. They know that I’m completely wrong.

 

But how? Have these callers gone through the numbers themselves? Of course not (although I have also gotten some sophisticated ignorance from people who don’t know the difference between a current-law and a current-policy baseline). No, they know I’m an evil idiot because they heard someone they trust say it — maybe Rush, maybe someone on Fox, maybe CNBC (which is often indistinguishable from Fox).

 

The question then becomes, why do they believe their sources? For on matters economic, the right-wing media have had a spectacular track record for at least 7 years, having been totally wrong about everything. Remember, Rush and others furiously denied that there was a housing bubble — that was all made up by the liberal media. Then they denied that we were in a recession. Then they insisted that expansionary monetary and fiscal policy would lead to soaring inflation and interest rates. Boy, you could have gotten rich just by taking their implicit investment advice and doing the opposite.

So why does anyone listen at all to these sources? The answer, surely, is a feeling of affinity — mainly, I’d say, based on shared anger and dislike. Rush hates snooty professors who presume to know something about economics, or climate, or whatever, moochers living on public aid (except Medicare and Social-Security-receiving conservatives, of course), and, above all, Those People. Hey, he’s their kind of guy! And the fact that he’s always wrong doesn’t register at all.

Do accountability moments ever arrive? Unclear. It’s true that ratings for people like Sean Hannity who were predicting a Romney blowout plunged right after the election. But my guess is that they’ll come back as the shock fades. Certainly Fox doesn’t believe that total loss of credibility matters: it has just renewed Karl Rove’s contract.

I don’t have any answer to this phenomenon. I don’t think playing up my regular-guy aspects would help; the affinity runs a lot deeper and nastier than mere mannerisms. All I can do is notice what’s going on.

 

Reato  di appartenenza fiscale

 

Sprovveduto quale sono, non avevo mai sentito l’espressione “reato di appartenenza” [1]sino a che l’affare di Bernie Madoff venisse sulla scena. Ma una volta che la sentite, l’idea è ovvia: le persone sono massimamente raggirabili quando sono fuorviate da qualcuno che, in un modo o nell’altro, pare appartenere al proprio gruppo.

 

E mi sono ritrovato a pensare ad una realtà come quella, quando sono arrivate le prevedibili reazioni all’editoriale di oggi [2]: messaggi sulla segreteria telefonica adirati e, credo, sinceri che affermano che debbo essere un idiota, un malvagio, o un idiota malvagio per dire che il deficit del bilancio non è un grande problema. Essi sono certi che io abbia torto marcio.

Ma come?  Costoro che chiamano al telefono hanno esaminato per loro conto i dati? Ovviamente no (sebbene abbia anche ottenuto qualche esempio di raffinata ignoranza anche da persone che non conoscono la differenza tra un riferimento alla legislazione in vigore ed uno alla politica in vigore). No, sanno che sono un idiota malvagio perché l’hanno sentito dire da qualcuno – forse da Rush [3], forse da qualcuno su Fox, forse dalla CNBC (che spesso è indistinguibile da Fox).

Viene da chiedersi, perché credono a queste fonti? Perché, sulle faccende dell’economia, i media della destra hanno avuto spettacolari prestazioni per almeno 7 anni, sbagliando completamente su tutto. Si ricordi, Rush e compagni negarono ferocemente che ci fosse una bolla immobiliare – che era tutta una invenzione dei media progressisti. Poi negarono che ci fosse una recessione. Poi affermarono ripetutamente che una politica monetaria e della spesa pubblica espansiva avrebbe portato alle stelle l’inflazione ed i tassi di interesse. Ragazzi, avreste potuto diventar ricchi solo prendendo i loro incondizionati consigli in materia di investimenti e facendo l’opposto.

Perché dunque c’è qualcuno che presta tale ascolto a fonti del genere? La risposta, sicuramente, è un senso di appartenenza – principalmente, direi, basato su rabbia e repulsione. Rush ha in odio gli altezzosi professori che presumono di sapere qualcosa di economia, o di clima, o di qualunque cosa, i parassiti che vivono di contributi pubblici  (ad eccezione, naturalmente, dei conservatori che ricevono assistenza da Medicare o dalla Previdenza Sociale), e, soprattutto, ha in odio Quella Gente. Ehi, è proprio l’individuo che fa al caso loro! E il fatto che abbia sempre torto non viene stimato in alcun modo.

Non arriva mai la resa dei conti? Non è chiaro. E’ vero che gli indici di ascolto per persone come Sean Hannity [4],  che aveva previsto una vittoria a mani basse di Romney, sono precipitati subito dopo le elezioni. Ma la mia impressione è che torneranno come prima quando lo shock svanirà. E’ certo che la Fox non crede che la totale mancanza di credibilità sia importante: ha appena rinnovato il contratto di Karl Rove.

Non ho alcuna risposta per questo fenomeno.  Non penso che gioverebbe enfatizzare le mie caratteristiche di persona normale; l’appartenenza agisce molto più profondamente e malignamente di un semplice manierismo. Tutto quello che posso fare è osservare cosa continua ad accadere.



[1] Traduco con “reato di appartenenza” (non credo esista qualcosa di equivalente nel codice civile o penale italiano) uno specifico reato previsto negli Stati Uniti a carico di coloro che tentano raggiri di varie persone sfruttando la loro comune appartenenza a gruppi etnici, religiosi, assistenziali, ideali etc. Nello scandalo Madoff, come si ricorderà, una parte dei truffati erano individui – anche bene in vista – che si erano fidati del finanziere per avventurarsi in speculazioni che avrebbero dovuto produrre effetti benefici in attività di beneficienza di varia natura.

[2] Si riferisce all’articolo “Il deficit che si assottiglia”, pubblicato sul New York Times del 17 gennaio.

[3] Rush Limbaugh.

[4] Sean Hannity (New York City, 30 dicembre 1961) è un conduttore radiofonico, conduttore televisivo, autore e commentatore politico conservatore statunitense.

Ricattatori contro imbroglioni (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 9:59 am

Extortionists Versus Con Men

It’s looking increasingly as if House Republicans won’t crash the world economy by refusing to raise the debt ceiling, at least not right now. Score a big one for the White House (provisionally); its bet that it wouldn’t need a way to bypass the ceiling is looking like a winner (although it ain’t over until the tanned guy cries).

It’s important, however, to be clear about what’s going on here, and in particular about the nature of the debate within the GOP. Some commentary depicts it as a debate between radicals and moderates; but it’s actually a debate between extortionists and con men.

Here’s what I mean. Essentially the entire GOP is committed to radical policy goals that are also deeply unpopular. All but 10 House Republicans voted for the Ryan plan, which would privatize and defund Medicare, impose savage cuts on Medicaid, and cut taxes on the wealthy and corporations. There was effectively no dissent from the notion that we need to dismantle the welfare state in order to make room for low taxes at the top.

But the public favors higher taxes on the affluent, and strongly supports all the major social insurance programs. So the divide within the GOP is about how to get past this awkward political reality.

One faction basically wants to use the party’s power of obstruction: threaten to provoke a crisis over the debt ceiling — in fact, do this again and again — and thereby force Obama to implement the GOP agenda.

The other faction wants to achieve the same goals by stealth. Pretend that what you’re really concerned about is debt and the fate of our children; cultivate the Very Serious People and the deficit scolds; impersonate a budget wonk; and smuggle the agenda in by dressing it in fiscal responsibility camouflage.

So it is, as I said, the extortionists versus the con men: same goals, different tactics.

Unfortunately for the Republicans — and fortunately for the rest of us — neither approach seems to be working (although a combination of stealth and extortion came alarmingly close to getting Obama to raise the Medicare age in 2011 and reduce Social Security benefits just a few weeks ago). But there is no hint at this point that anyone in the party is willing to consider the possibility of not demanding policies the public hates.

 

Ricattatori contro imbroglioni

 

Sembra sempre di più che I Repubblicani della Camera non vogliano distruggere l’economia mondiale con il rifiuto di innalzare il tetto del debito, almeno non in questo momento. Per quello che si può prevedere, sta andando alla grande alla Casa Bianca; la sua scommessa che non ci sarebbe stato bisogno di un modo per bypassare il tetto sembra vincente (sebbene non sia finita, finché il Tizio ‘abbronzato’ si lamenta [1]).

In questo caso è tuttavia importante essere chiari su quello che sta accadendo, in particolare sulla natura del dibattito all’interno del Partito Repubblicano. Alcuni commenti lo descrivono come un dibattito tra radicali e moderati; ma effettivamente è un dibattito tra ricattatori e imbroglioni.

Ecco cosa intendo. Nella sostanza, l’intero Partito Repubblicano è impegnato  su obbiettivi politici estremisti che sono anche profondamente antipopolari. Tutti i Repubblicani alla Camera, ad eccezione di dieci, hanno approvato il piano Ryan, che privatizzerebbe e toglierebbe finanziamenti a Medicare, imporrebbe tagli selvaggi a Medicaid, e taglierebbe le tasse sui più ricchi e sulle imprese. Non c’è effettivamente nessuno che dissenta dall’idea secondo la quale abbiamo bisogno di smantellare lo Stato assistenziale allo scopo di far posto a tasse inferiori sui ricchi.

Ma l’opinione pubblica è a favore di tasse più elevate sui benestanti, e di forti sostegni a tutti i principali programmi della sicurezza sociale. Cosicché la divisione all’interno del Partito Repubblicano è su come oltrepassare questa imbarazzante realtà politica.

Una fazione fondamentalmente vuole utilizzare il potere di ostruzionismo del Partito; minacciare di provocare la crisi sopra il tetto del debito – in sostanza, farlo in continuazione – e di conseguenza costringere Obama a far sua l’agenda repubblicana.

