July 3, 2018
By Paul Krugman
Alexandria Ocasio-Cortez’s upset primary victory has produced a huge amount of punditry about the supposed radicalization of the Democratic party, how it’s going to hurt the party because her positions won’t sell in the Midwest (and how well would Steve King’s positionssell in the Bronx?), etc., etc.. But I haven’t seen much about the substance of the policies she advocates, which on economics are mainly Medicare for All and a federal job guarantee.
So here’s what you should know: the policy ideas are definitely bold, and you can make some substantive arguments against them. But they aren’t crazy. By contrast, the ideas of Tea Party Republicans are crazy; in fact, Ocasio-Cortez’s policy positions are a lot more sensible than those of the Republican mainstream, let alone the GOP’s more radical members.
Since Ocasio-Cortez is being compared to Dave Brat, who unseated Eric Cantor, consider this: Brat favors a constitutional amendment forcing a balanced budget every year, which 96 percent of economists think is a really bad idea. Also, by the way, remember that Republicans won big in the midterms that followed Cantor’s demise.
So, about Ocasio-Cortez’s positions: Medicare for all is a deliberately ambiguous phrase, but in practice probably wouldn’t mean pushing everyone into a single-payer system. Instead, it would mean allowing individuals and employers to buy into Medicare – basically a big public option. That’s really not radical at all.
And if we’re talking economics rather than politics, every advanced country except America has some form of guaranteed health insurance; decades of experience show that these systems are workable; and they all have lower costs than we do. Calling for us to do what everyone else has managed to do is perfectly reasonable.
What about a jobs guarantee? Ocasio-Cortez’s proposal can be thought of as a rise in the national minimum wage to $15, combined with a sort of public option for employment in case that wage rise leads either to private-sector job losses or an increase in labor force participation.
Now, there’s a huge amount of evidence to the effect that minimum wage hikes don’t significantly reduce employment. To be fair, however, $15 is outside the range of historical experience, and you can make a plausible case that in low-productivity regions like much of the south there would be some job losses. On the other hand, those are precisely the regions that could really use some aid.
And even progressive economists like Josh Bivens aren’t sure whether a job guarantee is a good idea, mainly because they wonder whether the government can figure out how to manage large numbers of workers hired under the program and are uncertain about the cost. For what it’s worth, I’m pretty much with Bivens here, although I think he may be overstating the difficulties a bit; the goal of the jobs guarantee is laudable, but there are better ways to get there.
Also for what it’s worth, estimates by the leading academic advocates of a jobs guarantee – Paul, Darity, and Hamilton – say that it would be expensive, costing more than $500 billion a year, although they believe that part of this cost would be offset by lower spending on safety-net programs and higher tax receipts.
My own take is that they’re both too optimistic and too pessimistic. On one side, they believe that a huge number of people would enter the work force — that U6, the broadest measure of unemployment, would fall to just 1.5 percent, far below anything we’ve seen even at the peak of previous booms:
My guess is that they’re way too optimistic here, that many of those not working still wouldn’t be working for a variety of reasons even with a guaranteed job.
But if fewer people than they think took those guaranteed jobs, the program’s cost would be correspondingly lower. Say it only ended up costing half their projection, $270 billion a year: how irresponsible would that be?
Well, the Trump tax cut, according to CBO, will increase the fiscal 2019 deficit by $280 billion. And it will do that while delivering little or nothing to working-class families. Whether or not you support Ocasio-Cortez here, she’s advocating a more responsible policy than that actually enacted by Republican in Congress.
The point, in any case, is that while a jobs guarantee is probably further than most Democrats, even in the progressive wing, are willing to go, it’s a response to real problems, and it’s not at all a crazy idea.
So next time you hear someone on the right talk about the “loony left,” or some centrist pundit pretend that people like Ms. Ocasio-Cortez are the left equivalent of the Tea Party, ignore them. Radical Democrats are actually pretty reasonable.
I democratici radicali sono abbastanza ragionevoli, di Paul Krugman
La impressionante vittoria alle primarie di Alexandria Ocasio-Cortez ha provocato una grande quantità di commentatori sul tema della presunta radicalizzazione del Partito Democratico, su come essa sia destinata a danneggiare il partito perché le sue posizioni non saranno accettate nel Midwest (e con quanto favore le posizioni di Steve King [1] saranno accettate nel Bronx?) etc. etc. … Ma non ho visto granché sulla sostanza delle politiche che essa sostiene, che in economia sono fondamentalmente ‘Medicare per tutti’ e una garanzia federale sul posto di lavoro.
Ecco dunque qualcosa che dovreste sapere: le idee politiche sono di sicuro audaci, e contro di esse potete avanzare argomenti di una certa sostanza. Ma non sono folli. All’opposto, le idee dei repubblicani del Tea Party sono folli; di fatto le posizioni politiche di Ocasio-Cortez sono molto più sensate di quelle che prevalgono tra i repubblicani, per non dire di quelle dei componenti più radicali del Partito Repubblicano.
Dal momento che Ocasio-Cortez viene paragonata a Dave Brat, che scalzò Eric Cantor, si consideri questo: Brat è a favore di un emendamento costituzionale che costringa ogni anno ad un bilancio in equilibrio, mentre il 96 per cento degli economisti pensa che sia una pessima idea. Si ricordi, per inciso, che i repubblicani vinsero alla grande le elezioni di medio termine successive alla caduta di Cantor.
Dunque, a proposito delle posizioni della Ocasio-Cortez: ‘Medicare per tutti’ è volutamente una frase ambigua, ma in pratica probabilmente non comporterebbe di spingere tutti ad un sistema con un unico centro di pagamenti. Invece comporterebbe di consentire agli individui ed ai datori di lavoro di investire su Medicare – fondamentalmente una grande opzione pubblica. In realtà, questo non è affatto radicale.
E se parliamo di economia anziché di politica, ogni paese avanzato ad eccezione dell’America ha qualche forma di assicurazione sanitaria garantita; decenni di esperienze mostrano che questi sistemi funzionano; ed hanno tutti costi inferiori di quelli che abbiamo noi. Chiamarci a fare quello che tutti gli altri sono riusciti a fare è perfettamente ragionevole.
Che dire della assicurazione sui posti di lavoro? La proposta di Ocasio-Cortez può essere pensata come una crescita del salario minimo nazionale a 15 dollari, combinata con una sorta di opzione pubblica per l’assicurazione nel caso che la crescita del salario porti ad una perdita di posti di lavoro o ad un incremento della partecipazione alla forza lavoro.
Ora, c’è una gran quantità di prove che aumenti del salario minimo non riducono in modo significativo l’occupazione. Onestamente, tuttavia, 15 dollari vanno oltre la gamma della esperienza storica, e potreste avanzare la tesi plausibile che nelle regioni a bassa produttività come gran parte del Sud ci sarebbero alcune perdite di posti di lavoro. D’altra parte, quelle sono precisamente le regioni che in realtà potrebbero avere qualche forma di aiuto.
E persino economisti progressisti come Josh Bivens non sono sicuri che la garanzia del posto di lavoro sia una buona idea, principalmente perché si chiedono se il Governo possa avere un’idea di come gestire grandi numeri di lavoratori assunti con quel programma e sono incerti sul costo. Per quello che vale, io sono in questo caso abbastanza d’accordo con Bivens, sebbene pensi che egli sopravvaluti un po’ le difficoltà; l’obbiettivo della garanzia dei posti di lavoro è encomiabile, ma ci sono altri modi per arrivarci.
Sempre per quello che vale, le stime da parte dei principali sostenitori accademici della garanzia del posto di lavoro – Paul, Darity ed Hamilton – dicono che essa sarebbe costosa, più di 500 miliardi di dollari all’anno, sebbene essi ritengano che in parte questo costo sarebbe compensato da una spesa minore sui programmi della sicurezza sociale e da più elevate entrate fiscali.
La mia posizione è che essi sono sia troppo ottimisti che troppo pessimisti. Da una parte, credono che un gran numero di persone entrerebbero nella forza di lavoro – che l’U6, la misura più larga della disoccupazione, cadrebbe appena all’1,5 per cento, molto al di sotto di quello che non si è mai visto nei punti più alti delle precedenti espansioni:
La mia impressione è che in questo caso si sia troppo ottimisti, che molti di coloro che ancora non lavorano continuerebbero per varie ragioni a non lavorare anche con un posto di lavoro garantito.
Ma se un numero minore di persone di quelle che loro credono prendessero quei posti di lavoro garantiti, il costo del programma sarebbe corrispondentemente più basso. Diciamo che esso finirebbe per costare soltanto la metà della loro previsione, 270 miliardi di dollari all’anno: quanto sarebbe inaffidabile una tale previsione?
Ebbene, il taglio delle tasse di Trump, secondo l’Ufficio Congressuale del Bilancio, aumenterà il deficit della finanza pubblica per 280 miliardi di dollari. E lo farà portando poco o niente alle famiglie della classe lavoratrice. In questo caso, che voi appoggiate o meno la Ocasio-Cortez, ella sta sostenendo una politica più responsabile di quella effettivamente messa in atto dai repubblicani del Congresso.
Il punto, in ogni caso, è che mentre la garanzia dei posti di lavoro è probabilmente superiore a quella che la maggioranza dei democratici, persino nell’area progressista, è disponibile a mettere in atto, è una risposta a problemi reali, e non è affatto un’idea pazzesca.
Dunque, la prossima volta che sentite parlare qualcuno della destra di una “sinistra pazzesca”, o qualche commentatore centrista che pretende che persone come la Ocasio-Cortez siano l’equivalente di sinistra del Tea Parti, ignorateli. I democratici radicali sono in realtà abbastanza ragionevoli.
[1] Steve King è un repubblicano, membro del Congresso da lungo tempo, che interloquisce con i neonazisti e sostiene posizioni apertamente razzistiche sui musulmani.
luglio 9, 2018
June 30, 2018
By Paul Krugman
According to legend, Grigory Potemkin, one of Catherine the Great’s ministers (and her lover), created a false impression of prosperity when the empress toured Ukraine. He supposedly did this by setting up fake villages, or possibly just facades, along her route, then dismantling them after she passed, and setting them up again further down the road.
There probably isn’t much if any truth to the story — among other things, Catherine was too smart and tough-minded to be that easily deceived — but never mind: the legend has become a byword for the general idea of prettifying reality to please a tyrannical ruler. And it seems highly relevant to some of the economic “news” coming out of the Trump administration the past few days.
Just to be clear, the U.S. economy is still doing quite well overall, continuing the long expansion that began during Obama’s first term. Those of us who thought the economy would be hurt by political uncertainty have been wrong so far.
But Trump’s actual policy initiatives aren’t doing so well. His tax cut isn’t producing the promised surge in business investment, let alone the promised wage gains; all it has really done is lead to a lot of stock buybacks. Reflecting this reality, the tax cut is becoming less popular over time.
And the early phase of the trade war that was supposed to be “good, and easy to win” isn’t generating the kinds of headlines Trump wanted. Instead, we’re hearing about production shifting overseas to escape both U.S. tariffs on imported inputs and foreign retaliation against U.S. products. It’s really worth reading the submission by General Motors to the Commerce Department, urging a reconsideration of a tariff policy that “risks undermining GM’s competitiveness against foreign auto producers” and “will be detrimental to the future industrial strength and readiness of manufacturing operations in the United States.” In other words, “Don’t you understand global supply chains, you idiot?”
Actually, I’m waiting to hear that GM is really a Democratic company in league with the deep state.
But meanwhile, how is the administration responding? By making stuff up.
Now, making stuff up is actually standard operating procedure for these guys. We’re talking about an administration that’s taking children away from their parents and putting them in cages in response to a wave of violent immigrant crime that doesn’t, you know, actually exist. Trade policy itself is being driven by claims about the massive tariffs U.S. products face from, say, the European Union — tariffs that, like the immigrant crime wave, don’t actually exist.
But these are negative fictions, tales of wrongdoing by others. When it comes to Trump’s own economic policies, by contrast, it’s all puppies and rainbows — happy stories with no basis in reality.
Some of these come from Trump himself. For example, he declared that the head of U.S. Steel called him to say that the company was opening six new plants. It isn’t, and as far as we can tell the phone call never happened.
Meanwhile, reports say that the Council of Economic Advisers did an internal report concluding that Trump trade policy will cost jobs, not create them; Kevin Hassett, the chairman, pressed on these reports, said that he could neither confirm nor deny them; in other words, they’re true. But meanwhile Hassett is declaring that last year’s corporate tax cut has led to a “massive amount of activity coming home” — which is just false. Some companies are rearranging their accounting, producing what looks on paper like money coming back to the U.S., but this has no real effect on investment or employment.
But the most Potemkinesque story of the past week was the declaration by Larry Kudlow, the administration’s top economic official, that the budget deficit is “coming down rapidly” as “those revenues come rolling in.”
Actually, the deficit is rising fast, mainly because of a plunge in corporate tax receipts — the direct result of the tax cut:
The administration later tried to walk back Kudlow’s claim, saying that he was talking about great things that will happen in the future, not current events. Right.
OK, so Trump and company are making claims about the results of their policies that bear no relationship to reality. But reality has a well-known liberal bias. Will Trump’s habit of making things up, and his advisors’ willingness to celebrate imaginary policy triumphs, make any difference?
Actually, I think they might. The trade war is rapidly escalating, with our trading partners retaliating against US actions and reports that Trump wants to withdraw from the World Trade Organization. The best hope for breaking the cycle of retaliation would be for Trump to realize that the trade war is going badly, take a deep breath, and step back from the brink.
But who will tell him how things are really going? Given what we’ve seen the past few days, they’ll respond to plant closings and economic disruption with fantasies of triumph, while Trump will dismiss reports of problems as fake news. Reality will take a long time to break through, if it ever does. And by then the world trading system may be broken beyond repair.
L’economia Potemkin di Trump, di Paul Krugman
Secondo la leggenda, Grigory Potemkin, uno dei Ministri di Caterina la Grande (e suo amante), creava una falsa impressione di prosperità quando l’Imperatrice viaggiava in Ucraina. Si suppone che lo facesse tirando su falsi villaggi lungo il suo percorso, o forse solo le facciate, poi smantellandoli dopo che era passata, e tirandoli nuovamente su più avanti lungo la strada.
Probabilmente non c’è molta verità nel racconto – tra le altre cose Caterina era troppo intelligente e risoluta per essere ingannata così facilmente – ma non è importante: la leggenda è diventata sinonimo dell’idea generale di abbellire la realtà per compiacere un governante tirannico. E sembra molto pertinente per alcune delle “notizie” economiche che nei giorni scorsi sono state messe in circolazione dalla Amministrazione di Trump.
Solo per chiarezza, l’economia degli Stati Uniti sta andando nel complesso ancora abbastanza bene, proseguendo la lunga espansione che cominciò nel primo mandato di Obama. Chi tra di noi pensava che l’economia sarebbe stata danneggiata dall’incertezza politica, sinora ha avuto torto.
Ma le attuali iniziative politiche di Trump non stanno andando altrettanto bene. Il suo taglio delle tasse non sta producendo la promessa crescita degli investimenti delle imprese, per non dire i promessi vantaggi salariali; tutto quello che effettivamente ha realizzato è provocare una grande quantità di riacquisti di azioni. In conseguenza di questa realtà, il taglio alle tasse sta diventando col tempo meno popolare.
E la prima fase della guerra commerciale che si pensava fosse “positiva e facile da vincere” non sta generando quel genere di titoli sui giornali che Trump voleva. Piuttosto, sentiamo parlare di spostamenti delle produzioni all’estero per sfuggire sia alle tariffe degli Stati Uniti sui beni importati che alle ritorsioni straniere sui prodotti statunitensi. È veramente il caso di leggere la presentazione delle osservazioni della General Motors al Dipartimento del Commercio, che spingono a una riconsiderazione della politica tariffaria che “rischia di mettere in difficoltà la competitività della GM nei confronti dei produttori stranieri di automobili” e che “andrà a detrimento alla forza futura dell’industria ed alla rapidità delle operazioni manifatturiere negli Stati Uniti”. Per dirla con altre parole: “Non capite le catene globali dell’offerta, scemi?”
In effetti, sto aspettando di sentir dire che la GM è davvero una società collegata ai democratici in combutta col cosiddetto “ventre molle” del potere statale.
Ma nel frattempo come sta reagendo l’Amministrazione? Sta facendo del casino.
Ora, fare del casino è effettivamente la procedura operativa standard per questi individui. Stiamo parlando di una Amministrazione che toglie i figli ai loro genitori e li mette nelle gabbie in risposta ad una ondata di violenta criminalità degli immigrati che, come sapete, in realtà non esiste. La politica commerciale stessa viene guidata dalle pretese di massicce tariffe cui i prodotti statunitensi debbono far fronte, ad esempio, dall’Unione Europea – tariffe che, come l’ondata di criminalità degli immigrati, in realtà non esistono.
Ma queste sono simulazioni negative, racconti su misfatti altrui. Quando si passa alle politiche economiche di Trump stesso, all’opposto, esse sono tutte rose e fiori – racconti felici con nessuna base di realtà.
Alcuni di questi racconti provengono dallo stesso Trump. Ad esempio, è stato lui a dichiarare che il capo della US Steel l’aveva chiamato per dirgli che la società stava aprendo sei nuovi stabilimenti. Non è così e, per quanto si può dire, non ci fu mai alcuna telefonata.
Contemporaneamente, i resoconti dicono che il Comitato dei Consulenti Economici ha fatto un rapporto interno concludendo che la politica del commercio di Trump costerà posti di lavoro, non ne creerà; Kevin Hasset, il Presidente, sollecitato su questi rapporti, ha detto che non poteva né confermarli né negarli; in altre parole, essi erano veri. Ma nello stesso tempo Hasset sta dichiarando che i tagli alle tasse dell’anno scorso hanno portato ad “una massiccia attività di ritorno in patria” – il che è semplicemente falso. Alcune società stanno rimodulando le loro contabilità, producendo quello che sulla carta sembra un ritorno di denaro negli Stati Uniti, ma questo non ha alcun effetto reale sugli investimenti e sull’occupazione.
Ma il racconto più ‘potemkinesco’ della scorsa settimana è stata la dichiarazione di Larry Kudlow, il principale dirigente economico della Amministrazione, secondo il quale il deficit di bilancio “si sta abbassando rapidamente” dal momento che “quelle entrate stanno arrivando”.
In realtà il deficit sta crescendo rapidamente, principalmente a causa di un crollo delle ricevute fiscali delle società – la conseguenza diretta dei tagli delle tasse:
Successivamente, l’Amministrazione ha cercato di fare un passo indietro sulla pretesa di Kudlow, dicendo che stava parlando delle grandi cose che accadranno in futuro, non di eventi attuali. Esattamente.
Va bene, dunque Trump e compagni stanno facendo affermazioni sulle loro politiche che non hanno alcun nesso con la realtà. Ma la realtà ha una ben nota inclinazione progressista. L’abitudine di Trump di gonfiare le cose, e la disponibilità dei suoi consiglieri a celebrare trionfi politici immaginari, cambieranno qualcosa?
In effetti potrebbero farlo. La Guerra commerciale sta crescendo rapidamente, con I nostri partner commerciali che mettono in atto ritorsioni contro le iniziative statunitensi e i resoconti secondo i quali Trump intenderebbe uscire dalla Organizzazione Mondiale del Commercio. La migliore speranza per rompere il ciclo delle ritorsioni sarebbe che Trump comprendesse che la guerra commerciale sta andando male, facesse un respiro profondo e un passo indietro dal burrone.
Ma chi gli dirà come le cose stanno realmente procedendo? Dato quello che abbiamo visto nei giorni passati, risponderanno alla chiusura degli stabilimenti e al disordine economico con fantasie di trionfo, mentre Trump liquiderà i resoconti sui problemi come false notizie. Se mai accadrà, ci vorrà molto tempo perché la realtà si affermi. E per allora il sistema commerciale mondiale potrebbe essere guastato in modo irreparabile.
[1] La tabella mostra l’andamento negli utimi anni delle ricevute fiscali del Governo Federale.
luglio 8, 2018
June 27, 2018
By Paul Krugman
OK, this is a bit self-indulgent, aimed at a very narrow audience, and maybe also whiny too. But via Mark ThomaI see that Nicholas Gruen has a celebratory piece on Max Corden that for some reason is largely devoted to a sort of back-handed attack on yours truly. Money quote: “I think of Krugman as about the most brilliant and useful economist we have. But his most brilliant work wasn’t useful, and his most useful work isn’t brilliant.”
First, a word about Max Corden: his work has been wonderfully useful. In particular, his book “Trade Policy and Economic Welfare” is still, more than 40 years after its first publication, the best single guide to how to think about trade policy. It is, for example, lurking behind the recent stuff I’ve written about trade war and Brexit. Everything Gruen says about Max is totally true.
So what’s Gruen’s beef with me? He really, really doesn’t like the formalization of economies of scale and imperfect competition in trade that went along with the rise of the “new trade theory”, and compares it to the excessive faith in formalism that I myself have condemned in much of macroeconomics.
Obviously I don’t think that’s fair, and could say a lot about why I think the formalism was helpful. What’s really important here, however, is to point out the essential difference between the attitudes of new trade theory and “freshwater” macroeconomics toward real-world experience.
What the freshwater school did was to take the actual experience of business cycles and say, “We don’t see how to formalize this experience in terms of maximizing equilibrium models; therefore it doesn’t exist.” It only looks as if recessions result from inadequate demand and that monetary or fiscal expansion can create jobs; our models tell us that can’t happen, so it’s all an optical illusion.
This attitude, I’ve argued, had major negative consequences, not just for research, but for policy: it helped cultivate a sense of learned helplessness in the face of mass unemployment.
