March 4, 2013, 5:47 pm
Well, we’ll see how it comes out after editing, but I feel that I just had my Denver debate moment: I was tired, cranky, and unready for the blizzard of misleading factoids and diversionary stuff (In 1997 you said that the aging population was a big problem! When Social Security was founded life expectancy was only 62!) Oh, and I wasn’t prepared for Joe Scarborough’s slipperiness about what he actually advocates (he’s for more spending in the near term? Who knew?)
A useful reminder, I guess, not to take anything for granted. But I’d rather not learn my lessons with the camera rolling.
Update: By the way, considering how things eventually turned out, having a Denver moment isn’t the worst thing that can happen. Ask Mitt Romney.
Povero me, la trasmissione con Charlie Rose [1] !
Ebbene, vedremo come sembrerà una volta che andrà in onda, ma ho l’impressione di aver proprio avuto il mio “momento di Denver” [2]: ero stanco, irritabile e non preparato a quella bufera di chiacchiere e di diversivi (“Nel 1997 lei disse che l’invecchiamento della popolazione era un gran problema!”. “Quando venne istituita la Previdenza Sociale, l’aspettativa di vita era soltanto di 62 anni!”) Per di più, non ero preparato al carattere sfuggente di Joe Scarborough, a proposito di quello che egli effettivamente sostiene (è per una maggiore spesa pubblica nel breve termine? E chi lo sapeva?).
Un utile promemoria, a non prendere niente per sicuro. Ma sarebbe meglio se non imparassi le mie lezioni quando la telecamera è in funzione.
Aggiornamento: per inciso, considerando come le cose alla fine sono risultate, avere un “momento di Denver” non è la cosa peggiore che possa capitare. Chiedetelo a Mitt Romney.
[1] Charlie Rose, se ho ben capito, è stato il conduttore ospite del confronto televisivo tra Krugman e Joe Scarborough, che secondo lo stesso Krugman, come ammette in questo post, sarebbe stato abbastanza deludente dal suo punto di vista. Joe Scarborough è uno dei più famosi conduttori di talk show americani. Di orientamento conservatore, già deputato repubblicano dal 1995 al 2001, in questi anni conduce la trasmissione Morning Joe. Un punto di attacco di Scarborough è stato quello del preteso isolamento dell’economista nella tesi di una sostanziale modesta rilevanza, nel prossimo decennio, dei problemi del deficit. Krugman ha in altre occasioni ironizzato su tale “isolamento” (anche con un editoriale sul NYT, con il quale ha mostrato come una tesi del tutto analoga sia stata espressa anche da Ben Bernanke). Ciononostante, a quanto pare, egli è rimasto piuttosto deluso dalla sua prestazione … E questo è Joe Scarborough:
[2] Ovvero, il mio momento “infelice”. Denver, rimasto sinonimo di una prestazione deludente, fu la sede del primo confronto televisivo tra Obama e Romney, piuttosto disastroso per il Presidente.
marzo 4, 2013
I’ve written several times about cockroach ideas in economics — ideas that you try to flush away, but keep coming back. (Are cockroach ideas the same as zombie ideas? Not quite, I would say; I think of cockroach ideas as misconceptions held because the people holding them are just unaware of basic facts, while zombie ideas are held by people who refuse to acknowledge contrary evidence).
Anyway, Ambrose Evans-Pritchard catches Olli Rehn with a cockroach:
While the tone is changing, there is no sign yet of a retreat from fiscal belt-tightening. “Given that average debt exceeds 90pc of GDP in the EU, I don’t think there’s any room for manoeuvre to leave the path of budgetary consolidation,” said EU economics chief Olli Rehn.
“We won’t solve our growth problems by piling new debt on top of our old debt,” he said. Defying his critics, Mr Rehn said John Maynard Keynes himself would not be a Keynesian today’s circumstances.
Ah yes, the old “when Keynes wrote in the 1930s, governments weren’t deep in debt the way they are now” claim. Been there, done that:
The amazing thing is the way men who know neither theory nor the history of previous crises are utterly convinced that they know what to do in our current crisis; and how their confidence in their prescriptions has been unaffected by the fact that they have been wrong about everything so far. Of course, what’s even more amazing is the fact that these men are actually running things.
Scarafaggi alla Commissione Europea
Qualche volta ho scritto sulle ‘idee scarafaggio’ in economia – le idee che potete scaricare con lo sciacquone, ma tornano indietro in continuazione (le idee scarafaggio sono la stessa cosa delle idee ‘zombie’? Non proprio, direi; penso alle idee scarafaggio come concezioni errate che la gente si fa perché è proprio inconsapevole dei fatti di fondo, mentre le idee zombie sono proprie delle persone che rifiutano di riconoscere l prove contrarie).
In ogni modo, Ambrose Evans-Pritchard sorprende Olli Rehn con una scarafaggio:
“Mentre i toni stanno cambiando, non c’è ancora alcun segno di passi indietro dalle politiche di restrizione della finanza pubblica. ‘Dato che nella zona euro la media del debito eccede il 90 per cento del PIL, penso che non ci sia alcuno spazio di manovra per abbandonare la strada del consolidamento dei bilanci’, ha detto il massimo responsabile economico dell’UE Olli Rehn.
‘Non vogliamo risolvere i nostri problemi di crescita accumulando nuovi debiti sopra il vecchio debito’, ha sostenuto. Sfidando i suoi critici, il signor Rehn che John Maynard Keynes stesso non sarebbe keynesiano in queste circostanze’.
Ah si … il vecchio luogo comune secondo il quale “quando Keynes scriveva negli anni ’30, i Governi non erano così profondamente indebitati come oggi”. Detto, fatto:
La cosa sbalorditiva è come uomini che non conoscono né la teoria né la storia delle precedenti crisi siano completamente persuasi di sapere cosa fare nella nostra crisi attuale; e come la loro fiducia nelle loro ricette non sia state influenzata dal fatto che sinora hanno sbagliato pressoché tutto. Naturalmente, quello che è ancora più sorprendente è il fatto che queste persone siano in sostanza ai posti di comando.
marzo 3, 2013
March 3, 2013, 9:55 am
Ezra Klein mans up and admits he was wrong. He had written a piece suggesting that if only Republicans knew how much Obama has been willing to offer, they might be willing to make a deal. Jonathan Chait set him straight, informing him that no matter what Obama put on the table, Republicans would find a way to say that it’s not enough. And sure enough, a Twitter exchange lets Klein watch that process in real time, as a top Republican consultant, confronted with evidence that Obama has already conceded what he said was all that was needed, keeps adding more demands.
So Klein admits that Republicans just don’t want to make a deal. Their objections to the deals on the table aren’t sincere; if convinced that Obama has met their demands, they just make more demands.
I think it’s important here to understand the broader implications.
The whole push for a Grand Bargain has been based on the notion that we can reach a fiscal deal that takes the whole fight over the budget off the table. What Klein has belatedly learned is how unlikely such a Bargain really is; but the same logic tells us that any Grand Bargain that might somehow be struck, via Obama’s mystical ability to mind-meld Star Trek and Star Wars or something, wouldn’t last. In a year — or more likely in a minute or two — Republicans would be back, demanding more tax cuts and more cuts in social programs. They just won’t take yes for an answer.
Meanwhile, it’s not just Republicans who refuse to accept it when Obama gives them what they want; the same applies, with even less justification, to centrist pundits. As people like Greg Sargent point out time and again, the centrist ideal — deficit reduction via a mix of revenue increases and benefits cuts — is what Obama is already offering; in fact, his proposals have been to the right of Bowles-Simpson. Yet the centrist pundits keep demanding that Obama offer what he has already offered, and condemn both sides equally (or even place most of the blame on Obama) for the failure to reach a deal. Again, informing them of their error wouldn’t help; their whole shtick is about blaming both sides, and they will always invent some reason why Obama just isn’t doing it right.
Anyway, props to Ezra — and is the use of Twitter exchanges to document political hypocrisy a new frontier in reporting?