L’altra fazione vuole ottenere gli stessi obbiettivi con discrezione. Fingere di essere davvero preoccupati sul debito e sul destino dei propri figli; coltivare le Persone Molto Serie e gli allarmisti del deficit; presentarsi come specialisti del Bilancio; e contrabbandare l’agenda camuffandola come responsabilità sulle finanze pubbliche.

Si tratta dunque di ricattatori contro imbroglioni: stessi obbiettivi, tattiche diverse.

Sfortunatamente per i Repubblicani – e fortunatamente per tutti noi – nessuno di questi approcci sembra funzionare (sebbene una combinazione di cautela e di ricatto era arrivata pericolosamente vicina a far elevare ad Obama nel 2011  l’età di ammissione a Medicare e, solo poche settimane fa, a ridurre le indennità di pensionamento). Ma non c’è alcun cenno sinora che a qualcuno nel Partito sia venuta voglia di esaminare la possibilità di non chiedere le politiche che sono invise all’opinione pubblica.



[1] i pare chiaro che  il “tanned guy” è Obama stesso, non solo perchè è “abbronzato”, ma perchè, secondo Krugman, finché resterà ansioso non consentirà di prevedere con certezza un esito felice di tutta la faccenda del “tetto del debito” ?

Shinzo e gli elicotteri (abbastanza per espertI) (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 9:28 am

Shinzo and the Helicopters (Somewhat Wonkish)

Shinzo Abe’s turn toward expansionary policies has, rather oddly, drawn fire from economists you might have expected to be supportive. Adam Posen — who taught me most of what I know about Japan — is against the fiscal stimulus, and wants a sole focus on monetary expansion to end deflation. Richard Koo likes the stimulus but wants to forget about the whole deflation thing.

And I’m a bit puzzled. I have no stake in Abe’s success politically, and no sense of whether he knows what he’s doing. But the case for a coordinated fiscal-monetary push seems overwhelming given the intellectual framework all of us, I think, more or less share.

 

Start with whether deflation is a problem. The answer, surely, is yes. Expected deflation keeps short-term interest rates stuck hard against the zero lower bound, and puts a somewhat higher floor under long-term rates (they can’t go all the way to zero, because they price in the possibility that short rates may eventually rise but can’t fall). As a result, real interest rates are higher than they would be if the economy had, say, 2 percent inflation.

 

 

And those relatively high real rates do considerable damage. Even if you’re a total Kooian and don’t believe that real rates have any effect on domestic spending — which isn’t plausible — they clearly lead to an overvalued yen, and hence to reduced Japanese competitiveness.

Furthermore, a bit of inflation would help erode debt, both public and private (no, it wouldn’t just be reflected in higher interest rates; remember the zero lower bound). This would both alleviate the balance-sheet issues in the private sector and reduce concerns over the fiscal outlook.

So there is a clear case for breaking out of the deflation trap and moving to modest positive inflation. The question then is how to get there.

 

 

As far as I can tell, Posen is going with the notion that unconventional monetary policy, by working both on asset demand and on expectations, can do the job. Maybe, but most of us have taken the limited payoff to quantitative easing as a cautionary tale. There’s a lot to say for the notion of using temporary fiscal stimulus to push the output gap down, ideally even causing some economic overheating, to jump-start the transition to an inflationary regime.

 

And beyond that, the credibility of a higher inflation target in the face of the deflationary bias of central bankers may well be best established by (a) reducing the central bank’s autonomy and (b) getting the central bank in the business of supporting — indeed, monetizing — government deficits, at least for a while. Gauti Eggertsson made this point long ago (pdf), pointing to Japan’s successful polices in the first half of the 30s as a clear example. Indeed, Gauti argued that having a large government debt can be a real advantage in such circumstances: efforts to raise expected inflation gain extra credibility if the government would clearly benefit in fiscal terms, and the central bank is sufficiently subordinated to elected officials that investors believe that it will take these fiscal benefits into account.

 

Recently Paul McCulley and Zoltan Pozsar (pdf) have broadened this point, arguing that Minsky-like cycles of leveraging and deleveraging mean that there are times when a central bank that is obliged to support fiscal expansion through “helicopter money” is exactly what the economy doctor ordered. And this is one of those times.

So there seems to me to be a strong case that Abe is on the right track. Yes, the stimulus may not be efficiently spent — but we’re very much in bottles of cash/space aliens territory here, where even useless spending can serve a useful role. My biggest concern is actually that the stimulus plan may not include enough shovel-ready stuff to deliver a significant short-term boost. But here again, the news that the BoJ is bowing to the elected government may be the most important thing.

 

Way back in the early stages of this crisis I argued that we’d entered a looking-glass realm in which virtue was vice and prudence was folly. We’re still in that realm — and Japan, of all places, seems to be the first major government to figure that out.

 

Shinzo e gli elicotteri (abbastanza per esperti)

 

La svolta di Shinzo Abe verso politiche espansive ha, piuttosto curiosamente, provocato l’ira di economisti che ci si sarebbe aspettati la sostenessero. Adam Posen – che mi ha insegnato gran parte di quello che so sul Giappone – è contro lo stimolo della spesa pubblica, e vuole che ci si concentri soltanto sulla espansione monetaria per porre termine alla deflazione. Richard Koo è favorevole allo stimolo ma vuole lasciar perdere l’intera questione della deflazione.

Ed io sono un po’ perplesso. Politicamente, non ho alcun interesse al successo di Abe e non ho alcuna percezione che egli sappia quello che sta facendo. Ma la tesi di una spinta sia monetaria che di spesa pubblica sembra una piena concessione  allo schema teorico che, penso, sia quello che più o meno tutti noi condividiamo.

Cominciamo dal punto se la deflazione sia un problema. La risposta è che sicuramente lo è. Le aspettative di deflazione tengono i tassi di interesse inchiodati al limite inferiore dello zero [1] e in qualche modo innalzano il livello che sostiene i tassi a lungo termine (questi ultimi  non possono in alcun modo scendere sotto lo zero, perché si apprezzano per effetto della possibilità che i tassi a breve possano alla fine crescere, pur non potendo scendere). Come risultato, i tassi di interesse reali sono più alti di quanto sarebbero se l’economia avesse, diciamo, una inflazione al due per cento.

E quei tassi di interesse relativamente elevati provocano una danno considerevole. Persino se sposate interamente le tesi di Koo e non credete che i tassi reali abbiano alcun effetto sulla spesa interna – il che non è plausibile – essi chiaramente portano ad una sopravvalutazione dello yen, e di conseguenza ad una competitività ridotta del Giappone.

Inoltre, un po’ di inflazione aiuterebbe ad erodere il debito, sia pubblico che privato (e non sarebbe affatto riflessa in tassi di interesse più elevati; si ricordi il limite inferiore di zero). Questo renderebbe più lievi  i problemi delle contabilità nel settore privato ed anche ridurrebbe le preoccupazioni sulla prospettive della finanza pubblica.

C’è dunque un chiaro argomento a favore di un venir fuori dalla trappola della deflazione e di spostarsi verso una positiva modesta inflazione. La domanda allora è come ottenere quel risultato.

Per quello che posso comprendere, Posen si indirizza verso l’idea che una politica monetaria non convenzionale, operando sia sulla domanda di assets che sulle aspettative, possa ottenere lo scopo. Può darsi, ma la maggior parte di noi ha appreso alla stregua di una lezione di cautela i vantaggi limitati della ‘facilitazione quantitativa’ [2]. Ci sono molti argomenti a favore del concetto dell’utilizzo di una stimolo temporaneo della spesa pubblica [3], teoricamente anche quando provoca un qualche surriscaldamento dell’economia, per dare un colpo d’avvio ad un passaggio ad un regime inflazionistico.

E, oltre a ciò, la credibilità di un obbiettivo di maggiore inflazione a fronte delle tendenze deflazionistiche dei banchieri centrali può ben essere perseguita nel migliore dei modi: a) riducendo l’autonomia delle banche centrali e b) affidando alle banche centrali il compito di sostenere – in effetti, di monetizzare – i deficit dei governi, almeno per un periodo. Gauti Eggertsson indicò molto tempo fa questo aspetto (disponibile in pdf), segnalando le politiche di successo del Giappone nei primi anni ’30 come un chiaro esempio. In effetti, Gauti sostenne che avere un grande debito statale, in tali circostanze può costituire un reale vantaggio: gli sforzi per elevare l’inflazione attesa guadagnano una credibilità aggiuntiva se il Governo ne potrà derivare un evidente beneficio in termini di finanza pubblica, e la Banca Centrale è sufficientemente subordinata ai legislatori eletti, perché gli investitori credano che essa metterà nel conto questi vantaggi della finanza pubblica.

Recentemente Paul McCulley e Zoltan Pozsar (disponibile in pdf) hanno ampliato questo punto, sostenendo che i cicli dell’aumento e della caduta dei rapporti di indebitamento alla Minsky [4] significano che ci sono tempi nei quali una banca centrale è costretta a sostenere l’espansione della domanda pubblica attraverso “denaro dall’elicottero” [5], e che questa è esattamente la ricetta più consigliabile. E questo è uno di quei momenti.

Mi sembra dunque esserci un forte argomento secondo il quale Abe sarebbe sulla strada giusta. E’ vero, lo stimolo può non essere speso in modo efficace, ma a questo proposito siamo davvero nel campo delle bottiglie di contante o degli extraterrestri nello spazio [6], dove persino una spesa pubblica inutile può servire ad uno scopo utile. La mia preoccupazione più grande, in questo momento, è che il programma di sostegno possa non comprendere sufficienti oggetti di immediata cantierazione, in modo da dare una spinta significativa nel breve termine. Ma anche qua, la notizia che la Banca del Giappone si sta inchinando al (neo)governo eletto può essere la cosa più importante.