What about new trade theory? What us new trade theorists did was say, “It looks as if there’s a lot going on in world trade that can’t be explained in existing formal models. So let’s see if there’s a different approach to modeling that can make sense of what we see.” In other words, the attitude toward formalization was almost the opposite of the macro wrong turn: it was there to help clarify our reality sense, not deny it.
Now, we can argue about how much good this formalization did. I still believe that the formal models provided a level of clarity and legitimacy to trade discussion that wasn’t there before; your mileage may differ. Certainly nothing I wrote on trade has done as much to provide policy guidance as, say, my writing on the liquidity trap.
But one thing new trade theory certainly didn’t do was lend support to really bad ideas, or induce policy paralysis. And another thing it didn’t do was divert trade economists away from studying the real world. On the contrary, trade has become a far more empirical, open-minded field than it was when I first entered it.
Anyway, this isn’t about me (well, it sort of is, but never mind.) The important point shouldn’t be “don’t formalize”; it should be that formalism is there to open your mind, not close it, and if the real world seems to be telling you something inconsistent with your model, the problem lies in the model, not the world.
Usi ed abusi del formalismo economico, dal blog di Paul Krugman
È vero, questo è un post un po’ indulgente con me stesso, rivolto a un pubblico molto ristretto, e forse anche un po’ lamentoso. Ma, tramite Mark Thoma, noto che Nicholas Gruen pubblica un articolo celebratorio su Max Corden che per qualche ragione si dedica ampiamente ad una sorta di attacco mascherato al sottoscritto. Una citazione in soldoni: “Di Krugman penso che sia il più brillante e utile economista che abbiamo. Ma il suo lavoro più brillante non fu granché utile, e il suo più utile lavoro non è brillante”.
Anzitutto, una parola su Max Corden: il suo lavoro è stato meravigliosamente utile. In particolare, il suo libro “Politica commerciale e benessere economico” è ancora, più di 40 anni dopo la sua prima pubblicazione, la migliore guida unitaria su come ragionare sulla politica commerciale. Ad esempio, è nascosto dietro le cose che di recente ho scritto sulla guerra commerciale e la Brexit. Tutto quello che sostiene Gruen su Max è completamente vero.
Dunque, di cosa si lamenta Gruen a mio proposito? A lui non piace affatto la formalizzazione delle economie di scala e della imperfetta competizione nel commercio che si si sono accompagnate all’ascesa della “nuova teoria del commercio”, e la paragona alla eccessiva fiducia nel formalismo che io stesso ho condannato in molta macroeconomia.
Ovviamente io non penso che questo sia giusto e potrei dire molto sulle ragioni per le quali penso che il formalismo sia stato utile. Ma quello che è realmente importante in questo caso è mettere in evidenza la differenza sostanziale tra le caratteristiche della nuova teoria del commercio e la macroeconomia dell’“acqua dolce” (1) nei confronti dell’esperienza del mondo reale.
Quello che la scuola dell’”acqua dolce” faceva era assumere l’esperienza effettiva dei cicli economici e dire: “Non vediamo come formalizzare questa esperienza in termini di massimo sfruttamento dei modelli di equilibrio, di conseguenza essa non esiste”. Essa osserva soltanto se le recessioni derivano da una domanda inadeguata e se l’espansione monetaria o della finanza pubblica può creare posti di lavoro; i nostri modelli ci dicono che non può accadere, dunque essa è un’illusione ottica.
Questo orientamento, ho convenuto, ha importanti conseguenze negative, non solo per la ricerca, ma per la politica; essa contribuisce a coltivare una sensazione di erudita impotenza di fronte ad una disoccupazione di massa.
Cosa dire della nuova teoria del commercio? Quello che hanno fatto per noi i nuovi teorici del commercio è stato dire: “È come se ci fossero molte cose in corso nel commercio mondiale che non possono essere spiegate nei modelli formali esistenti. Dunque, fateci vedere se c’è un diverso approccio di modellazione che possa dare un senso a quello che osserviamo”. In altre parole, la tendenza alla formalizzazione è stata quasi l’opposto della svolta sbagliata della macroeconomia: ne è derivato un aiuto a chiarire la nostra percezione della realtà, non a negarla.
Ora, si può discutere quanto bene abbia fatto questa formalizzazione. Io credo ancora che i modelli formali abbiano fornito un livello di chiarezza e di credibilità al dibattito sul commercio che non c’era prima; la vostra misurazione può essere diversa. Certamente, niente di quello che ho scritto sul commercio ha fatto altrettanto per fornire un indirizzo alla politica come, ad esempio, il mio scritto sulla trappola di liquidità.
Ma una cosa che la nuova teoria del commercio certamente non ha fatto è stato dare sostegno a idee cattive, o indurre alla paralisi della politica. E un’altra cosa che non ha fatto è stato distrarre gli economisti del commercio dallo studiare il mondo reale. Al contrario, il commercio è diventato una disciplina assai più empirica, senza pregiudizi rispetto a quando me ne sono occupato per la prima volta.
In ogni modo, tutto questo non riguarda me (ebbene, in un certo senso mi riguarda personalmente, ma non è importante). Il punto importante non dovrebbe essere “non formalizzare”; dovrebbe essere che il formalismo esiste per aprire la vostra intelligenza, non per rinchiuderla, e se il mondo reale sembra vi stia dicendo qualcosa che non è coerente con il vostro modello, il problema sta nel modello, non nel mondo reale.
(1) Per un brave descrizione delle due scuole economiche americane – definite dell’ “acqua dolce e dell’acqua salata”, in riferimento al loro successo e insediamento nelle università delle aree dei grandi laghi o delle coste oceaniche – vedi le note sulla Traduzione.
luglio 6, 2018
June 22, 2018
By Paul Krugman
A correspondent asks a very good question. The other day I posted a wonkish piece about the economics of a trade war, which argued that there would be huge disruption but the overall cost would be smaller than many people imagine — maybe 2-3% of GDP. The correspondent asked how to reconcile this with typical estimates of the cost of Brexit.
Such estimates — I’ve done my own back-of-the-envelope version, which is more in less in the same ballpark (cricket field?) as other estimates — typically run somewhere around 2 percent of British GDP. Yet even pessimists predict a much smaller impact of Brexit on British trade than the huge declines I’ve been suggesting from a Trump-created trade war, which I have just decided to call Trumpit. Aren’t these estimates inconsistent?
No, not really, because Brexit isn’t about higher tariffs; it’s about higher trade costs, higher costs of doing business across borders. And that makes a huge difference.
Figure 1 shows the standard textbook picture (hey, I wrote the standard textbook!) of the effects of a tariff. A tariff helps domestic producers who compete with imports, hurts domestic consumers, and generates revenue for the government. These three effects add up to a net loss, because the tariff distorts incentives: the good is produced by firms who have higher costs than it would cost to import the good, consumers refrain from buying even though it’s worth more to them than its price on world markets. These distorted incentives — the “deadweight loss” from a tariff — are shown by the areas of the triangles in the figure.
Figure 1
And these triangles correspond to the single triangle I used in the figure that went with my exercise in wonkdom, here shown as Figure 2.
Figure 2
But Brexit won’t raise prices by imposing a tariff, which will generate government revenue. It will, instead, make doing business more expensive: extra paperwork, longer waits for trucks waiting to be onloaded and offloaded, higher invisible costs of trading services. So you need to add the rectangle in Figure 1 labeled “government revenue” to the overall economic losses.
Or to put it differently, you get a picture like Figure 3, in which higher trade costs as well as distorted incentives reduce real income. (The incentives aren’t actually distorted given Brexit, but they are compared with what you’d face without it.)
Figure 3
How big a deal is that difference? I’ve previously guessed that Brexit will reduce British trade with the rest of Europe by a third, from 15 to 10 percent of GDP. If the elasticity of demand is 3, that would require trade costs on the order of 13 percent of import prices.
If that 13 percent number were a tariff, the overall cost would be 0.13*2.5 percent of GDP (half the import decline). That’s about 0.3 percent of GDP — not tiny, but fairly small.
But if we’re talking about higher trade costs, you need to multiply these by the average of pre- and post-Brexit imports, or 12.5 percent of GDP. Now we’re up to 1.6 percent of GDP.
So that’s why Brexit estimates are so much higher than trade-war logic might suggest. Brexit won’t tax trade, it will make it really, truly, deeply more expensive to conduct — and that’s a big deal.
La Brexit e la Trumpit (per esperti), dal blog di Paul Krugman
Un nostro interlocutore avanza un’ottima domanda. L’altro giorno ho pubblicato un pezzo per esperti sull’economia delle guerre commerciali, nel quale sostenevo che ci sarebbe stata una vasta turbolenza, ma il costo complessivo sarebbe stato inferiore a quello che molti immaginano – forse il 2-3% del PIL. L’interlocutore ora ci chiede come conciliare questa stima con quelle consuete sui costi della Brexit.
Tali stime – ho fatto una mia versione di un calcolo approssimativo che ha più o meno la stessa dimensione di campo di gioco di altre stime (un campo da cricket?) – si colloca come di consueto attorno al 2 per cento del PIL inglese. Tuttavia persino i pessimisti prevedono un impatto della Brexit sul commercio britannico molto minore di quel vasto decremento che io sto suggerendo per la guerra commerciale provocata da Trump, che ho appena deciso di chiamare Trumpit. Queste stime sono contraddittorie?
No, in realtà no, perché la Brexit non riguarda tariffe più alte; riguarda costi commerciali più alti, costi più elevati nel gestire imprese trans frontaliere. E questo provoca una grande differenza.
La Figura 1 mostra il quadro consueto di un libro di testo di economia (ricordatevi che quel tradizionale libro di testo l’ho scritto io!) sugli effetti di una tariffa. Una tariffa aiuta i produttori che competono con le importazioni, danneggia i consumatori nazionali e genera entrate per il Governo. Questi tre effetti si aggiungono ad una perdita netta, giacché la tariffa distorce gli incentivi: il bene è prodotto da imprese che hanno costi più elevati di quelli che avrebbero importando quel bene, i consumatori si astengono dal comprare anche se esso ha per loro più valore del suo prezzo sui mercati mondiali. La distorsione di questi incentivi – la “perdita inutile” derivante dalla tariffa – sono mostrate dalle aree dei triangoli nella figura.
Figura 1 [1]
E questi triangoli corrispondono al singolo triangolo che avevo utilizzato nel diagramma che accompagnava il mio esercizio per esperti, qua mostrato come Figura 2.
Figura 2 [2]
Ma la Brexit non alzerà i prezzi con l’imposizione di una tariffa, che produrrà entrate per lo Stato. Piuttosto, essa renderà più costosa l’attività dell’impresa: burocrazia aggiuntiva, le lunghe attese per i camion che aspettano di essere caricati e scaricati, superiori costi invisibili per i servizi commerciali. Dunque si deve aggiungere il rettangolo definito nella figura 1 come “entrate pubbliche” alle perdite economiche complessive. O, per dirla diversamente, si ottiene un quadro come quello della Figura 3, nel quale anche i maggiori costi del commercio, come gli incentivi distorti, riducono il reddito effettivo (gli incentivi non sono realmente distorti per effetto della Brexit, ma lo sono a confronto di quello che si avrebbe senza di essa).
Figura 3
Quanto è grande quella differenza? Ho precedentemente ipotizzato che la Brexit ridurrà il commercio britannico con il resto dell’Europa di un terzo, dal 15 al 10 per cento del PIL. Se l’elasticità della domanda è pari a 3, ciò richiederebbe costi commerciali aggiuntivi nell’ordine del 13 per cento dei prezzi all’importazione.
Se la tariffa corrispondesse a quel dato del 13 per cento, il costo complessivo sarebbe pari a 0,13*2,5 del PIL (metà del declino delle importazioni). Ovvero, circa lo 0,3 per cento del PIL – non minuscolo, ma abbastanza modesto.
Ma se stiamo parlando di più alti costi commerciali, si devono moltiplicare questi per la media delle importazioni precedenti e successive alla Brexit, ovvero per il 12,5 per cento del PIL. Con il che si sale all’1,6 per cento del PIL.
Questa è la ragione per la quale le stime sulla Brexit sono così tanto più alte di quello che una logica da guerra commerciale suggerirebbe. La Brexit non tasserà il commercio, lo renderà realmente, effettivamente, seriamente più costoso da gestire – e questo sarà un problema grave.
[1] La Figura mostra l’effetto dell’aggiunta di una tariffa alla importazione di un bene. Sull’asse verticale il prezzo, su quello orizzontale la quantità. L’aggiunta di una tariffa, che comporta una entrata per lo Stato – il rettangolo delle entrate (‘revenue’) dello Stato che la impone ma anche due aree di aggiunta sul prezzo – i triangoli che sono “pesi morti” – provoca una diversa torsione all’intero diagramma.
[2] In pratica, nella figura 2, il triangolo definito “welfare loss” – che tradurrei con “vantaggio perduto” – ha la stessa dimensione dei due triangoli “pesi morti” della Figura 1, ma è al netto delle entrate pubbliche derivanti dai dazi maggiori.
giugno 21, 2018
June 17, 2018
By Paul Krugman
Until fairly recently, I didn’t really think we were going to have a trade war. What I thought would happen, instead, was a bit of kabuki: America’s major trading partners would make cosmetic concessions – perhaps with some lucrative payoffs to Trump businesses on the side – that would let Trump proclaim a “win”, and trade would go on much as before.
The reason I expected this relatively benign outcome wasn’t that Trump would get or take good advice. It was, instead, the expectation that big money would talk: corporations have invested trillions based on the assumption that an open world trading system, permitting value-added chains that sprawl across national borders, was going to be a permanent fixture of the environment. A trade war would disrupt all these investments, stranding a lot of capital, and I thought big business would get either manage to get that message through to Trump or at least get it through to Republicans in Congress, who would act to limit his room for maneuver.
But these political considerations look a lot less compelling now than they did a few months ago. With Gary Cohn gone, it’s not clear that big business has any real pipeline into the White House (OK, polluters have an open line to Scott Pruitt, and predatory lenders a line to Mick Mulvaney, but these aren’t the groups who will stand up against trade war.) And Congressional Republicans, terrified of the Trump base, have proved unwilling to take a stand on anything, even if big money is at stake.
Meanwhile, trade decisions are being made at Trump’s whim, without input from anyone who knows anything about trade economics (Peter Navarro thinks he understands the economics, which is even worse.)
Oh, and Trump’s version of diplomacy – not just trade actions, but the systematic praise of brutal dictators and disdain for democratic leaders – has created a very angry world out there. Nobody out there wants to give Trump even the appearance of a win, and elected leaders would be punished by their voters if they did.
So a serious trade war now looks very possible, and it’s time to think about what it might mean.
There are, I think, three main questions:
These are all slightly tricky questions, as I’ll explain. But there’s a pretty good case that an all-out trade war could mean tariffs in the 30-60 percent range; that this would lead to a very large reduction in trade, maybe 70 percent; but that the overall cost to the world economy would be smaller than I think many people imagine, maybe a 2-3% reduction in world GDP.
This last calculation, however, doesn’t take account of the disruptive effects of deglobalization: some people would actually gain, but a lot of people, very much including large groups and many communities in the U.S., would take big hits, especially in the short-to-medium run.
How high might tariffs go?
What do we mean by a trade war? In the current context, we mean a situation in which the world’s economies, taking their lead from the U.S., abandon the rules and agreements that currently constrain their tariffs and start setting tariffs unilaterally in their perceived self-interest.
The problematic word, of course, is “perceived”. On trade, as on other subjects, Trump’s perceptions generally don’t seem very tethered to reality. And to be fair, the economic policy performance of other major players, notably the EU, hasn’t been noteworthy for the triumph of clear economic thinking.
Still, there have been a number of attempts to model trade war over the years, relying on one of two approaches. The first is to imagine that governments actually do maximize national income, or perhaps an objective function that gives extra weight to well-organized interest groups. The second appeals to the historical experience of the world before international trade agreements became the norm. Fortunately, these approaches suggest similar tariff levels.
On the first approach: any country large enough that it can affect world prices of the goods it exports, the goods it imports, or both, has an “optimal tariff” greater than zero. The reason is that by limiting its trade, such a country can improve its terms of trade: the price of its exports relative to the price of its imports. This raises real income, other things equal. And the optimal tariff trades off the costs of reduced trade – e.g., the cost of producing goods domestically when they could be purchased more cheaply abroad – against the gains from improved terms of trade.
The problem is that if everyone does this, you get the costs of reduced trade without the benefit of improved terms of trade, because other countries are doing unto you the same thing you’re trying to do unto them. So you end up in a situation of “optimal tariff warfare”, which is actually more like an arms race than a shooting war, in the sense that there’s (usually) no victor and no resolution, just a lot of wasted resources.
So how do you estimate the effects of optimal tariff warfare? You need a “computable general equilibrium” model of world trade – something that shows how production and trade flows depend on tariff rates, calibrated to match the actual data. Then you have to find an equilibrium (a Nash equilibrium, for readers of “A Beautiful Mind”) in which each country is charging its optimal tariff given what everyone else is doing.
There are many assumptions and imputations involved, with the results depending a lot on how easily goods from one country can be substituted for goods from another – a parameter that’s hard to estimate. Still, there are several fairly recent efforts: Ossa finds that a trade war would, under his favored assumptions, lead to tariffs of nearly 60 percent, while Nicita et al, using slightly different assumptions, estimate a rise in tariffs of 32 percentage points from current levels.
If this seems too abstract, we can look at history: the Smoot-Hawley tariff, the last great protectionist move by the U.S. before we created the system of trade agreements, pushed tariffs up to around 45 percent on “dutiable” imports (tariffs were so high that most imports involved goods that for whatever reason faced no tariff at all.) You may wonder why I don’t say 59 percent, which was the peak reached in 1932; but that was sort of an accident, even higher than protectionists wanted, the result of deflation that pushed up the rate of protection for those goods whose tariffs were specified in dollars per unit rather than percentages.
So both history and quantitative models suggest that a trade war would lead to quite high tariffs, with rates of more than 40 percent quite likely.
How much would trade decline?
For any given tariff rate, the amount of trade reduction depends on the elasticity of import demand – the percentage fall in imports for every one percent rise in their price. Such elasticities are hard to estimate, because we don’t get many natural experiments. (Fluctuations in exchange rates change import prices, but those only give us an idea of short-run effects, and everyone believes that long-run elasticities are much bigger.)
As best I can read the literature, consensus estimates for the elasticity of import demand are something like 3 or 4, but there’s not much certainty here.
If we really believe in optimal tariff warfare, however, the effects of the war on trade volumes are surprisingly insensitive to the precise value of the elasticity. Why? Because the optimal tariff also depends on the elasticity. If foreigners can easily substitute away from your goods, the optimal tariff is fairly low; if they can’t, it’s high. So high elasticities mean low tariffs, low elasticities mean high tariffs, and the decline in trade is similar. (See this little write-up.)
My back of the envelope calculations suggest that we might be looking at around a 70 percent fall in trade for a wide range of cases. I’d be happy to be corrected by trade modelers if that’s wrong.
But if that’s right, we’re talking about a really big rollback of world trade. Figure 1 shows world trade (exports plus imports) as a share of world GDP back to 1950; a 70 percent reduction would bring us roughly back to 1950s levels. If Trump is really taking us into a trade war, the global economy is going to get a lot less global.
Figure 1
How big are the costs?
There has historically been a lot of hype about the evils of protectionism – Smoot-Hawley caused the Great Depression, and all that. It’s also tempting to assume that because the Trumpist argument for trade war is so stupid, Trump trade policies must be totally disastrous.
But I’ve always ended up being really sorry when I let my political feelings override what my economic analysis says. And simple trade models, while they do say that trade wars are bad, don’t say that they’re catastrophic.
To do this right, we should use one of those computable general equilibrium models I mentioned above. These suggest substantial but not huge losses – 2 or 3 percent of GDP. What I’d like to do is offer a bit of intuition about why those losses aren’t bigger, then explain why a trade war would nonetheless be highly disruptive.
To do this, I’ll exploit a dirty little secret of trade theory: while ultimately stories about trade have to be general equilibrium, that is, they must make sure that you’ve kept track of all markets simultaneously, trade policy analysis using partial equilibrium – ordinary supply and demand – usually gets you more or less the right answer.
So let’s think about the demand for imports as if it were an ordinary demand curve, with the costs of a tariff coming in the form of lost consumer surplus (Figure 2). Those who remember their Econ 101 will know that the costs of a market distortion normally take the form of a rough triangle (rough because the demand curve doesn’t have to be a straight line, but that’s a fairly minor detail.) That’s because the first unit of imports lost has approximately zero cost, because people are indifferent at the margin between that unit and a domestic product, but the last unit lost imposes a cost equal to the tariff rate, because that’s how much more people would have been willing to pay for the import. And the average cost of reduced imports is halfway between these values.
Figure 2
So when a tariff drives up the price of imports to consumers, leading them to buy fewer imported goods, the welfare loss will be roughly
Loss = fall in imports * ½ tariff rate
Now, the U.S. currently spends 15 percent of GDP on imports. Suppose we end up with a trade-war tariff of 40 percent, and (as I’ve been suggesting) a 70 percent decline in trade. Then the welfare loss is 20% * 0.7*15, or 2.1% of GDP.
That’s not a small number, but it’s not that huge either: at the bottom of the Great Recession, CBO estimates that we were operating 6 percent below potential GDP. Of course that loss was temporary, while a trade war might be forever.
But these net welfare costs may miss the real point, which is disruption.
Disruption
The U.S. currently exports about 12 percent of GDP. Not all of that is domestic value added, because some components are imported. But there’s still a lot of the economy, maybe 9 or 10 percent, engaged in production for foreign markets. And if we have the kind of trade war I’ve been envisaging, something like 70 percent of that part of the economy – say, 9 or 10 million workers – will have to start doing something else. And there would be a multiplier effect on many communities now built around export industries, which would lose service jobs too.
