Sept. 19, 2018
By Paul Krugman
The 2008 financial crisis is (duh) a decade in the past; employment has been growing steadily since early 2010. Since nothing is forever, and proclamations that the business cycle is over have always ended in embarrassment, lots of people are looking for the sources of the next recession.
The thing is, there’s nothing out there as obvious as the housing bubble of the mid-2000s, or even the tech bubble of the late 1990s. So here’s my thought: maybe the next recession won’t be caused by one big shock but instead by the combined impact of several smaller shocks. There are arguably several mid-sized bubbles out there, from private equity debt to emerging markets. Stocks are priced as if there’s no risk despite omens of trade war, consumer confidence similarly seems to discount dangers. There’s probably other stuff I’m missing.
The point, anyway, is that we might be looking at a smorgasbord recession, one that involves a mix of smallish things rather than a single dominant item. And there’s a model for that kind of recession: the slump of the early 1990s.
Most modern recessions have had clear narratives, at least after the fact. The 79-82 double dip was about the Fed tightening to bring inflation down; 2001 was about the tech bubble; 2007-2009 about the housing bust and the financial crisis it triggered. But I’ve been reading various accounts of 1990-91, and they’re kind of amorphous.
One piece was a boom and bust in commercial real estate, partly connected with the savings-and-loan crisis and aftermath, which led to a sharp drop in nonresidential construction:
Figure 1 BLS
Another piece was a drop in consumer confidence, brought on by oil price hikes and Gulf War jitters:
Figure 2 University of Michigan
Yet another piece was the post-Cold War drawdown in defense spending:
Figure 3 BEA
So, no one overarching narrative, but the combination was enough to cause a recession. It was a fairly brief, shallow recession compared with the big slumps of 79-82 and 2007-9:
Figure 4 Federal Reserve
But recovery was sluggish and for a long time jobless, with unemployment continuing to rise long after the official end of the recession:
Figure 5 BLS
So here’s my hypothesis: the next slump won’t be a big bang like 2008, it will be a smorgasbord recession like 1990-1, the cumulation of a bunch of medium-sized issues.
You might ask why multiple issues should strike at the same time. The answer, in two words, is Hyman Minsky: after a long period of stable growth, lenders and investors get complacent, and the private sector overreaches.
If that is what happens, we should expect another sluggish, jobless recovery like that after the 1990-1 and 2001 recessions, except probably worse. Why? Because monetary policy is much less effective in reversing recessions brought on by private overreach than it is in reversing slumps brought on by previous tight money.
And we’re likely to have a big problem with the zero lower bound. The Fed cut rates by around 5 percentage points in the face of the 1990 recession, and still got a jobless recovery:
Figure 6 Federal Reserve
This time around the Fed doesn’t have 5 percentage points to cut — it only has 2. And no, that’s not a reason to raise rates faster, to make room for later cuts; it’s a reason to not raise rates until inflation is significantly higher, and hope that we’ve gotten to 3 or 4 percent before the smorgasbord attacks.
So those are my current thoughts on the next recession. When will it happen? (Looks at watch.) Actually, I have no idea. But it would be really strange if it doesn’t happen within a few years at most.
Una recessione per effetto di un vasto assortimento di cause,
di Paul Krugman
La crisi finanziaria del 2008 è passata da un decennio (ma guarda un po’); l’occupazione è venuta crescendo regolarmente dagli inizi del 2010. Dato che niente è eterno e i proclami secondo i quali il ciclo economico è superato sono sempre finiti in modo imbarazzante, molte persone stanno guardando alle fonti della prossima recessione.
Il punto è che non c’è niente in giro di così evidente come la bolla immobiliare della metà degli anni 2000, o persino come la bolla tecnologica degli ultimi anni ’90. Ecco dunque la mia riflessione: forse la prossima recessione non sarà provocata da un singolo grande shock, ma piuttosto dall’effetto congiunto di vari più piccoli shock. Ci sono probabilmente in giro varie bolle di media grandezza, dal debito dei fondi di investimento privati ai mercati emergenti. Le azioni sono valutate come se non ci fosse alcun rischio nonostante i presagi di guerra commerciale, in modo simile la fiducia dei consumatori sembra sottovalutare i pericoli. Ci sono probabilmente altre cose che sto dimenticando.
In ogni modo, il punto è che potremmo ritrovarci con una recessione formato ‘rinfresco’, una di quelle che riguardano una combinazione di cose piccoline anziché un singolo oggetto dominante. E c’è un modello per quel genere di riflessioni: la recessione dei primi anni ’90.
In maggioranza le recessioni moderne hanno avuto narrazioni chiare, almeno a fatti compiuti. Quella in due tempi del periodo 1979-1982 dipese dalla restrizione da parte della Fed per abbattere l’inflazione; nel 2001 dipese dalla bolla tecnologica; nel 2007-2009 dipese dalla bolla immobiliare e fu innescata della crisi finanziaria. Ma ho letto vari resoconti relativi al 1990-91, e risultano abbastanza informi.
Una parte dipese dalla espansione e dallo scoppio del mercato immobiliare del settore del commercio [1], una parte dalla crisi del sistema delle casse di risparmio e dalle sue conseguenze, che portò ad una brusca caduta delle costruzioni nel comparto non residenziale:
Figura 1 Ufficio delle Statistiche del Lavoro degli Stati Uniti
Un’altra parte fu la caduta della fiducia dei consumatori, provocata dai rialzi dei prezzi del petrolio e dalle agitazioni della Guerra del Golfo:
Figura 2 Università del Michigan
Un’altra parte ancora consistette nel declino successivo alla Guerra Fredda della spesa per la difesa:
Figura 3 Ufficio di Analisi Economica degli Stati Uniti
Dunque, nessun racconto prevalse sugli altri, la loro combinazione fu sufficiente a provocare la recessione. Si trattò di un episodio abbastanza breve e superficiale a confronto con le grandi crisi del 1979-82 e del 2007-2009:
Figura 4 Federal Reserve
Ma la ripresa fu fiacca e per un lungo periodo senza posti di lavoro, con la disoccupazione che continuò a salire dopo la fine ufficiale della recessione:
Figura 5 Ufficio delle Statistiche del Lavoro degli Stati Uniti
Ecco dunque la mia ipotesi: la prossima recessione non sarà un gran colpo come nel 2008, sarà una recessione derivante da una varietà di cause come nel 1990-91, l’accumulo di un gruppo di questioni di media dimensione.
Potreste chiedervi perché tematiche molteplici dovrebbero colpire contemporaneamente. In due parole, la risposta è Hyman Minsky [7]: dopo un lungo periodo di crescita stabile, i creditori e gli investitori divengono compiacenti e il settore privato si spinge troppo oltre.
Se è questo quello che accade, dovevamo aspettarci un’altra ripresa fiacca e senza posti di lavoro come quella che venne dopo le recessioni del 1990-91 e del 2001, anche se probabilmente peggiore. Perché? Perché la politica monetaria è molto meno efficace nell’invertire le recessioni provocate dagli eccessi del settore privato, piuttosto che nell’invertire recessioni provocate da precedenti restrizioni monetarie.
Ed è probabile che avremo un grande problema con il limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse). La Fed tagliò i tassi di circa 5 punti percentuali a fronte della recessione del 1990, e anche allora avemmo una ripresa senza posti di lavoro:
Figura 6 Federal Reserve
Questa volta la Fed non ha 5 punti percentuali da tagliare – ne ha solo 2. E quella non è affatto una ragione per alzare più velocemente i tassi, per far spazio a tagli successivi; è una ragione per non alzarli finché l’inflazione non è significativamente più alta, e speriamo di arrivare al 3 o 4 per cento prima di quella varietà di attacchi.
Queste sono dunque le mie riflessioni sulla prossima recessione. Quando accadrà? (occhiate all’orologio) In realtà, non ne ho idea. Ma sarebbe davvero strano se non accadesse al massimo entro pochi anni.
[1] Lo scoppio della bolla che aveva accompagnato il periodo della diffusione dei grandi centri commerciali.
[2] La tabella mostra l’andamento di tutti gli addetti all’edilizia nel settore abitativo.
[3] L’andamento dell’indice della fiducia dei consumatori negli anni ‘90
[4] L’andamento della occupazione a tempo pieno nel settore delle Forze Armate federali, dalla fine degli anni ’70 ad oggi.
[5] L’indice della produzione industriale dal 1980 ad oggi.
[6] Il tasso di disoccupazione nella prima metà degli anni ’90.
[7] Hyman Philip Minsky (Chicago, 23 settembre 1919 – 24 ottobre 1996) è stato un economista statunitense, collocabile vicino al filone dei post-keynesiani, noto per la sua teoria dell’instabilità finanziaria e sulle cause delle crisi dei mercati. Nel suo libro principale (Keynes e l’instabilità del capitalismo, 2008) ha studiato i processi di finanziarizzazione dell’economia, della creazione di bolle speculative e delle successive crisi, come fenomeni caratteristici delle società capitalistiche, alla luce di una lettura keynesiana del funzionamento dei meccanismi economici. Probabilmente è la figura principale di economista keynesiano degli ultimi decenni, ampiamente sottovalutato, sino almeno alla crisi finanziaria del 2008. Un economista italiano che sottolineò la sua importanza fu Silvano Andriani, nel suo importante “L’ascesa della finanza”, del 2006. Krugman stesso ha varie volte scritto di questa sottovalutazione, in un certo senso per il passato ammettendola anche da parte sua. In occasione del Convegno di Berlino uno dei principali esponenti di questo neo-minskysmo, Steve Keen, polemizzò abbastanza aspramente con Krugman, provocando alcuni suoi interventi (“Minsky e la metodologia”, post del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario”, post sempre del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario. Continuazione”, post del 30 marzo 2012).
[8] Tasso di riferimento dei fondi federali, dal 1985 ad oggi.
settembre 16, 2018
Sept. 14, 2018
By Paul Krugman
OK, this is weird. There’s an economic dispute underway about the causes of the Great Recession — but that’s not what’s weird. What’s so strange in these days and times is that it is being carried out among well-informed people who actually look at data and argue in good faith. Hey, guys, don’t you know that sort of thing went out a couple of decades ago?
Anyway, on one side you have Dean Baker, who has long argued that the burst housing bubble was the main factor in both the slump and the slow recovery, with financial disruption a minor and transitory factor — a view I mostly agree with. On the other side we have none other than Ben Bernanke, who argues in a new paper that credit market disruption was indeed the big story.
This isn’t quite a head-on debate, since Bernanke is mainly focused on the first year or so after Lehman, while both Baker and I are more focused on the multiyear depressed economy that lasted long after the financial disruption ended. (Bernanke’s measures show the same spike and fast recovery as other stress indexes.) But there’s still a clear difference.
Unfortunately, I won’t be at the Brookings panel where Bernanke’s paper is discussed. But maybe I can raise the big question I have about his conclusions.
What Bernanke does is, as I see it, a kind of reduced-form analysis, identifying factors in the credit markets and using time series to estimate their impact on output. What Baker does, and I largely follow, is more of an accounting-based structural analysis: look at the components of aggregate demand, and ask what their behavior seems to imply about causes. In principle, these approaches should be consistent.
My problem with Bernanke’s paper, on a first read, is that I don’t quite see how that consistency can work. Specifically, I have trouble seeing the “transmission mechanism” — the way in which the financial shock is supposed to have affected actual spending to the extent necessary to justify a finance-first account of the slump.
Let me focus specifically on investment, which is what you’d expect a credit crunch to depress — and which did indeed plunge in the Great Recession. First, there was the housing bust, which led to a huge decline in residential investment, directly subtracting around 4 points from GDP:
Figure 1 Federal Reserve of St. Louis
So can we attribute this decline to credit conditions? If so, why did residential investment remain depressed five years after credit markets normalized?
Meanwhile, there was also a sharp decline in nonresidential, i.e., business investment:
Figure 2 Federal Reserve of St. Louis
But this decline was only about the same size as the decline in the early 2000s slump — which, admittedly, was partly because of the collapse in telecom spending, but still. And it seems pretty easy to explain simply by the accelerator effect: business investment always plunges when the economy is shrinking, which it was doing mainly because of the housing bust.
So when I look at these two key drivers of the Great Recession and subsequent depressed period, I don’t see an obvious role for financial disruption. Bernanke’s VARs tell a different story; but I generally don’t trust VARs unless I can relate them to phenomena we see from other perspectives.
Could Bernanke be right while Baker and I are wrong? Of course. But I really, really want to see the transmission mechanism.
La stretta creditizia e la grande Recessione (per esperti),
di Paul Krugman
Questa è davvero strana. C’è una disputa in corso sulle cause della Grande Recessione – ma non è questo che è strano. Quello che è così strano di questi giorni e in questi tempi è che esso avviene tra persone ben informate che effettivamente guardano i dati e argomentano in buona fede. Ma, signori, non sapete che queste cose avvennero una ventina di anni fa?
In ogni modo, da una parte abbiamo Dean Baker, che per lungo tempo ha sostenuto che lo scoppio della bolla immobiliare fu la causa principale sia della recessione che della lenta ripresa, con un ruolo minore e transitorio della perturbazione finanziaria – un punto di vista con il quale in massima parte io concordo. Dall’altra parte abbiamo niente di meno che Ben Bernanke, che in un nuovo saggio sostiene che la perturbazione del mercato del credito fu in effetti la storia principale.
Non si tratta di uno scontro frontale, dal momento che Bernanke è principalmente concentrato sul primo anno o giù di lì dopo la Lehman, mentre sia Baker che il sottoscritto siamo concentrati sulla poliennale depressione dell’economia che durò a lungo anche dopo la fine della perturbazione finanziaria (i dati di Bernanke mostrano la stessa impennata e rapida ripresa di altri indici di sofferenza). Ma c’è una chiara diversità.
Sfortunatamente non sarò al convegno della Brookings dove sarà discusso il lavoro di Bernanke. Ma forse posso avanzare il grande dubbio che ho sulle sue conclusioni.
Quello che Bernanke fa, da quanto comprendo, è una sorta di analisi in forma ridotta, identificando fattori nei mercati del credito e utilizzando serie temporali per stimare il loro impatto sulla produzione. Quello che fa Baker, ed io in buona parte lo seguo, è più una analisi strutturale basata sulla contabilità: si guarda alle componenti della domanda aggregata e ci si chiede quali cause sembrano sottointese dal loro andamento. In linea di principio questi approcci dovrebbero essere coerenti.
Il mio problema con il saggio di Bernanke è che non capisco a sufficienza come quella coerenza possa funzionare. In specifico, ho un problema nell’identificare il “meccanismo di trasmissione” – il modo in cui si suppone che lo shock finanziario abbia influenzato la spesa effettiva nella misura necessaria a giustificare una incidenza anzitutto della finanza sulla recessione.
Fatemi concentrare particolarmente sugli investimenti, che son ciò che vi aspettereste che una stretta creditizia deprima – e che, in effetti, durante la Grande Recessione crollarono. In primo luogo ci fu la bolla del settore immobiliare, che portò a un vasto declino negli investimenti sulle abitazioni, riducendo di circa 4 punti il PIL:
Figura 1 Federal Reserve di St. Louis
[1]
Possiamo dunque attribuire questo declino alle condizioni del credito? Se fosse così, perché gli investimenti abitativi rimasero depressi cinque anni dopo che i mercati del credito tornarono normali?
Nel frattempo, ci fu anche un brusco declino nel settore non residenziale, ovvero negli investimenti delle imprese:
Figura 2 Federal Reserve di ST. Louis
[2]
Ma questo declino fu soltanto di circa la stessa dimensione del declino della recessione dei primi anni 2000 – la quale in effetti avvenne in parte per il collasso nella spesa nel settore delle telecomunicazioni. Eppure sembra abbastanza facile spiegarlo semplicemente con l’effetto dell’acceleratore: gli investimenti delle imprese precipitano sempre quando l’economia si restringe, che è quello che stava facendo principalmente per lo scoppio della bolla immobiliare.
Dunque, quando osservo questi due fattori principali della Grande Recessione e il successivo periodo di depressione, non vedo alcun ruolo evidente per le turbative finanziarie. I modelli VAR [3] di Bernanke raccontano una storia diversa; ma in generale io non mi fido dei modelli VAR a meno che non possa connetterli con i fenomeni che si osservano da altre prospettive.
Potrebbe essere nel giusto Bernanke, e potremmo sbagliare Baker e il sottoscritto? Ovviamente. Ma davvero vorrei vedere il meccanismo della trasmissione.
[1] La tabella mostra l’andamento in termini di quote del PIL degli investimenti lordi del settore privato.
[2] La tabella mostra nella linea blu – in termini di quote del PIL – l’andamento degli investimenti nazionali privati nel settore non residenziale. La linea rossa si riferisce al PIL interno reale. Il rapporto in termini percentuali con il PIL è espresso dai valori a sinistra sulla linea verticale, mentre le percentuali sulla destra indicano le variazioni del PIL reale.
[3] Vettore autoregressivo. I modelli VAR sono stati introdotti da Christopher Sims in uno storico articolo pubblicato su Econometrica nel 1980, che proponeva una critica dei modelli strutturali di equazioni simultanee, allora il principale strumento di analisi econometria nell’ambito della macroeconomia. (Wikipedia)
settembre 15, 2018
Sept. 12, 2018
By Paul Krugman
It has been ten years since the failure of Lehman sent the global financial system into freefall. Why is this date different from any other date? No particular reason. But round-number anniversaries do have the virtue of giving people a reason to look back at experience, and maybe even learn from it.
