Jan 18 7:46 am
My column and Bernie Sanders’ plan crossed in the mail. But the Sanders plan in a way reinforces my point that calls for single-payer in America at this point are basically a distraction. Again, I say this as someone who favors single-payer — but it’s just not going to happen anytime soon.
Put it this way: for all the talk about being honest and upfront, even Sanders ended up delivering mostly smoke and mirrors — or as Ezra Klein says, puppies and rainbows. Despite imposing large middle-class taxes, his “gesture toward a future plan”, as Ezra puts it, relies on the assumption of huge cost savings. If you like, it involves a huge magic asterisk.
Now, it’s true that single-payer systems in other advanced countries are much cheaper than our health care system. And some of that could be replicated via lower administrative costs and the generally lower prices Medicare pays. But to get costs down to, say, Canadian levels, we’d need to do what they do: say no to patients, telling them that they can’t always have the treatment they want.
Saying no has two cost-saving effects: it saves money directly, and it also greatly enhances the government’s bargaining power, because it can say, for example, to drug producers that if they charge too much they won’t be in the formulary.
But it’s not something most Americans want to hear about; foreign single-payer systems are actually more like Medicaid than they are like Medicare.
And Sanders isn’t coming clean on that — he’s promising Medicaid-like costs while also promising no rationing. The reason, of course, is that being realistic either about the costs or about what the system would really be like would make it a political loser. But that’s the point: single-payer just isn’t a political possibility starting from here. It’s just a distraction from the real issues.
La riforma sanitaria è difficile
Il mio articolo e il piano di Bernie Sanders si sono incrociati nelle mail. Ma il piano di Sanders in un certo senso rafforza il mio punto di vista, secondo il quale le prese di posizione a favore di un sistema centralizzato di pagamenti [1] in America è, a questo punto, fondamentalmente un diversivo. Lo ripeto, io lo dico come una persona che è a favore di un sistema centralizzato – ma che considera che non sia destinato ad accadere in breve tempo.
Mettiamola in questo modo: dopo tutto il gran parlare sull’essere onesti e sinceri, persino Sanders finisce con l’esprimersi soprattutto con fumisterie e specchietti – o, come dice Ezra Klein, con ‘cuccioli e arcobaleni’ [2]. Nonostante che esso comporti una ampia tassazione delle classi medie, il suo “gesto verso un piano futuro”, come Ezra lo definisce, si basa sull’assunto di larghi risparmi nei costi. Se preferite, riguarda un grande asterisco magico [3].
Ora, è vero che i sistemi a pagamento centralizzato in altri paesi avanzati sono molto più economici del nostro sistema di assistenza sanitaria. Ed alcuni di essi potrebbero essere replicati attraverso costi amministrativi più bassi e in generale attraverso i prezzi più bassi che Medicare paga. Ma per ottenere di abbassare i costi, diciamo a livelli canadesi, avremmo bisogno di fare quello che fanno loro: dire dei no ai pazienti, spiegando loro che non possono sempre avere i trattamenti che vogliono.
Dire dei no ha due effetti di risparmio sui costi: fa risparmiare direttamente soldi, ed inoltre aumenta grandemente il potere contrattuale del Governo, perché esso può dire, ad esempio, ai produttori di farmaci che se essi caricano troppo sul prezzo non finiranno nel formulario.
Ma questo è qualcosa di cui gli americani non vogliono sentir parlare: i sistemi di pagamento centralizzati all’estero sono in effetti più simili a Medicaid che non a Medicare [4].
E Sanders non la dice tutta su questo punto – egli sta promettendo costi come quelli di Medicaid nel mentre promette pure che non ci siano razionamenti. La ragione, ovviamente, è che essere realistici sia sui costi che su ciò a cui il sistema assomiglia, renderebbe perdenti dal punto di vista politico. Ma il punto è lì: il sistema di pagamenti centralizzato semplicemente non è una possibilità, partendo da dove ci troviamo. É solo un diversivo dai temi reali.
[1] Questa traduzione la utilizzo normalmente, perché in fondo è letterale. Ma non si dimentichi che, in sostanza, ciò che caratterizza il dibattito su questo aspetto non è tanto la tecnicistica ‘centralizzazione’ dei pagamenti sulle prestazioni sanitarie, ma l’esclusione dal sistema delle assicurazioni private e la limitazione del sistema sanitario al rapporto tra cittadini e Stato.
[2] La curiosa espressione di Klein – che era riferita ai programmi del candidato repubblicano Rubio – viene spiegata alla nota 3) dell’articolo di Krugman sul NYT del 12 ottobre 2015, dal titolo “I matti e l’imbroglione’. Adesso Klein ha utilizzato la stessa espressione a proposito del piano sanitario di Sanders, in un post sul blog “Vox policy&politics” del 17 gennaio. In sostanza, significa “chiacchiere senza un reale fondamento”.
[3] Ovvero, non è dissimile dai programma di coloro, come Paul Ryan, che promettevano grandi sgravi fiscali rinviando la spiegazione sulla copertura dei bilanci ad ‘asterischi’ che, sul fondo pagina, non spiegavano mai niente.
[4] Medicaid è il programma federale verso i più poveri, Medicare è quello per gli anziani in generale. Sembrerebbe dunque, come del resto è intuibile, che il programma per tutti gli anziani – che gli americani amano – abbia molte meno limitazioni di quello per la popolazione più povera.
gennaio 20, 2016
Jan 16 12:43 pm
Lucy just snatched the football away, again. Republicans assured us that this year they really would, seriously, roll out their alternative to Obamacare. Or, maybe, not.
But I have the sense that some political analysts still don’t understand why the GOP keeps sheering away from proposing an alternative. It’s not because Republican leaders are cowards. It’s not because there are sharp divisions within the party about the shape of their plan. The reason Republicans haven’t offered an alternative is because there is no alternative.
Specifically, if you want to propose some other, less-intrusive system that won’t cause 10 or 15 or 20 million people to lose health insurance, it can’t be done. The Affordable Care Act looks the way it does because it has to.
My sense is that even reformocons, who imagine themselves more open-minded than the party’s base, still don’t get that. But the logic has been clear from the beginning.
Start with a goal almost everyone at least pretends to support: making coverage available to people with preexisting conditions. How can you do that? Well, unless you simply want to provide government insurance, you have to prohibit discrimination based on medical history by private insurers: guaranteed issue and community rating.