Tornando indietro ai primi passi di questa crisi, avevo sostenuto che saremmo entrati in un regno di specchi deformanti, nel quale la virtù è vizio e la prudenza follia. Siamo ancora in quel regno – e il Giappone, tra tutti i posti, sembra essere il primo importante Governo che lo capisce.



[1] Per il concetto di ‘limite inferiore di zero’, vedi le Note sulla traduzione.

[2] Per “quantitative easing” vedi le Note finali sulla traduzione.’

[3] Per  il termine ‘fiscal’ si legga la nota finale sulla traduzione. “Fiscal” normalmente non è traducibile in italiano con “fiscale” – anche se impropriamente si tende a farlo sempre più di frequente. In inglese “fiscal” è un aggettivo che indica il complesso dei fattori attinenti alla finanza pubblica, ovvero non solo quelli connessi con il “fisco” e con le entrate, ma anche quelli connessi con la spesa pubblica. Il punto è che in inglese il termine “fisco” – sostantivo – si traduce solo con “tax”; di contro il nostro “fisco” definisce normalmente tutto ciò che è soltanto connesso con le tasse. Di conseguenza è arduo in italiano usare il termine “fiscale” (a parte i suoi significati più astratti …) per riferirsi anche alla spesa pubblica. Per questa ragione, quando nel testo – come in questo caso – si intende chiaramente riferirsi a misure pubbliche di sostegno all’economia, mi pare più ragionevole tradurre “fiscal policy” con “politica della spesa pubblica”.  In altri casi traduco anche con “politica della finanza pubblica”; ma si deve considerare che in lingua inglese è frequente – come in questo articolo – esporre distintamente, o anche contrapporre, la “monetary policy” e la “fiscal policy”, quando si parla di politiche per favorire l’espansione economica. La prima, la politica monetaria, è quella che agisce esclusivamente e direttamente sulla quantità di moneta in circolazione (prerogativa delle Banche Centrali); la seconda agisce invece sulla spesa pubblica dei governi. Tradurre, dunque, “fiscal policy” con “politica della finanza pubblica” può essere spesso improprio, perché nel significato italiano anche la politica monetaria è politica della finanza pubblica.

[4] Minsky è stato un importante economista americano, deceduto nel 1996, che ha studiato i processi di finanziarizzazione dell’economia, della creazione di bolle speculative e delle successive crisi, come fenomeni caratteristici delle società capitalistiche, alla luce di una lettura keynesiana del funzionamento dei meccanismi economici. Probabilmente è la figura principale di macroeconomista keynesiano degli ultimi decenni, ampiamente sottovalutato, sino almeno alla crisi finanziaria del 2008. Un economista italiano che si sottolineò la sua importanza fu Silvano Andriani, nel suo importante (e preveggente) “L’ascesa della finanza”, del 2006. Krugman stesso ha varie volte scritto di questa sottovalutazione, in un certo senso anche sua. Il tema, assai rilevante anche politicamente, è venuto in forte evidenza nel marzo del 2012, in occasione di un convegno a Berlino di economisti “minskyani”. Si può semplicemente notare come la rilevanza politica di quella discussione, in ultima analisi, finisca col vertere sul ruolo delle banche nel funzionamento delle economie moderne, che, come è noto, è anche una questione politica che ha finito con l’essere rilevante anche negli orientamenti di una parte della opinione pubblica di sinistra (si pensi allo stesso movimento “Occupy Wall Street”, con il quale Krugman ha comunque espresso a suo tempo un forte sentimento di condivisione, sia pure con qualche cautela). In occasione del Convegno di Berlino uno dei principali esponenti di questo neo-minskysmo, Steve Keen, polemizzò abbastanza aspramente con Krugman, provocando alcuni suoi interventi (“Minsky e la metodologia”, post del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario”, post sempre del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario. Continuazione”, post del 30 marzo 2012). In questa polemica intervennero anche altri esponenti ‘minskyani’ come Randall Wray, Steve Roth, Nick Rowe e Scott Fullwiler.

giu 24 a

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] Alcuni economisti, compreso Milton Friedman, talora hanno usato la metafora del “denaro dall’elicottero”. L’autorità monetaria caricherebbe  valuta appena stampata su elicotteri, per poi mettersi a volare in giro ed a gettarla di sotto. La gente afferrerebbe  il denaro o magari lo ammucchierebbe col rastrello; in sostanza, la gente spenderebbe poi il denaro, in modo tale che un incremento della quantità di denaro scaricata dagli elicotteri provocherebbe una spesa aggiuntiva. Se ci fossero problemi di inadeguata domanda, gli ‘elicotteri’ potrebbero porvi rimedio. Quello che è implicito nella storiella degli elicotteri è che la moneta legale funziona come la moneta aurea; la differenza è che non si devono sostenere alti costi di estrazione ma solo stamparla. Nello stesso modo in cui i cercatori d’oro vendono o spendono il loro prodotto senza  alcun pensiero sugli effetti di tutto ciò sul potere di acquisto dell’oro, il Governo può spendere moneta stampata senza preoccuparsi dei livello dei prezzi. L’economia deciderà se la moneta scesa dagli elicotteri favorirà l’espansione o provocherà l’inflazione.

 

[6] La traduzione è assai azzardata, ma provo a giustificarla. Le “bottiglie di contante” che potrebbero essere sotterrate sottoterra, se ben ricordo, sono un esempio avanzato da Keynes nella Teoria Generale, esattamente a proposito della equivalenza di soluzioni monetariste paradossali e di convenzionale monetarismo aureo. Gli alieni sono invece una invenzione altrettanto paradossale di Krugman, che talvolta si è spinto ad ipotizzare lo scherzo dei possibili effetti espansivi di una inventata guerra spaziale agli effetti di un potenziamento della domanda aggregata. Il significato sarebbe che siamo in un campo nel quale un ampliamento della spesa pubblica produrrebbe effetti anche a prescindere dalla efficacia di tale spesa, come del resto chiarito dalla frase successiva.

Sulla non equivalenza tra ‘gas serra’ e spesa pubblica sui programmi di assistenza (17 gennaio 2013)

gennaio 17, 2013

 

January 17, 2013, 7:21 am

On the Non-equivalence of Greenhouse Gases and Entitlement Spending

One fairly common trope in budget discussions – I’m pretty sure I’ve done it myself, somewhere along the line – is to compare attitudes toward fiscal issues and those toward environmental issues. The usual version, which I must have used, is to compare attitudes toward the long run: pointing out how strange it is that many people profess to be deeply concerned about the state of the Social Security trust fund in the year 2037, while being apparently indifferent to the state of the climate around the same time, which is all too likely to involve things like a permanent drought in the southwest and so on.

 

But can you make the analogy work in reverse, and say that liberals concerned about the future of the environment should be equally concerned about the long-run budget outlook? Tom Friedman recently made that argument, so it’s worth pointing out, respectfully, why I disagree. And I think that explaining what’s wrong here helps make the broader point that we are spending far too much time worrying about long-term budget projections.

 

So, let’s start with climate change. Serious people are and should be deeply worried, indeed horrified, by the lack of action on greenhouse gases. But why? Why not just assume that when climate change becomes undeniable, we’ll do whatever is necessary?

 

The answer, first and foremost, is that each year we fail to act has more or less irreversible physical consequences. We’re pumping around 35 billion tons of carbon dioxide into the atmosphere annually; this stuff will stick around for a very long time, and its consequences for warming and sea level rise will last even longer. So each year that we fail to act has a direct physical impact on the future.

There’s also an investment aspect: each year that we fail to get the incentives right, people commit limited resources to the wrong technologies, especially coal-fired power plants instead of wind, solar, conservation, whatever. Again, these choices have a physical impact on the world of the future.

 

 

Now ask, what in the debate about “entitlements” corresponds at all to this kind of impact? Nothing physical, clearly. You could argue that it would have helped to prepay some of our future costs by paying down debt and indeed having the government acquire assets while the demography was favorable – not because this would have directly increased future resources (debt is money we owe to ourselves) but because it would have reduced the need for higher taxes, and hence the distortionary effect of those taxes. And this argument was, indeed, the reason people like me wanted to protect the Social Security lockbox way back when.

 

But we didn’t; Bush squandered the surplus on tax cuts and unfunded wars (and was, with notably rare exceptions, cheered on by the very people now lecturing us solemnly on the need to cut entitlements). Now the baby boomers are retiring fast, and as far as I can tell none of the deficit scolds are pushing for a big effort to pay debt down over the course of the next few years.

Instead, they’re pushing for things like a gradual rise in the retirement age and a change in the formulas used to compute benefits – things that will cut future rather than present outlays. Or to put it differently, they aren’t really trying to cut debt; they’re simply trying to lock us in now to the spending cuts they think we’ll eventually have to make anyway. And they never, as far as I can tell, really ask why it’s important to do this now.

 

But think about it; use Social Security as the example, although much the same argument applies to other programs. It seems probable if not certain that we will eventually either have to cut SS benefits (relative to current law) or raise additional revenue. So the threat, if you like, is that future benefits will fall short of what people now expect. To avert this threat, the usual suspects insist that we must gradually reduce the program’s generosity. That is, in order to guard against cuts in future benefits we must … cut future benefits. Huh?

 

OK, there are some arguments you could make; maybe the adjustment would be smoother, with less of a “cliff” when the trust fund runs out, if we set benefits on a downward glide path. But that’s a second-order issue, literally: we aren’t talking about preserving the overall level of benefits, we’re just talking about reducing its variance around a smooth trend. And given how uncertain we are about what the world will look like in 25 years, preemptively cutting right now could mean a gratuitous sacrifice of future benefits that may eventually turn out to have been affordable after all.

The point is that there’s a pretty good case for letting the future of entitlements take care of itself. It’s not a slam-dunk case, but the case for urgency right now is quite weak, and nothing at all like the case that we need to stop pouring all that CO2 into the atmosphere as soon as possible.