Ma guarda, oggi va bene !
Ezra Klein ci ha riflettuto ed ha ammesso di aver torto. Aveva scritto un pezzo suggerendo che se solo i Repubblicani avessero conosciuto quanto Obama aveva intenzione di offrire, avrebbero potuto aver voglia di arrivare ad un accordo. Jonathan Chait gli ha chiarito le cose, informandolo che non era importante cosa Obama metteva sul tavolo, i Repubblicani avrebbero trovato un modo per dire che non era abbastanza. E, come era evidente, uno scambio su Twitter ha consentito a Klein di assistere a quel processo in tempo reale, appena un consulente repubblicano di alto livello è stato messo dinanzi alla prova che Obama aveva già concesso quello che lui diceva essere tutto quanto era necessario, ha continuato ad aggiungere nuove richieste.
Dunque Klein ammette che i Repubblicani semplicemente non vogliono fare un accordo. Le loro obiezioni agli accordi ipotizzati non sono sincere; una volta che si sono convinti che Obama è venuto incontro alle loro richieste, semplicemente ne aggiungono altre.
Penso che qua sia importante capire le implicazioni più generali.
L’intera spinta per una Grande Intesa è stata basata sul concetto che potevamo raggiungere un accordo sulla finanza pubblica che consentisse di mettere da una parte tutto lo scontro sul bilancio. Quello che Klein ha compreso in ritardo è quanto sia improbabile un accordo del genere; ma la stessa logica ci dice che ogni Grande Intesa che fosse possibile in qualche modo raggiungere, tramite la mistica capacità di Obama di combinare Star Trek e Guerre Stellari o cose del genere, non durerebbe. In un anno – o più probabilmente in un minuto o due – i Repubblicani tornerebbero indietro, chiedendo più sgravi fiscali e più tagli sui programmi sociali. Semplicemente non prenderanno i si come risposta.
Nel frattempo, non sono solo i Repubblicani che rifiutano di accettare quando Obama offre quello che si vuole; lo stesso vale, con ancora meno giustificazioni, con i commentatori di centro. Mentre persone come Greg Sargent indicano a loro volta il tempo scaduto, l’ideale centrista – una riduzione del deficit tramite una combinazione di incrementi nelle entrate e di riduzioni nei sussidi – è quanto Obama sta già offrendo; di fatto le sue proposte si sono collocate alla destra di quelle di Bowles-Simpson. Tuttavia gli opinionisti centristi continuano a chiedere che Obama offra quello che ha già offerto, e condannano nello stesso modo entrambi gli schieramenti (collocano persino la maggior parte delle responsabilità dalla parte di Obama) per il non essere riusciti a trovare un accordo. Per di più informarli del loro errore non servirebbe; tutto il loro numero consiste nel dare la colpa ad entrambi gli schieramenti, e si inventeranno sempre una qualche ragione per la quale Obama non sta facendo la cosa giusta.
In ogni modo, omaggio ad Ezra … e se l’uso di messaggi su Twitter per documentare l’ipocrisia politica fosse una nuova frontiera del giornalismo?
marzo 3, 2013
March 3, 2013, 9:36 am
Government and Medical Costs, Continued
I’ve spent some more time going through Steven Brill’s magnum opus on medical prices, and am even more amazed at (a) the quality of the reporting (b) his weird refusal to draw the obvious conclusion.
Throughout the piece, Brill highlights the extent to which Medicare is able to get better deals than private insurers, who in turn get much better deals than individuals. Somewhat puzzlingly, he says almost nothing about Medicaid, which does even better at bargaining because of its greater ability to say no. The best available research says that Medicaid — if provided directly — is way cheaper than private insurance,
So the obvious answer is to expand public insurance, and give Medicare more bargaining power.
But somehow Brill veers off at the last minute. He gets all politically realistic about the prospect of expanding Medicare; I’m all for realism, but shouldn’t the overwhelming message of his piece be that what passes for realism in American medicine is disastrous? And he argues that
trying to cut the deficit by simply lowering the fees Medicare and Medicaid pay to hospitals will not work. It will only cause the hospitals to shift the costs to non-Medicare patients in order to maintain profits — which they will be able to do because of their increasing leverage in their markets over insurers.
This is, from everything I’ve read, a highly dubious proposition — and everything Brill has said up to this point reinforces that position. After all, the argument that hospitals will raise fees if they make less on Medicare patients only works if hospitals are currently charging less than the traffic will bear — and Brill has just spent 20,000 words telling us that they squeeze every dime they can out of patients.
Anyway, read his reporting, but turn to health-care economists for the analytical implications.
Il Governo ed I costi sanitari, continuazione
Ho speso qualche altro tempo dentro il gran lavoro di Steven Brill sui prezzi nella sanità, e sono sempre più impressionato: a) dalla qualità del reportage; b) dallo strano rifiuto di dedurne le ovvie conclusioni.
Ne corso dell’articolo, Brill illustra la misura in cui Medicare è capace di ottenere accordi migliori degli assicuratori privati, che a loro volta ottengono accordi molto migliori degli individui singoli. In modo alquanto incomprensibile, egli non dice quasi niente su Medicaid, che fa persino meglio a causa della sua maggiore capacità di dire dei “no”. Le migliori ricerche disponibili dicono che Medicaid – quando provvede direttamente – è una strada più conveniente della assicurazione privata [1].
Dunque, la risposta ovvia è espandere l’assicurazione pubblica e dare a Medicare maggiore potere di contrattazione.
Ma in qualche modo Brill all’ultimo momento cambia direzione. Egli, con una modalità del tutto politica, diventa realistico sulla prospettiva di espandere Medicare; io sono favorevole al realismo, ma il messaggio generale del suo articolo non dovrebbe essere che quello che nella sanità America passa per realismo è disastroso? Egli sostiene che provare a tagliare il deficit semplicemente abbassando le parcelle che Medicare e Medicaid pagano agli ospedali non funzionerà. Provocherà soltanto uno spostamento dei costi, da parte degli ospedali, sui pazienti non assistiti da Medicare, allo scopo di mantenere i profitti – cosa che essi saranno capaci di fare a causa del crescente indebitamento sugli assicuratori sui loro mercati .
Questo è un concetto dubbio, da ogni lato lo si legga – e tutto quello che Brill ha detto sino a quel punto rafforza questa impressione. Dopo tutto, l’argomento per il quale gli ospedali aumenteranno le loro parcelle se operano di meno sui pazienti di Medicare funzionerebbe soltanto se gli ospedali stessero attualmente operando al di sotto di quanto possono sopportare – e Brill aveva appena speso 20.000 parole per dirci che essi spremono ogni lira che possono tirar fuori dai loro pazienti. In ogni modo, leggete questo resoconto, ma rivolgetevi agli economisti della sanità per le implicazioni analitiche.
[1] La tabella mostra il confronto, relativo all’anno 2005, tra i costi di Medicaid e quelle delle assicurazioni private, per gli adulti ed i bambini. La differenza percentuale è nella colonna di destra, – 26 % per gli adulti, – 37 % per i bambini.
marzo 2, 2013
March 2, 2013, 2:23 pm
Via TPM, Buzzfeed has a story about how a bunch of conservative pundits, especially but not only Josh Trevino, acted as paid agents of the Malaysian government in a covert propaganda campaign:
A range of mainstream American publications printed paid propaganda for the government of Malaysia, much of it focused on the campaign against a pro-democracy figure there.
…
According to Trevino’s belated federal filing, the interests paying Trevino were in fact the government of Malaysia, “its ruling party, or interests closely aligned with either.” The Malaysian government has been accused of multiple human rights abuses and restricting the press and personal freedoms. Anwar, the opposition leader, has faced prosecution for sodomy, a prosecution widely denounced in the West, which Trevino defended as more “nuanced” than American observers realized. The government for which Trevino worked also attacked Anwar for saying positive things about Israel; Trevino has argued that Anwar is not the pro-democracy figure he appears.