But just doing that isn’t enough, because community rating on its own means that people don’t sign up until they get sick, and you have a very poor risk pool. So you have to include an individual mandate, requiring that everyone get coverage. Note, by the way, that the individual mandate is essential in a way the employer mandate isn’t.
Yet you can’t have an individual mandate without some way of making insurance affordable for lower-income families. So the mandate has to be backed by means-tested subsidies.
And there you are: community rating, individual mandate, subsidies — ObamaRomneycare! Everything else is details.
True, single-payer would be an alternative, and I’d be for it if I thought it had any chance of happening. But that’s an alternative to the left; there is no alternative to the right.
That’s why Obamacare opponents really had to stop it before it happened. As long as it was just a plan, they could insist that it was unworkable — that it would not, in fact, cover the uninsured, that costs would soar, that it would cripple the economy. And the official GOP position is indeed that the law has failed; who you gonna believe, us or your lying eyes? But none of the bad things that were supposed to happen, did. And the repeal-and-replace crowd cannot come up with an alternative, because there isn’t one.
Alla Legge sulla Assistenza Sostenibile non c’è alternativa [1]
Lucy ha appena tirato via la palla, ancora una volta. I repubblicani ci avevano assicurato che quest’anno avrebbero per davvero, seriamente, presentato la loro alternativa alla riforma sanitaria di Obama. Ma forse non è così.
Eppure io ho la sensazione che alcuni analisti politici ancora non comprendano perché il Partito Repubblicano continui ad evitare di proporre una alternativa. Non si tratta del fatto che i dirigenti repubblicani siano vili. Non si tratta del fatto che ci siano acute divisioni all’interno del Partito sui caratteri del loro programma. La ragione per la quale i repubblicani non hanno offerto un’alternativa è perché non c’è una alternativa.
In particolare, se si vuole proporre un altro sistema, meno intrusivo, che non costringa 10, o 15 o 20 milioni di americani a perdere la loro assicurazione sanitaria, ciò è impossibile. La Legge sulla Assistenza Sostenibile sembra il modo di farlo, perché deve essere così.
La mia sensazione è che persino i conservatori riformisti, che si immaginano di mentalità più aperta della base del Partito, non lo comprendano ancora. Ma la logica è stata chiara dall’inizio.
Si parta da un obbiettivo che quasi tutti almeno fingono di sostenere: rendere la copertura assicurativa disponibile per le persone con patologie preesistenti. Come si può farlo? Ebbene, a meno che non si voglia semplicemente fornire una assicurazione pubblica, si deve proibire che le assicurazioni private discriminino sulla base della storia clinica: i temi della ‘emissione garantita’ e della ‘valutazione di comunità’ [2].
Ma fare solo questo non è sufficiente, perché la ‘valutazione di comunità’ in sé comporta che le persone non si iscrivono finché non si ammalano, con il che si ha una gestione aggregata del rischio molto povera. Dunque si deve includere il mandato individuale, ovvero l’obbligo per ciascuno di assicurarsi [3]. Si noti, per inciso, che il mandato individuale è imprescindibile, mentre il mandato per il datore di lavoro non lo è [4].
Tuttavia, non si ha un obbligo individuale senza rendere in qualche modo sostenibile l’assicurazione per le famiglie con redditi più bassi. Dunque il mandato deve essere sostenuto da sussidi, concessi sulla base delle verifiche sui redditi effettivi.
E qua siamo al punto: valutazione di comunità, mandato individuale, sussidi – questa è la riforma della sanità di Obama (e prima di lui di Romney [5]). Tutto il resto sono dettagli.
É vero, un sistema di pagamenti centralizzato [6] sarebbe una alternativa, ed io sarei favorevole se pensassi che ha una qualche possibilità di accadere. Ma quella è una alternativa per la sinistra; non c’è alcuna alternativa per la destra.
Questa è la ragione per la quale gli avversari della riforma di Obama dovevano fermarla prima che diventasse legge. Per tutto il tempo in cui essa è stata soltanto un progetto, potevano insistere che non avrebbe funzionato – che, di fatto, non avrebbe dato protezione ai non assicurati, che i costi sarebbero schizzati alle stelle, che avrebbe provocato un gran danno all’economia. E la posizione ufficiale del Partito Repubblicano in effetti è che la legge è fallita: a chi avete intenzione di credere, a noi o ai vostri occhi che vi ingannano? Ma nessuna delle cose cattive che si pensava accadessero, sono successe. E la gente dell’ “abrogare-e-sostituire” non può costituire una alternativa, perché non ce n’è una.
[1] TINA dovrebbe stare per “There Is Not Alternative”. É buffo, ma Tina è anche il nome di una dirigente assai nota del sistema sanitaria pubblico degli Stati Uniti, di cognome Cheatham. Ma suppongo che si tratti di un caso.
[2] “Guaranteed issue life insurance” dovrebbe significare una assicurazione per la vita a emissione garantita; ovvero, se comprendo bene, in sostanza una copertura assicurativa senza limiti temporali la cui assegnazione è garantita, da una combinazione di spesa privata e di sussidio pubblico. Ovvero, un meccanismo nel quale la condizione sanitaria dell’assistito non influisce sul costo e sulla sostenibilità della tutela assicurativa.
La qualcosa è possibile assumendo – da parte delle società assicurative – un livello di rischio definito sulla base delle condizioni generali di salute di una comunità (è questo il ‘community rating’), e non un livello di rischio definito, in modo inevitabilmente discriminatorio, sulla base della storia sanitaria delle persone. Come avveniva prima della riforma sanitaria.
[3] Ovvero: se non si è obbligati ad avere una assicurazione sanitaria, chi non è benestante tenderà a dotarsene solo quando comincia ad essere strettamente indispensabile, perché si ammala. Ma in quel modo la gestione aggregata del rischio da parte delle compagnie potrà contare su entrate troppo scarse, e inevitabilmente i costi per coloro che sono costretti a dotarsi di una assicurazione in quanto hanno rischi di salute elevati, diventeranno proibitivi. Dunque, il “mandato individuale”, ovvero l’obbligo di acquistare una assicurazione, è necessario perché l’economia delle assicurazioni stia in piedi, dal momento in cui si deve garantire a tutti assistenza a prescindere dalle loro condizioni di salute.