Now, you might ask whether it’s really possible that the whole Serious consensus about the budget is based on such weak logical underpinnings. Don’t the great and the good think things through before getting all committed to their views?

Hey, who said I don’t have a sense of humor?

 

Sulla non equivalenza tra ‘gas  serra’ e spesa pubblica sui programmi di assistenza

 

Un luogo comune abbastanza frequente nei dibattiti sul bilancio – sono quasi certo di averlo fatto io stesso di recente da qualche parte – è quello di confrontare gli atteggiamenti verso i temi della finanza pubblica e quelli verso i temi ambientali. La versione più comune è quella di confrontare gli atteggiamenti verso il lungo periodo: sottolineando quanto sia strano che le stesse persone affermino di essere profondamente preoccupate sulla situazione dei fondi fiduciari della Previdenza Sociale all’anno 2037, mentre sembrano abbastanza indifferenti alle condizioni del clima alla stessa data, la qual cosa del tutto probabilmente riguarda anche aspetti come una permanente siccità nel sudest e così via.

Ma si può far operare tale analogia anche all’opposto, e dire che i progressisti preoccupati per il futuro dell’ambiente dovrebbero allo stesso modo essere preoccupati sulle prospettive di lungo periodo del bilancio? Tom Friedman [1]ha di recente avanzato quell’argomento, cosicché merita che io indichi, rispettosamente, perché non sono d’accordo. E penso che spiegare cosa ci sia di sbagliato in questo abbia a che fare con la questione più generale del troppo tempo che stiamo spendendo nel preoccuparci delle previsioni sul lungo periodo del bilancio.

Cominciamo dunque col cambiamento climatico. Le persone serie sono, e giustamente, profondamente preoccupate, meglio ancora terrorizzate, dalla mancanza di iniziativa sul ‘gas serra’. Ma perché? Perché non considerare che quando il cambiamento climatico diverrà innegabile, faremmo tutto quello che sarà necessario?

La risposta, prima di tutto, è che ogni anno di inazione ha conseguenze materiali più o meno irreversibili. Noi stiamo riversando nell’atmosfera all’incirca 35 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno; questa roba resterà in sospensione per un tempo molto lungo e le sue conseguenze sul riscaldamento e sull’aumento dei livelli  del mare dureranno anche più a lungo. In tal modo ogni anno di non azione avrà un impatto materiale diretto sul futuro.

C’è anche un aspetto che riguarda gli investimenti: per ogni anno nel quale non utilizziamo correttamente gli incentivi, le persone impegnano risorse limitate nelle tecnologie sbagliate, specialmente gli impianti di produzione elettrica alimentati a carbone, anziché con l’eolico, con il solare, con il risparmio energetico, in qualsiasi modo. Queste scelte hanno ancora un impatto materiale sul mondo futuro.

Chiediamoci adesso che cosa, nel dibattito sui programmi assistenziali, corrisponda a questo genere di impatto. Chiaramente, niente di materiale. Potreste sostenere che sarebbe stato di aiuto pagare in anticipo una parte dei nostri costi futuri rimborsando il debito e mettendo in Governo nelle condizioni di avvantaggiarsi nel momento in cui la demografia era favorevole – non perché questo avrebbe direttamente incrementato le risorse future (il debito è denaro che prestiamo a noi stessi), ma perché avrebbe ridotto il bisogno di tasse più elevate, e di conseguenza l’effetto di distorsione di tali tasse. E in effetti questo fu l’argomento per il quale persone come il sottoscritto volevano proteggere il forziere della Previdenza Sociale quando era il momento.

Ma non lo facemmo: Bush sprecò gli avanzi di amministrazione sugli sgravi fiscali e sulle guerre fuori bilancio [2] (e venne sostenuto, con eccezioni assai rare, dalla stessa gente che oggi pontifica solennemente sulla necessità di tagli ai programmi dell’assistenza). Oggi i ‘baby boomers’ [3] stanno andando velocemente in pensione, e per quello che posso capire nessuno degli allarmisti dei deficit sta spingendo per un grande sforzo per rimborsare il debito nel breve corso dei prossimi anni.

Invece, stanno spingendo per cose come un innalzamento graduale dell’età di pensionamento e per un cambiamento nelle formule di calcolo dei sussidi – cose che diminuiranno le spese nel futuro, ma non nel presente. Ovvero, per dirla diversamente, non stanno davvero cercando di tagliare il debito; stanno semplicemente cercando di fissare oggi quei tagli si spesa che credono alla fine dovremo realizzare in ogni modo. E, da quanto capisco, essi non si chiedono mai perché sia importante fare questo adesso.

Ma riflettiamoci; utilizziamo come esempio  la Previdenza Sociale, anche se lo stesso argomento si applica ad altri programmi. Sembra probabile se non certo che alla fine noi avremo o i tagli alla Previdenza Sociale (in relazione alle leggi attuali) o incrementi di entrate aggiuntive. Cosicché la minaccia, se così volete dire, è che i futuri sussidi saranno inferiori di quanto la gente si aspetti. Per evitare questa minaccia, i soliti noti insistono sul fatto che dovremmo gradualmente ridurre la generosità del programma. Cioè, al fine di stare in guardia contro tagli nei sussidi del futuro noi dobbiamo …. tagliare i sussidi del futuro. Ma guarda un po’!

E’ vero: si possono avanzare alcuni argomenti; forse la correzione potrebbe essere più morbida, con un minore ‘precipizio’ al momento in cui i fondi fiduciari andranno al termine, se poniamo i sussidi su un sentiero di graduale discesa. Ma questo, letteralmente, è un tema di secondo piano; stiamo semplicemente parlando di ridurre la sua variazione secondo una tendenza morbida. E data l’incertezza che abbiamo su come sarà il mondo tra 25 anni, anticipare i tagli sin d’ora potrebbe significare una sacrificio gratuito di sussidi futuri che alla fine si può scoprire sarebbero stati ben sostenibili.

Il punto è che si tratta di un esempio abbastanza buono per lasciare che il futuro dei programmi sociali si prenda cura di se stesso. Non è l’esempio di qualcosa da risolvere con un colpo solo [4], ma l’esempio di qualcosa la cui urgenza in questo momento è abbastanza modesta, e non è affatto un esempio comparabile con il bisogno che abbiamo di smettere di riversare il biossido di carbonio in atmosfera prima possibile.

Ora, potreste chiedervi se è davvero possibile che tutto il Serio consenso che esiste sul bilancio sia basato su supporto logici così deboli. Non riflettete sulle cose buone e importanti , prima di impegnarvi completamente a sostegno dei loro argomenti?

Ehi, chi diceva che non sono una persona di spirito?



[1] Si riferisce all’argomento utilizzato di recente da un altro famoso editorialista del New York Times – Tom Friedman – in un articolo dal titolo “Il mercato e Madre Natura” dell’8 gennaio scorso.

[2] Continuo a tradurre “unfunded war” in questo modo, perché suppongo che ci si riferisca alla famigerata clausola per la quale il “Comandante in capo” George W. Bush fece approvare la possibilità di spesa per la sicurezza nazionale fuori dalla copertura legale di bilancio. Ma non conosco i particolari tecnici di quella clausola.

[3] Ovvero, la generazione di americani nati successivamente alla II Guerra Mondiale, che fu definita un “baby boom” per tassi di natalità straordinariamente elevati. Naturalmente, quella ‘onda lunga’ di cittadini americani è successivamente transitata sulle statistiche e sulla economia reale in termini di occupazione, anche di prodotto nazionale e di consumi, e infine di costi previdenziali.

[4] “Slam-dunk” è una espressione usata sia nel significato specifico di una “schiacciata a canestro” (nel basket) sia per indicare metaforicamente una cosa molto facile, una “passeggiata” …

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene: qual è il problema? (17 gennaio 2013)

gennaio 17, 2013

 

January 17, 2013, 7:12 am

All Your Base Are Belong To Us: What Is the Question?

 

OK, we are indeed, as Steve Randy Waldman says, all dorks, and so are you if you are reading this. What’s more, we’re inarticulate dorks, or so it seems.

Here’s what I think is going on: somehow, Waldman and I are asking different questions. (Another summary of the discussion here.) I agree with him, mostly, on the question I think he’s asking; it’s not clear to me whether he agrees with me on the question(s) I’m asking.

 

My questions involve whether interest on excess reserves changes any of the fundamentals of monetary policy and its relationship to the budget. That is, does IOER change the fact that the Federal Reserve has great power over aggregate demand except when market interest rates are near zero, and the related fact that when we’re not in a liquidity trap there is an important distinction between debt-financed and money-financed deficits?

 

My answer to both questions is no. Fed policy might in future take the form of changes in the interest rate on excess reserves rather than open-market operations – sort of a mirror-image version of the historic role of the discount rate – but while this might change the operational look of policy, it won’t change the reality of Fed power. And there will continue to be a big difference between debt-financed and money-financed deficits, as long as we’re careful about what we mean by those terms. A federal deficit financed by borrowing from the Fed, which in turn induces a rise in excess reserves and thereby sterilizes any inflationary impact by raising the interest rate it pays, might look like a money-financed deficit to the unwary; but it’s really debt financed. On the other hand, if the government borrows from the Fed and the Fed does not raise IOER, the government will be printing money – literally – to cover the gap, expanding the quantity of currency. And this will be inflationary unless you’re in a liquidity trap.

 

So as I see it, IOER leaves the basics unchanged.

It may, however, change the operational details; textbooks that describe monetary policy in terms of the money multiplier will have to be rewritten. But that was already true: serious applied monetary economists pretty much stopped talking about monetary aggregates as a measure of policy years ago, and these days it’s almost all in terms of target interest rates.

My concern is that when saying that money and debt are the same thing, it’s way too easy to lose sight of the real distinctions between monetary and fiscal policy that remain.