Pretty amazing stuff. But none of the reports I’ve seen brings up a blast from 2005 we should surely remember: Think Tank’s Ideas Shifted As Malaysian Ties Grew:
For years, the Heritage Foundation sharply criticized the autocratic rule of former Malaysian prime minister Mahathir Mohamad, denouncing his anti-Semitism, his jailing of political opponents and his “anti-free market currency controls.”
Then, late in the summer of 2001, the conservative nonprofit Washington think tank began to change its assessment …
Heritage’s new, pro-Malaysian outlook emerged at the same time a Hong Kong consulting firm co-founded by Edwin J. Feulner, Heritage’s president, began representing Malaysian business interests. The for-profit firm, called Belle Haven Consultants, retains Feulner’s wife, Linda Feulner, as a “senior adviser.” And Belle Haven’s chief operating officer, Ken Sheffer, is the former head of Heritage’s Asia office and is still on Heritage’s payroll as a $75,000-a-year consultant.
Hmmm.
It seems that some years ago Malaysia’s ruling party took a good look at leading pundits and policy intellectuals in the conservative movement, reached a judgment about their personal and intellectual integrity or lack thereof, and acted in accordance with that judgment.
Funny how Malaysia gets who these people are and what motivates them — while our own press corps doesn’t.
Quello che sanno i Malesi
Tramite il blog TPM, Buzzfeed presenta un racconto su come un gruppo di opinionisti conservatori, specialmente ma non soltanto Josh Trevino, abbiano operato come agenti del Governo malese in una campagna propagandistica coperta:
“Una serie di tradizionali pubblicazioni americane hanno stampato propaganda a pagamento per conto del Governo della Malesia, gran parte della quale concentrata su una campagna contro una personalità favorevole alla democrazia di quel paese.
…
Secondo il più recente archivio federale su Trevino, gli interessi per conto dei quali Trevino era stipendiato erano in sostanza il Governo della Malesia, “il suo Partito al comando, o interessi strettamente connessi con entrambi”. Il Governo della Malesia è stato accusato di abusi molteplici ai diritti umani e di restrizioni delle libertà di stampa e personali. Anwar, il leader dell’opposizione, ha affrontato un procedimento per “omosessualità” ampiamente denunciato in Occidente, che Trevino ha difeso come più “sfumato” di quanto gli osservatori americani avessero compreso. Il Governo per il quale Trevino ha lavorato ha anche attaccato Anwar per aver detto cose positive su Israele; Trevino ha sostenuto che Anwar non è quella personalità a favore della democrazia che sembra”.
Cose piuttosto stupefacenti. Ma nessuno dei resoconti che ho letto fa menzione di una piacevolezza dell’anno 2005 che dovremmo facilmente ricordare: “Le opinioni di un gruppo di ricercatori si sono modificate con l’intensificarsi dei collegamenti con la Malesia” [1] :
“Per anni, la Fondazione Heritage ha aspramente criticato il dominio autocratico del precedente Primo Ministro malese Mahathir Mohamad, denunciando il suo antisemitismo, l’incarcerazione dei suoi oppositori politici ed i suoi ‘controlli sulla valuta contrari al libero mercato’.
Poi, nella scorsa estate del 2011, il gruppo di ricercatori no-profit di Washington ha cominciato a modificare i propri giudizi …
Il nuovo atteggiamento favorevole al Governo Malese da parte di Heritage è emerso nello stesso momento in cui la società di consulenze di Hong Kong co-fondata da Edwin J. Feulner, Presidente di Heritage, ha cominciato a rappresentare gli interessi di imprese malesi. L’impresa a scopo di lucro, chiamata ‘Belle Haven Consultants’, ha la presenza della moglie di Feulner, Linda Feulner, come ‘consigliere anziano’. E il principale dirigente operativo di Belle Haven, Ken Sheffer, è il precedente dirigente della sede asiatica di Heritage ed è ancora sul libro paga di Heritage, con 75.000 dollari all’anno come consulente”.
Mmmh.
Sembra che qualche anno fa il partito di governo della Malesia fece una attenta analisi dei principali opinionisti e degli intellettuali del movimento conservatore, formandosi una opinione sulla loro integrità o non integrità personale ed intellettuale, ed operò in coerenza con tale opinione.
E’ curioso come la Malesia capisca questa gente e le cose che li motivano – nel mentre le nostre corporazioni giornalistiche non lo capiscono.
marzo 2, 2013
March 3, 2013, 1:45 pm
Dean Baker is feeling dyspeptic — not for the first time — over a WaPo piece suggesting that slow growth is the new normal. Dean wonders why we should listen to people who have been wrong about everything so far. But it’s actually worse than he says.
In the article, the case for slow growth forever is mainly made by quoting Kevin Warsh, a former Fed governor. And Warsh is indeed someone who has been wrong about everything; a bubble denier who spoke of strong capital markets before the crash, a hawk who has been warning about the risk of inflation for three years, an invoker of invisible bond vigilantes who somehow managed to describe the supposed threat from these vigilantes as somehow both a certainty and unknowable.
If there is a special distinction to those of Warsh’s speeches and articles I’ve read, it’s this: he has had a habit of saying and writing things that are supposed to be profound, but say nothing at all. Can anyone tell me the point, if any, of this WSJ op-ed?
But wait: who is Kevin Warsh, anyway? Well, he’s a lawyer turned investment banker turned Bush appointee to the Fed turned Hoover fellow — not an economist at all. Now, I hate credentialism: there are plenty of fools with Ph.D.s, some fools with fancy prizes, and a fair number of first-rate economic thinkers without formal qualifications. Still, if someone is going to make pronouncements about how the whole nature of the business cycle has changed, you’d like some sign that somewhere in his life he has thought hard about, well, anything.
So why pay any attention at all to this guy on these matters? I guess it’s a different kind of credentialism — the Beltway notion that because somebody was once appointed to a policy position, he must be an expert. But that is, of course, ridiculous — and people at the Washington Post, who get to see former officials all the time, surely must know better.
Chi dovremmo ascoltare?
Dean Baker ha trovato indigesto – non per la prima volta – una pezzo del Washington Post che indica come la lenta crescita sia la nuova normalità. Dean si chiede perché dovremmo dar retta a persone che sino a questo punto hanno sbagliato quasi tutto. Ma effettivamente è peggio di quello che dice.
Nell’articolo, il caso della crescita lenta è principalmente addotto da una citazione di Kevin Warsh, un passato Governatore della Fed. E Warsh è in effetti un individuo che ha sbagliato quasi tutto; un negatore di bolle che parlava di solidi mercati dei capitali prima del crollo, una falco che ha messo in guardia contro il rischio di inflazione per tre anni, un invocatore degli invisibili ‘guardiani dei bonds’ che talvolta ha provato a descrivere la supposta minaccia di questi guardiani nello stesso tempo come una certezza e come qualcosa di inconoscibile.
Se c’è una particolarità in quei discorsi ed articoli di Warsh che io ho letto, è questa: egli si è abituato a dire ed a scrivere cose che appaiono profonde, ma non significano niente. Qualcuno mi può dire quale sia il punto, ammesso che ve ne sia uno, in questo commento sul Wall Street Journal?
Ma aspettate: chi è Kevin Warsh, alla fine? Ebbene, è un avvocato, poi trasformato in dirigente di una banca di investimenti, poi nominato da Bush alla Fed, poi di nuovo trasformato in docente alla Hoover – in nessun caso un economista. Ora, io odio le credenziali: c’è una quantità di sciocchi con laurea, alcuni sciocchi con premi decorativi, e c’è un discreto numero di pensatori economici di prima qualità senza formali qualifiche. Tuttavia, se qualcuno intende pronunciarsi su come l’intera natura dei cicli economici sia cambiata, suvvia, gradireste un qualche segno che in qualche punto della sua esistenza egli abbia avuto un pensiero profondo di qualsiasi genere al proposito.