[4] Sempre se capisco: obbligo della assicurazione per i singoli è imprescindibile, mentre l’assicurazione a carico dei datori di lavoro resta volontaria.
[5] Perché Mitt Romney aveva approvato una riforma simile nello Stato del Massachusetts, salvo essere costretto a dimenticarsene quando il Partito Repubblicano ha optato per una opposizione settaria alla legge di Obama.
[6] Ovvero, una sanità pubblica senza il ruolo delle assicurazioni private.
gennaio 20, 2016
Jan 16 8:12 am
When oil prices began their big plunge, it was widely assumed that the economic effects would be positive. Some of us were a bit skeptical. But maybe not skeptical enough: taking a global view, there’s a pretty good case that the oil plunge is having a distinctly negative impact. Why?
Well, think about why we used to believe that oil price declines were expansionary. Part of the answer was that they reduced inflation, freeing central banks to loosen monetary policy — not a relevant issue at a time when inflation is below target almost everywhere.
Beyond that, however, the usual view was that falling oil prices tended to redistribute income away from agents with low marginal propensities to spend toward agents with high marginal propensities to spend. Oil-rich Middle Eastern nations and Texas billionaires, so the story went, were sitting on huge piles of wealth, were therefore unlikely to face liquidity constraints, and could and would smooth out fluctuations in their income. Meanwhile, the benefits of lower oil prices would be spread widely, including to many consumers living paycheck to paycheck who would probably spend the windfall.
Now, part of the reason this logic doesn’t work the way it used to is that the rise of fracking means that there is a lot of investment spending closely tied to oil prices — investment spending that has relatively short lead times and will therefore fall quickly.
But there is, I believe, something else going on: there’s an important nonlinearity in the effects of oil fluctuations. A 10 or 20 percent decline in the price might work in the conventional way. But a 70 percent decline has really drastic effects on producers; they become more, not less, likely to be liquidity-constrained than consumers. Saudi Arabia is forced into drastic austerity policies; highly indebted fracking companies find themselves facing balance-sheet crises.
Or to put it differently: small oil price declines may be expansionary through usual channels, but really big declines set in motion a process of forced deleveraging among producers that can be a significant drag on the world economy, especially with the whole advanced world still in or near a liquidity trap.
Oh, and a belated Happy New Year.
Il petrolio diventa non lineare
Quando i prezzi del petrolio cominciarono a crollare, si assumeva generalmente che gli effetti economici sarebbero stati positivi. Alcuni di noi erano un po’ scettici. Ma forse non eravamo scettici abbastanza: considerato da un punto di vista globale, c’è un motivo abbastanza chiaro per il quale il crollo del petrolio sta avendo un impatto nettamente negativo. Perché?
Ebbene, si pensi alla ragione per la quale eravamo soliti credere che i cali dei prezzi del petrolio avessero effetti espansivi. In parte dipendeva dal fatto che essi riducevano l’inflazione, rendendo le banche centrali libere di allentare la politica monetaria – un tema irrilevante in un periodo nel quale l’inflazione è al di sotto degli obbiettivi quasi dappertutto.
Oltre a ciò, tuttavia, il punto di vista consueto era che i prezzi del petrolio in caduta tendevano a redistribuire il reddito da agenti con bassa propensione marginale alla spesa verso agenti con alta propensione marginale. Le nazioni ricche di petrolio del Medio Oriente e i miliardari texani, così si diceva, stavano seduti su grandi cataste di ricchezze, di conseguenza era improbabile che si trovassero dinanzi a limiti di liquidità, potevano livellare le fluttuazioni nei loro redditi, e così facevano. Nel contempo, i benefici dei prezzi più bassi del petrolio sarebbero stati spalmati con ampiezza, compreso verso molti consumatori che vivono da una busta paga all’altra, che probabilmente avrebbero speso quei guadagni inattesi.
Ora, in parte la ragione per la quale questa logica non funziona come un tempo è che l’ascesa del fracking comporta che c’è una quantità di spese per investimenti strettamente legate ai prezzi del petrolio – spese per investimenti che hanno tempi di esecuzione relativamente brevi e di conseguenza cadranno rapidamente.
Ma credo ci sia qualcos’altro che avanza: c’è una importante non linearità degli effetti delle fluttuazioni del petrolio. Un declino nel prezzo del 10 o 20 per cento potrebbe produrre effetti nel modo convenzionale. Ma un declino del 70 per cento ha effetti davvero drastici sui produttori; diventa probabile che essi siano più e non meno limitati nella liquidità dei consumatori. L’Arabia Saudita è costretta a drastiche politiche di austerità; le società di fracking si ritrovano a fare i conti con crisi degli equilibri patrimoniali.
Oppure, per dirla diversamente: piccoli cali nei prezzi del petrolio possono essere espansivi attraverso i canali consueti, ma cali davvero grandi mettono in moto un processo di obbligata riduzione del rapporto di indebitamento tra i produttori che può costituire una significativa sottrazione sull’economia globale, in particolare con l’intero mondo avanzato che è ancora in una trappola di liquidità, o nei suoi pressi.
Infine, un Buon Anno Nuovo in ritardo.
gennaio 20, 2016
Jan 15 12:47 pm
There wasn’t much economics, or for that matter much connection with reality. But Ted Cruz delivered:
I would note that Art Laffer, Ronald Reagan’s chief economic adviser, has written publicly, that my simple flat tax is the best tax plan of any of the individuals on this stage cause it produces economic growth, it raises wages and it helps everyone from the very poorest to the very richest.
Yep, lots of credibility:
But being a conservative means never having to say you’re sorry for predicting inflation.
L’economia monetaria al dibattito del Partito Repubblicano
Non c’era molta economia, peraltro neanche molta attinenza alla realtà. Ma Ted Cruz ha pronunciato queste parole:
“Osserverei che Art Laffer, il principale consulente economico di Ronald Reagan, ha scritto pubblicamente che la mia semplice ‘tassazione piatta’ è a questo punto il migliore programma fiscale per tutti coloro che vogliono che essa provochi crescita economica, essa alza i salari ed aiuta tutti, dai più poveri sino ai più ricchi.”
Sicuro, Laffer è credibilissimo [1]:
Ma essere un conservatore comporta non dover mai dire di essere spiacenti per aver previsto l’inflazione.
