Blog di Krugman

Quando il ridicolo è premonitore (3 dicembre 2016)

DEC 3 1:36 PM

 

When The Ridiculous Is Ominous

 

I’m still mulling over the Carrier deal, which I suspect will be a template for the Trump years in general — again and again, we’ll see actions that are ridiculous in themselves, but add up to a very scary picture.

Start with the ridiculous nature of the whole thing: we’re talking, it now turns out, about 800 jobs in a nation with 145 million workers. Around 75,000 workers lose their jobs every working day. How does something that isn’t even rounding error in the overall jobs picture come to dominate a couple of news cycles?

Yet it did — with overwhelmingly positive coverage, at least on TV news. And that’s ominous in itself. It says that large parts of the news media, whose credulous Trump coverage and sniping at HRC helped bring us to where we are, will be even worse, even more poodle-like, now that this guy is in office.

Meanwhile, as Larry Summers says, the precedent — although tiny — is not good: it’s not just crony capitalism, it’s government as protection racket, where companies shape their strategies to appease politicians who will reward or punish based on how it affects their PR efforts and/or personal fortunes. That is, we’re looking at what may well be the beginning of a descent into banana republic governance.

This is, as Larry says, bad both for the economic and for freedom. And there’s every reason to expect many stories like this in the days ahead.

 

Quando il ridicolo è premonitore

Sto ancora rimuginando sull’accordo della Carrier [1], che sospetto sarà in generale un modello per gli anni di Trump – sempre di più assisteremo a iniziative che in sé sono ridicole, ma in un contesto preoccupante acquistano un senso.

Partiamo dalla natura ridicola dell’intera faccenda: stiamo parlando, si scopre adesso, di 800 posti di lavoro in una nazione con 145 milioni di lavoratori. Ogni giorno lavorativo circa 75.000 lavoratori perdono il loro posto. Come è possibile che qualcosa che non è neppure un errore di arrotondamento nel quadro generale dei posti di lavoro finisca col dominare un paio di cicli delle notizie?

Eppure è successo – con resoconti del tutto positivi, almeno sui notiziari televisivi. E quello è di per sé qualcosa di premonitore. Ci dice che una larga parte dei media dell’informazione, i cui creduloni resoconti su Trump e il cui prendere di mira la Clinton ci hanno portato al punto in cui siamo, saranno persino peggiori, persino più simili a cagnolini addomesticati, ora che questo individuo è in carica.

Nel frattempo, come dice Larry Summers, il precedente – per quanto minuscolo – non è buono: non si tratta solo di capitalismo clientelare, si tratta di una idea del Governo come un giro losco di protezioni, dove le società conformano le loro strategie a soddisfare uomini politici che le premieranno o puniranno a seconda di come ciò influenzerà i loro sforzi nelle pubbliche relazioni e/o le loro personali fortune. Vale a dire, stiamo assistendo a qualcosa che potrà ben essere l’inizio di una china verso uno stile di governo da repubblica delle banane.

Questo, come dice Larry, è negativo sia per l’economia che per la libertà. E nei giorni che verranno, ci sono tutte le ragioni per aspettarsi storie del genere.

 

 

[1] Si tratta di un accordo che Trump ha concluso – sia pure non essendo ancora in carica – con la Carrier  United Technologies Corporation Building & Industrial Systems, una società con base in Connecticut che produce impianti di riscaldamento, ventilazione e aria condizionata. La società si sarebbe impegnata, per ingraziarsi il neo Presidente, a limitare o evitare la collocazione di alcune attività all’estero, con un vantaggio di qualche centinaio di posti di lavoro negli Stati Uniti.

 

 

 

 

La tristezza e il peccato (dal blog di Krugman, 18 novembre 2016)

novembre 19, 2016

 

NOV 18 11:08 AM

 

The Sorrow and the Pity

 

A lot of people in politics and the media are scrambling to normalize what just happened to us, saying that it will all be OK and we can work with Trump. No, it won’t, and no, we can’t. The next occupant of the White House will be a pathological liar with a loose grip on reality; he is already surrounding himself with racists, anti-Semites, and conspiracy theorists; his administration will be the most corrupt in America history.

How did this happen? There were multiple causes, but you just can’t ignore the reality that key institutions and their leaders utterly failed. Every news organization that decided, for the sake of ratings, to ignore policy and barely cover Trump scandals while obsessing over Clinton emails, every reporter who, for whatever reason — often sheer pettiness — played up Wikileaks nonsense and talked about how various Clinton stuff “raised questions” and “cast shadows” is complicit in this disaster. And then there’s the FBI: it’s quite reasonable to argue that James Comey, whether it was careerism, cowardice, or something worse, tipped the scales and may have doomed the world.

No, I’m not giving up hope. Maybe, just maybe, the sheer awfulness of what’s happening will sink in. Maybe the backlash will be big enough to constrain Trump from destroying democracy in the next few months, and/or sweep his gang from power in the next few years. But if that’s going to happen, enough people will have to be true patriots, which means taking a stand.

And anyone who doesn’t — who plays along and plays it safe — is betraying America, and mankind.

 

La tristezza e il peccato

C’è tanta gente nei media e nella politica che si arrampica sugli specchi per ridimensionare quello che ci è appena successo, dicendo che va tutto bene e che potremo lavorare con Trump. No, non sarà così, e no, non potremo. Il prossimo inquilino della Casa Bianca sarà un bugiardo patologico, con una aderenza approssimativa alla realtà; si sta già circondando di razzisti, di anti semiti e di teorici della cospirazione; la sua Amministrazione sarà la più corrotta nella storia degli Stati Uniti.

Come è accaduto? Ci sono state una varietà di cause, ma non si può proprio ignorare la realtà, ovvero che istituzioni fondamentali e coloro che le guidavano sono completamente fallite. Tutte le organizzazioni dei media che hanno deciso, nell’interesse degli indici di ascolto, di ignorare la politica e di dare appena notizia degli scandali di Trump mentre erano ossessionate dalle mail della Clinton, tutti i giornalisti che, per qualsiasi voglia ragione – spesso per mera meschinità – hanno enfatizzato le assurdità di WikiLeaks e parlato di come varie faccende della Clinton “sollevavano domande” o “proiettavano ombre”, sono complici di questo disastro. E poi c’è la FBI: non è affatto infondato sostenere che James Comey, che sia stato per carrierismo, per viltà o per qualcosa di peggio, abbia mosso l’ago della bilancia sino al punto da condannare il mondo intero.

E non sto rinunciando alla speranza. Forse, ma non ne sono sicuro, la semplice enormità di quello che sta accadendo sarà assimilata. Forse il contraccolpo sarà talmente grande da impedire a Trump di distruggere la democrazia nei prossimi mesi, e/o da spazzar via la sua banda nei prossimi anni. Ma se è questo che avverrà, un numero sufficiente di persone dovranno essere dei veri patrioti, il che significa esporsi.

E chiunque non lo faccia – chiunque faccia finta di niente e se ne stia al riparo da ogni rischio – tra tradendo l’America e il genere umano.

 

Il lungo tragitto (dal blog di Krugman, 11 novembre 2016)

novembre 13, 2016

NOV 11 10:39 AM

 

The Long Haul

 

As I said in today’s column, nobody who thought Trump would be a disaster should change his or her mind because he won the election. He will, in fact, be a disaster on every front. And I think he will eventually drag the Republican Party into the abyss along with his own reputation; the question is whether he drags the rest of the country, and the world, down with him.

But it’s important not to expect this to happen right away. There’s a temptation to predict immediate economic or foreign-policy collapse; I gave in to that temptation Tuesday night, but quickly realized that I was making the same mistake as the opponents of Brexit (which I got right). So I am retracting that call, right now. It’s at least possible that bigger budget deficits will, if anything, strengthen the economy briefly. More detail in Monday’s column, I suspect.

On other fronts, too, don’t expect immediate vindication. America has a vast stock of reputational capital, built up over generations; even Trump will take some time to squander it.

The true awfulness of Trump will become apparent over time. Bad things will happen, and he will be clueless about how to respond; if you want a parallel, think about how Katrina revealed the hollowness of the Bush administration, and multiply by a hundred. And his promises to bring back the good old days will eventually be revealed as the lies they are.

But it probably won’t happen in a year. So the effort to reclaim American decency is going to have to have staying power; we need to build the case, organize, create the framework. And, of course, never forget who is right.

It’s going to be a long time in the wilderness, and it’s going to be awful. If I sound calm and philosophical, I’m not — like everyone who cares, I’m frazzled, sleepless, depressed. But we need to be stalwart.

 

Il lungo tragitto

Come ho detto nell’articolo di oggi, nessuno che pensava che Trump sarebbe stato un disastro dovrebbe cambiare il suo punto di vista perché ha vinto le elezioni. Di fatto, sarà un disastro su molti fronti. E alla fine io penso che trascinerà il Partito Repubblicano in un abisso assieme alla sua reputazione personale; la questione e se ci trascinerà anche il resto del paese e del mondo.

Ma è importante non aspettarsi che questo accada subito. Esiste la tentazione si prevedere un immediato collasso nell’economia o nella politica estera; ho ceduto a questa tentazione martedì notte, ma ho rapidamente compreso che stavo facendo lo stesso errore degli oppositori della Brexit (dove invece avevo inteso le cose in modo giusto). Dunque ho rivisto subito quella posizione. È almeno possibile che deficit di bilancio più grandi, semmai, rafforzino l’economia per un breve periodo. Suppongo che nell’articolo di lunedì scriverò di più sull’argomento.

Anche su altri fronti, non c’è da aspettarsi immediate rivalse. L’America ha una grande riserva di capitale nella sua reputazione, costruita per generazioni; persino a Trump gli ci vorrà del tempo per sperperarla.