Perché dunque prestare su materie del genere una qualsiasi attenzione a questo personaggio? Penso che si tratti di un genere diverso di credenziali – il concetto caro a Washington secondo il quale chiunque abbia avuto una nomina in una qualche posizione politica, debba essere un esperto. Ma questo, ovviamente, è ridicolo – e le persone al Washington Post, che si intrattengono ogni giorno con dirigenti del passato, sicuramente ne sanno di più.
marzo 2, 2013
March 2, 2013, 10:34 am
Stephen Brill’s long piece about medical costs has brought forth a mixture of praise and annoyance from health-care economics experts, including Aaron Carroll and Uwe Reinhardt; they’ve been screaming for years that our medical system charges too much, and so they’re both gratified and annoyed to see a major-media piece confirming what they’ve been saying all along.
Weirdly, though, Brill sniffs at one thing that we know works to keep prices down: single-payer systems that can say no. There’s a reason single-payer systems are pretty much universally much cheaper than systems — even the Swiss system — that run things through private insurers. And it’s not just the administrative costs.
Note that Medicaid, in particular, which is able to say no in ways Medicare can’t, is substantially cheaper than both Medicare and, even more so, private insurance.
So why does Obamacare run through the private sector? Raw political necessity: this was the only way that it could get past the insurance industry’s power. OK, that was how it had to be.
But you should really be outraged at the efforts of some states to ensure that the Medicaid expansion is done not via direct government insurance but run through the insurance industry. What you need to understand is that this is a double giveaway, both to the insurers and to the health care industry, because private insurers don’t have the government’s bargaining power. It is, bluntly, purely a matter of corporate welfare for the medical-industrial complex.
Oh, I guess you might believe that the relevant politicians sincerely believe that the magic of the market will somehow lower costs, despite overwhelming evidence to the contrary — and that rewarding their friends has nothing to do with it. Hey, I have this bridge to sell you.
Still, isn’t it bizarre that governors who protest bitterly about the cost of Obamacare, and in general about wasting taxpayers’ money, are willing to throw away lots of money via corporate welfare? Actually, no; it’s only puzzling if you think they believe anything they say.
Like Aaron, I’d say that outrage over the duplicity here is not sufficient reason to block the states’ moves; unfortunately, the uninsured are at stake, and they need help. But we’re seeing an object lesson in what our political divide is really about.
Assistenza per il complesso sanitario industriale
Il lungo articolo di Stephen Brill sui costi della sanità ha prodotto un misto di elogi e di fastidio da parte degli esperti di economia sanitaria, compresi Aaron Carrol e Uwe Reinhardt; hanno protestato per anni che il nostro sistema sanitario spende troppo, e dunque sono sia gratificati che disturbati nel vedere un articolo di un importante giornale che conferma quello che venivano dicendo da sempre.
Ciononostante, stranamente, Brill ha storto il naso dinanzi ad una cosa che sappiamo efficace nell’abbassare i prezzi: i sistemi con un unico centro di spesa che possono dire dei “no”. C’è una ragione per la quale i sistemi con un unico centro di spesa sono quasi universalmente assai più economici dei sistemi – compreso quello svizzero – che gestiscono attraverso gli assicuratori privati. E non sono solo i costi amministrativi.
Si noti che Medicaid in particolare, che è capace di opporre rifiuti in modi nei quali Medicare non è capace, è sostanzialmente più conveniente sia di Medicare che, anche maggiormente, della assicurazione privata.
Dunque, perché la riforma sanitaria di Obama è gestita attraverso il settore privato? Pure e semplici necessità politiche: questo era l’unico modo nel quale essa poteva superare il potere del settore assicurativo. Va bene, è andata come doveva andare.
Ma si dovrebbe realmente restare indignati dagli sforzi di alcuni Stati per fare in modo che l’ampliamento di Medicaid sia realizzato non tramite la diretta assicurazione dello Stato ma attraverso il settore assicurativo. Quello che si deve comprendere è che questo è un regalo doppio, sia agli assicuratori che all’industria sanitaria, perché gli assicuratori privati non hanno il potere contrattuale della amministrazione pubblica. Si tratta puramente e semplicemente di una faccenda di sussidio corporativo al complesso sanitario e farmaceutico.
Va bene, suppongo che possiate credere che gli uomini politici impegnati in queste cose sinceramente ritengano che la magia del mercato abbasserà in qualche modo i costi, nonostante le schiaccianti prove contrarie – e nonostante che premiare i loro amici non abbia niente a che fare con ciò. Guardate, ho questa via di mezzo per convincervi … [1]
Tuttavia, non è bizzarro che Governatori che protestano aspramente sui costi della riforma Obama, e in generale sullo spreco dei soldi dei contribuenti, abbiano voglia di buttar via grandi quantità di denaro nella forma di sussidi alle corporazioni? In effetti no, non è bizzarro: l’unico mistero è come possiate credere a tutto quello che dicono.
Come Aaron, direi che l’insulto di questa doppiezza in questo caso non sia una ragione sufficiente per bloccare le mosse degli Stati; sfortunatamente, sono in ballo i non assicurati, e loro hanno bisogno di aiuto. Ma ci troviamo a constatare, in una sorta di lezione pratica, quello che effettivamente è attinente alle divisioni della nostra politica.
[1] Non credo di capir bene questa frase. La interpreto come una espressione messa in bocca agli uomini politici – ai Governatori repubblicani – che in questi giorni stanno accettando l’espansione di Medicaid (perché essa è in fondo molto conveniente per i loro Stati, essendo in gran parte finanziata dallo Stato Federale …) ma pongono la condizione di una gestione affidata alle assicurazioni private. Sono loro che dicono: “ho in mente una via di mezzo, un compromesso … “. “Bridge” è il “ponte”, ma “bridge the gap” significa “mediare, trovare un compromesso”.
marzo 2, 2013
March 2, 2013, 10:13 am
I just wanted to flag two important articles on Europe. First, Simon Wren-Lewis reminds us that while extreme austerity is being imposed on Europe’s periphery, the core has also pursued contractionary fiscal policies. Here’s the IMF’s estimate of the cyclically adjusted primary balance — a measure of what the non-interest budget balance would have been at full employment:
Basically, faced with a huge blow to private demand from a burst housing bubble and deleveraging, Europe has responded not as 75 years of economics said it should, with temporary stimulus, but with Herbert Hoover — or, better, Chancellor Brüning — policies of retrenchment. And policy makers pronounce themselves shocked both to find that the bottom is dropping out of Europe’s economy and that their perceived authority and wisdom is being rejected by voters.
Meanwhile, Mark Mazower, an actual European historian, says better and with more authority than I could what I’ve been trying to get at: the Chancellor Brüning reference is not a joke:
Those preaching austerity probably do not see themselves as contributing to a crisis of democracy, but they are. The Italian elections should remind eurozone leaders to pay attention to their voters. Economic fixes have failed to staunch a political crisis that has the capacity to harm not only EU integration, but the legitimacy of the continent’s democratic order itself.
Europa autodistruttiva
Voglio proprio mettere in evidenza due importanti articoli sull’Europa. Nel primo, Simon Wren-Lewis ci ricorda che nel mentre viene imposta una estrema austerità sulla periferia dell’Europa, il centro persegue anch’esso politiche di finanza pubblica restrittive. Ecco la stima del FMI sul bilancio primario corretto in considerazione del ciclo – una misura di quanto sarebbe l’equilibrio di bilancio al netto degli interessi in condizioni di piena occupazione [1]:
Fondamentalmente, a fronte di una gran colpo alla domanda privata per effetto dello scoppio della bolla immobiliare e della riduzione dell’indebitamento, l’Europa non ha risposto come 75 anni di economia consigliavano, con azioni di sostegno temporanee, ma con politiche di taglio delle spese alla Herbert Hoover – o meglio del genere di quelle del Cancelliere Brüning. E gli uomini politici si dicono sorpresi sia nello scoprire che si sta toccando il fondo dell’economia europea, sia nel rendersi conto che la loro autorità e saggezza viene respinta dagli elettori europei.