[1] Si riporta un titolo di giornale con un articolo di Laffer che prevedeva forti rialzi dell’inflazione e dei tassi di interesse. L’articolo era del giugno del 2009 ed aveva questo titolo: “Tenersi pronti per una inflazione e tassi di interesse più alti. L’espansione senza precedenti dell’offerta monetaria può far diventare benigni gli anno ’70”.
gennaio 20, 2016
Jan 15 8:18 am
Josh Marshall notes that during last night’s debate Neil Cavuto seemed to imply that the financial crisis happened on Obama’s watch without saying anything explicitly false. Indeed. But there’s something else going on here, and it’s part of a larger pattern.
I’ve talked in the past about how negative views of Obamacare get propagated:
It goes like this: a lot of the untrue beliefs people have about Obamacare come not so much from outright false reporting as from selective reporting. Every suggestion of bad news gets highlighted — especially, of course, but not only by Fox, the WSJ, etc.. But when it turns out that the news wasn’t really that bad, these sources just move on. There are claims that millions of people are losing coverage — headlines! When it turns out not to be true — crickets! Some experts claim that premiums will rise by double digits — big news! Actual premium numbers come in and they’re surprisingly low — not mentioned.
Something similar applies to economic and market news. Cavuto spoke about the dip in stocks that took place in the very early days of the Obama presidency — which, not incidentally, led a lot of the usual suspects to declare that his policies had already failed — and about the decline in the past few weeks. Somehow no mention of what happened in between. Here’s the full picture:
It would be interesting to poll Republicans about what happened to the stock market under Obama; my bet is that many, perhaps a majority, believe that it went down, thanks to this technique of only reporting the bad news.
Neil Cavuto e la dinamica della disinformazione
Josh Marshall osserva che durante il dibattito dell’altra sera Neil Cavuto [1] sembrava dare per scontato che la crisi finanziaria fosse avvenuta durante il governo di Obama, come se non fosse letteralmente falso. Proprio così. Ma c’è qualcos’altro che continua ad andare avanti in questo senso, e costituisce una aspetto di uno schema più ampio.
Ho parlato in passato su come vengono diffusi punti di vista negativi sulla riforma sanitaria di Obama:
“Avviene in questo modo: che una quantità di false convinzioni che la gente ha sulla riforma sanitaria di Obama provengono non tanto da un giornalismo apertamente falso, ma da un giornalismo selettivo. Ogni apparente cattiva notizia viene evidenziata – in specie, ma non soltanto, da Fox, dal Wall Street Journal etc. Ma quando si scopre che le notizie non erano realmente così negative, queste fonti semplicemente passano oltre. C’è la pretesa che milioni di persone stiano perdendo la copertura assicurativa – titoloni! Quando si scopre che non era vero – grilli [2]! Alcune esperti sostengono che le polizze saliranno a doppia cifra – grande notizia! Arrivano i dati effettivi sulle polizze e sono sorprendentemente bassi – nessuna menzione.”
Qualcosa di simile si applica alle notizie sull’economia e sui mercati. Caputo parlava del calo delle azioni che avvenne nei primissimi giorni della Presidenza Obama – che, non casualmente, portò molti soliti noti a dichiarare che le sue politiche erano già fallite – e del declino nelle poche settimane recenti. In qualche modo, nessuna menzione di quello che è avvenuto in mezzo. Ecco il quadro complessivo:
Sarebbe interessante fare un sondaggio tra i repubblicani su quello che è successo al mercato azionario sotto Obama: scommetto che molti, forse la maggioranza, credono che esso sia sceso, grazie a questa tecnica di riportare solo le cattive notizie.
[1] Un conduttore televisivo di orientamento di destra, che opera su Fox News.
[2][2] Non ho trovato un riferimento a questo uso del termine “grilli”; suppongo che stia per “chiacchiere, parlar d’altro, incongrui rumori”.
[3] La tabella mostra l’andamento del mercato azionari nel periodo della Presidenza di Obama; la freccia rossa mostra il dato sul quale di concentra l’attenzione dei repubblicani (“quello che i repubblicani ricordano”).
gennaio 20, 2016
Jan 14 2:02 pm
Greg Sargent marvels at the spectacle of Paul Ryan, who is outraged, outraged, at President Obama for devoting part of the State of the Union to a denunciation of politicians who encourage bigotry. In fact, Ryan says that Obama “degraded” the presidency by denouncing bigotry — because that amounts to an intervention in the Republican primary.
So, are are all subjects on which top-tier GOP candidates have expressed reprehensible opinions off limits? Interesting new rule.
Meanwhile, what’s apparently not an outrage is for the Senate Majority leader to insinuate that the president is a traitor. Mitch McConnell:
I don’t want to tie the hands of the next president. The next president may want to actually defeat ISIL.
Said with a little grin, by the way — McConnell was really pleased with himself.
Anyway, the combination of eagerness to bomb everyone in sight and a propensity to whine and throw a tantrum over every perceived slight remains remarkable.
Oltraggio
Greg Sargent si meraviglia dello spettacolo di Paul Ryan, che è oltraggiato, niente meno che oltraggiato, perché il Presidente Obama ha dedicato una parte del discorso sullo Stato dell’Unione ad una denuncia degli uomini politici che incoraggiano l’intolleranza. In sostanza, Ryan dice che Obama ha “disonorato” la Presidenza denunciando l’intolleranza – giacché questo corrisponde ad un intervento nelle primarie americane.
Dunque, siamo proprio tutti assoggettati alle censurabili opinioni fuori da ogni limite che i candidati di primo livello del Partito Repubblicano hanno espresso? Interessante nuova regola.
Nel frattempo, quello che in apparenza non è un oltraggio è l’insinuazione da parte del leader della maggioranza del Senato secondo la quale il Presidente è un traditore. Dice Mitch McConnell:
“Io non voglio legarmi le mani al prossimo presidente. Il prossimo Presidente sarà bene che intenda per davvero sconfiggere l’ISIL [1]”.
Il tutto detto, ovviamente, con un gran sorriso – McConnell appariva realmente compiaciuto con se stesso.
In ogni modo, resta rimarchevole la combinazione del fervore di bombardare chiunque a vista e di una propensione al piagnucolio e al fare capricci dinanzi a qualsiasi cosa percepita come una mancanza di rispetto.
