February 23, 2013, 10:32 am
Some readers have been asking me for the data source for Paul De Grauwe’s measure of austerity. I’m working on it. Meanwhile, however — and partly for my own reference — I discovered that I can do a similar exercise over a somewhat longer time horizon, which I’m posting in large part as a note to myself.
Now, measuring austerity is tricky. You can’t just use budget surpluses or deficits, because these are affected by the state of the economy. You can — and I often have — use “cyclically adjusted” budget balances, which are supposed to take account of this effect. This is better; however, these numbers depend on estimates of potential output, which themselves seem to be affected by business cycle developments.
So the best measure, arguably, would look directly at policy changes. And it turns out that the IMF Fiscal Monitor provides us with those estimates, as a share of potential GDP, for selected countries from 2009 to 2012 (Table 15). What I’ve done is to plot those estimates (horizontal axis) against changes in real GDP from 2008 to 2012 (vertical axis). Here it is:
The implied multiplier is 1.2; the R-squared is 0.84.
In normal life, a result like this would be considered overwhelming confirmation of the proposition that austerity has large negative impacts. Yes, you can concoct elaborate stories about how it could be wrong; but it’s really reaching. It seems safe to say that what we have here is a case in which rival theories made different predictions, the predictions of one theory proved completely wrong while those of the other were totally vindicated — but in which adherents of the failed theory, for political and ideological reasons, refuse to accept the facts.
L’Europa dell’austerità
Alcuni lettori mi hanno chiesto la fonte dei dati delle misure di Paul De Grauwe sull’austerità. Ci sto lavorando. Nel frattempo, tuttavia – e in parte per mio proprio interesse – ho scoperto che posso fare un esercizio simile su un orizzonte temporale abbastanza più lungo, che è quello che mi accingo a riferire in gran parte come una nota per me stesso.
Ora, misurare l’austerità è complicato. Non potete usare i deficit o gli avanzi di amministrazione, perché questi sono influenzati dallo stato dell’economia. Potete – io lo faccio spesso – utilizzare gli equilibri di bilancio “corretti ciclicamente”, che si suppone tengano conto di quell’effetto. E’ una soluzione migliore; tuttavia queste cifre dipendono dalle stime del prodotto potenziale, e loro stesse sembrano influenzate dagli sviluppi del ciclo economico.
La migliore misura, dunque, probabilmente dovrebbe riferirsi direttamente ai mutamenti delle politiche. E viene fuori che il Fiscal Monitor del FMI ci fornisce quelle stime, come percentuali del PIL, per un numero ristretto di paesi dal 2009 al 2012 (Tabella 15). Quello che io ho fatto è sistemare quelle stime (asse orizzontale) a fronte dei cambiamenti del PIL reale dal 2008 al 2012 (asse verticale). Ecco cosa ne deriva:
Il moltiplicatore che ne deriva è 1,2; il coefficiente di determinazione è 0,82 [1].
In un mondo normale, un risultato come questo sarebbe considerato come una totale conferma del concetto secondo il quale la austerità ha impatti largamente negativi. E’ vero, potete escogitare storie complicate su come potrebbe essere sbagliato; ma in realtà ci si avvicina. Sembra che si possa dire con certezza che ci troviamo dinanzi ad un caso nel quale teorie diverse hanno fatto diverse previsioni, le previsioni di una teoria si sono dimostrate completamente sbagliate mentre quelle dell’altra sono state completamente confermate – ma nel quale gli aderenti alla teoria soccombente, per ragioni politiche ed ideologiche, rifiuta di accettare i fatti.
[1] “R-squared”, o R2, o coefficiente di determinazione, in statistica è una proporzione tra la variabilità dei dati e la correttezza del modello statistico utilizzato.
febbraio 22, 2013
February 22, 2013, 10:14 am
Nobody has taught me as much about the euro crisis as Paul De Grauwe, who brought to the fore a crucial point almost everyone was overlooking: the importance of self-fulfilling debt panics in countries that no longer have their own currencies. Now he has a new paper with Yuemei Ji following up on that insight, and offering yet more evidence of the incredible unwisdom of European economic policy.
What De Grauwe and Ji show is that the rush to austerity in Europe largely reflected the surge in sovereign debt spreads after Greece got in trouble; the bigger the spread, the harsher the austerity. But it turned out that the spreads didn’t reflect underlying fiscal fundamentals. De Grauwe had already made that point by comparing the UK with Spain; similar fiscal outlooks, wildly different borrowing costs. Now he has another piece of evidence, the spectacular decline in spreads once the ECB signaled its willingness to buy sovereign debt if necessary, thereby removing fears of a self-fulfilling liquidity crisis.
Meanwhile, all that austerity has taken a terrible toll. De Grauwe and Ji offer us yet another revealing scatterplot, using announced austerity measures in 2011:
But hey, Keynesian economics can’t be right, can it?
And they also show that countries pursuing austerity have by and large seen their debt positions worsen:
But take heart. Olli Rehn of the European Commission, last heard declaring that the big problem with austerity isn’t that it doesn’t work, it’s the fact that economists keep publishing studies showing that it doesn’t work, says that the only thing we have to fear is fear itself:
Mr. Rehn insisted that Europe’s belt-tightening policies were working and would lay the groundwork for a recovery. He said the European economy should expand in 2014, with growth reaching 1.6 percent across the Union and 1.4 percent in the euro area.
“We must stay the course of reform and avoid any loss of momentum, which could undermine the turnaround in confidence that is underway, delaying the needed upswing in growth and job creation,” he said in the statement.
Well, that’s all right, then.
Paul De Grauwe e il Rehn del Terrore
Nessuno mi ha insegnato tanto sulla crisi dell’euro quanto Paul De Grauwe, che ha messo allo scoperto un punto cruciale che quasi tutti stavano sottovalutando: l’importanza dell’auto avverarsi delle crisi di panico da debito nei paesi che non hanno più le loro valute. Esce ora un nuovo saggio assieme a Yuemei Ji che segue quella intuizione ed offre ancora maggiori prove della incredibile dabbenaggine della politica economica europea.
Quello che De Grauwe e Ji mostrano è che la corsa all’austerità in Europa ha rispecchiato ampiamente la crescita degli spreads dei debiti sovrani dopo che la Grecia era finita nei guai; maggiore lo spread, più dura l’austerità. Ma è risultato che gli spread non hanno riflettuto i sottostanti fondamentali delle finanze pubbliche. De Grauwe aveva già avanzato quel punto confrontando l’Inghilterra con la Spagna; prospettive simili della finanza pubblica, costi di indebitamento enormemente diversi. Ora egli scrive su un’altra testimonianza, il declino spettacolare degli spreads una volta che la BCE segnalò la sua volontà di acquistare se necessario debiti sovrani, in tal modo rimuovendo le paure di crisi di liquidità che si autoavverano.
Nel frattempo, tutta quella austerità ha provocato una ecatombe terribile. De Grauwe e Ji ci offrono un altro grafico a dispersione, utilizzando le misure annunciate di austerità del 2011 [1]:
Ma attenti, l’economia keynesiana non può essere giusta, è chiaro?
Essi mostrano anche, inoltre, che i paesi che hanno perseguito politiche di austerità hanno in linea generale visto peggiorare le loro condizioni di debito:
Ma rincuoratevi. Olli Rehn, della Commissione Europea, dichiarando di recente che il grande problema con l’austerità non è che non funziona, è piuttosto che gli economisti continuano a pubblicare studi che mostrano che non funziona, ha detto che l’unica cosa di cui si deve avere paura è la paura stessa:
Il signor Rehn ha ribadito che le politiche restrittive dell’Europa stanno funzionando e mettono le fondamenta per una ripresa. Egli ha detto che l’economia europea dovrebbe espandersi nel 2014, con una crescita che raggiungerà l’1,6 per cento nell’Unione e l’1,4 per cento nell’area euro.
“Dobbiamo mantenere la rotta ed evitare ogni perdita di concentrazione, che potrebbe minare la svolta di fiducia che è in atto, rinviando la necessaria ripresa della crescita e della creazione dei posti di lavoro” ha detto nel suo discorso.
Ebbene, è tutto a posto, dunque.
[1] Sulle ascisse si trova la misurazione delle “dosi” di austerità; sulle ordinate la crescita del PIL.
febbraio 22, 2013
February 22, 2013, 9:52 am
Oh, boy — it turns out that I, too, wasn’t nearly hard enough on Holtz-Eakin and Roy’s health care op-ed. In praising the allegedly more free-market Swiss system, they declare:
While most Americans view their healthcare system as “free-market,” Switzerland actually has the most market-oriented healthcare system in the West. It translates into universal coverage and low entitlement costs. Swiss government entities spent about 3.5 percent of gross domestic product on healthcare in 2010, compared to 8.5 percent in the United States. That’s a difference of more than $5 trillion over 10 years: real money, especially relative to our $16 trillion debt.
OK, I don’t know what spending by “government entities” means — but the OECD offers standard data on public and private health care expenditure; according to these data, America does indeed have public spending of 8.5 percent of GDP — but the Swiss number is 7.4 percent. This isn’t an obscure source, it’s where everyone goes for the numbers. Something is very wrong here.
More generally, comparing public spending and calling lower public spending a “saving” is deeply wrong when it comes to health care, where some countries simply pay for health care out of public funds, while others use a combination of regulation and subsidies to achieve similar result, but with lower on-budget outlays. Here’s how I do the comparison when I teach it. First, a single payer system:
Here all of the spending shows up in the government budget.