 

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene: qual è il problema?

 

E’ vero, in effetti siamo, come dice Steve Randy Waldman, tutti imbranati, e siete imbranati anche voi se ci state leggendo. Quel che è peggio, siamo imbranati incapaci di esprimerci, o così sembra.

Ecco cosa penso stia accadendo: in qualche modo, Waldman ed il sottoscritto stanno ponendo domande diverse (nella connessione, un altro sunto del dibattito). Io in gran parte concordo con lui sulla domanda che suppongo egli stia ponendo; non mi è chiaro se lui concordi sulla domanda che sto avanzando io.

I miei interrogativi riguardano il punto se l’interesse sulle riserve cambi qualcosa dei fondamentali della politica monetaria e dei suoi rapporti con il bilancio. Ovvero, lo IOER [1] cambia davvero il fatto che la Federal Reserve ha un grande potere sulla domanda aggregata salvo quando il tassi di interesse monetari sono vicini allo zero, ed i fatto connesso per il quale quando non siamo in una trappola di liquidità c’è una differenza importante tra i deficit finanziati col debito e quelli finanziati con moneta?

La mia risposta ad entrambe le domande è no.  La politica della Fed potrebbe prendere in futuro la forma di cambiamenti sui tassi di interesse delle riserve in eccesso piuttosto che operazioni sul mercato aperto – una sorta di immagine speculare del ruolo storico del tasso di sconto [2] – ma mentre questo potrebbe cambiare l’aspetto operativo della sua politica, non cambierebbe la sostanza del potere della Fed. E continuerà ad esserci una grande differenza tra deficit finanziati col debito e deficit finanziati con la moneta, finché siamo scrupolosi su quello che intendiamo con questi due termini. Un deficit federale finanziato attraverso l’indebitamento della Fed, che a sua volta induce un incremento delle riserve in eccesso e di conseguenza sterilizza ogni impatto inflazionistico per l’incremento del tasso di interesse che essa paga, potrebbe assomigliare per uno sprovveduto ad un deficit finanziato con moneta; ma in realtà è un deficit finanziato con il debito. D’altra parte, se il Governo prende in prestito dalla Fed e la Fed non incremento il tasso di interesse sulle riserve in eccesso, in Governo precisamente stamperà moneta per coprire la differenza, espandendo la quantità di moneta in circolazione. La qualcosa avrà effetti inflazionistici, se non si è in una trappola di liquidità.

Dunque, per come la vedo io, il tasso di interesse sulle riserve in eccesso lascia le cose invariate.

Esso può, tuttavia, modificare i dettagli operativi: i libri di testo che descrivono la politica monetaria nei termini del moltiplicatore di moneta dovranno essere riscritti. Ma questo era già vero: gli economisti seri che si occupano di aspetti monetari avevano smesso anni orsono di parlare di aggregati monetari come misure della politica, e di questi tempi quasi tutto si esprime nei termini di obbiettivi di tassi di interesse.

La mia preoccupazione è che quando si dice che la moneta e il debito sono la stessa cosa, sia un modo troppo semplice per perdere di vista le vere differenze che restano tra politica monetaria e politica della finanza pubblica.



[1] Sta per Interest Rate on Excess Reserve, Tasso di Interesse sulle Riserve in eccesso.

[2] Per tasso di sconto si intende il tasso di interesse che una Banca Centrale applica agli Istituti di credito che danno in prestito le sue riserve.

Tutta la nostra base monetaria ci appartiene (ancora per esperti) (15 gennaio 2013)

gennaio 15, 2013

 

January 15, 2013, 9:10 am

All Your Base Are Belong To Us, Continued (Still Wonkish)

Steve Randy Waldman replies reasonably to my post about the currency domination of the monetary base. But I think we’re still having a failure to communicate.

What Waldman is now saying is that in the future the Fed will manage monetary policy by varying the interest rate it pays on reserves rather than the size of the conventionally measured monetary base. That’s possible, although I don’t quite see why. But in his original post he argued that under such a regime “Cash and (short-term) government debt will continue to be near-perfect substitutes”.

Well, no — not if by “cash” you mean, or at least include, currency — which is the great bulk of the monetary base in normal times.

But this could come across as word games. I think the way to get at the substance is to ask the question that set this discussion off: what happens if the US government issues a trillion-dollar coin to pay its bills?

Everyone sensible (a group containing nobody on the political right) agrees that right now it makes no difference: financing the government by selling T-bills with zero yield, and financing it by making a deposit at the Fed, which either adds to the monetary base or sells some of its zero-yield assets, has, um, zero implication for anything except some peoples’ blood pressure.

But what happens if and when the economy recovers, and market interest rates rise off the floor?

There are several possibilities:

1. The Treasury redeems the coin, which it does by borrowing a trillion dollars.

2. The coin stays at the Fed, but the Fed sterilizes any impact on the economy, either by (a) selling off assets or (b) raising the interest rate it pays on bank reserves

3. The Fed simply expands the monetary base to match the value of the coin, an expansion that mainly ends up in the form of currency, without taking offsetting measures to sterilize the effect.

What Waldman is saying is that he believes that the actual outcome would be 2(b). And I think he’s implying that there’s really no difference between 2(b) and 3.

But that’s not right either in economic or in fiscal terms. Option 3 would be inflationary; on the other hand, it would not lead to any increase in government debt. Option 2(b) would not be inflationary — but it would affect the federal budget. Why? Because the Fed’s additional interest payments would reduce the amount it can remit to the Treasury.

In fact, the effects of option 2(b) would be identical, both for the economy and for the federal government’s cash flow, to option 1. Either way, the budget deficit would be enlarged by the payment of interest on $1 trillion of borrowing. In that sense, the Treasury will have redeemed the coin, for practical purposes, even if it never redeems the coin.

The bottom line, as I see it, is that the Fed’s new policy of paying interest on reserves makes much less difference than some people think. Short-term debt and currency are still not at all the same thing, and this is what matters.

 

Tutta la nostra base monetaria ci appartiene (ancora per esperti)

 

Steve Randy Waldman replica con ragionevolezza a proposito del dominio della valuta corrente sulla base monetaria. Ma io penso che continuiamo ad avere un difetto di comunicazione.

Quello che Waldman sta ora dicendo è che nel futuro la Fed gestirà la politica monetaria modificando il tasso di interesse che paga sulle riserve piuttosto che la dimensione convenzionalmente calcolata della base monetaria. E’ possibile, sebbene io non veda in modo chiaro perché. Ma nel suo post originario egli sosteneva che sotto un regime del genere “Il contante e il debito governativo (a breve termine) continueranno ad essere sostituti quasi perfetti”.

Ebbene, no – no se per “contante” si intende, o almeno si include, la valuta – che in tempi normali è la parte più grande della base monetaria.

Ma questo potrebbe essere percepito come un gioco di parole. Penso che il modo di andare alla sostanza sia porsi la domanda che ha dato avvio a questo dibattito: cosa accade se il Governo degli Stati Uniti emette una moneta da un migliaio di miliardi di dollari per pagare i suoi conti?

Ogni persona sensata (gruppo che non contiene nessuno della destra) concorda che in questo momento questo non fa alcuna differenza: finanziare il Governo vendendo buoni del Tesoro con rendimenti zero, o finanziarlo aprendo un deposito presso la Fed, sia che essa lo aggiunga alla base monetaria sia che metta in vendita alcuni dei suoi assets con rendimenti zero, penso che avrebbe in ogni caso zero implicazioni, ad eccezione della pressione arteriosa di alcuni individui.

Ma cosa accade se è quando l’economia si riprenderà, e i tassi di interesse di mercato, che ora sono al tappeto, si rialzeranno?

Ci sono varie possibilità:

1 – Il Tesoro riscatta l’emissione della moneta (da mille miliardi di dollari),  cosa cha fa indebitandosi per pari cifra;

2- La moneta resta alla Fed, ma la Fed ne sterilizza ogni impatto sull’economia, sia (a) vendendo assets  che (b) alzando i tassi di interesse sulle riserve bancarie.

3 – La Fed semplicemente espande la base monetaria in modo da pareggiare il valore della moneta emessa, una espansione che principalmente finirebbe col prendere la forma di valuta, senza prendere misure riequilibratici per  sterilizzare l’effetto.

Quello che Waldman sta dicendo è che egli crede che il risultato effettivo sarebbe il 2b. Ed io penso che egli dia per implicito che non ci sia realmente alcuna differenza tra il 2b ed il 3.

Ma quello non è giusto sia in termini economici che di finanza pubblica. L’opzione 3 sarebbe inflazionistica; d’altra parte essa non aumenterebbe in alcun modo il debito governativo. L’opzione 2b non sarebbe inflazionistica – ma produrrebbe un effetto sul bilancio federale. Perché? Perché il pagamento di interessi aggiuntivi da parte della Fed ridurrebbe il finanziamento che essa potrebbe rimettere al Tesoro.

Di fatto, gli effetti della opzione 2b sarebbero identici, sia per l’economia che per i flussi di cassa del Governo federale, a quelli della opzione 1. In ogni modo il deficit di bilancio sarebbe ampliato del pagamento degli interessi su un prestito di mille miliardi di dollari. Da quel punto di vista, in pratica,  il Tesoro avrà  riscattato la moneta emessa, pur non riscattandola mai.

La morale della favola, per come la vedo io, è che la nuova politica della Fed del pagare gli interessi sulle riserve non fa tutta quella differenza che molte persone credono. Il debito a breve termine e la valuta corrente non sono ancora affatto la stessa cosa, e questo è quello che conta.

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene (per esperti) (14 gennaio 2013)

gennaio 14, 2013

 

January 14, 2013, 1:17 pm

All Our Base Are Belong To Us (Wonkish)

Well, almost all, at least in normal times.

