Blog di Krugman

Mamma guarda, va senza mani (umane)! (25 gennaio 2013)

 

January 25, 2013, 10:54 am

Look Ma, No (Human) Hands

Felix Salmon has been converted to the cult of the self-driving car; indeed, this is starting to look like a real thing. And I’m impressed.

By and large, I’m in the camp of those disillusioned about technology — mainly, I think, because the future isn’t what it used to be. A case in point is Herman Kahn’s The Year 2000, a 1967 exercise in forecasting that offered a convenient list of “very likely” technological developments. When 2000 actually did roll around, the striking thing was how over-optimistic the list was: Kahn foresaw most things that actually did happen, but also many things that didn’t (and still haven’t). And economic growth fell far short of his expectations.

But driverless cars break the pattern: even Kahn’s list of “less likely” possibilities only mentioned automated highways, not city streets, which is where we will apparently be in the quite near future. And we’re also seeing a break with the pattern in which IT let’s you do great things in the virtual world, like share funny videos of cats, without having much impact on our physical lives; letting the robot drive while I, um, look at cat videos is a big change.

 

This could really change the whole way we live.

 

Mamma guarda, va senza mani (umane)!

 

Felix Salmon si è convertito al culto dell’auto che si guida da sola; in effetti, questa sta cominciando a sembrare una cosa reale. Ne sono impressionato.

In generale, appartengo al campo di coloro che sono delusi dalla tecnologia – principalmente, credo, perché il futuro non è quello che si riteneva. Un esempio a proposito è “L’anno 2000” di Herman Kahn, un esercizio di previsioni del 1967 che presentava una utile lista di sviluppi tecnologici “molto probabili”. Quando il 2000 effettivamente transitò, la cosa impressionante fu come la lista fosse stata ottimistica: una gran parte delle cose che Kahn aveva previsto in effetti c’erano state,  ma molte anche erano quelle che non erano apparse (né lo sono ancora). E la crescita economica è stata assai minore delle sue aspettative.

Ma le macchine senza guidatore costituiscono una svolta: persino la lista di Kahn delle “meno probabili” cose possibili faceva menzione delle autostrade automatizzate, ma non delle strade cittadine, che è il luogo dove sembra appariranno in un futuro abbastanza vicino. E stiamo anche assistendo ad una svolta dello schema secondo il quale la Tecnologia dell’Informazione ci avrebbe consentito grandi cose nel mondo virtuale, senza avere un particolare impatto sulla nostra vita fisica, come partecipare a buffi filmini di gatti: permettere ad un robot di guidare la macchina mentre state, diciamo così, guardando un filmato di gatti è un grande cambiamento.

Potrebbe davvero cambiare l’intero modo in cui viviamo.

giu 23 17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spesa di consumo e negazionismo dell’ineguaglianza (25 gennaio 2013)

gennaio 25, 2013

 

January 25, 2013, 10:36 am

Consumer Spending and Inequality Denial

I’ve been debating rising inequality with the usual suspects for a couple of decades (despite what it says on this piece, it was actually published in 1992). And what you always encounter from the right is a sort of defense in depth: claims, based on tortured statistics, that it isn’t happening; claims, based on similarly tortured statistics, that it doesn’t matter; and claims that anyway it’s a good thing. You might think that people would have to choose one of these lines: you can’t simultaneously say that inequality isn’t rising and that the rise is a good thing, can you? Well, yes you can; we’re engaged in a political defense of the 1% here, not research.

So, the latest is a piece by Donald Boudreaux and Mark Perry purporting to debunk the notion of middle-class stagnation. Their key piece of evidence is the claim that spending on “basics” has been steadily falling as a share of income, showing that people are finding it ever easier to meet the essential demands of middle-class life.

Jim Tankersley at Wonkblog does a partial debunking of the debunking, pointing out that the Boudreaux-Perry definition of “basics” is more than a bit dubious:

According to the Bureau of Economic Analysis, spending by households on many of modern life’s “basics”—food at home, automobiles, clothing and footwear, household furnishings and equipment, and housing and utilities—fell from 53% of disposable income in 1950 to 44% in 1970 to 32% today.

So, as Tankersley notes, autos but not gas to drive them; only food at home, in a two-earner-family society where at least some eating out has become a necessity; no mention of medical care or education.

 

 

But there’s a much bigger bait and switch here. Remember, the question is what’s happening to the middle class. Nobody questions the fact that America has grown richer over the past several decades. The question is whether that growing wealth has trickled down to ordinary families, or gone mainly to a small elite. Yet when Boudreaux and Perry invoke consumer data, it’s data for all households — in effect, mixing the top quintile (and the top 1 percent) with the middle class.

 

Does this make a difference? I’ve done a quick and dirty cut at the Consumer Expenditure Survey data, which unfortunately run only back to 1984, but which do give us spending patterns by income quintile. If you define “basics” as food, shelter, clothing, and transportation, it turns out that these basics accounted for 70.9 percent of overall spending in 1984, but fell to 67.0 percent in 2011 — suggesting some progress. But what’s driving that decline is the top quintile, whose spending on basics fell from 67.5 percent to 62.2 percent. The middle quintile’s spending share on basics was basically unchanged, going from 69.7 percent to 69.8 percent.

I’m sure that others can do a more careful and better cut here. But just consider what’s going on here: Boudreaux and Perry deny that the middle class is facing stagnation, and then they offer evidence that, on the face of it, is really telling us only that a growing share of income is going to the very affluent, who — surprise! — spend only a relatively small share of their high incomes on necessities.

I mean, if we had data for Ancien Regime France, I’d bet we’d find a relatively large share of total income going to things that weren’t necessities — wigs, formal gowns, servants, chateaux. Clearly, the French middle class was thriving in the 1780s!

The BR piece is, in short, a complete non sequitur — which, given the way the inequality debate has run all along, should come as no surprise.

 

Spesa di consumo e negazionismo  dell’ineguaglianza

 

Ho discusso con i ‘soliti noti’ sulla crescente ineguaglianza da una ventina d’anni (nonostante quello che si dice nell’articolo connesso, venne in effetti pubblicato nel 1992 [1]). E quello che sempre si incontra da parte della destra è una sorta di difesa ‘a riccio’ [2]; la pretesa, basata su statistiche stiracchiate, che non ci sia stata ineguaglianza crescente; la pretesa, basata su statistiche altrettanto contorte, che non sia una cosa importante; e la pretesa che in ogni caso sia stato un bene. Si potrebbe pensare che quelle persone avrebbero dovuto scegliere una di queste linee; non si può contemporaneamente dire che l’ineguaglianza non sta crescendo e che la crescita di essa sia una buona cosa, non è così? Ebbene, si può: noi siamo impegnati nelle difesa politica dell’1 per cento dei più ricchi, non in una ricerca.

Dunque, l’ultima è un articolo di Donald Boudreaux e di Mark Perry che pretende di togliere di mezzo l’idea di una stagnazione della classe media. La loro prova fondamentale consiste nella pretesa che la spesa sulle cose ‘essenziali’ sia costantemente diminuita come quota del reddito, mostrando che le persone trovano sempre più semplice esaudire le domande essenziali della classe media.

Jim Tankersley su Wonkblog liquida la liquidazione, sottolineando che la definizione di Boudreaux-Perry di “cose essenziali” è quantomeno dubbia:

“Secondo il Bureau of Economic Analysis, la spesa delle famiglie su molte delle cose “essenziali” della vita – il cibo casalingo, le automobili, gli abiti e le calzature, i mobili e gli elettrodomestici nonché le spese per le abitazioni e per i servizi relativi – è caduta dal 53% del reddito disponibile nel 1950, al 44% nel 1970, al 32% di oggi.”

Dunque, come dice Tankersley, automobili ma non carburante per viaggiare; solo cibo nelle abitazioni, in una società di famiglie con due redditi nelle quali almeno qualche cena al ristorante è diventata una necessità; per non parlare delle cure mediche o dell’istruzione.

Ma qua c’è molto di più che un trucco per le allodole [3]. Si ricordi, la domanda è quello che sta accadendo alla classe media. Nessuno mette in dubbio il fatto che l’America sia diventata più ricca ne corso dei passati decenni. La domanda è se quella ricchezza crescente sia ricaduta sino alle normali famiglie, o se sia finita solo ad una piccola élite. Tuttavia, quando Boudreaux e Perry invocano le statistiche sui consumi, esse riguardano tutte le famiglie – mescolando il quintile superiore (e la vetta dei ricchissimi dell’1 per cento) con la classe media.

Questa fa una differenza? Ho fatto una rapida e sommaria selezione  sulle statistiche del Consumer Expenditure Survey, che sfortunatamente arrivano solo al 1984, ma che ci forniscono proprio i modelli di spesa per quintili di reddito. Se si definiscono “essenziali” il cibo, l’alloggio, il vestiario ed i trasporti, viene fuori che queste cose essenziali contavano il 70,9 per cento della spesa complessiva nel 1984, ma sono cadute al 67 % nel 2011, suggerendo un qualche progresso. Ma quello che sta guidando quel declino è il quintile superiore, le cui spese sulle cose essenziali sono cadute dal 67,5% al 62,2%. La percentuale di spesa sulle cose essenziali del quintile intermedio è rimasta praticamente immutata, andando dal 69,7 per cento al 69,8 per cento.

Sono sicuro che altri potranno fare a questo proposito una selezione più accurata e migliore. Ma ci si limiti a considerare quello che sta succedendo in questo caso: Boudreaux e Perry negano che la classe media sia di fronte ad una stagnazione, dopo di che offrono una prova che, di per sé, ci dice soltanto che una quota crescente di reddito sta andando ai benestanti, i quali – sorpresa! – spendono solo una parte relativamente piccola dei loro alti redditi   sulle cose necessarie.

Voglio dire, se avessimo le statistiche dell’ Ancien Regime in Francia, scommetterei che troveremmo una parte relativamente ampia del reddito totale che andava su oggetti non necessari – parrucche, abiti da cerimonia, servi e castelli. Chiaramente, l classe media francese se la passava bene negli anni attorno al 1780!

L’articolo di Boudreaux-Perry, in breve, è una deduzione completamente illogica – che, dato il modo in cui procede il dibattito sull’ineguaglianza, non dovrebbe sembrare una sorpresa.



[1] L’articolo nel link apparve nella rivista “The American Prospect” nel dicembre del 2001, ma probabilmente si basava su materiale assai precedente.

[2] In effetti “in depth” sarebbe più “meticolosa, dettagliata, onnicomprensiva”, ma il senso mi pare più quello.

[3] Per il dizionario la tecnica del “bait and switch” è traducibile con l’italiano “prodotto civetta”, o “tecnica di adescamento commerciale”.

Tim Geithner ha torto (24 gennaio 2013)

gennaio 24, 2013

 

January 24, 2013, 2:46 pm

Tim Geithner Is Wrong

But he’s right, too.