Nel frattempo, Mark Mazower, un vero storico dell’Europa, dice meglio e con maggiore autorità della mia quello a cui stavo cercando di arrivare: il riferimento al Cancelliere Brüning non è uno scherzo:
“Costoro che predicano l’austerità probabilmente non considerano di dare una contributo ad una crisi della democrazia, ma è quello che fanno. Le elezioni italiane dovrebbero ricordare ai dirigenti dell’eurozona di fare attenzione ai loro elettori. I rimedi all’economia non sono riusciti ad evitare una crisi politica che ha la capacità non solo di danneggiare l’integrazione europea, ma anche la legittimazione dello stesso ordine democratico del continente”.
[1] Per dirla semplicemente, il fatto che il bilancio primario non sia sceso particolarmente in Europa (linea verde), e sia risalito dal 2001 in una situazione di surplus, sta a significare che non c’è stata una azione pubblica di sostegno all’economia del genere di quella statunitense (linea rossa).
febbraio 27, 2013
February 27, 2013, 1:12 pm
In discussing fiscal policy, I’ve been fond of quoting St. Augustine: “Grant me chastity and continence, but not yet”. Trying to slash the deficit while the economy is still up against the zero lower bound is a really bad idea, because it will depress the economy further and hurt both growth and revenue.
What’s more, there really isn’t any huge urgency about deficit reduction. Borrowing costs are low, and current projections show only a modest rise in the debt-GDP ratio over the next decade. Beyond that there are bigger issues — but these issues don’t have to be solved right away, and should not be used to justify growth-killing austerity now.
But hey, I’m a crazy economic hippie, whom nobody agrees with — except, well, the chairman of the Federal Reserve. Allowing for the constraints of rhetoric that come with his position, Ben Bernanke’s testimony today was highly Krugmanesque:
Significant progress has been made recently toward reducing the federal budget deficit over the next few years. The projections released earlier this month by the Congressional Budget Office (CBO) indicate that, under current law, the federal deficit will narrow from 7 percent of GDP last year to 2-1/2 percent in fiscal year 2015.8 As a result, the federal debt held by the public (including that held by the Federal Reserve) is projected to remain roughly 75 percent of GDP through much of the current decade.
However, a substantial portion of the recent progress in lowering the deficit has been concentrated in near-term budget changes, which, taken together, could create a significant headwind for the economic recovery … Moreover, besides having adverse effects on jobs and incomes, a slower recovery would lead to less actual deficit reduction in the short run for any given set of fiscal actions.
…
To address both the near- and longer-term issues, the Congress and the Administration should consider replacing the sharp, frontloaded spending cuts required by the sequestration with policies that reduce the federal deficit more gradually in the near term but more substantially in the longer run.
Of course, credentials aren’t dispositive here; Bernanke could be all wrong, failing to understand that if we don’t slash spending now now now we’ll turn into Greece, Greece I tell you. But these remarks should give pause to all the people who imagine that “nobody” except me and a couple of other crazies think that we’re paying far too much attention to short-term deficits.
Bernanke di Ippona [1]
Quando discuto di politica della finanza pubblica, sono affezionato ad una citazione di S. Agostino: “Concedimi la castità e la continenza, ma non ancora”. Cercare di abbattere il debito mentre l’economia è ancora alle prese con il limite inferiore di zero è davvero una cattiva idea, giacché deprimerà maggiormente l’economia e comprometterà sia la crescita che le entrate.
Quello che c’è in più, è che non esiste realmente alcuna generale urgenza di riduzione del deficit. I costi dell’indebitamento sono bassi e le attuali previsioni mostrano soltanto una modesta crescita nel rapporto debito-PIL nel prossimo decennio. Oltre a ciò, ci sono altri temi più importanti – ma questi temi non devono essere risolti immediatamente, e non dovrebbero essere usati per giustificare adesso una austerità che ammazza la crescita.
Ma, sapete, io sono un bizzarro ragazzaccio dell’economia, con il quale nessuno va d’accordo – ad eccezione, beh, del Presidente della Federal Reserve. In coerenza con i limiti di linguaggio consoni alla sua posizione, la testimonianza odierna di Ben Bernanke è stata del tutto “krugmanesca”:
“E’ stato di recente compiuto un significativo progresso verso una riduzione del deficit del bilancio federale per i prossimi anni. Le previsioni rilasciate agli inizi del mese dal Congressional Budget Office (CBO) indicano che, a legislazione vigente, il deficit federale si restringerà dal 7 per cento del PIL dell’anno passato al 2,5 per cento degli anni finanziari 2015 – 2018. Di conseguenza, il debito federale in mano allo Stato (incluso quello detenuto dalla Federal Reserve) si prevede che resti grosso modo attorno al 75 per cento del PIL per gran parte del decennio in corso.
Tuttavia, una parte sostanziale dei progressi recenti nell’abbassamento del deficit sono stati concentrati in cambiamenti di bilancio a breve termine, i quali, considerati nel loro complesso, potrebbero provocare un significativo movimento avverso alla ripresa economica … Inoltre, oltre ad avere effetti negativi sui posti di lavoro e sui redditi, una ripresa più lenta porterebbe, nel breve periodo e per ogni settore considerato di iniziative finanziarie, ad una riduzione del deficit minore di quella in corso.
…
Rivolgendosi sia al breve che al più lungo termine, il Congresso e la Amministrazione dovrebbero prendere in considerazione di sostituire i tagli alla spesa pubblica bruschi e frontali imposti dal cosiddetto “sequestro” [2] con politiche che riducano il deficit federale più gradualmente nel breve periodo e più sostanzialmente nel lungo.”
Naturalmente, in questo caso le credenziali non sono in sé risolutive: Bernanke potrebbe sbagliare tutto, non riuscendo a capire che se non si abbatte la spesa immediatissimamente, finiremo assolutamente come la Grecia. Ma queste osservazioni dovrebbero frenare tutti quelli che si immaginano che “nessuno”, ad eccezione del sottoscritto e di altri due pazzi, pensi che stiamo prestando una attenzione esageratamente grande ai deficit di breve periodo.
[1] [1] Sant’Agostino viene consacrato vescovo di Ippona nel 396. Ippona (in latino Hippo Regius) è un’antica città del nord Africa, l’odierna Algeria. Sorge non molto distante dalla foce del fiume Ubi. Sant’Agostino parlando di Ippona descrive la bellezza della baia con le seguenti parole: “il mare si copre di un manto iridato dalle sfumature di porpora e azzurro”.
[2] “Sequestro” è l’espressione coniata per quello che potremmo definire il terzo periodo della ‘trilogia’ del dibattito politico americano degli anni recenti. Si è passati dallo psicodramma del “debt ceiling” (“tetto del debito”) del 2011, a quello del “fiscal cliff” (“precipizio fiscale”) della parte finale del 2012, infine all’attuale “sequester”. In modi diversi, esprimono tutti e tre il confuso scontro aperto nel Congresso sui temi delle politiche fiscali e di contenimento della spesa pubblica.
Quanto al termine “sequestro” il significato mi pare questo: il bilancio è come messo sotto sequestro, nel senso che è ipotecato dalle scadenze fissate in precedenza, nella logica dei rinvii.
febbraio 27, 2013
February 27, 2013, 7:46 am
Mark Thoma points me to a post by Miles Kimball titled What Paul Krugman Got Wrong About Italy’s Economy. So I wondered what important features I got wrong — but to my great disappointment all I found was yet another invocation of the Reinhart-Rogoff claim that bad things happen when debt goes about 90 percent of GDP.
Look, this is just not an established result. It’s a correlation; but it could just as well reflect a pathway from slow growth to high debt, or from third factors like political and institutional dysfunction to both slow growth and high debt.
This last possibility becomes especially persuasive when you look at the full list of advanced countries that have exceeded the supposed 90 percent threshold in the past 50 years: Japan, Italy, Belgium, Greece. That’s it. So yes, Japan and Italy have had high debt and slow growth; do you really want to say that debt was the only reason for slow growth, or that the Japanese slowdown of the 1990s had no role in causing the rise in debt? Do you really want to say that debt is the only reason for Italy’s poor performance? If your answer to either question is no, you have just said that you don’t believe in Reinhart-Rogoff’s results.