Next, ObamaRomneycare (or, actually, the Swiss system), in which everyone is obliged to buy insurance, but the government subsidizes premiums for lower-income families:
Here only the subsidy component shows up in the government’s budget — but the two systems produce pretty much the same results. Oh, and ObamaRomneycare doesn’t save money relative to single payer — it just arranges that much of the cost takes the form of premiums rather than taxes.
Look, I know that we’re supposed to be celebrating people like Holtz-Eakin and Roy for showing more intellectual flexibility than the rest of their party. But I guess I find it hard to be encouraged when the supposed show of flexibility leads with grossly false and/or misleading numbers.
Ancora sui miti svizzeri
Ragazzi – viene fuori che anch’io non ero stato abbastanza severo sull’editoriale sulla riforma sanitaria di Holtz-Eakin e Roy. Nell’elogiare il preteso più libero sistema svizzero, dichiarano:
“Mentre la maggior parte degli americani considerano il loro sistema di assistenza sanitaria da ‘libero mercato’, la Svizzera in realtà ha il sistema di assistenza sanitaria più orientato al mercato di tutto l’Occidente. Esso si traduce in copertura universale e bassi costi dei programmi assistenziali. Il Governo svizzero ha speso nel 2010 il 3,5 per cento del PIL sulla assistenza sanitaria, a confronto dell’8,5 degli Stati Uniti. Cioè una differenza di più di 5 milia miliardi in dieci anni: soldi veri, in considerazione soprattutto del nostro debito di 16 milia miliardi di dollari.
Ebbene, io non so che cosa sia la spesa da parte delle “entità governative” – ma l’OCSE offre i dati ordinari sulla spesa per la assistenza sanitaria pubblica e privata; secondo questi dati l’America in effetti ha una spesa pubblica pari all’8,5 per cento del PIL – ma la percentuale della Svizzera è il 7,4 per cento. Questa non è una fonte misteriosa, è il luogo dove tutti attingono i dati. Qua c’è qualcosa davvero di sbagliato.
Più in generale, confrontare le spese pubbliche e definirle in termini di risparmio è profondamente sbagliato nel caso della assistenza sanitaria, dove alcuni paesi semplicemente pagano l’assistenza sanitaria con i fondi statali, mentre altri usano una combinazione di regole e di sussidi per ottenere risultati simili, ma con esborsi di bilancio minori. Ecco come io faccio quel paragone quando lo insegno. In primo luogo, un sistema con un’unica fonte di pagamenti [1]:
In questo caso tutta la spesa compare nel bilancio statale.
Nella tabella successiva, la riforma di Obama e Romney [2](oppure, in effetti, il sistema elvetico), nel quale ognuno è obbligato ad acquistare la assicurazione, ma il Governo fornisce aiuti per le famiglie a redditi più bassi [3]:
In questo caso solo la componente dei sussidi appare nei bilanci statali – ma i due sistemi hanno grosso modo gli stessi risultati. E, si badi, la assistenza secondo il modello Obama-Romney non risparmia denaro rispetto al modello di un unico centro di spesa – essa semplicemente mostra quel tanto di costo che prende la forma dei sussidi piuttosto che delle tasse.
Si badi, sono al corrente che si pensa che si debbano celebrare persone come Holtz-Eakin e Roy perché mostrano una maggiore flessibilità intellettuale del resto del loro Partito. Ma quando la supposta manifestazione di flessibilità porta a grossolane falsificazioni o a dati fuorvianti, penso che mi resti difficile essere incoraggiato a farlo.
[1] In blu appaiono i contributi, in rosso le entrate derivanti dalle tasse; a sinistra nel caso dei redditi bassi, a destra in quello dei redditi alti. Ma è una interpretazione, perché la lettura non è così semplice. I “benefits” normalmente sono i contributi che determinate istituzioni, comprese le assicurazioni sanitarie, pagano per gli utenti (ammalati o disoccupati etc.). Suppongo che nella prima tabella sottostante, per benefits si intendano i contributi provenienti dal “single payer” (ovvero dallo Stato), mentre per taxes si intendano sempre le spese sanitarie, ma coperta dal contributo fiscale degli utenti.
[2] Come è noto, Krugman spesso definisce la riforma di Obama come “ObamaRomney” perché essa alla fine è risultata abbastanza simile ad una precedente riforma a livello di uno Stato, approvata nel Massachusetts al tempo in cui Romney era Governatore.
[3] Come nella tabella precedente, si confronta a sinistra la situazione per i redditi bassi ed a destra quella per i redditi alti. In blu compaiono le spese direttamente a carico degli Stati, in rosso quelle provenienti dal sistema fiscale. Il colore rosa, nel caso dei bassi redditi, indica le spese provenienti dal sistema fiscale che operano come sussidi verso i meno abbienti; in verde le tasse aggiuntive nei confronti dei redditi più elevati.
febbraio 21, 2013
February 21, 2013, 4:55
Oh, my. Aaron Carroll is rightly very, very annoyed at Douglas Holtz-Eakin and Arik Roy for saying that Obamacare should be replaced with a free-market system, like Switzerland’s. As he points out, the Swiss system is nothing like their description. In particular, they denounce community rating — but Switzerland has community rating!
Actually, though, it’s even worse than Carroll lets on, for two reasons.
One is that Obamacare in fact looks a lot like, you guessed it, the Swiss system — so much so that back in 2009 I described it as a plan to Swissfy America. After all the screaming about the awfulness of Obamacare, it’s pretty rich to hold up as a role model a very similar system.
But wait, there’s more: the Swiss system is more privatized than other European systems — and guess what, it has higher costs, indeed second only to America’s:
Maybe Holtz-Eakin doesn’t know anything about this — but wasn’t Roy supposed to be a conservative expert in this field? Are they really unaware of the basics here? Or do they just expect their readers to be easily fooled?
Miti svizzeri
Dio mio. Aaron Carroll [1] è giustamente davvero indignato con Douglas Holtz-Eakin e Arik Roy per aver detto che la riforma sanitaria di Obama dovrebbe essere sostituita con un sistema a libero mercato, come quello della Svizzera. Egli mette in evidenza come il sistema svizzero non assomigli affatto alla loro descrizione. In particolare, essi denunciano il “community rating” [2] – ma la Svizzera ha il “community rating” !
Tuttavia, in effetti è persino peggio di quello che Carroll mostra, per due ragioni.
Una è che la riforma di Obama, se ci pensate, di fatto assomiglia molto al sistema della Svizzera – al punto che nel passato 2009 io la descrissi come un piano per “elvetizzare” l’America. Dopo aver tanto sbraitato su quanto sia terribile la riforma di Obama, è abbastanza divertente sostenere come modelle di riferimento un sistema del tutto simile.
Ma aspettate, c’è di più: il sistema svizzero è il più privatizzato dei sistemi europei – e, indovinate un po’,l è quello che ha i costi più alti, secondo, in effetti, solo agli Stati Uniti:
Forse Holtz-Eakin non sa niente di queste cose, ma Roy sembrava fosse un conservatore esperto in questo campo. Sono davvero digiuni di tutto? O si aspettano di poter prendere in giro i propri lettori facilmente?
[1] Pediatra e direttore di un Centro di ricerca sulla salute dei bambini presso la Medicine School della Università dell’Indiana.
[2] Il “community rating” è un concetto secondo il quale la assicurazione sanitaria deve offrire a tutte le persone di un determinato territorio eguali condizioni e costi assicurativi, a prescindere dalle loro condizioni di salute. In pratica, dunque, è l’opposto del “risk rating”, secondo il quale il costo assicurativo deve basarsi sulle condizioni di rischio sanitario del singolo utente. L’America prima della riforma Obama è un caso evidente di “risk rating”.
febbraio 19, 2013
February 19, 2013, 2:20 pm
So, several people, including NF himself, have written in to say that Ferguson actually did concede that I was right about deficits and interest rates. Indeed he did; I missed it.
Unfortunately, there’s a very disturbing aspect to this sort-of concession; even while admitting that he had been wrong, Ferguson completely misrepresented his own earlier position, in an attempt to make it sound more defensible. Here’s his 2012 version:
FERGUSON: I think the issue here got a little confused, because Krugman wanted to portray me as a proponent of instant austerity, which I never was. My argument was that over ten years you have to have some credible plan to get back to fiscal balance because at some point you lose your credibility because on the present path, Congressional Budget Office figures make it clear, with every year the share of Federal tax revenues going to interest payments rises, there is a point after which it’s no longer credible. But I didn’t think that point was going to be this year or next year.
But here’s what he actually said in our original 2009 debate:
You can’t be a monetarist and a Keynesian simultaneously—at least I can’t see how you can, because if the aim of the monetarist policy is to keep interest rates down, to keep liquidity high, the effect of the Keynesian policy must be to drive interest rates up.
After all, $1.75 trillion is an awful lot of freshly minted treasuries to land on the bond market at a time of recession, and I still don’t quite know who is going to buy them. It’s certainly not going to be the Chinese. That worked fine in the good times, but what I call “Chimerica,” the marriage between China and America, is coming to an end. Maybe it’s going to end in a messy divorce.
No, the problem is that only the Fed can buy these freshly minted treasuries, and there is going to be, I predict, in the weeks and months ahead, a very painful tug-of-war between our monetary policy and our fiscal policy as the markets realize just what a vast quantity of bonds are going to have to be absorbed by the financial system this year. That will tend to drive the price of the bonds down, and drive up interest rates, which will also have an effect on mortgage rates—the precise opposite of what Ben Bernanke is trying to achieve at the Fed.
[Emphasis added.]