He has a very interesting interview with Liaquat Ahamed; I was struck by what he says about the fiscal outlook:

 

TG: There’s something strange about the debate today. The magnitude of additional deficit reduction – revenue increases or spending cuts – that you need to lock in in order to achieve fiscal sustainability is pretty modest. By most accounting, because of what we’ve already done on the spending side and tax side, we have to find another ¾ of 1 percent of GDP of policy measures. And if we did that, that would achieve the economist test of sustainability, meaning it would get the deficit down to a modest primary surplus so the debt would start falling as a share of GDP.

 

 

That’s basically consistent with the CBPP analysis: 3/4 of a percent over the next decade is around $1.5 trillion. It’s important to note that this same analysis suggests that it’s not a disaster if we don’t take any more deficit-reduction steps: instead of stabilizing the debt at around 73 percent of GDP, it rises to around 80 percent, which isn’t great but isn’t cause for panic.

Where Geithner goes wrong is in suggesting that since what should be done over the next decade is fairly modest, we ought to be able to get bipartisan agreement. I don’t know if he really believes this or just feels that it’s what he has to say, but nobody who has actually been paying attention can take this seriously.

To say what should be obvious: Republicans don’t care about the deficit. They care about exploiting the deficit to pursue their goal of dismantling the social insurance system. They want a fiscal crisis; they need it; they’re enjoying it. I mean, how is “starve the beast” supposed to work? Precisely by creating a fiscal crisis, giving you an excuse to slash Social Security and Medicare.

The idea that they’re going to cheerfully accept a deal that will take the current deficit off the table as a scare story without doing major damage to the key social insurance programs, and then have a philosophical discussion about how we might change those programs over the longer term, is pure fantasy. That would amount to an admission of defeat on their part.

Now, maybe we will get that admission of defeat. But that’s what it will be — not a Grand Bargain between the parties, acting together in the nation’s interest.

 

Tim Geithner ha torto

 

Ma ha anche ragione.

Ha concesso una intervista molto interessante con Liaquat Ahamed; io sono rimasto molto sorpreso per quanto ha detto sulle prospettive della finanza pubblica.

TG “C’è qualcosa di strano nel dibattito odierno. La dimensione della riduzione aggiuntiva del deficit – incrementi di entrate o tagli di spese – di cui c’è bisogno per mettere i conti in ordine allo scopo di ottenere la sostenibilità delle finanze pubbliche è abbastanza modesta. Secondo gran parte delle stime, a causa di quello che abbiamo già fatto sul lato della spesa pubblica e su quello delle tasse, dobbiamo trovare ulteriori misure politiche pari a ¾ di un punto percentuale di PIL. E se noi lo facessimo, equivarrebbe a superare il test di sostenibilità degli economisti, nel senso che otterremmo di abbassare il deficit sino ad un modesto avanzo primario, cosicché il debito comincerebbe a scendere come percentuale del PIL”.

Questo è fondamentalmente coerente con l’analisi del Center on Budget and Policy Priorities: tre quarti di un punto nel prossimo decennio sono circa 1.500 miliardi di dollari. E’ importante notare che la stessa analisi suggerisce che non sarà un disastro se non faremo alcun altro passo di riduzione del deficit: invece di stabilizzare il debito al 73 per cento del PIL, esso salirebbe a circa l’80 per cento; che non sarebbe un gran risultato ma non provocherebbe alcun panico.

Dove Geithner sbaglia è quando suggerisce che dal momento che quello che dovrebbe essere fatto nel prossimo decennio è relativamente modesto, dovremmo essere capaci di un accordo bipartisan. Io non so se egli effettivamente lo creda o se semplicemente senta di doverlo dire, ma nessuno che stia effettivamente facendo attenzione può prenderlo sul serio.

Diciamo quello che dovrebbe essere ovvio: i Repubblicani non si preoccupano del deficit. Essi si preoccupano di sfruttare il deficit per perseguire il loro scopo dello smantellamento del sistema della sicurezza sociale. Essi vogliono una crisi della finanza pubblica; ne hanno bisogno; ci provano piacere. Voglio dire, come pensate che funzioni la strategia dell’ “affamare la bestia”? Precisamente creando una crisi della finanza pubblica, provocando una scusa per dare una taglio alla Previdenza Sociale ed a Medicare.

L’idea che possano indirizzarsi allegramente ad accettare un accordo che toglierà di mezzo la storiella spaventosa del deficit attuale senza fare danni importanti ai programmi chiave della sicurezza sociale, per poi avere una discussione filosofica su come cambiare quei programmi nel più lungo termine, è pura fantasia. Da parte loro, corrisponderebbe ad una ammissione di sconfitta.

Ora, può darsi che avremo quella ammissione di sconfitta. Ma questo è quanto accadrà – non una Grande Intesa tra i Partiti, che agiscono assieme nell’interesse della nazione.

Martin Wolf, l’ hippie (23 gennaio 2013)

gennaio 23, 2013

 

January 23, 2013, 11:32 am

Martin Wolf, Hippie

Martin Wolf has a piece in today’s FT making the case that (shock!) the deficit is not America’s biggest problem, or indeed a problem at all right now. His case is pretty much the same one I’ve been making; also, unlike Larry Summers yesterday, his piece doesn’t blur its point by starting with an extended exercise in dutiful deficit-bashing.

 

Wolf also puts this in the context of what has been happening to the private sector. As he says, the collapse of the housing bubble and a sharp rise in saving (due both to wealth destruction and to deleveraging) has led to a sharp movement from financial deficit to financial surplus in the private sector. Those who claim to be deeply upset about public sector deficits should be asked, what would have happened, given this attempt by the private sector to move into surplus, if the public sector had tried to stay in balance. Can you say Second Great Depression?

 

Meanwhile, via Mark Thoma I see that Robert Waldmann and Karl Smith have also gotten into the “what spending surge?” debate. Actually, here’s what may be the simplest way to see things. Here is total government spending (federal, state, and local) since 2000 on a log scale, so that a constant slope means a constant rate of growth. See the spending surge under Obama? Well, actually the reverse.

giu 23 18

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Yes, you can argue that spending was growing too fast under Bush, although it’s funny how few deficit scolds saw fit to mention that at the time. Or you can say that you just want less spending, although as always people who say this tend to be short on specifics. But the narrative that says that spending has surged under Obama is just wrong – what we’ve actually seen is a slowdown at exactly the time when, for macroeconomic reasons, we should have been spending more.

 

Update: Someone is going to claim that I cheated by looking at overall government spending, as opposed to Federal. Actually, no, not if you’re trying to confront claims about “big government” in general. But anyway, here’s the same chart for federal only:

giu 23 19

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

You can see a bit of an acceleration early on in the crisis, reflecting unemployment benefits and food stamps. But since then, a flattening. Still nothing you would call a surge.

 

Martin Wolf, l’ hippie

 

Martin Wolf ha un articolo sul Financial Times di oggi nel quale si avanza l’argomento (scioccante!) secondo il quale non è il deficit i problema più grande dell’America, per non dire che esso oggi non è affatto un problema. Questa tesi è più o meno la stessa che io vengo sostenendo; inoltre, diversamente da Larry Summers ieri, il suo articolo non confonde la sua tesi prendendo le mosse da un esercizio di doveroso peana sui pericoli del deficit.

Wolf, peraltro,  inserisce quel tema nel contesto di quello che sta succedendo nel settore privato. Come egli dice, il collasso della bolla immobiliare e la brusca crescita dei risparmi (dovuti sia a distruzione di ricchezza che alla diminuzione dell’indebitamento) ha portato ad un brusco spostamento da un deficit ad un surplus finanziario nel settore privato. Coloro che sostengono di essere profondamente turbati dai deficit del settore pubblico dovrebbero chiedersi cosa sarebbe potuto succedere, dato questo sforzo di spostarsi in surplus da parte del settore privato, se il settore pubblico avesse cercato di stare in equilibrio. Si può dire una seconda Grande Depressione?

Nel frattempo, tramite Mark Thoma, vedo che anche Robert Waldman e Karl Smith sono intervenuti nel dibattito “quale spesa è cresciuta?”. In effetti, ecco quello che può essere il modo più semplice di dire le cose. Qua sotto la spesa totale governativa (federale, statale e locale) dal 200 su una scala logaritmica, in modo che una inclinazione costante significa una tasso di crescita costante. Vedete la crescita della spesa pubblica sotto Obama? Ebbene, effettivamente si vede l’opposto.

giu 23 18

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ vero, si può sostenere che la spesa stesse crescendo troppo velocemente sotto Bush, sebbene sia buffo quanti pochi allarmisti del deficit ritenessero opportuno ricordarlo a quel tempo. Oppure si può dire che semplicemente si vuole spendere di meno, quantunque come sempre le persone che lo dicono tendano ad essere parche di spiegazioni. Ma il racconto secondo il quale la spesa pubblica sotto Obama è cresciuta è del tutto errato – quello che effettivamente abbiamo visto è stata una diminuzione, esattamente nel momento in cui, per ragioni macroeconomiche,  dovremmo aver speso maggiormente.

Aggiornamento: qualcuno si è spinto a sostenere che io abbia ingannato osservando soltanto la spesa complessiva dello Stato, al posto della sola spesa federale. Effettivamente non è così, non se state cercando di confrontare gli argomenti sul “Grande Governo” in generale [1]. Ma il ogni caso, ecco lo stesso diagramma riferito soltanto alla spesa Federale:

giu 23 19

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Potete notare un po’ di accelerazione nella fase iniziale della crisi, che riflette i sussidi di disoccupazione è gli aiuti alimentari. Ma da quel momento, un appiattimento. Niente che possiate ancora definire una crescita.



[1] Ovvero: se si sta polemizzando contro una politica economica che usa la spesa pubblica in funzione anticiclica – una strategia economica keynesiana, o newdealista, tipica delle concezioni politiche del forte intervento statale o del “grande Governo” – tanto vale riferirsi alla spesa pubblica nel suo complesso.

La non-crescita della spesa pubblica statale (22 gennaio 2013)

gennaio 22, 2013

 

January 22, 2013, 5:00 pm

The Non-Surge in Government Spending

The fiscal debate in Washington is dominated by things everyone knows that happen not to be true. One of those things is the notion that we have a fiscal crisis, an assertion belied both by the low interest rates at which the Feds can borrow and by the fact that medium-term deficit projections really aren’t that alarming. Another is the notion that our current deficit is driven by a surge in government spending.

I’ve written on various occasions about that latter point, but we’re further along in the business cycle now, so it’s time for an update.

 

The crucial thing to understand here is that you do need to take the state of the business cycle into account; it’s not enough simply to do what Nate Silver, for example, does, and look at spending as a share of GDP — a calculation that can be deeply misleading in the aftermath of a severe recession followed by a slow recovery.

 

Why does this matter? First, if the economy is depressed — if GDP is low relative to potential — the share of spending in GDP will correspondingly look high. Suppose that you have commitments to defense, to Social Security, to Medicare that are growing at rates consistent with the long-run growth in the economy; if the economy plunges and then takes a long time to get back to trend, those spending programs will temporarily account for a larger share of GDP, even if there hasn’t been any acceleration in their growth.