La natura effettivamente tremenda di Trump diventerà evidente col tempo. Ci saranno passaggi negativi, e lui non avrà il minimo indizio sulla risposta da dare; se cercate un parallelo, pensate a come l’uragano Katrina mise in evidenza il vuoto della Amministrazione Bush, e moltiplicatelo per cento. E le sue promesse di riportarci ai bei tempi andati, alla fine si riveleranno per le menzogne che sono.

Ma probabilmente non avverrà in un anno. Dunque, lo sforzo per rivendicare la dignità dell’America è destinato a dover disporre di fiato; abbiamo bisogno di costruire gli argomenti, di organizzare, di creare il modello. E, naturalmente, di non dimenticare mai chi ha ragione.

Sarà un lungo periodo in una landa desolata, e sarà tremendo. Posso apparire calmo e riflessivo, ma non lo sono – come chiunque si preoccupa, sono esausto, insonne, depresso. Ma abbiamo bisogno di essere fortemente convinti.

 

 

 

E adesso? Pensieri personali (dal blog di Krugman, 9 novembre 2016)

novembre 13, 2016

NOV 9 5:00 PM

 

Now What? Personal Thoughts

 

Anyone who claims to be philosophical and detached after yesterday is either lying or has something very wrong with him (or her, but I doubt many women are in that camp.) It’s a disaster on multiple levels, and the damage will echo down the decades if not the generations. And like anyone on my side of this debate, I keep feeling waves of grief.

It’s natural, only human, to engage in recriminations, some of which are surely deserved. But while a post-mortem is going to be necessary, lashing out doesn’t seem helpful — or good for the lashers-out themselves.

Eventually those of us on the center-left will have to talk about political strategy. For now, however, I want to share some thoughts on how we should deal with this personally.

First of all, it’s always important to remember that elections determine who has the power, not who has the truth. The stunning upset doesn’t mean that the alt-right is correct to view nonwhites as inferior, that voodoo economics works, whatever. And you have to hold to the truth as best you see it, even if it suffers political defeat.

That said, does it make sense on a personal level to keep struggling after this kind of blow? Why not give up on trying to save the world, and just look out for yourself and those close to you? Quietism does have its appeal. Admission: I spent a lot of today listening to music, working out, reading a novel, basically taking a vacation in my head. You can’t help feeling tired and frustrated after this kind of setback.

But eventually one has to go back to standing for what you believe in. It’s going to be a much harder, longer road than I imagined, and maybe it ends in irreversible defeat, if nothing else from runaway climate change. But I couldn’t live with myself if I just gave up. And I hope others will feel the same.

 

E adesso? Pensieri personali

Chiunque, dopo ieri, sostenga di vedere le cose con filosofia e con distacco o sta mentendo o ha dentro di sé qualcosa di molto sbagliato (vale per gli uomini o per le donne, ma dubito che molte donne siano in questo campo). È un disastro a vari livelli, e il danno risuonerà per decenni se non per generazioni. E come tutti coloro che stanno dalla mia parte in questo confronto, continuo a provare ondate di dispiacere.

È naturale, semplicemente umano, impegnarsi in recriminazioni, alcune delle quali sono certamente meritate. Ma se una analisi retrospettiva sarà indispensabile, prendersela con gli altri non aiuterà – e non farà bene neanche a coloro che si lasceranno andare a quella reazione.

Alla fine quelli che tra noi si collocano nel centro sinistra, dovranno discutere di strategia politica. Per adesso, tuttavia, intendo condividere qualche opinione su come dovremmo misurarci con tutto questo sul piano personale.

Prima di tutto, è sempre importante ricordarsi che le elezioni determinano chi ha il potere, non chi ha la verità. La scioccante sconfitta non significa che la nuova destra abbia ragione a considerare i non bianchi come inferiori, o che l’economia voodoo, qualsiasi cosa significhi, funzioni. E si deve restare attaccati alla verità nel modo migliore in cui si riesce a capirla, anche se si patisce una sconfitta politica.

Ciò detto, ha senso a livello personale continuare a battersi, dopo una batosta di questo tipo? Perché non smetterla di cercare di salvare il mondo, e limitarsi a prendersi cura di sé stessi e di quelli che ci sono vicini? Il quietismo ha davvero un suo fascino. Lo ammetto: oggi ho speso molto tempo ad ascoltare musica, a tenermi in esercizio, a leggere un racconto, fondamentalmente a riposarmi il cervello. Non si può non sentirsi stanchi dopo una botta del genere.

Ma alla fine si deve tornare a battersi per ciò in cui si crede. Sarà una strada molto più difficile e più lunga di quello che avevo immaginato, e forse si concluderà con una sconfitta irreversibile, se non altro per un cambiamento climatico fuori controllo. Ma non potrei vivere con me stesso se mi dessi semplicemente per vinto. E spero che la stessa cosa la sentiranno gli altri.

La fine dell’idillio americano (dal blog di Krugman, 9 novembre 2016)

novembre 13, 2016

 

Ending the American Romance

 NOVEMBER 9, 2016 9:42 AM 

I tweeted this out earlier, but for blog readers here it is in this form.

Some morning-after thoughts: what hits me and other so hard isn’t just the immense damage Trump will surely do, to climate above all. There’s also a vast disillusionment that as of now I think of as the end of the romantic vision of America (which I still love).

What I mean is the notion of US history as a sort of novel in which there may be great tragedy, but there’s always a happy ending. That is, we tell a story in which at times of crisis we always find the leader — Lincoln, FDR — and the moral courage we need.

It’s a particular kind of American exceptionalism; other countries don’t tell that kind of story about themselves. But I, like others, believed it.

Now it doesn’t look very good, does it? But giving up is not an option. The world needs a decent, democratic America, or we’re all lost. And there’s still a lot of decency in the nation — it’s just not as dominant as I imagined. Time to rethink, for sure. But not to surrender.

 

La fine dell’idillio americano

Ho twittato questo scritto in precedenza, ma eccolo in questa forma per i lettori del blog.

Alcuni pensieri del giorno dopo: quello che colpisce me ed altri così duramente non è solo il danno immenso che Trump sicuramente farà, al clima anzitutto. C’è anche una grande disillusione per quello che ora penso sia la fine di una visione romantica dell’America (alla quale continuo ad esser legato).

Voglio dire l’idea della storia degli Stati Uniti come una sorta di racconto che può risolversi in una grande tragedia, nella quale però c’è sempre un lieto fine. Ovvero, noi raccontiamo una storia nelle quale nei tempi delle crisi troviamo sempre il leader – Lincoln, Franklin Delano Roosevelt – e il coraggio morale di cui abbiamo bisogno.

È una forma particolare dell’eccezionalismo americano; altri paesi non raccontano di sé stessi quel genere di storia. Ma io, come altri, ci credevo.

Adesso non sembra granché, non è così? Ma darsi per vinti non è un’opzione. Il mondo ha bisogno di una America decente e democratica, o siamo perduti tutti. E c’è ancora molta dignità in America – soltanto non è così dominante come pensavamo. Di certo, è il momento di ripensarci. Ma non di arrendersi.

 

 

Gli stati stazionari del commercio (per esperti) (dal blog d Krugman, 31 ottobre 2016)

novembre 3, 2016

 

OCT 31 10:32 AM

Trade Plateaus (Wonkish)

 

Trade as share of GDP: define

ν = (1+τ/α) -(σ-1) (1+t)-σ

Then import share is ν/(1+ν)

Binyamin Appelbaum has a nice piece about the stall in world trade growth, which I (and many others) have been tracking for a while. And I thought I’d write a bit more about this, if only to serve as a much-needed distraction from the election.

If there’s a problem with the Appelbaum piece, it is that on casual reading it might seem to suggest that slowing trade growth is (a) necessarily the result of protectionism and (b) necessarily a bad thing. Neither of these is right.

I found myself thinking about this some years ago, when teaching trade policy at the Woodrow Wilson School. I was very struck by a paper by Taylor et al on the interwar decline in trade, which argued that much of this decline reflected rising transport costs, not protectionism. But how could transport costs have gone up? Was there technological regress?

The answer, as the paper correctly pointed out, is that real transport costs will rise even if there is continuing technological progress, as long as that progress is slower than in the rest of the economy.

To clear that story up in my own mind, I wrote up a little toy model, contained in these class notes from sometime last decade (?). Pretty sure I wrote them before the global trade stagnation happened, but they’re a useful guide all the same.

As I see it, we had some big technological advances in transportation — containerization, probably better communication making it easier to break up the value chain; plus the great move of developing countries away from import substitution toward export orientation. (That’s a decline in tau and t in my toy model.) But this was a one-time event. Now that it’s behind us, no presumption that trade will grow faster than GDP. This need not represent a problem; it’s just the end of one technological era.

It is kind of ironic that globalization seems to be plateauing just as the political backlash mounts. But we’re not going to talk about the election.

 

Gli stati stazionari del commercio (per esperti)

 

Determinare il commercio come quota del PIL:

ν = (1+τ/α) -(σ-1) (1+t)-σ

Quindi, la quota delle importazioni sarà:  ν/(1+ν)

[1]

Binyamin Appelbaum ha un bell’articolo sullo stallo della crescita del commercio mondiale, tema che io (e molti altri) stiamo seguendo da un po’. Ed ho pensato di scrivere qualcosa in più su questo, se non altro come distrazione dalle elezioni.

Se c’è un problema nell’articolo di Appelbaum, è che ad una lettura superficiale potrebbe sembrare che esso suggerisca che il rallentamento della crescita del commercio è: a) necessariamente il risultato del protezionismo; b) obbligatoriamente una cosa negativa. Nessuna di queste due cose è giusta.