This is just the flip side of the “China shock” story: even if you believe that the rapid growth of Chinese exports didn’t cost the U.S. jobs on net, it changed the composition and location of employment, producing a lot of losers along the way. And the “Trump shock” that would come from a trade war would be an order of magnitude bigger.
You can see hints of what might be to come in what’s already happening. So far we’ve had only small skirmishes in what might be the looming trade war, but the effects don’t seem trivial to soybean farmers already facing sharp price cuts and steel users already facing much higher costs. If the trade war happens, expect to see many, many more stories like this.
O.K., there’s no certainty that any of this will happen. In fact, I still find it hard to believe that we’re really going to go down this path. But I also don’t have any plausible stories about what’s going to make Trump stop, or induce other big players to give in to his demands.
Riflettendo su una Guerra commerciale (per molto esperti)
Di Paul Krugman
Sino a non molto tempo fa, non pensavo davvero che fossimo prossimi ad una guerra commerciale. Quello che pensavo che sarebbe successo, invece, era una specie di kabuki [1]: i principali partner commerciali avrebbero fatto concessioni cosmetiche – forse con qualche collaterale lucrativa tangente per gli affari di Trump – che avrebbero permesso a Trump di parlare di “vittoria”, e il commercio in sostanza sarebbe andato avanti come prima.
La ragione per la quale mi aspettavo questo risultato relativamente benigno non era che Trump avrebbe ricevuto o fatto proprio un buon consiglio. Mi aspettavo, invece, che il grande capitale avrebbe preso la parola: le grandi società hanno investito migliaia di miliardi basandosi sull’assunto che un sistema aperto di commercio mondiale, consentendo che le catene del valore aggiunto si espandano oltre i confini nazionali, diventasse una istituzione permanente dell’ambiente. Una guerra commerciale avrebbe interrotto questi investimenti, abbandonando grandi quantità di capitali, ed io pensavo che le grandi imprese avrebbero o fatto arrivare questo messaggio a Trump, oppure almeno ai repubblicani del Congresso, che avrebbero agito per limitare il suo spazio di manovra.
Ma queste considerazioni politiche appaiono molto meno persuasive oggi di alcuni mesi fa. Con l’uscita di Gary Cohn, non è chiaro quale grande impresa abbia un qualche reale accesso diretto alla Casa Bianca (è vero, gli inquinatori hanno una linea diretta con Scott Pruitt, e la finanza predatoria ha una linea diretta con Mick Mulvaney, ma questi non sono gruppi che prenderebbero posizione contro una guerra commerciale). E i repubblicani del Congresso, terrorizzati dalla base di Trump, si sono mostrati indisponibili a prendere posizione su tutto, persino se sono in gioco gli interessi del grande capitale.
Nel frattempo, le decisioni commerciali vengono prese a capriccio di Trump, senza contributi da parte di chiunque conosca qualcosa di economia commerciale (Peter Navarro pensa che Trump comprenda l’economia, il che è anche peggio).
Inoltre, la versione di Trump della diplomazia – non solo le iniziative commerciali, ma l’elogio sistematico di dittatori brutali e il disprezzo per i leader democratici – ha messo in circolazione molta rabbia. Nessuno vuole consegnare a Trump neppure l’apparenza di una vittoria, se lo facessero i leader eletti sarebbero puniti dai loro elettori.
Dunque una grave guerra commerciale appare oggi molto possibile, ed è venuto il momento di pensare a cosa essa potrebbe significare.
Penso che ci siano tre principali domande:
1 – Quanto possono salire le tariffe?
2 – Di quanto tutto questo ridurrebbe il commercio mondiale?
3 – Quanto sarebbe costosa la guerra commerciale?
Queste sono tutte domande leggermente complicate, come spiegherò. Ma c’è una possibilità abbastanza elevata secondo la quale una guerra commerciale indiscriminata comporti tariffe in una gamma dal 30 al 60 per cento; il che porterebbe ad una riduzione molto ampia del commercio, forse del 70 per cento; ma il costo complessivo per l’economia mondiale sarebbe minore di quello che penso molte persone si immaginano, forse un 2-3% di riduzione del PIL mondiale.
Tuttavia, quest’ultimo calcolo non mette nel conto gli effetti distruttivi della deglobalizzazione: alcuni di fatto ci guadagnerebbero, ma molte persone, includendo in buona misura ampi gruppi e molte comunità negli Stati Uniti, subirebbero grandi danni, particolarmente nel periodo breve e medio.
Quanto potrebbero salire le tariffe?
Che cosa intendiamo davvero per guerra commerciale? Nel contesto attuale, intendiamo una situazione nella quale le economie del mondo, prendendo lo spunto dagli Stati Uniti, abbandonerebbero le regole e gli accordi che attualmente limitano le loro tariffe e comincerebbero a stabilire in modo unilaterale tariffe secondo i loro presunti interessi.
Ovviamente, il termine fondamentale è “presunti”. Nel commercio, come in altre materie, le percezioni di Trump in generale non sembrano molto aderenti alla realtà. E, ad esser giusti, le prestazioni di politica economica di altri importanti protagonisti, in particolare l’UE, non si sono distinte per un trionfo di un chiaro pensiero economico.
Eppure c’è stato un certo numero di tentativi di elaborare un modello di guerra commerciale nel corso degli anni, basandosi su uno di questi due approcci. Il primo consiste nell’immaginare che i Governi effettivamente massimizzino il reddito nazionale, o forse ad una attività oggettiva che consegni un peso aggiuntivo a ben organizzati gruppi di interesse. Il secondo fa appello all’esperienza mondiale prima che gli accordi internazionali divenissero la norma. Fortunatamente, questi approcci indicano simili livelli tariffari.
Sul primo approccio: ogni paese sufficientemente ampio da poter influenzare i prezzi dei beni che esporta, dei beni che importa, o di entrambi, ha una “tariffa ottimale” maggiore di zero. La ragione è che limitando i suoi commerci, tale paese può migliorare i suoi termini di scambio: il prezzo delle sue esportazioni in relazione al prezzo delle sue importazioni. Questo, a parità delle altre condizioni, eleva il reddito reale. E la tariffa ottimale sfrutta i costi del ridotto commercio – per esempio, il costo della produzione di beni nazionali quando essi potrebbero essere acquistati più convenientemente all’estero – rispetto ai guadagni derivanti dai migliorati termini di scambio.
Il problema è che se lo fanno tutti, avrete i costi del ridotto commercio senza il beneficio del miglioramento dei termini di scambio, perché altri paesi fanno con voi quello che voi state cercando di fare con loro. Dunque, si finisce in una situazione di “conflitto sulla tariffa ottimale”, che effettivamente è più simile ad una corsa agli armamenti che non ad una guerra guerreggiata, nel senso che (di solito) non c’è alcun vincitore né alcuna soluzione, solo un grande spreco di risorse.
Come potete, dunque, stimare gli effetti di un conflitto sulla tariffa ottimale? Avete bisogno di un modello di “misurabile equilibrio generale” del commercio mondiale – qualcosa che mostri come gli andamenti della produzione e del commercio dipendano dalle aliquote tariffarie, calibrate per equilibrare i dati effettivi. Avete allora bisogno di trovare un equilibrio (un equilibrio di Nash, per i lettori di “A Beautiful Mind”) nel quale ciascun paese carica la sua tariffa ottimale considerato quello che fanno tutti gli altri.
Sono impliciti molti assunti e molte reciproche accuse, con i risultati che dipendono molto dalla facilità con la quale i beni di un paese possono essere sostituiti dai beni di un altro paese – un parametro che è difficile stimare. Tuttavia, ci sono stati vari tentativi recenti: Ossa ha scoperto che una guerra commerciale, sulla base dei suoi assunti favoriti, porterebbe a tariffe di circa il 60 per cento, mentre Nicita ed altri, utilizzando assunti leggermente diversi, hanno stimato una crescita delle tariffe di 32 punti percentuali rispetto ai livelli attuali.
Se questo vi pare troppo astratto, potete osservare la storia: la Tariffa Smoot-Hawley, l’ultima grande iniziativa protezionistica degli Stati Uniti prima che fosse creato il sistema degli accordi commerciali, spinse in alto le tariffe sino a circa il 45 percento sulle importazioni “soggette a dogana” (le tariffe erano così alte che la maggioranza delle importazioni riguardavano beni che per varie ragioni non avevano nessuna tariffa). Vi potreste chiedere perché non dico il 59 per cento, che fu il picco raggiunto nel 1932; ma quello fu una sorta di incidente, persino più alto di quello che volevano i protezionisti, il risultato della deflazione che spinse in alto il livello della protezione per quei beni le cui tariffe venivano specificate in dollari per ogni unità, anziché in percentuali.
Dunque, sia la storia che i modelli quantitativi indicano che una guerra commerciale potrebbe portare a tariffe abbastanza alte, con aliquote di più del 40 per cento piuttosto probabili.
Di quanto calerebbe il commercio?
Per ogni data aliquota tariffaria, la quantità della riduzione commerciale dipende dalla elasticità della domanda di importazioni – la caduta della domanda di importazioni per ogni punto percentuale di crescita del loro prezzo. Tali elasticità sono difficili da stimare, perché non abbiamo tanti esperimenti naturali (le fluttuazioni nei tassi di cambio cambiano i prezzi all’importazione, ma quelle ci danno solo un’idea degli effetti a breve termine, e tutti ritengono che le elasticità a lungo termine siano molto superiori).
La cosa migliore che posso fare è leggere la letteratura, le stime prevalenti dell’elasticità della domanda di importazioni sono qualcosa tra 3 e 4, ma in questo caso non c’è molta certezza.
Se crediamo per davvero in un conflitto sulla tariffa ottimale, tuttavia, gli effetti di una guerra sui volumi del commercio sono sorprendentemente insensibili al valore preciso dell’elasticità. Perché? Perché anche la tariffa ottimale dipende dall’elasticità. Se gli stranieri possono surrogare i vostri prodotti, la tariffa ottimale è piuttosto bassa; se non possono, è alta. Dunque, elasticità elevate comportano tariffe basse, elasticità basse comportano tariffe elevate, e il declino del commercio è simile (si veda questa piccola nota [2]).
I miei calcoli approssimativi indicano che potremmo essere di fronte a circa un 70 percento di caduta del commercio in una vasta gamma di casi. Sarei grato, se la mia stima fosse errata, se fossi corretto da esperti di modelli commerciali.
Ma se fossi nel giusto, staremmo parlando di una riduzione del commercio mondiale effettivamente ampia. La Figura 1 mostra il commercio mondiale come quota del PIL mondiale sin dagli anni ’50; una riduzione del 70 percento ci riporterebbe grosso modo ai livelli degli anni ’50. Se Trump sta effettivamente portandoci in una guerra commerciale, l’economia mondiale è in procinto di divenire molto meno globale.
Figura 1
Quanto sono grandi i costi?
C’è stato storicamente molto chiasso sui mali del protezionismo – la Smoot-Hawley che provocò la Grande Depressione, e tutto il resto. Si è anche tentato di considerare che, poiché l’argomento trumpiano per la guerra commerciale è così stupido, le politiche commerciali di Trump debbono essere totalmente disastrose.
Ma ho sempre finito con l’essere davvero dispiaciuto quando ho consentito ai miei sentimenti politici di avere la precedenza su quello che dice la mia analisi economica. E i semplici modelli del commercio, mentre dicono che le guerre commerciali sono negative, non dicono che sono catastrofiche.
Per fare questa stima in modo corretto, dovremmo utilizzare uno di quei modelli di misurabile equilibrio generale ai quali ho fatto riferimento in precedenza. Questi indicano perdite sostanziali ma non vaste – il 2 o 3 percento del PIL. Quello che vorrei fare è offrite qualche intuizione sul perché quelle perdite non sono più grandi, per poi spiegare perché una guerra commerciale potrebbe nondimeno essere dirompente.
Per farlo, utilizzerò un piccolo trucco sporco della teoria del commercio: mentre in ultima analisi i racconti sul commercio devono ispirarsi all’equilibrio generale, ovvero debbono accertarsi che si sia tenuto traccia simultaneamente di tutti i mercati, l’analisi della politica commerciale che utilizza l’equilibrio parziale – l’offerta e la domanda ordinaria – normalmente vi fornisce più o meno la risposta giusta.
Ragioniamo dunque della domanda di importazioni come se fosse una ordinaria curva di domanda, con i costi di una tariffa che si presentano nella forma della perduta eccedenza di consumo (Figura 2). Quelli che ricordano i loro testi universitari di economia sapranno che i costi di una distorsione di mercato prendono normalmente la forma grosso modo di un triangolo (grosso modo, perché la curva della domanda non deve essere per forza una linea retta, ma questo è un dettaglio abbastanza minore). Questo dipende dal fatto che la prima unità di importazioni perdute ha approssimativamente un costo pari a zero, perché le persone sono indifferenti al limite tra quella unità e un prodotto nazionale, ma l’ultima unità perduta impone un costo pari all’aliquota tariffaria, giacché essa è molto superiore a quanto le persone sarebbero state disponibili a pagare per il prodotto importato. E il costo medio della riduzione delle importazioni si colloca a metà strada tra questi valori.
Figura 2
Cosicché quando una tariffa spinge il alto il prezzo delle importazioni per i consumatori, inducendoli ad acquistare meno prodotti importati, la perdita di benessere sarà all’incirca:
Perdita = caduta nelle importazioni * metà della aliquota della tariffa
Ora, gli Stati Uniti spendono attualmente il 15 percento del PIL sulle importazioni. Supponiamo di ritrovarci con una tariffa da guerra commerciale del 40 percento, e (come sto ipotizzando) di una riduzione del commercio del 70 percento. Allora la perdita di benessere sarà 20% * 0,7 * 15, ovvero del 2,1% del PIL.
Non è un numero piccolo, ma neppure così grande: alla fine della Grande Recessione, l’Ufficio di Bilancio del Congresso stima che stessimo operando del 6 percento al di sotto del PIL potenziale. Naturalmente, quella perdita era temporanea mentre una guerra commerciale sarebbe per sempre.
Ma questi costi netti per il benessere possono perdere il punto vero, che è la alterazione generale.
Alterazione generale
Attualmente gli Stati Uniti esportano circa il 12 per cento del PIL. Non tutto questo è valore aggiunto nazionale, perché alcune componenti sono importate. Ma c’è ancora un bel po’ di economia, forse il 9 o il 10 per cento, impegnato nella produzione per i mercati esteri. E se avremo il tipo di guerra commerciale che mi sto figurando, qualcosa come il 70 per cento di quella parte di economia – diciamo, 9 o 10 milioni di lavoratori – dovrà cominciare a fare qualcos’altro. E ci sarebbe un effetto di moltiplicatore per molte comunità che adesso sono costruire su industrie dell’esportazione, con il che si perderebbero anche posti di lavoro nei servizi.
Questa è solo l’altra faccia della medaglia della storia dello “shock cinese”: anche se si ritiene che la rapida crescita delle esportazioni cinesi non sia costata al netto posti di lavoro statunitensi, essa ha cambiato la composizione e la localizzazione dell’occupazione, producendo nel percorso una grande quantità di perdenti. E lo “shock di Trump” che deriverebbe da una guerra commerciale sarebbe di un ordine di grandezza superiore.
Potete osservare tracce di quello che potrebbe essere in arrivo in quello che sta già accadendo. Sinora abbiamo avuto soltanto piccole schermaglie rispetto a quello che potrebbe essere la guerra commerciale in arrivo, ma gli effetti non sembrano banali per i produttori di fagioli di soia che già sopportano bruschi tagli dei prezzi e per gli utilizzatori d’acciaio che già sopportano costi assai superiori. Se ci sarà la guerra commerciale, ci si può aspettare di vedere davvero molte storie come queste.
È vero, non c’è certezza che accadranno cose del genere. Di fatto, trovo ancora difficile credere che ci stiamo davvero indirizzando su questo sentiero. Ma non ho neppure alcuna spiegazione plausibile su quello che potrebbe fermare Trump, o indurre altri principali protagonisti a cedere alle sue richieste.
[1] Rappresentazione teatrale giapponese del XVII secolo.
[2] La nota nella connessione nel testo inglese è di Krugman, in sostanza un piccolo articolo collegato a quello principale.
giugno 1, 2018
May 20, 2018
By Paul Krugman
Once a year my academic base, CUNY’s Stone Center on Socio-Economic Inequality, holds a workshop featuring cutting-edge researchon inequality. At this point in my life, I can’t claim to be doing cutting-edge research (hey, even Paul Samuelson was writing mostly survey papers and history of thought by the time he was in his 60s); but I’m still asked to give a talk on research issues that I find interesting, hopefully with some relationship to the general theme of the workshop. One virtue of this grand-old-man role, by the way, is that it forces me to tear myself away for a little while from the awful political headlines.
In the past I’ve used the ECINEQ talk to discuss issues involving inequality and macroeconomic performance, both vulnerability to crises and long-term growth. Both areas are still very much unresolved; but I’m not sure I have anything new to say. So I thought I’d do something different, and focus on an issue some very smart economists have been worrying at: the puzzle of continuing wage stagnation despite very low unemployment.
An aside: the way this discussion is taking place marks a kind of new frontier in the mechanics of scientific communication – and, I think, an unfortunate one. Once upon a time economic debate took place in the pages of refereed journals, but that stopped being true at least 30 years ago, with working papers becoming the principal means of communication. Even that turned out to be too slow in the face of rapid change; so during the crisis years, say from 2008-2013, a lot of discussion and debate moved to blogs, which I’d say worked very well. In retrospect, the debates we all had over leverage, monetary policy, fiscal policy and more were really classic – the 21st-century equivalent of, say, Keynes vs. Ohlin on trade balances and relative prices.
But this latest debate has taken place largely through dueling Twitter threads – which is, I’d say, awful. The economists involved are very smart, and the threads very informative; but for people trying to keep track, including students, this is really a mess. If you want an entry point, you might try this tweet by Nick Bunker. But guys, we really need something like, you know, articles – blog posts would do the trick — that summarize your positions.
I guess I’m doing some of that here, but we need clear statements by the principals.
OK, complaints registered. What I want to do now is, first, describe the wage puzzle; then describe the resulting debate, which is largely over how much if any slack remains in the labor market; then lay out a story which combines the issue of downward nominal wage rigidity – which has been discussed fairly extensively – with the role of monopsony power in labor markets, which I don’t think has been integrated into this debate, but should be.
1 The wage puzzle
From the mid-1990s until the 2008 financial crisis, it looked as if there was a fairly stable Phillips curve – a relationship between unemployment and the rate of wage growth. This wasn’t the “accelerationist” Phillips curve that underlies the concept of the natural rate of unemployment – there was no sign that low unemployment led to accelerating inflation. It was, instead, a neo-paleo-Keynesian relationship between unemployment and wages. You can see how good the relationship looked in Figure 1, in which wage growth is measured on the left axis and the inverse of the unemployment rate on the right axis:
Figure 1
After the crisis, wage growth dropped – but only about as much as it dropped in the early 2000s slump, despite much higher unemployment. And it has increased only modestly since then, to levels well below pre-crisis growth, despite unemployment rates as low as we’ve seen in a very long time:
Figure 2
It’s a puzzle. But why does the explanation matter? Basically, we’re trying to assess the current state of the U.S. economy, which has lots of implications for monetary and fiscal policy. The unemployment rate, plus some other indicators I’ll get to shortly, suggest an economy pretty much at full employment. But sluggish wage growth could indicate that there’s still substantial slack in the labor market. Which is it?
2 A slack-jawed debate
On the case for substantial slack: a number of economists have argued that the official unemployment rate, which only counts people actively looking for work, has become an increasingly inaccurate guide to the real state of labor markets. Their main point is that if we focus on employment rather than unemployment – specifically, the fraction of prime-working-age adults currently working (EPOP) – it’s still significantly below pre-crisis levels. And using recent data, EPOP is a better predictor of wage growth than the unemployment rate. Ernie Tedeschi has a very good thread (but, alas, not a blog post) making this case.
Jason Furman, however, pushes back in another thread. (Guys, this is really a terrible way to do this kind of discussion.) You can see both Tedeschi’s point and Furman’s counter, done roughly, in Figure 3.
EPOP is indeed still significantly below its pre-crisis level. But it has been a decade since the crisis – and that’s enough time to worry about secular trends in labor force participation. In particular, there’s been a long-run trend toward fewer prime-age men working, and it’s not at all clear that we’re currently below that trend.
Figure 3
Two other pieces of data also cast doubt on the unmeasured-slack hypothesis. One, shown in Figure 4, is the quits rate – the fraction of workers quitting their jobs each month:
Figure 4
Quits rates vary with the state of the labor market: workers are more willing to quit if they feel sure of finding another job. And quits are back up to pre-crisis levels, suggesting that the labor market really is tight.
Another piece of evidence is what employers say about the ease of finding workers. And both news accounts and surveys like the NFIB (Figure 5) show employers screaming about either worker shortages or skill shortages, with the latter meaning “we can’t find workers we want at current wages.”
Figure 5
All in all, I think I come down on Jason Furman’s side here – not with 100% certainty, to be sure, but this really shows most of the signatures of a full-employment economy.
But in that case, why aren’t wages surging?
3 The interaction between monopsony and sticky wages
One old concept that has been overwhelmingly supported by the experience of the Great Recession and aftermath is the idea of downward nominal wage rigidity. Employers are extremely unwilling to cut wages, largely because they fear the effects on worker morale. Meanwhile, in a depressed, low-inflation economy, a lot of employers would want to cut wages if they could do it without side consequences. So as the San Francisco Fed’s wage rigidity meter (Figure 6) shows, the slump caused a surge in the number of workers whose wages didn’t change at all from year to year.