 

Second, there are some programs — unemployment benefits, food stamps, to some extent Medicaid — that tend to spend more when the economy is depressed and more people are in distress. And rightly so! You don’t want to take a temporary spike in UI payments after a deep slump as a sign of runaway spending.

So how can we get a better picture? First, express spending as a share of potential rather than actual GDP; we can use the CBO estimates of potential for that purpose. Second, keep your eye on the business cycle — and, in particular, on how spending is evolving now that a gradual recovery is underway.

 

So, let’s look first at a longish time series of total government spending as a share of potential GDP:

giu 23 19

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ratio of government spending to potential GDP.

What you see is not a sustained upward trend: there’s actually a considerable fall during the Clinton years, reflecting in part falling defense spending, then a more modest rise in the Bush years, mainly reflecting spending on the War on Terror (TM), and finally a temporary surge associated with the financial crisis — but much of that surge has already been reversed.

Here’s a closeup on Bush’s last two years and Obama’s first four:

giu 23 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

That was the spending surge that was.

Now, there’s still stuff out there that will, under current law, lead to rising spending: mainly an aging population plus rising health care costs. And some of that is already affecting spending trends. But the idea that we’ve had some kind of spending surge, and that current deficits reflect that surge, is just wrong, and distorts public discussion.

 

La non-crescita della spesa pubblica statale

 

Il dibattito sulla finanza pubblica a Washington è dominato da cose che tutti sanno, alla prova dei fatti, non esser vere. Una di esse è la nozione che abbiamo di crisi finanziaria pubblica, una idea smentita sia dai bassi tassi di interesse ai quali la Fed può indebitarsi, sia dal fatto che le proiezioni del deficit nel medio termine non sono così allarmanti. Un’altra è il concetto secondo il quale il deficit attuale sia guidato da un crescita della spesa pubblica.

Ho scritto in varie occasioni su questo secondo aspetto, ma oggi siamo ulteriormente avanti nel ciclo economico, dunque è il momento di un aggiornamento.

La cosa cruciale da comprendere in questo caso è che si deve mettere nel conto la situazione del ciclo economico; è semplicemente insufficiente fare quello che fa Nate Silver, per esempio, e guardare alla spesa pubblica come percentuale del PIL  – un calcolo che può essere profondamente fuorviante all’indomani di una grave recessione seguita da una lenta ripresa.

Perché questo è importante? In primo luogo, se l’economia è depressa – se il PIL è basso in relazione al suo potenziale – la quota della spesa pubblica sul PIL sembrerà corrispondentemente elevata.  Supponete di avere impegni nel confronti della difesa, dell Previdenza Sociale, di Medicare che stanno crescendo a ritmi coerenti con la crescita di lungo periodo dell’economia; se l’economia crolla e poi occorre un lungo periodo per  tornare alle tendenze precedenti, quei programmi di spesa temporaneamente avranno il valore di un quota superiore di PIL, anche se non c’è stata alcuna accelerazione nella loro crescita.

In secondo luogo, ci sono alcuni programmi  – i sussidi di disoccupazione, gli aiuti alimentari [1], in qualche misura Medicaid – che tendono a spendere maggiormente quando l’economia è depressa e un numero maggiore di persone sono in difficoltà. E’ chiaro che è così! E non dovete considerare un picco nei pagamenti dell’indennità di disoccupazione dopo una profonda crisi come il segno di una spesa pubblica fuori controllo.

Come possiamo, dunque, avere una rappresentazione migliore? In primo luogo, si deve esprimere la spesa come percentuale del PIL potenziale anziché di quello in corso; a questo scopo possiamo utilizzare le stime del PIL potenziale del Congressional Budget Office. In secondo luogo, fare attenzione al ciclo economico – e, in particolare, a come la spesa si sta evolvendo ora che una graduale ripresa è in atto.

Si guardi, dunque, in primo luogo ad una sequenza temporale sufficientemente lunga della spesa come quota del PIL potenziale:

giu 23 19

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quella che osservate non è una pronunciata tendenza verso l’alto; durante gli anni di Clinton ci fu in effetti una considerevole caduta durante gli anni di Clinton, che in parte rifletteva una caduta nelle spese per la difesa, poi una crescita più modesta negli anni di Bush, che principalmente rifletteva la spesa per  la cosiddetta Guerra al Terrorismo, finalmente una crescita associata alla crisi finanziaria – gran parte della quale, però, è già stata invertita.

Ecco un primo piano degli ultimi due anni di Bush e dei primi quattro anni di Obama:

giu 23 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa è stata la crescita della spesa pubblica che c’è stata.

Ora, ci sono ancora cose, oltre a queste, che, a legislazione costante, porteranno ad aumenti della spesa: principalmente una popolazione che invecchia in aggiunta a costi crescenti di assistenza sanitaria. E alcune di queste stanno già influenzando i trends di crescita. Ma l’idea secondo la quale abbiamo avuto una qualche genere di impennata nella spesa, e che i deficit attuali riflettano tale aumento, è del tutto sbagliata e distorce il dibattito pubblico.



[1] I “food stamps” sono effettivamente le “carte per gli alimenti/buoni pasto”. Essi provengono da programmi assistenziali federali, soprattutto a favori dei bambini poveri più piccoli e della madri povere partorienti. Si consideri che in America le condizioni di miseria riguardano – secondo dati ricordati recentemente da Stiglitz – un quinto della popolazione infantile; peggio che il Grecia ed in Bulgaria.

Inesorabili allarmisti (22 gennaio 2013)

gennaio 22, 2013

 

January 22, 2013, 9:28 am

Unappeasable Scolds

Mark Thoma is puzzled: if Larry Summers is going to write a piece about how we’re obsessing too much about the deficit, why begin with two paragraphs about how the deficit is a big problem?

But there’s no mystery: that’s the INK disclaimer — I’m Not Krugman. It’s supposed to establish Larry’s bona fides as a Serious Person, appeasing the deficit scolds so that he can get on with the substance of his argument.

I wish him luck, but don’t think he’ll get far. For the deficit scolds are unappeasable.

If you believed that the scolds were just honest citizens concerned about America’s long-run prospects, you might also believe that a careful, rational argument about how those prospects are better served by investing more, not less, while the economy is depressed could win them over. But to hold such beliefs, you’d have to have been living in a cave, reading nothing but the Washington Post editorial page, for the past four years.

The reality, first, is that the deficit scolds — who are, after all, making a living by scolding — depend on constant warnings of imminent fiscal crisis to drum up interest. Saying that it’s a longer-term issue, and not our first priority right now, is not something they can afford to hear.

Moreover, most of the deficit scolds don’t really care about the deficit; it’s all really about using deficit fears to bully us into downsizing government and tearing down the safety net. Remember, three of the leading deficit-scold organizations gave Paul Ryan an award for fiscal responsibility even though anyone who understood numbers could see that his plans would actually increase the deficit; and David Walker endorsed Mitt Romney despite his budget-busting proposals on taxes and military spending.

Or consider the deficit-scold habit of hectoring President Obama for failing to endorse a balanced combination of deficit reduction through tax increases and spending cuts, despite the fact that this is exactly what he has endorsed, many times. Why, you’d almost think that deficit-reduction doesn’t count if it comes from a Democrat.

So Larry is trying to curry favor with a segment of respectable opinion that, as far as I can tell, doesn’t actually exist. OK, it’s a big country; there may be somebody out there who’s persuadable, maybe even someone inside the Beltway. Maybe that person and Larry can have lunch.

 

Inesorabili allarmisti

 

Mark Thoma non capisce: se Larry Summers intende scrivere un pezzo su come siamo troppo ossessionati dal deficit, perché cominciare con due paragrafi su come il deficit sia un grande problema?

Ma non c’è mistero: si tratta della discolpa “INK” . ovvero “Io Non sono Krugman”. Si suppone sia un modo per stabilire la buona fede di Larry come Persona Seria, tranquillizzando gli allarmisti del deficit in modo da poter procedere alla sostanza della sua tesi.

Gli auguro fortuna, ma non penso che arriverà lontano. Perché gli allarmisti del deficit sono inesorabili.

Se credevate che gli allarmisti fossero soltanto dei cittadini onesti preoccupati delle prospettive di lungo periodo dell’America, potevate anche credere che uno scrupoloso, razionale argomento su come quelle prospettive siano meglio servite da un maggiore investimento, nel contesto di una economia depressa, li avrebbe persuasi. Ma per avere convincimenti del genere, nei quattro anno passati dovreste aver vissuto in una caverna, senza leggere niente se non la pagina degli editoriali del Washington Post.

La realtà, in primo luogo, è che gli allarmisti del deficit – che in fondo con l’allarmismo si guadagnano da vivere – fanno affidamento sui continui ammonimenti di una crisi fiscale per tener vivo l’interesse. Dire che esso è un tema di lungo periodo, e non la priorità di questo momento, non è qualcosa che possono sopportare di sentir dire.

Inoltre, gran parte degli allarmisti del deficit in realtà non si preoccupano del deficit; tutto in realtà riguarda l’utilizzo dei timori del deficit per intimidire il Governo a ridurre ed ad abbattere le reti della sicurezza sociale. Si ricordi, tre delle principali organizzazioni degli allarmisti del deficit consegnarono a Paul Ryan un premio per “responsabilità fiscale” anche se ognuno che capisse i numeri poteva rendersi conto che il suo piano in effetti aumentava il deficit; e David Walker aveva sostenuto Mitt Romney nonostante che le sue proposte sulle tasse e sulla spesa militare avrebbero fatto saltare il bilancio.

Oppure si consideri l’abitudine degli allarmisti del deficit di fare i prepotenti con il Presidente Obama per impedirgli di sostenere una combinazione equilibrata di riduzione del deficit attraverso incrementi fiscali e tagli alla spesa, nonostante che questo fosse quello che avevano sostenuto in più occasioni. Perché si deve più o meno pensare che la riduzione del deficit non conta,  quando viene da un Democratico.

Dunque Larry sta cercando di accattivarsi l’appoggio di un segmento di rispettabile opinione pubblica che, per quanto posso dire, in effetti non esiste. Va bene, siamo un grande paese: ci può ben essere fuori di qua qualcuno che si può convincere, forse addirittura qualcuno a Washington [1]. Forse Larry e quell’individuo potrebbero andare insieme a pranzo.



[1] “Beltway” è la “cintura, la circonvallazione, il raccordo anulare” …. Ma solitamente è riferito, in questo contesti, alla Beltway della Capitale, che è anche il centro dei palazzi del potere politico, dei media e delle lobbies.

Dire le cose giuste 21 gennaio 2013)

gennaio 21, 2013

 

January 21, 2013, 5:06 pm

Saying the Right Stuff

Justice Scalia doesn’t seem to have been happy at today’s event. I, however, mostly was.