Via Mark Thoma, I see that Steve Randy Waldman believes that the distinction between monetary base — the stuff only the central bank can create — and short-term debt in general has disappeared, not just for the moment, but permanently. It’s a point of view I hear fairly often, along with the view that in fact there never was a difference. But it’s a view based, I think, on a slip of the tongue.

What do I mean by that? That people saying these things — you can see it clearly in Waldman’s post — slide much too easily into identifying monetary base with bank reserves. And since bank reserves now pay interest, well, aren’t they just debt?

But bank reserves are just one component of the monetary base — and in normal times, a trivial component. Here (pdf) is a useful table:

giu 24 b

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Before the crisis, only about 5 percent of the monetary base consisted of bank reserves. The rest was basically currency.

This meant that the simple textbook description of how an open-market operation increases the money supply — a bank lends out 1-r of its new reserves (with r the reserve ratio), which return to the banking system, leading to another round of lending, and eventually the money supply rises by 1/r times the injection — is deeply misleading. What actually limits the growth in the money supply is the fact that a substantial part of each round of lending leaks out of the banking system, getting added to hoards of green paper bearing the faces of dead presidents.

And dead presidents, as you may have noticed, don’t pay interest.

Now, under current conditions that doesn’t matter; dead presidents don’t pay interest, but neither do T-bills, so short term debt and currency form an aggregate (a Hicksian composite commodity, for the serious nerds out there), whose composition doesn’t matter. But interest rates won’t always be zero, and at that point the size of the monetary base — dead presidents plus a sliver of bank reserves that can be converted into dead presidents at will — will matter again.

It’s true that the Fed could sterilize the impact of a rise in the monetary base by raising the interest rate it pays on reserves, thereby keeping that base from turning into currency. But that’s just another form of borrowing; it doesn’t change the result that under non-liquidity trap conditions, printing money and issuing debt are not, in fact, the same thing.

 

Tutta la nostra base (monetaria) ci appartiene (per esperti)

 

Quasi tutto bene, almeno in condizioni normali.

Attraverso Mark Thoma, mi accorgo che Steve Randy Waldman crede che la distinzione tra base monetaria – quello che solo la Banca Centrale può creare – e debito a breve termine sia fondamentalmente scomparsa, non solo in questo periodo, ma definitivamente. E’ un punto di vista che ho sentito abbastanza spesso, assieme al punto di vista secondo il quale di fatto non ci sarebbe mai stata differenza. Ma è un punto di vista, credo, basato su un lapsus.

Cosa intendo con ciò? Che le persone che affermano queste cose – lo si vede chiaramente nel post di Waldman –   scivolano troppo facilmente nella identificazione della base monetaria con le riserve bancarie. E dal momento che le riserve bancarie ora pagano un interesse, ebbene, non sono esse esattamente un debito?

Ma le riserve bancarie sono solo una componente della basa monetaria – e in tempi normali una componente trascurabile. Ecco (disponibile in pdf) una tabella utile:

giu 24 b

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima della crisi, soltanto circa il 5 per cento della base monetaria consisteva in riserve bancarie. Il resto era fondamentalmente valuta corrente.

Questo significava che la semplice descrizione di un libro di testo su come una operazione a mercato aperto accresce l’offerta di moneta – una banca dà un credito di 1-r delle sue nuove riserve (dove r e il tasso della riserva), che ritorna al sistema bancario portando ad un nuovo giro del credito, e alla fine l’offerta di moneta cresce 1/r volte la aggiunta – è profondamente fuorviante. Quello che effettivamente limita l’offerta di denaro è il fatto che una parte sostanziale di ogni giro del credito fuoriesce dal sistema bancario, andandosi ad aggiungere alle riserve di fogli verdi con sopra le facce dei Presidenti deceduti [1].

Ed i Presidenti morti, come forse avete notato, non pagano interessi.

Ora, nelle attuali condizioni questo non è importante; i Presidenti morti non pagano interessi, ma neppure i buoni del Tesoro, cosicché il debito a breve termine e la valuta corrente formano un aggregato (una hicksiana merce composta, per i seri cultori in circolazione), la cui composizione non è rilevante. Ma i tassi di interesse non saranno sempre a zero, ed a quel punto la dimensione della base monetaria – presidenti deceduti in aggiunta ad un pezzo di riserve bancarie che possono essere convertite in presidenti deceduti a volontà – riprenderanno ad avere importanza.

E’ vero che la Fed potrebbe sterilizzare l’impatto di una crescita della base monetaria aumentando il tasso di interesse che paga sulle riserve, di conseguenza impedendo a quella base di trasformarsi in valuta corrente. Ma quella sarebbe solo un’altra forma di indebitamento; essa non cambierebbe il risultato secondo il quale in condizioni di trappola di liquidità, stampare moneta ed emettere debito non sono, nei fatti, la stessa cosa.



[1] Ovvero, come è chiaro, dollari.

Note sulle statistiche del Giappone (noioso) (13 gennaio 2013)

gennaio 13, 2013

 

January 13, 2013, 11:28 am

Notes on Japanese Numbers (Boring)

 

A bit of a backup, utility post, for those trying to keep track of these things.

First, about Japanese employment performance. I’ve been getting some comments from people who look at the FRED numbers of the employment-population ratio, which look like this:

giu 24 c

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Catastrophe, right? Well, you want to read the fine print: the “working-age” population used here is everyone 16 and up — that is, it doesn’t correct for aging. If you use the ep ratio for Japanese aged 16-64, available from Eurostat, it looks like this:

giu 24 d

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kind of a different story.

 

 

Second, some people have been pointing out that the Japan breakeven, the implied inflation forecast from the spread between ordinary and inflation-linked bonds, behaved very erratically in 2008-2009, and they suggest that this casts doubt on the measure’s usefulness. But this isn’t a uniquely Japanese phenomenon: the same thing happened to the US breakeven. And we know why: in the immediate post-Lehman environments, anything that wasn’t hugely liquid, including indexed bonds, sold at a huge discount. There’s no reason to believe that recent breakevens are anything like that unreliable.

And we have good reason to believe that something important really has happened to Japanese expectations — namely, the sharp depreciation of the yen:

giu 24 e

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In a way, recent developments can be seen as a demonstration of a point I’ve tried to make about bond vigilantes: even if they show up, they won’t drive interest rates up, they’ll drive the dollar down, which is a good thing. In Japan’s case, you can think of what’s happening as a growing belief on the part of investors that Japan will end up inflating away part of its debt. This has led to a currency drop; it has *not* led to an interest rate spike:

giu 24 f

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anyway, that’s what you need to know.

 

Note sulle statistiche del Giappone (noioso)

 

Facciamo un passo indietro, un post che può esser utile, per coloro che cercano di tener traccia di queste cose.

In primo luogo, l’andamento dell’occupazione nel Giappone. Mi sono giunti alcuni commenti da parte di persone che leggono le statistiche FRED [1] sulla percentuale occupazione-popolazione, che somigliano a questa:

giu 24 c

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ una catastrofe, vero? Ebbene, bisogna leggere l’edizione buona: in questo caso la popolazione “in età di lavoro”  utilizzata sono tutti i sedicenni ed oltre – ovvero non si corregge il fattore dell’invecchiamento. Se si utilizza il rapporto occupazione/popolazione per i giapponesi tra i 16 ed i 64 anni, disponibile da Eurostat, appare in questo modo:

giu 24 d

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una storia di tutt’altro genere.

In secondo luogo, alcune persone hanno sottolineato che il breakeven del Giappone, la previsione implicita di inflazione che deriva dalla differenza tra i bonds ordinari e quelli indicizzati dall’inflazione, si è comportato in modo assai variabile nel 2008-2009, e suggeriscono che questo getta dubbi sull’utilità di quel dato. Ma questo non è unicamente un fenomeno giapponese: la stessa cosa è accaduta al breakeven statunitense. E sappiamo perché: nelle situazioni immediatamente successive alla vicenda Lehman, tutto quello che non era ampiamente liquido, compresi i bonds indicizzati, pagò un grande sconto. Non c’è ragione di credere che i recenti breakevens siano nello stesso modo inaffidabili.

E abbiamo una buona ragione per credere che qualcosa di importante sia realmente accaduto nelle aspettative del Giappone – precisamente, la brusca svalutazione dello yen:

giu 24 e

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In un certo senso, i recenti sviluppi possono essere considerati come la dimostrazione di un aspetto che avevo cercato di esporre a proposito dei ‘guardiani dei bonds’: anche se questi ultimi si manifestassero, non spingerebbero in alto i tassi di interesse, spingerebbero in basso il dollaro, che sarebbe una buona cosa. Nel caso del Giappone, quello che sta accadendo può essere considerato come la crescente convinzione di una parte degli investitori che il Giappone finirà per risolvere con l’inflazione una parte del suo debito. Questo ha portato ad una caduta della valuta; non ha portato ad un picco dei tassi di interesse:

giu 24 f

 

 

 

 

 

 

 

 

In ogni caso, quello è quanto vi serve conoscere.



[1] La sigla sta per: Federal Reserve Economic Data (elaborati dalla Fed di St. Louis) .

Da parte di George (13 gennaio 2013)

gennaio 13, 2013

 

January 13, 2013, 7:01 am

By George

Or, actually, *with* George. Yes, I’m Stephanopoulizing again. Off in a few minutes to do some web stuff for ABC, followed by This Week.

Meanwhile, I get calls. The White House insists that it is absolutely, positively not going to cave or indeed even negotiate over the debt ceiling — that it rejected the coin option as a gesture of strength, as a way to put the onus for avoiding default entirely on the GOP.

Truth or famous last words? I guess we’ll find out

 

Da parte di George

 

O, in effetti, “assieme” a George. Si, mi sto Stephanopoulizzando [1]di nuovo. Me ne vado tra pochi minuti per fare una roba sul web per ABC [2], seguita da “This Week” [3].