Mi ritrovai a ragionare di questo alcuni anni orsono, quando insegnavo politica del commercio alla Woodrow Wilson School. Ero molto colpito da un saggio di Taylor ed altri sul declino del commercio tra le due Guerre, nel quale si sosteneva che buona parte di questi declino rifletteva la crescita dei costi di trasporto, non il protezionismo. Ma come potevano essere saliti i costi di trasporto? C’era stato un regresso tecnologico?

La risposta, come il saggio correttamente metteva in evidenza, è che il costo reale del trasporto sale anche se c’è un progresso tecnologico ininterrotto, finché quel progresso è più lento che nel resto dell’economia.

Per chiarire quella storia nella mia mente, elaborai quasi per gioco un piccolo modello, contenuto in questi appunti per una lezione che tenni in qualche occasione nel decennio passato (?). è abbastanza certo che li scrissi prima che avvenisse la stagnazione globale nel commercio, ma sono egualmente una guida utile.

Per come comprendo, abbiamo avuto alcuni grandi avanzamenti tecnologici nei trasporti – la containerizzazione, probabilmente una migliore comunicazione che rende più facile interrompere la catena del valore; inoltre la grande evoluzione dei paesi in via di sviluppo dalla sostituzione delle importazioni verso l’orientamento alle esportazioni. Ma si trattò di un evento singolo. Ora che è alle nostre spalle, non c’è alcun indizio che il commercio crescerà più rapidamente del PIL. Non è necessario considerarlo un problema: è solo la fine di un’epoca tecnologica.

È abbastanza comico che la globalizzazione pare sia entrata in una fase stazionaria proprio mentre crescono la reazioni politiche. Ma non abbiamo intenzione di parlare di elezioni.

 

 

 

[1]  Sulla base degli appunti della lezione – alla quale Krugman fa riferimento successivamente come fonte di questo modello – provo, se non a interpretarlo o far finta di aver compreso precisamente, almeno a riportare il significato dei singoli segni e a tradurre la tabella.

Il titolo è: “Determinare il commercio come quota del PIL”. Si presuppongono due paesi simmetrici, ciascuno specializzato nella produzione di un categoria di beni. I beni entrano in modo simmetrico nel processo di utilizzazione: σ esprime l’elasticità di sostituzione tra i beni simili. Un fattore della produzione è il lavoro; α esprime le unità di lavoro necessarie a produrre un bene in ciascun paese; τ le unità di lavoro necessarie per trasportare quel bene all’altro paese. Entrambi i paesi hanno tariffe ad valorem – ovvero imposte messe a carico del bene sulla base del suo valore e non in quota fissa sulla base della sua quantità – espresse dal tasso t.

Dunque, si spiega nella lezione, la percentuale di importazioni rispetto al consumo del bene domestico sarà:

[(1+τ/α)(1+t)]-σ

La definizione del commercio come quota del PIL è espressa da questa formula:

ν = (1+τ/α) -(σ-1) (1+t)-σ

Quindi, la quota delle importazioni è:

ν/(1+ν)

Laddove, in condizioni di nessun costo di trasporto e di libero commercio, il risultato sarebbe ν=1/2 mentre più alte sono le tariffe o i dazi, più bassa è la quota delle importazioni.

Krugman conclude (oltre a varie tabelle statistiche illustrative) in questo modo: “I costi di trasporto reali τ/α scendono soltanto se il progresso tecnologico nel trasporto è più veloce di quello nel resto dell’economia”.

 

 

 

 

Intellettuali conservatori: la pista dei soldi (dal blog di Krugman, 28 ottobre 2016)

novembre 2, 2016

 

Conservative Intellectuals: Follow the Money

 OCTOBER 28, 2016 12:02 PM 

Both Ross Douthat and David Brooks have now weighed in on the state of conservative intellectuals; both deserve credit for taking a critical look at their team.

But — of course there’s a but — I’d argue that they and others on the right still have huge blind spots. In fact, these blind spots are so huge as to make the critiques all but useless as a basis for reform. For if you ignore the true, deep roots of the conservative intellectual implosion, you’re never going to make a real start on reconstruction.

What are these blind spots? First, belief in a golden age that never existed. Second, a simply weird refusal to acknowledge the huge role played by money and monetary incentives promoting bad ideas.

On the first point: We’re supposed to think back nostalgically to the era when serious conservative intellectuals like Irving Kristol tried to understand the world, rather than treating everything as a political exercise in which ideas were just there to help their team win.

But it was never like that. Don’t take my word for it; take the word of Irving Kristol himself, in his book “Neoconservatism: The Autobiography of an Idea.” Kristol explained his embrace of supply-side economics in the 1970s: “I was not certain of its economic merits but quickly saw its political possibilities.” This justified a “cavalier attitude toward the budget deficit and other monetary or financial problems”, because “political effectiveness was the priority, not the accounting deficiencies of government.”

In short, never mind whether it’s right, as long as it’s politically useful. When David complains that “conservative opinion-meisters began to value politics over everything else,” he’s describing something that happened well before Reagan.

But shouldn’t there have been some reality checks along the way, with politically convenient ideas falling out of favor because they didn’t work in practice? No — because being wrong in the right way has always been a financially secure activity. I see this very clearly in economics, where there are three kinds of economists: liberal professional economists, conservative professional economists, and professional conservative economist — the fourth box is more or less empty, because billionaires don’t lavishly support hacks on the left.

Again, how can you even begin to talk about conservative intellectuals without discussing the founding of Heritage in 1973, or the roughly contemporaneous weaponizing of AEI as a political entity? Heritage in particular is flamboyantly incompetent on economics — remember the claim that the Ryan plan would reduce unemployment to 2.8 percent, or the chief economist’s complete botch on state job growth? But no matter: the foundation has plenty of money, because it advocates huge tax cuts for the rich, and the demand for that never goes away.

Remember, too, that climate denial is essentially an industry, funded by interest groups with a stake in promoting bad science. And this means a market for conservative “intellectuals” who are basically anti-science.

The point is that the intellectual side of movement conservatism has been a corrupt enterprise for around four decades. In its early years it could draw on right-wing intellectuals who had some prior reputation outside political work, but it has relied on home-grown hacks for a long time. I don’t see any reason to believe that such an enterprise is about to reform itself: if just being wrong and losing an election were enough, this would have happened in the 1990s.

 

Intellettuali conservatori: la pista dei soldi

Sia Ross Douthat che David Brooks sono appena intervenuti sul tema della condizione degli intellettuali conservatori; meritano entrambi riconoscenza per le osservazioni fondamentali che forniscono ai loro colleghi.

Ma – naturalmente c’è un ma – direi che loro, assieme ad altre persone della destra, hanno ancora una visuale assai limitata [1]. Di fatto, questa visuale è così limitata la rendere quelle critiche del tutto inutili, come base di una riforma. Perché se si ignora la verità, le radici profonde della implosione dell’intellettuale conservatore, non si riuscirà mai a far ripartire nei fatti una ricostruzione.

Cos’è questa visuale limitata?  In primo luogo, la fiducia in un’età aurea che non è mai esistita. In secondo luogo, il rifiuto di riconoscere la grande funzione giocata dal denaro e dagli incentivi monetari nel promuovere le idee cattive.

Sul primo punto: si pensava di poter ricordare con nostalgia l’epoca nella quale gli intellettuali conservatori come Irving Kristol si sforzavano di capire il mondo, piuttosto che trattare ogni cosa come una esercitazione politica nella quale le idee servono soltanto a far vincere la propria squadra.

Ma non è mai stato così. Non perché lo dico io; considerate le parole di Irving Kristol stesso, nel suo libro “Il neoconservatorismo: autobiografia di un’idea”. Kristol spiega il modo in cui abbracciò l’idea dell’economia dal lato dell’offerta negli anni ’70: “Io non ero certo dei suoi meriti economici, ma mi accorsi presto delle sue possibilità politiche”. Questo giustificava un “atteggiamento sprezzante verso i deficit di bilancio e gli altri problemi monetari o finanziari”, giacché “la priorità era l’efficacia politica, non le deficienze contabili del Governo”.

In breve, non contava se era giusto, finché era politicamente utile. Quando David[2] si lamenta che “i maggiori opinionisti conservatori hanno cominciato a considerare la politica sopra ogni altra cosa”, sta descrivendo qualcosa che accadde ben prima di Reagan.

Ma non avrebbe dovuto esserci lungo il percorso qualche riscontro nei fatti, per il quale le idee politicamente convenienti sarebbero cadute in disgrazia perché, in pratica, non funzionavano? No – perché aver torto in modi opportuni è sempre stata una attività finanziariamente sicura. Me ne accorgo molto chiaramente in economia, dove ci sono tre tipi di economisti: gli economisti professionisti progressisti, gli economisti professionisti conservatori e gli economisti conservatori di professione (il quarto raggruppamento è più o meno vuoto, perché i miliardari non sostengono profumatamente i pennivendoli di sinistra).

Ancora, come è possibile addirittura cominciare a parlare degli intellettuali conservatori senza discutere la fondazione di Heritage nel 1973, oppure la militarizzazione, all’incirca contemporanea, dell’American Enterprise Institute come entità politica? In particolare Heritage è clamorosamente incompetente in economia – si ricordi la pretesa secondo la quale il programma di Ryan avrebbe ridotto la disoccupazione al 2,8 per cento, oppure l’assoluto pasticcio del suo capo economista sulla crescita dei posti di lavoro al livello degli Stati. Ma non conta; la Fondazione Heritage ha abbondanza di soldi, perché sostiene grandi sgravi fiscali per i ricchi, e tale richiesta non perde mai di attualità.

Si ricordi anche che il negazionismo in materia di clima è in sostanza un settore economico, finanziato dalla convenienza di vari gruppi che hanno interesse a promuovere una scienza da due soldi. E questo significa un mercato per gli “intellettuali” conservatori, che sono fondamentalmente ostili alla scienza.