So how does the crisis response look 10 years later? Well, it could have been worse. But it could and should have been much better.
And the question is, do we understand that? To which the answer is, what do you mean “we,” white man? Some of us understand the inadequacy of crisis response — but we pretty much always did. Meanwhile, those who stood in the way of doing what should have been done have, with notably rare exceptions, failed to face up to their errors and the consequences.
Let’s start with what went kind of right. Faced with an imminent financial meltdown, policymakers by and large did what needed to be done to limit the damage. Their actions included bank bailouts, which should have been fairer — too many bankers got bailed out along with their banks — but were effective. There were also many emergency provisions of credit, including little-known but crucial things like maintaining dollar credit lines to non-U.S. central banks.
The result was that the acute phase of the financial crisis — what I still think of as the “Oh God we’re all gonna die” phase — was relatively brief. It was scary and did immense damage — America lost 6 ½ million jobs in the year after Lehman fell. But as you can see in Figure 1, measures of financial stress fell off rapidly in 2009, and were more or less back to normal by the summer.
Figure 1 Federal Reserve of St. Louis
Rapid financial recovery did not, however, produce rapid recovery for the economy as a whole. As the same figure shows, unemployment stayed high for many years; we didn’t return to anything that felt remotely like full employment (leaving aside the question of whether we’re there even now) until late in Obama’s second term.
Why didn’t financial stability bring a rapid bounceback? Because financial disruption wasn’t at the heart of the slump. The really big factor was the bursting of the housing bubble — of which the banking crisis was a symptom. As Figure 2 shows, the housing bust led directly to a dramatic drop in residential investment, enough in itself to produce a deep recession, and recovery was both slow and incomplete.
Figure 2 Federal Reserve of St. Louis
The plunge in home prices also destroyed a lot of household wealth, depressing consumer spending in general.
So what should we have done to produce a faster recovery? Private spending was depressed; monetary policy was ineffective because we were at the zero lower bound on interest rates. So we needed fiscal expansion, some combination of spending and tax cuts.
And we did, of course, get the ARRA — the Obama stimulus. But it was too small and, even more important, faded out much too quickly; see Figure 3.
Figure 3 Federal Reserve of St. Louis
You could say that nobody could have predicted such a sustained slump. You could say that — but you would be wrong. Many people, myself included, predicted a slow recovery, because this was a different kind of recession from those of the 70s and 80s — one brought on by private-sector overreach, not inflation.
Why, then, didn’t we get the fiscal policy we should have had? There were, I’d say, multiple villains in the story.
First, we can argue whether the Obama administration could have gotten more; that’s a debate we’ll never see resolved. What is clear, however, is that at least some key Obama figures were actively opposed to giving the economy the support it needed. “Stimulus is sugar,” snapped Tim Geithner at Christina Romer, when she argued for a bigger plan.
Second, Very Serious People pivoted very early from concern about the unemployed — hey, they probably lacked the necessary skills — to hysteria over deficits. By 2011, unemployment was still over 9 percent, but all the Beltway crowd wanted to talk about was the menace of the debt.
Finally, Republicans blocked attempts to rescue the economy and tried to strangle government spending every step of the way. They claimed that this was because they cared about fiscal responsibility — but it was obvious to anyone paying attention (which unfortunately didn’t include almost anyone in the news media) that this was an insincere, bad-faith argument. As we’ve now seen, they don’t care at all about deficits as long as a Republican is in the White House and the deficits are the counterpart of tax cuts for the rich.
The end result was that policy moved quickly and fairly effectively to rescue banks, then turned its back on mass unemployment. It’s a story that’s both sad and nasty. And there’s every reason to believe that if we have another crisis, it will happen all over again.
Il lavoro scadente sulla Grande Recessione,
di Paul Krugman
Sono passati dieci anni da quando il fallimento della Lehman spedì il sistema finanziario globale in caduta libera. Perché questa data è differente da ogni altra? Non c’è una ragione particolare. Ma gli anniversari in cifra tonda hanno la virtù di darci una ragione per guardare indietro alla esperienza, e forse persino per imparare da essa.
Come appare, dunque, la risposta alla crisi dieci anni dopo? Ebbene, poteva andare peggio. Ma poteva e avrebbe dovuto andare molto meglio.
Ma la domanda è se lo comprendiamo. Alla quale domanda, la risposta è: che intendi con “noi”, uomo bianco [1]? Alcuni di noi comprendono l’inadeguatezza della risposta alla crisi – ma l’abbiamo capito quasi sempre. Nel contempo, quelli tra noi che si misero di traverso a fare quello che si sarebbe dovuto fare non sono riusciti, con eccezioni notevolmente rare, a guardare in faccia ai loro errori e alle loro conseguenze.
Partiamo da quello che andò abbastanza giustamente. A fronte di un imminente tracollo finanziario, le autorità fecero grosso modo quello che era necessario fare per limitare il danno. Le loro iniziative inclusero i salvataggi delle banche, che avrebbero dovuto essere fatti in modo più giusto – troppi banchieri vennero salvati assieme alle loro banche – ma furono efficaci. Ci furono anche molte forniture di credito di emergenza – alcune cose poco note ma cruciali come il mantenimento di linee di credito in dollari a banche centrali non statunitensi.
Il risultato fu che la fase acuta della crisi finanziaria – la fase alla quale continuo a pensare con l’espressione “Oddio, si muore tutti” – fu relativamente breve. Fu tremenda e fece un danno immenso – l’America perse 6,5 milioni di posti di lavoro l’anno successivo della caduta della Lehman. Ma, come potete vedere nella Figura 1, le misure dello stress finanziario si ridussero rapidamente nel 2009, e con l’estate tornarono più o meno alla normalità.
Figura 1, dalla Federal Reserve di St. Louis
Tuttavia, la rapida ripresa finanziaria non produsse una rapida ripresa dell’economia nel suo complesso. Come mostra la stessa tabella, la disoccupazione rimase elevata per molti anni; non tornammo a niente che somigliasse neppure da lontano alla piena occupazione sino alla fase finale del secondo mandato di Obama (a parte il quesito se ci siamo ancora oggi).
Perché la stabilità finanziaria non comportò una rapida ripresa? Perché il dissesto finanziario non fu il cuore della recessione. Il fattore realmente grave fu l’esplosione della bolla patrimoniale – del quale la crisi bancaria fu un sintomo. Come mostra la Figura 2. Lo scoppio della bolla edilizia portò rapidamente ad una caduta spettacolare degli investimenti abitativi, sufficiente di per sé a produrre una profonda recessione, e la ripresa fu sia lenta che incompleta [3].
Figura 2. Federal Reserve di St. Louis
La caduta dei prezzi delle abitazioni distrusse anche una gran quantità di ricchezza delle famiglie, deprimendo in generale la spesa per i consumi.
Cosa avremmo dovuto fare, dunque, per produrre una ripresa più veloce? La spesa privata era depressa; la politica monetaria era inefficace perché eravamo al limite inferiore dello zero dei tassi di interesse. Avevamo dunque bisogno di una espansione della finanza pubblica, una qualche combinazione di spesa pubblica e di tagli alle tasse.
E in effetti avemmo, ovviamente, l’ARRA – la legge sullo stimolo di Obama. Ma essa fu troppo piccola e anche, persino più importante, svanì troppo rapidamente; si veda la Figura 3.
Figura 3, Federal Reserve di St.Louis
Si può dire che nessuno aveva potuto prevedere una tale prolungata recessione. Lo si potrebbe dire, ma si sbaglierebbe. Molte persone, incluso il sottoscritto, previdero una ripresa lenta, giacché quella era una recessione di tipo diverso da quelle degli anni ’70 e ’80 – provocata non dall’inflazione, ma da un settore privato che si era spinto troppo oltre.
Perché, allora non avemmo una politica della finanza pubblica quale avremmo dovuto avere? Direi che nella storia ci furono una molteplicità di responsabili.
Anzitutto, possiamo ritenere che l’Amministrazione Obama avrebbe dovuto fare di più; si tratta di un dibattito che non si concluderà mai. Tuttavia, quello che è chiaro è che almeno qualche figura chiave della Amministrazione di Obama si oppose attivamente a dare all’economia il sostegno di cui aveva bisogno. “Lo stimolo è zucchero”, così reagì bruscamente Tim Geithner nei confronti di Christina Romer, quando ella si pronunciò per un programma più forte.
In secondo luogo, le Persone Molto Serie spostarono molto rapidamente la loro preoccupazione dai disoccupati – si ricorda la tesi per la quale essi probabilmente difettavano delle competenze necessarie? – all’isteria sui deficit. Nel 2011, la disoccupazione era ancora sopra il 9 per cento, ma tutta la gente della Capitale voleva parlare della minaccia del debito.
Infine, i repubblicani bloccarono i tentativi di mettere in salvo l’economia e cercarono di strangolare la spesa pubblica in ogni occasione. Sostenevano che questo dipendeva dal fatto che si preoccupavano della responsabilità per la finanza pubblica – ma era evidente ad ognuno che prestasse attenzione (la qual cosa sfortunatamente non includeva quasi nessun operatore dei media delle informazioni) che questo era un argomento insincero, in malafede. Come abbiamo constatato al giorno d’oggi, loro non si preoccupano affatto dei deficit per tutto il tempo in cui alla Casa Bianca c’è un repubblicano e i deficit sono il risultato dei tagli fiscali ai ricchi.
Il risultato finale fu che la politica si spostò rapidamente e abbastanza efficacemente al salvataggio delle banche, poi voltò le spalle alla disoccupazione di massa. Una storia che è sia triste che disgustosa. E ci sono tutte le ragioni per credere che se avremo un’altra crisi, accadrà di nuovo dappertutto.
[1] Una espressione ironica che pare provenga dalla cultura dei pellerossa.
[2] La linea blu indica la stima dello stress finanziario – nell’indice della Banca della Fed – mentre quella rossa l’andamento del tasso di disoccupazione.
[3] La tabella mostra l’andamento degli investimenti interni lordi del settore residenziale privato, espresso in termini di percentuali del PIL, che in due anni si ridussero di circa due terzi.
settembre 12, 2018
Sept. 11, 2018
By Paul Krugman
The debate between Joe Stiglitz and Larry Summers over secular stagnation is a somewhat embarrassing affair, which I hope will soon be forgotten. Joe, one of our greatest living economists, seems to have misunderstood what secular stagnation means – which is, to be fair, easy given how unintuitive the term is. And he accused Larry of inventing the doctrine to justify the Obama administration’s policy shortfalls.
Urk. Secular stagnation means that situations like 2008-16, in which monetary policy alone can’t restore full employment, should be seen as highly likely and maybe the norm. It doesn’t say that no policies can promote growth and employment. On the contrary, it’s a justification for more policy activism, especially on the fiscal front, not less – which is exactly what Larry has been saying.
And it’s hardly an excuse for Obama-era failures. I spent 2009-10 screaming that the stimulus was inadequate, precisely because I didn’t expect the slump to be rapidly self-correcting; I based this lack of faith partly on the tendency of financial crises to have long shadows, but I also simultaneously and independently arrived at the same secular stagnation conclusions as Larry did.
So can we just chalk this one up to communication problems, and let it go? And can we talk about more interesting implications of the economy’s apparent need for low real interest rates on average?
One implication, which I and others have pushed, is that the underlying case for a 2 percent inflation target is all wrong. That case rested in large part on the belief that at 2 percent inflation, zero-lower-bound episodes would be rare and transitory. That has clearly proved not to be the case, which makes the argument for a higher target so that real rates can go lower when bad things happen.
Another implication, which I don’t think has gotten enough attention, is that there is even less reason than before to obsess over government debt.
The usual scare story about debt warns about a debt spiral: deficits mean higher debt, which means higher interest payments, which means bigger deficits, which means faster growth in debt, and so on until confidence collapses. But this kind of debt spiral can only happen if the interest rate on the debt is higher than the economy’s growth rate.
And this hasn’t been true for a while. Here’s the average interest rate paid on federal debt:
Federal Reserve Bank of St. Louis
These days that rate is well below 3 percent even when the economy is near full employment. Meanwhile, we think the U.S. economy has an underlying growth rate of maybe 2 percent, plus 2 percent inflation – which means 4 percent nominal growth.
What this means is that debt doesn’t spiral. On the contrary, it tends to fall as a share of GDP unless the government runs large primary deficits.
I’m not saying that we shouldn’t worry about debt at all, because there may be future contingencies when real interest rates rise and debt becomes an issue. But debt is way, way down on the list of things to worry about – absolutely trivial compared with, say, crumbling infrastructure, which should be fixed without worrying about paying as you go.
Il debito non cresce a dismisura,
di Paul Krugman
Il dibattito tra Joe Stiglitz e Larry Summers sulla stagnazione secolare è una faccenda in qualche modo imbarazzante, che io spero sarà presto dimenticata. Joe, uno dei nostri più importanti economisti viventi, sembra aver frainteso il significato della stagnazione secolare – la qual cosa è, ad esser giusti, facile considerato quanto sia una espressione non intuitiva. Ed ha accusato Larry di essersi inventato quella dottrina per giustificare gli insuccessi politici della Amministrazione Obama.
Per la miseria! La stagnazione secolare significa che situazioni come quelle del periodo 2008-2016, nelle quali la politica monetaria da sola non può ripristinare la piena occupazione, dovrebbe essere considerate come altamente probabili, se non come la norma. Questo non significa che nessuna politica possa promuovere crescita e occupazione. Al contrario, è una giustificazione per una maggiore e non minore iniziativa politica, soprattutto sul fronte della finanza pubblica – che è quanto Larry viene dicendo.
E non costituisce certo una scusante per gli insuccessi dell’epoca di Obama. Ho speso il 2009 e il 2010 strepitando che lo stimolo era inadeguato, precisamente perché non mi aspettavo che la recessione si correggesse rapidamente; basavo questa scarsa fiducia in parte sulla tendenza delle crisi finanziarie a lasciare lunghe ombre, ma contemporaneamente e per mio conto arrivavo alle stesse conclusioni di Larry.
Possiamo dunque ascrivere tutto questo ai problemi della comunicazione, e lasciar perdere? E possiamo parlare delle più interessanti implicazioni per l’apparente bisogno dell’economia di tassi di interesse reali in media bassi?
Una implicazione, che assieme ad altri ho avanzato, è che l’implicito argomento per un obbiettivo di inflazione al 2 per cento è completamente sbagliato. Quella tesi si basava in larga parte sul convincimento che con una inflazione al 2 per cento, gli episodi di tassi di interesse al livello inferiore dello zero sarebbero stati rari e transitori. Ma quello si è ampiamente dimostrato non essere il caso, il che rafforza l’argomento per un obbiettivo più elevato, in modo che i tassi reali possano scendere quando si delineano situazioni negative.
Un’altra implicazione, che penso non sia stata compresa a sufficienza, è che ci sono anche meno ragioni per essere ossessionati dal debito pubblico.
Il consueto racconto terribile sul debito mette in guardia dalla sua tendenza a crescere vertiginosamente: i deficit comportano un debito più alto, il che significa più elevati pagamenti sugli interessi, il che comporta deficit più grandi, il che significa una crescita più rapida del debito, e così di seguito sinché non c’è un collasso della fiducia. Ma questo genere di crescita vertiginosa del debito può accadere se il tasso di interesse sul debito è più elevato del tasso di crescita dell’economia.
E questo non è vero da un po’ di tempo. Ecco il tasso di medio di interesse pagato sul debito federale.
Federal Reserve, Banca di St. Louis
In questi giorni quel tasso è molto inferiore al 3 per cento, pur essendo l’economia vicina alla piena occupazione. Nello stesso tempo, pensiamo che l’economia statunitense abbia un sottostante tasso di crescita di circa il 2 per cento, più un 2 per cento di inflazione – il che significa un 4 per cento di crescita nominale.
Quello che questo comporta è che il debito non cresce a dismisura. Al contrario, esso scende come percentuale del PIL, a meno che il Governo non gestisca ampi deficit primari.
Non sto sostenendo che non dovremmo preoccuparci affatto del debito, giacché ci possono essere contingenze future allorché i tassi di interesse crescono e il debito diventa un problema. Ma il debito è del tutto in fondo alla lista delle cose di cui preoccuparci – del tutto irrilevante al confronto, ad esempio, con le infrastrutture fatiscenti, che dovrebbero essere rinnovate senza preoccuparsi, nel mentre lo si fa, di come pagarle.
settembre 11, 2018
Sept. 3, 2018
By Paul Krugman
Let’s be honest: Despite his reputation as a maverick, John McCain spent most of his last decade being a very orthodox Republican, toeing the party line no matter how irresponsible it became. Think of the way he abandoned his onetime advocacy of action to limit climate change.
But he redeemed much of that record with one action: He cast the crucial vote against G.O.P. attempts to repeal the Affordable Care Act. That single “nay” saved health care for tens of millions of Americans, at least for a while.
But now McCain is gone, and with him, as far as we can tell, the only Republican in Congress with anything resembling a spine. As a result, if Republicans hold Congress in November, they will indeed repeal Obamacare. That’s not a guess: It’s an explicit promise, made by Vice President Mike Pence last week.