Points, then, for intellectual flexibility — but major demerits for trying to flush one’s own past statements down the memory hole.
Una difesa qualificata per Niall Ferguson [1]
Dunque alcune persone, incluso Niall Ferguson medesimo, hanno scritto per dire che in effetti Ferguson ha ammesso che io avevo ragione sui deficit e sui tassi di interesse. In effetti è così, la cosa mi era sfuggita.
Sfortunatamente, c’è un aspetto assai fastidioso in questa sorta di ammissione; anche nel mentre ammette di aver avuto torto, Ferguson distorce completamente la sua prima posizione, nel tentativo di farla apparire più sostenibile. Ecco qua la sua versione del 2012:
“FERGUSON: io penso che il tema sia diventato un po’ confuso, perché Krugman intendeva presentarmi come un sostenitore di una austerità immediata, cosa che io non sono mai stato. La mia tesi era che nel corso di dieci anni ci doveva essere un qualche piano credibile per tornare ad un equilibrio di finanza pubblica dato che ad un certo punto si perde credibilità a causa dell’andamento in corso, i dati del Congressional Budget Office lo dicono chiaramente, con la quota delle entrate dalle tasse federali destinate al pagamento degli interessi che ogni anno cresce, c’è un punto al di là del quale non si è più credibili. Ma io non ho pensato che questo punto fosse vicino a presentarsi, quest’anno o quello prossimo”.
Ma ecco quello che lui effettivamente disse nel nostro dibattito del 2009:
“Non si può essere monetaristi e keynesiani nello stesso tempo – almeno io non vedo come sia possibile, perché se l’obbiettivo della politica monetarista è tener bassi i tassi di interesse, per alzare la liquidità, l’effetto della politica keynesiana deve essere spingere i tassi di interesse in alto.
Dopo tutto, 1750 miliardi di dollari sono una quantità terribile di buoni del tesoro appena emessi da collocare sul mercato dei bonds in un periodo di recessione, e io non ho ancora abbastanza chiaro chi li acquisterà. Certamente non i Cinesi. Quello andava bene nei bei tempi passati, ma quello che io chiamo ‘Chimerica’, il matrimonio tra Cina ed America, sta per finire. Forse sta per finire con un complicato divorzio.
No, il problema è che soltanto la Fed può acquistare questi buoni del Tesoro emessi di fresco, e lo farà, io prevedo, nelle prossime settimane e mesi, un penosissimo tiro alla fune tra la nostra politica monetaria e la nostra politica della finanza pubblica appena i mercati capiranno semplicemente che una grande quantità di denaro è destinata ad essere assorbita dal sistema finanziario quest’anno. Questo tenderà a spingere i prezzi dei bonds verso il basso, e ad alzare i tassi di interesse, la qualcosa avrà anche un effetto sugli interessi sui mutui – esattamente l’opposto di quanto Ben Bernanke sta cercando di realizzare alla Fed.”
[Sottolineatura mia.]
Omaggio, dunque, alla flessibilità intellettuale – ma pessimi voti per aver cercato di scaricare le proprie dichiarazioni passate nel buco della memoria.
[1] Niall Ferguson, professore di storia all’Università di Harvard, è una figura molto nota di storico e di esperto di cose economiche. Penso che questa sia una definizione oggettiva, nel senso che egli è autore di varie opere, generalmente di contenuto storico, talora più specificamente di contenuto economico, senza essere una teorico dell’economia e neppure un cultore di congiunture economiche (Empire: How Britain Made the Modern World, The Ascent of Money: A Financial History of the World e Civilization: The West and the Rest). In italiano, di recente è stato tradotto il suo “XX Secolo. L’età della violenza”. Negli anni passati – a questo si riferisce il post – fu protagonista di una aspra polemica contro le posizioni keynesiane sulla crisi. Nel periodo più recente ha in parte corretto le sue impostazioni al proposito. Di recente (sul blog Project Syndicate) ha pubblicato un articolo assieme a Lionel Roubini sulla situazione dell’economia. In conclusione: un intellettuale di prestigio e di rilevanti fortune editoriali, un economista non immune da abbagli.
febbraio 18, 2013
February 18, 2013, 8:45 am
Matt O’Brien is covering the continuing Scarborough freakout over bearded prophets of non-doom; better him than me. I would say that JoScar is making progress. He seems to have graduated from frantic appeals to imagined authority — nobody else is saying what that guy says! — to efforts to make his case with actual data. Unfortunately, you really need some background knowledge — actually, quite a lot of background knowledge — before you try using economic data to tell stories, a point O’Brien makes abundantly clear.
But this particular episode jogged me into doing something I’ve been meaning to do for a while: talk about the causes of the big decline in the dollar during the Bush years. As O’Brien says, it’s ludicrous to blame this pre-crisis decline on deficits that only ballooned after the crisis struck; it’s also bizarre to think of the dollar’s decline as a tragedy, when it actually took place in the context of mostly low inflation and a growing economy. Still, what was actually going on?
First, we need some perspective. Here’s the 40-year history of the real dollar:
What you see right away is that the dollar fluctuates a lot, so impressions of big decline depend a lot on your starting point. Think of it this way: maybe the question isn’t why the dollar fell so much during the Bush years, but rather why it was so strong during the late Clinton years. (The tech boom/bubble is an obvious answer).
It’s also interesting to ask who the dollar declined against. And the main answer is Canada and Europe, which together account for more than a third of the overall dollar index. Here’s the exchange rate against the euro and the exchange rate against the loonie; both are nominal, not real rates, but since Canadian and European inflation rates are low and close to ours, that’s not a problem:
So: the euro was extraordinarily weak in the early 2000s (which I remember from a wonderful bike trip in Burgundy), reflecting teething troubles with the new currency. It recovered, and has stayed strong despite the crisis because of the refusal of the European Central Bank to match the easing of other central banks. Canada, meanwhile, saw its currency rise along with a great commodity boom.
In short, it’s not me, it’s you — the decline in the dollar under Bush probably had more to do with what was going on in our trading partners than with what was going on here. And in any case, again, it was not a problem for America.
Il grande declino del dollaro
Matt O’Brien dà notizia dei perduranti attacchi di ansia da parte di Scarborough per i profeti barbuti della non-sventura [1]: meglio lui di me. Direi che Joscar sta facendo progressi. Sembra che stia passando da convulsi appelli ad una autorità immaginaria – “nessun altro sostiene quello che sostiene quell’individuo” – agli sforzi di sostenere la sua posizione con dati effettivi. Sfortunatamente, c’è proprio bisogno di qualche conoscenza pregressa – in effetti, almeno un po’ – prima di provare ad utilizzare le statistiche economiche per raccontare storie, punto questo che O’Brien chiarisce esaurientemente.
Ma questo episodio particolare mi ha spinto a fare una cosa che avevo intenzione di fare da un po’ di tempo: parlare del grande declino del dollaro negli anni di Bush. Come dice O’Brien, è grottesco dare la colpa di questo declino precedente alla crisi ai deficit che sono cresciuti a vista d’occhio solo dopo lo scoppio della crisi; è anche bizzarro pensare alla crisi del dollaro come ad una tragedia, quando esso effettivamente prese piede nel contesto di una inflazione per lo più bassa e di una economia in crescita. Tuttavia, cosa accadde effettivamente?
In primo luogo, abbiamo bisogno di un po’ di prospettiva. Ecco 40 anni di storia effettiva del dollaro:
Quello che subito si nota è che il dollaro fluttua ampiamente, cosicché l’impressione di una grande declino dipende molto dal vostro punto di partenza. Diciamo così: forse la domanda non è perché il dollaro cadde così tanto durante gli anni di Bush, ma piuttosto perché era così forte durante gli anni di Clinton (e la risposta ovvia è il boom e poi la bolla dell’industria tecnologica avanzata [2]).
E’ anche interessante chiedersi a danno di chi declinò il dollaro. E la risposta principale è il Canada e l’Europa, che realizzarono assieme più di un terzo dell’indice complessivo del dollaro. Ecco il tasso di cambio nei confronti dell’euro e del loonie [3]; sono entrambi tassi di cambio nominali, non reali, ma dal momento i tassi canadesi ed europei di inflazione non sono molto diversi dai nostri, quello non è un problema:
Dunque: l’euro fu straordinariamente debole nei primi anni 2000 (cosa della quale ho memoria per un meraviglioso viaggio in bicicletta in Borgogna), riflettendo difficoltà iniziali con la nuova valuta. Esso si riprese, e rimase forte nonostante la crisi a causa del rifiuto della Banca Centrale Europea a compensare gli interventi di mitigazione da parte delle altre banche centrali. Il Canada, nel frattempo, vedeva la propria valuta risalire a seguito di un grande boom delle materia prime.
In breve, sono argomenti a favore mio, non vostro – il declino del dollaro negli anni di Bush ebbe probabilmente più a che fare con quello che stava accadendo ai nostri partners commerciali che con quello che stava succedendo qua. E, in ogni caso, ancora una volta, quello non fu un problema per l’America.
[1] Nel senso che la posizione di Krugman (e ormai di tanti) è che non esiste un rovinoso problema di debito negli Stati Uniti, e contro questa posizione il conduttore televisivo e politico conservatore Joe Scarborough ha intrapreso una specie di crociata. Krugman lo chiama spesso “JoScar”.