So why do people imagine that this is a definitive result? That’s obvious. R-R on debt got picked up eagerly by deficit scolds, because it said what they wanted to hear. Then it became orthodoxy through what we might call the Scarborough effect: Very Serious People heard other Very Serious People citing the alleged finding, then repeated it themselves, and it became part of what Everyone Knows — after all, everyone they talked to said it was true.
Is Reinhart-Rogoff itself a zombie? Not quite — it could still be true, although I don’t think so. But the idea that the 90 percent threshold is a definite result, established beyond question, is very much a zombie idea, one that has been killed repeatedly but just won’t stay down.
And professional economists, at least, should know better.
Un altro attacco dello Zombie del 90 per cento
Mark Thoma mi rinvia ad un post di Miles Kimball dal titolo “Cosa sbaglia Paul Krugman a proposito dell’economia italiana”. Mi stavo dunque chiedendo su quali particolari avessi sbagliato – ma con mio gran disappunto che si trattava ancora di un’altra invocazione della tesi di Reinhart-Rogoff secondo la quale i guai avvengono quando il debito è attorno al 90 per cento del PIL.
Si badi, questo non è un risultato stabilito. E’ una correlazione; ma potrebbe anche soltanto riflettere un percorso da una crescita lenta ad un debito elevato, o da un terzo fattore come una disfunzione politica ed istituzionale verso sia una lenta crescita che un debito elevato.
Quest’ultima possibilità diventa particolarmente persuasiva quando si guarda alla lista completa dei paesi che hanno superato la ipotizzata soglia del 90 per cento negli ultimi 50 anni: Giappone, Italia, Belgio, Grecia. Il punto è lì. Dunque, si, il Giappone e l’Italia hanno conosciuto un debito elevato ed una crescita lenta; dovete proprio dire che il debito è stata l’unica ragione per una crescita lenta, o che il rallentamento giapponese degli anni ’90 non ha avuto alcun ruolo nel provocare una crescita del debito? Dovete per forza dire che il debito è l’unica ragione per la modesta prestazione dell’Italia? Se date una risposta negativa ad entrambe le domande, avete esattamente detto che non credete all’argomento di Reinhart-Rogoff in modo conseguenziale.
Dunque, perché alcuni si immaginano che quella sia una conseguenza definitiva? E’ ovvio. R. e R. in materia di debito sono stati accolti ansiosamente dagli allarmisti del deficit, perché hanno detto quello che volevano sentirsi dire. Poi quella è diventata una ortodossia, attraverso quello che potremmo chiamare l’effetto Scarborough: Persone Molto Serie hanno sentito altre Persone Molto Serie citare le pretesa scoperta, dunque l’hanno ripetuta esse stesse, ed è diventata parte di Quello che Tutti Sanno – dopotutto, tutti quelli con cui avevano parlato avevano detto che era vera.
La tesi di Reinhart-Rogoff è in se stessa uno zombie? Non del tutto – potrebbe esserci anche del vero, sebbene io non lo pensi. Ma l’idea che la soglia del 90 per cento sia una conseguenza definitiva, stabilita oltre ogni dubbio, è davvero un’idea zombie, una di quelle che è stata ammazzata più volte ma non intende uscire di scena.
E almeno gli economisti di professione dovrebbero saperne di più.
febbraio 26, 2013
February 26, 2013, 8:36 am
This is the way the euro ends: not with the banks but with bunga-bunga.
OK, the euro isn’t doomed — yet. But the Italian election signals that the eurocrats, who never miss an opportunity to miss an opportunity, are getting very close to the edge.
The fundamental fact is that a policy of austerity for all — incredibly harsh austerity in debtor nations, but some austerity in the European core too, and not a hint of expansionary policy anywhere — is a complete failure. None of the nations under Brussels/Berlin-imposed austerity has shown even a hint of economic recovery; unemployment is at society-destroying levels.
This failure came close to destroying the euro twice, in late 2011 and again last summer, as debtor nations threatened to enter a doom loop of plunging bond prices and failing banks. Each time Mario Draghi and the ECB stepped in to contain the damage, first by lending to the banks buying sovereign debt (LTRO) then by announcing a willingness to buy sovereign debt directly (OMT) ; but rather than taking the near-death experience as a warning, Europe’s austerians took the ECB-engineered calming of markets as a sign that austerity was working.
Well, the suffering voters of Europe just told them differently.
How could they not have seen this coming? Well, in Europe even more than in the US the Very Serious People live in a bubble of self-regard at their own seriousness, and imagine that the general public will follow their lead — hey, it’s the only responsible thing to do. Wolfgang Münchau has a great lede in his column today, that gets at the essence:
There was a symbolic moment in the Italian elections when I knew that the game was up for Mario Monti, the defeated prime minister. It was when in the middle of the campaign – in the midst of an anti-establishment insurgence – he took off to Davos to be with his friends from international finance and politics. I know his visit to elite gathering in the Swiss mountains was not an issue in the campaign, but it signalled to me an almost comic lack of political realism.
What Europe’s VSPs fail to get is that the public perception of their right to lead depends on achieving at least some actual results. What they have actually delivered, however, is years of incredible pain accompanied by repeated promises that recovery is just around the corner — and then they wonder that many voters no longer trust their judgment, and turn to someone, anyone, who offers an alternative.
I wish I believed that the Italian election would serve as a wake-up call — a reason to, for example, give the ECB a green light for more expansion, a reason for Germany to do some stimulus and for France to call off its unnecessary belt-tightening. My guess, however, is that we’ll just have more lectures to the Italians and everyone else about how they just aren’t trying hard enough.
And there may be worse figures than Beppe Grillo lurking in Europe’s future.
Morire per Davos
Questo è il modo in cui finisce l’euro: non con le banche ma col bunga bunga.
È vero, l’auro non è condannato – ancora. Ma le elezioni italiane segnalano che gli eurocrati, che non hanno mai perso una opportunità di perdere una opportunità, stanno arrivando molto vicini al bordo.
Il fatto fondamentale è che la politica di austerità per tutti – una austerità incredibilmente severe nella nazioni debitrici, ma una qualche austerità anche nel centro dell’Europa, e senza un cenno in nessun luogo di politiche espansive – è un completo fallimento. Nessuna delle nazioni sottoposta alla austerità imposta da Bruxelles e Berlino ha mostrato neppure un minimo di ripresa economica; la disoccupazione è a livelli di distruzione della società.
Questo fallimento in due occasioni è arrivato vicino a distruggere l’euro, nel passato 2011 ed ancora l’estate scorsa, quando le nazioni debitrici hanno minacciato di entrare nel circolo rovinoso del rapido declino dei prezzi dei bonds e dei fallimenti bancari. Ogni volta Mario Draghi e la BCE sono intervenuti per contenere il danno, la prima volta dando in prestito alle banche l’acquisto di debito sovrano (LTRO), poi annunciando la volontà di acquistare direttamente debito sovrano (OMT); ma piuttosto di considerare come un ammonimento l’esperienza quasi mortale, i fanatici dell’austerità dell’Europa hanno preso il calmarsi dei mercati provocato dalla BCE come il segno che l’austerità stava funzionando.
Ebbene, gli elettori sofferenti di Europa si sono appena espressi in modo diverso.
Come hanno potuto non accorgersi di quello che stava arrivando? Ebbene, in Europa ancor più che negli Stati Uniti le Persone Molto Serie vivono in una bolla di amor proprio a proposito della loro serietà, e si immaginano che l’opinione pubblica nel suo complesso seguirà la loro guida – ehi, è l’unica cosa responsabile da fare ! Wolfgang Münchau ha un gran (….) nel suo articolo di oggi, che va alla sostanza:
“C’è stato un momento simbolico nella campagna elettorale italiana nel quale ho capito che la partita era chiusa per Mario Monti, il Primo Ministro sconfitto. E’ stato quando alla metà della campagna elettorale – nel mezzo di una marea montante contro la classe politica – egli partì per Davos per essere con i suoi amici della finanza e della politica internazionale. Capisco che la sia visita alle èlites che si riunivano a Davos non era una tema delle elezioni, ma essa mi apparve come una mancanza di realismo politico quasi comica”.