But what about the problems that sank the repeal effort in 2017? Surely Republicans have spent the past year rethinking their policy ideas, trying to come up with ways to undo the A.C.A. without inflicting enormous harm on ordinary Americans, especially those with pre-existing medical conditions. Right?
See, I made a joke.
Of course, Republicans haven’t rethought their ideas on health care (or, actually, anything else). Partly that’s because the modern G.O.P. doesn’t do policy analysis. Democrats have a network of think tanks and sympathetic independent experts who look hard at evidence, try to devise solutions to real problems and sometime affect actual legislative proposals. Republicans have nothing comparable; their tame “experts” are basically in the business of saying whatever their political masters want to hear.
In the case of health care, however, there’s an even deeper problem: The G.O.P. can’t come up with an alternative to the Affordable Care Act because no such alternative exists. In particular, if you want to preserve protection for people with pre-existing conditions — the health issue that matters most to voters, including half of Republicans — Obamacare is the most conservative policy that can do that. The only other options are things like Medicare for all that would involve moving significantly to the left, not the right.
Health economists have explained this point many times over the years; but as always, it’s difficult to get a man to understand something when his salary depends on his not understanding it. Still, let’s try one more time.
If you want private insurers to cover people with pre-existing conditions, you have to ban discrimination based on medical history. But that in itself isn’t enough, because if policies cost the same for everyone, those who sign up will be sicker than those who don’t, creating a bad risk pool and forcing high premiums. That was the case in New York, where premiums for individual policies were very high before the A.C.A. — and promptly fell by half when Obamacare went into effect.
For what Obamacare did was provide incentives to get healthy people to sign up, too. On one side there was a penalty for not having insurance (the individual mandate). On the other, there were subsidies designed to limit health expenses as a share of income. Republicans have tried to sabotage health care by doing away with the mandate, and have succeeded in driving premiums higher; but the system is still standing thanks to those subsidies.
The point, again, is that Obamacare is the most conservative option for covering pre-existing conditions, and if Republicans really cared about the scores of millions of Americans with such conditions, they would support and indeed try to strengthen the A.C.A.
Instead, they’re going to kill it if they hold on in two months. But covering pre-existing conditions is popular; therefore, they’re pretending that they’ll do that, while offering proposals that would, in fact, do no such thing.
Why do they imagine they can get away with such brazen fraud, because that’s what it is? Do they imagine that voters are stupid?
Well, yes. In recent rallies Donald Trump has been declaring that Democrats want to “raid Medicare to pay for socialism.”
But the more important target is the news media, many members of which still haven’t learned to cope with the pervasive bad faith of modern conservatism.
When someone like, say, Senator Dean Heller of Nevada co-sponsors a bill that purports to protect pre-existing conditions but actually doesn’t, what he hopes for are headlines that say “Heller Announces Plan to Protect Americans With Pre-existing Conditions,” with the key fact — that his bill wouldn’t do that at all — buried in the 17th paragraph.
Or better yet, from his point of view, that 17th paragraph would state only that “some Democrats” say his bill is a fraud, while Republicans disagree. Both sides, you know.
So if you’re an American who suffers from a pre-existing medical condition, or fear that you might develop such a condition in the future, you need to be clear about the reality: Republicans are coming for your health care. If they hold the line in November, health insurance at an affordable price — maybe at any price — will be gone in a matter of months.
Ammalati, fallisci e poi muori,
di Paul Krugman
Siamo onesti: nonostante la sua reputazione di ‘battitore libero’, John McCain ha speso gran parte del suo ultimo decennio come un repubblicano molto ortodosso, seguendo la linea del partito a prescindere da quanto diventava irresponsabile. Si pensi al modo in cui ha abbandonato il suo sostegno di un tempo alle iniziative per limitare il cambiamento climatico.
Ma ha riscattato gran parte di quelle prestazioni con una sola iniziativa: espresse il suo voto fondamentale contro i tentativi repubblicani di abrogare la legge di riforma sanitaria. Quel solo ‘diniego’ salvò l’assistenza sanitaria per decine di milioni di americani, almeno per un po’ di tempo.
Ma adesso McCain se ne è andato, e con lui, per quanto possiamo dire, l’unico repubblicano nel Congresso che avesse qualcosa che assomigliava ad una spina dorsale. Di conseguenza, se i repubblicani manterranno a novembre il controllo del Congresso, di fatto abrogheranno la riforma di Obama. Non è una congettura: è una esplicita promessa, avanzata la scorsa settimana dal Vice Presidente Mike Pence.
Ma che dire dei problemi che affondarono il proposito della abrogazione nel 2017? Certamente i repubblicani hanno passato l’anno trascorso ripensando ai loro propositi politici, cercando di farsi venire in mente i modi per disfare la riforma sanitaria senza infliggere un danno enorme agli americani comuni, particolarmente a quelli con preesistenti patologie sanitarie. Giusto?
Come avete capito, sto scherzando.
Ovviamente, i repubblicani non hanno ripensato alle loro idee sulla assistenza sanitaria (come, in realtà, su nient’altro). I democratici hanno una rete di gruppi di ricerca e di esperti indipendenti che sono loro simpatizzanti che osserva con attenzione i fatti, cerca di individuare soluzioni ai problemi reali e talvolta influenza effettive proposte legislative. I repubblicani non hanno niente di simile; i loro docili “esperti” fondamentalmente partecipano all’esercizio di dire tutto quello che i loro capi politici vogliono sentir dire.
Nel caso della assistenza sanitaria, tuttavia, c’è un problema anche più profondo: il Partito Repubblicano non può venirsene fuori con una alternativa alla Legge sulla Assistenza Sostenibile perché una tale alternativa non esiste. In particolare, se volete difendere la protezione per le persone con preesistenti patologie sanitarie – la questione sanitaria che sta a cuore alla maggioranza degli elettori, compresa una metà dei repubblicani – la legge di Obama è la politica più conservatrice che possa farlo. Le uniche altre opzioni sono cose come ‘Medicare per tutti’, che comporterebbero un significativo spostamento a sinistra, non a destra.
Nel corso degli anni, gli economisti sanitari hanno spiegato questo aspetto molte volte; ma come sempre, è difficile ottenere che un uomo capisca qualcosa quando il suo stipendio dipende dal non capirlo. Tuttavia, proviamo un’altra volta.
Se volete che gli assicuratori privati coprano persone con patologie preesistenti [1], dovete impedire le discriminazioni sulla base delle condizioni sanitarie. Ma solo quello non sarebbe sufficiente, perché se il costo delle polizze è lo stesso per tutti, coloro che si iscrivono saranno in media più malati di quelli che non si iscrivono, creando una situazione negativa nella ‘platea’ delle posizioni assicurative e costringendo a premi elevati. Era questo il caso di New York, dove i premi per le polizze individuali erano molto alti prima della legge di riforma – e scesero rapidamente di quasi la metà quando la riforma di Obama entrò in funzione.
Perché quello che fece la riforma di Obama fu fornire incentivi per far iscrivere anche le persone in salute. Da una parte fu stabilita una penalizzazione per coloro che non avevano l’assicurazione (il cosiddetto “mandato” individuale [2]). Dall’altra, ci furono sussidi rivolti a limitare le spese sanitarie come quote di reddito. I repubblicani hanno provato a sabotare l’assistenza sanitaria eliminando il “mandato” e sono riusciti a spingere i premi in alto; ma il sistema è rimasto in piedi grazie a quei sussidi.
Resta il punto che la riforma di Obama è l’opzione più conservatrice per la copertura delle patologie preesistenti, e se i repubblicani davvero si preoccupassero dei numerosi milioni di americani con tali patologie, sosterrebbero e in effetti cercherebbero di rafforzare la Legge sulla Assistenza Sostenibile.
Invece, andranno nella direzione di sopprimerla se entro due mesi avranno il controllo del Congresso. Ma la copertura delle patologie preesistenti è popolare; di conseguenza, essi stanno fingendo di non volerlo fare, nel mentre avanzano proposte che, di fatto, non farebbero niente di quello che annunciano.
Come fanno a immaginarsi di farla franca con un tale imbroglio sfacciato, giacché di questo si tratta? Si immaginano che gli elettori siano stupidi?
Ebbene, sì. In recenti comizi Donald Trump ha dichiarato che i democratici vogliono “saccheggiare Medicare per pagare il socialismo”.
Ma l’obbiettivo più importante sono i media dell’informazione, molti componenti dei quali non hanno ancora imparato a fare i conti con la pervasiva malafede del conservatorismo moderno.
Quando qualcuno come, ad esempio, il Senatore del Nevada Dean Heller aderisce ad una proposta di legge che propone di proteggere coloro che hanno patologie preesistenti ma in realtà non lo fa, quello che egli spera sono titoli dei giornali che dicano “Heller annuncia un programma per proteggere gli americani con patologie pre esistenti”, con la proposta centrale – che la sua legge non realizzerà affatto – seppellita al 17° paragrafo.
O meglio ancora, dal suo punto di vista, quel 17° paragrafo affermerebbe soltanto che “alcuni democratici” dicono che la sua proposta è un inganno, mentre i repubblicani non sono d’accordo. L’eguaglianza dei due schieramenti, come sapete.
Dunque, se siete un americano che soffre di preesistenti patologie sanitarie, o che temete di poter sviluppare una tale condizione nel futuro, avete bisogno di essere chiari sulla realtà: i repubblicani stanno venendo a prendersi la vostra assistenza sanitaria. Se manterranno le loro posizioni a novembre, l’assicurazione sanitaria ad un prezzo sostenibile – forse a qualsiasi prezzo – se ne andrà nel giro di pochi mesi.
[1] I costi insostenibile delle patologie “preesistenti” erano una condizione tipica precedente alla riforma di Obama. Quando un lavoratore doveva cambiare assicurazione, la nuova polizza metteva nel conto l’esistenza di serie malattie preesistenti, in quei casi con costi molto elevati. La riforma di Obama proibì tali pratiche e stabilì l’obbligo per le assicurazioni di garantire gli stessi costi a tutti. Perché tale obbligo fosse rispettato venne previsto che tutti i protetti dalla assicurazione, ammalati o sani, acquistassero una assicurazione; i meno abbienti avrebbero ricevuto sussidi pubblici per poterselo permettere. In tal modo la ‘platea’ degli assicurati avrebbe mantenuto una redditività media adeguata ai costi delle assicurazioni.
[2] “Individual Mandate” significa mandato, delega, obbligo a carico degli utenti. Ovvero è un modo in cui gli utenti aiutano a mantenere l’equilibrio dei costi assicurativi, non di tasca propria – esistendo i sussidi – ma per effetto di una ‘platea’ di assicurati composta di persone sane, oltre che di ammalati anche cronici.
settembre 4, 2018
Aug. 31 2018
By Paul Krugman
You sometimes hear the claim that Republicans hate public spending. In practice, however, their hatred is selective. They tend to be OK with spending that flows into the pockets of private-sector friends, whether it’s mercenaries or for-profit colleges. No, what they really hate are two kinds of spending: outlays that help Americans afford life’s essentials, like food and health care, and paying wages to government employees.
So there’s a sense in which Donald Trump’s decision to use executive authority to deny all federal workers a cost-of-living adjustment is squarely in the Republican mainstream. But the timing is odd.
After all, the jihad against government workers probably reached its high point in 2010-2011, along with the Tea Party movement. Denunciations of big government were all the rage, bolstered in part by false claims that Barack Obama had presided over an explosion in federal employment. (What actually happened was a temporary spike associated with the 2010 census – something that happens every 10 years whoever is president.)
Since then, however, the public has, I think, gradually become aware of the realities of the situation. The vast majority of government workers are employed by state and local governments – and more than half of these state and local workers are in education, with much of the remaining employment in public safety (police and firefighting.) So the typical government employee isn’t a bureaucrat doing nothing; he or (often) she is a schoolteacher.
And schoolteachers are hardly living high off the hog. On the contrary, their pay has lagged ever farther behind that of comparably qualified people in the private sector, not to mention the fact that thanks to budget cuts many teachers end up buying school supplies out of their own pockets. The squeeze on teachers has led to a nationwide walkout movement – and the public seems broadly supportive.
So this is, as I said, sort of an odd moment for Trump to put a squeeze on government workers. True, these are federal workers, so we’re not talking about schoolteachers. But we are talking about people who keep us safe, or care for those who previously helped keep us safe: about two-thirds of the amount the federal government spends on employee compensation goes to the Department of Defense, the Department of Veterans Affairs, or the Department of Homeland Security.
How well are these workers paid? Federal workers with low levels of education are paid more than their counterparts in the private sector – but do you really want our government to emulate the always-low-wages policies of, say, fast food chains? More educated workers, on the other hand, are paid substantially less than private-sector equivalents, and CBOfinds that overall the federal government pays only about 3 percent more than it would if it matched private pay schedules.
What is Trump’s justification for denying these workers a cost of living adjustment? He says that it’s about putting us on a “fiscally sustainable course,” which is extremely rich for someone who just rammed through a huge tax cut for corporations and the wealthy. What makes it even richer is that on the same day that he announced that he was cancelling the pay rise, Trump floated the idea of using executive action to index capital gains to inflation, a de facto tax cut that would increase the deficit, and deliver 63 percent of its benefits to the wealthiest 0.1 percent of the population, 86 percent to the top 1 percent.
So what’s really going on? Giving government workers the shaft is long-term G.O.P. policy, but even so I suspect that Congressional Republicans would have preferred that Trump not make this announcement two months before the midterm elections. The timing, as opposed to the general hostility to public servants, is probably personal to Trump.
Two things in particular seem relevant here. First, Trump has always chiseled and cheated those who work for him: his business career is littered with tales of unpaid workers and contractors. Since he makes no distinction between personal business and being president, squeezing a few bucks out of the federal workforce just comes naturally.
Beyond that, Trump is feeling under siege from the “deep state,” which to him means any part of the government that answers to rule of law as opposed to being personally loyal to him. His wage chiseling may in part represent a way of lashing out at everyone in government: these days they all look like Robert Mueller to him.
Whatever the precise motivations, this is a teachable moment, one that reveals not only another layer of Trump’s personal awfulness but what Republicans really mean when they pretend to care about fiscal responsibility.
Dare una fregatura ai lavoratori del pubblico impiego, di Paul Krugman
Qualche volta c’è chi sostiene che i repubblicani odiano la spesa pubblica. In pratica, tuttavia, il loro odio è selettivo. Essi tendono a non avere problemi con la spesa che finisce nei portafogli degli amici del settore privato, che siano mercenari o università a scopo di lucro. Quello che realmente odiano, in realtà, sono due tipi di spesa: gli esborsi che aiutano gli americani a permettersi le cose essenziali della vita, come il cibo e l’assistenza sanitaria, e pagare gli stipendi dei lavoratori del pubblico impiego.
Dunque c’è un senso per il quale la decisione di Donald Trump di utilizzare la sua autorità esecutiva per negare a tutti i lavoratori federali un adeguamento al costo della vita è esattamente nella tradizione repubblicana. È invece curiosa la tempistica.
Dopo tutto, la guerra santa contro i lavoratori pubblici raggiunse il suo punto più alto nel 2010-2011, assieme al movimento del Tea Party. Le denunce del ‘grande Governo’ erano di gran moda, in parte sostenute dalle false pretese che Barack Obama avesse governato per una esplosione dell’occupazione federale (quello che in realtà accadde fu un innalzamento temporaneo collegato col Censimento del 2010 – qualcosa che accade ogni dieci anni, chiunque sia il Presidente).
Da allora, tuttavia, l’opinione pubblica è diventata gradualmente consapevole delle realtà della situazione. La grande maggioranza dei lavoratori pubblici sono occupati dagli Stati e dai governi locali – e più della metà di questi lavoratori degli Stati e dei governi locali operano nel settore dell’istruzione, con gran parte della restante occupazione nel settore della sicurezza pubblica (polizia e pompieri). Dunque, la tipica occupazione pubblica non sono burocrati che non fanno niente; sono (spesso) maestre e maestri.
E i maestri è difficile che vivano nel lusso. Al contrario, i loro stipendi sono sempre rimasti assai indietro rispetto a quelli delle paragonabili persone qualificate del settore privato, per non dire che grazie ai tagli sui bilanci molti insegnanti finiscono con l’acquistare di tasca loro le forniture scolastiche. Spremere gli insegnanti ha provocato un movimento di astensioni dal lavoro di dimensioni nazionali – con un generale sostegno, sembra, dell’opinione pubblica.
Questo, dunque, come ho detto, è una specie di strano momento per Trump per spremere il pubblico impiego. È vero, sono lavoratori federali, dunque non stiamo parlando di insegnanti. Ma stiamo parlando di persone che ci fanno stare al sicuro, o si occupano di coloro che in passato contribuivano a farci stare al sicuro: circa due terzi di quanto il Governo Federale spende sulle retribuzioni degli impiegati vanno al Dipartimento della Difesa, al Dipartimento degli Affari dei Militari in Congedo, o al Dipartimento della Sicurezza Nazionale.