[2] Per “tech boom/bubble” si intende in generale una grande crescita/bolla speculativa dell’economia derivante dagli effetti di tecnologie innovative. In questo contesto, il riferimento è alla “Dot-com boom” (o “Internet bubble” o “Information Technology bubble”), ovvero alla bolla speculativa che durò all’incirca tra il 1997 ed il 2000. Durante quel periodo i mercati azionari dei paesi industrializzati videro i titoli del settore di Internet e delle attività collegate, particolarmente del commercio on-line, salire rapidamente. Il collasso della bolla avvenne negli anni 2000 – 2001, con il fallimento di alcune importanti imprese come Pets.com, e la perdita di capitalizzazione sui mercati di altre, come Cisco. Avvenne anche che alcune imprese riuscirono a riprendersi ed a conquistare posizioni più elevate che in precedenza, come Amazon.com.
[3] Il dollaro canadese. Si chiama “loonie” perché si un lato presenta l’immagine di un uccello acquatico, strolaga o tuffetto, in inglese “loon”:
febbraio 5, 2013
February 5, 2013, 10:12 am
Dean Baker is annoyed at Robert Samuelson, not for the first time, and with reason. The idea of invoking Japan, of all places, to justify fears that stimulus leads to inflation or asset bubbles is just bizarre. And while there is much shaking of heads about Japanese debt, the ill-effects if any of that debt are by no means obvious.
But what remains true is that Japan has run budget deficits for many years while delivering what appears on the surface to be very disappointing economic performance. What’s the story there?
My answer would run in two parts.
First, you should never make comments on Japanese growth or lack thereof without taking demography into account. Japan has low fertility and low immigration; this has translated into a dramatically aging population and a declining working-age population. So what does Japan’s performance look like if you calculate real GDP per working-age adult? (In the picture below I define working-age as 15-64; this is one case in which you DO NOT WANT to look at FRED, which defines working age as 16+ and therefore takes no account of aging).
I’ve used a log scale, so you can view vertical distances as percentage changes. If we look at growth from the early 1990s to the business cycle peak in 2007, we have growth of about 1.2% per year. That’s actually not bad; you can argue that demographically adjusted, the whole tale of Japanese stagnation is a myth.
What is true is that there were two long periods of depressed output relative to trend, one in the mid-1990s and another, much worse, between 1997 and 2007. And one other thing: Japanese monetary policy was still up against the zero lower bound in 2007, leaving it no room to counter the Great Recession, and hence leaving Japan open to a deep slump when exports plunged.
So how do we think about this problem? Here’s my take. Japan has pretty much spent the past 20 years in a liquidity trap; as I’ve been explaining for years, one way to understand such traps is that they happen when, even at a zero real interest rate, the amount that people would want to save at full employment exceeds the amount they would be willing to invest, also at full employment:
Why is Japan in this situation? A debt overhang from the 1980s bubble surely started the process; but surely it’s reasonable to suggest that the demography also contributes, since a declining working-age population depresses the demand for investment.
What you need in this situation is a negative real interest rate — which means that you need some expected inflation, because nominal rates face the zero lower bound.
But Japanese policy has never sought to achieve this. Deficit spending has put part, but only part, of the excess desired private saving to work; this has mitigated the slump, but not produced a booming economy, except perhaps briefly circa 2007. And the Bank of Japan has always pulled back on monetary policy when the economy looks better, instead of doing what it should, which is to keep the pedal to the metal until the inflation rate is solidly into positive territory.
The point is that as an analytical matter, Japan’s experience is perfectly consistent with an IS-LM type story, with nothing in there to suggest that fiscal stimulus has somehow backfired; stimulus has done exactly what you’d expect given its limited size and the refusal to take the opportunity to break out of the liquidity trap.
What Abenomics seems to be is an attempt, finally, to do what should have been done long ago: combine temporary fiscal stimulus with a real effort to move inflation up.
Oh, and what about the US relevance? We are, for the time being, in the same situation diagrammed above. What I think you can argue is that because we don’t share Japan’s demographic challenge, our liquidity trap is probably temporary, the product of an episode of deleveraging. So in our case fiscal stimulus is much more likely to serve as a bridge to a revived era of normal macroeconomics. That said, I welcome efforts by the Fed to modestly raise inflation expectations, and would like to see more.
So, is Japan a cautionary tale? Yes, but not the tale everyone tells. Its performance isn’t that bad given the shortage of Japanese; and it’s a tale of fiscal and monetary policy that have been too cautious, not of stimulus that failed.
La storia del Giappone
Dean Baker è nervoso, non per la prima volta ed a ragione, con Robert Samuelson [1]. L’idea di riferirsi al Giappone, tra tutti i posti, per giustificare i timori secondo i quali le misure di spesa pubblica a sostegno dell’economia porterebbero all’inflazione o a bolle di beni di varia natura è proprio bizzarra. E se esistono molte ragioni di essere perplessi sul debito giapponese, gli eventuali effetti insani di quel debito non sono in alcun senso ovvi.
Ma quello che resta evidente è che il Giappone ha realizzato deficit di bilancio per molti anni, nel mentre otteneva quello che alla superficie sembra una prestazione economica assai negativa. Cosa è accaduto in quel caso?
La mia risposta procede in due direzioni.
La prima, non si dovrebbe mai avanzare commenti sulla crescita del Giappone o sulla sua mancanza di crescita senza mettere nel conto la demografia. Il Giappone ha una bassa fertilità ed una bassa immigrazione; questo si è tradotto in uno spettacolare invecchiamento della popolazione e in un declino della popolazione in età lavorativa. Dunque, a cosa assomiglia la prestazione del Giappone se si calcola il PIL reale per ogni adulto in età lavorativa? (nel diagramma definisco l’età lavorativa come il periodo 15-64 anni; questo è un caso nel quale non si deve ricorrere alla statistiche della FED, che definiscono l’età lavorativa con il complesso degli ultra sedicenni, e dunque non tengono in alcun conto dell’invecchiamento).
Ho usato una scala logaritmica, in modo che si possano osservare le distanze verticali come mutamenti di percentuale. Se guardiamo alla crescita dai primi anni ’90 sino al picco del ciclo economico del 2007, abbiamo una crescita di circa l’1,2 % all’anno. Questo in effetti non è negativo: si può sostenere che, una volta corretto per la demografia, tutto il racconto sulla stagnazione giapponese sia un mito.
Quello che è vero è che ci furono due lunghi periodi di depressione produttiva in relazione alla linea di tendenza, uno sulla metà degli anni ’90 e l’altro, assai peggiore, tra il 1997 ed il 2007. E un’altra cosa: la politica monetaria del Giappone era ancora alle prese con il limite inferiore dello zero nel 2007, non lasciando alcuno spazio per contrastare la Grande Recessione, e di conseguenza lasciando il Giappone esposto ad una profonda crisi al momento in cui crollarono le esportazioni.
Come si deve dunque pensare a tale problema? Ecco la mia posizione. Il Giappone ha speso buona parte dei venti anni passati in una trappola di liquidità; come ho spiegato per anni, un modo per comprendere tali trappole è che esse hanno luogo quando, persino con tassi di interesse reali a zero, la somma che le persone intendono risparmiare in condizioni di piena occupazione eccede la somma che esse intendono investire, sempre in tali condizioni [2]:
Perché il Giappone è un questa condizione? Una sovraesposizione del debito a seguito della bolla degli anni ’80 sicuramente avviò il processo; ma certamente è ragionevole indicare che anche la demografia ha contribuito, dal momento che una popolazione in età lavorativa declinante deprime la domanda per investimenti.
Quello che in questa situazione serve è un tasso di interesse reale negativo – il che significa che c’è bisogno di qualche attesa inflazionistica, perché i tassi nominali si trovano di fronte al limite inferiore dello zero.
Ma la politica giapponese non ha mai cercato di ottenere questo. La spesa pubblica in deficit ha messo in funzione una parte, ma solo una parte, degli eccessi di risparmio attesi; questo ha mitigato l crisi, ma non ha prodotto un economia in forte crescita, eccetto forse un breve periodo nel 2007. E la Banca del Giappone ha sempre frenato la politica monetaria quando l’economia sembrava migliorare, piuttosto di fare quello che avrebbe dovuto, ovvero spingere a tavoletta finché l’inflazione non sia solidamente in territorio positivo.
Il punto è che da una punto di vista analitico l’esperienza del Giappone è perfettamente coerente con un racconto del genere del modello IS-LM, con niente che suggerisca che lo stimolo della finanza pubblica sia stato in qualche modo controproducente; tale stimolo ha sortito esattamente l’effetto che ci si aspetterebbe considerata la sua limitata dimensione ed il rifiuto di considerare la possibilità di forzare la trappola di liquidità.
Quello che la politica economica di Abe pare essere è un tentativo di fare, alla fine, quello che avrebbe dovuto esser fatto da lungo tempo: combinare uno stimolo temporaneo della finanza pubblica con uno sforzo reale di spingere l’inflazione in alto.
Che dire, infine, della pertinenza di tutto questo con la situazione degli Stati Uniti? Noi siamo, nel tempo presente, nella stessa situazione presentata sopra. Quello che penso possiate spiegare da soli è che poiché noi non condividiamo la sfida demografica del Giappone, la nostra trappola di liquidità è probabilmente temporanea, il prodotto di un episodio di riduzione del rapporto di indebitamento. Dunque, nel nostro caso è assai più probabile che lo stimolo della finanza pubblica serva come un ponte ad un’epoca ravvivata di normale macroeconomia. Ciò detto, io dò il benvenuto agli sforzi della Fed per accrescere modestamente le aspettative di inflazione, e mi piacerebbe vedere di più.