Quello che le Persone Molto Serie non riescono a capire è che la percezione dell’opinione pubblica del loro diritto a governare dipende almeno dal raggiungimento di qualche risultato effettivo. Quello che essi effettivamente hanno portato a termine, tuttavia, sono anni di incredibili sofferenze accompagnate da ripetute promessa di una ripresa che era proprio dietro l’angolo – e poi si meravigliano che molti elettori non credano più nei loro giudizi, e si rivolgano a qualcuno, a chiunque offra una alternativa.
Vorrei credere che le elezioni italiane possano funzionare come una sveglia – una ragione, ad esempio, per dare alla BCE una luce verde per una maggiore espansione, una ragione per la Germania per operare un maggiore sostegno e per la Francia per chiamarsi fuori da un tirare la cinghia non necessario. La mia impressione, tuttavia, è che ci saranno altre prediche per gli italiani e riguarderanno tutte il come non stiano provando ad agire con sufficiente durezza.
E ci possono essere figure peggiori di quella di Beppe Grillo in agguato nel futuro del’Europa.
febbraio 25, 2013
February 25, 2013, 9:30 am
A commenter on my last euro post asks a good question: didn’t Germany once have a problem of excessive unit labor costs, which it cured with a protracted squeeze? And in that case, why is it so terrible if Spain is asked to do the same thing?
The answer is basically quantitative. I’d make three points:
1. Thanks to the giant housing bubble, Spanish costs got much further out of line than Germany’s ever did, so the required adjustment is much bigger.
2. Germany got to do its adjustment in the face of a relatively strong European economy; Spain is being asked to adjust in the face of a depressed Europe sliding back into recession.
3. In part because of this difference in overall macro conditions, but also because Germany doesn’t have a housing boom and is actually engaging in a bit of austerity on its own, the burden of adjustment this time around is falling much more on deflation by the overvalued country.
Here’s a figure that illustrates that point. According to Eurostat data, German unit labor costs peaked in 2003, Spanish costs in 2009. So here’s what the adjustments looked like in each episode, with blue lines representing the earlier case and red lines the later:
You can see just how much harsher Spain’s adjustment is, and how much less help it’s getting from rising wages in the rest of the eurozone. Basically, Germany is refusing to do for Spain what Spain did for Germany in the past.
And the result of all that is incredibly high unemployment.
Un racconto di due correzioni
Un commentatore pone una questione molto buona sul mio ultimo post sull’euro: non aveva un tempo la Germania un problema di costo eccessivo per unità di lavoro che curò con una stretta prolungata? E, in quel caso, perché è così terribile chiedere alla Spagna di fare lo stesso?
La risposta è fondamentalmente quantitativa. Avanzerei tre argomenti:
1 – Per effetto della gigantesca bolla immobiliare, i costi spagnoli sono finiti fuori controllo di gran lunga di più di quanto sia mai accaduto a quelli tedeschi , così la correzione richiesta è molto più grande.
2 – La Germania portò a compimento la sua correzione a fronte di una economia europea relativamente più forte; alla Spagna è richiesta una correzione a fronte di un’Europa depressa che sta scivolando nella recessione.
3 – In parte a causa di questa differenza nelle generali condizioni macroeconomiche, ma anche per il fatto che la Germania non ha un boom immobiliare e si sta effettivamente impegnando in una certa austerità per suo conto, il peso della correzione in questa occasione fa molto più affidamento su una deflazione da parte del paese sopravvalutato.
Ecco la tabella che illustra questo aspetto. Secondo i dati Eurostat, i costi tedeschi per unità di lavoro ebbero il loro picco nel 2003, quelli spagnoli nel 2009. Dunque ecco come sono apparse le correzioni in entrambi gli episodi, con le linee blu che rappresentano il primo di essi (ovvero, il 2003-2007) e quelle rosse che rappresentano il secondo (2009-2012):
Si può vedere come sia molto più difficile la correzione spagnola, e quanto minore aiuto essa stia ottenendo da incrementi salariali nel resto dell’eurozona. Fondamentalmente, la Germania sta rifiutando di fare per la Spagna quello che la Spagna fece per la Germania nel passato.
E il risultato di tutto ciò è una disoccupazione incredibilmente elevata.
febbraio 24, 2013
February 24, 2013, 9:41 am
I’ve been browsing through the collected speeches of Olli Rehn, the vice-president of the European Commission, who has emerged as the face of denialism when it comes to the effects of austerity. What I wanted to do is pinpoint what, exactly, he and those who share his position see as the evidence that their view is right. And I think it’s two things.
First, they look at the decline in interest spreads against Germany for troubled countries:
I see these moves as indicators of the effects of ECB policies — the LTRO program at the end of 2011, and the signaled willingness to buy sovereign debt beginning last summer. But they see it as proof that the confidence fairy has arrived.
Second, they see adjustment in unit labor costs:
I see that too — but it looks as if only a fraction of the needed adjustment has taken place, with years to go.
So basically they have seized on the ECB’s success at stabilizing debt markets — which from the De Grauwe point of view, which I share, is a demonstration that extreme austerity was unnecessary and unwise — as a vindication of austerity; and they have taken the slow progress of grinding deflation as a sign that all will be well.
Oh, by the way — for those following it, De Grauwe got his austerity measures here.
Euro illusioni
Ho dato un’occhiata alla antologia dei discorsi di Olli Rehn, il Vicepresidente della Commissione Europea, che si è affermato come l’espressione principale del negazionismo, quando si arriva al punto degli effetti dell’austerità. Quello che volevo fare era stabilire dove esattamente, lui e coloro che condividono il suo punto di vista, vedono la prova che la loro opinione è giusta. E penso che esso consista in due cose.
La prima, costoro guardano al declino degli spreads dei tassi di interesse per i paesi in difficoltà a confronto della Germania :
Io vedo queste mosse come effetti delle politiche della BCE – il programma LTRO alla fine del 2012, e la volontà dichiarata di acquistare debiti sovrani che si è manifestata la prima volta la scorsa estate. Ma essi vi vedono la prova che la fata della fiducia è arrivata.
Come seconda cosa, essi vedono una correzione nei costi per unità di lavoro:
Anch’io lo vedo – ma mi pare essere solo una frazione della necessaria correzione che ha avuto luogo, che chiederà anni.
Dunque, fondamentalmente essi hanno sfruttato il successo della BCE nello stabilizzare i mercati dei bonds – che dal punto di vista di De Grauwe, che io condivido, è la dimostrazione che l’austerità estrema è stata non necessaria ed incauta – come una conferma della austerità; ed hanno preso il lento progredire di una brusca deflazione come il segno che tutto andrà per il meglio.
Infine, per inciso – per coloro che lo seguono, De Grauwe ottiene i suoi dati sull’austerità in questa connessione [1].
[1] La connessione, come si può vedere, è un articolo apparso sul Financial Times a cura di Sally Gainsbury, Andrew Whiffin and Russell Birkett.
febbraio 24, 2013
February 24, 2013, 8:43 am
Binyamin Applebaum reports on a new paper by Greenlaw et al alleging that bad things will happen to America, because debt over 80 percent of GDP leads to high interest rates, and is skeptical – but not skeptical enough. I found the paper amazing, and not in a good way.
As Applebaum says, Japan poses a big problem for this kind of analysis. So the question is whether Japan is a special case. The argument that it isn’t revolves around the suggestion that what really matters is borrowing in your own currency – in which case the US and the UK are, in terms of borrowing costs, like Japan rather than Greece. That’s certainly what the De Grauwe (pdf) analysis suggests.