Quanto sono ben pagati questi lavoratori? I lavoratori federali con bassi livelli di istruzione sono pagati di più dei loro omologhi del settore privato – ma vogliamo davvero che il nostro Governo emuli le politiche degli stipendi costantemente bassi o, diciamo, delle catene dei fast food. D’altra parte, i lavoratori più istruiti sono pagati sostanzialmente meno dei loro equivalenti del settore privato e l’Ufficio Congressuale del Bilancio stima che il Governo Federale paghi nel complesso soltanto il 3 per cento di più di quello che pagherebbe se eguagliasse i programmi contributivi del settore privato.
Quale è la giustificazione di Trump per negare a questi lavoratori un adeguamento al costo della vita? Egli dice che riguarda il collocarci su “un indirizzo di finanza pubblica sostenibile”, il che è estremamente gustoso per uno che ha appena imposto l’approvazione di un grande taglio delle tasse per le società e i ricchi. Quello che lo rende ancora più gustoso è che lo stesso giorno che annunciava di star cancellando l’aumento degli stipendi, Trump ha ventilato l’idea di usare una procedura esecutiva per indicizzare i profitti da capitale all’inflazione, un sostanziale taglio delle tasse che aumenterebbe il deficit, ed ha consegnato il 63 per cento dei suoi sussidi allo 0,1 per cento della popolazione più ricca, l’86 per cento all’1 per cento dei più ricchi.
Dunque, costa sta accadendo sul serio? Dare una fregatura ai lavoratori del pubblico impiego è una politica a lungo termine del Partito Repubblicano, ma anche così io ho il sospetto che i repubblicani del Congresso avrebbero preferito che Trump non facesse questi annunci due mesi prima delle elezioni a medio termine. La tempistica, all’opposto della generale ostilità dei funzionari statali, è probabilmente una scelta personale di Trump.
In questo caso, due cose sembrano in particolare rilevanti. La prima, Trump ha sempre dato fregature e ingannato quelli che lavorano per lui; la sua carriera di affarista è disseminata di racconti di lavoratori e appaltatori non pagati. Dal momento che non fa alcuna distinzione tra affari personali e Presidenza, strizzare un po’ di portafogli del pubblico impiego gli viene proprio naturale.
Oltre a ciò, Trump si sente sotto l’assedio dello Stato nello Stato”, il che per lui significa ogni settore del Governo che risponde allo Stato di diritto, anziché essere personalmente fedele a lui stesso. Il suo scherzetto sugli stipendi in parte può rappresentare un modo per attaccare tutti nel Governo: di questi tempi per lui assomigliano tutti a Robert Mueller.
Qualsiasi siano le precise ragioni, questo è un momento istruttivo, di quelli che rivelano non solo un altro aspetto della personale sgradevolezza di Trump, ma anche quello che i repubblicani intendono per davvero quando fingono di avere a cuore la responsabilità della finanza pubblica.
agosto 30, 2018
Aug. 26, 2018
By Paul Krugman
There are two articles currently on the Times home page – an opinion pieceby Corey Robin, and a news analysis by Neil Irwin — that I think should be read together. Taken as a pair, they get at a lot of what’s wrong with the neoliberal ideology (and yes, I do think that’s the right term here) that has dominated so much public discourse since the 1970s.
What, after all, were and are the selling points for low taxes and minimal regulation? Partly, of course, the claim that small government is the key to great economic performance, a rising tide that raises all boats. This claim persists – because there are powerful interests that want it to persist — even though the era of neoliberal dominance has in fact been marked by so-so economic growth that hasn’t been shared with ordinary workers:
The other claim, however, has been that free markets translate into personal freedom: that an unregulated market economy liberates ordinary people from the tyranny of bureaucracies. In a free market, the story goes, you don’t need to flatter your boss or the company selling you stuff, because they know you can always go to someone else.
What Robin points out is that the reality of a market economy is nothing like that. In fact, the daily experience of tens of millions of Americans – especially but not only those who don’t make a lot of money – is one of constant dependence on the good will of employers and other more powerful economic players.
It’s true that, as Brad DeLong says, many of Robin’s examples would actually apply in any complex economic system: I’ve wasted time dealing with both Verizon and the Social Security Administration, and in both cases my socioeconomic status surely made it a lot easier than it would have been for a minimum-wage worker. (I have, on the other hand, had consistently good experiences at the much-maligned DMV.) But the idea that free markets remove power relations from the equation is just naïve.
And it’s even more naïve now than it was a few decades ago, because, as Irwin points out, large economic players are dominating more and more of the economy. It’s increasingly clear, for example, that monopsony power is depressing wages; but that’s not all it does. Concentration of hiring among a few firms, plus things like noncompete clauses and tacit collusion that reinforce their market power, don’t just reduce your wage if you’re hired. They also reduce or eliminate your options if you’re mistreated: quit because you have an abusive boss or have problems with company policy, and you may have real trouble getting a new job.
But what can be done about it? Corey Robin says “socialism” – but as far as I can tell he really means social democracy: Denmark, not Venezuela. Government-mandated employee protections may restrict the ability of corporations to hire and fire, but they also shield workers from some very real forms of abuse. Unions do somewhat limit workers’ options, but they also offer an important counterweight against corporate monopsony power.
Oh, and social safety net programs can do more than limit misery: they can be liberating. I’ve known many people who stuck with jobs they disliked for fear of losing health coverage; Obamacare, flawed as it is, has noticeably reduced that kind of “lock in”, and a full guarantee of health coverage would make our society visibly freer.
The other day I had some fun with the Cato Institute index of economic freedom across states, which finds Florida the freest and New York the least free. (Is it OK for me to write this, comrade commissar?) As I pointed out, freedom Cato-style seems to be associated with, among other things, high infant mortality. Live free and die! (New Hampshire is just behind Florida.)
But seriously, do the real differences between New York and Florida make New Yorkers less free? New York is a highly unionized state – 25.3 percent of the work force – while only 6.6 percent of Florida workers are represented by unions. Does this make NY workers less free, or does it empower them in the face of corporate power?
Also, New York has expanded Medicaid and tried to make the ACA exchanges work, so that only 8 percent of nonelderly adults are uninsured, compared with 18 percent in Florida. Are New Yorkers chafing under the heavy hand of health law, or do they feel freer knowing that they’re at much less risk of being ruined by medical emergency – or cast into the abyss if they lose their job?
If you’re a highly paid professional, it probably doesn’t make much difference. But my guess is that most workers feel at least somewhat freer in New York than they do in FL.
Now, there are no perfect answers to the inevitable sacrifice of some freedom that comes with living in a complex society; utopia is not on the menu. But the advocates of unrestricted corporate power and minimal worker protection have been getting away for far too long with pretending that they’re the defenders of freedom – which is not, in fact, just another word for nothing left to lose.
Capitalismo, socialismo e mancanza di libertà,
di Paul Krugman
Ci sono adesso due articoli sulla home page del Time – un articolo di opinione di Corey Robin [1] e una analisi delle notizie di Neil Irwin [2] – che penso dovrebbero essere letti assieme. Presi assieme, essi dicono molto di quello che è sbagliato nell’ideologia neoliberista (e in effetti, penso davvero che in questo caso sia il termine giusto) che ha imperversato così tanto nel dibattito pubblico a partire dagli anni ’70.
Dopo tutto, che cosa sono stati e sono gli argomenti che hanno consentito di rivendere le basse tasse e una regolamentazione minima? In parte, naturalmente, la pretesa che un abbattimento delle funzioni pubbliche sia la chiave per grandi prestazioni economiche, la marea crescente che alza tutte le barche. Questa pretesa persiste – dato che ci sono interessi potenti che vogliono che persista – anche se l’epoca del dominio neoliberista ha segnato una crescita economica modesta che non è stata condivisa dai lavoratori comuni:
L’altro argomento, tuttavia, è stato che i liberi mercati si traducono in libertà personale: che una economia di un mercato senza regole libera le persone comuni dalla tirannia delle burocrazie. In un mercato libero, così si è raccontato, non avete bisogno di adulare il vostro capo o la società che vende la vostra merce, perché sanno che potete sempre andare da qualcun altro.
Quello che Robin mette in evidenza è la realtà di un’economia di mercato del tutto diversa. Di fatto, l’esperienza quotidiana di decine di milioni di americani – specialmente, ma non solo, di coloro che non fanno molti soldi – è alla dipendenza continua della buona volontà dei datori di lavoro e di altri più potenti soggetti economici.
È vero che, come dice Brad DeLong, che molti degli esempi di Robin in realtà varrebbero in ogni sistema economico complesso: ho buttato via molto tempo nel misurarmi con Verizon [3] e con la Amministrazione della Previdenza Sociale, e in entrambi i casi il mio status socioeconomico ha reso la cosa molto più facile di quanto sarebbe stata per un lavoratore con un salario minimo (d’altra parte, ho avuto esperienze regolarmente positive presso il tanto vituperato Dipartimento dei Veicoli a Motore della California). Ma l’idea che i liberi mercati sottraggano le relazioni di potere dal loro normale equilibrio è solo ingenua.
Ed è persino più ingenua al giorno d’oggi di quanto non fosse qualche decina d’anni fa, perché, come mette in evidenza Irwin, i grandi soggetti economici stanno sempre di più dominando l’economia. È sempre più chiaro, ad esempio, che il potere di monopsonio [4] sta deprimendo i salari; ma non fa solo questo. La concentrazione delle assunzioni tra poche imprese, in aggiunta a cose come le ‘clausole di non competizione’ [5] e la tacita complicità che rafforza il loro potere sul mercato, non riducendo soltanto il vostro salario se siete assunti. Riduce anche o elimina le vostre possibilità se siete vessati: lasciate il lavoro perché avete un capo che abusa o avete problemi con la politica dell’impresa, e potreste avere una reale difficoltà ad avere un nuovo posto di lavoro.
Ma cosa può essere fatto al proposito? Corey Robin dice ‘il socialismo’ – che per quanto intendo significa effettivamente la socialdemocrazia: la Danimarca, non il Venezuela. Le protezioni del posto di lavoro su delega del Governo possono ridurre le possibilità delle imprese di assumere e di licenziare, ma proteggono anche i lavoratori da qualche concretissima forma di abuso. In qualche modo i sindacati limitano le opzioni dei lavoratori, ma offrono anche un importante contrappeso contro il potere di monopsonio delle società.
Inoltre, i programmi delle reti della sicurezza sociale possono fare di più che contenere la miseria: possono avere un effetto liberatorio. Abbiamo conosciuto molte persone bloccate nei loro posti di lavoro che detestavano per paura di perdere l’assistenza sanitaria; la riforma di Obama, con tutti i suoi difetti, ha notevolmente ridotto quel genere di “trappola” e una piena garanzia di copertura sanitaria renderebbe la nostra società visibilmente più libera. L’altro giorno mi sono divertito un po’ con l’indice di libertà economia tra tutti gli Stati del Cato Institute, che trova la Florida la più libera e lo Stato di New York il meno libero (posso scriverlo, compagno commissario?). Come misi in evidenza, la libertà nello stile del Cato sembra andare di pari passo, tra le altre cose, con una elevata mortalità infantile. Vivi liberamente e muori! (il New Hampshire è appena avanti la Florida).
Ma, sul serio, le effettive differenze tra New York e la Florida rendono i newyorkesi meno liberi? New York è una zona fortemente sindacalizzata – il 25,3 per cento della forza lavoro – mentre soltanto il 6,6 per cento dei lavoratori della Florida sono rappresentati dai sindacati. Questo rende i lavoratori di New York meno liberi, oppure li rafforza di fronte al potere delle imprese?
Inoltre, New York ha ampliato Medicaid ed ha cercato di far funzionare la riforma sanitaria, cosicché soltanto l’8,8 per cento degli adulti non anziani [7] non sono assicurati, a confronto del 18 per cento in Florida. I newyorkesi sono infastiditi dalla mano ruvida della legislazione sanitaria, oppure si sentono più liberi sapendo che corrono un rischio minore di essere rovinati dalle emergenze sanitarie – o di precipitare nell’abisso se perdono il loro posto di lavoro?
Se siete un professionista con un elevato stipendio, questo probabilmente non fa una grande differenza. Ma la mia impressione è che la maggioranza dei lavoratori si sente almeno un po’ più libera a New York di quanto non si sentano quelli della Florida.
Ora, non ci sono risposte perfette all’inevitabile sacrificio di qualche libertà che deriva dal vivere in società complesse; l’utopia non fa parte del menu. Ma i sostenitori di un illimitato potere delle imprese e di una protezione minima del lavoratore se la sono cavata anche troppo a lungo con la pretesa di essere i difensori della libertà – che non è, di fatto, semplicemente un’altra parola per dire che non si ha niente da perdere.
[1] Politologo americano e docente all’Università della Città di New York:
[2] Neil Irwin è un corrispondente per i temi economici del New York Times.
[3] Verizon Communications è un fornitore di banda larga e di telecomunicazioni statunitense. Il nome è un neologismo composto da due parole latine: Veritas (che significa “verità“) e Horizon (che significa “orizzonte”). Nel 2015 Verizon ha esteso la propria attività acquisendo AOL e due anni dopo rilevando Yahoo!. AOL e Yahoo sono stati amalgamati in una nuova divisione denominata Oath Inc. A partire dal 2017 è la seconda società di telecomunicazioni per fatturato dopo AT & T. (Wikipedia)
[4] Situazione di mercato caratterizzata dall’accentramento della domanda da parte di un solo soggetto economico e dall’impossibilità per altri acquirenti di entrare sul mercato.
[5] In molti contratti di lavoro è previsto il divieto per il lavoratore di trasferirsi in una impresa analoga, con il pretesto di un passaggio di informazioni alla concorrenza. Il che ha evidentemente effetto sulla competizione salariale, praticamente imponendo al lavoratore un obbligo di appartenenza all’impresa originaria e impedendogli di cercare posti di lavoro più remunerativi.
[6] Come si vede, la stima della Fondazione della destra Cato sull’indice di ‘libertà’ è favorevole alla Florida e molto sfavorevole a New York; ma l’indice della mortalità infantile dice l’opposto.
[7] Gli adulti non anziani sono esclusi, probabilmente, perché sono per legge protetti da Medicare.
agosto 26, 2018
By Paul Krugman
Parasites are a huge force in the natural world. For the most part they simply feed on their hosts. But there are a number of cases in which they exert a more insidious influence: they actually change their hosts’ behavior, in ways that benefit the parasites but damage and perhaps eventually kill their victims.
And lately I’ve been wondering if that’s what’s happening to America. How much of our political sickness is the result of a parasitic infection? What I have in mind specifically is an infestation of direct-marketing scams that exploit and reinforce political partisanship, largely on the right, basically to sell merchandise.
If this sounds absurd to you, bear with me a bit. I’m not the first person to make this suggestion – Rick Perlstein, our leading historian of modern conservatism, made basically the same argument (without the biological analogy) back in 2012, and as I’ll explain, a lot of things have happened since then to reinforce his point.
What set me on this trail initially was learning that Ben Shapiro, the Young Conservative Intellectual du jour, is using his talk-show presence to market dietary supplements:
I’ll come back to that. First, some notes on political economy.
When I try to understand political behavior, I, like many others, often find myself thinking about Mancur Olson’s classic The Logic of Collective Action. Olson’s simple yet profound insight was that political action on behalf of a group is, from the point of view of members of that group, a public good.
What do we mean by that? A public good is something that, if provided, benefits many people – but whoever provides it has no way to limit the benefits to himself or herself, and hence no way to cash in on the good’s provision. The classic example is a lighthouse that steers everyone away from shoals, whether or not they’ve paid the fee; public health measures that limit disease are in the same category. As a result, the fact that a public good is worth providing from society’s point of view is no guarantee that it will actually be provided; it has to be worth some individual’s while.
As Olson pointed out, the same goes for political action. Just because a political candidate’s victory would be good for, say, farmers doesn’t mean that farmers will give him or her money; each individual farmer will have an incentive to free ride on everyone else’s contributions. So political action is normally undertaken by individuals or small, organized groups that stand to benefit directly. Either that, or it’s a byproduct of other activities that are advantageous for their own reasons and can also be harnessed for political action, like memberships in trade associations or unions.
But don’t rich people give money to support the interests of their class? Actually, a lot of the money we see in politics ends up being money spent in the givers’ own, personal interests. For example, you can think of the Koch brothers’ political spending as an investment in themselves: they have benefited immensely from the recent tax cut, with a payoff that far exceeds the amount they spent promoting it.
So a lot of political action is driven by people trying to shape policy in a way that benefits them personally. But what the Shapiro/brain pills story drives home to me is that there’s another important factor in our current political scene: the use of political action as a marketing ploy, by people out to make a buck selling stuff that has little to do with politics per se.
As I said, Rick Perlstein has already written the basic text here. As he documents, right-wing websites largely act as marketing centers for stuff like this:
Dear Reader, I’m going to tell you something, but you must promise to keep it quiet. You have to understand that the “elite” would not be at all happy with me if they knew what I was about to tell you. That’s why we have to tread carefully. You see, while most people are paying attention to the stock market, the banks, brokerages and big institutions have their money somewhere else . . . [in] what I call the hidden money mountain . . . All you have to know is the insider’s code (which I’ll tell you) and you could make an extra $6,000 every single month.
And some of the most influential voices on the right haven’t just sold advertising space to purveyors of snake oil, they’ve gotten directly into the snake-oil business themselves.