Dunque, la storia del Giappone è un racconto che ci mette in guardia? Si, ma non il genere di racconto che si dice in giro. Data la scarsità di giapponesi, le prestazioni di quel paese non sono così negative; ed esso è un racconto di come la politica monetaria e della spesa pubblica sia stata troppo cauta, non di come il sostegno pubblico abbia mancato il suo scopo.
[1] Dean Baker è codirettore del Center for Economic and policy Research e Robert Samuelson, invece, è un giornalista del Washington Post.
[2] La linea orizzontale che attraversa il diagramma corrisponde al valore zero dei tassi di interesse. Accade dunque, in quell’esempio, che l’offerta di risparmio e la domanda per investimenti si incontrino teoricamente (per effetto della loro inclinazione) al di sotto di tale valore zero. In realtà, questo comporta un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti, e poiché non è ragionevole che si scenda sotto lo zero – ovvero che si accettino tassi di interesse negativi come remunerazione dei propri risparmi – comporta che una parte del risparmio non si trasformi in investimenti e segua quella che Keynes chiamava “propensione alla liquidità”. Come si esprima al giorno d’oggi tale “propensione” è questione complessa, che Krugman ha trattato in altri posts anche recentemente. E’ anche lo stesso tema del quale parla Brad DeLong nell’articolo a pagina 23. Non dobbiamo immaginarci che l’unica soluzione sia “mettere i soldi sotto il guanciale” …. Ma la sostanza è che la mitica equivalenza di risparmio e di investimento che è supposta dalla economia neoclassica non sempre ha luogo. Talora si è in presenza di crisi di domanda, come era stato previsto da una componente delle teoria economica che, all’epoca, risultò soccombente (Keynes descrive quella storia, principalmente tra Malthus e Ricardo, nella sua Teoria Generale).
febbraio 4, 2013
February 4, 2013, 9:01 am
FT Alphaville links to a puzzling piece by Maasaki Kanno, who argues that the relative success of Abenomics in Japan, so far, reflects a divergence in expectations between the currency and bond markets:
The key to understanding the success of Abenomics is the asymmetric response between the currency and the bond markets, which can be attributable to divergent inflation expectations. In the currency market, inflationary expectations rose among investors, mostly non-Japanese, while on the other hand the JGB market remains dominated by Japanese investors, whose inflation expectations appear more or less unchanged.
OK, I look at the breakeven inflation rate, which is a (rough) measure of bond market inflation expectations, and see a rather dramatic rise in expected inflation — around a percentage point since early last year. True, the rise predated Mr. Abe’s taking office, but it’s not too hard to imagine that markets were anticipating a change in policy. So what is Kanno talking about? Actually, he doesn’t say.
I hope that it’s not the fact that long-term JGB rates haven’t risen. Because you wouldn’t expect those rates to rise. Japanese short-term rates are up against the zero lower bound, and this puts a sort of squishy floor under long rates as well, which are held above zero by option value — short rates can go up, but not down. With long rates up against this constraint, you wouldn’t expect them to rise much as a result of expected inflation, and in fact they might even fall slightly if the Bank of Japan gets perceived as less ready to raise rates in future.
As I see it, there’s no puzzle at all here: the perception that the BoJ is going to be an easy-money institution in the future has raised expected inflation, reduced real rates, and depreciated the yen. And it’s all good news for Japan.
Aspettative sui tassi (per esperti)
FT Alphaville si connette con un pezzo sconcertante di Maasaki Kanno [1], il quale sostiene che il successo relativo della politica economica di Abe in Giappone, sino a questo punto, riflette una diversità delle aspettative tra il mercato valutario e quello dei bonds:
“La chiave per comprendere il successo dell’economia di Abe è la risposta asimmetrica tra il mercato valutario e quello dei bonds, che può essere attribuita ad aspettative di inflazione divergenti. Nel mercato valutario, le aspettative di inflazione sono cresciute tra gli investitori, principalmente non-giapponesi, mentre su un altro fronte il mercato dei Japanese Government Bond resta dominato da investitori giapponesi, le cui aspettative di inflazione sembrano più o meno immutate.”
Orbene, io guardo al tasso di “breakeven” dell’inflazione [2], che è la misurazione sommaria delle aspettative di inflazione dei mercati dei bonds, e noto una crescita abbastanza spettacolare della inflazione attesa – circa un punto percentuale a partire dagli inizi dell’anno passato. E’ vero, la crescita è stata precedente all’entrata in carica del signor Abe, ma non è così difficile immaginare che i mercati stessero immaginando un cambiamento di politica. Dunque, di cosa sta parlando Kanno? In effetti, non lo spiega.
Io spero che non dipenda dal fatto che i tassi dei bonds statali giapponesi non sono cresciuti. Perché non ci si dovrebbe aspettare che quei tassi crescano. I tassi giapponesi a breve termine fronteggiano il limite inferiore dello zero, e questo determina una sorta di terreno vischioso anche sotto i tassi a lungo termine, che sono tenuti sopra lo zero dal cosiddetto “valore di scelta (soggettivo) [3] – i tassi di interesse possono salire, ma non scendere. Con i tassi a lungo termine che fronteggiano questo limite, non ci si dovrebbe aspettare che essi crescano granché come un effetto dell’inflazione attesa, e nei fatti essi potrebbero persino leggermente calare se la Banca del Giappone viene percepita almeno pronta ad innalzare i tassi in futuro.
Per come la vedo, qua non c’è alcun mistero: la percezione che la Banca del Giappone si indirizzi ad essere una istituzione dalla moneta facile nel futuro, ha innalzato le attese di inflazione, ridotto i tassi reali, e deprezzato li yen. E per il Giappone sono tutte buone notizie.
[1] Maasaki Kanno è un economista della JPMorgan del Giappone. L’articolo in questione è uscito sul blog del Financial Times.
[2] “Breakeven” significa “pareggio”. Con il termine “tasso di breakeven” si intende i intende la differenza dei rendimenti tra le obbligazioni sul debito a valore nominale e quelle indicizzate dall’inflazione, e tale differenza è indicativa della inflazione attesa dagli operatori.
[3] Letteralmente “option value” (“valore di scelta/valore soggettivo”) significa, in termini generali, un riconoscimento che anche un privato può offrire in un prezzo di qualcosa che preserva un bene di interesse generale, ancorché non ne farà un uso diretto, come ad esempio una risorsa naturale da preservare per il futuro. Nel caso in questione il significato è piuttosto connesso con il fatto che il bene in questione ha la caratteristica intrinseca di non poter scendere sotto il valore dello zero (se potesse accadere la gente non investirebbe nei bonds, ma si terrebbe i soldi sotto il cuscino).
febbraio 2, 2013
February 2, 2013, 9:21 am
Mostly a note to myself. Not long ago, the usual suspects were going on and on about how government spending had soared under Obama, pointing to spending as a share of GDP. Some of us tried to point out that this bump represented two temporary factors: 1. GDP was depressed thanks to the crisis, so the spending share was correspondingly elevated 2. Emergency aid programs, notably unemployment benefits, were up because of the crisis. The implication of this argument was that the government spending share would decline as the economy recovered.
Conservatives were, of course, having none of it — Obama was permanently enlarging the government to European size. So, how’s it going?
In the figure below the blue line shows government spending at all levels as a share of GDP; the red line shows the share of potential GDP — what we’d be producing at normal employment — as estimated by the Congressional Budget Office; it’s lower than the first line because the economy is still operating well below capacity.
Down we come.
La spesa pubblica nella crisi
Una nota soprattutto per me stesso. Non molto tempo fa i soliti noti parlavano senza sosta di come la spesa pubblica fosse salita alle stelle sotto Obama, riferendosi alla spesa come percentuale del PIL. Alcuni di noi cercarono di mettere in evidenza che quella gobba indicasse due fattori temporanei: 1 – il PIL era depresso per via della crisi, cosicché la percentuale della spesa era corrispondentemente elevata; 2 – i programmi di sostegno di emergenza, particolarmente i sussidi di disoccupazione, erano saliti a causa della crisi. Era implicito in questi argomenti che la percentuale della spesa sarebbe calata appena l’economia si fosse ripresa.
I conservatori non erano d’accordo, naturalmente, con niente del genere – Obama stava estendendo la dimensione del governo a dimensioni europee. Com’è andata, dunque?
Nella figura sotto la linea blu mostra la spesa pubblica a tutti i livelli come percentuale del PIL; la linea rossa mostra la percentuale del PIL potenziale – quello che dovremmo produrre con una occupazione normale – secondo le stime del Congressional Budget Office; essa è più bassa della prima linea perché l’economia sta ancora operando ben al di sotto delle sue potenzialità.
Si va verso il basso.
febbraio 2, 2013
February 2, 2013, 9:01 am
Three decades ago, when I went off for my year in the U.S. government, an old hand explained to me the nature of the job: it was mostly about fighting bad ideas. And these bad ideas, he went on to explain, were like cockroaches: no matter how many times you flush them down the toilet, they keep coming back.
Lovely image, isn’t it? But I’m feeling a bit grumpy this morning, and have been noticing a lot of cockroaches lately.
Thursday night I gave a book talk at the Chicago Council on Global Affairs, which was actually a lovely event. But sure enough, there were people in the audience insisting that Barney Frank, as part of a powerless minority in the House, nonetheless somehow caused the housing bubble and the whole crisis; years of careful, evidence-based refutations have made no impact at all on these people. Although I have to admit that I’m a bad person; after one questioner finished his peroration with “Am I wrong?”, I did kind of enjoy saying, “Yes, you’re wrong”.