The truth is that I hated Obama’s first inaugural speech. To borrow a phrase from Barney Frank, it gave me a case of post-partisan depression. The new president was still thinking of himself as the man who could somehow end the political divide; and on policy substance, it was a VSP speech full of talk about hard choices and remarkably off-base at a time when highly expansionary fiscal and monetary policy were called for.

 

 

 

The second inaugural was much better. Maybe a bit lacking in poetry — but it was a clear acknowledgment that he faces an implacable, irrational opposition, together with a forceful defense of progressive values. In fact, Obama has never been this clear before about what he stands for.

What it means in terms of actual politics and policy is anyone’s guess, although my guess is not much: the GOP majority in the House will still block everything it can, and unless Democrats regain the House next year in a huge upset, that puts a lid on what can be achieved. Still, we’re starting off on the right note.

 

Dire le cose giuste

 

Justice Scalia [1] sembra non sia stato contento dell’avvenimento odierno.

 

La verità è che io detestai il primo discorso inaugurale di Obama. Prendendo a prestito una frase di Barney Frank, mi provocò un caso di depressione a seguito di partigianeria. Il nuovo Presidente stava ancora pensando a se stesso come all’uomo che, in qualche modo, poteva porre termine alla contrapposizione della politica; e, nella sostanza politica, fu un discorso da Persona Molto Seria [2], pieno di riferimenti alle scelte dure e considerevolmente fuori luogo in un periodo nel quale c’era bisogno di politiche monetarie e della finanza pubblica fortemente espansive.

 

Il secondo discorso inaugurale è stato assai migliore. Forse non molto poetico – ma si è trattato di un chiaro riconoscimento del fatto di dover fronteggiare una opposizione implacabile ed irrazionale, ed assieme di una robusta difesa dei valori progressisti. Di fatto, Obama non era mai stato così chiaro in precedenza su ciò che sostiene.

 

Cosa ciò significhi in termini di politica e di scelte effettive, ognuno può cercare di immaginarlo, sebbene la mia immaginazione sia semplice: la maggioranza del Partito Repubblicano alla Camera bloccherà ancora tutto quello che può, e se  i Democratici non riconquistano il prossimo anno la Camera con un ampio scossone, sarà come mettere un coperchio su quello che si potrà ottenere. Tuttavia, stiamo ripartendo con la nota giusta.



[1] Justice Scalia è un giudice della Corte Suprema americana, di orientamento notoriamente conservatore.

giu 23 20

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Sull’uso ironico della espressione Very Serious People, vedi le Note finali sulla traduzione.

Ancora sull’ineguaglianza (21 gennaio 2013)

gennaio 21, 2013

 

January 21, 2013, 11:21 am

More On Inequality

Responses to my response to Joe Stiglitz have varied. Some are outraged that I might suggest that inequality isn’t the source of all problems — there are even some suggestions that I am acting as an apologist for the plutocrats, which will come as news to the plutocrats. But there have also been some interesting points raised.

About the first bit: I often warn on this blog about the pitfall of making economics into a morality play in which doing what you think is right is also the magic elixir that solves all problems. Usually I’m criticizing the kind of people who believe that deficits are terrible, awful, and therefore that slashing deficits now now now will promote recovery — when it would actually kill it. But progressives need to be careful too; if you find yourself telling a story in which the changes you want to see in American society just happen to be exactly what we need to improve economic performance in the next year or two, you should make a point of asking yourself whether you’re really being objective.

Personally and politically, I would have loved to write a piece blaming slow growth on inequality. But I couldn’t and can’t convince myself that the theory and evidence really support that view. Inequality is a huge problem — but not for employment growth in 2013 or 2014.

OK, there have been some interesting points made in relation to that statement, most of which I agree with.

 

Duncan Black suggests that there’s still a macroeconomic case for targeting economic aid on people with lower incomes; e.g, food stamps yes, cuts in the capital gains tax no. Very much so! In fact, in a way the same argument I made for not making too much of high-income saving and low-income dissaving also makes the case for aid right now to the bottom half of the distribution.

 

Here’s how it goes: at any point in time, those with lower incomes include a high proportion of people doing temporarily badly. Many of those people will be “liquidity-constrained” — out of liquid assets, and unable to borrow except at high rates. These are people who will spend a large fraction of any aid, and therefore transfers to that group will have a much bigger multiplier effect than, say, tax cuts for the rich.

 

It’s even better, of course, to target aid on those we know are in temporary distress — which is why unemployment insurance is an especially effective stimulus.

Dean Baker makes a couple of very good points, one on saving, one on the budget. I pointed out that saving seems to have declined, not increased, as inequality rose; Dean points out that sharply rising asset prices might be the explanation. Fair enough, although I think the burden of proof is on the other side: if your claim is that inequality causes a persistent shortage of consumer demand, you should find the actual strength of consumer demand problematic.

 

Dean also makes a terrific point about inequality and the budget: while taking from the poor and giving to the rich probably increases revenues, it also increases spending on means-tested programs, so the budget effect may be negative after all. Indeed: I should have remembered that the highest effective marginal tax rates in our system fall on low-income working families (pdf), who lose benefits as their incomes go up. I doubt that even so the effect can be large, but it’s always a good idea to remember that we have a tax-and-transfer system, not just a tax system.

 

So, interesting stuff — and it’s good to be having a real discussion about these issues. I still think that we need to fight inequality for long-run reasons, and that trying to shoehorn the post-financial-crisis weakness into the same framework just weakens our credibility. But it’s not a big deal.

 

Ancora sull’ineguaglianza

 

Le risposte alla mia risposta a Joe Stiglitz sono state diverse. Alcuni sembrano offesi che io abbia potuto suggerire che l’ineguaglianza non è la fonte di tutti i problemi – c’è persino l’impressione che mi stia comportando come un difensore dei plutocrati, la qualcosa sembrerà una novità ai plutocrati. Ma è stato sollevato anche qualche punto interessante.

Sul primo aspetto: io metto spesso in guardia su questo blog dal pericolo di far diventare l’economia una racconto edificante secondo il quale fare quello che pensate sia giusto diventa un elisir che risolve tutti i problemi. Di solito sono critico nei confronti di quel genere di persone che credono che i deficit siano tremendi, orribili, e che di conseguenza abbattere immediatissimamente i deficit promuoverà la ripresa – mentre di fatto la ammazzerebbe. Ma anche i progressisti debbono stare attenti; se vi ritrovate a raccontare una storia secondo la quale i cambiamenti che esattamente voi volete che si producano nella società americana siano esattamente quello di cui abbiamo bisogno per migliorare le prestazioni dell’economia nel prossimo anno o due, dovreste considerare importante chiedervi se siete realmente obbiettivi.

Personalmente e politicamente mi sarebbe piaciuto scrivere un pezzo dando la colpa della crescita lenta all’ineguaglianza. Ma non potevo e non posso convincermi che la teoria ed i fatti siano realmente un sostegno a quel punto di vista. L’ineguaglianza è un grande problema – ma non per la crescita dell’occupazione nel 2013 o 2014.

E’ vero, ci sono stati alcuni importanti argomenti in relazione a quella affermazione, sulla gran parte dei quali sono d’accordo.

Duncan Black [1] suggerisce che c’è anche un argomento macroeconomico a favore di aiuti economici rivolti a persone con redditi più bassi; ad esempio, sussidi alimentari si, sgravi sulle tasse sui profitti da capitale no. E’ proprio così! Di fatto, in qualche modo lo stesso argomento che ho avanzato per non dare troppa importanza al risparmio dei redditi più elevati ed al risparmio negativo dei bassi redditi introduce anche l’argomento a favore di aiuti immediati alla parte inferiore della distribuzione del reddito.

Ecco quello che accade: in un momento qualsiasi, coloro che hanno i redditi più bassi includono una fetta cospicua di persone che stanno andando male provvisoriamente. Molte di queste persone saranno “limitate-nella-liquidità” – senza beni liquidi ed impossibilitati a prendere prestiti se non ad alti tassi. Queste sono persone che spenderanno una larga parte di ogni aiuto, e di conseguenza i trasferimenti a quel gruppo avranno un effetto di moltiplicatore assai maggiore, diciamo, degli sgravi fiscali ai ricchi.

E’ anche meglio, ovviamente, indirizzare l’aiuto verso coloro che sono in sofferenza temporanea – che è la ragione per la quale l’assicurazione di disoccupazione è uno stimolo particolarmente efficace.

Dean Baker [2] avanza una paio di considerazioni molto importanti, una sui risparmi, l’altra sul bilancio. Ho sottolineato che i risparmi sembrano essere calati, non aumentati, nel mentre l’ineguaglianza è cresciuta; Dean mette in evidenza che la brusca crescita dei prezzi degli assets potrebbe essere la spiegazione. Abbastanza giusto, sebbene io ritenga che l’onera della prova dovrebbe essere sull’altra parte: se il vostro argomento è che l’ineguaglianza provoca una persistente scarsità di domanda di consumo, la forza effettiva della domanda di consumo dovrebbe sembrarvi problematica.

Dean avanza anche un magnifico argomento  sull’ineguaglianza e sul bilancio: mentre prendere dai poveri e dare ai ricchi probabilmente aumenta le entrate, esso aumenta anche la spesa pubblica sui programmi basati sull’accertamento dei redditi, cosicché dopo tutto l’effetto di bilancio potrebbe essere negativo [3]. In effetti: avrei dovuto ricordare che le aliquote fiscali maggiormente efficaci nel nostro sistema ricadono sulle famiglie dei lavoratori a basso reddito (vedi pdf), che perdono i sussidi quando i loro redditi salgono. Dubito che anche in questo modo l’effetto possa essere ampio, ma è sempre una buona idea ricordare che noi abbiamo un sistema di “tasse e trasferimenti”, e non solo un sistema di tassazione.

Dunque, cose interessanti – ed è bene che si stia sviluppando un dibattito reale su questi temi. Io credo ancora che dobbiamo combattere l’ineguaglianza per ragioni attinenti al lungo periodo, e che cercare di far calzare la debolezza successiva alla crisi finanziaria nella stessa struttura precedente indebolisca davvero la nostra credibilità. Ma non è un affare da poco.

 



[1] Un breve post sul blog “Escathon”.

[2] Un post su Center for Economic and Policy Research

[3] Apparentemente un po’ contorto. Mi pare che il senso sia questo: se è vero che probabilmente togliere ai poveri e dare ai ricchi aumenta le entrate dello Stato (perché su quei mezzi i ricchi pagano tasse maggiori), fare ciò aumenta anche la spesa pubblica, perché una parte importante dei programmi sociali si basa su aiuti che dipendono dall’accertamento dei redditi. Se dunque lo Stato toglie ai poveri e dà ai ricchi, impoverisce ulteriormente i poveri e deve spendere maggiormente nel sostegno automatico agli stessi. Cosicché il risultato per il bilancio pubblico diventa negativo.