Even the quickest look at the data suggests that there’s something to this argument; for example, taking data from the paper itself, and dividing the countries into euro and non-euro, we get a scatterplot like this:
It’s not just Japan, off at the far right, that looks different; Canada, the UK and the US, the three red squares along the middle bottom, also seem to have borrowing costs well below what euro-area experience might have suggested.
Furthermore, the experience since mid-2012, in which the ECB drove spreads down sharply after it signaled its willingness to head off self-fulfilling liquidity crises — which can’t happen to countries with their own currencies – also suggests that the own-currency issue is crucial.
So how do Greenlaw et al respond to this issue? Well, they don’t – not at all. They don’t even cite De Grauwe. So as far as I can tell this paper isn’t helpful at all; it ignores the key question in the whole debate.
Debito, spreads e misteriose omissioni
Binyamin Applebaum ha un resoconto di un nuovo studio di Greenlaw ed altri che sostengono i guai che verranno all’America a causa del fatto che il debito superiore all’80 per cento del PIL porterà ad alti tassi di interesse, ed è scettico – ma non scettico abbastanza.
Come dice Applebaum, il Giappone costituisce un grande problema per questo genere di analisi. Dunque, la domanda è se il Giappone sia un caso speciale. L’argomento che non appare ruota attorno alla impressione che quello che realmente conti sia avere debito nella propria valuta – per la quale ragione gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono, in termini di costi dell’indebitamento, come il Giappone piuttosto che come la Grecia. Questo è sicuramente quanto suggerisce l’analisi di De Grauwe (disponibile in pdf).
Anche un’occhiata rapidissima suggerisce che c’è qualcosa a favore di quest’argomento; per esempio, si prendano i dati dallo stesso saggio e si dividano i paesi tra appartenenti all’euro e non appartenenti [1], si ottiene una grafico a diffusione come il seguente:
Non è solo il Giappone, in fondo a destra, ad essere diverso; il Canada, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, i tre quadratini rossi in fondo sulla metà, sembrano anch’essi avere costi di indebitamento ben al di sotto di quelli che l’esperienza dell’area euro potrebbe aver suggerito.
Inoltre, l’esperienza dalla metà del 2012, quando la BCE spinse bruscamente in basso gli spreads dopo aver manifestato la sua volontà di sbarrare la strada a crisi di liquidità che si autoavverano – cosa che non accade ai paesi che sono dotati di valuta propria – suggerisce anch’essa che il tema della valuta propria è cruciale.
Come rispondono, dunque, Greenlaw e gli altri si questo tema? Ebbene, non lo fanno, non rispondono affatto. Neppure citano De Grauwe. Dunque, per quello che posso dire, quel saggio non è affatto di aiuto; ignora la questione fondamentale dell’intero dibattito.
[1] Nel grafico successivo i paesi dell’area euro sono indicati con quadratini blu, quelli di aree non euro – e quindi con proprie valute nazionali . con quadratini rossi.
febbraio 23, 2013
February 23, 2013, 11:38 am
So, people want me to comment on the Moody’s downgrade of Britain. No real news there. As a guide to the future, ratings agency judgments are literally worse than useless; remember, US bond yields actually fell after the 2011 S&P downgrade. Still, it’s kind of a poke in the eye for Cameron/Osborne, who are subjecting their country to pointless austerity because confidence!
But they won’t change course; basically, they can’t, for careerist reasons. And that’s the story of a lot of what’s going on now.
Ralph Waldo Emerson understood this. The original version of his famous quote — I had forgotten this — reads:
A foolish consistency is the hobgoblin of little minds, adored by little statesmen and philosophers and divines.
I don’t know about the divines bit, but the little statesmen thing is completely accurate. Suppose George Osborne were to admit that austerity isn’t working. What, then, would be left of his claim to be qualified to do, well, anything? He has to stick it out until something turns up,no matter how many lives it destroys.
Pretty much the same thing is going on among pundits now stuck in what Jonathan Chait memorably calls the “fever swamp of the center”. Suppose that some pundit who has spent his whole career calling for bipartisanship, a compromise between the extremes of left and right, were to admit the plain fact that Obama is very much a centrist, who is in particular proposing deficit reduction through exactly the kind of mix of tax hikes and spending cuts “centrist” pundits demand — and that the GOP, by contrast, is an extremist organization whose extremism is almost solely responsible for the bitterness of the partisan divide. A pundit making that admission would in effect be saying that everything he has said and done for the past several years was not just useless but harmful, actively misleading readers about the state of the debate. He just can’t do it.
The point is that a large part of the reason we’re locked into such a mess is careerism. And yes, that’s quite vile, if you think about it: politicians and pundits alike letting the world burn — probably unconsciously, but still — because their personal position would be hurt if they admitted to past mistakes.
Piccoli statisti e filosofi
Dunque, alcuni vogliono che io commenti la retrocessione dell’Inghilterra da parte di Moody’s. Non c’è in questo una vera notizia. Come guide al futuro, i giudizi della agenzie di ratings sono letteralmente meno che utili; si ricordi, i rendimenti dei bonds statunitensi in effetti caddero dopo la retrocessione di S&P del 2011. Eppure, si tratta di una sorta di ditata nell’occhio per Cameron ed Osborne, che stanno assoggettando il loro paese, per via della fiducia, ad una austerità senza scopo.
Ma non cambieranno strada; fondamentalmente non possono farlo, per ragioni di carriera. E questa è la logica di gran parte delle cose che vengono accadendo.
Lo comprese Ralph Waldo Emerson [1]. La versione originale della sua famosa citazione – me ne ero dimenticato – recita in questo modo:
Una sciocca coerenza è lo spiritello delle piccole menti, adorato dai piccoli uomini di stato, dai filosofi e dai preti.
Non mi intendo di preti, ma la cosa a proposito dei piccoli uomini di stato è completamente calzante. Si supponga che George Osborne [2] debba ammettere che l’austerità non stia funzionando. Cosa resterebbe, in seguito, della sua pretesa di essere adatto a far bene pressoché ogni cosa? Egli deve sopportare finché qualcosa non salta fuori, non conta quante vite in quel modo distrugge.
Più o meno la stessa cosa è quello che sta accadendo tra quegli opinionisti che ora sono bloccati in quella che Jonathan Chait definì in modo memorabile “la febbricitante palude del centro”. Si supponga che uno di quegli esperti che hanno speso tutta la loro carriera nel sostenere una politica bipartisan, un compromesso tra le posizioni estreme della sinistra e della destra, debba ammettere la pacifica circostanza di un Obama sostanzialmente centrista, che in particolare sta proponendo una riduzione del deficit esattamente attraverso quel genere di combinazione di aumenti delle tasse e di tagli alla spesa che gli esperti “centristi” chiedono – e che, all’opposto, il Partito Repubblicano, sia una organizzazione il cui estremismo è quasi l’unico responsabile della asprezza delle contrapposizioni faziose. Un opinionista che facesse quella ammissione, sarebbe come dicesse che ogni cosa che ha detto e fatto per svariati anni sia stata non solo inutile ma dannosa, attivamente fuorviando i lettori dalla comprensione del confronto politico. Proprio non può farlo.
Il punto è che il carrierismo è in buona parte la ragione per la quale siamo inchiodati in questo disastro. E in effetti, se ci pensate, è abbastanza vile: allo stesso modo, uomini politici ed opinionisti lasciano che il mondo vada a fuoco – probabilmente inconsciamente, e tuttavia … – perché la loro posizione personale sarebbe danneggiata dalla ammissione dei loro errori passati.
[1] Ralph Waldo Emerson (Boston, 25 maggio 1803 – Concord, 27 aprile 1882) è stato un filosofo, scrittore e saggista statunitense. È stato anche un noto poeta. Oggi il critico letterario Harold Bloom lo considera “la figura centrale nella cultura americana”, e il filosofo di Harvard Stanley Cavell lo ritiene uno dei filosofi americani più sottovalutati in assoluto.
[2] Attuale Cancelliere dello Scacchiere britannico.