Il punto è che il settore intellettuale del movimento conservatore è stato una impresa corrotta per circa quattro decenni. Nei suoi primi anni esso poteva attingere a intellettuali di destra che avevano qualche precedente reputazione fuori dalla attività politica, ma da molto tempo esso di basa su scribacchini allevati in batteria. Non vedo una ragione per credere che una tale consorteria possa occuparsi di riformare sé stessa: se solo sbagliare e perdere una elezione fosse sufficiente, questo sarebbe potuto accadere negli anni ’90.

 

 

[1] “Blind spot” – letteralmente ‘punto cieco’ – è una piccola area dell’occhio, dove si innerva nel nervo ottico, insensibile alla luce. Può anche valere più genericamente per uno specchietto retrovisore, anche se del punto cieco non dovrebbe essere responsabile lo specchietto, ma sempre l’occhio.

[2] David Brooks, giornalista del New York Times di orientamento moderato, che è uno dei due soggetti con i quali questo post interloquisce.

 

 

 

 

Debito, sviamento, distrazione (dal blog di Krugman, 22 ottobre 2016)

ottobre 27, 2016

 

Debt, Diversion, Distraction

OCTOBER 22, 2016 11:35 AM

zz-221

 

 

 

 

 

 

 

 

There was a time, not long ago, when deficit scolds were actively dangerous — when their huffing and puffing came quite close to stampeding Washington into really bad policies like raising the Medicare age (which wouldn’t even have saved money) and short-term fiscal austerity. At this point their influence doesn’t reach nearly that far. But they continue to play a malign role in our national discourse — because they divert and distract attention from much more deserving problems, depriving crucial issues of political oxygen.

You saw that in the debates: four, count them, four questions about debt from the CRFB, not one about climate change. And you see it again in today’s Times, with Pete Peterson (of course) and Paul Volcker (sigh) lecturing us about the usual stuff.

What’s so bad about this kind of deficit scolding? It’s deeply misleading on two levels: the problem it purports to lay out is far less clearly a major issue than the scolds claim, and the insistence that we need immediate action is just incoherent.

So, about that supposed debt crisis: right now we have a more or less stable ratio of debt to GDP, and no hint of a financing problem. So claims that we are facing something terrible rest on the presumption that the budget situation will worsen dramatically over time. How sure are we about that? Less than you may imagine.

Yes, the population is getting older, which means more spending on Medicare and Social Security. But it’s already 2016, which means that quite a few baby boomers are already drawing on those programs; by 2020 we’ll be about halfway through the demographic transition, and current estimates don’t suggest a big budget problem.

Why, then, do you see projections of a large debt increase? The answer lies not in a known factor — an aging population — but in assumed growth in health care costs and rising interest rates. And the truth is that we don’t know that these are going to happen. In fact, health costs have grown much more slowly since 2010 than previously projected, and interest rates have been much lower. As the chart above shows, taking these favorable surprises into account has already drastically reduced long-run debt projections. These days the long-run outlook looks vastly less scary than people used to imagine.

Still, it’s probably true that something will eventually have to be done to bring spending and revenues in line. But that brings me to the second point: why is this a crucial issue right now?

Are debt scolds demanding that we slash spending and raise taxes right away? Actually, no: the economy is still weak, interest rates still low (meaning that the Fed can’t offset fiscal tightening with easy money), and as a matter of macroeconomic prudence we should probably be running bigger, not smaller deficits in the medium term. So proposals to “deal with” the supposed debt problem always involve long-term cuts in benefits and (reluctantly) increases in taxes. That is, they don’t involve actual policy moves now, or for the next 5-10 years.

So why is it so important to take up the issue right now, with so much else on our plate?

Put it this way: yes, it’s possible that we may at some point in the future have to cut benefits. But deficit scolds talk as if they offer a way to avoid this fate, when in fact their solution to the prospect of future benefit cuts is … to cut future benefits.

If you try really hard, you can argue that locking in policies now for this future adjustment will make the transition smoother. But that is really a second-order issue, hardly deserving to take up a lot of our time. By putting the debt question aside, we are NOT in any material way making the future worse.

And that is a total contrast with climate change, where our failure to act means pouring vast quantities of greenhouse gases into the atmosphere, materially increasing the odds of catastrophe with every year we wait.

So my message to the deficit scolds is this: yes, we may face some hard choices a couple of decades from now. But we might not, and in any case there aren’t any choices that must be made now. Meanwhile, there are genuinely scary things happening as we speak, which we should be taking on but aren’t. And your fear-mongering is distracting us from these real problems. Therefore, I would respectfully request that you people just go away.

 

Debito, sviamento, distrazione

zz-221

 

 

 

 

 

 

 

 

[1]

Ci fu un tempo, non molto lontano, quando le Cassandre del deficit [2] erano attive e pericolose – il loro fiato sul collo arrivò abbastanza vicino a creare un parapiglia a Washington, nella direzione di politiche davvero negative come elevare l’età dell’ingresso in Medicare (che non avrebbe neppure fatto risparmiare soldi) e una austerità della finanza pubblica nel breve termine. A questo punto la loro influenza non raggiunge neanche lontanamente tali livelli. Eppure continuano a giocare un ruolo malefico nel dibattito nazionale – perché dirottano e distraggono l’attenzione da problemi molto più meritevoli, togliendo ossigeno politico a tematiche cruciali.

L’avete visto nei dibattiti [3]: quattro domande, le ho contate, sul debito da parte del Comitato per un Bilancio Federale Responsabile (CRFB), nessuna sul cambiamento climatico. E lo vedete anche nel Times di oggi, con Pete Peterson (ovviamente) e (purtroppo) Paul Volcker che ci fanno la ramanzina sulle solite cose.

Cosa c’è di così negativo in questo genere di catastrofismo del deficit? Esso, per due aspetti, è profondamente fuorviante: il problema che esso si propone di esporre è un tema molto meno chiaramente importante di quanto quei censori pretendano, e l’insistenza secondo la quale avremmo bisogno di una iniziativa immediata è proprio incoerente.

Dunque, a proposito della presunta crisi del debito: in questo momento abbiamo un rapporto tra debito e PIL più o meno stabile, e non abbiamo cenni di problemi di finanziamento. Dunque, le pretese secondo le quali saremmo dinanzi a una situazione terribile si basano sulla presunzione che la condizione del bilancio peggiorerà in modo drammatico nel corso del tempo. Quanto è certo che avremo quel problema? Meno di quanto potete immaginare.

È vero, la popolazione sta invecchiando, il che comporta maggiore spesa per Medicare e per la Previdenza Sociale. Ma siamo già nel 2016, il che significa che un certo numero di “baby boomer” [4] sono già a carico di quei programmi; con il 2020 saremo già a metà del percorso della transizione demografica, e le stime attuali non indicano un grande problema di bilancio.

Perché, allora, si vedono previsioni di un grande aumento del debito? La risposta non sta in un fattore indiscutibile – una popolazione che invecchia – bensì in una crescita presunta dei costi della assistenza sanitaria e in tassi di interesse in aumento. E la verità è che non sappiamo se queste siano cose destinate ad accadere. Di fatto, i costi sanitari sono cresciuti, a partire dal 2010, molto più lentamente di quello che era stato previsto in precedenza, e i tassi di interesse sono rimasti molto più bassi. Come la tabella sopra dimostra, mettendo nel conto queste favorevoli sorprese si sono già drasticamente ridotte le previsioni sul debito a lungo termine. Al giorno d’oggi, la previsione a lungo termine appare enormemente meno terrificante di quanto la gente sia solita immaginare.

Eppure, è probabile che alla fine qualcosa si dovrà fare per mettere la spesa e le entrate in linea. Ma questo mi porta al secondo punto: perché questa sarebbe una questione fondamentale in questo momento?

Le Cassandre del debito stanno chiedendo che si taglino le spese e si aumentino le tasse sin da subito? A dir la verità, no: l’economia è ancora debole, i tassi di interesse sono ancora bassi (il che significa che la Fed non potrebbe bilanciare una restrizione della finanza pubblica con soldi facili) e dal punto di vista della prudenza macroeconomica dovremmo probabilmente, nel medio termine, gestire deficit di bilancio più grandi, non più piccoli. Dunque le proposte del “fare i conti” con il presunto problema del debito riguardano di norma tagli a lungo termine nei sussidi e (con una certa riluttanza) aumenti delle tasse. Ovvero, esse non riguardano effettive iniziative politiche in questo momento, o per i prossimi 5-10 anni.

Perché dunque è così importante porre quel tema in questo momento, con tante altre cose sul piatto?

Mettiamola in questo modo: sì, è possibile che dovremo in qualche momento del futuro dover tagliare i sussidi. Ma le Cassandre del deficit ne parlano come se offrissero un modo per evitare questo destino, mentre di fatto la loro soluzione alla prospettiva di tagli futuri ai sussidi è …. tagliare i futuri sussidi.

Se proprio fate uno sforzo, potete sostenere che fissando adesso politiche per questa correzione futura renderà la transizione più morbida. Ma si tratta davvero di un a questione di second’ordine, che difficilmente merita di impegnare una grande quantità del nostro tempo. Ma mettendo da parte la questione del debito, noi NON stiamo in alcun modo sostanziale rendendo peggiore il futuro.

E ciò è in totale contrasto con il cambiamento climatico, dove la nostra incapacità di agire comporta il riversare grandi quantità di gas serra nell’atmosfera, aumentando sostanzialmente le probabilità di una catastrofe, per ogni anno di inerzia.

Dunque, il mio messaggio alle Cassandre del deficit è il seguente: sì, potremo fronteggiare scelte difficili tra un paio di decenni. Ma potrebbe anche non succedere, e in ogni caso non c’è alcuna scelta che debba essere assunta oggi. Nel frattempo, ci sono cose effettivamente terribili che accadono nel mentre stiamo parlando, che dovremmo affrontare, ma non lo facciamo. E il vostro seminare paure ci distrae da questi problemi reali. Di conseguenza, vorrei rispettosamente chiedere che semplicemente vi facciate da parte.