Obama e la redistribuzione (20 gennaio 2013)

gennaio 20, 2013

 

January 20, 2013, 12:57 pm

Obama and Redistribution

Some notes for myself: how much impact have Obama’s policies actually had on current and prospective inequality?

The main policies to consider are PPACA (the health reform) and ATRA (the fiscal cliff deal with its associated tax rise).

I’m not a fan of the Tax Foundation’s work, but their analysis of the distributional effects of Obamacare looks about right: significant benefits to the bottom half of the income distribution, paid for largely by taxes on the top few percent (the Medicare surcharge and the extra tax on investment income). The Tax Policy Center — whose work I do trust — has the Act reducing the after-tax income of the top 1 percent by 1.8 percent, the top 0.1 percent by 2.5 percent.

Meanwhile, ATRA raises taxes relative to a continuation of the Bush high-end tax cuts: after-tax income down 4.5 percent for the 1-percenters, 6.2 percent for the top 0.1 percent.

 

Putting this together, we have a roughly 6 percent hit to the 1 percent, around 9 to the superelite. That’s only a partial rollback of these groups’ huge gains since 1980, but it’s not trivial.

 

Obama e la redistribuzione

 

Alcuni appunti per me stesso: quanto grande impatto hanno avuto effettivamente le politiche di Obama sulla diseguaglianza di oggi e del prossimo futuro?

Le politiche principali da considerare sono la PPACA (la riforma sanitaria) e la ATRA (l’accordo sul precipizio fiscale con il connesso incremento delle tasse).

Non sono un seguace dei lavori della Tax Foundation, ma la loro analisi degli effetti redistributivi della riforma della assistenza di Obama sembra abbastanza giusta: benefici significativi alla metà superiore della distribuzione del reddito, pagate in larga parte con le tasse dei redditi più elevati (il sovraccarico per Medicare e la tassa straordinaria sul reddito da investimenti). Il Tax Policy Center – nei cui lavori credo davvero – mostra che la legge di riforma sanitaria riduce il reddito dopo le tasse dell’1 per cento dei più ricchi dell’1,8 %, e dello 0,1 per cento dei ricchissimi dello 2,5 %.

Nel frattempo, l’accordo sul ‘precipizio fiscale’ alza le tasse, se si rapportano alla prosecuzione degli sgravi fiscali ‘di lusso’ del periodo di Bush: il reddito dopo le tasse scende del 4,5% per l’1 per cento dei più ricchi, e del 6,2% per lo 0,1 per cento dei ricchissimi.

Mettendo tutto assieme, abbiamo grosso modo un colpo del 6% sull’1 per cento dei più ricchi, e di circa un 9 % sui super ricchi. Si tratta soltanto di una parziale riduzione sui grandi guadagni di questi gruppi a partire dagli anni ’80, ma non è banale.

Diseguaglianza e ripresa (20 gennaio 2013)

gennaio 20, 2013

 

January 20, 2013, 12:49 pm

Inequality and Recovery

Joe Stiglitz has an Opinionator piece arguing that inequality is a big factor in our slow recovery. Joe is an insanely great economist, so everything he says should be taken seriously. And given my political views and general concerns about inequality, I’d like to agree.

But — you knew there was a “but” coming — I’ve thought about these issues a lot, and haven’t been able to persuade myself that this particular morality tale is right.

It’s worth noting that two of Joe’s four points aren’t really about the current recovery. He argues that high inequality is causing huge waste of human talent, because the poor and increasingly the middle class lack access to good education; and I agree. He also argues that inequality fosters financial crisis, and I agree with that too.

But we’re talking about the financial crisis aftermath, not the crisis itself. What role does inequality play?

 

First, Joe offers a version of the “underconsumption” hypothesis, basically that the rich spend too little of their income. This hypothesis has a long history — but it also has well-known theoretical and empirical problems.

 

 

It’s true that at any given point in time the rich have much higher savings rates than the poor. Since Milton Friedman, however, we’ve know that this fact is to an important degree a sort of statistical illusion. Consumer spending tends to reflect expected income over an extended period. If you take a sample of people with high incomes, you will disproportionally include people who are having an especially good year, and will therefore be saving a lot; correspondingly, a sample of people with low incomes will include many having a particularly bad year, and hence living off savings. So the cross-sectional evidence on saving doesn’t tell you that a sustained higher concentration of incomes at the top will lead to higher savings; it really tells you nothing at all about what will happen.

So you turn to the data. We all know that personal saving dropped as inequality rose; but maybe the rich were in effect having corporations save on their behalf. So look at overall private saving as a share of GDP:

 

The trend before the crisis was down, not up — and that surge with the crisis clearly wasn’t driven by a surge in inequality.

So am I saying that you can have full employment based on purchases of yachts, luxury cars, and the services of personal trainers and celebrity chefs? Well, yes. You don’t have to like it, but economics is not a morality play, and I’ve yet to see a macroeconomic argument about why it isn’t possible.

Joe also argues that high income inequality depresses tax receipts, fueling fiscal fears. Again, I have trouble with this point: our tax system isn’t as progressive as it should be, but it is at least mildly progressive even when you take state and local taxes into account. So I don’t know where this is coming from.

I wish I could sign on to this thesis, and I’d be politically very comfortable if I could. But I can’t see how this works.

 

Diseguaglianza e ripresa

 

Joe Stiglitz pubblica un pezzo sulle pagine dei commenti (del New York Times) sostenendo che l’ineguaglianza è un grande fattore di rallentamento della nostra ripresa. Joe è un incredibile grande economista, e tutte le cose che dice vanno prese sul serio. E date le mie opinioni politiche e le mie generali preoccupazioni sull’ineguaglianza, mi piacerebbe essere d’accordo.

Ma – lo sapevate che c’era un “ma” in arrivo – ho riflettuto a lungo su questi temi, e non sono stato capace di convincermi che questa specie di racconto edificante sia corretto.

E’ degno di nota che due dei quattro argomenti di Joe non hanno a che fare con la ripresa attuale. Egli sostiene che la elevata ineguaglianza sta provocando un grande spreco di talenti umani, perché i poveri ed in modo crescente le classi medie sono private dell’accesso ad una buona istruzione; ed io sono d’accordo. Sostiene anche che l’ineguaglianza favorisce le crisi finanziarie, e sono d’accordo anche su questo.

Ma noi stiamo parlando delle conseguenze della crisi finanziaria, non della crisi stessa. Quale ruolo giocano le ineguaglianze?

In primo luogo, Joe offre una versione della ipotesi del “sottoconsumo”, fondamentalmente che i ricchi spendono troppo poco dei loro redditi. Questa ipotesi ha una lunga storia – ma ha anche ben noti problemi teorici ed empirici.

E’ vero che in ogni momento i ricchi hanno tassi di risparmio più elevati dei poveri. A partire da Milton Friedman, tuttavia, noi sappiamo che questo fatto è in una buona misura una illusione statistica. Le spese di consumo tendono a riflettere i reddito atteso in un lungo periodo. Se si prende un esempio di persone con alti redditi, si includeranno in modo non proporzionale persone che hanno in corso un anno particolarmente buono, e che di conseguenza risparmieranno molto; in proporzione, un esempio di persone con bassi redditi includerà molti che hanno un anno particolarmente cattivo, e che di conseguenza vivono di risparmi. Dunque, un esempio che tagli trasversalmente i risparmi non vi dice che una concentrazione maggiore di redditi elevati vi porterà a risparmi più elevati; in effetti non vi dice proprio niente su cosa accadrà.

Rivolgiamoci dunque ai dati.  Tutti sanno che il risparmio personale cala quando l’ineguaglianza cresce; ma può darsi che i ricchi avessero sul loro conto risparmi di impresa. Si guardi, dunque, al risparmio complessivo privato come quota del PIL:

Il trend prima della crisi era in calo, non in crescita – e quel picco con la crisi chiaramente non era provocato da una crescita dell’ineguaglianza.

Sto dunque dicendo che si può avere una piena occupazione basata sull’acquisto di yachts, di macchine di lusso e dei servizi di allenatori privati e di cuochi rinomati? Ebbene, si. Non che vi debba piacere, l’economia non è un esercizio di moralità, ma io devo ancora vedere un argomento di teoria economica che dimostri che ciò non è possibile.

Joe sostiene anche che l’ineguaglianza degli alti redditi deprime le entrate fiscali, alimentando paure sugli equilibri finanziari pubblici. Ho di nuovo qualche problema con questa tesi: il nostro sistema fiscale non è progressivo come dovrebbe essere, ma quando si mettano nel conto le tasse degli Stati e delle comunità locali è almeno leggermente progressivo. Dunque non capisco da dove questo argomento venga fuori.

Vorrei poter consentire con questa tesi, e sarebbe politicamente assai confortevole se potessi. Ma non vedo come funzioni.

Cosa sapevo, e quando lo seppi? (19 gennaio 2013)

gennaio 19, 2013

 

January 19, 2013, 7:36 am

What Did I Know, And When Did I Know It?

People have been poring over the just-released 2007 Fed transcripts, and the main surprise seems to be how complacent the institution was. Some members of the open market committee, including Janet Yellen and, let’s give credit where due, Tim Geithner, seem to have had a sense of dread; but the overall consensus was that nothing really bad would happen.

The obvious question if you’re a pundit, then, is “How did I do?” And the answer is, not too badly. Yes, I hedged — it was a statement of possibilities, not a straight prediction. But I clearly would have been in the camp of Fed alarmists, and probably the most alarmist of them all.

It seems to me that the really big determinant of whether you were intellectually ready for this crisis was how much attention you paid to events in the late 1990s — the crisis in emerging Asia, LTCM here, and the Japanese liquidity trap. I paid a lot of attention back then (as did Nouriel Roubini), taking the lead in resurrecting the theory of the liquidity trap (pdf) and writing a book, The Return of Depression Economics. And the result is that I’ve had a pretty good stretch; the only big thing I got wrong, I think, was in underestimating the stickiness of wages, and hence inflation, and therefore overestimating the risks of actual deflation.

That said, as Neil Irwin points out in the linked article, it’s not clear how much difference it would have made if the Fed had grasped the scale of the danger back in 2007. The big errors came later, after the depth of the crisis was apparent to all, and they came mainly in fiscal and housing policy, not monetary policy.

 

Cosa sapevo, e quando lo seppi?

 

Tutti si sono studiati attentamente i verbali della Fed dell’anno 2007, appena pubblicati, e la principale sorpresa pare essere quanto l’Istituto fosse compiaciuto. Alcuni membri della Commissione del ‘mercato aperto’, compresa Janet Yellen e, riconosciamo il merito quando è dovuto, Tim Geithner [1], pare avessero una sensazione di allarme; ma il clima generale era che niente di negativo in realtà sarebbe accaduto.

La domanda ovvia, se siete un addetto ai lavori, è dunque: “Come mi comportai, in quel caso?”. E la risposta è, niente affatto male. E’ vero, fui evasivo – era un discorso di possibilità, non una previsione esplicita. Ma chiaramente io sarei stato con gli allarmisti della Fed, e probabilmente il più allarmista tra tutti loro.