[1] É una denominazione dello Stato Islamico, e sta per Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.
gennaio 20, 2016
Jan 13 2:26 pm
OK, Paul Ryan is messing with our heads, although “messing” isn’t really the word I want to use.
You see, in a press conference yesterday Ryan denied that President Obama deserves credit for the economy’s growth, declaring that it was the Fed’s policies (which he then, mysteriously, described as “trickle-down economics” — which I thought Republicans favor).
So, the economy has succeeded because the Fed followed the policies that Ryan himself denounced as inflationary measures that would “debase the currency,” not to mention part of a corrupt conspiracy to bail out fiscal policy (remember, John Taylor co-authored that one).
There’s no possible way this makes sense. Even if you give all the credit to the Fed, Obama gets points for keeping people like Ryan off Bernanke’s back. Not to mention all the claims that everything Obama did was “job-killing”; if a bit of easy money is all it takes to avoid the terrible effects of “more regulations, higher taxes, more uncertainty”, then let the regulations rip!
The only way to parse this is to accept that Ryan is engaged in absurdist performance art. Either that or he thinks we’re all androids, and he’s trying to overload our logic circuits.
Paul Ryan Dada
Va bene, Paul Ryan ci sta provocando, sebbene “provocare” non è esattamente il termine che dovrei usare.
Vedete, in un conferenza stampa di ieri Ryan ha negato che il Presidente Obama meriti credito per la crescita dell’economia, dichiarando che essa è dipesa dalle politiche della Fed (che in seguito, misteriosamente, egli descrive come “economia della caduta dei benefici verso il basso” [1] – che io pensavo piacesse ai repubblicani).
Dunque, l’economia ha avuto successo perché la Fed ha seguito le politiche che lo stesso Ryan denunciava come misure inflazionistiche che avrebbero “diminuito il valore del dollaro”, per non dire che erano parte di una cospirazione illecita per salvare la politica della finanza pubblica (si ricordi, John Taylor fu coautore di quella posizione).
Questo non può in nessun caso aver senso. Anche se si dà tutto il merito alla Fed, Obama ne esce bene per aver impedito a persone come Ryan di condizionare Bernanke. Per non dire di tutte quelle pretese secondo le quali ogni cosa che faceva Obama era “distruzione di posti di lavoro”; se un po’ di moneta facile è tutto quello che serve per evitare gli effetti di “più regolamenti, tasse più alte e maggiore incertezza”, allora facciamo andare i regolamenti a tutta randa!
L’unico modo per farsi una ragione di tutto questo è prendere atto che Ryan è impegnato in una ‘performance di artista’ dell’assurdo. Che sia così o che egli pensi che siamo tutti androidi, sta cercando di sovraccaricare i nostri circuiti logici.
[1] La classica definizione dell’economia della destra reaganiana e post reaganiana; letteralmente “sgocciolamento verso il basso”.
gennaio 18, 2016
January 13, 2016 1:12 pm
Adam Ozimek has a nice article arguing against the view that economics is just ideology, that
economists and those who read economics are locked into ideologically motivated beliefs—liberals versus conservatives, for example—and just pick whatever empirical evidence supports those pre-conceived positions.
He argues instead that
solid empirical evidence, even of the complicated econometric sort, changes plenty of minds.
I have a few quibbles. Surely some — perhaps all too many — economists are indeed locked into ideologically motivated beliefs. Consider the response of fresh-water macroeconomists to the utter failure of their predictions about inflation; who other than Narayana Kocherlakota has made the slightest concession to the people who got it right? I’m also skeptical about the persuasive power of complicated econometrics; my sense is that mind-changing empirical work almost always involves not much more than simple correlations, usually from natural experiments — that is, even multiple regression turns out, in practice, to be too complicated to persuade.
On the other hand, I would argue that empirical work isn’t the only thing that can change minds: really clear analytical arguments can do it too, by letting economists see things that were in front of their noses but overlooked because they didn’t have a framework.
Personal experiences: my mind was strongly changed by the empirical work on minimum wages that started with Card and Krueger; a summary and further evidence is here. I used to be a very conventional, Econ 101 person on this subject, figuring that the labor market would work like any market with a price floor. But the accumulation of evidence when some states raised minimum wages while neighbors didn’t — a classic natural experiment — made it clear that at least for the US, at current minimums, there is little or not negative effect on employment.
On analytics: I have personally had several experiences of entering a subject with a clear preconception, knowing what had to be true, working up a model that was supposed to confirm my intuition, and finding both that the model said no such thing and that I ended up persuaded that my original intuition was wrong.
This happened in my work on increasing returns and trade, way back when. There was at the time a sort of trade “counter-culture”, rejecting comparative advantage as the sole story and asserting things like the “home market effect”, where countries tended to export things for which they had strong domestic demand. While I took non-comparative advantage trade seriously, I was sure that the home market effect would boil away in my models; instead, it came in clearly, and I ended up asserting that the effect was real and made a lot of sense.
Years later, thinking about Japan in the 1990s, I was quite sure that arguments about the ineffectiveness of monetary policy were all wrong — even at zero interest rates, printing money simply had to be effective. But when I tried to model it I ended up finding that this intuition was wrong; that analysis has stood me in very good stead now that we’re all Japan.
So where’s the ideology here? The minimum wage issue is politically charged, of course, but my conversion reflected evidence, not a move to the left (I’d been writing about inequality long before I changed views on minimum wages.) The trade stuff has no ideological bent I can see. And when I changed views about monetary policy, it was about Japan and had nothing to do with a desire for fiscal expansion in the US.
Again, the point is that the discipline of economics is, or at least can be, real — it can lead you, via evidence and/or analysis, to a different place from where you started. And if you’re an economist and that has never happened to you, you should take a long hard look in the mirror.
L’economia che cambia la mentalità
Adam Ozimek ha un bell’articolo nel quale si pronuncia contro il punto di vista secondo il quale l’economia sarebbe solo un’ideologia, per il quale:
“gli economisti e coloro che leggono l’economia sono rinchiusi entro convinzioni motivate ideologicamente – progressisti contro conservatori, ad esempio – e semplicemente scelgono qualsiasi prova empirica che supporti le loro presupposte posizioni”.
Egli invece sostiene che:
“solide prove empiriche, persino del genere della complicata econometria, cambiano una gran quantità di opinioni”.