Thus:
Glenn Beck in his heyday juiced up his viewers by telling them that Obama was going to unleash hyperinflation any day now; he personally cashed in by hawking overpriced gold coins.
Alex Jones makes a splash by claiming that school massacres are fake news, and the victims are really actors. But he makes his money by selling diet supplements.
Ben Shapiro writes critiques of liberal academics that conservatives consider erudite (remember Ezra Klein’s lineabout a stupid person’s idea of what a thoughtful person sounds like?), but makes his money the same way Alex Jones does.
Why should marketing scams be linked to political extremism? It’s all about affinity fraud: once you establish a persona that appeals to angry, aging white guys, you can sell them stuff that will supposedly protect their virility, their waistline, and their wealth.
And at a grander level, isn’t that what Fox News is really about? Consider it not as an ideological organization per se but as a business: it offers cheap programming (because there isn’t much reporting) that appeals to the prejudices of angry old white guys who like to sit on the couch and rant at their TV, and uses its viewership to help advertisers selling weight-loss plans.
Now, normally we think of individuals’ views and interests as the forces driving politics, including the ugly polarization increasingly dominating the scene. The commercial exploitation of that polarization, if we mention it at all, is treated as a sort of surface phenomenon that feeds off the fundamental dynamic.
But are we sure that’s right? The Alex Joneses, Ben Shapiros, and Fox Newses of the world couldn’t profit from extremism unless there were some underlying predisposition of angry old white guys to listen to this stuff. But maybe the commercial exploitation of political anger is what has concentrated and weaponized that anger. In other words, going back to where I started this essay, maybe the reason we’re in a political nightmare is that our political behavior has, in effect, been parasitized by marketing algorithms.
I know I’m not the only one thinking along these lines. Charlie Stross argues that “paperclip maximizers” – not people, but social systems and algorithms that try to maximize profits, market share, or whatever – have increasingly been directing the direction of society, in ways that hurt humanity. He’s mostly focused on corporate influence over policy, as opposed to mobilization of angry people in the service of direct-order scams, but both could be operating.
Anyway, I think it’s really important to realize the extent to which peddling political snake oil, whether it’s about the economy, race, the effects of immigration, or whatever, is to an important extent a way to peddle actual snake oil: magic pills that will let you lose weight without ever feeling hungry and restore your youthful manhood.
La faziosità, i parassiti e la polarizzazione.
Gli imbrogli del direct-marketing [1] stanno distruggendo la repubblica? Una questione seria.
Di Paul Krugman
Nel mondo della natura i parassiti sono una grande forza. Per la massima parte essi si alimentano semplicemente sui loro ospiti. Ma c’è un certo numero di casi nei quali esercitano una influenza più insidiosa: in realtà essi modificano il comportamento dei loro ospiti, in modi che effettivamente favoriscono i parassiti ma provocano danni e magari alla fine uccidono le loro vittime.
E negli ultimi tempi mi vengo chiedendo se non sia quello che sta accadendo in America. In che misura la nostra malattia politica è il risultato di una infezione di parassiti? Quello a cui sto pensando in particolare è una infestazione delle truffe del direct marketing che, specialmente a destra, sfruttano e rafforzano la faziosità politica, fondamentalmente allo scopo di vendere merci.
Se vi sembra assurdo, seguitemi con un po’ di pazienza. Non sono il primo ad avanzare questa suggestione – Rick Perlstein, il nostro principale storico del conservatorismo moderno, avanzò fondamentalmente lo stesso argomento (senza la analogia con la biologia) nel passato 2012, e, come spiegherò, da allora sono accadute molte cose che rafforzano questa tesi. Quello che agli inizi mi ha messo su questa traccia è stato l’apprendere che Ben Shapiro, il giovane intellettuale conservatore del momento, sta usando la presenza sul suo talk-show per promuovere integratori alimentari:
Verrò successivamente a questo aspetto. Anzitutto, alcune considerazioni di economia politica.
Quando cerco di comprendere un comportamento politico, io, come molti altri, spesso mi ritrovo a ragionare della classica Logica della azione collettiva di Mancur Olson. La semplice e tuttavia profonda intuizione di Olson fu che l’azione politica nell’interesse di un gruppo, dal punto di vista dei componenti di quel gruppo, è un bene pubblico.
Cosa intendo con questo? Un bene pubblico è qualcosa che, se viene fornito, va a vantaggio di molte persone – ma chiunque lo fornisce non ha modo di limitare i benefici a sé stesso, e quindi non ha modo di speculare sulla fornitura del bene. L’esempio classico è il segnale luminoso che indirizza ciascuno fuori dagli assembramenti: le misure di salute pubblica che limitano una malattia sono della stessa specie. Di conseguenza, il fatto che un bene pubblico sia meritevole di essere fornito, dal punto di vista della società, non garantisce che esso sia effettivamente fornito; esso deve avere un interesse per il singolo.
Come Olson mise in evidenza, lo stesso avviene per l’azione politica. Solo perché una vittoria politica di un candidato sarebbe positiva, ad esempio, per gli agricoltori non significa che gli agricoltori gli daranno contributi finanziari; ogni singolo agricoltore avrà un incentivo a vivere di rendita sui contributi di tutti gli altri. Dunque, l’azione politica è normalmente intrapresa da individui o da piccoli gruppi organizzati che si propongono di beneficiarne direttamente. Che si tratti di questo, o che sia un sottoprodotto di altre attività che sono vantaggiose per ragioni loro proprie e che possano anche essere sfruttate per l’azione politica, come la partecipazione ad associazioni commerciali o a sindacati.
Ma i ricchi non danno contributi per sostenere gli interessi della loro classe? Effettivamente, un gran quantità del denaro che osserviamo nella politica finisce con l’essere spesa nell’interesse personale degli stessi sottoscrittori. Per esempio, potete pensare alla spesa politica dei Fratelli Koch come un investimento su sé stessi: essi hanno tratto immensi benefici dal recente taglio alle tasse, con un compenso che eccede di gran lunga la somma che hanno speso per promuoverlo.
Dunque, una buona parte dell’azione politica è guidata da individui che cercano di conformare la politica in un modo che vada personalmente a loro vantaggio. Ma quello che la storia delle pillole per il cervello di Shapiro mi fa ben capire è che c’è un altro importante fattore nella attuale nostra scena politica: l’uso della azione politica come un espediente di mercato, da parte di persone che fanno affari vendendo roba che ha poco a che fare con la politica in sé.
Come ho detto, Rick Perlstein aveva già scritto a questo proposito le cose fondamentali. Come egli documenta, i siti informatici della destra agiscono in buona misura come centri commerciali per cose come questa:
“Caro Lettore, sto per dirti qualcosa ma devi promettermi di tenerla riservata. Devi capire che le “classi dirigenti” non sarebbero affatto contente di me se sapessero cosa sto per dirti. È questa la ragione per la quale dobbiamo procedere con scrupolo. Fai attenzione, mentre la maggioranza delle persone stanno attente ai mercati azionari, alle banche, alle attività dei broker, le grandi istituzioni tengono i soldi da qualche altra parte … in quella che io definisco la montagna nascosta del denaro … Tutto quello che devi conoscere è il codice degli addetti ai lavori (che io ti fornirò) e ti potrai realizzare un guadagno di 6.000 dollari per ogni mese.”
E alcune delle voci più influenti della destra non hanno solo venduto spazio pubblicitario ai ciarlatani delle pozioni magiche, sono entrati essi stessi direttamente nell’affare della pozione magica.
Quindi:
Glenn Beck nel suo pieno fulgore ha eccitato i suoi telespettatori raccontandogli che Obama era in procinto di sguinzagliare l’iperinflazione in ogni momento; personalmente incassava dalla attività di ‘falco’ monete d’oro sopravvalutate.
Alex Jones fa un gran clamore sostenendo che i massacri nelle scuole sono false notizie e che le vittime sono in realtà attori. Ma fa soldi vendendo integratori alimentari.
Ben Shapiro scrive critiche sui docenti universitari progressisti che i conservatori considerano eruditi (vi ricordate la frase di Ezra Klein sull’idea di una persona stupida di quello che sembrerebbe proprio di una persona riflessiva?), ma fa soldi nello stesso modo in cui li fa Alex.
Perché questi imbrogli di mercato dovrebbero essere connessi con l’estremismo politico? È una questione che riguarda il cosiddetto ‘reato basato sull’appartenenza’ [2]: una volta che si stabilisce che una persona è attratta da personaggi di razza bianca arrabbiati e di una certa età, si può vendere loro roba che si suppone proteggerà la loro virilità, il loro ‘girovita’ e la loro ricchezza.
E ad un livello più grande, non è quello di cui si occupa Fox News? La si consideri non come una organizzazione ideologica di per sé, ma come un affare: essa offre programmi convenienti (perché non ci sono molti resoconti) che si rivolgono ai pregiudizi di individui di razza bianca arrabbiati e di una certa età ai quali fa piacere star seduti sui loro divani e imprecare presso i loro televisori, e utilizza i propri telespettatori per contribuire a pubblicità che vendono programmi di diete per dimagrire.
Ora, normalmente noi pensiamo ai punti di vista ed agli interessi dei singoli come forze che guidano la politica, compresa la indegna polarizzazione che sempre di più domina la scena. Lo sfruttamento di quella polarizzazione, ammesso che se ne parli, è trattato come una sorta di fenomeno di superficie che trae energia dalla dinamica principale.
Ma siamo sicuri che sia giusto? Gli Alex Jones, i Ben Shapiro e le Fox News del mondo non potrebbero trarre profitto dall’estremismo se non ci fosse qualche predisposizione sottostante degli individui di razza bianca arrabbiati e anzianotti ad ascoltare roba del genere. Ma forse è lo sfruttamento commerciale della rabbia politica quello che ha concentrato ed utilizzato come un’arma quella rabbia. In altre parole, tornando al punto da cui ero partito all’inizio di questo intervento, può darsi che la ragione per la quale siamo in un incubo della politica sia che il nostro comportamento politico è stato, in effetti, aggredito in forme parassitarie dagli algoritmi di mercato.
So che non sono l’unico a ragionare in questi termini. Charlie Stross sostiene che gli ‘ottimizzatori delle graffette” [3] – non le persone, ma i sistemi sociali e gli algoritmi che cercano di massimizzare i profitti, le quote di mercato e cose del genere – stanno sempre di più indirizzando la direzione della società, in modi che danneggiano l’umanità. Esso è soprattutto concentrato sull’influenza sulla politica delle grandi società, in modo opposto alla mobilitazione delle persone faziose al servizio di truffe sulla base di ordini diretti, ma entrambe le modalità potrebbero funzionare assieme.
In ogni modo penso che sia davvero importante comprendere in quale misura mettere in circolazione le pozioni magiche, che riguardino l’economia, la razza, gli effetti dell’immigrazione o cose del genere, sia in misura importante davvero un modo per smerciare pozioni magiche: pillole magiche che vi consentiranno di perdere peso senza mai sentir fame e di ripristinare la vostra virilità giovanile.
[1] Il direct marketing comprende ogni comunicazione informativa o promozionale direttamente rivolta al consumatore che è finalizzata a generare da parte di quest’ultimo una risposta quantificabile e misurabile.
[2] È un effettivo reato nel codice americano, e consiste nello sfruttare ai fini affaristici l’appartenenza delle vittime ad una categoria di persone caratterizzata da medesime ‘inclinazioni’. Ad esempio, la famosa vicenda dello speculatore Madoff, che imbrogliava individui – facendosi dare soldi – caratterizzati dalla stessa dabbenaggine (in quel caso verso presunte iniziative sociali che in realtà erano una mascheratura degli affari che venivano proposti).
[3] La traduzione è letterale, “paperclip” significa “fermaglio, graffetta”. Il significato preciso, la ragione, di questo neologismo mi sfugge un po’.
Ma Wikipedia spiega che il paperclip maximizer “è un esperimento di pensiero che mostra come una generale intelligenza artificiale, persino una immaginata con competenza e senza malizia, alla fine può distruggere l’umanità. L’esperimento di pensiero dimostra che I valori apparentemente innocui potrebbero costituire una minaccia esistenziale … Un ottimizzatore estremamente potente (un agente di elevata potenza) potrebbe proporsi obbiettivi completamente estranei ai nostri e, come effetto collaterale, impedirci di consumare risorse essenziali alla nostra sopravvivenza”.
Sembra inoltre che l’origine della espressione sulla ‘graffetta’ possa essere molto banale: in un esempio relativo alla valutazione delle prospettive della Intelligenza Artificiale del 2003, l’esperto Nick Bostrom partiva dall’ipotesi che si volesse aumentare la produzione di graffette da una macchina. Quindi, forse l’espressione non ha alcun particolare significato e richiama semplicemente quell’esempio.
agosto 13, 2018
Aug. 11 2018
By Paul Krugman
And now for something completely similar.
For a while, those of us who devoted a lot of time to understanding the Asian financial crisis two decades ago were wondering whether Turkey was going to stage a re-enactment. Sure enough, that’s what seems to be happening.
Here’s the script: start with a country that, for whatever reason, became a favorite of foreign lenders, and experienced a large inflow of foreign capital over a number of years. Crucially, the debt thus incurred is denominated in foreign currency, not domestic (which is why the U.S., also a recipient of large inflows in the past, isn’t similarly vulnerable — we borrow in dollars).
At some point, however, the party comes to an end. It doesn’t matter much what causes a “sudden stop” in foreign lending: it could be domestic events, like appointing your son-in-law to oversee economic policy, it could be a rise in U.S. interest rates, it could be a crisis in another country investors see as being similar to you.
Whatever the shock, the crucial thing is that foreign debt has made your economy vulnerable to a death spiral. Loss of confidence causes your currency to drop; this makes it harder to repay debts in foreign currency; this hurts the real economy and further reduces confidence, leading to a further decline in your currency; and so on.
The result is that foreign debt explodes as a share of GDP. Indonesia came into the ’90s financial crisis with foreign debt less than 60 percent of GDP, roughly comparable to Turkey early this year. By 1998 a plunging rupiah had sent that debt to almost 170 percent of GDP.
How does such a crisis end? If there is no effective policy response, what happens is that the currency drops and debt measured in domestic currency balloons until everyone who can go bankrupt, does. At that point the weak currency fuels an export boom, and the economy starts a recovery built around huge trade surpluses. (This may come as a surprise to Donald Trump, who appears to be levying punitive tariffs on Turkey as punishment for its weak currency.)
Is there any way to short-circuit this doom loop? Yes, but it’s tricky. What you need to reduce the costs of crisis is a combination of short-run heterodoxy and credible assurances of a longer-run return to orthodoxy.
How it works: stop the explosion of the debt ratio with some combination of temporary capital controls, to place a curfew on panicked capital flight, and possibly the repudiation of some foreign-currency debt. Meanwhile, get things in place for a fiscally sustainable regime once the crisis is over. If all goes well, confidence will gradually return, and you’ll eventually be able to remove the capital controls.
Malaysia did this in 1998; South Korea, with U.S. aid, effectively did something like it at the same time, by pressuring banks into maintaining their short-term credit lines. A decade later, Iceland did very well with a combination of capital controls and debt repudiation (strictly speaking, refusing to take public responsibility for the debts run up by private bankers).
Argentina also did quite well with heterodox policies in 2002 and for a few years after, effectively repudiating 2/3 of its debt. But the Kirchner regime didn’t know when to stop and turn orthodox again, setting the stage for the country’s return to crisis.
And maybe that example shows how hard dealing with this kind of crisis is. You need a government that is both flexible and responsible, not to mention technically competent enough to implement special measures and honest enough to carry out that implementation without massive corruption.
That, unfortunately, doesn’t sound like Erdogan’s Turkey. Of course, it doesn’t sound like Trump’s America, either. So it’s a good thing our debts are in dollars.
Festeggiare come se fosse il 1998,
di Paul Krugman
E adesso per qualcosa di completamente simile.
Da un po’, coloro tra noi che impiegavano molto tempo alla comprensione della crisi finanziaria asiatica di due decenni orsono si stavano chiedendo se la Turchia fosse destinata a mettere in scena una rievocazione.
Ecco il copione: si parte con un paese che, per qualsiasi ragione, è finito nei favori di prestatori stranieri, ed ha conosciuto per un certo numero di anni ampi flussi di capitali stranieri. Fondamentalmente, il debito in tal modo sottoscritto è denominato in valuta straniera, non in quella nazionale (che è la ragione per la quale gli Stati Uniti, anch’essi destinatari di vasti flussi nel passato, non sono nello stesso modo vulnerabili – noi ci indebitiamo in dollari).
Ad un certo punto, tuttavia, la festa va a finire. Non è molto importante cosa provochi la “improvvisa interruzione” nei prestiti stranieri: potrebbero essere eventi interni, come nominare vostro genero alla supervisione della politica economica, potrebbe essere una crescita dei tassi di interesse, potrebbe essere una crisi tra gli investitori di un altro paese considerati simili a voi.
Qualsiasi sia la causa del trauma, l’aspetto cruciale è che il debito estero ha reso la vostra economia vulnerabile ad una spirale fatale. La perdita di fiducia fa cadere la vostra valuta; questo rende più difficile ripagare i debiti in valuta estera; dà un colpo all’economia reale e riduce ulteriormente la fiducia nella vostra valuta; e così via.