A me sembra che il fatto realmente davvero determinante, quanto all’essere stati intellettualmente pronti per questo genere di crisi, sia stata quanta attenzione si sia prestata agli eventi dell’ultima parte degli anni ’90 – la crisi nei paesi emergenti dell’Asia, la vicenda del LTCM [2] e la trappola di liquidità giapponese. Prestai allora molta attenzione a ciò (come fece Nouriel Roubini) mettendomi alla testa di un ritorno della teoria della ‘trappola di liquidità’ (disponibile nella connessione) e scrivendo un libro, “Il ritorno dell’economia della depressione”. E il risultato fu che ebbi un periodo discretamente buono; la sola cosa in cui sbagliai, penso, fu nel sottostimare la rigidità dei salari, e di conseguenza l’inflazione, e di conseguenza nel sovrastimare i rischi di una effettiva deflazione.

Ciò detto, come sottolinea Neil Irwin nell’articolo in connessione, non è chiaro quanta differenza avrebbe fatto se la Fed avesse afferrato la dimensione del pericolo nel passato 2007. I grandi errori vennero dopo, dopo che la profondità della crisi divenne evidente a tutti, ed essi fondamentalmente addivennero ad una politica di spesa pubblica e nel settore abitativo, e non ad una politica monetaria.


 

 


[1]La pubblicazione dei verbali  degli organi dirigenti della Fed è un appuntamento di un certo rilievo della politica americana. La Federal Reserve, come è comprensibile, è un organismo che opera con ‘riservatezza’, ma dopo un non lungo numero di anni i verbali delle sue riunioni vengono resi pubblici.

Il Federal Open Market Committee (italiano Comitato federale del mercato aperto, FOMC) è un organismo della Federal Reserve incaricato di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Stati Uniti e ne è il principale strumento di politica monetaria. Il FOMC regola la politica monetaria specificando l’obiettivo a breve termine ovvero decidendo il ‘federal funds rate’, ovvero livello dei tassi d’interesse negli USA.

Janet Yellen è un’economista e docente di economia, all’epoca VicePresidente del Comitato del Governatori della Federal Reserve. Come è noto, Tim Geithner, che all’epoca era anch’egli membro dell’organismo in quanto Governatore della potentissima sezione di New York della Fed, è poi diventato Segretario al Tesoro con Obama.

giu 23 21    giu 23 22

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Il fondo Long Term Capital Management (LTCM) era un fondo speculativo nel cui board figuravano grandi protagonisti del mondo economico.

Fu istituito nel 1994 da Meriwether e il suo team proveniente dalla Salomon Brothers e si basò sui modelli matematici creati dai premi Nobel Robert C. Merton e Myron Scholes. Compiva, perlopiù, operazioni di arbitraggio economico.

Vi lavorarono anche Eric Rosenfeld, Greg Hawkins, Larry Hilibrand, William Krasker, Dick Leahy, Victor Haghani, James McEntee, Robert Shustak, David W. Mullins Jr..

Possedeva un capitale gestito di 4 miliardi di dollari ma, tramite leve finanziarie molto ampie, operò con esposizioni in alcuni casi sino a 1200 miliardi di dollari. Nei primi anni riuscì a produrre rendimenti netti annui di circa il 40% .

Numerosi erano i gestori che replicavano le strategie di investimento di LTCM, col risultato che alcuni errori commessi dal fondo sono stati effettuati anche da chi utilizzava le medesime strategie. Tutto questo, unitamente alla crisi della Russia e al grande utilizzo della leva finanziaria da parte di LTCM, ha reso il suo collasso drammatico, richiedendo, nel 1998, l’intervento diretto della Federal reserve a sostegno, al fine di evitare il peggio (Wikipedia)

Non con un botto, ma con un miagolio (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 3:06 pm

Not With A Bang But With A Whimper

When you’re wrong, you’re wrong. I thought that by ruling out any way to bypass the debt limit, the White House was setting itself up, at least potentially, for an ignominious cave-in. But it appears that the strategy has worked, and it’s the Republicans giving up. I’m happy to concede that the president and team called this one right.

And it’s a big deal. Yes, the GOP could come back on the debt ceiling, but that seems unlikely. It could try to make a big deal of the sequester, but that’s a lot more like the fiscal cliff than it is like the debt ceiling: not good, but not potentially catastrophic, and therefore poor terrain for the “we’re crazier than you are” strategy. And while Republicans could shut down the government, my guess is that Democrats would actually be gleeful at that prospect: the PR would be overwhelmingly favorable for Obama, and again, not much risk of blowing up the world.

The key point to remember here is that Obama achieves his main goals simply by surviving. Above all, health reform gets implemented, and probably becomes irreversible.

A good day for sanity, all around.

 

Non con un botto, ma con un miagolio

 

Quando si sbaglia, si sbaglia. Pensavo che escludendo  in tutti i modi di eludere il tetto del debito, la Casa Bianca si disponesse, almeno potenzialmente, ad una disastrosa capitolazione. Ma sembra che la strategia abbia funzionato, ed ecco che i Repubblicani si sono arresi [1]. Sono felice di ammettere che il Presidente e la sua squadra avessero previsto giustamente.

 

E si tratta di una grande operazione. E’ vero, il Partito Repubblicano potrebbe tornare indietro sul ‘tetto del debito’, ma sembra improbabile. Potrebbe cercare di fare un buon affare dell’isolamento, ma quello è molto più simile al ‘precipizio fiscale’ che al ‘ tetto del debito’: una cosa negativa, ma non potenzialmente catastrofica, di conseguenza un terreno inadatto alla strategia del “noi siamo più matti di voi”.  E se i Repubblicani possono interrompere le funzioni del governo, la mia impressione è che i Democratici sarebbero contenti di una prospettiva del genere: la comunicazione pubblica sarebbe totalmente favorevole ad Obama e, ancora, non ci sarebbe il pericolo di far saltare il mondo.

Il punto chiave al proposito  è ricordarsi che Obama ottiene i suoi principali obbiettivi semplicemente sopravvivendo. Dopo tutto, la riforma sanitaria entra in funzione [2], e probabilmente diviene irreversibile.

Un buon giorno per il buon senso, in ogni modo.

 



[1] La connessione è con un articolo di cronaca politica del 18 gennaio sul New York Times, nel quale viene data la notizia del “ribaltamento” delle previsioni: i Repubblicani alla Camera dei Rappresentanti pare che abbiano deciso di concordare con l’innalzamento del ‘tetto del debito’.

[2] Per comprendere questo argomento, si deve considerare che la riforma sanitaria di Obama è diventata legge nel 2011. La sua abrogazione sostanziale era messa in relazione con la non approvazione del tetto del debito, che avrebbe impedito il suo finanziamento.

Reato di appartenenza fiscale (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 1:06 pm

Fiscal Affinity Fraud

Innocent that I am, I never heard the term “affinity fraud” until the Bernie Madoff affair hit the news. But once you hear it, the concept is obvious: people are most easily conned when they’re getting their disinformation from someone who seems to be part of their tribe, one way or another.

 

And I found myself thinking about that reality when the predictable reaction to today’s column came in: irate and, I believe, sincere if often incoherent voice mails etc. declaring that I must be an idiot, evil, or an evil idiot for saying that the budget deficit isn’t a big problem. They know that I’m completely wrong.

 

But how? Have these callers gone through the numbers themselves? Of course not (although I have also gotten some sophisticated ignorance from people who don’t know the difference between a current-law and a current-policy baseline). No, they know I’m an evil idiot because they heard someone they trust say it — maybe Rush, maybe someone on Fox, maybe CNBC (which is often indistinguishable from Fox).

 

The question then becomes, why do they believe their sources? For on matters economic, the right-wing media have had a spectacular track record for at least 7 years, having been totally wrong about everything. Remember, Rush and others furiously denied that there was a housing bubble — that was all made up by the liberal media. Then they denied that we were in a recession. Then they insisted that expansionary monetary and fiscal policy would lead to soaring inflation and interest rates. Boy, you could have gotten rich just by taking their implicit investment advice and doing the opposite.

So why does anyone listen at all to these sources? The answer, surely, is a feeling of affinity — mainly, I’d say, based on shared anger and dislike. Rush hates snooty professors who presume to know something about economics, or climate, or whatever, moochers living on public aid (except Medicare and Social-Security-receiving conservatives, of course), and, above all, Those People. Hey, he’s their kind of guy! And the fact that he’s always wrong doesn’t register at all.

Do accountability moments ever arrive? Unclear. It’s true that ratings for people like Sean Hannity who were predicting a Romney blowout plunged right after the election. But my guess is that they’ll come back as the shock fades. Certainly Fox doesn’t believe that total loss of credibility matters: it has just renewed Karl Rove’s contract.

I don’t have any answer to this phenomenon. I don’t think playing up my regular-guy aspects would help; the affinity runs a lot deeper and nastier than mere mannerisms. All I can do is notice what’s going on.

 

Reato  di appartenenza fiscale

 

Sprovveduto quale sono, non avevo mai sentito l’espressione “reato di appartenenza” [1]sino a che l’affare di Bernie Madoff venisse sulla scena. Ma una volta che la sentite, l’idea è ovvia: le persone sono massimamente raggirabili quando sono fuorviate da qualcuno che, in un modo o nell’altro, pare appartenere al proprio gruppo.

 

E mi sono ritrovato a pensare ad una realtà come quella, quando sono arrivate le prevedibili reazioni all’editoriale di oggi [2]: messaggi sulla segreteria telefonica adirati e, credo, sinceri che affermano che debbo essere un idiota, un malvagio, o un idiota malvagio per dire che il deficit del bilancio non è un grande problema. Essi sono certi che io abbia torto marcio.

Ma come?  Costoro che chiamano al telefono hanno esaminato per loro conto i dati? Ovviamente no (sebbene abbia anche ottenuto qualche esempio di raffinata ignoranza anche da persone che non conoscono la differenza tra un riferimento alla legislazione in vigore ed uno alla politica in vigore). No, sanno che sono un idiota malvagio perché l’hanno sentito dire da qualcuno – forse da Rush [3], forse da qualcuno su Fox, forse dalla CNBC (che spesso è indistinguibile da Fox).

Viene da chiedersi, perché credono a queste fonti? Perché, sulle faccende dell’economia, i media della destra hanno avuto spettacolari prestazioni per almeno 7 anni, sbagliando completamente su tutto. Si ricordi, Rush e compagni negarono ferocemente che ci fosse una bolla immobiliare – che era tutta una invenzione dei media progressisti. Poi negarono che ci fosse una recessione. Poi affermarono ripetutamente che una politica monetaria e della spesa pubblica espansiva avrebbe portato alle stelle l’inflazione ed i tassi di interesse. Ragazzi, avreste potuto diventar ricchi solo prendendo i loro incondizionati consigli in materia di investimenti e facendo l’opposto.