Figure 6
There have already been some analyses suggesting that an extended period of wages constrained by downward rigidity has created a sort of backlog of pent-up wage cuts that is currently holding down wage increases. But I think we need to say more about the context.
My starting point is that there’s now a lot of evidence that many employers have considerable monopsony power in the labor market: that is, they don’t face a going market wage they have to meet or be unable to hire at all, they face what amounts to an upward-sloping supply curve.
Figure 7 illustrates the position of such a firm. Marginal revenue product is the value to the firm of an additional worker. The supply of labor to that firm is upward sloping: From its point of view, to attract more workers the firm needs to raise wages. But if it does that it will have to pay more to the workers it would have had anyway, so the marginal cost of an additional worker to the firm is higher than that worker’s wage.
Figure 7
We’re all familiar with the fact that when a firm has market power over what it sells, it would always like to sell more than it can at the current price. A firm that has monopsony power over labor is in the same situation with regard to hiring: it would normally be happy to get more workers if it could do so without paying higher wages. That is, complaints about labor and/or skill shortages are normal for many employers, just like complaints about not having enough sales.
But here’s the thing: during the years of high unemployment, firms faced both reduced demand – lower marginal revenue product – and increased supply of labor, from workers desperate for jobs. This “should” have allowed them to cut wages – but for the most part they couldn’t, because wage cuts have lots of adverse side effects.
So for a while the usual complaints about the supply and/or quality of workers were in abeyance. Given the wages firms were still offering, willing workers were abundant.
But now demand has recovered, unemployment is low, and normality has been restored. Once again, firms are complaining that they can’t find workers without raising wages – which is the normal state of affairs.
It’s true that the complaints seem even louder than in previous business cycle peaks. But I can offer a couple of reasons.
One is simply that it has been a long time since labor markets were tight. Most HR managers, I would guess, don’t remember what a full employment economy is like. They find the idea that there aren’t tons of highly qualified workers lined up for every job opening shocking – and, inevitably, blame the workers.
More speculatively, I’ve suggested that employers are especially unwilling to raise wages because they remember the Great Recession, and don’t want to lock in higher wage costs.
Either way, I’d argue that the combination of downward nominal wage rigidity and monopsony power helps explain both why wages didn’t fall during the period of high unemployment and why employers aren’t doing much to raise wages despite tight labor markets now.
4 Policy implications
The bottom line here is that I reluctantly find myself on the no slack side of this debate. I think the U.S. really is more or less at full employment.
But do I think the Fed is right to be raising rates, and that we should start being worried about fiscal deficits? Actually, no, for two reasons.
First, I might be wrong. And the costs of tightening when the economy still has room to grow are much bigger than those of waiting and discovering that we’ve overshot a bit.
Second, everything we’ve learned since a 2% inflation target became orthodoxy suggests that the target was too low. The effective lower bound on interest rates is a much bigger threat than we realized, and the problem of downward wage rigidity is a bigger deal too. So if inflation crept up from 2 to 3 or even 4, that would actually be a good thing.
So while I am not convinced that we have a lot of labor market slack, I actually favor policies that act as if we did. Hey, nobody except fools said economic policy was easy.
Il monopsonio, la rigidità e l’enigma dei salari, di Paul Krugman
Una volta all’anno la mia sede universitaria, il Centro di riferimento sull’Ineguaglianza Socio Economica dell’Università della Città di New York, tiene un seminario che presenta ricerche di avanguardia sull’ineguaglianza. A questo punto della mia vita, non posso pretendere di fare ricerche di avanguardia (badate, persino Paul Samuelson, dal momento in cui entrò nei suoi sessant’anni, scriveva soprattutto articoli di recensione e di storia del pensiero); ma mi viene ancora chiesto di tenere un discorso sui temi di ricerca che ho trovato interessanti, sperando che abbiano una qualche relazione con la tematica generale del seminario. Un vantaggio di questo ruolo da “grande vecchio”, per inciso, è che mi allontana un pochino dai terribili argomenti della politica.
Nel passato ero solito parlare all’ECINEQ [1] di temi relativi all’ineguaglianza e alle prestazioni macroeconomiche, la vulnerabilità alle crisi e la crescita nel lungo termine. Entrambe le aree sono ancora assai irrisolte; ma non sono certo di avere qualcosa di nuovo da dire. Così ho pensato che avrei fatto qualcosa di diverso e mi sarei concentrato su un tema del quale si è occupato qualche economista molto acuto: l’enigma della perdurante stagnazione dei salari, nonostante una disoccupazione molto bassa.
Una parentesi: il modo in cui questo dibattito si sta affermando segna una sorta di nuova frontiera nei meccanismi della comunicazione scientifica – e io penso che ciò avvenga in modo piuttosto infelice. Un tempo il dibattito economico si affermava sulle pagine delle riviste di riferimento, ma ciò smise di esistere almeno trenta anni orsono, allorché i documenti di lavoro divennero gli strumenti principali della comunicazione. A fronte dei rapidi cambiamenti, si scoprì che anche essi erano troppo lenti; così durante gli anni della crisi, diciamo dal 2008 al 2013, gran parte del confronto e del dibattito si spostò sui blog, che a mio parere funzionarono molto bene. Retrospettivamente, i dibattiti che noi tutti avemmo sull’indebitamento, la politica monetaria, quella della finanza pubblica e su altro divennero realmente dei classici – si può dire che furono l’equivalente del ventunesimo secolo dei confronti tra Keynes e Ohlin sugli equilibri commerciali e sui prezzi relativi.
Ma questo più recente dibattito si è affermato ampiamente attraverso resoconti di duelli su Twitter – il che, direi, è un po’ orribile. Gli economisti impegnati sono molto intelligenti e i forum sono molto informativi¸ ma per le persone che cercano di seguirli, inclusi gli studenti, è davvero un disastro. Se volete un punto di ingresso, potreste provare questo tweet a cura di Nick Bunker. Eppure, cari miei, abbiamo davvero bisogno di qualcosa che somigli, sapete, ad articoli – post sui blog andrebbero benissimo – che sintetizzino le vostre posizioni.
In questo caso penso di star facendo qualcosa del genere, ma abbiamo bisogno di prese di posizione chiare da parte dei soggetti maggiormente coinvolti.
Va bene, le mie lamentele sono state registrate. Ora quello che penso di fare è, anzitutto, descrivere il mistero dei salari; poi descrivere il dibattito conseguente, che in gran parte riguarda quanta fiacchezza resta, se resta, nel mercato del lavoro; quindi metter giù un racconto che combina il tema della rigidità verso il basso dei salari nominali – che è stato discusso abbastanza estesamente – con il ruolo del potere di monopsonio [2] nei mercati del lavoro, che non penso sia stato coinvolto in questo dibattito, ma che penso dovrebbe esserlo.
1 L’enigma dei salari
Dalla metà degli anni ’90 fino alla crisi finanziaria del 2008, sembrava esserci una curva di Phillips – una relazione tra la disoccupazione e il tasso di crescita dei salari – abbastanza stabile. Non si trattava della curva di Phillips “accelerazionista” che sottintende il tasso naturale della disoccupazione – non c’era alcun segno che la disoccupazione conducesse ad una accelerazione della inflazione. Si trattava, invece, di una neo-paleo-keynesiana relazione tra disoccupazione e salari. Nella Figura 1, nella quale la crescita salariale è indicata dall’asse sulla sinistra e l’inverso del tasso di disoccupazione sull’asse di destra, si può osservare quanto la relazione fosse positiva:
Figura 1
Dopo la crisi, la crescita dei salari calò – ma solo circa altrettanto di quanto era calata nella crisi dei primi anni 2000, nonostante una disoccupazione molto più elevata. E sino ad allora essa era cresciuta solo modestamente, a livelli ben inferiori della crescita precedente la crisi, nonostante tassi di disoccupazione così bassi come non si vedevano da lungo tempo:
Figura 2
È un enigma. Ma perché la spiegazione sarebbe importante? Fondamentalmente, si tratta di stabilire la condizione attuale dell’economia statunitense, che ha molte implicazioni per la politica monetaria e della finanza pubblica. Il tasso di disoccupazione, assieme ad altri indicatori che fornirò tra breve, indica un’economia abbastanza vicina alla piena occupazione [3]. Ma la crescita fiacca dei salari potrebbe indicare che c’è ancora un ritardo sostanziale nel mercato del lavoro. Di cosa si tratta?
2 Un dibattito stupefatto
Sull’ipotesi di una sostanziale fiacchezza: un certo numero di economisti hanno sostenuto che il tasso ufficiale della disoccupazione, che conteggia unicamente le persone che cercano attivamente lavoro, è diventato un dato sempre più inappropriato per spiegare la condizione reale dei mercati del lavoro. Il loro argomento principale è che se ci confrontiamo con l’occupazione anziché con la disoccupazione – in particolare, con la frazione degli adulti che attualmente lavorano nel principale periodo lavorativo (EPOP) – esso è ancora significativamente al di sotto dei livelli precedenti alla crisi. E utilizzando i dati recenti, l’EPOP è un migliore previsore della crescita salariale che non il tasso di disoccupazione. Ernie Tedeschi, nel sostenere questa tesi, sviluppa un ottimo argomento (ma, ahimè, non con un post in un blog).
Tuttavia, Jason Furman lo respinge con una argomentazione diversa (signori, questo è davvero un modo terribile per sviluppare un dibattito di questo genere). Potete vedere sia l’argomento di Tedeschi che la replica di Furman, sia pure espressi in modo semplicistico, nella figura 3.
In effetti, l’EPOP è ancora significativamente più basso dei suoi livelli precedenti alla crisi. Ma dalla crisi è passato un decennio – e questo è un tempo sufficiente per preoccuparsi delle tendenze secolari sui livelli di partecipazione della forza lavoro. In particolare, si è espressa una tendenza di lungo periodo verso una minore presenza al lavoro di maschi nella principale età lavorativa, e non è affatto chiaro che attualmente si sia sotto quella tendenza.
Figura 3
Anche due altri complessi di dati gettano un dubbio sulla ipotesi di una fiacchezza non misurata. Uno, mostrato nella figura 4, è il tasso sugli abbandoni volontari del posto di lavoro – la frazione di lavoratori che lasciano ogni mese i loro posti di lavoro:
Figura 4
I tassi degli abbandoni volontari variano sulla base delle condizioni del mercato del lavoro: i lavoratori sono più disponibili a lasciare se sono fiduciosi di trovare un altro posto di lavoro. E gli abbandoni volontari sono tornati ai livelli precedenti la crisi, indicando che il mercato del lavoro, in realtà, non è fiacco.
Un altro complesso di prove viene da quello che i datori di lavoro dicono sulla facilità a trovare lavoratori. E sia i nuovi dati che i sondaggi come il NFIB (Figura 5) mostrano datori di lavoro che imprecano sia per la mancanza di lavoratori che di competenze lavorative, laddove la seconda significa “non possiamo trovare i lavoratori che vogliamo ai salari attuali”.
Figura 5 – [4]
In fin dei conti, penso in questo caso di aderire allo schieramento di Jason Furman – sicuramente non con una certezza del 100%, ma tutto questo mostra realmente le caratteristiche di un’economia di piena occupazione.
Ma in quel caso, perché i salari non stanno crescendo?
3 L’interazione tra il monopsonio e i salari rigidi
Un vecchio concetto che è stato sostenuto in modo schiacciante all’esperienza della Grande Recessione è l’idea di una rigidità verso il basso dei salari nominali. I datori di lavoro sono estremamente indisponibili a tagliare i salari, in gran parte perché temono gli effetti sul morale dei lavoratori. Contemporaneamente, in un’economia depressa, di bassa inflazione, molti datori di lavoro vorrebbero tagliare i salari se potessero farlo senza conseguenze collaterali. Dunque, come mostra la misurazione della rigidità dei salari della Fed di San Francisco (Figura 6), la crisi ha provocato una crescita del numero dei lavoratori i cui salari non sono mutati affatto da un anno all’altro.
Figura 6 [5]
Ci sono già state alcune analisi che suggeriscono che un prolungato periodo di salari limitati dalla rigidità verso il basso dei salari ha creato una sorta di arretrato di tagli salariali repressi, che sta trattenendo gli incrementi salariali. Ma penso che dobbiamo dire qualcosa in più sul contesto.
Il mio punto di partenza è che abbiamo adesso un gran numero di prove secondo le quali molti datori di lavoro hanno un considerevole monopsonio sul mercato del lavoro: ovvero, non devono misurarsi con un salario di mercato in crescita che debbono intercettare se non vogliono essere del tutto incapaci di assumere, si misurano con quella che corrisponde ad una curva dell’offerta che inclina verso l’alto.
La Figura 7 illustra la posizione di un’impresa di quel tipo. Il prodotto marginale del fatturato corrisponde al valore per l’impresa di un lavoratore aggiuntivo. L’offerta di lavoro per quell’impresa si indirizza verso l’alto: da questo punto di vista, per attrarre più lavoratori l’impresa ha bisogno di elevare i salari. Ma se lo fa, dovrà pagare di più i lavoratori che avrebbe avuto in ogni modo, così che il costo marginale di un lavoratore aggiuntivo per l’impresa è superiore al salario del lavoratore.
Figura 7
Comprendiamo tutti il fatto che quando una impresa ha il potere di mercato su quello che vende, gli piacerebbe sempre vendere di più di quello che riesce al prezzo corrente. Un’impresa che ha il potere di monopsonio sul lavoro è nella stessa situazione a proposito delle assunzioni: sarebbe di norma contenta di avere più lavoratori se potesse farlo senza pagare salari più alti. Ovvero, le lamentele sulla mancanza di lavoro e/o di competenze sono normali per molti datori di lavoro, proprio come le lamentale sul non vendere abbastanza.
Ma qua è il punto: durante gli anni di elevata disoccupazione, le imprese fanno fronte sia ad una domanda ridotta – un reddito dal prodotto marginale più basso – che ad una accresciuta offerta di lavoro, da parte di lavoratori disperati per i posti di lavoro. Tutto questo “dovrebbe” avergli consentito di tagliare i salari – ma la maggioranza delle imprese non hanno potuto farlo, perché i tagli ai salari hanno una quantità di negativi effetti collaterali.
Dunque, per un po’ le consuete lamentele sulla offerta e/o sulla qualità dei lavoratori sono rimaste in sospeso. Dati i salari che le imprese stanno ancora offrendo, i lavoratori disponibili sono numerosi.
Ma adesso la domanda è ripresa, la disoccupazione è bassa ed è stata ripristinata una situazione normale. Di nuovo le imprese si stanno lamentando di non poter trovare lavoratori senza aumentare i salari – che è lo stato normale delle cose.
È vero che le lamentele sembrano persino più rumorose che in precedenti picchi del ciclo economico. Ma posso offrire un paio di ragioni.
Una è che è passato molto tempo da quando i mercati del lavoro erano senza fiacchezza. Ipotizzerei che la maggioranza dei responsabili delle Risorse Umane non si ricordano a cosa assomigli un’economia di piena occupazione. Trovano che l’idea che ci siano grandi quantità di lavoratori altamente qualificati sia connessa ad ogni vistosa apertura di posti di lavoro – e, inevitabilmente, danno la colpa ai lavoratori.
In termini più teorici, ho suggerito che i datori di lavoro siano particolarmente indisponibili ad elevare i salari perché ricordano la Grande Recessione, e non vogliono rinchiudersi in costi per salari più alti.
In ogni modo, direi che la combinazione tra la rigidità verso il basso dei salari nominali e il potere di monopsonio contribuisce a spiegare sia perché i salari non siano caduti durante il periodo di elevata disoccupazione, sia perché i datori di lavoro non fanno granché per aumentare i salari nonostante i mercati del lavoro non siano più fiacchi.
4 Implicazioni politiche
In conclusione, in questo caso io mi colloco con un po’ di riluttanza in questo dibattito dalla parte di coloro che sostengono che non ci sia alcuna fiacchezza. Penso che gli Stati Uniti siano più o meno in una situazione di piena occupazione.
Ma penso anche che la Fed abbia ragione ad elevare i tassi, e che dovremmo cominciare a preoccuparci dei deficit delle finanze pubbliche? Effettivamente no, per due ragioni.
Anzitutto, potrei aver torto. E i costi della restrizione quando l’economia ha ancora spazio per crescere sono molto più grandi di quelli dell’aspettare e scoprire che abbiamo mancato il bersaglio.
In secondo luogo, tutto quello che abbiamo appreso da quando un 2% di inflazione è diventata l’ortodossia, indica che l’obbiettivo è stato troppo basso. L’effettivo limite inferiore sui tassi di interesse è una minaccia maggiore di quella che avevamo compreso, e anche il problema della rigidità verso il basso dei salari è una faccenda più rilevante. Dunque, se l’inflazione crescesse dal 2 al 3 o persino al 4, quella sarebbe in realtà una buona notizia.
Dunque, mentre non sono convinto che ci sia una effettiva fiacchezza nel marcato del lavoro, sono in effetti a favore di politiche che agiscano come se lo fossimo. Badate, nessuno – se non gli sciocchi – ha detto che la politica economica fosse semplice.
[1] Anagramma per “Società per lo studio dell’Ineguaglianza Economica”.
[2] Situazione di mercato caratterizzata dall’accentramento della domanda da parte di un solo soggetto economico e dall’impossibilità per altri acquirenti di entrare sul mercato.
[3] Si intende il tasso di disoccupazione nelle Figure 1 e 2, mostrato dalla linea rossa, mentre la linea blu mostra l’evoluzione dei salari medi orari degli occupati con funzioni non dirigenziali.
[4] La tabella mostra una graduatoria dei problemi principali, dal punto di vista dei datori di lavoro. Nella prima riga i risultati attuali dei sondaggi, nella seconda quelli dell’anno passato, nella terza i dati più elevati e nella quarta quelli più bassi.
[5] La tabella mostra le percentuali dei lavoratori che restano in un posto di lavoro con i medesimi salari dell’anno precedente (quelli pagati ad ore lavorate, in rosso; a stipendi mensili fissi, in verde; oppure quelli totali di tutte le categorie, in blu).
maggio 27, 2018
By Paul Krugman
At this point, it’s looking as if Trump’s tough talk on China trade will turn out to be as empty as his tough talk on, say drug prices. Faced with the prospect of actually going toe to toe with powerful interests – as opposed to doing harm to desperate immigrants, poor people who need health care, etc. – Trump keeps backing down, ignominiously. But what happened to all that bluster about trade wars being “good, and easy to win”?
I can think of four reasons Trump ran away:
It tells you a lot about the state of American leadership that (1) is highly implausible, while 2-4 all seem quite possible. And this means that what I’m about to say may amount to overthinking the issue.
Still, I think there are some good reasons why even a crude mercantilist looking at the China situation might conclude that this particular trade war isn’t nearly as easy to win as it might appear at first glance.
On the surface, the U.S. would appear to very much have the upper hand in any trade confrontation. After all, last year we only sold China $130 billion in goods, while they sent us $500 billion. So they have a lot more to lose, right?
Well, it’s not as clear as all that. You need to look at the realities of modern trade. And when you do, the story looks quite different. It goes without saying that Trump is wrong about the economics of bilateral trade imbalances. But he’s also wrong about the political economy, which isn’t the same thing.
Admittedly, the political economy of trade is kind of mercantilist, because it’s driven largely by producer interests. Long ago I wrote about “GATT-think”, the view of trade, enshrined in international negotiations, that sees exports as good, imports as bad, so that letting someone sell us stuff, even if it’s better and cheaper than we could make ourselves, is a “concession.” The genius of the postwar international trading system was that it harnessed this special-interest reality, using the ambitions of exporters to offset the protectionism of those competing with imports, to engineer a kind of enlightened mercantilism that vastly expanded world trade.
But GATT-think needs some modifying in an era of complex international value chains. Even if producer interests predominate over consumer interests, what producers should care about is not how much they export but how much income they derive from exporting. That is, they should care about “income at risk,” not “exports at risk.” These numbers can be very different, and in the case of US-China trade they are.
Consider the over-used but still illuminating case of the iPhone, which is assembled in China out of components made all over the world. That final assembly accounts for only 3 to 6 percent of the manufacturing cost, but the whole price of an iPhone shipped from China to America is counted as a Chinese export. If I’m doing the numbers right, this means that China exports around $17 billion worth of iPhones to America each year, but Chinese producers account for only around $1 billion of that.
Smartphones are an extreme case, but there’s a lot of that sort of thing. The income China derives from exports to the US is probably not much more than half the face value of those exports. There’s a bit of the same thing going on in the other direction – US aircraft, for example, contain quite a few foreign components – but it’s much less extreme.
What this means, in turn, is that even if we only focus on narrow producer interests – even if we take a mercantilist view – US-China trade is a lot less lopsided than it seems, which in turn means that the pain from a trade war would be a lot less asymmetric than the raw trade numbers might suggest.
But wait, there’s more. Apple sells those iPhones for considerably more than it costs to import them from China. This adds a whole additional chunk of US income at risk to the bilateral trade relationship. True, given time Apple could probably find other suppliers – but not right away, and not easily. Foxconn wasn’t built in a day.
Overall, it’s still probably true that China would be hurt worse than the U.S. in an all-out trade war. But the pain wouldn’t be at all one-sided. And it’s possible, I guess, that Trump dimly recognized that reality, or at least noticed that his beloved stock market really doesn’t like trade war talk.
Actually, I’m still betting that it’s a bribe and/or some kind of tape. But worth talking through, anyway.
Perché una guerra commerciale con la Cina non è “facile da vincere” (leggermente per esperti),
di Paul Krugman
A questo punto, sembra che il parlar duro di Trump sul commercio con la Cina si scoprirà essere vuoto come il suo parlare duro, ad esempio, sui prezzi dei farmaci. Di fronte alla prospettiva di finire faccia a faccia con interessi potenti – anziché provocare danni a immigrati disperati, alla povera gente che ha bisogno di assistenza sanitaria, etc. – Trump continua a tirarsi indietro vergognosamente. Ma cosa è successo a tutti coloro che facevano gli spacconi sulle guerre commerciali, “buone e facili da vincere”?