Il risultato è che il debito estero esplode come percentuale del PIL. L’Indonesia entrò nella crisi finanziaria degli anni ’90 con un debito estero inferiore al 60 per cento del PIL, grosso modo confrontabile con il debito estero della Turchia agli inizi di quest’anno. Con il 1998 la crisi della rupia aveva spedito quel debito a quasi il 170 per cento del PIL.
Come va a finire una crisi del genere? Se non c’è una risposta politica efficace, quello che accade è che la valuta scende e il debito misurato in valuta nazionale si moltiplica sinché tutti coloro che possono andare in bancarotta non lo fanno. A quel punto la valuta debole alimenta un boom delle esportazioni, e l’economia comincia a riprendersi sulla base di ampi surplus commerciali (per Donald Trump questa può apparire come una sorpresa, lui sembra stia imponendo tariffe punitive sulla Turchia come punizione per la sua valuta debole).
C’è un qualche modo per aggirare questo circuito di sventura? Sì, ma è difficile. Quello che occorre per ridurre i costi della crisi è una combinazione di eterodossia nel breve termine e di assicurazioni di un ritorno all’ortodossia nel più lungo termine.
Ecco come funziona: si impedisce che il tasso del debito esploda con qualche combinazione di controlli temporanei dei capitali, per collocare una sorta di coprifuoco su fughe di capitali in preda al panico, e possibilmente per disconoscere una parte del debito in valuta estera. Nel frattempo, una volta che la crisi è alle spalle, si dispongono le cose in modo da favorire un regime della finanza pubblica sostenibile. Se tutto va bene, la fiducia gradualmente ritornerà e alla fine si potranno rimuovere i controlli dei capitali.
È quello che fece la Malesia nel 1998; la Corea del Sud, con l’aiuto degli Stati Uniti, fece nello stesso periodo qualcosa di simile, facendo pressione sulle banche per il mantenimento delle loro linee di credito a breve. Un decennio dopo, l’Islanda agì nel migliore dei modi con una combinazione di controllo dei capitali e di disconoscimento del debito (precisamente, rifiutandosi di accollarsi una responsabilità pubblica per i debiti accumulati dai banchieri privati).
Anche l’Argentina gestì la situazione abbastanza bene ricorrendo a politiche eterodosse nel 2002 e nei due anni successivi, di fatto disconoscendo due terzi del proprio debito. Ma il regime di Kirchner non seppe quando fermarsi e tornare ad essere ortodosso, creando le condizioni per il ritorno alla crisi del paese.
E forse quell’esempio mostra quanto sia difficile gestire quel genere di crisi. Si ha bisogno di un Governo nello stesso tempo flessibile e responsabile, per non dire sufficientemente competente dal punto di vista tecnico per promuovere speciali misure e sufficientemente onesto per portarle a compimento senza una corruzione diffusa.
Sfortunatamente, questo non somiglia alla Turchia di Erdogan. Ovviamente, non somiglia neanche all’America di Trump. Cosicché è positivo che i nostri debiti siano in dollari.
agosto 8, 2018
Aug.5 2018
By Paul Krugman
Still on vacation, and I’m currently in Denmark – in fact, just cycled from Copenhagen to Helsingor, aka Elsinore. Sad to say, I’m such a fearsome nerd that instead of thinking about Shakespeare, my thoughts have turned to … economics. For Denmark’s story is, I’d argue, of considerable interest to the rest of us.
To be clear, I am in no sense an expert on the Danish economy, now or in the past. I only know what I read and can pull out of readily available databases. So this is really about using Denmark as a mirror to hold up to the rest of the world. But it’s an interesting mirror (and much nicer to think about than the outrages at home.) There are, in particular, two lessons I think Denmark can teach us: a hopeful story about globalization, and another hopeful one about the possibilities of creating a decent society.
Blessed are the cheesemakers
OK, as a helpful bystander points out in Life of Brian, it’s a metaphor, not to be taken literally: the blessing extends to all manufacturers of dairy products. The blessing certainly worked in the case of Denmark.
During the creation of the first global economy, the one made possible by railroads, steamships, and telegraphs, the world seemed to bifurcate into industrial nations and the agricultural raw/material producers who catered to them. And the agricultural nations, even if they grew rich at first – e.g., Argentina – seemingly ended up getting much the worse of the deal, turning into banana republics crippled economically and politically by their role.
But Denmark became, not a banana republic, but a butter republic. Steamships and steam-powered cream separators allowed Denmark to become a huge exporter of butter (and pork) to the UK, leading in turn to impressive prosperity on the eve of World War I.
One interesting point about this export surge is that in a way it was value-added production, like the exports of modern developing economies that rely on imported inputs – except that in Denmark’s case it was imports of animal feed from North America that helped provide a crucial edge.
The good news was that this agricultural orientation didn’t turn out to be a dead end. Instead, it laid the foundation for excellent performance over the long run. And in Denmark’s case globalization seems to have been equalizing, both politically and economically: instead of fostering dominance by foreign corporations or domestic landowners, it led to dominance by rural cooperatives.
Why was the Danish story so happy? The Danes may have been lucky in the product in which they turned out to have a comparative advantage. Also, like the Asian countries that led the first wave of modern developing-country growth, they came into globalization with a well-educated population by world standards. They may also have been lucky in the enlightened behavior of their elites.
Anyway, I’m not pushing a universal lesson that globalization is great for everyone; just the opposite. The point is that the results depend on the details: a country can produce agricultural products, be “dependent” by most definitions, yet use that as the basis for permanent elevation into the first world.
And in today’s world, Denmark manages to be very open to world trade, while having very low levels of inequality both before and after redistribution. Globalization need not be in conflict with social justice. Speaking of which …
The non-horrors of “socialism”
A number of people on the U.S. right, and some self-proclaimed centrists, seem totally taken aback by the rise of politicians who call themselves socialist. But this rise was predictable and predicted.
Here’s what happened: for decades the right has tried to shout down any attempt to sand down some of the rough edges of capitalism, whether through health guarantees, income supports, or anything else, by yelling “socialism.” Sooner or later people were bound to say that if any attempt to make our system less harsh is socialism, well, they’re socialists.
The truth is that there are hardly any people in the U.S. who want the government to seize the means of production, or even the economy’s commanding heights. What they want is social democracy – the kinds of basic guarantees of health care, protection against poverty, etc., that almost every other advanced country provides.
Denmark, where tax receipts are 46 percent of GDP compared with 26 percent in the U.S., is arguably the most social-democratic country in the world. According to conservative doctrine, the combination of high taxes and aid to “takers” must really destroy incentives both to create jobs and to take them in any case. So Denmark must suffer from mass unemployment, right?
Ahem:
Yep, Danish adults are more likely to be employed than their U.S. counterparts. They work somewhat shorter hours, although that may well be a welfare-improving choice. But what Denmark shows is that you can run a welfare state far more generous than we do – beyond the wildest dreams of U.S. progressives – and still have a highly successful economy.
Indeed, while GDP per capita in Denmark is lower than in the U.S. – basically because of shorter work hours – life satisfaction is notably higher.
Macro muddles
Despite all this good stuff, there is something rotten – OK, maybe just slightly off – in the state of Denmark. While the long-term performance has been great, Denmark hasn’t done too well since the 2008 financial crisis, with real GDP per capita falling substantially, then taking a long time to recover. In particular, Denmark has lagged far behind Sweden:
There’s no mystery about this recent underperformance. Denmark isn’t on the euro, but unlike Sweden, it has pegged its currency to the euro. So it has shared in the euro area’s problems.
Leaving aside the general issue of exchange rate regimes, this is a reminder that microeconomics – things like the incentive effects of a strong welfare state – is different from macroeconomics. You can do great things on the micro front and still screw up your monetary policy.
So those are my notes on Denmark – plus one more observation: nothing in Danish is pronounced remotely the way the spelling suggests to an English speaker. (The famous astronomer Tyco Brahe was, if I got it right, something like Tuco Brawwww.) The same isn’t true for German. Why did they do this?
Note su una Repubblica del burro,
di Paul Krugman
Sono ancora in vacanza, attualmente in Danimarca – infatti, ho appena pedalato da Copenaghen a Helsingor, ovvero Elsinore. Triste a dirsi, sono un tale terribile fanatico che invece di pensare a Shakespeare, i miei pensieri si sono indirizzati … all’economia. Perché la storia della Danimarca direi che è di considerevole interesse per tutti gli altri.
Onestamente, non sono in nessun senso un esperto di economia danese, né di quella attuale né di quella passata. Conosco soltanto quello che leggo e che posso dedurre da database facilmente disponibili. Dunque, questo articolo in realtà riguarda l’utilizzo della Danimarca come uno specchio da usare nei confronti con il resto del mondo. Ma si tratta di uno specchio interessante (e molto più grazioso da riflettere rispetto agli scandali di casa nostra). Penso che, in particolare, ci siano due lezioni che la Danimarca ci può insegnare: un racconto ottimista sulla globalizzazione e un altro racconto ottimistico sulle possibilità di creare una società dignitosa.
Siano benedetti i produttori di formaggi
È vero, come indica uno spettatore fiducioso nella Vita di Brian [1], esso non va preso alla lettera, è una metafora: la benedizione si estende a tutti i prodotti manifatturieri dei caseifici. Certamente, la benedizione è appropriata nel caso della Danimarca.
Durante la creazione della prima economia globale, quella resa possibile dalle ferrovie, dalla navigazione a vapore e dal telegrafo, il mondo sembrava biforcarsi nelle nazioni industriali e nei produttori agricoli delle materie prime che ne soddisfacevano i bisogni. E le nazioni agricole, anche se agli inizi diventavano ricche – ad esempio, l’Argentina – alla fine sembravano ottenere soprattutto il peggio degli accordi, diventando repubbliche delle banane compromesse economicamente e politicamente dal loro ruolo.
Ma la Danimarca non diventò una repubblica delle banane, bensì una repubblica del burro. La navigazione a vapore e le scrematrici alimentate a vapore consentirono alla Danimarca di divenire un grande esportatore di burro (e di carne suina) verso il Regno Unito, indirizzandosi a sua volta verso una impressionante prosperità nel periodo della Prima Guerra Mondiale.
Un aspetto interessante di questa crescita delle esportazioni è che essa in un certo senso fu una produzione di valore aggiunto, come le esportazioni delle moderne economie in via di sviluppo che si basano su contributi importati – sennonché nel caso della Danimarca si trattava di importazioni di alimentazioni per animali dal Nord America, che contribuirono a fornire un vantaggio fondamentale.
L’aspetto positivo fu che questo orientamento agricolo non si risolse in una via senza sbocco. Fornì, invece, la base per una eccellente prestazione nel lungo periodo. E la globalizzazione nel caso della Danimarca sembra aver avuto effetti egualitari sia politicamente che economicamente: invece di promuovere il dominio delle società straniere e dei grandi proprietari di terre, ha portato al dominio delle cooperative rurali.
Perché la storia della Danimarca fu così felice? I danesi potrebbero esser stati fortunati nel prodotto nel quale risultarono avere un vantaggio comparativo. Inoltre, come i paesi asiatici che guidarono la prima ondata moderna di crescita dei paesi in via di sviluppo, essi entrarono nella globalizzazione con una popolazione ben istruita per gli standard mondiali. Potrebbero anche essere stati fortunati in conseguenza del comportamento illuminato delle loro classi dirigenti.
In ogni caso non sto promuovendo una lezione universale secondo la quale la globalizzazione è una gran cosa per tutti; proprio l’opposto. Il punto è che i risultati dipendono dai dettagli: un paese può produrre beni dell’agricoltura, essere “dipendente” secondo la maggioranza dei criteri, e tuttavia usare tutto questo come la base per una affermazione permanente nel primo mondo.
E nel mondo odierno, la Danimarca gestisce un commercio mondiale molto aperto, pur avendo livelli molto bassi di ineguaglianza sia prima che dopo la redistribuzione. Non c’è bisogno che la globalizzazione sia in conflitto con la giustizia sociale. Passando a quest’ultima …
L’assenza degli orrori del “socialismo”
Un certo numero di persone nella destra degli Stati Uniti, ed alcuni sedicenti centristi, sembrano completamente sbalorditi dall’aumento di uomini politici che si definiscono socialisti. Ma questa crescita era prevedibile e prevista.
Ecco cosa è accaduto: per decenni la destra ha cercato di zittire ogni tentativo di attenuare i rozzi spigoli del capitalismo, che fossero le garanzie sanitarie, i sostegni ai redditi o qualsiasi altra cosa, gridando al “socialismo”. Prima o poi era destino che la gente dicesse che se ogni tentativo di rendere il nostro sistema meno aspro era socialismo, ebbene, allora loro erano socialisti.
La verità è che è difficile che ci sia qualcuno negli Stati Uniti che voglia che il Governo si impadronisca dei mezzi di produzione, o anche che comandi i vertici dell’economia. Quello che vogliono è la socialdemocrazia – quel genere di garanzie di base della assistenza sanitaria, di protezioni contro la povertà etc. che quasi tutti i paesi avanzati forniscono.
La Danimarca, dove le entrate fiscali sono il 46 per cento del PIL a confronto con il 26 per cento degli Stati Uniti, è probabilmente il paese più socialdemocratico al mondo. Secondo la dottrina conservatrice, la combinazione di alte tasse e di aiuti agli ‘assistiti’ dovrebbe in realtà distruggere gli incentivi a creare posti di lavoro e in ogni caso a riceverli. Dunque la Danimarca dovrebbe soffrire una disoccupazione massiccia, non è così?
Ma guarda …
Accidenti, è più probabile che i danesi adulti abbiano una occupazione rispetto ai loro omologhi americani. Loro lavorano un po’ di ore in meno, sebbene questa potrebbe ben essere una scelta di miglioramento del welfare. Ma quello che la Danimarca dimostra è che si può amministrare uno Stato assistenziale assai più generoso del nostro – più generoso dei sogni più spinti dei progressisti statunitensi – ed avere una economia con elevate prestazioni.
Infatti, mentre il PIL procapite in Danimarca è più basso di quello degli Stati Uniti – principalmente in conseguenza delle minori ore lavorative – la soddisfazione di vita è notevolmente più elevata.
Confusioni macro
Nonostante tutte queste buone cose, c’è qualcosa di guasto – o forse soltanto di leggermente fuori posto – nello Stato della Danimarca. Mentre le prestazioni di lungo periodo sono state egregie, la Danimarca non è andata così bene dopo la crisi finanziaria del 2008, con un PIL procapite che è calato sostanzialmente, richiedendo poi un tempo lungo per la ripresa. In particolare, la Danimarca ha stentato alle spalle della Svezia:
Non c’è alcun mistero in questo recente andamento non così positivo. La Danimarca non è nell’euro, ma, diversamente dalla Svezia, ha ancorato la propria valuta all’euro. Dunque, ha condiviso i problemi dell’area euro.
Lasciando da parte il tema generale dei regimi del tasso di cambio, queste note ci ricordano che la microeconomia – cose come gli effetti di incentivazione di un forte Stato assistenziale – è diversa dalla macroeconomia. Potete fare grandi cose sul fronte della microeconomia e tuttavia rovinare tutto con la vostra politica monetaria.
Dunque queste sono le mie note sulla Danimarca – alle quali aggiungo una osservazione: niente tra i danesi viene pronunciato neanche lontanamente come lo spelling suggerirebbe ad un individuo di lingua inglese (il famoso astronomo Tico Brahe, se ho ben compreso, si risolve in qualcosa come Tuco Brawwww). Non accade lo stesso con il tedesco. Perché lo fanno?
[1] La vita di Brian, o Brian di Nazareth, è un film commedia del 1979 diretto da Terry Jones e interpretato dal gruppo comico inglese Monty Python. Wikipedia
agosto 7, 2018
July 30, 2018
By Paul Krugman
By now, it’s almost a commonplace to say that Trump has systematically betrayed the white working class voters who put him over the top. He ran as a populist; he’s governed as an orthodox Republican, with the only difference being the way he replaced racial dog-whistles with raw, upfront racism.
Many people have made this point with respect to the Trump tax cut, which is so useless to ordinary workers that Republican candidates are trying to avoid talking about it. The same can be said about health care, where Democrats are making Trump’s assault on the Affordable Care Act a major issue while Republicans try to change the subject.
But I think we should be seeing more attention devoted to the way Trump’s nomination of Brett Kavanaugh for the Supreme Court fits into this picture. The Times had a good editorial on Kavanaugh’s anti-worker agenda, but by and large the news analyses I’ve seen focus on his apparently expansive views of presidential authority and privilege.
I agree that these are important in the face of a lawless president with authoritarian instincts. But the business and labor issues shouldn’t be neglected. Kavanaugh is, to put it bluntly, an anti-worker radical, opposed to every effort to protect working families from fraud and mistreatment.
The most spectacular example is his opinion that Sea World owed no liability for a killer whale attack that killed one of its workers, because she should have known the risks. He has declared the Consumer Financial Protection Bureau, which helps control the financial fraud against working families that played a major role in the 2008 crisis, unconstitutional. He’s taken an extremely expansive view of the rights of business to suppress union organizing.
This is all, by the way, the opposite of populism. The public strongly supports worker protections. The ongoing campaign to take them away is an act of conservative elites, people who have made their careers by carrying water for business interests, and is being implemented in effect by stealth under the noses of voters who thought Trump was on their side.