 

 

[1] Il titolo della tabella è: “Il tasso del debito previsto per il 2046 è caduta di più della metà”. Il debito è espresso come percentuale del PIL.

CBPP è l’acronimo di “Center on Budget and Policy Priorities”, una agenzia di ricerche che, se non sbaglio, dovrebbe essere abbastanza indipendente. Le previsioni del CBPP indicavano una crescita del debito che, dalla metà del 2010, sarebbe salita, da circa il 50 per cento a oltre il 240 per cento del PIL nel 2046.

[2] Traduco in questo caso “scolds” con “Cassandre”, che mi pare più efficace di “brontoloni, criticoni etc.”, anche perché restituisce meglio l’idea di ‘allarmismo’ implicita in quelle tendenze politiche.

[3] I dibattiti televisivi tra i due candidati alla Presidenza.

[4] Cioè, di componenti della generazione della ‘esplosione’ demografica del dopoguerra, quando ci fu una impennata nelle nascite.

 

 

 

 

Note sulla Brexit e sulla sterlina (dal blog di Krugman, 11 ottobre 2016)

ottobre 13, 2016

 

Notes on Brexit and the Pound

 OCTOBER 11, 2016 8:35

zz-218

 

 

 

 

 

 

 

 

The much-hyped severe Brexit recession does not, so far, seem to be materializing – which really shouldn’t be that much of a surprise, because as I warned, the actual economic case for such a recession was surprisingly weak. (Ouch! I just pulled a muscle while patting myself on the back!) But we are seeing a large drop in the pound, which has steepened as it becomes likely that this will indeed be a very hard Brexit. How should we think about this?

Originally, stories about a pound plunge were tied to that recession prediction: domestic investment demand would collapse, leading to sustained very low interest rates, hence capital flight. But the demand collapse doesn’t seem to be happening. So what is the story?

For now, at least, I’m coming at it from the trade side – especially trade in financial services. It seems to me that one way to think about this is in terms of the “home market effect,” an old story in trade but one that only got formalized in 1980.

Here’s an informal version: imagine a good or service subject to large economies of scale in production, sufficient that if it’s consumed in two countries, you want to produce it in only one, and export to the other, even if there are costs of shipping it. Where will this production be located? Other things equal, you would choose the larger market, so as to minimize total shipping costs. Other things may not, of course, be equal, but this market-size effect will always be a factor, depending on how high those shipping costs are.

In one of the models I laid out in that old paper, the way this worked out was not that all production left the smaller economy, but rather that the smaller economy paid lower wages and therefore made up in competitiveness what it lacked in market access. In effect, it used a weaker currency to make up for its smaller market.

In Britain’s case, I’d suggest that we think of financial services as the industry in question. Such services are subject to both internal and external economies of scale, which tends to concentrate them in a handful of huge financial centers around the world, one of which is, of course, the City of London. But now we face the prospect of seriously increased transaction costs between Britain and the rest of Europe, which creates an incentive to move those services away from the smaller economy (Britain) and into the larger (Europe). Britain therefore needs a weaker currency to offset this adverse impact.

Does this make Britain poorer? Yes. It’s not just the efficiency effect of barriers to trade, there’s also a terms-of-trade effect as the real exchange rate depreciates.

But it’s important to be aware that not everyone in Britain is equally affected. Pre-Brexit, Britain was obviously experiencing a version of the so-called Dutch disease. In its traditional form, this referred to the way natural resource exports crowd out manufacturing by keeping the currency strong. In the UK case, the City’s financial exports play the same role. So their weakening helps British manufacturing – and, maybe, the incomes of people who live far from the City and still depend directly or indirectly on manufacturing for their incomes. It’s not completely incidental that these were the parts of England (not Scotland!) that voted for Brexit.

Is there a policy moral here? Basically it is that a weaker pound shouldn’t be viewed as an additional cost from Brexit, it’s just part of the adjustment. And it would be a big mistake to prop up the pound: old notions of an equilibrium exchange rate no longer apply.

 

Note sulla Brexit e sulla sterlina

zz-218

 

 

 

 

 

 

 

 

La molto strombazzata grave recessione della Brexit, sinora, non sembra materializzarsi – la qual cosa non dovrebbe essere una gran sorpresa, giacché, come avevo messo in guardia, gli effettivi argomenti economici a favore di una recessione erano sorprendentemente deboli (Ahia! Mi si è appena stirato un muscolo nel darmi una pacca sulla spalla!). Ma stiamo assistendo ad una ampia caduta della sterlina, che è in discesa come se diventasse probabile che la Brexit sia destinata ad avere effetti molto seri. Cosa ne dovremmo pensare?

All’origine, i racconti su un crollo della sterlina erano collegati a quella previsione di recessione: la domanda di investimenti interni sarebbe collassata, portando a prolungati tassi di interesse molto bassi, dal che una fuga di capitali. Ma non sembra in atto alcun collasso della domanda. Di che storia si tratta, dunque?

Almeno per adesso, il mio approccio alla questione è dal lato del commercio – in particolare degli scambi nei servizi finanziari. Mi sembra che un modo per ragionarne sia nei termini dell’ “effetto del mercato interno”, una vecchia tesi in materia di commercio, che però venne formalizzata soltanto nel 1980 [1].

Ecco una versione semplificata: si immagini un bene o un servizio soggetto a larghe economie di scala nella produzione, tali che se esso viene consumato in due paesi, si preferisce produrlo in uno soltanto, ed esportarlo nell’altro, pur essendoci i costi della spedizione. Dove sarà collocata questa produzione? A parità degli altri fattori, si sceglierà il mercato più ampio, in modo da minimizzare i costi di spedizione complessivi. Naturalmente, gli altri fattori possono non essere uguali, ma questo effetto delle dimensioni di un mercato sarà sempre un fattore, dipendente da quanto i costi di spedizione sono elevati.

In uno di questi modelli che predisposi in quel vecchio articolo, il modo in cui tutto questo funzionava non era che tutta la produzione lasciava l’economia più piccola, ma piuttosto che l’economia più piccola pagava salari più bassi e di conseguenza metteva assieme quanto a competitività quello di cui difettava nell’accesso al mercato. In sostanza, utilizzava una valuta più debole per compensare il suo mercato più debole.

Nel caso dell’Inghilterra, direi che possiamo pensare ai servizi finanziari come all’industria in questione. Tali servizi sono soggetti ad economie di scala sia interne che esterne, la qual cosa tende a concentrarle in una manciata di grandi centri finanziari sparsi nel mondo, uno dei quali, ovviamente, è la City di Londra. Ma adesso ci troviamo di fronte alla prospettiva di costi di transazione tra l’Inghilterra e il resto dell’Europa in seria crescita, la qual cosa crea un incentivo a spostare ad allontanare questi servizi dall’economia più piccola (Regno Unito), verso quella più grande (Europa). Di conseguenza l’Inghilterra ha bisogno di una valuta più debole per bilanciare questo impatto negativo.

Questo rende l’Inghilterra più povera? Sì. Non si tratta solo dell’effetto dell’efficacia delle barriere commerciali, c’è anche l’effetto dei termini di scambio quando il tasso di cambio reale si svaluta.

Ma è importante essere consapevoli che non tutto in Inghilterra ne viene influenzato nello stesso modo. Prima della Brexit, l’Inghilterra stava evidentemente facendo i conti con una versione della cosiddetta ‘malattia olandese’ [2]. Nella sua forma tradizionale, questo si riferiva al modo in cui l’esportazione di risorse naturali spiazza il settore manifatturiero tenendo forte la valuta. Nel caso del Regno Unito, le esportazioni finanziarie della City giocano lo stesso ruolo. In tal modo il loro indebolimento aiuta il settore manifatturiero britannico – e forse i redditi delle persone che vivono lontane dalla City e dipendono ancora, direttamente o indirettamente, dal settore manifatturiero per i loro redditi. Non è del tutto accidentale che queste siano state le parti dell’Inghilterra (non la Scozia!) che hanno votato a favore della Brexit.

C’è una morale politica in questo? Fondamentalmente essa è che una sterlina più debole non dovrebbe essere considerata come un costo aggiuntivo derivante dalla Brexit, essa è solo una parte della correzione. E sarebbe un grande errore sostenere la sterlina: i vecchi concetti del tasso di cambio in equilibrio non si applicano più.

 

 

[1] Nel 1980 venne pubblicato un articolo dello stesso Krugman, secondo il quale l’ “effetto del mercato interno” deriva da modelli sui ‘rendimenti di scala’ e sui costi di trasporto. Quando è più economico per un’industria operare in un singolo paese, a causa dei rendimenti di scala, essa sceglierà come base quel paese nel quale la maggioranza dei suoi prodotti sono consumati, allo scopo di minimizzare i costi di trasporto. La tesi sull’ “effetto del mercato interno” comporta una connessione tra le dimensioni di un mercato e le esportazioni che non era considerata nei modelli basati unicamente sul vantaggio comparativo di ricardiana memoria. (Wikipedia)

[2] Il termine ‘malattia olandese’ indica in economia quel fenomeno per il quale la forza di un settore economico – ad esempio collegato con le risorse naturali – indebolisce altri settori, come il manifatturiero o l’agricolo, per effetto di un rafforzamento della valuta. La connessione nel testo inglese è con un interessante articolo di Ambrose Evans-Pritchard su The Telegraph che mostra, attraverso una intervista all’economista Ashoka Mody, come il settore bancario inglese avesse prodotto un effetto di rafforzamento della sterlina negli anni passati, con gravi conseguenze per il settore manifatturiero britannico.