Ho alcune minime obiezioni. Certamente alcuni economisti – forse anche troppi – sono in effetti rinchiusi entro convinzioni motivate ideologicamente. Si consideri la risposta dei macroeconomisti “dell’acqua dolce” [1] al completo fallimento delle loro previsioni sull’inflazione; chi altri, oltre a Narayana Kocherlakota, hanno fatto la minima concessione alle persone che avevano compreso giustamente? Io sono anche scettico sul potere di persuasione della complicata econometria; la mia sensazione è che i lavori empirici che cambiano le mentalità quasi sempre non riguardano molto di più che semplici correlazioni, di solito derivanti da esperimenti naturali – ovvero, risulta che persino una regressione multipla, in pratica, è troppo complicata per persuadere.
D’altra parte, direi che il lavoro empirico non è l’unica cosa che può cambiare le mentalità: anche argomenti analitici realmente chiari possono farlo, consentendo agli economisti di vedere cose che avevano dinanzi al naso ma erano trascurate perché erano privi di un modello.
Alcune mie esperienze: la mia opinione venne modificata grandemente dal lavoro empirico sui salari minimi che si avviò con Card e Krueger; in questa connessione trovate una sintesi ed ulteriori testimonianze [2]. Su questo tema ero abituato ad essere in individuo molto convenzionale, da libro di testo di economia, immaginando che il mercato del lavoro funzionasse come ogni mercato con un prezzo di base. Ma l’accumularsi di prove quando alcuni Stati elevarono i salari minimi mentre gli altri vicini non lo facevano – un classico esperimento naturale – rese chiaro che almeno per gli Stati Uniti, ai minimi attuali, c’è poco o nessun effetto sull’occupazione.
Sugli aspetti analitici: ho avuto personalmente varie esperienze di affacciarmi ad un tema con un chiaro presentimento, sapendo che doveva esser vero, lavorando su un modello che pensavo confermasse la mia intuizione, per poi scoprire sia che il modello non diceva una cosa del genere che finire col persuadermi che la mia intuizione originaria era sbagliata.
Questo è successo nel mio lavoro sui rendimenti crescenti e sul commercio, quando accadde tempo addietro. A quel tempo c’era una sorta di “contro-cultura” del commercio, che respingeva il vantaggio comparativo come spiegazione esclusiva e sosteneva cose come “l’effetto del mercato interno”, secondo le quali i paesi tendevano ad esportare oggetti per i quali avevano una forte domanda interna. Nel mentre io considerai seriamente il commercio non nelle condizioni del vantaggio comparativo, ero certo che l’effetto del mercato interno sarebbe evaporato nei miei modelli; invece chiaramente c’entrava, ed io finii col sostenere che l’effetto era reale ed aveva molto senso.
Anni dopo, pensando al Giappone degli anni ’90, ero quasi certo che gli argomenti sull’inefficacia della politica monetaria erano tutti sbagliati – anche con i tassi di interesse allo zero, semplicemente lo stampare moneta doveva essere efficace. Ma quando provai a restituirlo in un modello finii con lo scoprire che questa intuizione era sbagliata; quell’analisi mi è stata molto utile adesso che siamo finiti tutti come il Giappone.
Dov’è dunque, in questo caso, l’ideologia? Il tema del salario minimo è politicamente sensibile, come è ovvio, ma la mia conversione rifletteva le prove, non uno spostamento a sinistra (avevo scritto sull’ineguaglianza molto tempo prima che cambiassi opinione sui salari minimi). La faccenda del commercio non ha alcun connotato ideologico che mi riesca di vedere. E quando cambiai opinione sulla politica monetaria, ciò riguardava il Giappone e non aveva niente a che fare con il desiderio di una espansione della finanza pubblica negli Stati Uniti.
Di nuovo, il punto è che l’esercizio dell’economia è, o almeno può essere, una cosa reale – può condurvi, attraverso le prove o l’analisi, ad un punto diverso da quello da cui eravate partiti. E se siete un economista e non vi è mai accaduta una cosa del genere, dovreste guardarvi molto attentamente allo specchio.
[1] É il nome della scuola economica conservatrice americana, vedi alle note sulla traduzione.
[2] La connessione è con un studio di Arindrajit Dube, T. William Lester, and Michael Reich del 2010.
gennaio 18, 2016
Jan 13 8:55 am
Sentier Research
These days many Americans live in an alternative political reality, in which the simplest factual assertions are met with anger and derision. When I, like many others, noted that job growth since Obamacare went into full effect has been the fastest since the 1990s — which is simply what the BLS data say — I got a barrage of mail from people claiming that I’m crazy, a liar, etc.. Similarly, but on of course a much bigger scale, a lot of what I’m seeing in reactions to the State of the Union amounts to the assertion that only an imbecile or a hack could believe Obama’s talk about the strength of the U.S. economy relative to other advanced countries — when that’s a simple fact.
But that involves grading on a curve, one where the average is dragged down by the awful performance of Europe. What does the economic record look like compared with our own past?
Not great, but not too bad.
Unemployment is, of course, more or less back to pre-crisis levels, but that’s in part due to falling labor force participation. So what’s happening to family incomes? Unfortunately, the Census data on those incomes come with a long lag, but Sentier Research now produces much more timely estimates (using the CPS data), which are shown above. What they say is that after a severe drop, median real household income is also roughly back to pre-crisis levels.
That’s not a great result; once upon a time we expected median income to be markedly higher at each business cycle peak than it was at the preceding peak. But that wasn’t true under Bush, who also only more or less presided over a return to the previous peak on the eve of the Great Recession — and the Bush-era economy only got there thanks to a disastrous housing bubble. (As an aside: median income didn’t rise much under Reagan either.)
So the Obama macroeconomic record isn’t just one of stabilizing the economy after a terrifying crisis; he has also presided over overall income growth that, assuming we don’t have another recession this year, will have been better than his predecessor.
And meanwhile we’ve seen a dramatic reduction in the number of uninsured Americans, so while income has been flat, income security is up substantially.
Of course, none of this will make any dent on the conviction of the usual suspects that everything has been a disaster. But really, Obama has cause for satisfaction though not triumph.