And this betrayal matters much more for workers than, say, Trump’s trade bluster. There’s growing evidence that wage stagnation in America — the very stagnation that angers Trump voters — isn’t being driven by impersonal forces like technological change; to an important extent it’s the result of political changes that have weakened workers’ bargaining power. If Trump manages to install Kavanaugh, he’ll help institutionalize these anti-worker policies for decades to come.
Il massimo tradimento di Trump,
di Paul Krugman
A questo punto, è quasi un luogo comune dire che Trump ha sistematicamente tradito gli elettori della classe lavoratrice bianca che l’hanno messo al comando. Si è candidato come un populista; ha governato come un repubblicano ortodosso, la sola differenza essendo il modo in cui ha sostituito i richiami razzistici con un razzismo crudo e senza infingimenti.
Molte persone hanno avanzato lo stesso argomento in relazione al taglio delle tasse di Trump, che è così inutile per i lavoratori ordinari che i candidati repubblicani stanno cercando di evitare di parlarne. Si può dire lo stesso dell’assistenza sanitaria, dove i democratici stanno facendo dell’assalto di Trump alla Legge sulla Assistenza Sostenibile un argomento
importante, mentre i repubblicani cercano di cambiare tema.
Ma io penso che dovremmo prestare più attenzione al modo in cui la nomina di Brett Kavanaugh da parte di Trump alla Corte Suprema si colloca in questo quadro. Il Times ha pubblicato un bell’editoriale sulla agenda contro i lavoratori di Kavanaugh, ma in generale le analisi nei notiziari che ho visto si concentrano sulle sue opinioni apparentemente estensive dell’autorità e dei privilegi presidenziali.
Concordo che questi siano temi importanti, a fronte di un Presidente privo di senso di legalità e con istinti autoritari. Ma i temi dell’economia e del lavoro non dovrebbero essere trascurati. Per dirla senza giri di parole, Kavanaugh è ostile ai lavoratori in modo radicale, si è opposto in ogni modo alla protezione delle famiglie dei lavoratori dalle frodi e dai maltrattamenti.
L’esempio più spettacolare è stata la sua opinione secondo la quale la società SeaWorld [1] non doveva alcun compenso per un attacco di un’orca marina che ha ucciso una delle sue lavoratrici, giacché ella avrebbe dovuto conoscere i rischi. Egli ha stabilito che l’Ufficio per la Protezione finanziaria del Consumatore, che contribuisce a controllare le frodi finanziarie ai danni delle famiglie dei lavoratori che giocarono un ruolo importante nella crisi del 2008, è incostituzionale ed ha sposato un punto di vista estremamente radicale sui diritti delle imprese nel sopprimere le organizzazioni sindacali.
Per inciso, questo è tutto l’opposto del populismo. L’opinione pubblica sostiene con energia le protezioni dei lavoratori. La perdurante campagna per metterle da parte è una iniziativa dei gruppi dirigenti conservatori, gente che ha costruito le proprie carriere portando acqua agli interessi delle società, e che in sostanza vengono rafforzandosi di nascosto sotto il naso degli elettori che pensavano che Trump stesse dalla loro parte.
Questo tradimento conta per i lavoratori molto di più che non, ad esempio, le smargiassate sul commercio di Trump. Ci sono prove crescenti che la stagnazione dei salari in America – la vera e propria stagnazione che irrita i sostenitori di Trump – non viene guidata da forze impersonali come i mutamenti tecnologici; in una misura importante essa è il risultato di cambiamenti politici che hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori. Se Trump riesce a mettere Kavanaugh in quel posto, aiuterà a istituzionalizzare queste politiche contro i lavoratori per i prossimi decenni.
[1] SeaWorld è una società di entertainment che appartiene ad una catena di acquari, con esibizione di mammiferi anche di grandi dimensioni.
luglio 28, 2018
July 28, 2018
By Paul Krugman
For the most part, reporting on 2nd quarter growth has been pretty decent. But I haven’t seen clear explanations of why one quarter’s growth tells us so little about longer-term growth prospects. I’m sure that reporters get it; maybe they assume that readers already know (a very bad assumption), or maybe they’re afraid of sounding too technical. But anyway, it seems as if there’s a gap worth filling; so here it comes.
The key point when you look at real GDP is that the economy’s actual output depends both on its capacity – the amount it is capable of producing on a sustained basis – and the rate at which it is using that capacity. That is,
Output = capacity * capacity utilization
CBO actually produces an estimate of capacity – “potential GDP” – which you can argue with, but is a useful benchmark. And you can look at the ratio of actual GDP to potential, which is an indication of how hot the economy is running:
Why does capacity utilization fluctuate? Mainly because the economy sometimes suffers from periods of inadequate demand, as it did after the 2008 financial crisis. Sometimes, also, the economy overheats, reaching levels of capacity utilization that will lead to rising inflation. The Fed thinks we’re in or near to that state now, although many economists disagree. Whoever’s right, the point is that there’s some limit to how hot the economy can run.
Now, suppose that for whatever reason capacity utilization rises. This will generate a period of rapid growth. To take a not at all arbitrary example, suppose that capacity is growing at a 2 percent annual rate, and capacity utilization rises 0.5 percent over the course of a quarter. Then growth in that quarter will be at an annual rate of 4 percent (because half a point in a quarter is two points at an annual rate.)
This, however, says nothing at all about whether the economy can achieve 3 or 4 percent growth over a longer period, say a decade. That would require evidence of an acceleration in the growth of capacity.
So does 2nd quarter growth say anything at all about the Trump economic agenda? The tax cut probably helped give the economy a bit of a bump: massive deficit spending will do that. (Obama could have presided over a much more rapid recovery if Republicans hadn’t insisted that deficits and debt are vast evils – but only when a Democrat is in the White House.) But deficit-based Keynesian stimulus wasn’t how the tax cut was sold, and isn’t a basis for sustained growth.
In short, one quarter’s growth is a nothingburger. The real news is that we’re still waiting for both the investment surge and the wage gains the tax cutters promised; as far as we can tell, they’re never coming.
Perché la crescita di un trimestre non ci dice nulla,
di Paul Krugman
Per la parte prevalente, i resoconti sulla crescita del secondo trimestre sono stati abbastanza decenti. Ma non ho visto spiegazioni chiare della ragione per la quale la crescita di un trimestre ci dice così poco delle prospettive di crescita a più lungo termine. Sono sicuro che i commentatori le conoscono; forse presuppongono che anche i lettori le conoscano (un assunto molto negativo), o forse sono timorosi di apparire troppo tecnicistici. Comunque sia, sembra ci sia un buco da riempire; dunque eccolo che arriva.
Il punto chiave, quando si osserva il PIL reale è che la produzione effettiva di un’economia dipende sia dalla sua capacità produttiva – quanto è capace di produrre su una base duratura – che dal tasso al quale essa sta usando tale capacità. Ovvero:
Produzione = Capacità produttiva * utilizzo di quella capacità
Effettivamente l’Ufficio Congressuale del Bilancio produce una stima della capacità – il “PIL potenziale” – con il quale si può essere o meno d’accordo, ma che è un utile punto di partenza. E si può osservare il rapporto tra il PIL effettivo e quello potenziale, che è un indicatore di quanto l’economia stia procedendo a pieno regime:
Perché l’utilizzazione della capacità produttiva è fluttuante? Principalmente perché in certi momenti l’economia soffre di inadeguata domanda, come accadde dopo la crisi finanziaria del 2008. Talvolta accade anche che l’economia si surriscaldi, raggiungendo livelli di utilizzazione della capacità produttiva che porteranno ad una inflazione crescente. La Fed pensa che oggi siamo in tale condizione, o che ci stiamo avvicinando, sebbene molti economisti non siano d’accordo. Chiunque abbia ragione, il punto è che c’è qualche limite alla forza con la quale l’economia può correre.
Supponiamo adesso che per una ragione qualsiasi l’utilizzazione della capacità produttiva cresca. Questo produrrà un periodo di rapida crescita. Per prendere un esempio per nulla arbitrario, supponiamo che la capacità produttiva cresca ad un tasso del 2 per cento annuo, e l’utilizzazione di tale capacità cresca dello 0,5 per cento nel corso di un trimestre. In quel caso la crescita in quel trimestre porterà ad un tasso annuo del 4 per cento (giacché mezzo punto in un trimestre corrisponde a due punti nel tasso annuale).
Questo, tuttavia, non ci dice niente sul fatto che l’economia possa ottenere un 3 o 4 per cento di crescita su un periodo più lungo, ad esempio su un decennio. Per ciò sarebbe richiesta la prova di una accelerazione nella crescita della capacità produttiva.
Dunque, la crescita del secondo trimestre non dice proprio niente a proposito della agenda economica di Trump? Il taglio delle tasse probabilmente ha contribuito a dare all’economia un po’ di spinta, una massiccia spesa in deficit farà altrettanto (Obama potrebbe aver governato in un periodo di ripresa molto più rapido, se i repubblicani non avessero insistito che i deficit e il debito sono grandi mali – ma solo quando ci sono democratici alla Casa Bianca). Ma uno stimolo keynesiano basato sul deficit non è stato il modo in cui è stato pubblicizzato il taglio alle tasse, e non è una base per una crescita prolungata.
In poche parole, la crescita di un trimestre è come un panino senza companatico. La vera notizia è che stiamo ancora aspettando sia una crescita degli investimenti che gli incrementi salariali che i tagliatori delle tasse avevano promesso; e per quanto posso dire, non arriveranno mai.
luglio 18, 2018
July 14, 2018
By Paul Krugman
Back in 2014 Paul Ryan declared that the War on Poverty had failed, so it was time to slash spending on anti-poverty programs. Last week the Trump Council of Economic Advisers declared not only that the War on Poverty has in fact substantially reduced poverty – which is what progressives have been saying all along – but that poverty is “largely over”. (Do these people ever visit the real world?)
And because poverty is over, they say, we should impose lots of work requirements on Medicaid and food stamps, which would have the effect of slashing spending on these programs. Somehow a completely opposite reading of the facts leads to the same policy conclusion. Funny how that works.
But are benefits like Medicaid and food stamps really discouraging a lot of people from working? One way to answer that question is to look at who is receiving benefits without working. The White House analysis claims that many of those non-working adults could work; but I put a lot more trust in the Kaiser Family Foundation, which finds only a small number of potential workers among benefit recipients.
Anyway, another way to answer the question is to look at the international evidence. True, cross-country comparisons aren’t controlled experiments; but given how much Republicans like to talk about the “failing welfare states of Europe,” it might be worth asking whether prime-age adults are, in fact, a lot less likely to work in countries where benefits are far more generous than they are in the United States.
So here’s a chart, using OECD data, that compares in-kind benefits as a percentage of GDP with the employment rate for adults aged 25-54, for a selected group of countries:
Hmm. Prime-aged Americans are actually less likely to be employed than residents of those failing welfare states. And that’s despite the fact that U.S. macroeconomic policy has been better, and we’re much closer to full employment.
On the other hand, high social expenditures do seem to be associated with low rates of poverty (measured using the international standard of half median income):
So do anti-poverty programs discourage work, as conservatives incessantly claim? If there is such an effect, it’s small enough to be invisible in the data. One thing anti-poverty programs do seem to do, however, is … reduce poverty.
Sussidi, lavoro e povertà. Di Paul Krugman
Nel 2014 Paul Ryan dichiarò che la Guerra sulla Povertà era fallita, dunque era tempo di abbattere la spesa sui programmi contro la povertà. La scorsa settimana il Comitato dei Consiglieri Economici di Trump ha dichiarato che non solo la Guerra sulla Povertà ha di fatto sostanzialmente ridotto la povertà – che è quanto i progressisti dicono da tempo – ma che la povertà è “largamente superata” (questa gente visita mai il mondo reale?)
E poiché la povertà è superata, dicono, dovremmo imporre una gran quantità di obblighi di lavoro su coloro che fruiscono di Medicaid e degli aiuti alimentari, che avrebbero l’effetto di abbattere la spesa su questi programmi. In qualche modo, una lettura completamente opposta dei fatti conduce alla medesima conclusione politica. È buffo come funziona.
Ma i sussidi come Medicaid e gli aiuti alimentari, davvero scoraggiano molte persone dal lavoro? Un modo per rispondere a tale domanda è guardare chi sta ricevendo sussidi senza lavorare. L’analisi della Casa Bianca sostiene che molti di quegli adulti che non lavorano potrebbero lavorare; ma io ho molta più fiducia nella Fondazione della Famiglia Kaiser, che scopre un minimo numero di lavoratori potenziali tra i percettori dei sussidi.
Comunque, un altro modo di rispondere alla domanda è osservare le testimonianze internazionali. È vero, i confronti all’interno del paese non sono esperimenti controllati; ma considerato quanto i repubblicani amano parlare degli “Stati assistenziali falliti dell’Europa”, potrebbe valere la pena di chiedersi se gli adulti nella principale età lavorativa sia, davvero, molto meno probabile che lavorino in paesi nei quali i sussidi sono di gran lunga molto più generosi che negli Stati Uniti.
Dunque ecco un diagramma, utilizzando dati dell’OCSE, che compara sussidi simili come percentuale del PIL con i tassi di occupazione per gli adulti di età tra i 25 e i 54 anni, in un gruppo selezionato di paesi:
Ma guarda! É in effetti meno probabile che gli americani nella principale età lavorativa siano occupati dei residenti di quegli stati assistenziali prossimi al fallimento. E questo nonostante che la politica economica degli Stati Uniti sia stata migliore, e che noi si sia più vicini alla piena occupazione.
D’altra parte, le elevate spese sociali sembrano davvero essere associate con bassi tassi di povertà (misurati utilizzando il comune procedimento internazionale della metà del reddito mediano):
Dunque, i programmi contro la povertà scoraggiano il lavoro, come incessantemente i conservatori sostengono? Se c’è un tale effetto, deve essere talmente piccolo da essere invisibile nei dati. Una cosa che i programmi contro la povertà sembrano fare, tuttavia, è … ridurre la povertà.
[1] Le due tabelle mostrano il peso in percentuale sul PIL dei sussidi nei vari paesi (linea orizzontale), il rapporto al tasso di occupazione nel periodo lavorativo tra 25 e 54 anni (prima tabella) e il tasso di povertà (seconda tabella). Come si vede, negli Stati Uniti gli effetti sull’occupazione di sussidi minori sono i più modesti, e il tasso di povertà con sussidi minori resta il più elevato.
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luglio 17, 2018
July 10, 2018
By Paul Krugman
These days I’m writing a lot about trade policy. I know there are more crucial topics, like Alan Dershowitz. Maybe a few other things? But getting and spending go on; and to be honest, in a way I’m doing trade issues as a form of therapy and/or escapism, focusing on stuff I know as a break from the grim political news.
Anyway, as Britain’s self-inflicted Brexit crisis (self-inflicted with some help from Putin, it seems) comes to a head, it seems to me worth trying to explain some aspects of the economics involved that should be obvious – surely are obvious to many British economists – but aren’t, apparently, as obvious either to Brexiteers or to the general public.
These aspects explain why Theresa May is trying to do a soft Brexit or even, as some say, BINO – Brexit In Name Only; and why the favored alternative of Brexiteers, trade agreements with the United States and perhaps others to replace the EU, won’t fly.
Now, many of the arguments for Brexit were lies pure and simple. But their claims about trade, both before and after the vote, may arguably be seen as misunderstandings rather than sheer dishonesty.
In the world according to Brexiteers, Britain needn’t lose much by leaving the EU, because it can still negotiate a free trade agreement with the rest of Europe, or, at worst, face the low tariffs the EU imposes on other non-EU economies. Meanwhile, Britain can negotiate better trade deals elsewhere, especially the US, that will make up for any losses on the EU side.
What’s wrong with this story? The first thing to understand is that the EU is not a free trade agreement like NAFTA; it’s a customs union, which is substantially stronger and more favorable to trade.
What’s the difference? In NAFTA, most Mexican products can enter the U.S. tariff-free. But Mexico and the U.S. don’t charge the same tariffs on imports from third parties. This means that Mexican goods entering the U.S. still have to face a customs inspection, to make sure that they’re actually Mexican, not, say, Chinese goods unloaded in Mexico and trucked across the border to bypass U.S. tariffs.
And actually it’s worse than that, because what is a Mexican good, anyway? NAFTA has elaborate rules about how much Mexican content is required to qualify for zero tariffs, and this adds a lot of paperwork and frictions to intra-NAFTA trade.
By contrast, the EU sets common external tariffs, which means that once you’re in, you’re in: once goods are unloaded at Rotterdam they can be shipped on to France or Germany without further customs checks. So there’s much less friction.
And frictions, not tariffs, are what businesses are complaining about as Brexit draws near. For example, the British auto industry relies on “just-in-time” production, maintaining low inventories of parts, because it has been able to count on prompt arrival of parts from Europe. If Britain leaves the customs union, the risk of customs delays would make this infeasible, substantially raising costs.
These frictions are also why estimates of the cost of Brexit are comparable to estimates of the cost of a global tariff war, even though the predicted reduction in trade volumes is much smaller.
Still, even if leaving the customs union would be costly, couldn’t Britain make up for that by getting a really good deal with Donald Trump’s America? No.