Perché dunque c’è qualcuno che presta tale ascolto a fonti del genere? La risposta, sicuramente, è un senso di appartenenza – principalmente, direi, basato su rabbia e repulsione. Rush ha in odio gli altezzosi professori che presumono di sapere qualcosa di economia, o di clima, o di qualunque cosa, i parassiti che vivono di contributi pubblici  (ad eccezione, naturalmente, dei conservatori che ricevono assistenza da Medicare o dalla Previdenza Sociale), e, soprattutto, ha in odio Quella Gente. Ehi, è proprio l’individuo che fa al caso loro! E il fatto che abbia sempre torto non viene stimato in alcun modo.

Non arriva mai la resa dei conti? Non è chiaro. E’ vero che gli indici di ascolto per persone come Sean Hannity [4],  che aveva previsto una vittoria a mani basse di Romney, sono precipitati subito dopo le elezioni. Ma la mia impressione è che torneranno come prima quando lo shock svanirà. E’ certo che la Fox non crede che la totale mancanza di credibilità sia importante: ha appena rinnovato il contratto di Karl Rove.

Non ho alcuna risposta per questo fenomeno.  Non penso che gioverebbe enfatizzare le mie caratteristiche di persona normale; l’appartenenza agisce molto più profondamente e malignamente di un semplice manierismo. Tutto quello che posso fare è osservare cosa continua ad accadere.



[1] Traduco con “reato di appartenenza” (non credo esista qualcosa di equivalente nel codice civile o penale italiano) uno specifico reato previsto negli Stati Uniti a carico di coloro che tentano raggiri di varie persone sfruttando la loro comune appartenenza a gruppi etnici, religiosi, assistenziali, ideali etc. Nello scandalo Madoff, come si ricorderà, una parte dei truffati erano individui – anche bene in vista – che si erano fidati del finanziere per avventurarsi in speculazioni che avrebbero dovuto produrre effetti benefici in attività di beneficienza di varia natura.

[2] Si riferisce all’articolo “Il deficit che si assottiglia”, pubblicato sul New York Times del 17 gennaio.

[3] Rush Limbaugh.

[4] Sean Hannity (New York City, 30 dicembre 1961) è un conduttore radiofonico, conduttore televisivo, autore e commentatore politico conservatore statunitense.

Ricattatori contro imbroglioni (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 9:59 am

Extortionists Versus Con Men

It’s looking increasingly as if House Republicans won’t crash the world economy by refusing to raise the debt ceiling, at least not right now. Score a big one for the White House (provisionally); its bet that it wouldn’t need a way to bypass the ceiling is looking like a winner (although it ain’t over until the tanned guy cries).

It’s important, however, to be clear about what’s going on here, and in particular about the nature of the debate within the GOP. Some commentary depicts it as a debate between radicals and moderates; but it’s actually a debate between extortionists and con men.

Here’s what I mean. Essentially the entire GOP is committed to radical policy goals that are also deeply unpopular. All but 10 House Republicans voted for the Ryan plan, which would privatize and defund Medicare, impose savage cuts on Medicaid, and cut taxes on the wealthy and corporations. There was effectively no dissent from the notion that we need to dismantle the welfare state in order to make room for low taxes at the top.

But the public favors higher taxes on the affluent, and strongly supports all the major social insurance programs. So the divide within the GOP is about how to get past this awkward political reality.

One faction basically wants to use the party’s power of obstruction: threaten to provoke a crisis over the debt ceiling — in fact, do this again and again — and thereby force Obama to implement the GOP agenda.

The other faction wants to achieve the same goals by stealth. Pretend that what you’re really concerned about is debt and the fate of our children; cultivate the Very Serious People and the deficit scolds; impersonate a budget wonk; and smuggle the agenda in by dressing it in fiscal responsibility camouflage.

So it is, as I said, the extortionists versus the con men: same goals, different tactics.

Unfortunately for the Republicans — and fortunately for the rest of us — neither approach seems to be working (although a combination of stealth and extortion came alarmingly close to getting Obama to raise the Medicare age in 2011 and reduce Social Security benefits just a few weeks ago). But there is no hint at this point that anyone in the party is willing to consider the possibility of not demanding policies the public hates.

 

Ricattatori contro imbroglioni

 

Sembra sempre di più che I Repubblicani della Camera non vogliano distruggere l’economia mondiale con il rifiuto di innalzare il tetto del debito, almeno non in questo momento. Per quello che si può prevedere, sta andando alla grande alla Casa Bianca; la sua scommessa che non ci sarebbe stato bisogno di un modo per bypassare il tetto sembra vincente (sebbene non sia finita, finché il Tizio ‘abbronzato’ si lamenta [1]).

In questo caso è tuttavia importante essere chiari su quello che sta accadendo, in particolare sulla natura del dibattito all’interno del Partito Repubblicano. Alcuni commenti lo descrivono come un dibattito tra radicali e moderati; ma effettivamente è un dibattito tra ricattatori e imbroglioni.

Ecco cosa intendo. Nella sostanza, l’intero Partito Repubblicano è impegnato  su obbiettivi politici estremisti che sono anche profondamente antipopolari. Tutti i Repubblicani alla Camera, ad eccezione di dieci, hanno approvato il piano Ryan, che privatizzerebbe e toglierebbe finanziamenti a Medicare, imporrebbe tagli selvaggi a Medicaid, e taglierebbe le tasse sui più ricchi e sulle imprese. Non c’è effettivamente nessuno che dissenta dall’idea secondo la quale abbiamo bisogno di smantellare lo Stato assistenziale allo scopo di far posto a tasse inferiori sui ricchi.

Ma l’opinione pubblica è a favore di tasse più elevate sui benestanti, e di forti sostegni a tutti i principali programmi della sicurezza sociale. Cosicché la divisione all’interno del Partito Repubblicano è su come oltrepassare questa imbarazzante realtà politica.

Una fazione fondamentalmente vuole utilizzare il potere di ostruzionismo del Partito; minacciare di provocare la crisi sopra il tetto del debito – in sostanza, farlo in continuazione – e di conseguenza costringere Obama a far sua l’agenda repubblicana.

L’altra fazione vuole ottenere gli stessi obbiettivi con discrezione. Fingere di essere davvero preoccupati sul debito e sul destino dei propri figli; coltivare le Persone Molto Serie e gli allarmisti del deficit; presentarsi come specialisti del Bilancio; e contrabbandare l’agenda camuffandola come responsabilità sulle finanze pubbliche.

Si tratta dunque di ricattatori contro imbroglioni: stessi obbiettivi, tattiche diverse.

Sfortunatamente per i Repubblicani – e fortunatamente per tutti noi – nessuno di questi approcci sembra funzionare (sebbene una combinazione di cautela e di ricatto era arrivata pericolosamente vicina a far elevare ad Obama nel 2011  l’età di ammissione a Medicare e, solo poche settimane fa, a ridurre le indennità di pensionamento). Ma non c’è alcun cenno sinora che a qualcuno nel Partito sia venuta voglia di esaminare la possibilità di non chiedere le politiche che sono invise all’opinione pubblica.



[1] i pare chiaro che  il “tanned guy” è Obama stesso, non solo perchè è “abbronzato”, ma perchè, secondo Krugman, finché resterà ansioso non consentirà di prevedere con certezza un esito felice di tutta la faccenda del “tetto del debito” ?

Shinzo e gli elicotteri (abbastanza per espertI) (18 gennaio 2013)

gennaio 18, 2013

 

January 18, 2013, 9:28 am

Shinzo and the Helicopters (Somewhat Wonkish)

Shinzo Abe’s turn toward expansionary policies has, rather oddly, drawn fire from economists you might have expected to be supportive. Adam Posen — who taught me most of what I know about Japan — is against the fiscal stimulus, and wants a sole focus on monetary expansion to end deflation. Richard Koo likes the stimulus but wants to forget about the whole deflation thing.

And I’m a bit puzzled. I have no stake in Abe’s success politically, and no sense of whether he knows what he’s doing. But the case for a coordinated fiscal-monetary push seems overwhelming given the intellectual framework all of us, I think, more or less share.

 

Start with whether deflation is a problem. The answer, surely, is yes. Expected deflation keeps short-term interest rates stuck hard against the zero lower bound, and puts a somewhat higher floor under long-term rates (they can’t go all the way to zero, because they price in the possibility that short rates may eventually rise but can’t fall). As a result, real interest rates are higher than they would be if the economy had, say, 2 percent inflation.

 

 

And those relatively high real rates do considerable damage. Even if you’re a total Kooian and don’t believe that real rates have any effect on domestic spending — which isn’t plausible — they clearly lead to an overvalued yen, and hence to reduced Japanese competitiveness.

Furthermore, a bit of inflation would help erode debt, both public and private (no, it wouldn’t just be reflected in higher interest rates; remember the zero lower bound). This would both alleviate the balance-sheet issues in the private sector and reduce concerns over the fiscal outlook.

So there is a clear case for breaking out of the deflation trap and moving to modest positive inflation. The question then is how to get there.

 

 

As far as I can tell, Posen is going with the notion that unconventional monetary policy, by working both on asset demand and on expectations, can do the job. Maybe, but most of us have taken the limited payoff to quantitative easing as a cautionary tale. There’s a lot to say for the notion of using temporary fiscal stimulus to push the output gap down, ideally even causing some economic overheating, to jump-start the transition to an inflationary regime.

 

And beyond that, the credibility of a higher inflation target in the face of the deflationary bias of central bankers may well be best established by (a) reducing the central bank’s autonomy and (b) getting the central bank in the business of supporting — indeed, monetizing — government deficits, at least for a while. Gauti Eggertsson made this point long ago (pdf), pointing to Japan’s successful polices in the first half of the 30s as a clear example. Indeed, Gauti argued that having a large government debt can be a real advantage in such circumstances: efforts to raise expected inflation gain extra credibility if the government would clearly benefit in fiscal terms, and the central bank is sufficiently subordinated to elected officials that investors believe that it will take these fiscal benefits into account.

 

Recently Paul McCulley and Zoltan Pozsar (pdf) have broadened this point, arguing that Minsky-like cycles of leveraging and deleveraging mean that there are times when a central bank that is obliged to support fiscal expansion through “helicopter money” is exactly what the economy doctor ordered. And this is one of those times.

So there seems to me to be a strong case that Abe is on the right track. Yes, the stimulus may not be efficiently spent — but we’re very much in bottles of cash/space aliens territory here, where even useless spending can serve a useful role. My biggest concern is actually that the stimulus plan may not include enough shovel-ready stuff to deliver a significant short-term boost. But here again, the news that the BoJ is bowing to the elected government may be the most important thing.

 

Way back in the early stages of this crisis I argued that we’d entered a looking-glass realm in which virtue was vice and prudence was folly. We’re still in that realm — and Japan, of all places, seems to be the first major government to figure that out.