Posso pensare a quattro ragioni della fuga di Trump:
1 Qualcuno ha realmente cercato di spiegargli l’economia, e lui ha compreso che effettivamente non era una buona idea.
2 Ha perso coraggio, come normalmente fa quando si misura con persone che non sono impotenti.
3 È stato corrotto, con la Cina che gli offre deliziosi affari per i suoi personali interessi di impresario.
4 I cinesi hanno pure qualche tipo di registrazione. [1]
Ciò vi dice molto sullo stato della dirigenza americana, dato che (1) è altamente improbabile, mentre (2-4) sembrano entrambi abbastanza probabili. E questo significa che quello che sto per dire può corrispondere ad un eccesso di ragionamento sul tema.
Eppure, penso che ci siano buone ragioni perché persino un rozzo mercantilista che osserva la situazione della Cina possa arrivare alla conclusione che questa particolare guerra commerciale non sia lontanamente facile da vincere, come poteva sembrare a prima vista.
Superficialmente, gli Stati Uniti sembrerebbero proprio avere la meglio, in ogni scontro commerciale. Dopo tutto, l’anno passato abbiamo venduto alla Cina soltanto 130 miliardi di dollari di beni, mentre loro ce ne hanno spediti per 500 miliardi. Dunque, hanno molto di più da perdere, giusto?
Ebbene, non è così chiaro come parrebbe. È necessario guardare alle realtà del commercio moderno. E quando lo si fa, il racconto diventa abbastanza diverso. Non è il caso di dire che Trump sbaglia sull’economia degli squilibri commerciali bilaterali. Ma egli sbaglia anche sulla politica economica, che non è la stessa cosa.
Si può ammettere che la politica economica del commercio sia di tipo mercantilista, giacché è guidata ampiamente dagli interessi dei produttori. Molto tempo fa, scrissi sulla “logica del GATT” [2], il punto di vista del commercio, consacrato dai negoziati internazionali, che considera positive le esportazioni e negative le importazioni, cosicché consentire a qualcuno di venderci qualcosa sarebbe una “concessione”, anche se è una situazione migliore e più conveniente di quello che potremmo fare da soli. La genialità del sistema commerciale internazionale postbellico è stata che esso ha imbrigliato questa realtà degli interessi particolari, utilizzando le ambizioni degli esportatori per bilanciare il protezionismo di coloro che competono con le importazioni, al fine di concepire un mercantilismo illuminato, che ha ampliato enormemente il commercio mondiale.
Ma la logica del GATT ha bisogno di qualche modifica in un’epoca di complesse catene internazionali del valore. Persino se gli interessi dei produttori predominano sugli interessi dei consumatori, quello di cui i produttori dovrebbero curarsi non è quanto essi esportano, ma quanto reddito derivano dalle esportazioni. Ovvero, dovrebbero preoccuparsi del “rischio del reddito”, non del “rischio delle esportazioni”. Questi numeri possono essere molto diversi, e nel caso del commercio tra Stati Uniti e Cina lo sono.
Si consideri l’esempio abusato ma ancora illuminante degli iPhone, che sono assemblati in Cina con componenti costruite in tutto il mondo. L’assemblaggio finale pesa soltanto dal 3 al 6 per cento del costo manifatturiero, ma il prezzo complessivo di un iPhone spedito dalla Cina all’America è considerato come una esportazione cinese. Se sto facendo i miei calcoli correttamente, questo significa che il valore delle esportazioni annuali dalla Cina all’America di iPhone è di circa 17 miliardi di dollari, ma in quel dato i produttori cinesi pesano soltanto per un miliardo di dollari.
Gli smartphone sono un caso estremo, ma ci sono molte cose di quel genere. Il reddito che la Cina deriva dalle esportazioni negli Stati Uniti, probabilmente non è molto superiore alla metà del valore apparente di quelle esportazioni. Ci sono cose simili nella direzione opposta – gli aeroplani statunitensi, ad esempio, contengono un buon numero di componenti straniere – ma si tratta di casi molto meno radicali.
Questo comporta, a sua volta, che persino se ci concentriamo sugli interessi ristretti dei produttori – persino se assumiamo un punto di vista mercantilista – il commercio USA-Cina è molto meno asimmetrico di quello che sembra, il che a sua volta comporta che la sofferenza per una guerra commerciale sarebbe molto meno asimmetrica di quello che i dati grezzi su commercio potrebbero indicare.
Ma aspettate, c’è di più. Apple vende gli iPhone ad un prezzo assai superiore di quello che costano ad essere importati dalla Cina. Questo aumenta di una intera parte aggiuntiva di reddito statunitense a rischio nelle relazioni commerciali bilaterali. È vero, in un tempo definito Apple potrebbe probabilmente trovare altri fornitori – ma non immediatamente e non facilmente. Foxconn non è stata costruita in un giorno [3].
Nel complesso, è probabilmente ancora vero che la Cina sarebbe più danneggiata degli Stati Uniti da una guerra commerciale illimitata. Ma la sofferenza non sarebbe da una parte sola. E ritengo che sia possibile che Trump si sia oscuramente reso conto di questa realtà, o che almeno si sia accorto che il suo adorato mercato azionario non gradisce che si parli di guerre commerciali.
In realtà, sto ancora scommettendo se si tratti di una tangente e/o di un nastro registrato di qualche genere. Ma in ogni caso vale la pena di seguire la faccenda passo a passo.
[1] L’esistenza non inverosimile di nastri di registrazioni appare una ipotesi sia nella vicenda a sfondo sessuale in Russia che in uno scambio di favori tra Trump e la Cina.
[2] Il General Agreement on Tariffs and Trade (dall’inglese: Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio), meglio conosciuto come GATT, è un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 paesi, per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale.
[3] Studenti liceali al lavoro fino a 11 ore per produrre l’iPhone X. È tornata nel mirino Foxconn, il maggiore fornitore cinese di Apple, sotto accusa per le condizioni in cui versano i suoi lavoratori. Gli impianti della società cinese erano già saliti alle cronache negli anni scorsi, diventando famose con il nome di “fabbriche dei suicidi”. Ora, un’inchiesta del Financial Times alza di nuovo il velo sulla vicenda, con le parole dei diretti interessati. Sono sei i liceali cinesi che hanno denunciato al quotidiano finanziario di essere stati costretti a lavorare nell’impianto Foxconn di Zhengzou per un periodo di tre mesi, in quella che gli veniva presentata come «un’esperienza lavorativa necessaria per completare il programma di studi». (da un articolo su Il Messaggero)
maggio 15, 2018
May 12, 2018
By Paul Krugman
So Donald Trump broke another promise: he did not, after all, empower Medicare to negotiate lower drug prices. Instead he (and Michael Cohen, who definitely isn’t his bagman) took money from drug lobbyists, appointed them to key positions, and announced a plan that sent drug stocks soaring. I’m sure you’re shocked.
But promise-breaking aside, would introducing a policy of bargaining drug prices down have been good for America? Actually, yes.
Oddly, I never got around to doing my homework on the economics of drug-price bargaining – partly because I was realistic enough about the political economy to realize that it wasn’t going to happen in America any time soon. Still, the fact that Trump promised to do something makes it somewhat relevant, even if he did predictably break that promise. And it turns out that the economic case for doing what Trump just didn’t do, for putting caps on drug prices, is remarkably strong.
[Personal note: why am I doing this on a Saturday night? Because I just finished two days of meeting with men in gray suits talking about money and banking, I have to leave for the airport at 4:45 AM tomorrow, and I’m about to order in room service and go to bed. Life of the party, me.]
Let’s start with where things are right now. After a drug company gets a patent, it has a temporary monopoly on sales of its drug. So its situation looks like that of a standard monopolist, as shown in Figure 1:
It charges a price that is above the marginal cost of producing the drug – usually well above marginal cost. Nonetheless, consumers gain from the drug’s availability: the marginal consumer is willing to pay the drug’s price, and all the inframarginal consumers gain consumer surplus. Meanwhile, the drug company makes a profit, which is also a gain to the economy (although we haven’t deducted the cost of developing the drug; more about that in a minute.)
So overall, society gains from the drug’s existence. However, as Figure 2 shows, society would gain more if someone – regulators, purchasing managers at government agencies, whatever – forced the drug company to charge less than the monopoly price:
Consumer surplus would rise; the drug company would earn less profit per unit sold, but this would be partially offset by the profits earned on increased sales. Overall welfare would rise by the green-shaded area.
But wait: wouldn’t bargaining drug prices down reduce the incentive to develop new drugs? And wouldn’t this mean in some cases forgoing the welfare gains that come about, even with unregulated monopoly, from the mere fact that a drug becomes available?
Yes, it would. But despite this effect, the United States would almost certainly be better off with a moderate level of bargaining/price control than it is under the current hands-off regime. Why? I count at least four distinct reasons.
First, a point made by Lackdawalla and Sood is that the profit effects of constraining a monopolist’s price are second-order. That is, if you look at a drug company’s profits as a function of the price it charges, they look like Figure 3, with the company at the top of the curve. Pushing the company slightly to the left has approximately zero impact on profits, precisely because it starts at the maximum, where the curve is flat. What’s going on here is that the profits lost on existing sales are almost fully offset by the profits on additional sales.
What this means in turn is that the negative effect on innovation is small if prices aren’t pushed down a lot, while the consumer gains are first-order. Some price bargaining is always welfare-improving.
Second, the standard picture in Figure 1 in effect assumes that a drug is completely de novo, not a perhaps somewhat better substitute for an already existing drug. This is clearly a bad assumption in many cases; if a drug is introduced to snatch away rents from an existing, similar drug – people used to call this a “me too” drug, although we’re going to need a new name — the gains from its creation will be smaller. Indeed, it’s often argued that pharma companies basically develop too many drugs, wasting resources on what amounts to unnecessary duplication. To the extent that this is true, discouraging some innovation isn’t a bad thing.
Third, the consumer surplus calculation assumes that consumers actually pay for the drug. In fact, many drugs are paid for by insurers – which is necessary, because like much of modern medicine the cost if you need it is far beyond most people’s ability to pay out of pocket. But this means that the price someone is willing to pay may greatly exceed the value to the patient. In general, the interaction of drug insurance with monopoly pricing creates potentially huge distortions in both drug development and drug use, reinforcing the case for bargaining.
Finally, it’s a global market – which means that much of the consumer surplus from drug development accrues to foreigners, not U.S. citizens. Maybe there should be more drug development from the point of view of global welfare. But given the unique unwillingness of the U.S. to bargain over prices, we end up paying a much larger share of the costs of that development than we receive of the benefits. Funny how Trump is America first on everything, except when a nationalist position might be bad for Big Pharma.
Yes, Trump says he wants to force other countries to raise drug prices. Good luck on that.
What this comes down to is that there is a very strong case for doing what Trump promised to do but didn’t. I’m aware that simply saying “let’s bargain over drug prices” isn’t effective unless coupled with a willingness to say no – to tell a drug company that an overpriced drug will be excluded from the formulary. So it wouldn’t be politically easy. But it would be good economics.
Quello che è buono per l’industria farmaceutica non è buono per l’America (per esperti)
Di Paul Krugman
Dunque Donald Trump ha infranto un’altra promessa: alla fine, non ha dato a Medicare i poteri per negoziare prezzi più bassi dei farmaci. Invece, assieme a Michael Cohen, che è chiaramente il suo porta valige, ha preso soldi dai lobbisti dei farmaci, nominandoli in posizioni chiave, ed ha annunciato un programma che ha spedito le azioni farmaceutiche alle stelle. Sono sicuro che vi siete sorpresi.
Ma, a parte lo smentire le promesse, introdurre una politica di contenimento dei prezzi dei farmaci sarebbe stato positivo per l’America? Certamente sì.
Curiosamente, non ho mai trovato il tempo di approfondire l’economia della contrattazione dei prezzi dei fermaci – in parte perché ero sufficientemente realista sulla politica economica da comprendere che non era destinata a realizzarsi in America in breve tempo. Eppure, il fatto che Trump avesse promesso di fare qualcosa la rende in qualche modo rilevante, anche se prevedibilmente avrebbe evaso quella promessa. E si scopre che l’argomento economico per fare quello che Trump non ha proprio fatto, per fissare un tetto ai prezzi dei farmaci, è considerevolmente forte.
[nota personale: perché lo sto facendo di sabato notte? Perché ho appena terminato due giorni di incontri con uomini in completi grigi parlando di denaro e di sistema bancario, devo partire per l’aeroporto domattina alle 4,45 e sto ordinando il servizio in camera e andando al letto. Io stesso sono l’anima della festa.]
Partiamo da come sono le cose adesso. Dopo che una società farmaceutica ottiene un brevetto, essa ha un monopolio provvisorio sul suo farmaco. Dunque, la sua situazione assomiglia a quella di un comune monopolista, come mostrato nella Figura 1:
Essa fa pagare un prezzo che è superiore al costo marginale della produzione del farmaco – di solito assai al di sopra del costo marginale. Ciononostante, i consumatori hanno un vantaggio dalla disponibilità del farmaco: il consumatore è disponibile a pagare il prezzo del farmaco e tutti i consumatori intramarginali si avvantaggiano della cosiddetta ‘rendita del consumatore’ [1]. Nel frattempo, la società farmaceutica realizza un profitto, che è anche un vantaggio per l’economia (sebbene non abbiamo dedotto il costo della realizzazione del farmaco; ci arriviamo tra poco).
Dunque, complessivamente la società ha un guadagno dalla esistenza del farmaco. Tuttavia, come mostra la Figura 2, la società guadagnerebbe di più se qualcuno – regolatori, dirigenti degli acquisti nelle agenzie governative, qualunque cosa – costringesse la società farmaceutica a far pagare un prezzo inferiore al prezzo di monopolio:
La rendita del consumatore crescerebbe; la società farmaceutica si approprierebbe di un minore profitto per unità venduta, ma questo sarebbe parzialmente bilanciato dai profitti ottenuti sulle vendite aumentate. Il beneficio complessivo crescerebbe nelle dimensioni dell’area ombreggiata di color verde.
Ma, un momento: la contrattazione dei prezzi del farmaco non abbasserebbe l’incentivo a sviluppare nuovi farmaci? E questo non significherebbe in alcuni casi rinunciare ai benefici in termini di benessere che derivano, anche in regime di monopolio non regolamentato, dal semplice fatto che un farmaco diventa disponibile?
Sì, sarebbe così. Ma nonostante questo effetto, gli Stati Uniti starebbero quasi certamente meglio con un moderato livello di contrattazione/controllo del prezzo che non sotto l’attuale regime di non-intervento. Perché? Elenco almeno quattro distinte ragioni.
Anzitutto, un argomento avanzato da Lackdawalla e Sood è che gli effetti in termini di profitto del condizionamento del prezzo del monopolista sono secondari. Ovvero, se osservate i profitti di una società farmaceutica come funzione del prezzo che essa stabilisce, essi assomigliano alla Figura 3, con la società in cima alla curva. Spingere leggermente la società verso sinistra ha approssimativamente un impatto pari a zero sui profitti, precisamente perché essa comincia al livello massimo, dove la curva è piatta. Quello che in questo caso sta accadendo è che i profitti perduti sulle vendite esistenti sono quasi pienamente compensati dai profitti sulle vendite aggiuntive.
Questo significa a sua volta che l’effetto negativo sull’innovazione è piccolo se i prezzi non sono spinti molto in basso, mentre le rendite del consumatore sono di prima grandezza. Una qualche contrattazione dei prezzi ha sempre l’effetto di un miglioramento del benessere.
In secondo luogo, la descrizione standard della Figura 1 ipotizza che il farmaco sia completamente una novità, non un sostituto forse in qualche modo migliore di un farmaco già esistente. Questo, in molti casi, è chiaramente un assunto cattivo; se un farmaco viene introdotto per appropriarsi di rendite di un simile farmaco esistente – la gente era solita chiamarlo farmaco ‘me too’ ma avremo bisogno di chiamarlo con un altro nome [2] – i vantaggi derivanti dalla sua produzione diverranno più modesti. In effetti, si sostiene frequentemente che le società farmaceutiche fondamentalmente sviluppano troppi farmaci, sprecando risorse in ciò che corrisponde a inutili duplicazioni. Nella misura in cui questo è vero, scoraggiare qualche innovazione non sarebbe una cosa negativa.
Terzo, il calcolo della ‘rendita del consumatore’ assume che i consumatori effettivamente paghino il farmaco. Di fatto molti farmaci sono pagati dagli assicuratori, perché come molta della medicina moderna comporta dei costi che vanno assai oltre la capacità delle persone di pagare di tasca propria. Ma questo comporta che il prezzo che si è disponibili a pagare può eccedere grandemente il valore per il paziente. In generale, l’interazione tra assicurazione sui farmaci e fissazione di prezzi di monopolio crea potenzialmente grandi distorsioni sia nello sviluppo che nell’utilizzo dei farmaci, rafforzando l’argomento della contrattazione.
Infine, siamo in un mercato globale – il che comporta che una buona parte della ‘rendita del consumatore’ dallo sviluppo di nuovi farmaci beneficia i cittadini stranieri, non quelli statunitensi. Dal punto di vista del benessere globale, forse dovrebbe esserci un maggiore sviluppo di farmaci. Ma data l’indisponibilità che non ha confronti degli Stati Uniti a contrattare sui prezzi, finiamo col pagare una quota assai più ampia dei costi di tale sviluppo, rispetto a quello che ne riceviamo come beneficio. È curioso come Trump sia per mettere su tutto al primo posto l’America, eccetto quando una posizione nazionalista potrebbe essere negativa per le grandi società farmaceutiche.
È vero, Trump sostiene di voler costringere gli altri paesi ad alzare i prezzi dei farmaci. Buona fortuna.
Quello che da tutto questo discende è che c’è un argomento molto forte per fare quello che Trump aveva promesso di fare e non ha fatto. Sono consapevole che dire semplicemente “andiamo a contrattare i prezzi dei farmaci” non è efficace se non è accompagnato dalla volontà di dire dei no – di dire a una società farmaceutica che un farmaco troppo costoso sarà escluso dal formulario. Dunque non sarebbe semplice, in termini politici. Ma sarebbe una buona economia.
[1] Il surplus (o rendita) del consumatore è la differenza positiva fra il prezzo che un individuo è disposto a pagare per ricevere un determinato bene o servizio e il prezzo di mercato dello stesso bene. Il massimo che un consumatore è disposto a pagare viene detto “prezzo di riserva”. Ad esempio: se un individuo è disposto a pagare 100 euro per un determinato bene, ma ottiene infine lo stesso bene a 70 euro, avrà un surplus (totalmente psicologico) di 30 euro. Con riferimento all’intero mercato, per estensione, si chiama surplus del consumatore la somma totale dei surplus individuali. Wikipedia
[2] Ovvero, farmaco di imitazione. Ma bisognerà chiamarlo altrimenti, giacché ‘me too’ è oggi un simbolo di una battaglia contro la violenza sulle donne.
maggio 14, 2018
May 11, 2018
By Paul Krugman
I’m currently sitting in a room full of men in grey suits, talking about monetary and fiscal policy. And I thought I’d take another stab at an issue I’ve raised before: the natural rate hypothesis – the claim that there is a unique rate of unemployment consistent with stable inflation.
Underlying the natural rate hypothesis is “accelerationism”: the idea that low unemployment will lead not just to high inflation, but to accelerating inflation, and conversely that high unemployment will not just reduce inflation but lead to ever-falling inflation.
Accelerationism used to look like a pretty good description of inflation experience. Consider the big slump of the early 1980s. Unemployment soared for a while, then came back down to about where it started. Inflation, however, didn’t go back to where it started: it came down by about 5 percentage points:
But that was a long time ago. Consider what happened after the financial crisis of 2008. As in the 1980s, unemployment soared for a while, then eventually came back down. But inflation barely moved at all; in particular, it ended the cycle just about where it started:
The thing is, the Fed and other central banks still basically operate with an accelerationist framework. When will they adapt to reality?
La morte dell’accelerazione (per esperti), di Paul Krugman
In questo momento sono seduto in una stanza piena di uomini in completi grigi, che parlano di politica monetaria e della finanza pubblica. Ed ho pensato che potrei fare un altro tentativo su un tema che ho sollevato in precedenza: l’ipotesi del tasso naturale – la pretesa che ci sia un unico tasso di disoccupazione compatibile con una inflazione stabile.
Implicito nell’ipotesi del tasso naturale è “l’accelerazionismo”: l’idea che una bassa disoccupazione non solo non porterà ad una elevata inflazione, ma ad una inflazione accelerata, e di converso che un’alta disoccupazione non solo ridurrà l’inflazione, ma porterà ad una inflazione in continua caduta.
L’accelerazionismo veniva utilizzato per la sua somiglianza con una discreta descrizione dell’esperienza dell’inflazione. Si consideri la grande recessione dei primi anni ’80. Per un certo periodo la disoccupazione salì alle stelle, poi tornò al punto da cui era partita. Tuttavia, l’inflazione non tornò al punto da cui era partita: scese di circa 5 punti percentuali:
Ma questo avveniva molto tempo fa. Si consideri cosa accadde dopo la crisi finanziaria del 2008. Come negli anni ’80, per un po’ la disoccupazione salì alle stelle, poi alla fine tornò indietro. Ma l’inflazione si mosse appena: in particolare terminò il suo ciclo proprio da dove era partita:
Il punto è, le banche centrali operano ancora con un modello accelerazionista. Quando si adatteranno alla realtà?
maggio 8, 2018
May 6, 2018
By Paul Krugman
Is the natural rate hypothesis dead? Maybe. Probably.