Certainly the U.S. couldn’t offer hugely valuable tariff reductions, for the simple reason that our tariffs on EU products – like EU tariffs on our products – are already quite low. You can find examples of high tariffs, like our 25 percent tariff on light trucks, but overall there just isn’t much to give.
What about a Britain-U.S. customs union? That would be hugely problematic, among other things because given the asymmetry in size Britain would effectively be giving Washington complete control over its policy. Beyond that, no deal with the U.S. could be worth as much as Britain’s customs union with its neighbors, because of gravity.
What? One of the best-established relationships in economics is the so-called gravity equation for trade between any two countries, which says that the amount of trade depends positively on the size of the two countries’ economies but negatively on the distance between them. You can see this very clearly in British exports. Here’s British exports to selected countries as a percentage of the importing country’s GDP, plotted against the distance to that country:
The point is that while America offers a market comparable in size to that of the EU, it’s much further away, so that even if the UK could make an incredible deal with us, it wouldn’t be worth nearly as much as the customs union they have.
All of this explains why May is trying to negotiate a deal that keeps the customs union intact. But that, of course, ain’t much of an exit: Brussels will still set UK trade policy, except that Britain will no longer have a vote. So what was the point of Brexit in the first place?
Good question. Too bad more people didn’t ask it before the referendum.
La Brexit incontra la forza di gravità, di Paul Krugman
In questi giorni sto scrivendo molto sulla politica commerciale. So che ci sono altri temi cruciali, come quello di Alan Dershowitz [1]. Forse poche altre cose? Ma la vita quotidiana procede e a essere onesti, in un certo senso mi sto occupando dei temi del commercio come una forma di terapia e/o di fuga, concentrandomi su cose che conosco come una pausa dalle cupe informazioni della politica.
In ogni modo, dato che l’autoprovocata crisi inglese della Brexit (auto inflitta con qualche aiuto, a quanto sembra, da parte di Putin) viene al pettine, mi sembra che sia il caso di cercar di spiegare alcuni aspetti dell’economia che la riguarda che dovrebbero essere evidenti – certamente sono evidenti per molti economisti inglesi – ma, a quanto sembra, non sono così evidenti per i sostenitori della Brexit o per l’opinione pubblica in generale.
Questi aspetti spiegano perché Theresa May stia cercando di adottare una Brexit leggera o persino, come alcuni dicono, una BINO (una Brexit solo di nome); e perché l’alternativa favorita dei sostenitori della Brexit, accordi commerciali con gli Stati Uniti e forse con altri per sostituire l’Unione Europea, non decollerà.
Ora, molti argomenti della Brexit erano pure e semplici bugie. Ma le loro tesi sul commercio, sia prima che dopo il voto, possono probabilmente essere considerate come incomprensioni, anziché come vera e propria disonestà.
Nel mondo secondo i sostenitori della Brexit, l’Inghilterra non è destinata a rimetterci molto dall’abbandono dell’UE, giacché essa può ancora negoziare un accordo di libero commercio con il resto dell’Europa, o, nel peggiore dei casi, affrontare le basse tariffe che l’UE impone ad altre economie che non fanno parte dell’UE. Nel frattempo, l’Inghilterra può negoziare migliori accordi commerciali dappertutto, specialmente con gli Stati Uniti, che rimedieranno ad ogni perdita sul versante dell’UE.
Cosa non funziona in questa storia? La prima cosa da comprendere è che l’UE non è un accordo di libero commercio come il NAFTA; è un’unione doganale, ovvero qualcosa sostanzialmente più forte e più favorevole al commercio.
Qual è la differenza? Nel NAFTA, la maggioranza dei prodotti messicani possono entrare negli Stati Uniti senza pagare tariffe. Ma il Messico e gli Stati Uniti non caricano le stesse tariffe sulle importazioni da paesi terzi. Questo significa che i prodotti messicani che entrano negli Stati Uniti devono ancora far fronte ad una ispezione doganale per accertare che siano effettivamente messicani, e non, diciamo, prodotti cinesi caricati in Messico e trasportati su camion attraverso il confine per eludere le tariffe statunitensi.
E in realtà la seconda ipotesi è peggiore della prima, perché, in fin dei conti, cosa è un prodotto messicano? Il NAFTA contiene regole elaborate su quanto contenuto messicano è richiesto per essere idonei a nessuna tariffa, e questo aggiunge una gran quantità di scartoffie e di frizioni nel commercio all’interno del NAFTA.
All’opposto, l’UE stabilisce tariffe esterne comuni, il che significa che una volta che siete dentro, siete dentro: una volta che i prodotti sono scaricati a Rotterdam possono essere spediti per nave in Francia o in Germania senza ulteriori controlli doganali. Dunque c’è molta minore frizione.
E le frizioni, non le tariffe, sono ciò di cui le imprese si stanno lamentando nel momento in cui la Brexit si avvicina. Ad esempio, l’industria automobilista inglese si basa su una produzione “appena in tempo”, mantenendo una giacenza di componenti bassa, perché si è stati capaci di far conto su un rapido arrivo delle componenti dall’Europa. Se l’Inghilterra lascia l’unione doganale, i ritardi delle dogane renderanno questa soluzione impraticabile, elevando sostanzialmente i costi.
Queste frizioni sono anche la ragione per la quale le stime dei costi della Brexit sono paragonabili alle stime dei costi di una guerra commerciale, anche se la prevista riduzione del volume del commercio è molto più piccola.
Eppure, anche se lasciare l’unione doganale sarebbe costoso, l’Inghilterra non potrebbe compensarla ottenendo un accordo davvero buono con l’America di Donald Trump? No.
Certamente gli Stati Uniti non potrebbero offrire riduzioni delle tariffe di grande valore, per la semplice ragione che le nostre tariffe sui prodotti dell’UE – come le tariffe dell’UE sui nostri prodotti – sono già abbastanza basse. Si possono trovare esempi di alte tariffe, come la nostra tariffa del 25 per cento sui veicoli commerciali leggeri, ma nel complesso non c’è proprio molto da offrire.
Che cosa dire di un’unione doganale tra Inghilterra e Stati Uniti? Che sarebbe del tutto problematica, tra le altre cose perché l’asimmetria derivante dalle dimensioni dell’Inghilterra sarebbe sostanzialmente come dare a Washington il completo controllo sulla sua politica. Oltre a ciò, nessun accordo con gli Stati Uniti potrebbe valere altrettanto di una unione doganale dell’Inghilterra con i suoi vicini, per effetto della gravità.
Che cosa? Una delle relazioni meglio fondate in economia è la cosiddetta equazione di gravità per il commercio tra qualsiasi due paesi, che dice che la quantità di commercio dipende positivamente dalle dimensioni delle economie dei due paesi, ma negativamente dalla loro distanza. Lo si può vedere molto chiaramente nelle esportazioni inglesi. Ecco le esportazioni inglesi verso paesi selezionati sulla base della percentuale delle esportazioni sul PIL del paese importatore, e disegnata a confronto con la distanza verso quel paese:
Il punto è che mentre l’America offre nelle dimensioni un mercato paragonabile con quello dell’UE, essa è molto più distante, cosicché persino se l’Inghilterra potesse concordare con noi un accordo incredibile, esso non avrebbe neanche lontanamente il valore dell’unione doganale che essi hanno.
Tutto questo spiega perché la May sta cercando di negoziare un accordo che mantenga intatta l’unione doganale. Ma questa, ovviamente, non è proprio un’uscita: Bruxelles continuerà a stabilire la politica commerciale per il Regno Unito, sennonché l’Inghilterra non avrà più il diritto di voto. Qual’era, dunque, l’argomento per la Brexit agli inizi?
Bella domanda. Troppe persone mediocri non se lo chiesero prima del referendum.
[1] Alan Dershowitz, celebre avvocato e professore di Harvard, era considerato un liberal. Aveva votato prima per Barack Obama, poi per Hillary Clinton. Ma negli ultimi mesi, partecipando a show televisivi soprattutto sulla Foxnews, la rete pro-Trump, ha criticato l’inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller e ha sostenuto che il presidente non poteva essere incriminato per ostruzione della giustizia, ricevendo gli applausi della Casa Bianca. In compenso le posizioni dell’eccentrico avvocato-professore, che nel passato difese anche O.J. Simpson, non sono piaciute ai democratici. Dershowitz, in un editoriale su The Hill, ha parlato di nuovo “clima maccartista”.
Che sia un “tema cruciale” del momento sembra una battuta ironica.
luglio 13, 2018
By Paul Krugman
As I wrote the other day, Alexandria Ocasio-Cortez may call herself a socialist and represent the left wing of the Democratic party, but her policy ideas are pretty reasonable. In fact, Medicare for All is totally reasonable; any arguments against it are essentially political rather than economic.
A federal jobs guarantee is more problematic, and a number of progressive economists with significant platforms have argued against it: Josh Bivens, Dean Baker, Larry Summers. (Yes, Larry Summers: whatever you think of his role in the Clinton and Obama administrations, he’s a daring, unconventional thinker when not in office, with a strongly progressive lean.) And I myself don’t think it’s the best way to deal with the problem of low pay and inadequate employment; like Bivens and his colleagues at EPI, I’d go for a more targeted set of policies.
But I’m fine with candidates like AOC (can we start abbreviating?) proposing the jobs guarantee, for a couple of reasons. One is that realistically, a blanket jobs guarantee is unlikely to happen, so proposing one is more about highlighting the very real problems of wages and employment than about the specifics of a solution. Beyond that, some of the critiques are, I think, off base.
Here’s the way some of the critiques seem to run: a large share of the U.S. work force – Baker says 25 percent, but it looks like around a third to me – makes less than $15 an hour. So offering these workers a higher wage would bring a huge rush into public employment, implying a very expensive program.
What’s wrong with this argument? The key point is that all those sub-$15 workers aren’t just sitting around collecting paychecks: they’re producing goods and (mostly) services that the public wants. The public will still want those services even if the government guarantees alternative employment, so the firms providing those services won’t go away; they’ll just have to raise wages enough to hold on to their employees, who would now have an alternative.
Now, that doesn’t mean zero job loss. Employers might replace some workers with machines; they would have to raise prices, meaning that they would sell less; so private employment might go down.
But all this is true about increases in the minimum wage, too. And we have a lot of evidence on what minimum wage increases do, because we get a natural experiment every time a state raises its minimum wage but neighboring states don’t. What this evidence shows is that minimum wage hikes have very little effect on employment.
So if we think of a job guarantee as a minimum wage hike backstopped by a public option for employment, we should not expect a mass migration of workers from private to public jobs.
OK, a couple of caveats. First, while we have a lot of evidence on minimum wage hikes, these have generally been modest, leaving wages well below the level of the proposed federal guarantee. And even the leftiest of economists would agree that a sufficiently high minimum wage – say, $30 an hour – would reduce employment. Is $15 an hour high enough to get us into job-destroying territory? In high-income regions, probably not. But in America’s lagging, poorer regions there might be significant job losses.
Second, there are quite a few working-age adults who aren’t in the labor force at all, and at least some of them aren’t working because they see no job opportunities at all. A federal jobs guarantee might bring a substantial number of these non-working adults back into the work force. This would, of course, be a good thing from a social point of view – in fact, it’s kind of the point of the whole program – but could mean having to find work and money for a lot of new public employees.
How many? At its peak in 2001 the prime-aged employment rate was almost 3 percentage points above its current level. If a job guarantee brought such employment back to its peak, that would mean 3 ½ million additional workers. So we could be talking about a lot of people.
So I don’t want to minimize the potential problems with a job guarantee. But a wholesale migration from low-paid private to public employment isn’t one of those problems.
And to repeat what I said Tuesday, whatever problems you may have with the specifics of AOC’s proposals, they’re far more sensible than, say, Larry Kudlow or Sam Brownback-style voodoo economics, which passes for mainstream economic thinking on the other side of the aisle.
Ancora sulla garanzia del lavoro (per esperti), di Paul Krugman
Come ho scritto l’altro giorno, Alexandria Ocasio-Cortez può definirsi socialista e rappresentare l’ala sinistra del Partito Democratico, ma le sue idee politiche sono abbastanza ragionevoli. ‘Medicare per tutti’ è completamente ragionevole; ogni argomento contro di essa è sostanzialmente politico, piuttosto che economico.
Una garanzia federale sui posti di lavoro è più problematica, e un certo numero di economisti progressisti che hanno programmi impegnativi hanno avanzato obiezioni: Josh Bivens, Dean Baker, Larry Summers (sì, Larry Summers: qualsiasi cosa pensiate del suo ruolo nelle Amministrazioni Clinton e Obama, è una persona coraggiosa, un pensatore non convenzionale quando non ha una carica, con un orientamento fortemente progressista). Ed io stesso non penso che sia il modo migliore per misurarsi con i bassi salari e una occupazione inadeguata; come Bivens e i suoi colleghi dell’Istituto sulle Politiche dell’Occupazione, sarei a favore di un complesso di politiche più mirate.
Ma sono d’accordo con candidati come AOC (possiamo cominciare ad abbreviare il nome?) che propongono garanzie per i posti di lavoro, per un paio di ragioni. Una è che realisticamente, è improbabile che una copertura della garanzia dei posti di lavoro, cosicché proporne una riguarda soprattutto il mettere in evidenza i problemi assai reali dei salari e dell’occupazione che non i dettagli di una soluzione. Oltre a ciò, penso che alcuni critici siano in errore.
Ecco il modo in cui i critici sembrano ragionare: una larga quota del lavoro negli Stati Uniti – Baker dice il 25 per cento, ma a me sembra più vicina ad un terzo – realizza meno di 15 dollari all’ora. Dunque offrire a questi lavoratori un salario più elevato porterebbe ad un vasto esodo nell’occupazione pubblica, comportando un programma molto costoso.
Cosa c’è di sbagliato in questo argomento? Il punto chiave è che tutti quei lavoratori che sono sotto i 15 dollari non se ne stanno seduti in cerchio a raccogliere assegni: producono beni e soprattutto servizi che la gente richiede. La gente continuerà a volere tali servizi anche se il Governo garantisce una occupazione alternativa, cosicché le imprese che forniscono tali servizi non scompariranno; dovranno soltanto elevare i salari abbastanza da mantenere i loro occupati, che a quel punto avrebbero una alternativa.
Ora, questo non significa nessuna perdita di posti di lavoro. I datori di lavoro potrebbero sostituire i lavoratori con le macchine; potrebbero alzare i prezzi, giacché venderebbero di meno; in tal modo l’occupazione privata scenderebbe.
Ma tutto questo è vero anche nel caso di aumenti del minimo salariale. E abbiamo molte prove su ciò che provocano gli aumenti del minimo salariale, perché abbiamo un esperimento naturale ogni volta che uno Stato aumenta il suo minimo salariale mentre non lo aumentano gli Stati vicini. Quello che queste prove dimostrano è che gli aumenti del minimo salariale hanno un minimo effetto sull’occupazione.
Dunque, se pensiamo alla garanzia del posto di lavoro come un aumento del minimo salariale sorretto da una scelta pubblica per l’occupazione, non dovremmo aspettarci un esodo di massa di lavoratori dal lavoro privato a quello pubblico.
Però, un paio di avvertimenti. Il primo, mentre abbiamo molte prove sugli aumenti dei minimi salariali, in genere questi ultimi sono stati modesti, lasciando i salari molto al di sotto della proposta di garanzia federale. E persino gli economisti più di sinistra sarebbero d’accordo che un minimo salariale sufficientemente alto – diciamo, 30 dollari all’ora – ridurrebbe l’occupazione. 15 dollari all’ora sono sufficienti per avere una situazione di devastazione occupazionale? Nelle aree ad alto reddito, probabilmente no. Ma nell’America che resta indietro, nelle regioni più povere ci potrebbero essere perdite di occupazione significative.
In secondo luogo, c’è un buon numero di adulti in età lavorativa che non sono per niente nella forza lavoro, e almeno alcuni di loro non stanno lavorando perché non vedono affatto alcuna opportunità di lavoro. Una garanzia federale di posti di lavoro porterebbe un numero sostanziale di questi adulti che non lavorano nelle forze di lavoro. Questa, naturalmente, da un punto di vista sociale sarebbe una cosa buona – di fatto, in un certo senso è l’aspetto fondamentale dell’intero programma – ma potrebbe comportare di dover trovare lavoro e denaro per una grande quantità di occupati pubblici.
Quanti? Al suo punto più alto nel 2001, il tasso di occupazione nel principale periodo lavorativo era quasi di tre punti percentuali al di sopra del suo livello attuale. Se il lavoro garantito riportasse tale occupazione al suo livello più elevato, comporterebbe 3 milioni e mezzo di lavoratori aggiuntivi. Dunque, potremmo star ragionando di molte persone.
Dunque, non intendo minimizzare i problemi potenziali di una garanzia di lavoro. Ma un esodo su larga scala dal settore privato meno pagato al pubblico impiego non è uno di quei problemi.
E, per ripetere quello che ho detto martedì, qualsiasi problemi potete avere con i dettagli delle proposte di Alexandra Ocasio-Cortez, esse sono assai più ragionevoli, ad esempio, dell’economia di stile voodoo di Larry Kudlow o di Sam Brownback, che passa come il principale pensiero economico sull’altro versante dello schieramento politico.