And then there’s the “Keynesians said the stimulus would fix the economy, and it didn’t, so Keynes was wrong” — Dean Baker points us to Joe Scarborough on the subject, and carefully walks us through what we knew and when we knew it. But here’s an even easier takedown: just look at what I was writing in early 2009, here and here. What part of “the Obama plan just doesn’t look adequate to the economy’s need” is so hard to understand?
To paraphrase an old line about Vietnam, sometimes it seems to me that we haven’t spent four years discussing the response to economic crisis; we’ve spent one year discussing the crisis, four times, with the discussion starting up each year as if nobody can remember or learn from what went before, and with constant repetition of the same old errors and fallacies.
Sometimes I get comments from people accusing me of repeating myself in the column; no doubt I do make the same arguments multiple times. But that’s because people keep forgetting!
OK, rant for the morning over.
Idee scarafaggio
Tre decenni orsono, quando andai un anno nel Governo degli Stati Uniti [1], una persona esperta mi spiegò la natura del lavoro: dovevamo soprattutto combattere le idee sbagliate. E queste idee sbagliate, mi spiegava, sono come gli scarafaggi: non conta quante volte quante volte li scaricate nella toilette, essi continuano a tornare indietro.
Immagine amabile, non è vero? Ma questa mattina sono un po’ scontroso, e di recente vengo accorgendomi di una gran quantità di scarafaggi.
Giovedì notte ho presentato un libro al Chicago Council of Global Affairs, ed in effetti è stato un evento piacevole. Ma è anche vero che c’erano individui nel pubblico che insistevano che Barney Frank [2], come componente di una minoranza senza potere alla Camera, nondimeno in qualche modo aveva provocato la bolla immobiliare e l’intera crisi; anni di confutazioni scrupolose e basate sui fatti non avevano smosso per niente queste persone. Anche se devo ammettere di essere un pessimo individuo: dopo che un intervenuto aveva terminato il suo comizio con un “Mi sbaglio?”, ho goduto assai nel rispondere “Si, si sbaglia!”.
E c’è poi anche la storiella “i-keynesiani-dissero-che-lo-stimulus-avrebbe-sanato-l’economia-mentre-non-l’ha-fatto-dunque-Keynes-aveva-torto” – Dean Baker ci rinvia a Joe Scarborough su tale tema, e scrupolosamente ci guida (nella risposta) su quello che sapevamo e su come lo sapevamo. Ma ecco alcune note persino più semplici: si veda semplicemente cosa scrivevo agli inizi del 2009 in queste due connessioni. Che cosa, nella frase “il piano di Obama non pare adeguato ai bisogni dell’economia”, è così difficile da comprendere?
Per parafrasare un vecchio verso sul Vietnam, qualche volta mi sembra che non abbiamo passato quattro anni a discutere la risposta alla crisi economica; abbiamo passato un anno a discutere la crisi, per quattro volte di fila, con la discussione che ogni anno ricominciava come se nessuno potesse ricordare ed imparare da quello che c’era stato in precedenza, e con la costante ripetizione dei medesimi errori e delle stesse falsità.
Qualche volta ricevo commenti da persone che mi accusano di ripetermi nei miei articoli; non c’è dubbio che avanzo molte volte gli stessi argomenti. Ma dipende dal fatto che la gente continua a dimenticarsene.
Va bene, una filippica per una mattinata passata.
[1] Da giovane, Krugman passò un periodo di tempo come consulente della amministrazione Reagan
[2] E’ il nome di un deputato progressista a lungo preso di mira dai Repubblicani per il suo impegno sul tema dei mutui per la prima casa, sino a presentarlo assai paradossalmente come il responsabile dei mutui facili delle agenzie parapubbliche (Fannie&Freddie) e, a cascata, della crisi finanziaria più in generale. E’ possibile che tale accanimento sia dipeso anche dal fatto che il Frank è stato il primo omosessuale dichiarato del Congresso americano.
febbraio 1, 2013
February 1, 2013, 6:58 pm
Ah, Paris in the 1920s. It was the era of Hemingway and F. Scott Fitzgerald, Gertrude Stein and Alice B. Toklas, sovereign debt and stabilization. Wait, what?
OK, I’ve written before about the notion that France in the 20s offers the closest thing I can find in the historical record to a crisis of the kind the deficit scolds keep warning us about. We’re not at all like Greece; we have our own currency, and our debts are in that currency. So we can’t run out of cash, even if the bond vigilantes turn out to be real and lose faith in America. At worst, we’re something like France in the 1920s, with its floating exchange rate and large wartime debt — except that our debt isn’t nearly as bad as a share of GDP, and we don’t have the lingering gold standard mentality that prevailed across the Western world back then.
So, what actually happened to 1920s France?
France emerged from World War I with very large debts. Here’s a comparison, using the IMF debt database, with the country the deficit scolds use to scare us nowadays:
The striking thing, of course, is the sharp decline in the debt to GDP ratio. How did that happen? Actually, it happened thanks to speculators, who turned on France in 1926, sending the franc sharply lower (yay, FRED has NBER macrohistory data!):
This in turn led to a large rise in prices, eroding the real value of the debt:
So, how did this affect the real French economy? Actually, France grew strongly during the 1920s. It suffered a severe but brief recession associated with the Poincare stabilization of the franc — largely, I believe, because of the sudden fiscal austerity — but it didn’t last:
Then came the Great Depression, but that’s another story.
Now, France was far deeper in debt than we are, and its politics were arguably even more dysfunctional than those of early 21st-century America. Even so, however, French debt didn’t cause anything like the kind of apocalypse that deficit scolds routinely promise unless we do what they say. There was no sustained economic downturn — nothing at all like the hell Greece, Spain, Portugal, and Ireland are going through; and while there was a burst of inflation, there was nothing like Weimar or Zimbabwe either.
I know that the scolds want their apocalypse; they really, really want to believe that unless we do their bidding incredibly terrible things will happen. But the most relevant historical example I can find offers no support at all for their scare-mongering.
La “festa mobile [1]” della macroeconomia
Ah, la Parigi degli Anni ’20! Era l’epoca di Hemingway e di F. Scott Fitzgerald, di Gertrude Stein e di Alice B. Toklas [2], del debito sovrano e della stabilizzazione. Aspetta, che cosa?
E’ così, ho già scritto in precedenza sul concetto secondo il quale la Francia degli Anni Venti offre la situazione più vicina ad una crisi del genere di quella per la quale gli allarmisti del deficit continuano a metterci in guardia, che posso trovare nelle serie storiche. Noi non siamo affatto come la Grecia; abbiamo la nostra valuta ed i nostri debiti sono nella nostra valuta. Dunque non possiamo esaurire il nostro contante, anche se si scoprisse che i guardiani dei bonds sono veri e perdessero la fiducia nell’America. Nel peggiore dei casi, siamo qualcosa di simile alla Francia degli Anni Venti, con il suo tasso di cambio fluttuante ed i grandi debiti di guerra – a parte il fatto che il nostro debito non è affatto così negativo come percentuale del PIL, e che non abbiamo la ostinata mentalità da gold standard che prevaleva a quei tempi in tutto il mondo occidentale.
La Francia uscì dalla Prima Guerra Mondiale con grandi debiti. Ecco un confronto, utilizzando il database del FMI, con il paese che gli allarmisti del deficit usano per terrorizzarci ai nostri giorni [3]:
La cosa sorprendente, naturalmente, è il brusco calo della percentuale del debito sul PIL. Come accadde? Effettivamente, accadde grazie agli speculatori, che si rivolsero alla Francia nel 1926, spedendo bruscamente il franco più in basso (evviva, la Federal Reserve Economic Data ha le statistiche della storia economica del National Bureau od Economic Research!):
Questo, a sua volta, portò ad un grande aumento dei prezzi, che erose il valore del debito:
Dunque, come tutto questo influenzò l’economia francese reale? In effetti la Francia crebbe fortemente durante gli Anni Venti. Subì una dura ma breve recessione in relazione alla stabilizzazione del franco di Poincaré – in larga parte, credo, a causa della improvvisa austerità della finanza pubblica – ma non durò:
Poi venne la Grande Recessione, ma quella è un’altra storia.
Ora, la Francia si trovava con un debito assai più profondo del nostro, e le sue politiche furono verosimilmente ancora più inappropriate di quelle dell’America degli inizi del 21° secolo. Anche così, tuttavia, il debito francese non provocò niente di simile a quella sorta di apocalisse che gli allarmisti del debito ci promettono in continuazione se non facciamo quello che dicono. Non ci fu alcuna prolungata depressione economica – niente di simile a quell’inferno che Grecia, Spagna, Portogallo ed Irlanda stanno attraversando; e se ci fu uno scoppio di inflazione, non ebbe niente a che fare con quelli di Weimar o dello Zimbabwe.
So che gli allarmisti vogliono la loro apocalisse, vogliono credere a tutti i costi credere che se incredibilmente non facciamo nostra la loro scommessa, accadranno cose terribili. Ma l’esempio storico più rilevante che riesco a trovare non offre affatto alcun sostegno al loro diffondere la paura.
[1] “Festa mobile” (A Moveable Feast) è un libro di memorie dello scrittore americano Ernest Hemingway. Racconta del suo soggiorno a Parigi durante gli anni venti, un periodo felice in cui muove i primi passi nel mondo artistico, grazie all’incontro con Gertrude Stein e Ezra Pound. Oltre alla vita degli scrittori americani espatriati in Europa, sono descritti i momenti trascorsi al fianco della sua prima moglie, Hadley. In queste scene di vita vissuta compaiono i nomi di persone molto importanti come Aleister Crowley, F. Scott Fitzgerald, Ford Madox Ford, Hilaire Belloc, John Dos Passos e James Joyce. Hemingway si preoccupa, inoltre, di fornire continuamente all’interno del testo indirizzi di vario genere (hotel, bar, cafè, appartamenti) raggiungibili tutt’oggi. Uscì postumo nel 1964, grazie all’editing della sua quarta moglie, Mary (Wikipedia).