From the mid-1970s until just the other day, the overwhelming view in macroeconomics was that there is no long-run tradeoff between unemployment and inflation, that any attempt to hold unemployment below some level determined by structural factors would lead to ever-accelerating inflation. But the data haven’t supported that view for a while; and the latest US employment report, with its combination of a low reported unemployment rate and continuing weak wage growth, seems to have brought skepticism about the natural rate to critical mass.
But what does it mean to question or reject the concept of a natural rate? Reading Mike Konczal’s explanation for the layperson, or Olivier Blanchard’s exposition for the pros, I wonder whether the point is coming across clearly enough. That’s not to say that there’s anything wrong with either Konczal or Blanchard – I completely agree with what both are saying, except that I would take a stronger stand than Olivier against the old orthodoxy (which probably says more about our personalities than about our take on the evidence, which appears to be identical.) But I thought it might be useful to restate the case and the implications.
The bottom line here is that the case for aggressive monetary and, when necessary, fiscal policies to sustain demand is much stronger than we used to think. Errors like the turn to austerity and the ECB’s 2011 rate hike were much bigger mistakes than the previous doctrine allowed for; premature Fed rate hikes would be a bigger sin than even the Fed seems to realize now. For given what we now seem to know, output lost to weak demand is lost forever; there is no chance to make up for it later.
During the 1970s almost the whole macroeconomics profession was persuaded by the experience of stagflation that Milton Friedman (and Edmund Phelps) were right: there is no long run tradeoff between inflation and unemployment. Current inflation does depend on unemployment, but it also depends one-for-one on expected inflation:
Inflation = f(U) + expected inflation
where f(U) means some function of the unemployment rate. Meanwhile, expected inflation presumably reflects past inflation. So trying to keep U very low means raising inflation ever higher to keep ahead of expectations, which is not a sustainable strategy.
Actually, the speed with which the profession adopted the natural rate hypothesis was remarkable – and is especially extraordinary compared with the utter unwillingness of many macroeconomists to admit that experience since 2008 requires some change in their models, maybe even a concession that Keynesians were onto something. But that’s a story for another time.
So what happened? Consider the behavior of unemployment and core inflation since 1980:
The first half of the 80s was marked by a huge rise in unemployment, which eventually came back down to roughly its original level; but inflation at the end of this cycle was a lot lower than at the beginning, seeming to confirm the accelerationist hypothesis.
But after 2008 we once again had a huge rise in unemployment, which eventually came back down to roughly its starting point (actually lower at this point). If this cycle had produced an 80s-level disinflation, we’d be well into deflation by now. Instead, inflation is also pretty much back where we started.
Does this mean that there’s no relationship between unemployment and inflation? Despite some puzzles in recent US data, I’m not willing to go there. Extreme events are your friend in such cases, because the underlying logic is less likely to be obscured by special circumstances. So I look at things like Spain’s disinflation in the face of massive unemployment:
I’d say that the preponderance of evidence still supports the notion that high unemployment depresses inflation, low unemployment fosters inflation.
But this isn’t what the natural rate hypothesis demands. This is what I’ve called the neo-paleo-Keynesian Phillips curve, in which there is a tradeoff between inflation and unemployment, even in the long run.
Why does accelerationism, which worked in the 80s, no longer seem to work? One way or another, I think we’re into the realm of bounded rationality/behavioral economics. Downward nominal wage rigidity is a real thing, which becomes highly relevant at low inflation. And as Blanchard suggests, in a low-inflation world people may simply stop paying attention to overall inflation, or building changing expectations into their price-setting.
So why does this matter? Consider the following story; any resemblance to real events is entirely intentional. Imagine that we go through a severe economic slump that temporarily drives unemployment way up and reduces inflation, but that eventually inflation gets back to where it started.
On the accelerationist view, the period of high unemployment should lead to lower expected inflation, so to get inflation back up to its original level policymakers have to let the economy run hot for a while, with unemployment below its long-run sustainable level. Assuming they manage to do this, the period of running hot helps offset the cost of the initial slump; indeed, to a first approximation the average unemployment rate over, say, a decade is the same as it would have been without the slump:
On this view, the task of central banks and fiscal authorities isn’t full employment; it’s “stabilization”, avoiding big swings in unemployment. You can think of reasons that might be important, but it would be wrong to simply add up the output lost during a slump and call that the loss to the economy.
But the paleo view – which is the one supported by the evidence – says that getting inflation back to the original level doesn’t mean running the economy temporarily hot; it just means getting unemployment back down. So there is never any compensation for the initial slump:
On that view, the failure to supply enough demand after 2008 imposed an enormous cost, which we can never regain. And looking forward, the risks of being too loose versus too tight are hugely asymmetric: letting the economy slump again will again impose big costs that are never made up, while running it hot won’t store up any meaningful trouble for the future.
Is this reality being reflected in policy? My sense is that a lot of economists in central banks have come around to a neo-paleo view of inflation. But actual policy still looks as if it’s being run with an accelerationist Phillips curve in the background, at best; indeed, there’s an obvious unwillingness even to temporarily let the economy run hot.
This matters. We should not let policy be driven by ideas that haven’t worked for decades.
Economia innaturale (per esperti) [1]
Di Paul Krugman
È morta l’ipotesi del tasso naturale? Forse. È probabile.
Dalla metà degli anni ’70 sino appena all’altro ieri, il punto di vista assolutamente prevalente in macroeconomia era che non esiste uno scambio di lungo periodo tra disoccupazione e inflazione, che ogni tentativo di tenere la disoccupazione al di sotto di un livello determinato da fattori strutturali avrebbe condotto ad una inflazione in continua accelerazione. Ma è un po’ che i dati non sostengono questo punto di vista; e l’ultimo rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti, con la sua combinazione di un tasso di disoccupazione che si presume basso e di una debole crescita dei salari, sembra aver portato lo scetticismo sul tasso naturale ad un punto critico.
Ma cosa significa mettere in dubbio o respingere il concetto del tasso naturale? Leggendo la spiegazione per i profani di Mike Konczal, o l’esposizione per gli esperti di Olivier Blanchard, io mi chiedo se il punto sia percepito in modo sufficientemente chiaro. Con questo non voglio dire che ci sia qualcosa di sbagliato in Konczal o in Blanchard – io concordo completamente con quello che stanno sostenendo entrambi, sennonché prenderei una posizione più esplicita di quella di Olivier contro la vecchia ortodossia (il che probabilmente è più indicativo delle nostre personalità che non del modo in cui accettiamo i fatti, che sembra essere identico). Errori come il passaggio all’austerità e il rialzo dei tassi da parte della BCE nel 2011 furono errori molto più gravi di quello che la precedente dottrina consentiva; i rialzi prematuri del tasso da parte della Fed sono stati un peccato più grave, come anche la Fed sembra oggi comprendere. Perché, dato quello che oggi sembriamo sapere, la produzione perduta per una domanda debole è perduta per sempre; non c’è possibilità di compensarla in seguito.
Durante gli anni ’70 quasi l’intera disciplina macroeconomica era persuasa dall’esperienza della stagflazione che Milton Friedman (e Edmund Phelps) avessero ragione: nel lungo periodo non c’è alcuno scambio tra inflazione e disoccupazione. L’inflazione odierna dipende certamente dalla disoccupazione, ma dipende anche in un rapporto di uno ad uno con l’inflazione attesa:
Inflazione = f(U) + inflazione attesa
dove f(U) significa qualche funzione del tasso di disoccupazione. Contemporaneamente, l’inflazione attesa presumibilmente riflette l’inflazione passata. Dunque cercare di tenere la disoccupazione molto bassa significa elevare l’inflazione sempre più in alto per tenere testa alle aspettative, che non è una strategia sostenibile.
In realtà, la velocità con la quale la disciplina adottò l’ipotesi del tasso naturale fu rilevante – ed è particolarmente straordinaria se è confrontata con la completa indisponibilità di molti macroeconomisti ad ammettere che l’esperienza all’indomani del 2008 richiede qualche cambiamento nei loro modelli, forse persino l’ammissione che i keynesiani avevano intuito qualcosa. Ma su questa storia tornerò in un’altra occasione.
Dunque, cosa è successo? Si consideri il comportamento della disoccupazione e dell’inflazione sostanziale a partire dal 1980:
La prima metà degli anni ’80 fu segnata da una vasta crescita della disoccupazione, che alla fine tornò indietro all’incirca al suo livello originario; ma al termine di questo ciclo l’inflazione risultò più bassa che all’inizio, sembrando confermare l’ipotesi accelerazionista.
Ma dopo il 2008 avemmo ancora una volta una forte crescita nella disoccupazione, che alla fine tornò indietro grosso modo al suo punto di partenza (in effetti, adesso è più bassa). Se questo ciclo avesse prodotto una disinflazione del livello degli anni ’80, in questo momento potremmo ben essere in deflazione. Invece, anche l’inflazione è sostanzialmente tornata da dove eravamo partiti.
Questo significa che non c’è alcuna relazione tra disoccupazione e inflazione? Nonostante qualche interrogativo nei dati recenti degli Stati Uniti, non me la sento di arrivare a quel punto. In tali casi gli eventi estremi ci aiutano a capire, perché la logica sottostante è meno probabile che sia oscurata da speciali circostanze. Dunque io osservo cose come la disinflazione in Spagna, a fonte di una disoccupazione massiccia.
Direi che le prove ancora sostengono in modo preponderante il concetto che una elevata disoccupazione deprime l’inflazione e che una bassa disoccupazione incoraggia l’inflazione.
Ma non è questo che viene richiesto dalla ipotesi del tasso naturale. Questo è quella che io ho definito la curva di Phillips neo-paleo-keynesiana. Nella quale c’è uno scambio tra inflazione e disoccupazione, anche nel lungo periodo.
Perché l’accelerazionismo, che aveva funzionato negli anni ’80, sembra non funzionare più? In un modo o nell’altro, penso che siamo nel regno della razionalità limitata e della economia comportamentale. La rigidità verso il basso dei salari nominali è una cosa reale, che diventa molto rilevante con la bassa inflazione. E, come suggerisce Blanchard, in un mondo di bassa inflazione le persone possono semplicemente smetterla di prestare attenzione alla inflazione complessiva, o realizzare aspettative mutevoli nella loro definizione dei prezzi.
Perché, dunque, questo è importante? Si consideri il seguente racconto: ogni somiglianza a fatti reali è interamente intenzionale. Si immagini che attraversiamo una grave recessione economica che temporaneamente spinge la disoccupazione in alto e riduce l’inflazione, ma che alla fine l’inflazione ritorni al punto in cui era partita.
Secondo il punto di vista accelerazionista, il periodo di elevata disoccupazione dovrebbe portare ad una inflazione attesa più bassa, con la disoccupazione più in basso del suo livello sostenibile di lungo termine. Assumendo che riescano a farlo, il periodo della corsa accesa aiuta a bilanciare il costo della recessione iniziale; in effetti, ad una prima approssimazione, la media del tasso di disoccupazione nel corso, diciamo, di un decennio è la stessa di quello che sarebbe stata senza la recessione:
Da questo punto di vista, l’obbiettivo delle banche centrali e delle autorità di finanza pubblica non è la piena occupazione; è la “stabilizzazione”, evitando grandi oscillazioni nella disoccupazione. Potete ragionare delle ragioni per le quali ciò potrebbe essere importante, ma sarebbe sbagliato semplicemente sommare la produzione persa durante la recessione e definirla una perdita per l’economia.
Ma il punto di vista antico – quello sostenuto dalle prove – dice che riportare l’inflazione al livello originario non significa far correre l’economia in modo temporaneamente accalorato; significa soltanto riportare indietro la disoccupazione. Dunque, non c’è mai alcun compenso per la crisi iniziale:
Da quel punto di vista, l’incapacità a fornire dopo il 2008 una sufficiente domanda ha imposto un costo enorme, che non potremo mai recuperare. E guardando in avanti, i rischi di essere troppo permissivi anziché troppo restrittivi sono enormemente asimmetrici: fare in modo che l’economia vada ancora in crisi imporrà nuovamente grandi costi che non saranno mai recuperati, mentre gestirla in modo acceso non produrrà alcun guaio significativo per il futuro.
Questa realtà si riflette nella politica? La mia sensazione è che molti economisti nelle banche centrali hanno riconsiderato un punto di vista sull’inflazione che è una combinazione di vecchio e di nuovo. Ma la politica effettiva sembra ancora come se fosse gestita, nel migliore dei casi, con una curva accelerazionista di Phillips sullo sfondo; in effetti c’è una evidente indisponibilità persino a consentire temporaneamente che l’economia corra in modo acceso.
Questo è importante. Non dovremmo mai permettere che la politica sia guidata da idee che non hanno funzionato per decenni.
[1] Per una maggiore spiegazione dei concetti della “curva di Phillips”, del cosiddetto Nairu (“tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione”) e altri temi connessi, vedi sulle Note alla traduzione la voce specifica.
[2] La linea blu indica le spese per i consumi personali – esclusi i beni più mobili come gli alimentari e l’energia, ovvero limitandosi all’inflazione sostanziale o “core” – e quella rossa indica il tasso di occupazione nella popolazione “civile” – ovvero escluse le persone presso strutture come caserme, ospedali, manicomi e galere.
[3] Il diagramma mostra l’evoluzione del rapporto tra inflazione e disoccupazione (la curva di Phillips). Il periodo considerato è quello tra l’anno 2000 e l’anno 2017. Sulla sinistra c’è la scala di valori dell’inflazione, in basso la scala di valori della disoccupazione. Ogni punto è indicativo di un anno, per un totale di 18 anni. Ovviamente, quando il vettore torna indietro – come negli ultimi anni – questo significa che il tasso di disoccupazione è diminuito; quando torna verso l’alto, significa che il tasso di inflazione è aumentato.
maggio 7, 2018
By Paul Krugman
The title of this post is an actual question, not rhetorical. I have a hypothesis that may or may not be true, and am throwing it out for further discussion.
Start with the puzzle: the unemployment rate is now very low by historical standards. In fact, it’s back down to 2000 levels; those were the days when employment was so full that people used to joke about the “mirror test” for employment: if your breath would fog a mirror, that is, if you were alive, you could get hired. (Sorry, zombies.) Yet wage growth remains restrained, well below pre-crisis levels:
What’s going on?
One answer is that the official unemployment rate is misleading as an indicator of economic slack, and/or that structural changes have shifted the Phillips curve. This could be true; but there are a lot of stories about firms complaining that they can’t find workers. So why aren’t they just raising wages?
OK, here’s one hypothesis: it’s partly about downward nominal wage rigidity.
The notion that firms are very reluctant to cut wages has a long history, for a very good reason: it’s true. That truth has been obvious to many observers; Truman Bewley made a systematic survey to confirm the point. Employers believe that actual wage cuts, as opposed to, say, letting real wages erode via inflation, are demoralizing and perceived as unfair. So there tends to be a zero lower bound on wage changes, except in the face of very high unemployment.
Until the Great Recession, most economists believed that this constraint, like the zero lower bound on interest rates, wasn’t that important in practice. But during the recession and aftermath, downward nominal wage rigidity became binding for a large share of the work force:
But that explains why firms didn’t cut wages when unemployment was high. How does it explain why they won’t raise wages now that unemployment is low again?
OK, here’s my theory about the brontosaurus, I mean, about wages. What employers learned during the long slump is that you can’t cut wages even when people are desperate for jobs; they also learned that extended periods in which you would cut wages if you could are a lot more likely than they used to believe. This makes them reluctant to grant wage increases even in good times, because they know they’ll be stuck with those wages if the economy turns bad again.
This hypothesis also explains something else that’s been puzzling me: widespread anecdotes about employers trying to attract workers with signing bonuses rather than higher wages. A signing bonus is a one-time cost; a higher wage, we now know, is more or less forever.
If there’s any truth to this story, the protracted economic weakness that followed the financial crisis is still casting a shadow on labor markets despite low unemployment today.
La Grande Recessione sta ancora tenendo in basso i salari? (per esperti)
Di Paul Krugman
Il titolo di questo post è una domanda effettiva, non retorica. Io ho una ipotesi che può essere vera oppure no, e la sto tirando fuori per un ulteriore dibattito.
Partiamo dal mistero: il tasso di disoccupazione, in rapporto alle sue serie storiche, è oggi molto basso. Di fatto, è tornato ai livelli dell’anno 2000; quelli erano i giorni nei quali l’occupazione era così piena che la gente era solita fare uno scherzo sul “test dello specchio”: se il vostro respiro avesse appannato lo specchio, ovvero se eravate vivi, sareste stati assunti (spiacente per gli zombi). Tuttavia, la crescita dei salari resta limitata, ben al di sotto dei livelli precedenti la crisi:
Cosa sta succedendo?
Una risposta è che il tasso di disoccupazione ufficiale come indicatore della fiacchezza dell’economia è fuorviante, e/o che le modifiche strutturali hanno spostato la curva di Phillips [1]. Questo potrebbe essere vero; ma ci sono un sacco di storie su imprese che si lamentano perché non riescono a trovare lavoratori. Perché dunque non stanno semplicemente alzando i salari?
Ecco una ipotesi: in parte dipende dalla rigidità verso il basso dei salari nominali.
Il concetto secondo il quale le imprese sono molto riluttanti a tagliare i salari ha una lunga storia, per l’ottima ragione che è vero. Tale verità è risultata evidente a molti osservatori; Truman Bewley fece un sondaggio sistematico per confermare tale aspetto. I datori di lavoro credono che un effettivo taglio dei salari, anziché, ad esempio, lasciare che i salari reali vengano erosi dall’inflazione, siano demoralizzanti e percepiti come ingiusti. Così tende ad esserci un limite inferiore dello zero sui cambiamenti salariali, ad eccezione di una disoccupazione molto elevata.
Sino alla Grande Recessione la maggioranza degli economisti credeva che questo condizionamento, come il limite inferiore dello zero nei tassi di interesse, non fosse in pratica così importante. Ma durante la recessione e in seguito ad essa, la rigidità verso il basso dei salari nominali è diventata vincolante per un’ampia quota di forza lavoro:
Ma questo spiega perché le imprese non hanno tagliato i salari quando la disoccupazione era elevata. Come può spiegare perché essi non intendono aumentare i salari ora che la disoccupazione è di nuovo bassa?
Ecco dunque la mia teoria sul brontosauro, voglio dire sui salari. Quello che i datori di lavoro hanno imparato durante la lunga recessione è che non si possono tagliare i salari anche quando la gente è disperata per i posti di lavoro; hanno anche imparato che prolungati periodi nei quali tagliereste i salari se poteste, sono molto più probabili di quanto erano abituati a credere. Questo li rende riluttanti a concedere aumenti salariali anche nei periodi buoni, perché sanno che resteranno bloccati con quei salari se l’economia torna ancora ad essere negativa.
Questa ipotesi spiega anche qualcos’altro che mi sta interrogando; gli aneddoti generalizzati sui datori di lavoro che cercano di attrarre lavoratori sottoscrivendo gratifiche piuttosto che salari più alti. Sottoscrivere una gratifica è un costo una-tantum; un salario più elevato, ora lo sappiamo, è più o meno per sempre.
Se c’è una verità in questa storia, la perdurante debolezza dell’economia che ha fatto seguito alla crisi finanziaria sta ancora gettando un’ombra sui mercati del lavoro, nonostante la bassa disoccupazione odierna.
[1] ”L’economista neozelandese Alban William Phillips (1914 – 1975), nel suo contributo del 1958 ‘The relationship between unemployment and the rate of change of money wages in the UK 1861-1957′ (La relazione tra disoccupazione e il tasso di variazione dei salari monetari nel Regno Unito 1861-1957), pubblicato su Economica, rivista edita dalla London School of Economics, osservò una relazione inversa tra le variazioni dei salari monetari e il livello di disoccupazione nell’economia britannica nel periodo preso in esame. Analoghe relazioni vennero presto osservate in altri paesi e, nel 1960, Paul Samuelson e Robert Solow, a partire dal lavoro di Phillips, proposero un’esplicita relazione tra inflazione e disoccupazione: allorché l’inflazione era elevata, la disoccupazione era modesta, e viceversa. ” La società può permettersi un saggio di inflazione meno elevato o addirittura nullo, purché sia disposta a pagarne il prezzo in termini di disoccupazione “(Robert Solow).
[2] La tabella mostra i lavoratori che affermano di mantenere lo stesso salario dell’anno precedente, suddivisi nelle tre tipologie dei lavoratori pagati su base oraria (linea rossa), con stipendio fisso (linea verde), o di entrambe le categorie (linea blu). Dunque, la percentuale di lavoratori che non indicano una differenza rispetto all’anno precedente dopo la recessione è salita attorno al 20% per quelli pagati su base oraria, è salita attorno al 10% per quelli con stipendio fisso e attorno al 15% per i complessivi.
maggio 5, 2018
May 2, 2018
By Paul Krugman
The 2020 election is still two and a half years away, but the Big Sneer is already underway. Name a potential Democratic candidate, and you know how pundits will react: the same way they reacted to Al Gore and Hillary Clinton. He/she (especially she), they’ll say, is tired, boring, annoying. Above all, they’ll complain, he/she doesn’t offer any new ideas.
Somehow it’s always Democrats who get this kind of criticism, even though every prominent Republican for the past three decades has espoused the same three bad ideas: tax cuts for the rich, slashed benefits for the poor, and more pollution. Paul Ryan 2010 was basically Newt Gingrich 1995 with a lower BMI, yet he got praised endlessly as an innovative thinker.
But let’s leave the asymmetric treatment of the parties aside, and ask a simple question: why, exactly, do we demand that politicians have new ideas?