 

Nel frattempo ricevo telefonate. La Casa Bianca insiste di non avere assolutamente l’intenzione di cedere o anche solo di negoziare sul ‘tetto del debito’ – e di aver respinto l’opzione sulla ‘moneta (di platino)’ , come un modo per porre l’onere di evitare il default interamente sulle spalle del Partito Repubblicano.

La verità o le ultime parole famose? Penso che lo scopriremo.



[1]George Stephanoupolos è un noto giornalista e conduttore televisivo americano. Se capisco bene, sembrerebbe che il George sia lui e che abbia, in questo momento, un qualche ruolo  alla Casa Bianca. Ovvero che sia l’autore delle telefonate ‘tranquillizzanti’ … Oppure, George – come in effetti è – in quanto conduttore di “This week” – con le telefonate non c’entra nulla, ed esse vengono direttamente dalla Casa Bianca.

Il tutto sembra però un modo per dire che ci sono contatti quotidiani con la Casa Bianca …. Il che sarebbe in effetti significativo.

 

[2] Gruppo editoriale statunitense.

[3] Dovrebbe trattarsi di un programma televisivo.

Dunque cosa farà, signor Presidente? (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 4:29 pm

So What Will You Do, Mr. President?

If I’d spent the past five years living in a monastery or something, I would take the Treasury Department’s declaration that the coin option is out as a sign that there’s some other plan ready to go. Maybe 14th Amendment, maybe moral obligation coupons or some other form of scrip, something.

 

And maybe there is a plan.

But as we all know, the last debt ceiling confrontation crept up on the White House because Obama refused to believe that Republicans would actually threaten to provoke default. Is the WH being realistic this time, or does it still rely on the sanity of crazies?

 

The thing is, the coin option sounds silly, but it clearly obeys the letter of the law. As far as I can tell, none of the other options — other than outright surrender — has the same virtue. Failing to pay debt service would be a breach of contract. Paying contractors, and maybe Social Security recipients, in scrip would violate the law, which says that they should be paid — not given IOUs. Deciding that the president has the right to ignore the debt limit after all would avoid these legal breaches at the expense of another breach.

 

And default in any of these senses would risk a huge collapse of confidence.

So is there a plan, or will it just be another case of tough talk followed by a tail-between-the-legs retreat?

As I said, if we didn’t have some history here I might be confident that the administration knows what it’s doing. But we do have that history, and you have to fear the worst.

 

Dunque cosa farà, signor Presidente?

 

Se fossi vissuto in un monastero nei cinque anni passati, o in un luogo simile, avrei preso la dichiarazione del Dipartimento del Tesoro, secondo la quale la opzione della moneta (di platino) è esclusa, come il segno che esiste qualche altro piano pronto ad essere varato. Forse il 14° Emendamento [1], forse i coupons della obbligazione morale o qualche altra forma di titolo provvisorio, o altro ancora.

E forse un piano esiste.

Ma come tutti sappiamo, l’ultimo confronto sul tetto del debito colse di sorpresa la Casa Bianca perché Obama si rifiutava di credere che i Repubblicani avrebbero effettivamente minacciato di provocare il default. Questa volta sarà realistica la Casa Bianca, o si affiderà ancora all’integrità mentale dei pazzi?

Il punto è che l’opzione della moneta sembra sciocca, ma chiaramente rispetta la lettera della legge. Per quanto posso dire, nessuna delle altre opzioni – se non la resa completa – ha la stessa qualità. Non pagare il servizio del debito sarebbe una violazione dei contratti. Pagare gli appaltatori, e magari i destinatari della Previdenza Sociale, con titoli provvisori violerebbe la legge, che dice che essi dovrebbero essere pagati – e non liquidati con dei “pagherò”. Decidere che il Presidente ha diritto di ignorare il limite del debito, dopo tutto, eviterebbe queste violazioni di legge al costo di un’altra violazione.

E il default in ognuno di questi significati rischierebbe una vasto collasso di fiducia.

Dunque c’è un piano, oppure sarà proprio un altro caso di un ‘alzare la voce’ seguito da una ritirata con la coda tra le gambe?

Come ho detto, se al proposito non ci fosse qualche precedente io sarei fiducioso che la Amministrazione sa quello che fa. Ma abbiamo quei precedenti, e si deve temere il peggio.



[1] Nei post di Krugman su questo argomento (la famigerata ‘moneta di platino’) il 14° Emendamento compare di frequente come una possibile soluzione alternativa ad una crisi drammatica sul ‘tetto del debito’. Evidentemente tale ipotesi consisterebbe nella dichiarazione di incostituzionalità di un voto contrario sul ‘tetto del debito’ da parte della Camera, in quanto contrario al 14° Emendamento. Tuttavia, non è semplice comprendere la logica, giacché la materia del 14° Emendamento riguarda i diritti civili e il divieto per ogni Stato degli USA di “porr(e) in essere o dar(e) esecuzione a leggi che disconoscano i privilegi o le immunità di cui godono i cittadini degli Stati Uniti in quanto tali”. Mi sono però accorto che la Sezione IV del 14° Emendamento comincia con queste parole: “Non si potrà contestare la validità dei titoli del debito pubblico degli Stati Uniti, legalmente emessi …”. Probabilmente, dunque, il riferimento al 14° Emendamento dipende da ciò; sia pure in un contesto diverso, quell’Emendamento contiene un divieto che il voto contrario sul ‘tetto del debito’ finirebbe con l’infrangere, perché in pratica porterebbe all’effetto di mettere in dubbio la validità dei titoli del debito pubblico. E questo spiega anche perché la questione appare legalmente assai controversa ….

Il momento istruttivo del Giappone (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 2:44 pm

Japan’s Teachable Moment

Whatever else you can say about the new turn in Japanese policy, it’s offering a great demonstration of the peculiarities of zero-lower-bound economics. (JGBs meet the ZLB, OK!)

The key point here is that Japanese short-term rates are hard up against zero. Long-term rates aren’t, but they’re still constrained: the long rate is, to a first approximation, the average of expected future short rates; short rates can go up but not down; so the long rate is kept some ways above zero, no matter how bad the current economy, by this one-way option. Long rates are also, as part of this process, fairly sticky, responding only slightly to changes in economic fundamentals. (Serious econowonks may recognize the affinity with the old target zones literature).

As a result, Japanese long rates have dropped much less than rates in other advanced countries:

giu 24 g

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

And now that Japanese policy makers have, at least for now, managed to persuade markets that deflation will give rise to mild inflation, this has not been reflected at all in a rise in nominal interest rates; instead, it’s all a fall in real rates. In the figure below, from here, the orange line is the nominal rate on 10-year Japanese bonds; the green line the rate on inflation-indexed bonds; and the red line the implied forecast of inflation:

giu 24 h

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

It’s actually quite beautiful, if you have an economist’s warped aesthetic sense. And it’s also very good news for Japan.

 

Il momento istruttivo del Giappone

 

Qualsiasi altra cosa si possa dire della nuova svolta della politica giapponese, essa sta offrendo una grande dimostrazione delle peculiarità dell’economia del “limite inferiore di zero” (è così, JGB incontra ZLB! [1]).

Il punto chiave è che i tassi di interesse giapponesi a breve termine difficilmente  sono alle prese con lo zero. Non accade ai tassi a lungo termine, ma essi sono pure condizionati: il tasso a lungo termine, ad una prima approssimazione, è la media dei tassi futuri attesi; i tassi a breve possono salire ma non scendere (rispetto allo zero); così in qualche modo il tasso a lungo ha continuato sopra lo zero, a prescindere da quanto andasse male l’economia, per questa opzione a senso unico. I tassi a lungo sono anche, come parte di questo processo, discretamente rigidi, rispondono solo leggermente ai mutamenti nei fondamentali (i seri studiosi di economia possono riconoscere l’affinità con le vecchie ‘aree obbiettivo’ della letteratura).

Come risultato, i tassi a lungo termine del Giappone sono calati molto meno che in altri paesi avanzati [2]:

 

giu 24 g

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ed ora che gli operatori politici giapponesi hanno operato, almeno sinora, per convincere i mercati che la deflazione darà origine ad una lieve inflazione, questo non si è riflesso affatto in una crescita nei tassi di interesse nominali; semmai c’è stata proprio una caduta dei tassi reali. Nella figura sotto, che viene da qua (connessione), la linea arancione indica il tasso nominale sui bonds giapponesi decennali; la linea verde il tasso sui bonds indicizzati all’inflazione; e la linea rossa indica la previsione di inflazione:

giu 24 h

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In effetti è piuttosto bello; se possedete il senso estetico deformato di un economista. E sono anche buone notizie per il Giappone.



[1] Non so perché, ma sembra che nelle due sigle ci sia ironia. Esse stanno per i bonds del Governo del Giappone (JGB) ed il “limite inferiore dello zero” (ZLB). Per quest’ultimo concetto, vedi le note finali sulla traduzione.

[2] La Tabella indica con la linea rossa i tassi dei bonds decennali statunitensi, con la intrecciata linea verde i tassi dei bonds tedeschi, con la linea blu i tassi dei bonds del Giappone (questi ultimi, secondo il post, dovrebbero essere i tassi a lungo termine).

Nel frattempo l’iniziativa giapponese (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 9:01 am

Worthwhile Japanese Initiative

Shinzo Abe has taken Japan off in a surprisingly Keynesian direction. Noah Smith points out, again, that he’s probably doing it for disreputable reasons, mainly old-fashioned LDP pork-barrel (katsu barrel? tofu barrel?) politics. But this may not matter.