Sì, l’ha fatto
Sentier Research
In questi giorni molti americani vivono in un realtà politica immaginaria, nella quale i più semplici giudizi su dati di fatto sono vissuti con rabbia e derisione. Quando, assieme a molti altri, ho osservato che la crescita dei posti di lavoro da quando la riforma della sanità di Obama è entrata pienamente in funzione è stata la più veloce a partire dagli anni ’90 – che è semplicemente quello che dicono i dati dell’Ufficio delle Statistiche sul Lavoro – ho ricevuto una raffica di mail da parte di persone che sostengono che sono un pazzo, un mentitore, e così via. In modo simile, ma su una scala ovviamente molto maggiore, molto di quello che sto osservando nelle reazioni al (discorso) sullo Stato dell’Unione si risolve nella affermazione che soltanto un imbecille o un pennivendolo potrebbe credere al discorso di Obama sulla forza dell’economia degli Stati Uniti a confronto con gli altri paesi avanzati – quando si tratta di un semplice fatto.
Ma quel fatto riguarda una valutazione su una curva, nella quale la media è spinta in basso dalla tremenda prestazione dell’Europa. Cosa sarebbe quella prestazione economica a confronto con il nostro passato?
Non sarebbe così negativa, per quanto non eccezionale.
La disoccupazione è, naturalmente, tornata più o meno ai livelli precedenti alla crisi, ma quella è in parte dovuto alla caduta della partecipazione alla forza lavoro. Dunque, cosa sta accadendo al reddito delle famiglie? Sfortunatamente, i dati del Censimento su quei redditi arrivano con molto ritardo, ma Sentier Research adesso produce stime molto più tempestivamente (utilizzando i dati del CPS [2]), che sono mostrate sopra. Quello che esse dicono è che dopo una brusca caduta, anche il reddito mediano reale delle famiglie è grosso modo tornato ai livelli precedenti alla crisi.
Non è un gran risultato; una volta ci aspettavamo che il reddito mediano fosse marcatamente più elevato ad ogni picco di ciclo economico, rispetto a quanto era al picco precedente. Ma ciò non avvenne sotto Bush, il quale anche governò nel corso più o meno di un ritorno al picco precedente nell’epoca della Grande Recessione [3] – e l’economia dell’epoca di Bush ottenne quel risultato soltanto grazie ad una disastrosa bolla immobiliare (per inciso: il reddito mediano non crebbe molto neppure sotto Reagan).
Dunque, l’andamento macroeconomico con Obama non è stato soltanto una stabilizzazione dell’economia dopo una crisi terrificante; egli ha anche governato nel corso di una complessiva crescita del reddito che, assumendo che non avremo un’altra recessione quest’anno, sarà stato migliore di quello del suo predecessore.
E contemporaneamente abbiamo assistito ad una spettacolare riduzione nel numero degli americani non assicurati, dunque mentre il reddito è stato piatto, la sicurezza del reddito è cresciuta sostanzialmente.
Naturalmente, niente di tutto questo sposterà di una virgola la convinzione dei soliti noti che sia stato tutto un disastro. Ma in realtà, Obama ha motivi di soddisfazione, anche se non di trionfo.
[1] La tabella alla quale si fa riferimento nel seguito di questo post mostra l’andamento del tasso di disoccupazione (in grigio) e del reddito mediano delle famiglie (in rosso), in particolare dopo il periodo della Grande Recessione degli anni 2008-2011.
[2] “Current Population Survey” (Sondaggio sulla popolazione Attuale), è un sondaggio mensile statunitense che elabora i dati dell’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti per l’Ufficio delle Statistiche sul Lavoro.
[3] Nella tabella, questo si nota osservando i periodo precedente alla Grande Recessione; anch’esso ebbe inizio con un fenomeno recessivo, più breve (la prima barra in grigio) e assai meno intenso, durante il quale la disoccupazione naturalmente crebbe, per ridiscendere soltanto dopo due anni, mentre il reddito mediano delle famiglie scese per alcuni anni e tornò non oltre i livelli precedenti solo verso la fine.
gennaio 18, 2016
Jan 12 8:31 am
The Wall Street Journal has a remarkable editorial titled The Carnage in Coal Country, accusing President Obama of destroying jobs through his terrible, horrible, no good regulations on coal: “According to the National Mining Association, 40,000 coal jobs have been lost in the U.S. since 2008.”
That’s a bigger number than the BLS figure, but never mind; you might want to put that in perspective by remembering that the US economy has added 14 million private sector jobs since 2010. You might also want to note that coal has been declining for a long time, of which more in a second.
But what really struck me were two things. First, the editorial sneers that we’re “still waiting for all those new green jobs Mr. Obama has been promising since he arrived in Washington.” Um:
BLS, Solar Foundation
Yes, that number is from the Solar Foundation, a private group; so is the Journal’s number on mining jobs. And while you might want to quibble with specific numbers, the boom in renewable energy is very real, as are the surging number of jobs in things like solar panel installation. I can’t imagine any calculation under which the number of green jobs added doesn’t exceed the loss in coal mining, which was already a shadow of its former self before Obama took office.
The other striking thing is that the editorial simply takes it as a given that any regulation is bad, including regulations on mercury and coal ash (which is also loaded with mercury and other heavy metals like lead). Let’s see: mercury is a neurotoxin, which can impair intelligence; other heavy metals can cause cancer and poison people in a variety of ways. In what moral or even economic universe is it obviously wrong to limit emissions of neurotoxins?
I know, I know: this article wasn’t intended as any kind of rational argument, it was just an anti-Obama Two Minutes Hate. But still kind of amazing to see in a paper that sometimes pretends to be a cut above Erick Erickson.
Bullismo a favore delle neurotossine
Il Wall Street Journal ha un notevole editoriale dal titolo “Carneficina nel paese del carbone”, che accusa il Presidente Obama di distruggere posti di lavoro con i suoi terribili, spaventosi, negativi regolamenti sul carbone: “Secondo la Associazione Nazionale delle Attività Estrattive, dal 2008 sono stati persi 40.000 posti di lavoro negli Stati Uniti”.
Si tratta di un numero più grande di quello fornito dall’Ufficio delle Statistiche sul Lavoro, ma non è importante: potreste desiderare di collocarlo in un certo contesto ricordando che l’economia degli Stati Uniti è cresciuta di 14 milioni di posti di lavoro a partire dal 2010. Potreste anche aver voglia di notare che il carbone sta declinando da lungo tempo, sul quale aspetto vengo tra un attimo.