[2] Poiché gli altri sono più noti … una breve nota per Alice Babette Toklas. Nacque a San Francisco, da famiglia ebraica, nel 1877. Nel 1907 arrivò a Parigi e, sin dal primo giorno, conobbe Gertrude Stein. Aprirono assieme un locale che divenne il luogo di attrazione di vari scrittori americani, come Ernest Hemingway, Paul Bowles, Thornton Wilder, e Sherwood Anderson, e di pittori di avanguardia come Picasso, Matisse, e Braque. La Toklas rimase una persona sullo sfondo, rispetto alla sua convivente Gertrude Stein, e divenne più famosa solo a seguito delle pubblicazione del libro della Stein sulla biografia della Toklas. La Stein morì nel 1946, e la relazione tra le due donne non ebbe legale riconoscimento, cosicché vari dipinti di grande valore che erano stati di proprietà della Stein furono tolti alla Toklas dai parenti della sua compagna. La Toklas dovette vivere di aiuti degli amici. Scrisse anche alcuni libri di cucina, uno dei quali divenne famoso per la ricetta di una specie di macedonia che, tra l’altro, conteneva anche marijuana. Il libro di cucina venne tradotto in 17 paesi, alla faccia dell’omofobia. E questa è la vecchietta che morì nel 1967.
[3] Il confronto è con la Grecia, che nella tabella è indicata con la percentuale del debito sul PIL dell’anno 2009 (quasi il 130 per cento), mentre la linea blu della Francia mostra l’evoluzione di quel rapporto dal 1920 al 1929.
febbraio 1, 2013
February 1, 2013, 8:57 am
I just think it’s kinda dumb.
Neil Irwin has a very good piece on economists versus pundits on the deficit, which is however marred by a half-hearted attempt to squeeze the issue into a standard views-differ-on-shape-of-planet framework — neither side understands the other’s concerns, they’re talking past each other, etc..
Actually, I understand perfectly well where the deficit scolds are coming from; I just don’t think it makes any sense, for reasons I’ve explained at length, and which Irwin mostly lays out as well. (Missing from his analysis is the sheer difficulty of telling a story about how we get in trouble even if investors get worried about our debt).
There’s no comparable level of understanding on the other side; indeed, Joe Scarborough and, as far as I can tell, Bowles/Simpson/Peterson etc. are under the delusion that my views are way out of the economics mainstream, whereas the truth, as Irwin says, is that very similar if less colorfully expressed views are held by many and probably most economists in the business world, major policy institutions like the Fed and the IMF, and so on.
There isn’t any symmetry here; my side of the debate is actually paying attention both to the numbers and to the arguments of the other side, while the Very Serious People only listen to each other.
Una nota agli allarmisti del deficit: io sento quello che state dicendo
Penso proprio che sia abbastanza sciocco.
Neil Irwin ha scritto un articolo molto buono sugli economisti a confronto degli opinionisti in materia di deficit, che è tuttavia guastato da un tentativo piuttosto sciatto di infilare quel tema entro uno schema del genere “punti-di-vista-diversi-sulla-forma-del-pianeta” [1] – nessuno dei due gruppi comprende le preoccupazioni dell’altro, si parlano addosso etc.
Effettivamente, io capisco assolutamente bene da dove vengono fuori gli allarmisti del deficit; non penso proprio che ciò abbia importanza, per ragioni che ho spiegato nel dettaglio, e che anche Irwin in massima parte mette in evidenza (nella sua analisi manca la vera e propria difficoltà del raccontare una storia su come si finirebbe nei guai anche se gli investitori si preoccupassero del nostro debito).
Non c’è nessun livello confrontabile di comprensione dall’altra parte: in effetti, Joe Scarborough e, per quanto posso dire, Bowles/Simpson/Peterson etc. hanno la fissazione secondo la quale i miei punti di vista uscirebbero dalla corrente economica principale, mentre la verità, come afferma Irwin, è che punti di vista molto simili anche se meno coloriti sono stati sostenuti da molti, probabilmente dalla maggior parte di economisti nel mondo degli affari, e da importanti istituzioni politiche come la Fed ed il FMI, e così via.
In questo caso non c’è dunque alcuna simmetria: dalla mia parte di questo confronto si sta effettivamente prestando attenzione ai dati ed agli argomenti dell’altra parte, mentre le Persone Molto Serie si ascoltano soltanto tra di loro.
[1] Ovvero, uno schema falsamente imparziale. Questa espressione ironica fu usata per la prima volta da Krugman in occasione di una polemica su Bush e sui media; scrisse allora che anche se Bush avesse detto che la Terra era piatta, i giornali avrebbero riportato la notizia dicendo che esistevano punti di vista diversi tra i Repubblicani ed i Democratici sulla forma del Pianeta.
febbraio 1, 2013
February 1, 2013, 7:30 am
Most analysts are, rightly, shrugging off the surprise report of an actual decline in 4th quarter GDP. It will probably be revised away, and in any case it’s the result of one-off factors: a drop in inventories and a quirky sharp decline in defense spending.
Still, the report does highlight the role that shrinking government purchases of goods and services are playing in holding the economy back. And yes, I mean shrinking, not just growing more slowly than I’d like. Transfer payments like Medicare and Social Security are rising (although unemployment benefits are falling), but government purchases of stuff — mostly at the state and local level, where the stuff in question includes hiring schoolteachers — has been in fairly rapid decline.
Here’s a comparison, using the BEA numbers, of the relevant numbers in the current business cycle and during the Bush-era recession and aftermath:
By this measure, the era since the Great Recession began has been marked by unprecedented fiscal austerity.
How big a deal is this? Government consumption and investment is about $3 trillion; if it had grown as fast this time as it did in the Bush years, it would be 12 percent, or $360 billion, higher. Given a multiplier of more than one, which is what the IMF among others now thinks reasonable under current conditions, that ends up meaning GDP something like $450 billion higher, which is 3 percent — and an unemployment rate 1.5 points lower.
So fiscal austerity is the difference between where we are now and an unemployment rate not much above 6 percent. It’s a policy disaster.
L’incredibile restringersi del nostro Governo
La gran parte degli analisti sta, giustamente, trascurando i rapporto a sorpresa di un effettivo declino del PIL nel quarto trimestre. Esso probabilmente verrà corretto, ed in ogni caso è il risultato di fattori straordinari: una caduta nelle scorte e una particolare brusco declino nelle spese per la difesa.
Eppure, il rapporto illumina per davvero il ruolo che la restrizione degli acquisti di beni e servizi da parte del Governo gioca nel sospingere indietro l’economia. Ed intendo proprio restrizione, non soltanto una crescita più lenta di quanto sarebbe desiderabile. I trasferimenti finanziari di Medicare e della Sicurezza Sociale stanno crescendo (sebbene i sussidi di disoccupazione stiano calando), ma gli acquisti governativi di oggetti – principalmente al livello degli Stati e degli Enti Locali, dove gli oggetti in questione includono il licenziamento degli insegnanti – hanno visto un declino abbastanza rapido.
Ecco un confronto, usando le statistiche del Bureau of Economic Analysis, tra i dati rilevanti dell’attuale ciclo economico e quelli della recessione e del suo seguito durante il periodo di Bush [1]:
Secondo queste statistiche, il periodo dal momento in cui è iniziata la Grande Recessione è stato segnato da una austerità delle finanze pubbliche senza precedenti.
A quanto ammonta tutto ciò? Per i consumi e gli investimenti del Governo si tratta di circa tremila miliardi di dollari [2]; se questa volta fosse cresciuta altrettanto rapidamente di quanto fece negli anni di Bush, sarebbe del 12 per cento, oppure di 360 miliardi di dollari, più elevata. Dato un moltiplicatore [3] superiore di uno, che è quanto il FMI tra gli altri ora pensa essere ragionevole nelle condizioni attuali, quello finisce con significare un PIL più elevato di qualcosa come 450 miliardi di dollari; che rappresenta un 3 per cento – ed un tasso di disoccupazione di 1,5 punti più basso.
Dunque l’austerità della finanza pubblica costituisce la differenza tra il punto in cui siamo oggi ed un tasso di disoccupazione non molto superiore al 6 per cento. E’ un disastro politico.
[1] La recessione dell’epoca di Bush è indicata con il termine “recession” (linea blu); quella in corso è indicata con il termine Great Recession” (linea rossa). Il punto di partenza è scelto fissando a 100 il picco più elevato precedente alle due recessioni; la linea delle ascisse misura il tempo in trimestri (e 20 trimestri equivalgono a cinque anni).
[2] Ovvero, questo è il dato assoluto di consumi ed investimenti pubblici (forse su base annuale)).
[3] Per il concetto di ‘moltiplicatore’ vedi le note finali sulla traduzione.
gennaio 30, 2013
January 30, 2013, 8:01 am
Aha. In his latest op-ed, John Taylor comes out as a full-fledged monetary Calvinist. No, not a disciple of John Calvin, the preacher — a disciple of Calvin of Calvin and Hobbes.
Way back when, Mike Konczal felicitously made that analogy to discuss the people who were calling for a rise in interest rates despite high unemployment and low inflation — a group at the time exemplified by Raghuram Rajan. For those who don’t read the classics, Calvinball is a sport in which you change the rules whenever you feel like it, very much including in the middle of games.