 

Noah also raises a different point: does Japan really need a big boost? He points to the low measured unemployment rate; after a couple of decades of watching Japanese unemployment numbers, I don’t think that tells us much. But there is a case to be made that Japan’s economy is in better shape than most people believe. Overall GDP growth since the crisis has been roughly comparable to the euro area, but with far worse demography:

giu 24 i

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In fact, given that Japan’s working-age population is actually shrinking, there’s a reasonable argument to the effect that Japan is closer to potential output than the US.

But if Japan is doing relatively well in cyclical terms, it’s still far from clear that macroeconomic caution is appropriate. After all, Japan has a much longer-term monetary issue: persistent deflation, which among other things has meant that Japanese real interest rates have been well above those in the United States even though nominal rates are low. (I wrote about that here.)

What Japan needs, then, is to boot itself out of its deflationary trap; and a situation where there isn’t too much economic slack is actually a very good time to do that.

And here’s an important point that has gone remarkably unreported, except on a few financial blogs: something dramatic does seem to be happening on the expected inflation front. Here’s the 5-year breakeven, the spread between indexed and non-indexed bonds:

giu 24 l

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The big move actually came before Abe took office, maybe reflecting the sense that the political environment had changed and that the Bank of Japan’s freedom to impose monetary orthodoxy was about to end. Whatever caused it, this is a remarkable change — it’s the kind of upward move in inflation expectations advocates of radical monetary policy in the US can only dream of. And coupled with a fiscal boost, it could mean that Japan’s long deflationary era is finally coming to an end.

So while I very much dislike what Abe stands for on cultural issues, and take very seriously Noah Smith’s warning that he may be basically about patronage politics, none of that matters on the macro front; it sure looks as if Japan is, for whatever reason, doing the kinds of things an economy still stuck in the Lesser Depression should be doing.

 

Nel frattempo l’iniziativa giapponese

 

Shinzo Abe ha fatto decollare il Giappone nella direzione di un sorprendente keynesismo. Noah Smith sottolinea, ancora una volta, che probabilmente lo sta facendo per ragioni poco raccomandabili, probabilmente la tradizionale locale politica clientelare del partito liberaldemocratico (in America viene detta della “botte di lardo” e in Giappone … botte di katsu? Botte di tofu?) Ma questo può non contare.

Noah solleva un argomento diverso: il Giappone ha davvero bisogno di una grande spinta? Egli indica i dati dei bassi tassi di disoccupazione; dopo un paio di decenni di osservazione dei dati giapponesi sulla disoccupazione, non credo che essi ci dicano molto. Ma c’è un esempio che può essere avanzato secondo il quale il Giappone sarebbe in una forma migliore di quanto la gente crede. La crescita generale del PIL dalla crisi è stata grosso modo comparabile con quella dell’area euro, ma con una demografia assai peggiore:

giu 24 i

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di fatto, considerato che la popolazione giapponese in età lavorativa si sta effettivamente riducendo, questo è un argomento ragionevole per sostenere che il Giappone sia più vicino alla sua produzione potenziale degli Stati Uniti.

Ma se il Giappone sta facendo relativamente bene in termini di ciclo, questo non significa che sia corretta la cautela in politica economica. Dopo tutto, il Giappone ha un bel po’ di problemi monetari di più lungo termine:  una persistente deflazione, la quale tra le altre cose significa che il tassi di interesse reali del Giappone sono stati ben superiori a quelli negli Stati Uniti, anche se i tassi nominali sono bassi (scrissi su questo in questa connessione [1]).

Quello di cui il Giappone ha bisogno, dunque, è di spingersi fuori dalla sua trappola deflazionistica; ed una situazione nella quale non ci sono margini economici [2] ampi è in effetto un buon periodo per farlo.

E c’è un aspetto importante che è stato del tutto trascurato nell’informazione, ad eccezione di pochi blogs finanziari: sembra che stia proprio accadendo qualcosa di spettacolare sul fronte delle aspettative di inflazione. Ecco il breakeven sui quinquennali, ovvero lo spread tra bonds indicizzati e non indicizzati [3]:

giu 24 l

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La grande svolta in effetti interviene dopo che Abe è entrato in carica, e forse riflette la sensazione che il contesto politico sia cambiato e che la libertà della Banca del Giappone di imporre l’ortodossia monetaria stia per finire. Qualsiasi cosa l’abbia provocato, questo è un cambiamento rilevante – è il genere di andamento verso l’alto delle aspettative inflazionistiche che i sostenitori di politiche monetarie radicali negli Stati Uniti si possono solo sognare. Ed aggiunto ad una spinta da parte della finanza pubblica, significherebbe che la lunga epoca deflazionistica del Giappone sta finalmente giungendo al termine.

Dunque, se non mi piace affatto quello che Abe sostiene sul temi culturali, e se prendo assai sul serio l’ammonimento di Noah Smith secondo il quale potrebbe trattarsi fondamentalmente di clientelismo politico, sul fronte macroeconomico tutto questo non ha importanza; sembra certo che, per qualsivoglia ragione, il Giappone stia facendo quel genere di cose che si dovrebbero fare in un’economia ancora bloccata nella Depressione Minore.



[1] La connessione è con un post del dicembre 2011, che si occupava del tema della forza dello yen nel cambio con l’euro. La deflazione del Giappone – sosteneva Krugman in quel post – comporta che essa spinge in basso i tassi di interesse. Ma i tassi di interesse a breve termine non possono scendere sotto lo zero, ed anche i tassi a lungo termine, per effetto della “option value” (letteralmente “valore di scelta/valore soggettivo” – che significa un riconoscimento che anche un privato può offrire  in un prezzo di qualcosa che preserva un bene di interesse generale, ancorché non ne farà un uso diretto, come ad esempio una risorsa naturale da preservare per il futuro) devono in qualche modo restare sopra lo zero. Dunque, concludeva Krugman, se il Giappone ha un tasso di inflazione che è di 2 punti inferiore agli altri paesi, e tassi di interesse a lungo termine solo di un punto più bassi, questo significa che i suoi tassi di interessi  sono in realtà più alti che altrove. E, naturalmente, la sopravvalutazione dello yen sull’euro non era, dal punto di vista del Giappone, una cosa positiva.

[2] “slack” significa “lasco, gioco”.

[3] Il fatto che si confrontino quelli indicizzati con quelli non indicizzati, come si comprende, fa del breakeven la misura più significativa in materia di inflazione attesa. Si noti che la tabella, indicando la aspettativa di inflazione, è relativa agli andamenti previsti nell’anno 2013.

Credibilità (12 gennaio 2013)

gennaio 12, 2013

 

January 12, 2013, 8:36 am

Credibility

Ah. Charles Plosser of the Philadelphia Fed is against the platinum coin, which he says “doesn’t solve any real problem” and would hurt our credibility.

Actually, it solves a very real problem: attempted extortion by the GOP. And on the credibility front, who better to lecture us on such matters than a man who has been predicting an inflationary explosion for five years?

This is a favorite theme of Brad DeLong’s, and rightly so. It’s not especially remarkable that the inflation hawks got it wrong: to err is human (and, as a T-shirt I saw on St. Croix said, to arrr is pirate). What is remarkable is the total absence of either self-reflection or accountability. When you get things this wrong, you’re supposed to ask yourself why, and whether your framework of analysis needs updating. And if you should happen to lack the capacity for self-reflection, there should be some external sanction too; people who get it wrong, keep getting it wrong, and show no sign of learning should pay a price in polite society.

But this doesn’t seem to happen to those who got everything wrong about the macroeconomics of a depressed economy; they remain respectable, and even get praised for their consistency. Of course, it’s not just macro: it remains true, for example, that for the most part you’re not considered serious about national security unless you were wrong about Iraq.

Anyway, what’s Plosser saying now, aside from dissing the platinum coin? Why, he’s warning that the Fed’s current efforts will cause inflation.

 

Credibilità

 

E così … Charles Plosser [1]della Fed di Filadelfia è contro la moneta di platino, che a quanto dice “non risolve alcun problema reale” e darebbe un colpo alla nostra credibilità.

In effetti essa risolve un problema assai reale: la tentata estorsione da parte del Partito Repubblicano. E sul fronte della credibilità, chi ci può far meglio lezione su faccende del genere che un individuo che ha continuato a prevedere una esplosione dell’inflazione per cinque anni?

Questo è il tema favorito di Brad DeLong, giustamente. Non è particolarmente considerevole che il falchi dell’inflazione abbiano avuto torto: errare è umano (e, come diceva una maglietta che ho visto a St. Croix, dar ragione è da pirati [2]). Quello che è rimarchevole è la totale assenza sia di auto-riflessione che di senso di responsabilità. Quando si sbaglia su cose del genere, si suppone che ci si chieda perché, e se il proprio schema analitico non richieda di essere aggiornato. E se dovesse accadere di difettare di senso critico, ci dovrebbe anche essere una qualche sanzione esterna; le persone che sbagliano, che continuano a sbagliare, e non mostrano alcun segno di imparare dovrebbero pagare un prezzo in una società ordinata.

Ma non è questo che sembra accadere per quelli che sbagliano tutto nella teoria delle società in depressione; loro restano rispettabili e vengono persino elogiati per la loro coerenza. Naturalmente, non si tratta solo della teoria economica; resta un fatto, ad esempio, che nella generalità dei casi non si è considerati seri in materia di sicurezza nazionale se non ci si è sbagliati sull’Iraq.

In ogni modo, che cosa sostiene Plosser adesso, gli insulti sulla moneta di platino? Il punto è che sta mettendo in guardia che gli sforzo in corso da parte della Fed provocheranno inflazione.



[1]Charles Plosser è il Presidente della Federal Reserve di Filadelfia. Nella sua carriera accademica si è occupato di teorie dei cicli economici.

giu 24 m

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] “Arrr” è una espressione originariamente usata dai pirati, e significa “convenire, essere d’accordo”. Il gioco di parole intraducibile è tra “err” (sbagliare) ed “arrr”.

« Pagina precedente — Pagina successiva »

Archivio