 

 

 

 

Il Re della falsa equivalenza (dal blog di Krugman, 4 ottobre 2016)

ottobre 13, 2016

 

OCT 4 3:06

The King of False Equivalence

So, now we’re supposed to feel sorry for Paul Ryan?

For years, Ryan has cultivated a reputation on both sides of the aisle as a paragon of decency, earnestness, and principle; that rare creature of D.C. who seems genuinely guided by good faith. To many in Washington — including no small number of reporters — Ryan’s support for Trump is not merely a political miscalculation, but a craven betrayal.

Ugh. Ryan is not, repeat not, a serious, honest man of principle who has tainted his brand by supporting Donald Trump. He has been an obvious fraud all along, at least to anyone who can do budget arithmetic. His budget proposals invariably contain three elements:

  1. Huge tax cuts for the wealthy.
    2. Savage cuts in aid to the poor.
    3.Mystery meat– claims that he will raise trillions by closing unspecified tax loopholes and save trillions cutting unspecified discretionary spending.

Taking (1) and (2) together — that is, looking at the policies he actually specifies — his proposals have always increased the deficit, while transferring income from the have-nots to the haves. Only by invoking (3), which involves nothing but unsupported and implausible assertion, does he get to claim to reduce the deficit.

Yet he poses as an icon of fiscal probity. That is, he is, in his own way, every bit as much a fraud as The Donald.

So how has he been able to get away with this? The main answer is that he has been a huge beneficiary of false balance. The media narrative requires that there be serious, principled policy wonks on both sides of the aisle; Ryan has become the designated symbol of that supposed equivalence, even though actual budget experts have torn his proposals to shreds on repeated occasions.

And my guess is that the media will quickly forgive him for the Trump episode too. They need him for their bothsidesism. After all, it’s not as if there are any genuine honest policy wonks left in the party that nominated Donald Trump.

 

Il Re della falsa equivalenza

Dunque, adesso dovremmo essere dispiaciuti per Paul Ryan?

Per anni Ryan ha coltivato considerazione su entrambi gli schieramenti politici come un esempio di moralità, serietà e buoni principi; quella rara creatura della Capitale che sembra genuinamente guidata dalla buona fede. Per molti in Washington – incluso un numero non piccolo di giornalisti – il sostegno di Ryan a Trump non è stato un mero errore politico, ma un vile tradimento.

Per l’ennesima volta, Ryan non è, ridiciamolo, un serio ed onesto uomo di principi che ha macchiato il suo stile sostenendo Donald Trump. È stato sin dall’inizio un evidente inganno, almeno per coloro che si intendono della matematica dei bilanci. Le sue proposte di bilancio contengono inesorabilmente tre elementi:

1 – Grandi sgravi fiscali per i ricchi;

2 – tagli selvaggi alla assistenza verso i poveri;

3 – paccottiglia di dubbia provenienza – la pretesa che avrebbe riscosso migliaia di miliardi eliminando scappatoie fiscali non specificate e che avrebbe risparmiato migliaia di miliardi tagliando spese discrezionali non specificate.

Mettete insieme il numero 1 e 2 – vale a dire fatte attenzione alle politiche che egli indica nello specifico – e le sue proposte avrebbero in ogni caso incrementato il deficit, con trasferimenti di reddito da i non abbienti ai benestanti. Solo facendo ricorso al 3, che non riguarda altro se non una asserzione prova di sostegno e non plausibile, egli arriva a sostenere di ridurre il deficit.

Tuttavia, si atteggia a icona della onesta gestione della finanza pubblica. Ovvero, è, a suo modo, altrettanto ingannevole de ‘Il Donald’.

Dunque, come è stato capace di scrollarsi tutto questo di dosso? La risposta principale è che è stato un grande beneficiario del falso equilibrismo. Il racconto dei media richiede che ci siano in entrambi gli schieramenti politici esperti di politica seri e di principi; Ryan è diventato il simbolo designato di quella presunta equivalenza, anche se in ripetute occasioni i veri esperti di bilanci hanno fatto a brandelli le sue proposte.

E la mia impressione è che i media lo perdoneranno rapidamente anche per l’episodio di Trump. Hanno bisogno di lui per il loro equilibrismo. Dopo tutto, non è che ci siano rimasti, nel Partito che ha candidato Trump, altri genuini onesti esperti di politica.

 

 

 

 

 

Una teoria generale dell’austerità? (29 settembre 2016)

ottobre 2, 2016

SEP 29 3:19 AM

 

A General Theory Of Austerity?

 

Simon Wren-Lewis has an excellent new paper trying to explain the widespread resort to austerity in the face of a liquidity trap, which is exactly the moment when such policies do the most harm. His bottom line is that

austerity was the result of right-wing opportunism, exploiting instinctive popular concern about rising government debt in order to reduce the size of the state.

I think this is right; but I would emphasize more than he does the extent to which both the general public and Very Serious People always assume that reducing deficits is the responsible thing to do. We have some polling from the 1930s, showing a strong balanced-budget bias even then:

zz-211

 

 

 

 

 

 

 

I think Simon would say that this is consistent with his view that large deficits grease the rails for deficit phobia, since FDR’s administration did run up deficits and debt that were unprecedented for peacetime. But has there ever been a time when the public favored bigger deficits?

Meanwhile, as someone who was in the trenches during the US austerity fights, I was struck by how readily mainstream figures who weren’t especially right-wing in general got sucked into the notion that debt reduction was THE central issue. Ezra Klein documented this phenomenon with respect to Bowles-Simpson:

For reasons I’ve never quite understood, the rules of reportorial neutrality don’t apply when it comes to the deficit. On this one issue, reporters are permitted to openly cheer a particular set of highly controversial policy solutions. At Tuesday’s Playbook breakfast, for instance, Mike Allen, as a straightforward and fair a reporter as you’ll find, asked Simpson and Bowles whether they believed Obama would do “the right thing” on entitlements — with “the right thing” clearly meaning “cut entitlements.”

Meanwhile, as Brad Setser points out, the IMF — whose research department has done heroic work puncturing austerity theories and supporting a broadly Keynesian view of macroeconomics — is, in practice, pushing for fiscal contraction almost everywhere.

Again, this doesn’t exactly contradict Simon’s argument, but maybe suggests that there is a bit more to it.

 

Una teoria generale dell’austerità?

Simon Wren-Lewis pubblica un nuovo eccellente articolo con il quale cerca di spiegare il generalizzato ricorso all’austerità a fronte di una trappola di liquidità, che è esattamente il momento nel quale tali politiche fanno il massimo danno. La sua conclusione è che:

“l’austerità è stata il risultato dell’opportunismo della destra, che ha sfruttato l’istintiva preoccupazione popolare sull’aumento del debito pubblico per ridurre le funzioni dell’amministrazione pubblica.”

Penso che questo sia giusto; ma darei più rilievo di quanto lui fa alla misura nella quale sia l’opinione pubblica in generale che le Persone Molto Serie partono sempre dall’assunto che ridurre i deficit sia la cosa giusta da fare. Abbiamo dei sondaggi degli anni Trenta che dimostrano, anche allora, un forte pregiudizio per i bilanci in pareggio:

zz-211

 

 

 

 

 

 

 

[1]

Penso che Simon direbbe che questo è coerente con il suo punto di vista secondo il quale ampi deficit lubrificano le rotaie della fobia del deficit, considerato che l’Amministrazione di Franklin Delano Roosevelt gestiva deficit e debiti senza precedenti in tempi di pace. Ma c’è mai stato un periodo nel quale l’opinione pubblica è mai stata a favore di deficit più grandi?

Allo stesso tempo, come uno che era in trincea durante le battaglie sull’austerità negli Stati Uniti, io rimasi colpito da come personaggi di primo piano che non erano particolarmente di destra si bevvero il concetto che la riduzione del debito era il tema centrale. Ezra Klein, in relazione a Bowles-Simpson, documentò questo fenomeno:

“Pe ragioni che non ho mai completamente compreso, quando si arriva al deficit le regole della neutralità nei resoconti non si applicano. Su questo solo tema, ai giornalisti viene concesso di fare il tifo per un particolare complesso di soluzioni politiche altamente controverse. Ad esempio, durante la Colazione di Playbook del martedì, Mike Allen, un giornalista diretto e chiaro come potrete constatare, chiese a Simpson e Bowles se credevano che Obama avrebbe fatto la ‘cosa giusta’ sulla legislazione sociale – dove ‘la cosa giusta’ chiaramene significava ‘tagliare i diritti sociali’.”

Allo stesso tempo, come sottolinea Brad Setser, il FMI – il cui Dipartimento di ricerca ha fatto un lavoro eroico nel mettere in crisi le teorie dell’austerità e nel sostenere un punto di vista generalmente keynesiano sulla macroeconomia – sta, in pratica, spingendo per una contrazione della spesa pubblica quasi dappertutto.

Ancora: questo non contraddice esattamente l’argomento di Simon, ma forse indica che sotto c’è qualcosa di più.   

 

[1] La tabella mostra il risultato di un sondaggio del 1936, nel quale si rispondeva alla domanda sulla necessità di avere bilanci in pareggio. Più del doppio delle risposte affermavano che fosse necessario.

 

 

 

 

L’IVA dei deprecabili (28 settembre 2016)

settembre 29, 2016

SEP 28 3:27 AM

 

VAT of Deplorables

 

I’ve been writing about Donald Trump’s claim that Mexico’s value-added tax is an unfair trade policy, which is just really bad economics. Here’s Joel Slemrod explaining that a VAT has the same effects as a sales tax. Now, nobody thinks that sales taxes are an unfair trade practice. New York has fairly high sales taxes; Delaware has no such tax. Does anyone think that this gives New York an unfair advantage in interstate competition?

But it turns out that Trump wasn’t saying ignorant things off the top of his head: he was saying ignorant things fed to him by his incompetent economic advisers. Here’s the campaign white paper on economics. The VAT discussion is on pages 12-13 — and it’s utterly uninformed.