Back then the tight-money types were inventing new and peculiar principles of monetary policy on the fly; it was obvious that they were looking for some reason, any reason, to justify a rise in rates, because, well, because.
Now Taylor is doing the same thing. He claims that he can show that the Fed’s low-rate policy is actually contractionary, using “basic microeconomic analysis”. Actually, as Miles Kimball points out, he’s committing a basic microeconomic fallacy — a fallacy you usually identify with Econ 101 freshmen early in the semester (and as it happens the same fallacy committed by Rajan).
For Taylor argues that low rates engineered by the Fed are just like a price ceiling that reduces the supply of loans, and therefore reduces overall lending.
Wow. No, the Fed’s interest rate target isn’t a price control; there is no legal or other restraint on the rates lenders can charge. The Fed is driving down interest rates, or equivalently driving up the price of bonds, by buying bonds; I can’t think of any kind of economic analysis in which that would reduce the quantity of bonds sellers end up issuing, that is, the amount of borrowing (and lending) in the economy.
It’s just bizarre, and bears no resemblance to anything a clearly-thinking economist would say.
All I can make of this is that Taylor, like Rajan, has some visceral dislike of easy-money policies, and is grasping at anything to justify his gut feelings. And that, ladies and gentlemen, is not how you do economics.
Economia monetaria calvinista
Ma guarda! Nel suo ultimo commento, John Taylor [1] viene fuori come un monetarista calvinista di sana pianta. No, non un discepolo di Giovanni Calvino, il predicatore – un discepolo di Calvino, del fumetto “Calvin and Hobbes” [2].
Molto tempo fa, Mike Konczal felicemente avanzò quella analogia per discutere le persone che chiedevano una crescita nei tassi di interesse nonostante l’elevata disoccupazione e la bassa inflazione – una gruppo che a quel tempo era rappresentato da Raghuram Rajan. Per quelli che non leggono i classici, il Calvinball è uno sport nel quale si cambiano le regole tutte le volte che ci fa piacere, compreso in particolar modo quando si è nel mezzo di una partita.
A quell’epoca i soggetti del caro-denaro si venivano inventando di sana pianta nuovi e particolari principi di politica monetaria; era ovvia che stavano cercando qualche ragione, una ragione qualsiasi, per giustificare una crescita dei tassi, poiché … beh, non si sa.
Ora Taylor sta facendo la stessa cosa. Egli sostiene di poter dimostrare che la politica dei bassi tassi della Fed è nei fatti restrittiva, utilizzando “analisi microeconomiche elementari”. In effetti, come mette in evidenza Miles Kimball, egli sta commettendo un errore microeconomico elementare – un errore che normalmente si ritrova negli studenti del primo anno delle facoltà di economia, agli inizi del semestre (e guarda caso era lo stesso errore commesso da Rajan).
Perché Taylor sostiene che i bassi tassi congegnati dalla Fed sono proprio come un tetto del prezzo che riduce l’offerta di mutui, e di conseguenza riduce in generale il credito.
Oddio! No, il tasso di interesse programmato dalla Fed non è un controllo del prezzo; non c’è alcun limite legale o di altra natura che i creditori possano caricare sui tassi. La Fed sta spingendo verso il basso i tassi di interesse, o spingendo verso l’alto i prezzi dei bonds (che è la stessa cosa), acquistando i bonds; non posso pensare ad una analisi economica di nessun genere nella quale i venditori si ritrovino ad emettere ciò che ridurrebbe la quantità dei bonds, vale a dire la somma dei prestiti (e dei crediti) nell’economia.
Si tratta solo di una stranezza, e non ha alcuna somiglianza con niente che un economista che ragioni in modo lineare direbbe.
Tutto quello che posso intendere a questo punto è che Taylor, come Rajan, hanno una sorta di antipatia viscerale con le politiche del denaro-facile, e si aggrappano a tutto pur di giustificare le loro intime sensazioni. Ed anche che, signore e signori, non è questo il modo di fare economia.
[1] L’articolo in questione è su Wall Street Journal del 28 gennaio.
[2] Calvin & Hobbes (Calvin and Hobbes) è una striscia a fumetti ideata e disegnata dal disegnatore statunitense Bill Watterson centrata sulle avventure di Calvin, un bambino di sei anni dall’immaginazione inarrestabile, e di Hobbes, la sua tigre di pezza. La striscia è stata pubblicata sui quotidiani statunitensi dal 18 novembre 1985 al 31 dicembre 1995 comparendo nel momento di massima popolarità su 2.400 pubblicazioni diverse. Alla pubblicazione di The Complete Calvin and Hobbes, i 17 volumi dedicati a questa striscia hanno venduto più di 30 milioni di copie.
L’ironico paragone tra l’economista Taylor ed il fumetto dipende, come si spiega in seguito, dalla tendenza di ambedue ad inventarsi le regole a gioco in corso. A parte, naturalmente, il possibile ‘qui pro quo’ del termine ‘calvinista’.
gennaio 29, 2013
January 29, 2013, 5:44 pm
Back during the early days of the Iraq debacle, I learned that the military has a term for how highly dubious ideas become not just accepted, but viewed as certainties. “Incestuous amplification” happen when a closed group of people repeat the same things to each other – and when accepting the group’s preconceptions itself becomes a necessary ticket to being in the in-group. A fundamentally flawed notion – say, that the Germans can’t possibly attack though the Ardennes – becomes part of what everyone knows, where “everyone” means by definition only people who accept the flawed notion.
We saw that in the run-up to Iraq, where perfectly obvious propositions – the case for invading is very weak, the occupation may well be a nightmare – weren’t so much rejected as ruled out of discussion altogether; if you even considered those possibilities, you weren’t a serious person, no matter what your credentials.
Which brings me to the fiscal debate, characterized by the particular form of incestuous amplification Greg Sargent calls the Beltway Deficit Feedback Loop. I’ve already blogged about my Morning Joe appearance and Scarborough’s reaction, which was to insist that almost no mainstream economists share my view that deficit fear is vastly overblown. As Joe Weisenthal points out, the reality is that among those who have expressed views very similar to mine are the chief economist of Goldman Sachs; the former Treasury secretary and head of the National Economic Council; the former deputy chairman of the Federal Reserve; and the economics editor of the Financial Times. The point isn’t that these people are necessarily right (although they are), it is that Scarborough’s attempt at argument through authority is easily refuted by even a casual stroll through recent economic punditry.
But these people aren’t part of the in-group, and if they do make it into the in-group’s conversation at all, it’s only by blurring their message sufficiently that the in-group doesn’t understand it.
And at this point, of course, all the Very Serious People have committed their reputations so thoroughly to the official doctrine that they almost literally can’t hear any contrary evidence.
Amplificazioni incestuose, con riguardo all’economia
Nel passato, durante I primi giorni della debacle irachena, appresi che i militari hanno un termine per esprimere con quanta forza idee discutibili possono non solo essere accettate, ma considerate come certezze. Una “amplificazione incestuosa” ha luogo quando un gruppo chiuso di persone ripete l stessa cosa al suo interno – e quando la accettazione di preconcetti del gruppo stesso diventa una condizione necessaria per far parte di quel gruppo. Un’idea fondamentalmente impropria – ad esempio, che i Tedeschi forse non attaccheranno attraverso le Ardenne [1] – diventa una parte di quello che tutti sanno, dove “tutti” per definizione significa soltanto le persone che accettano quell’idea discutibile.
Noi sappiamo che nel periodo antecedente l’Iraq, quando proposizioni del tutto ovvie – che la possibilità di una invasione fosse assai fragile, che l’occupazione sarebbe stata un incubo – non erano tanto confutate quanto escluse completamente dal dibattito; se arrivavate a considerare queste possibilità, non eravate una persona seria, qualsiasi fossero le vostre credenziali.
La qualcosa mi riporta al dibattito sulla finanza pubblica, caratterizzato da quella particolare forma di ‘amplificazione incestuosa’ che Greg Sargent chiama il “Circolo vizioso del deficit a Washington [2]”. Mi sono già espresso sul blog a proposito della mia apparizione al programma televisivo Morning Joe ed alla reazione di Scarborough [3], che è consistita nel ripetere che quasi nessuno egli economisti in voga condivide il mio punto di vista secondo il quale il timore dei deficit è del tutto esagerato. Come sottolinea Joe Weisenthal, la verità è che tra coloro che hanno espresso punti di vista molto simili ai miei ci sono il capo economista di Goldman Sachs; il precedente Segretario al Tesoro ed il Presidente del National Economic Council; il passato vicepresidente della Federal Reserve; il direttore economico del Financial Times. Il punto non è che queste persone abbiano ragione per forza (sebbene ce l’hanno), il punto è che il tentativo di Scarborough di argomentare con il peso della autorevolezza è facilmente confutabile anche con un superficiale riepilogo del recente dibattito tra gli esperti.
Ma queste persone non fanno parte del ‘gruppo chiuso’, e se proprio portano le loro opinioni nel dibattito all’interno del ‘gruppo chiuso’, ottengono solo di confondere il loro messaggio al punto che il ‘gruppo chiuso’ non lo capisce.
E a questo punto, ovviamente, tutte le Persone Molto Serie hanno impegnato la loro reputazione così a fondo nella dottrina ufficiale che in pratica non possono letteralmente ascoltare alcuna prova contraria.
[1] Penso sia “through” e non “though”.
[2] “Beltway” (circonvallazione) è nella politica americana sinonimo della Capitale.
[3] Penso fosse l’intervistatore di Krugman in quel programma.