I’m not saying that politicians shouldn’t be open to new thinking and evidence about policy. But a political party isn’t like Apple, which needs to keep coming up with glitzier products to stay ahead of Android. There are huge problems with U.S. policy on many fronts, but very few of these problems come from lack of good new ideas. They come, instead, from failure to act on what we already know – and, for the most part, have known for a long time.
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Let me give two big examples: access to health care and environmental protection.
On health care, we know perfectly well how to provide more or less universal access, because every other advanced country does it.
How can a nation provide universal access to health care? There are actually three ways. You can have direct provision by a government health system, like Britain’s NHS; you can have a single-payer system of government health insurance, like Canada (or Medicare here); or you can use a combination of regulation, mandates, and subsidies to prod the private sector into covering everyone, like Switzerland.
And all three systems work! True, you can have trouble if the funding is inadequate or the rules aren’t effectively enforced, but that’s true of any policy. Universal health care is a solved problem. We don’t need new ideas to achieve that goal here – in fact, we got about halfway there under Obama, and all we need to finish the job is a progressive president and a progressive majority in Congress.
What about protecting the environment? I guess you can make the case that there were important new ideas in the 1980s. Until then, environmental policy consisted almost entirely of top-down regulation. Economists had known for generations that there was a case for exploiting market forces via things like emission taxes or tradable emission permits, but these first made it into the world of political reality with the Bush-era emissions-trading scheme used to control acid rain.
But have there been any major new ideas since then? More to the point, do we need any major new ideas? The basic tools — direct regulation in some cases, taxes or tradable licenses in others – are well understood, and have worked well in many cases. What we need is an effective political majority willing to act on what we already know.
Am I saying that there are no new ideas relevant to policy? Of course not. For example, the related discoveries that moderate increases in the minimum wage don’t seem to reduce employment and that employers often have a lot of monopsony power in labor markets suggest some new dimensions to the progressive agenda.
Nor am I saying that policy analysis and study by think tanks and academics is unnecessary. Details matter, and sometimes policy studies generate truly new ideas.
But politicians don’t need clever new ideas to make the case that they could vastly improve most Americans’ lives. In America, even more than in other countries, we have a huge backlog of good old ideas we’ve never acted on.
So why the demand for new ideas? Partly it’s because pundits are bored with conventional policy discussion – and/or don’t want to be bothered learning enough to understand actually existing policy issues, preferring sparkly new stuff they can praise simply for its newness. Partly it’s just an excuse for sneering at Democrats, which as I understand it is required by the pundit code.
But enough. I don’t care whether a politician has new ideas, and neither should you. What matters is whether a politician has good ideas.
I politici non hanno bisogno di nuove idee,
dal blog di Paul Krugman
Le elezioni del 2010 sono ancora lontane due anni e mezzo, ma il Grande Sogghigno è già partito. Indicate un potenziale candidato democratico, e già sapete come reagiranno i commentatori: nello stesso modo in cui reagirono ad Al Gore e a Hillary Clinton. Diranno che lui o lei (specialmente lei) sono stanchi, noiosi, fastidiosi. Si lamenteranno soprattutto che lui o lei non offrono alcuna idea nuova.
In qualche modo sono sempre i democratici che ottengono questo genere di trattamento, anche se nei tre decenni passati tutti i repubblicani eminenti hanno sposato le medesime tre pessime idee: tagli fiscali ai ricchi, abbattere i sussidi per i poveri e consentire più inquinamento. Paul Ryan nel 2010 era fondamentalmente come Newt Gingrich nel 1995 con un peso forma più basso, tuttavia ebbe elogi sperticati come un pensatore innovativo.
Ma lasciamo da parte il trattamento asimmetrico dei partiti, e chiediamoci una cosa semplice: perché mai chiediamo che i politici abbiano idee nuove?
Non sto dicendo che i politici non dovrebbero essere aperti a nuovi modi di ragionare ed alle relative testimonianze in politica. Ma un partito politico non è come Apple, che ha bisogno di venirsene fuori con prodotti più luccicanti per restare in testa su Android. Ci sono gravi problemi su molti fronti nella politica degli Stati Uniti, ma pochissimi di questi problemi derivano da una mancanza di nuove idee. I problemi vengono invece dalla incapacità di agire su quello che già conosciamo – e, nella maggioranza dei casi, che abbiamo appreso da molto tempo.
Fatemi fare due grandi esempi: l’accesso alla assistenza sanitaria e la protezione dell’ambiente.
Sulla assistenza sanitaria, sappiamo perfettamente come fornire un accesso più o meno universale, giacché lo fanno tutti gli altri paesi avanzati.
Come può una nazione offrire un accesso universale alla assistenza sanitaria? Ci sono effettivamente tre modi. Possiamo avere una fornitura diretta da parte di un sistema sanitario pubblico, come nel sistema sanitario britannico; possiamo avere un sistema centralizzato di finanziamento della assicurazione sanitaria pubblica, come nel Canada (o da noi con Medicare); oppure possiamo usare una combinazione di regole, di delega ai singoli e di sussidi per indurre il settore privato a dare assistenza a tutti, come in Svizzera.
E tutti e tre i sistemi funzionano! È vero, ci possono essere problemi se il finanziamento è inadeguato o le regole non sono efficacemente fatte rispettare, ma questo è vero per ogni politica. L’assistenza sanitaria universale è un problema risolto. In quel caso non abbiamo bisogno di nuove idee per raggiungere quell’obbiettivo – di fatto, con Obama abbiamo compiuto circa la metà del percorso, e tutto quello di cui abbiamo bisogno è un Presidente progressista ed una maggioranza progressista nel Congresso.
E nel caso della protezione ambientale? Suppongo che si possa avanzare l’argomento secondo il quale negli anni ’80 ci furono importanti nuove idee. Sino ad allora, la politica ambientale era consistita quasi interamente in un regolamento dall’alto verso il basso. Gli economisti sapevano da generazioni che c’era una ipotesi per sfruttare le forze di mercato attraverso soluzioni come le tasse sulle emissioni o attraverso permessi di emissioni scambiabili, ma queste per la prima volta operarono nel mondo della realtà politica con il modello delle emissioni scambiabili dell’epoca di Bush, utilizzato per controllare le piogge acide.
Ma da allora non ci sono state alcune significative nuove idee? Più precisamente, non abbiamo bisogno di qualche importante nuova idea? Gli strumenti di base – regolamentazioni dirette in alcuni casi, tasse o licenze scambiabili in altri – sono ben noti e in molti casi hanno funzionato bene. Quello di cui abbiamo bisogno è una efficace maggioranza politica disponibile ad agire per quello che già conosciamo.
Sto dicendo che non ci sono nuove idee importanti per la politica? Ovviamente no. Ad esempio, le connesse scoperte secondo le quali il salario minimo non sembra ridurre l’occupazione e i datori di lavoro hanno spesso molto potere di monopsonio [1] nei mercati del lavoro suggeriscono qualche nuova dimensione ad un programma progressista.
Neanche sto dicendo che l’analisi politica e lo studio da parte di gruppi di ricerca e di ambienti accademici non siano necessari. I dettagli sono importanti e talvolta gli studi sulla politica producono per davvero nuove idee.
Ma i politici non hanno bisogno di intelligenti nuove idee per portare avanti la causa di poter migliorare ampiamente le esistenze della maggioranza degli americani. In America, ancora di più che in altri paesi, abbiamo un arretrato di vecchie buone idee che non abbiamo mai tradotto in azioni.
Perché, dunque, la richiesta di nuove idee? In parte perché i commentatori si sono annoiati con il convenzionale dibattito politico – e/o non vogliono essere scomodati ad apprendere abbastanza da capire effettivamente i temi esistenti della politica, preferendo cose nuove e frizzanti che possono elogiare semplicemente per la loro novità. In parte perché questa è solo una scusa per schernire i democratici, che da quanto capisco è una regola del codice dei commentatori.
Ma è sufficiente. Io non mi curo se un uomo politico ha nuove idee e non dovreste curarvene neppure voi. Quello che conta è se un uomo politico ha buone idee.
[1] Il termine monopsonio designa una particolare forma di mercato caratterizzata dalla presenza di un solo acquirente a fronte di una pluralità di venditori.
aprile 23, 2018
April 22, 2018
By Paul Krugman
There’s a pretty good case that Trump’s declaration that “Trade wars are good, and easy to win” will eventually go down in history as the economic equivalent of “We will be greeted as liberators.” One reason is the general economic proposition that trade wars make the world as a whole poorer, and while it’s possible that you can grab a bigger share of a smaller pie, you need a lot of that to end up a winner. Beyond that, however, Trump is even doing trade war wrong, by imposing tariffs on steel and other intermediate goods.
It’s pretty obvious why this is a bad idea: it raises costs and hurts downstream industries. But I’m enough of an old international economics nerd that I wanted a specific model of how that happens. So what follows is a finger exercise (short fingers, I guess) – an itsy-bitsy teeny-weeny model of how protectionism on intermediate goods can reduce wages. The purpose is basically to scratch my own intellectual itch; most readers should probably stop here, because this is even more wonkish than my usual wonkishness.
So, first things first: I’m talking about wages, not jobs. That’s because typical trade models don’t say that protectionism costs (or adds) jobs: it changes the mix of employment, not so much the total number. It’s true that, as a recent (and excellent) New York Fed analysis says, adjustment is costly, and the process of shifting workers around is likely to lead to considerable unemployment along the way. But adjustment costs and frictional unemployment, while important, aren’t central to understanding why Trump-style tariffs are a particularly bad idea.
What is central, I think, is that doing this Trump-style turns even the sort-of-kind-of good arguments for tariffs on their head.
So: a dirty little secret of standard trade theory is that big countries with substantial market power actually can gain from modest tariffs. The reason – the “optimum tariff” theory – is that by limiting their imports from the rest of the world, big countries with substantial market power can reduce the price of their imports relative to their exports, i.e., improve their terms of trade. This effect is large enough that for a country like the United States, the unilateral optimum tariff might be on the order of 30 percent.
The trouble is that if other countries retaliate, much or all of the improvement in the terms of trade goes away, and what you’re left with is distorted incentives and lower productivity.
This, according to one argument, is why we have international trade agreements. Each country has a unilateral incentive to impose tariffs, but if everyone does it – if we have a trade war – the world becomes poorer. So we need rules that keep that prospect in check.
There’s a lively debate about whether this is really what trade agreements are about. In practice, nobody in the real world of trade negotiations talks at all about market power; it’s all about industry-level impacts. Nonetheless, there’s a school of thought (associated with Bagwell and Staiger) that acknowledges special interest politics but says that market power issues lurk in the background, and that taking those off the table with trade agreements is why such agreements seem to lead to less protectionism. I’m personally not totally convinced, but leave that aside today.
Anyway, the whole market power argument generally starts with models in which countries trade in final goods, and tariffs are imposed on those goods. Yet much of world trade is now in intermediate goods, which are used as inputs in the production of other goods – and the Trump tariffs are focused on intermediates, especially steel. And even aside from the risk of retaliation, that’s a policy that will work out not necessarily to America’s advantage.
Which brings me to my finger exercise.
Imagine a world of two countries, Home and Foreign. (That’s an old-fashioned trade theory convention.) In both countries, labor is the only factor of production (not gonna get into income distribution today). There are two goods, cars and steel. Cars are a final good, sold to consumers; steel is an input into car production. I’m going to assume that both countries end up producing cars.
To keep down on notation, I’m going to do some sneaky things with choice of units (another old trade theory tradition.) We assume that in each country building a car requires one unit of labor (which amounts to measuring labor in units of how much it takes to build a car.) We also assume, using the same trick, that building a car also requires one unit of steel.
This leaves us with just two parameters to specify: the amount of labor it takes to make one unit of steel in each country. Call this a in Home and a*in Foreign (stars for Foreign is traditional.) And let’s assume that a* < a. That is, Foreign has a comparative advantage in steel production.
Under free trade Home will import steel from Foreign. Let w and w* be the wage rates in the two countries, in any common unit. Then the cost of producing a car in Home will be
w + w*a*
(because we’re importing the steel) while the cost of producing a car in Foreign is
w* + w*a*
Since both countries will be producing cars, these costs will have to be equal, implying w = w*: wages will be the same.
Now suppose Home imposes a tariff sufficiently high to induce car producers to use domestically produced steel instead. Now Home costs of car production are
w + wa = w* + w*a*
because car production costs must be equal. And this implies
w/w* = (1+a*)/(1+a) <1
That is, to offset the higher costs imposed by the tariff, Home’s relative wage has to fall – the opposite of what you expect from a tariff on final goods.
If you translate this partway back toward realism, this is saying that the direct negative effects of a steel tariff on downstream industries exceed any positive effects on the protected industry, even before you consider the effects of retaliation.
Now, I’m sure that the White House carefully thought all this through before HA HA HA HA HA HA HA
Tariffe sull’acciaio e salari (penosamente per esperti)
Di Paul Krugman
C’è un motivo piuttosto solido per il quale la dichiarazione di Trump “Le guerre commerciali sono una buona cosa, e facili da vincere” passerà alla storia come l’equivalente in termini economici del “Saremo accolti come liberatori” [1]. Una ragione è il concetto generale dell’economia secondo il quale le guerre commerciali rendono il mondo nel suo complesso più povero, e se è possibile che possiate far vostra una parte più grande di una torta più piccola, ve ne serve davvero tanta per ritrovarvi vincitori. Oltre a ciò, tuttavia, Trump sta anche facendo la guerra commerciale sbagliata, con l’imposizione di tariffe sull’acciaio e su altri beni intermedi.
È abbastanza evidente la ragione per la quale è una pessima idea: ciò aumenta i costi e danneggia in modo esponenziale le industrie. Ma essendo un patito della vecchia economia internazionale, quello che volevo era uno specifico modello di come questo accada. Dunque quello che segue è un esercizio fatto a mano (una piccola mano, suppongo) – un minuscolo microscopico modello su come il protezionismo sui beni intermedi possa ridurre i salari. Lo scopo è fondamentalmente quello di dare soddisfazione al mio prurito intellettuale; la maggioranza dei lettori probabilmente dovrebbero fermarsi a questo punto, perché tutto questo è persino più tecnicistico della mia consueta predilezione per le cose complicate.
Dunque, partiamo anzitutto dalla cosa preliminare: sto parlando di salari, non di posti di lavoro. La ragione è che i tipici modelli sul commercio non ci dicono che il protezionismo riduce (o aumenta) i posti di lavoro; esso cambia la composizione dell’occupazione, non altrettanto i dati complessivi. È vero che, come afferma una analisi recente (ed eccellente) della Fed di New York, la correzione è costosa, e il processo di mettere in circolazione i lavoratori è probabile porti, nel suo percorso, ad una considerevole disoccupazione. Ma la correzione dei costi e la disoccupazione frizionale [2], se sono importanti, non sono fondamentali nella comprensione delle ragioni per le quali le tariffe del genere di quelle di Trump sono un’idea particolarmente cattiva.
Quello che è fondamentale, penso, è che adottare questa modalità di Trump tramuta nel suo contrario persino quella sorta di buoni argomenti che depongono a favore delle tariffe.
Dunque: un piccolo segreto sporco della teoria commerciale tradizionale è che i grandi paesi con un sostanziale potere di mercato effettivamente possono trarre vantaggio da tariffe modeste. La ragione – la teoria della “tariffa ottimale” – è che limitando le loro importazioni dal resto del mondo, i grandi paesi con un sostanziale potere di mercato riducono il prezzo delle loro importazioni in rapporto alle loro esportazioni, ovvero migliorano i loro termini di scambio. Questo effetto è talmente ampio che per un paese come gli Stati Uniti, la tariffa ottimale unilaterale potrebbe essere dell’ordine del 30 per cento.
Il problema è che se gli altri paesi si rivalgono, gran parte o tutto il miglioramento dei termini di scambio se ne va, e si resta con incentivi distorti e con una produttività più bassa.
Questa, secondo un argomento, è la ragione per la quale abbiamo gli accordi commerciali internazionali. Ogni paese ha un incentivo unilaterale a imporre tariffe, ma se lo fanno tutti – se abbiamo una guerra commerciale – il mondo diventa più povero. Dunque abbiamo bisogno di regole che tengano sotto controllo quella prospettiva.
C’è un dibattito vivace sul fatto che gli accordi commerciali riguardino effettivamente questo aspetto. In pratica, nessuno nel mondo reale dei negoziati commerciali parla affatto di potere di mercato; tutto si risolve sugli impatti al livello delle industrie. Nondimeno, c’è una scuola di pensiero (associata con Bagwell e Staiger) che riconosce la politica degli interessi speciali ma afferma che i temi del potere di mercato si annidano sullo sfondo, e che metterli fuori da tavolo con gli accordi commerciali è la ragione per la quale tali accordi pare che portino ad un minore protezionismo. Personalmente non ne sono del tutto persuaso, ma adesso mettiamo questo aspetto da parte.
In ogni modo, l’intero argomento del potere di mercato in generale prende le mosse da modelli secondo i quali i paesi commerciano in prodotti finali, e le tariffe sono imposte su quei prodotti. Tuttavia, gran parte del commercio mondiale riguarda adesso i beni intermedi, che sono utilizzati come input nella produzione di altri beni – e le tariffe di Trump sono concentrate sui beni intermedi, particolarmente l’acciaio. E anche a prescindere dai rischi delle ritorsioni, quella è una politica che non funzionerà necessariamente a vantaggio dell’America.
La qual cosa mi porta al mio esercizio a mano.
Si immagini un mondo di due paesi, che chiamiamo Interno ed Estero (è una convenzione antica della teoria del commercio). In entrambi i paesi assumo che il lavoro sia l’unico fattore della produzione (oggi non ho intenzione di occuparmi della distribuzione del reddito). Ci sono due beni: le automobili e l’acciaio. Le automobili sono un prodotto finale, venduto ai consumatori; l’acciaio è un input nella produzione di automobili. Assumerò che entrambi i paesi alla fine producono automobili.
Per contenermi con le note, userò qualche trucco tramite la scelta delle unità (un’altra tradizione della vecchia teoria del commercio). Assumiamo che in ciascun paese la costruzione di un’automobile richieda una unità di lavoro (il che corrisponde a misurare il lavoro in unità pari a quanto serva per costruire un’automobile). Assumiamo anche, utilizzando lo stesso trucco, che costruire una automobile richieda anche una unità di acciaio.
Questo ci consente di avere solo due parametri da specificare: la quantità di lavoro che serve per realizzare in tutti e due i paesi una unità di acciaio. Definisco tale quantità a nel paese Interno e a* in quello Estero (le stelline sono una convenzione per il paese Estero). Assumiamo infine che a* < a. Ovvero, il paese Estero abbia un vantaggio comparativo nella produzione di acciaio.
In condizioni di libero commercio il paese Interno importerà acciaio da quello Estero. Assumiamo che w e w* siano i tassi salariali nei due paesi, per ogni unità comune. Quindi il costo della produzione di un’automobile nel paese Interno sarà:
w + w*a*
(perché stiamo importando l’acciaio) mentre il costo di produzione di un’automobile nel paese Estero sarà:
w* + w*a*
Dal momento che entrambi i paesi producono automobili, questi costi debbono essere uguali, il che implica che w = w*: i salari saranno i medesimi.
Adesso supponiamo che il paese Interno imponga una tariffa sufficientemente alta da indurre invece i produttori di automobili ad utilizzare acciaio prodotto internamente. Adesso i costi di produzione di un’automobile sono:
w + wa = w* + w*a*
giacché i costi di produzione dell’automobile devono essere uguali. E questo implica:
w/w* = (1+a*)/(1+a) <1
Ovvero, per bilanciare i costi più elevati imposti dalla tariffa, il salario relativo del paese Interno deve diminuire – l’opposto di quello che vi aspettereste da una tariffa sui beni finali.
Se ritraducete parzialmente tutto questo con un po’ di buon senso, è come dire che la tariffa sull’acciaio nelle industrie utilizzatrici eccede ogni effetto positivo sull’industria protetta, anche prima che consideriate gli effetti delle ritorsioni.
Ora, sono sicuro che la Casa Bianca abbia riflettuto scrupolosamente su tutto questo in precedenza. Risata fragorosa.
[1] La frase fu detta da Dick Cheney a proposito della guerra in Iraq ed è dunque considerata un sinonimo di un abbaglio clamoroso.
[2] È quel tipo di disoccupazione che nasce dal normale turnover nel mondo del lavoro (ovvero persone che entrano ed escono dalla forza lavoro e dalla continua creazione/distruzione di impieghi). Deriva, infatti, dalle imperfezioni nel processo di abbinamento tra posti di lavoro disponibili e lavoratori in cerca della migliore occupazione possibile. Il totale di disoccupati legati alla disoccupazione frizionale dipende dalla frequenza con la quale i lavoratori cambiano lavoro e dal tempo impiegato per trovarne uno nuovo.
aprile 20, 2018
By Paul Krugman
I don’t know what will happen in the midterm elections. But if Republicans pull it out – that is, if they lose the popular vote by a small enough margin that gerrymandering and the geographic concentration of nonwhite voters frustrate the public’s will – it will be the result of tribalism. It won’t be because the G.O.P. won voters over with a tax cut.
That’s not what they expected. The people who rammed through a massive tax cut without hearings or analysis thought they could sell it to voters as free money for everyone; never mind the big bucks for corporations and the wealthy, look at the extra cash we’re putting in your pocket.
And history suggested that they might be right: the Bush tax cuts, like the TCJA, offered big breaks to the wealthy but only what amounted to loss leaders for the middle class. Yet as Larry Bartels famously documented in his paper “Homer gets a tax cut,” most people focused on their direct gains, and were unmoved by or unaware of the indirect implications of bigger deficits for government programs they depended on. As a result, the Bush tax cuts were popular – not hugely popular, but more people approved than disapproved, and they were probably a net electoral plus.