And it’s not the worst thing: there’s lots of terrible stuff in the white paper, at every level.

Should we be reassured that Trump wasn’t actually winging it here, just taking really bad advice? Not at all. This says that if he somehow becomes president, and decides to take the job seriously, it won’t help — because his judgment in advisers, his notion of who constitutes an expert, is as bad as his judgment on the fly.

 

L’IVA dei deprecabili

Ho scritto sulla pretesa di Donald Trump secondo la quale la tassa sul valore aggiunto del Messico sarebbe una politica commerciale scorretta, che è solo una sciocchezza dal punto di vista economico. Nella connessione Joel Slemrod spiega che l’IVA ha gli stessi effetti di una tassa sulle vendite. Ora, nessuno pensa che le tasse sulle vendite siano una pratica commerciale ingiusta. New York ha tasse sulle vendite abbastanza alte: il Delaware non ha tali tasse. C’è qualcuno che pensa che questo dia a New York un vantaggio ingiusto nella competizione interstatale?

Ma adesso si scopre che le cose inconsapevoli che Trump ha detto non erano farina del suo sacco: egli le stava dicendo perché gli erano state raccontate dai suoi incompetenti consiglieri economici. Ecco in connessione il libero bianco sull’economia della sua campagna elettorale. L’IVA viene trattata alle pagine 12 e 13 – in modo del tutto disinformato.

E non si tratta della cosa peggiore: in quel libro bianco c’è una quantità di cose terribili, sotto ogni punto di vista.

Dovremmo essere rassicurati dal fatto che Trump effettivamente non stava improvvisando, ma solo prendendo per buoni pessimi consigli? Niente affatto. Questo ci dice che se egli in qualche modo diventerà Presidente, e deciderà di prendere il suo lavoro sul serio, servirà a poco – perché il suo giudizio sui consiglieri, la sua idea di chi nominare esperto, è altrettanto cattiva dei suoi giudizi su due piedi.

 

 

 

 

Come è successo che la competizione si è fatta ravvicinata? (27 settembre 2016)

settembre 28, 2016

 

SEP 27 1:19 PM

How Did The Race Get Close?

 

Last night’s debate was an incredible blowout — yet both candidates were pretty much who we already knew they were. This was the Hillary Clinton of the Benghazi hearing confronting the Donald Trump we’ve seen at every stage of the campaign.

But this then raises a question: how did the race get so close? Why, on the eve of the debate, did polls show at best a narrow Clinton lead? What happened to the commanding lead Clinton held after the conventions?

You might say that Clinton ran a terrible campaign — but what, exactly, did she do? Trump may have learned to read from a TelePrompter, but was that such a big deal?

Well, my guess is that it was the Goring of Hillary: beginning in late August, with the AP report on the Clinton Foundation, the mainstream media went all in on “abnormalizing” Mrs. Clinton, a process that culminated with Matt Lauer, who fixated on emails while letting grotesque, known, Trump lies slide. Here’s a graphic, using the Upshot’s estimate of election probabilities (which is a useful summary of what the polls say):

zz-209

 

 

 

 

 

 

 

 

The thing is, it was all scurrilous. The AP, if it had been honest, had found no evidence of wrongdoing or undue influence; if meeting a Nobel Peace Prize winner who happened to be a personal friend was their prime example … But dinging the Clintons was what the cool kids were supposed to do, with normal rules not applying.

And this media onslaught pushed the race quite close on the eve of the first debate. It was feeling like 2000 all over again; and I think Jamelle Bouie got this exactly right:

zz-210

 

 

 

 

 

 

 

 

But it all went off script last night, partly because HRC did so well and DJT so badly — but also, I think, because pressure from progressives ensured that there was a lot of real-time fact-checking.

Whether it turns out to have been enough to turn the tide remains to be seen. But anyone in the media who participated in the razzing of Hillary Clinton should think about what we saw on that stage, and ask himself what the hell he thought he was doing.

 

Come è successo che la competizione si è fatta ravvicinata?

Il dibattito della notte scorsa è stata un’incredibile vittoria a mani basse – tuttavia entrambi i candidati erano praticamente gli stessi che già conoscevamo. Hillary Clinton era la stessa della audizione sui fatti di Bengasi, di fronte a un Donald Trump come lo abbiamo conosciuto in ogni momento della campagna elettorale.

Ma questo solleva una domanda: come è stato possibile che la competizione si sia fatta così ravvicinata? Perché, al momento del dibattito, i sondaggi mostravano al massimo un lieve vantaggio della Clinton? Cosa è successo al vantaggio imponente che la Clinton deteneva dopo le convenzioni?

Si potrebbe sostenere che la Clinton abbia gestito assai male la campagna elettorale – ma perché, esattamente, lo ha fatto? Trump può aver imparato a leggere da TelePrompter, ma è stata una faccenda così grossa?

Ebbene, la mia impressione è che è stato il trattamento simile a quello di Al Gore ricevuto da Hillary: a cominciare dalla fine di agosto, con il rapporto della Associated Press sulla Fondazione Clinton, la parte prevalente dei media si è ritrovata in una “anormalizzazione” della signora Clinton, un processo che h avuto il suo picco con Matt Lauer, che si era fissato sulle email nel mentre consentiva la grottesca, ben nota valanga di bugie di Trump. Ecco un grafico, utilizzando la stima di Upshot sulle probabilità di elezione (che è una sintesi utile di quello che dicono i sondaggi):

zz-209

 

 

 

 

 

 

 

 

Il punto è che è stato tutto osceno. La Associated Press, se fosse stata onesta, non avrebbe trovato alcuna prova di mala condotta o di influenza impropria; se incontrare un Premio Nobel che si dà il caso fosse anche un amico personale era il loro esempio più importante …. Ma picchiare sui Clinton era quello che si supponeva che i ragazzi per bene dovessero fare, non applicando le regole normali.

E questo attacco violento dei media ha ravvicinato abbastanza la competizione al momento del primo dibattito. Sembrava di respirare nuovamente l’aria del 2000; ed io penso che Jamelle Bouie lo ha espresso in modo del tutto giusto:

 

(nel Tweet della Bouie è scritto: “Si ha la sensazione che un certo numero di commentatori fossero delusi di non poter proclamare Trump vincitore”, e cita come esempio un giudizio di Greg Dworkin, secondo il quale i dibattiti non contano, la Clinton vincerà ma i dibattiti non influenzano i sondaggi)

 

Ma la notte scorsa è andato tutto storto, in parte perché la Clinton si è comportata così bene e Trump così male – ma anche, penso, perché la pressione dei progressisti ha assicurato che ci fosse un bel po’ di controllo di attinenza ai fatti in tempo reale.

Resta da vedere se sarà stato sufficiente per cambiare il corso degli eventi. Ma tutti quelli che hanno partecipato nei media a farsi beffe di Hillary Clinton dovrebbero riflettere a che cosa stavamo assistendo in quel momento, e chiedersi cosa diavolo pensavano di fare.

 

 

 

 

Trump sul commercio (dal blog di Krugman, 27 settembre 2016)

settembre 27, 2016

 

SEP 27 4:24 AM 

Trump On Trade

 

For the most part, at least as of now — mid-morning where I am, even if it’s the middle of the night back in America — the media consensus seems to be that Clinton won. This is a big deal: you know, just know, that they were primed to declare Trump the winner based on Clinton’s snooty insistence on facts, or maybe her “body language”. (Imagine what they would have said if she had engaged in Trump-like grimacing, pouting, and smirking, not to mention sniffling.) But he was so bad and she so good that they couldn’t.

Even so, it seems to be conventional wisdom that Trump did well in the first 15 minutes. And I guess he did if you are impressed by someone talking loudly and confidently about a subject he really doesn’t understand. But really: Trump on trade was ignorance all the way.

There were specifics: China is “devaluing” (not so — it was holding down the yuan five years ago, but these days it’s intervening to keep the yuan up, not down.) There was this, on Mexico:

Let me give you the example of Mexico. They have a VAT tax. We’re on a different system. When we sell into Mexico, there’s a tax. When they sell in — automatic, 16 percent, approximately. When they sell into us, there’s no tax. It’s a defective agreement. It’s been defective for a long time, many years, but the politicians haven’t done anything about it.

Gah. A VAT is basically a sales tax. It is levied on both domestic and imported goods, so that it doesn’t protect against imports — which is why it’s allowed under international trade rules, and not considered a protectionist trade policy. I get that Trump is not an economist — hoo boy, is he not an economist — but this is one of his signature issues, so you might have expected him to learn a few facts.

More broadly, Trump’s whole view on trade is that other people are taking advantage of us — that it’s all about dominance, and that we’re weak. And even if you think we’ve pushed globalization too far, even if you are worried about the effects of trade on income distribution, that’s just a foolish way to think about the problem.

So don’t score Trump as somehow winning on trade. Yes, he blustered more confidently on that subject than on anything else. But he was talking absolute garbage even there.

 

Trump sul commercio

Per la maggior parte, almeno al momento attuale – dove mi trovo siamo a metà del mattino, anche se in America siamo in mezzo alla notte – il consenso dei media sembra attribuisca la vittoria alla Clinton. Si tratta di una cosa importante: si sapeva con certezza che erano pronti a stabilire la vittoria di Trump basandosi sulla altezzosa insistenza della Clinton sui fatti, o magari sul suo “linguaggio del corpo” (si immagini cosa avrebbero detto se si fosse atteggiata con le smorfie, gli atteggiamenti imbronciati e i sorrisi beffardi alla Trump, per non dire dei suoi rumori nasali). Ma lui è andato talmente male, e lei talmente bene, che non hanno potuto.