 

Shinzo e gli elicotteri (abbastanza per esperti)

 

La svolta di Shinzo Abe verso politiche espansive ha, piuttosto curiosamente, provocato l’ira di economisti che ci si sarebbe aspettati la sostenessero. Adam Posen – che mi ha insegnato gran parte di quello che so sul Giappone – è contro lo stimolo della spesa pubblica, e vuole che ci si concentri soltanto sulla espansione monetaria per porre termine alla deflazione. Richard Koo è favorevole allo stimolo ma vuole lasciar perdere l’intera questione della deflazione.

Ed io sono un po’ perplesso. Politicamente, non ho alcun interesse al successo di Abe e non ho alcuna percezione che egli sappia quello che sta facendo. Ma la tesi di una spinta sia monetaria che di spesa pubblica sembra una piena concessione  allo schema teorico che, penso, sia quello che più o meno tutti noi condividiamo.

Cominciamo dal punto se la deflazione sia un problema. La risposta è che sicuramente lo è. Le aspettative di deflazione tengono i tassi di interesse inchiodati al limite inferiore dello zero [1] e in qualche modo innalzano il livello che sostiene i tassi a lungo termine (questi ultimi  non possono in alcun modo scendere sotto lo zero, perché si apprezzano per effetto della possibilità che i tassi a breve possano alla fine crescere, pur non potendo scendere). Come risultato, i tassi di interesse reali sono più alti di quanto sarebbero se l’economia avesse, diciamo, una inflazione al due per cento.

E quei tassi di interesse relativamente elevati provocano una danno considerevole. Persino se sposate interamente le tesi di Koo e non credete che i tassi reali abbiano alcun effetto sulla spesa interna – il che non è plausibile – essi chiaramente portano ad una sopravvalutazione dello yen, e di conseguenza ad una competitività ridotta del Giappone.

Inoltre, un po’ di inflazione aiuterebbe ad erodere il debito, sia pubblico che privato (e non sarebbe affatto riflessa in tassi di interesse più elevati; si ricordi il limite inferiore di zero). Questo renderebbe più lievi  i problemi delle contabilità nel settore privato ed anche ridurrebbe le preoccupazioni sulla prospettive della finanza pubblica.

C’è dunque un chiaro argomento a favore di un venir fuori dalla trappola della deflazione e di spostarsi verso una positiva modesta inflazione. La domanda allora è come ottenere quel risultato.

Per quello che posso comprendere, Posen si indirizza verso l’idea che una politica monetaria non convenzionale, operando sia sulla domanda di assets che sulle aspettative, possa ottenere lo scopo. Può darsi, ma la maggior parte di noi ha appreso alla stregua di una lezione di cautela i vantaggi limitati della ‘facilitazione quantitativa’ [2]. Ci sono molti argomenti a favore del concetto dell’utilizzo di una stimolo temporaneo della spesa pubblica [3], teoricamente anche quando provoca un qualche surriscaldamento dell’economia, per dare un colpo d’avvio ad un passaggio ad un regime inflazionistico.

E, oltre a ciò, la credibilità di un obbiettivo di maggiore inflazione a fronte delle tendenze deflazionistiche dei banchieri centrali può ben essere perseguita nel migliore dei modi: a) riducendo l’autonomia delle banche centrali e b) affidando alle banche centrali il compito di sostenere – in effetti, di monetizzare – i deficit dei governi, almeno per un periodo. Gauti Eggertsson indicò molto tempo fa questo aspetto (disponibile in pdf), segnalando le politiche di successo del Giappone nei primi anni ’30 come un chiaro esempio. In effetti, Gauti sostenne che avere un grande debito statale, in tali circostanze può costituire un reale vantaggio: gli sforzi per elevare l’inflazione attesa guadagnano una credibilità aggiuntiva se il Governo ne potrà derivare un evidente beneficio in termini di finanza pubblica, e la Banca Centrale è sufficientemente subordinata ai legislatori eletti, perché gli investitori credano che essa metterà nel conto questi vantaggi della finanza pubblica.

Recentemente Paul McCulley e Zoltan Pozsar (disponibile in pdf) hanno ampliato questo punto, sostenendo che i cicli dell’aumento e della caduta dei rapporti di indebitamento alla Minsky [4] significano che ci sono tempi nei quali una banca centrale è costretta a sostenere l’espansione della domanda pubblica attraverso “denaro dall’elicottero” [5], e che questa è esattamente la ricetta più consigliabile. E questo è uno di quei momenti.

Mi sembra dunque esserci un forte argomento secondo il quale Abe sarebbe sulla strada giusta. E’ vero, lo stimolo può non essere speso in modo efficace, ma a questo proposito siamo davvero nel campo delle bottiglie di contante o degli extraterrestri nello spazio [6], dove persino una spesa pubblica inutile può servire ad uno scopo utile. La mia preoccupazione più grande, in questo momento, è che il programma di sostegno possa non comprendere sufficienti oggetti di immediata cantierazione, in modo da dare una spinta significativa nel breve termine. Ma anche qua, la notizia che la Banca del Giappone si sta inchinando al (neo)governo eletto può essere la cosa più importante.

Tornando indietro ai primi passi di questa crisi, avevo sostenuto che saremmo entrati in un regno di specchi deformanti, nel quale la virtù è vizio e la prudenza follia. Siamo ancora in quel regno – e il Giappone, tra tutti i posti, sembra essere il primo importante Governo che lo capisce.



[1] Per il concetto di ‘limite inferiore di zero’, vedi le Note sulla traduzione.

[2] Per “quantitative easing” vedi le Note finali sulla traduzione.’

[3] Per  il termine ‘fiscal’ si legga la nota finale sulla traduzione. “Fiscal” normalmente non è traducibile in italiano con “fiscale” – anche se impropriamente si tende a farlo sempre più di frequente. In inglese “fiscal” è un aggettivo che indica il complesso dei fattori attinenti alla finanza pubblica, ovvero non solo quelli connessi con il “fisco” e con le entrate, ma anche quelli connessi con la spesa pubblica. Il punto è che in inglese il termine “fisco” – sostantivo – si traduce solo con “tax”; di contro il nostro “fisco” definisce normalmente tutto ciò che è soltanto connesso con le tasse. Di conseguenza è arduo in italiano usare il termine “fiscale” (a parte i suoi significati più astratti …) per riferirsi anche alla spesa pubblica. Per questa ragione, quando nel testo – come in questo caso – si intende chiaramente riferirsi a misure pubbliche di sostegno all’economia, mi pare più ragionevole tradurre “fiscal policy” con “politica della spesa pubblica”.  In altri casi traduco anche con “politica della finanza pubblica”; ma si deve considerare che in lingua inglese è frequente – come in questo articolo – esporre distintamente, o anche contrapporre, la “monetary policy” e la “fiscal policy”, quando si parla di politiche per favorire l’espansione economica. La prima, la politica monetaria, è quella che agisce esclusivamente e direttamente sulla quantità di moneta in circolazione (prerogativa delle Banche Centrali); la seconda agisce invece sulla spesa pubblica dei governi. Tradurre, dunque, “fiscal policy” con “politica della finanza pubblica” può essere spesso improprio, perché nel significato italiano anche la politica monetaria è politica della finanza pubblica.

[4] Minsky è stato un importante economista americano, deceduto nel 1996, che ha studiato i processi di finanziarizzazione dell’economia, della creazione di bolle speculative e delle successive crisi, come fenomeni caratteristici delle società capitalistiche, alla luce di una lettura keynesiana del funzionamento dei meccanismi economici. Probabilmente è la figura principale di macroeconomista keynesiano degli ultimi decenni, ampiamente sottovalutato, sino almeno alla crisi finanziaria del 2008. Un economista italiano che si sottolineò la sua importanza fu Silvano Andriani, nel suo importante (e preveggente) “L’ascesa della finanza”, del 2006. Krugman stesso ha varie volte scritto di questa sottovalutazione, in un certo senso anche sua. Il tema, assai rilevante anche politicamente, è venuto in forte evidenza nel marzo del 2012, in occasione di un convegno a Berlino di economisti “minskyani”. Si può semplicemente notare come la rilevanza politica di quella discussione, in ultima analisi, finisca col vertere sul ruolo delle banche nel funzionamento delle economie moderne, che, come è noto, è anche una questione politica che ha finito con l’essere rilevante anche negli orientamenti di una parte della opinione pubblica di sinistra (si pensi allo stesso movimento “Occupy Wall Street”, con il quale Krugman ha comunque espresso a suo tempo un forte sentimento di condivisione, sia pure con qualche cautela). In occasione del Convegno di Berlino uno dei principali esponenti di questo neo-minskysmo, Steve Keen, polemizzò abbastanza aspramente con Krugman, provocando alcuni suoi interventi (“Minsky e la metodologia”, post del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario”, post sempre del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario. Continuazione”, post del 30 marzo 2012). In questa polemica intervennero anche altri esponenti ‘minskyani’ come Randall Wray, Steve Roth, Nick Rowe e Scott Fullwiler.

giu 24 a

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[5] Alcuni economisti, compreso Milton Friedman, talora hanno usato la metafora del “denaro dall’elicottero”. L’autorità monetaria caricherebbe  valuta appena stampata su elicotteri, per poi mettersi a volare in giro ed a gettarla di sotto. La gente afferrerebbe  il denaro o magari lo ammucchierebbe col rastrello; in sostanza, la gente spenderebbe poi il denaro, in modo tale che un incremento della quantità di denaro scaricata dagli elicotteri provocherebbe una spesa aggiuntiva. Se ci fossero problemi di inadeguata domanda, gli ‘elicotteri’ potrebbero porvi rimedio. Quello che è implicito nella storiella degli elicotteri è che la moneta legale funziona come la moneta aurea; la differenza è che non si devono sostenere alti costi di estrazione ma solo stamparla. Nello stesso modo in cui i cercatori d’oro vendono o spendono il loro prodotto senza  alcun pensiero sugli effetti di tutto ciò sul potere di acquisto dell’oro, il Governo può spendere moneta stampata senza preoccuparsi dei livello dei prezzi. L’economia deciderà se la moneta scesa dagli elicotteri favorirà l’espansione o provocherà l’inflazione.

 

[6] La traduzione è assai azzardata, ma provo a giustificarla. Le “bottiglie di contante” che potrebbero essere sotterrate sottoterra, se ben ricordo, sono un esempio avanzato da Keynes nella Teoria Generale, esattamente a proposito della equivalenza di soluzioni monetariste paradossali e di convenzionale monetarismo aureo. Gli alieni sono invece una invenzione altrettanto paradossale di Krugman, che talvolta si è spinto ad ipotizzare lo scherzo dei possibili effetti espansivi di una inventata guerra spaziale agli effetti di un potenziamento della domanda aggregata. Il significato sarebbe che siamo in un campo nel quale un ampliamento della spesa pubblica produrrebbe effetti anche a prescindere dalla efficacia di tale spesa, come del resto chiarito dalla frase successiva.

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