But not this time. Polling suggests that only a minority – and probably a declining minority — of the public considers the Trump tax cut a good idea. Most people don’t see any benefits from the tax cut in their paychecks. And Republicans have pretty much given up campaigning on the tax cut.
Voters are, of course, right to have negative views about TCJA. It’s a mess of a bill; it will do little for economic growth, while increased deficits will create pressure to cut social insurance programs that affect many more people than the relative handful of wealthy stockholders who will win big. But voters should have been negative about the Bush tax cut too. Why do voters seem so much more woke? Why is this time different?
One possible answer might be that Trump is doing even less for ordinary voters than Bush. But I don’t think the numbers support that argument. The initial effect of the tax cuts in TCJA will be to raise income for the middle quintile by 1.4 percent; for EGGTRA, the first Bush tax cut, that number was 2.2 percent, but that was an overall bigger tax cut relative to the economy. Distributionally, the two tax cuts were broadly similar – as I said, big stuff for the rich, plus what amount to loss leaders for the middle class.
Another answer might be that the Bush tax cut was pushed through in a very different fiscal environment. Readers of a certain age may recall that when Bush ran in 2000, the U.S. actually had a budget surplus – which he claimed simply to be giving back to voters. But during the Obama years voters were subjected to constant scare talk about deficits and debt – some from centrist scolds, some from the very Republicans who rammed through their tax cut. This may have made voters more aware of the downside to big tax cuts for the rich, even if they got a bit themselves.
Finally, many people – rightly – don’t trust anything associated with Trump. Now, Bush officials were systematically deceptive in everything they said about tax policy (and much else); but Bush didn’t tweet out four or five blatant lies every day, and it took both the Iraq debacle and Katrina to finally wake up voters and the media to the Bush administration’s relatively subtle although deep dishonesty.
Anyway, whatever the reason, the tax cut is looking like the political loser it deserves to be. Sometimes justice prevails.
(Se) non m’inganno [1]: gli elettori e i tagli alle tasse,
di Paul Krugman
Non so cosa accadrà con le elezioni di medio termine. Ma se i repubblicani usciranno dagli impicci – ovvero, se verranno sconfitti nel voto popolare con un margine sufficientemente modesto, al punto che l’organizzazione truffaldina dei collegi elettorali e la concentrazione degli elettori non-bianchi vanificherà la volontà dell’opinione pubblica – sarà la conseguenza di una mentalità tribale. Non dipenderà dal fatto che il Partito Repubblicano ha conquistato gli elettori con un taglio delle tasse.
Non sarà quello che si erano aspettati. Le persone che hanno imposto un massiccio taglio fiscale senza alcuna audizione e alcuna analisi pensavano che lo avrebbero rivenduto agli elettori come soldi gratis per tutti: lasciate perdere il sacco di soldi per le società e i ricchi, guardate il contante in più che vi stiamo mettendo in tasca.
E la storia indicava che potevano aver ragione: i tagli fiscali di Bush, come la Legge sul Taglio delle Tasse e i Posti di lavoro (TCJA) [2], offrivano grandi sgravi ai ricchi ma solo propaganda [3] alla classe media. Tuttavia, come Larry Bartels notoriamente documentò nel suo saggio “Homer incassa un taglio alle tasse”, la maggioranza delle persone si concentrò sui loro vantaggi immediati e rimasero indifferenti o inconsapevoli delle implicazioni indirette dei maggiori deficit dei programmi governativi dai quali dipendevano. Il risultato fu che i tagli alle tasse di Bush furono popolari – non enormemente popolari, ma li approvarono un numero maggiore di persone rispetto a quelli che non li approvarono, e probabilmente da un punto di vista elettorale furono un vantaggio netto.
Non questa volta. I sondaggi indicano che solo una minoranza – e probabilmente una minoranza in calo – dell’opinione pubblica considera i tagli alle tasse di Trump una buona idea. La maggioranza delle persone non vede alcun beneficio nelle proprie buste paga derivanti dai tagli alle tasse. E i repubblicani hanno praticamente rinunciato a fare la campagna elettorale sui tagli alle tasse.
Ovviamente, gli elettori hanno ragione ad avere punti di vista negativi sulla TCJA. È un disastro di legge: farà poco per la crescita economica, mentre gli aumentati deficit provocheranno una spinta a tagliare i programmi sulla sicurezza sociale che influiscono su molte più persone della manciata di ricchi azionisti che ci guadagneranno alla grande. Eppure gli elettori avrebbero dovuto essere ostili anche ai tagli fiscali di Bush. Perché gli elettori sembrano così più consapevoli? Qual è la differenza, questa volta?
Una risposta possibile potrebbe essere che Trump sta facendo ancora meno per gli elettori comuni di quello che fece Bush. Ma non penso che i dati sostengano quell’argomento. L’effetto iniziale dei tagli fiscali della TCJA sarà un incremento dell’1,4 per cento nelle fasce mediane del reddito; nel caso della Legge sulla Crescita Economica e sul Sollievo Fiscale di Conciliazione (EGGTRA) [4], il primo taglio delle tasse di Bush, quel dato era il 2,2 per cento, ma rispetto all’economia quello era un taglio fiscale complessivamente più grande. Dal punto di vista distributivo, i due tagli sono stati generalmente simili – come ho detto, tanta roba per i ricchi, in aggiunta un po’ di propaganda per la classe media.
Un’altra risposta potrebbe essere che i tagli alle tasse di Bush furono fatti approvare in un contesto molto diverso della finanza pubblica. I lettori di una certa età forse ricordano che quando Bush era in corsa nel 2000, gli Stati Uniti effettivamente avevano un avanzo di amministrazione – che egli sosteneva di stare semplicemente restituendo agli elettori. Ma durante gli anni di Obama gli elettori vennero sottoposti a continui spaventosi ammonimenti sui deficit e sul debito – alcuni da parte dei brontoloni centristi, alcuni da parte proprio dei repubblicani che approvavano i loro tagli fiscali. Questo può aver reso gli elettori più consapevoli dell’altra faccia della medaglia dei grandi sgravi fiscali sui ricchi, anche se ne hanno ricevuto una briciola per sé stessi.
Infine, molte persone – giustamente – non credono a nulla che provenga da Trump. Ora, i dirigenti di Bush furono sistematicamente ingannevoli in tutto quello che dicevano sulla politica fiscale (e su molto altro); ma Bush non pubblicava su Tweet quattro o cinque sfacciate bugie al giorno, e ci volle sia la debacle dell’Iraq che quella di Katrina perché, alla fine, gli elettori e i media si risvegliassero, nei confronti della relativamente sottile ma profonda disonestà della Amministrazione Bush.
In ogni modo, qualsiasi sia la ragione, il taglio alle tasse comincia a sembrare la sconfitta politica che merita di essere. Qualche volta la giustizia prevale.
[1] Ho trovato su un curioso blog (“Sentence first. Un blog di un irlandese sul linguaggio inglese”) una dotta spiegazione sulla espressione “I amn’t” – significa “io non sono”, “I am not” – che pare sia tipica degli irlandesi e degli scozzesi e non del tutto corretta in lingua inglese. Ma su “Scam I amn’t” non ho trovato da nessuna parte un ausilio.
Letteralmente, dunque, il titolo si tradurrebbe “Io non sono un inganno”, perché “scam” può essere solo un sostantivo, in questo caso. Aggiungo un “se” dubitativo, supponendo che la frase abbia un corso idiomatico e sopporti anche questa interpretazione. In fondo, il concetto è quasi lo stesso.
[2] Tecnicamente è la denominazione della legge fiscale di Trump.
[3] “Loss leader” significa “articolo di richiamo, articolo civetta”. Ovvero, apparenti sgravi modesti che nel giro di alcuni anni verranno eliminati e si risolveranno in aumenti delle tasse.
[4] La legge dell’epoca di Bush venne approvata nel 2001. E la sua denominazione alquanto pomposa è un po’ nello stile della legislazione americana.
aprile 5, 2018
April 4, 2018
By Paul Krugman
As I write this, China’s announcement of a new round of tit-for-tat tariffs has stoked fears of trade war and sent stock futures plunging. If this morning’s futures hold, the S&P 500 will be about 10.5 percent off its January peak, around 6 percent off its level when Gary Cohn, the last of the Trump “globalists,” was pushed out.
My question is, why such a large fall?
One good answer is, that’s a stupid question. The three rules you need to bear in mind when discussing the stock market are (1) the stock market is not the economy (2) the stock market is not the economy (3) the stock market is not the economy. And stocks move for all sorts of reasons, or no visible reason at all. As Paul Samuelson famously quipped, the market has forecast nine of the last five recessions.
Another answer is that the trade war is a signal: Trump, Navarro et al are showing that they really are as unhinged and irresponsible as they seem, and markets are taking notice. Imagine how these people would handle a financial crisis.
Still, I think it’s worth noting that even if we are headed for a full-scale trade war, conventional estimates of the costs of such a war don’t come anywhere near to 10 percent of GDP, or even 6 percent. In fact, it’s one of the dirty little secrets of international economics that standard estimates of the cost of protectionism, while not trivial, aren’t usually earthshaking either.
Yet there is a reason why stock prices might overshoot the overall economic costs of a trade war. For a trade war that “deglobalized” the U.S. economy would require a big reallocation of resources, including capital. Yet you go to trade war with the capital you have, not the capital you’re eventually going to want – and stocks are claims on the capital we have now, not the capital we’ll need if America goes all in on Trumponomics.
Or to put it another way, a trade war would produce a lot of stranded assets.
First, about the costs of trade war. This is the wonkish part, so feel free to skim and don’t worry if it seems incomprehensible, as long as you’re willing to accept the bottom line for the sake of argument.
The costs of protectionism, according to conventional economic theory, are not that tariffs caused the Great Depression, or anything like that. They come, instead, from moving your economy away from things you’re relatively good at to things you aren’t. American workers could sew clothes together, instead of importing apparel from Bangladesh; in fact, we’d surely produce more pajamas per person-hour than the Bangladeshis do. But our productivity advantage is much bigger in other things, so there’s an efficiency gain – for both economies – in having us concentrate on the things we do best.
And a trade war, by imposing artificial costs such as tariffs on international trade, undoes that productive specialization, making everyone less efficient.
We can, with some heroic assumptions, put numbers to the kind of costs involved. Strictly speaking, we should do this using “general equilibrium” – modeling the economy as a whole. But another dirty little secret of international economics – much littler than the previous one – is that you get pretty close with “partial equilibrium” – just treating the market for imports as if it were the market for a single product that’s a small part of the economy.
In the figure, the downward-sloping line is the demand for imports as a function of their price, measured relative to the price of domestic goods. Under free trade, we import anything that costs less to produce abroad than at home. If we impose a tariff, we end up not importing stuff unless the price of the import is sufficiently low that it’s cheaper even including the tariff. The marginal good we import, then, is actually much cheaper than a domestic product, and the marginal good we don’t import costs the economy a lot – specifically, the tariff that we would have paid if we did import it.
Figure 1
If you imagine raising the tariff step by step, then, at each step we are imposing costs on the economy equal to the extra cost of the domestic product that replaces an import. The total costs of the tariff are represented by the area of the triangle: the reduction in imports caused by the tariff, multiplied by (roughly) half the tariff rate.
(Somebody is going to ask, what about exports? They’re implicitly included in this estimate. Trust me.)
So, what would a trade war do? Suppose the US were to impose a 30 percent tariff across the board, with other countries retaliating in kind so that there’s no improvement in the U.S. terms of trade (more technical stuff I don’t want to get into.) How much would this reduce trade? It depends on the elasticity of import demand; a reasonable number seems to be around 4. This would mean a fall in imports from 15 percent of GDP to around 5 percent – a 10-point reduction. And that in turn means a reduction in US real income of around 1.5 percent.
Obviously this is just an illustrative calculation; I’ve tried to use reasonable-ish numbers, but you don’t want to make too much of it. What it does suggest, however, is that even a trade war that drastically rolled back globalization wouldn’t impose costs on the economy comparable to the kinds of movement we’ve seen in stock prices.
But the costs to the economy as a whole might not be a good indicator of the costs to existing corporate assets.
Since about 1990 corporate America has bet heavily on hyperglobalization – on the continuance of an open-market regime that has encouraged complex value chains that sprawl across borders. The notebook on which I’m writing this was designed in California, but probably assembled in China, with many of the components coming from South Korea and Japan. Apple could produce it entirely in North America, and probably would in the face of 30 percent tariffs. But the factories it would take to do that don’t (yet) exist.
Meanwhile, the factories that do exist were built to serve globalized production – and many of them would be marginalized, maybe even made worthless, by tariffs that broke up those global value chains. That is, they would become stranded assets. Call it the anti-China shock.
Of course, it wouldn’t just be factories left stranded by a trade war. A lot of people would be stranded too. The point of the famous “China shock” paper by Autor et al wasn’t that rapid trade growth made America as a whole poorer, it was that rapid changes in the location of production displaced a significant number of workers, creating personal hardship and hurting their communities. The irony is that an anti-China shock would do exactly the same thing. And I, at least, care more about the impact on workers than the impact on capital.
Still, my original question was why stocks are dropping so much more than the likely costs of trade war to the economy. And one answer, I’d suggest, is disruption – which business leaders love to celebrate in their rhetoric, but hate when it happens to them.
Le guerre commerciali, gli asset non recuperabili e il mercato azionario (per esperti)
Di Paul Krugman
Nel mentre sto scrivendo, l’annuncio da parte della Cina di un nuovo giro di rappresaglie sulle tariffe ha alimentato le paure di una guerra commerciale ed ha fatto precipitare i contratti a termine sulle azioni. Se questa mattina i futures tengono, il S&P 500 andrà circa del 10,5 per cento sotto la sua punta di gennaio, il 6 per cento circa in meno del suo livello quando Gary Cohn, l’ultimo dei “globalisti” di Trump, è stato messo alla porta.
La mia domanda è; perché una caduta così ampia?
Una buona risposta sarebbe che si tratta di una domanda sciocca. Le tre regole che si devono tenere a mente quando si discute dei mercati azionari sono: 1) il mercato azionario non è l’economia; 2) il mercato azionario non è l’economia; 3) il mercato azionario non è l’economia. E i mercati si muovono per ragioni di ogni genere, oppure per ragioni completamente invisibili. Secondo la famosa battuta di Paul Samuelson, i mercati avevano previsto nove recessioni delle ultime cinque.
Un’altra risposta è che la guerra commerciale è un segnale: Trump, Navarro e gli altri stanno mostrando che sono effettivamente squilibrati e irresponsabili come sembrano, e i mercati ne stanno prendendo nota. Immaginate come queste persone gestirebbero una crisi finanziaria.
Eppure, penso che sia meritevole di osservazione che persino se ci stessimo dirigendo verso una guerra commerciale su vasta scala, le stime convenzionali dei costi di tale guerra non si avvicinerebbero in alcun modo al 10 per cento del PIL, o neanche al 6 per cento. Di fatto, uno dei piccoli segreti sporchi dell’economia internazionale è che le stime standard dei costi del protezionismo, sebbene non banali, normalmente non sono neanche sconvolgenti.
Tuttavia c’è una ragione per la quale i prezzi delle azioni potrebbero andare oltre i complessivi costi economici di una guerra commerciale. Perché una guerra commerciale che “deglobalizzasse” l’economia degli Stati Uniti richiederebbe una grande riallocazione di risorse, compreso il capitale. Tuttavia, si va ad una guerra commerciale con il capitale che si ha, non con il capitale che alla fine si desidera – e le azioni sono diritti sul capitale che abbiamo adesso, non il capitale di cui avremo bisogno se l’America si infila sino in fondo nell’economia trumpiana.
Oppure, per dirla diversamente, una guerra commerciale produrrebbe una gran quantità di asset non recuperabili.
Partiamo dai costi di una guerra commerciale. Questa è la parte per esperti, dunque sentitevi liberi di scorrerla rapidamente e non vi preoccupate se sembra incomprensibile, finché avrete voglia, nell’interesse dell’argomento, di accettarne le conclusioni.
I costi del protezionismo, secondo la teoria economica convenzionale, non sono che le tariffe provocarono la Grande Depressione, o cose del genere. Derivano, piuttosto, dallo spostare la vostra economia da cose nelle quali siete relativamente bravi ad operare a cose nelle quali non lo siete. I lavoratori americani potrebbero cucire assieme gli indumenti, anziché importare gli abiti dal Bangladesh; di fatto, potremmo sicuramente produrre più pigiami all’ora per persona di quanto non facciano i lavoratori del Bangladesh. Ma il nostro vantaggio di produttività è molto maggiore in altre cose, dunque c’è – per entrambe le economie – un vantaggio di efficienza se ci concentriamo sulle cose che sappiano far meglio.
E una guerra commerciale, imponendo costi artificiali come le tariffe sul commercio internazionale, sconvolge la specializzazione produttiva, rendendo tutti meno efficienti.
Possiamo, sulla base di qualche presupposto audace, individuare i numeri impliciti in questo tipo di costi. In senso stretto, dovremmo farlo utilizzando il concetto di “equilibrio generale” – modellando l’economia come un tutto unico. Ma un altro piccolo segreto sporco dell’economia internazionale – molto più modesto del precedente – è che si arriva abbastanza vicini ad un “equilibrio parziale”, solo trattando il mercato delle importazioni come se fosse il mercato di un singolo prodotto che è una piccola parte dell’economia.
Nella tabella, la linea che inclina verso il basso è la domanda delle importazioni in funzione del loro prezzo, misurata in relazione al prezzo dei prodotti nazionali. Con il libero commercio, noi importiamo ogni cosa che ha un costo minore se prodotta all’estero anziché all’interno del paese. Se imponiamo tariffe, finiamo col non importare cose a meno che il prezzo dell’importazione non sia sufficientemente basso da essere più economico anche includendo le tariffe. Il prodotto marginale che importiamo, dunque, è effettivamente molto più conveniente di un prodotto nazionale, e il prodotto marginale che non importiamo costa molto all’economia – precisamente, la tariffa che avremmo dovuto pagare se l’avessimo importato.
Figura 1
Se si immagina, poi, di elevare la tariffa passo dopo passo, ad ogni passaggio imponiamo costi sull’economia pari al costo in eccesso del prodotto nazionale che sostituisce una importazione. I costi totali della tariffa sono rappresentati dall’area del triangolo: la riduzione delle importazioni provocata dalla tariffa, moltiplicata (grosso modo) per la metà dell’aliquota della tariffa.
(qualcuno si chiederà che cosa accade con le esportazioni. Esse sono implicitamente incluse in questa stima. Fidatevi.)
Dunque, cosa provocherebbe una guerra commerciale? Supponiamo che gli Stati Uniti impongano una indiscriminata tariffa del 30 per cento, con gli altri paesi che reagiscono con rappresaglie in modi tali che non c’è alcun miglioramento in termini commerciali negli Stati Uniti (non intendo aggiungere ulteriori aspetti tecnicistici). Quanto questo ridurrebbe il commercio? Questo dipende dalla elasticità della domanda di importazioni; un dato ragionevole sembra essere attorno al 4 per cento. Questo comporterebbe una caduta nelle importazioni dal 15 per cento del PIL a circa il 5 per cento – una riduzione di dieci punti. E questo a sua volta comporta una riduzione del reddito reale degli Stati Uniti attorno all’1,5 per cento.
Ovviamente questo è solo un calcolo illustrativo; ho cercato di utilizzare numeri approssimativamente ragionevoli, ma non dovete derivarne troppe conseguenze. Ciò che esso suggerisce, tuttavia, è che persino una guerra commerciale che riduca drasticamente la globalizzazione non imporrebbe costi sull’economia paragonabili al genere di movimenti a cui stiamo assistendo nei prezzi delle azioni.
Ma i costi sull’economia nel loro complesso potrebbero non essere un buon indicatore degli asset esistenti delle società.
A partire da circa il 1990 le società americane hanno scommesso pesantemente sulla iperglobalizzazione – sul proseguimento di un regime di mercati aperti che ha incoraggiato complesse catene del valore che si sono estese oltre i confini. Il computer portatile sul quale sto scrivendo è stato disegnato in California, ma probabilmente è stato messo assieme in Cina, con molte componenti provenienti dalla Corea del Sud e dal Giappone. Apple potrebbe produrlo interamente nel Nord America, e probabilmente lo farebbe a fronte di tariffe del 30 per cento. Ma gli stabilimenti di cui avrebbe bisogno per farlo (ancora) non esistono.
Nel contempo, gli stabilimenti che esistono sono stati costruiti per servire la produzione globale – e molti di essi sarebbero marginalizzati, forse persino sarebbero resi privi di valore, da tariffe che distruggano queste catene del valore globali. Ovvero, diverrebbero asset irrecuperabili. Chiamatelo il trauma anti Cina.
Ovviamente, a seguito di una guerra commerciale non ci sarebbero soltanto stabilimenti irrecuperabili. Anche molte persone diverrebbero irrecuperabili. L’argomento del famoso saggio di Autor ed altri dal titolo “China shock” non è stato che la rapida crescita commerciale ha reso l’America nel complesso più povera, è stato che i rapidi mutamenti nella localizzazione delle produzioni hanno messo ai margini un numero significativo di lavoratori, creando difficoltà agli individui e danneggiando le loro comunità. L’ironia è che uno shock contro la Cina produrrebbe esattamente lo stesso effetto. E, almeno io, mi preoccupo maggiormente dell’impatto sui lavoratori che di quello sul capitale.
Ciononostante, la mia domanda originaria era relativa alle ragioni per le quali le azioni stanno scendendo così tanto di più dei probabili costi per l’economia di una guerra commerciale. E suggerirei che una risposta sia quella dello sconvolgimento radicale – che i dirigenti delle imprese amano celebrare nella loro retorica, ma odiano quando riguarda loro stessi.