Persino così, sembra che il giudizio comune sia che Trump è andato bene nei primi 15 minuti. E suppongo che l’abbia fatto, nella misura in cui si è impressionabili da qualcuno che parla a voce alta e in modo disinvolto su temi che realmente non conosce. Intendo proprio quello: in materia di commercio Trump ha mostrato una completa ignoranza.

Ci sono stati alcuni particolari: la Cina sta “svalutando” (non è così – essa lo stava facendo cinque anni orsono, di questi tempi sta intervenendo per sostenere lo Yuan, non per svalutarlo). Sul Messico, questo è quanto ha detto:

“Lasciatemi fare l’esempio del Messico, dove hanno l’IVA. Noi abbiamo un sistema diverso. Quando noi vendiamo in Messico, c’è una tassa. Quando vendono loro, un 16 per cento automatico, grosso modo. Quando vendono da noi, non ci sono tasse. È un accordo viziato. È stato così per un lungo tempo, per molti anni, ma i politici non hanno fatto niente.”

Guarda un po’! L’IVA è fondamentalmente una tassa sulle vendite. Viene riscossa sia sui beni nazionali che su quelli di importazione – e questa è la ragione per la quale è ammessa dalle regole commerciali internazionali, e non è considerata una politica commerciale protezionistica.  Capisco che Trump non sia un economista – diamine ragazzi, non è un economista! – ma questa tematica è un suo fiore all’occhiello, dunque vi sareste aspettati che imparasse qualche dato di fatto.

Più in generale, il complessivo punto di vista di Trump sul commercio è che gli altri si stanno avvantaggiando a nostro danno – tutto dipende da chi ha il predominio, e noi siamo deboli. E persino se pensate che abbiamo spinto troppo oltre la globalizzazione, persino se siete preoccupati sugli effetti del commercio nella distribuzione del reddito, questo è solo un modo sciocco per ragionare di quel problema.

Dunque, non attribuite a Trump un punteggio come se in qualche modo avesse prevalso sul tema del commercio. Ha detto spacconate su quel tema in modo più disinvolto che su qualsiasi altro. Ma anche in quel caso stava parlando assolutamente a vanvera.

 

 

 

 

 

La bugia della falsa equivalenza (26 settembre 2016)

settembre 27, 2016

 

SEPTEMBER 26, 2016 3:51 AM 

The Falsity of False Equivalence

 

If Donald Trump becomes president, the news media will bear a large share of the blame. I know some (many) journalists are busy denying responsibility, but this is absurd, and I think they know it. As Nick Kristof says, polls showing that the public considers Hillary Clinton, a minor fibber at most, less trustworthy than a pathological liar is prima facie evidence of massive media failure.

In fact, it’s telling that this debate is usually framed as one of false equivalence and whether it’s a problem. It’s a lot better to have this debate than a continuation of the unchecked media assault on Clinton. But it’s actually much worse than that. The media haven’t treated Clinton fibs as the equivalent of outright Trump lies; they have treated more or less innocuous Clintonisms as major scandals while whitewashing Trump. Put simply, until the past few days the media have had it in for Clinton; only now, at the last moment or possibly after the last moment has the enormity of the sin begun to sink in.

Think about the Matt Lauer debacle. That wasn’t a case of false equivalence; a rough summary of his performance would be “Emails, emails, emails; yes, Mr. Trump, whatever you say, Mr. Trump.” One candidate was repeatedly harassed over something trivial, the other allowed to slide on grotesque falsehoods.

Or as Jonathan Chait says, the problem hasn’t just been the normalization of Trump, it has been the abnormalization of Clinton. Consider the AP report on the Clinton Foundation. An honest report would have said, “The foundation arguably creates the possibility of self-dealing and undue influence, but we’ve looked hard and haven’t found much of anything.” Instead, the report played up meetings with a Nobel Peace Prize winner as being somehow scandalous.

And it’s still happening, if not quite so relentlessly. We’re still seeing reports about how something Clinton did “raises questions,” “casts shadows,” etc. – weasel words that allow reporters to write negative stories regardless of the facts.

I’ve compared this to what went down in the 2000 campaign; Nick compares it to what happened in the runup to the Iraq war. Pick your analogy. But let’s use Nick’s example: actually, the media didn’t do false equivalence in 2002. What they – alas, including this paper – actually did was to breathlessly hype the case for war, reporting as an inside scoop everything that Dick Cheney fed them, while freezing out critics and skeptics. The other side was out there; McClatchy found plenty of insiders willing to say that we were being sold a bill of goods. But the skeptics couldn’t get a word in edgewise. Effectively, the media were pro-war.

And this time they have effectively been pro-Trump – actually anti-Clinton, but it comes to the same thing. I doubt that reporters or even editors have thought of themselves as trying to elect Trump; many of them will be horrified if he wins. But they went all in on Clinton Rules, under which sneering at and razzing a Clinton is considered good for your career. It’s really more like high school than high journalism, but it may have horrendous consequences.

A lot depends on whether the same behavior continues for the final stretch. If the media report on the debates the way they did in 2000 – if substance is replaced by descriptions of Clinton’s facial expressions, her sighs, or how she “comes across,” while downplaying Trump’s raw lies, say hello to the Trump White House. And history will not forgive the people who made it possible.

 

La bugia della falsa equivalenza

 

Se Donald Trump diventerà Presidente, i media ne porteranno buona parte della responsabilità. So che (alcuni) giornalisti sono impegnati e negare tale responsabilità, ma è assurdo, e penso che lo sappiano. Come dice Nick Kristof, il fatto che i sondaggi mostrino che l’opinione pubblica considera Hillary Clinton, nel migliore dei casi, una contaballe, meno meritevole di fiducia di un bugiardo patologico, è sino a prova contraria la conferma di un massiccio fallimento dei media.

In sostanza, ci viene raccontato che questo dibattito viene normalmente schematizzato sul modello della falsa equivalenza, e se questo sia un problema. È molto meglio avere il confronto diretto [1] che una prosecuzione dell’assalto incontrollato dei media sulla Clinton. Ma per la verità le cose sono andate molto peggio. I media non hanno trattato le frottole della Clinton alla stessa stregua delle complete bugie di Trump; hanno trattato le più o meno innocue prestazioni clintoniane come importanti scandali, mentre occultavano Trump. Per dirla semplicemente, sino agli ultimi giorni i media sono stati ostili alla Clinton; solo adesso, all’ultimo momento, o forse dopo, l’enormità di quel pregiudizio ha cominciato ad essere compresa.

Si pensi alla débâcle di Matt Lauer. Quella non è stata un caso di falsa equivalenza; un semplice resoconto della sua prestazione sarebbe: “Email, email e ancora email; va bene signor Trump, qualsiasi cosa lei dica, signor Trump”. Un candidato è stato aggredito a ripetizione su qualcosa di banale, all’altro si consentiva di scivolare su falsità grottesche.

Oppure, come dice Jonathan Chait, il problema non è stato soltanto la ‘normalizzazione’ di Trump, è stato la ‘abnormalizzazione’ della Clinton. Si consideri il rapporto della Associated Press sulla Fondazione Clinton. Un resoconto onesto avrebbe dovuto dire: “La Fondazione probabilmente crea la possibilità di una impropria influenza a proprio vantaggio, ma abbiamo osservato attentamente e non abbiamo trovato granché”.

Invece, il rapporto ha messo in evidenza incontri con un vincitore di un Premio Nobel come se fossero qualcosa di scandaloso.

E sta ancora succedendo, seppure non in modo così incessante. Stiamo ancora leggendo resoconti su come qualcosa da parte della Clinton “sollevi domande”, “getti ombre” etc. – espressioni ambigue che consentono ai giornalisti di scrivere storie negative a prescindere dai fatti.

Ho confrontato tutto questo con quello che accadde nella campagna elettorale del 2000; Nick lo confronta con quello che avvenne nel periodo precedente alla guerra in Iraq. Ognuno scelga la analogia che crede. Ma fatemi usare l’esempio di Nick: effettivamente, i media nel 2002 non usarono la falsa equivalenza. Quello che essi fecero – ahimè incluso questo giornale [2] – effettivamente fu un incessante battage a favore della guerra, rendicontando come scoop per i beneinformati tutto quello che Dick Cheney passava loro, mentre si escludevano i critici e gli scettici. L’altro schieramento era messo ai margini; la McClatchy [3] trovò una gran quantità di beneinformati disposti a sostenere che stavamo facendo un affarone. Ma gli scettici non riuscirono a infilarci nemmeno una parola. In sostanza, i media erano a favore della guerra.

E questa volta essi sono stati sostanzialmente a favore di Trump – per la verità contro la Clinton, ma il punto è lo stesso. Dubito che i giornalisti o persino gli editori si siano immaginati come se cercassero di eleggere Trump; molti di loro troverebbero terribile se vincesse.  Ma hanno tutti aderito alle speciali ‘regole sui Clinton’, per le quali sogghignare e prendere in giro un Clinton è considerato positivo per la propria carriera. Più che alto giornalismo, in realtà, sono atteggiamenti da collegiali, ma possono avere conseguenze spaventose.

Molto dipenderà dal fatto che lo stesso comportamento prosegua nella fase finale. Se i resoconti dei media sui dibattiti saranno simili a quelli del 2000 –  se la sostanza verrà rimpiazzata dalle espressioni facciali della Clinton, dai suoi sospiri, da come ella “dà l’impressione di essere”, mentre si minimizzano le grezze bugie di Trump, si può dare il benvenuto a Trump alla Casa Bianca.

E la storia non perdonerà chi lo ha reso possibile.

 

 

[1] Suppongo che in questo caso il riferimento sia all’imminente confronto televisivo.

[2] Il New York Times, giacché il blog di Krugman è un prodotto di quel giornale.

[3] Dovrebbe trattarsi di una società dell’informazione, giornali ed internet.

 

 

 

 

« Pagina precedentePagina successiva »

Archivio