Ma quello che realmente mi ha impressionato sono state due cose. La prima, l’editoriale afferma con irrisione che “stiamo ancora aspettando per tutti quei nuovi posti di lavoro verdi che il signor Obama ha promesso dal momento in cui è arrivato a Washington”. Ma guarda:
BLS, Solar Foundation
É vero, quel dato proviene da Solar Foundation, un gruppo privato; nello stesso modo del dato del Journal sui posti di lavoro nel settore estrattivo. E mentre si potrebbe cavillare sui dati specifici, il boom delle energie rinnovabili è del tutto reale, come lo è il numero dei posti di lavoro in crescita in cose come l’installazione dei pannelli solari. Non riesco ad immaginare alcun calcolo con il quale il dato dei posti di lavoro verdi aumentati non ecceda le perdite nel settore estrattivo, che erano già un’ombra della loro precedente prestazione prima che Obama entrasse in carica.
L’altra cosa che colpisce è che l’editoriale semplicemente considera un dato il fatto che ogni regolamentazione sia negativa, inclusa la regolamentazione sul mercurio e sulle ceneri del carbone (che peraltro sono cariche di mercurio e di altri metalli pesanti come il piombo). Vediamo: il mercurio è una neurotossina che può danneggiare l’intelligenza; gli altri metalli pesanti possono provocare il cancro e avvelenare le persone in vari modi. In quale morale o anche in quale contesto economico è ovviamente sbagliato limitare le emissioni di neurotossine?
Lo so, lo so: l’intenzione di quell’articolo non era quella di avanzare un qualche argomento razionale, erano solo Due Minuti di Odio anti-Obama. Ma resta una cosa sorprendente leggerlo in un giornale che talvolta pretende di essere una spanna sopra Erick Erickson [1].
[1] Un blogger della destra americana particolarmente rozzo.
gennaio 14, 2016
Jan 8 11:19 am
I’m a few days late on this characteristically lucid Justin Fox column on why it took so long for economists to focus on income inequality. But as one of the economists who did write about inequality — especially the rise of the one percent — pretty early, I think Fox has missed one important aspect: it’s a hard issue to model.
Let me back up a bit. There are, broadly speaking, two kinds of income distribution analysis you might want to conduct. One involves the factor distribution of income — capital versus labor, and highly educated versus less educated labor. Economists never lost sight of that issue, which is a classic concern — it’s actually a major theme in David Ricardo, and can be modeled in terms of good old marginal productivity theory. In my original home field, trade, debates about the effects of trade on the education premium were a major concern all through the 1990s.
The other involves the personal distribution of income and wealth. Why are investment bankers paid so much? Why did the gap between CEOs and the average worker widen so much after 1980?
And here’s the thing: we really don’t know how to model personal income distribution — at best we have some semi-plausible ad hoc stories. Part of why Piketty made such a big splash was that he offered a sketch of a model of wealth inequality that tied it into broader macro numbers — r-g and all that — which gave all of us something systematic to talk about. But he himself concedes that the big rise in inequality so far has come from a surge in the right tail of earnings, which may have had something to do with norms, but in any case isn’t well explained by any model we have right now.
It’s worth noting that we’re not just talking about a problem of Anglo-Saxon neoclassical types. Nobody has a good handle on personal distribution. Marx is all about factor distribution — his book is titled Capital, not The One Percent — and there’s nothing there that helps make sense of the past 30 years.
But, you may say, shouldn’t you study important issues even if you don’t have neat models? Well, yes, but ability to say something interesting does affect research topics, and that’s even justified up to a point. Remember Raymond Chandler:
Other things being equal, which they never are, a more powerful theme will provoke a more powerful performance. Yet some very dull books have been written about God, and some very fine ones about how to make a living and stay fairly honest.
True, at this point, economists are doing much more on personal income distribution; mainly it’s empirical, part of the data revolution in the field. And that’s a good thing. But they have a better excuse than you might think for not doing more of this earlier.
Economisti e ineguaglianza
Sono alcuni giorni in ritardo con questo tipicamente lucido articolo di Justin Fox sul perché ci sia voluto tanto tempo perché gli economisti si concentrassero sull’ineguaglianza dei redditi. Ma come uno degli economisti che effettivamente hanno scritto abbastanza per tempo sull’ineguaglianza – particolarmente sulla crescita del reddito dell’1 per cento dei più ricchi – penso che a Fox sfugga un aspetto importante: è difficile ricondurre quel tema ad un modello.
Consentitemi qualche passo indietro. Generalmente parlando, ci sono due tipi di analisi di distribuzione del reddito che si potrebbero effettuare. Uno riguarda il fattore della distribuzione del reddito – il capitale nei confronti del lavoro e la forza lavoro con elevata istruzione nei confronti di quella con minore istruzione. Gli economisti non hanno mai perso di visa questo tema, che costituisce un interesse classico – è un tema effettivamente importante in David Ricardo e può essere modellato nei termini della buona vecchia teoria della produttività marginale. Nella originale disciplina della mia specializzazione, il commercio, i dibattiti sugli effetti dello scambio sui vantaggi connessi con l’istruzione furono una importante preoccupazione per tutti gli anni ’90.
L’altro riguarda la distribuzione personale del reddito e della ricchezza. Perché i dirigenti delle banche di investimento sono pagati così tanto? Perchè, dopo il 1980, la differenza tra gli amministratori delegati e la media dei lavoratori si è talmente allargata?
E qua è il punto: noi davvero non sappiamo come ridurre ad un modello la distribuzione personale del reddito – al massimo possiamo addurre qualche quasi plausibile spiegazione ad hoc. Parte della ragione per la quale Picketty ha ottenuto così grande attenzione è stata che egli ha offerto un abbozzo di un modello di ineguaglianza nella ricchezza che la collegava ai più generali dati macroeconomici – “r-g” e tutto il resto [1] – il che ha dato a tutti noi qualcosa di sistematico di cui parlare. Ma egli stesso ammette che il grande aumento dell’ineguaglianza sino ad oggi è dipesa da un crescita della ‘coda destra’ [2] dei profitti, il che può aver avuto a che fare con le norme, ma che in ogni caso non è ben spiegato da alcun modello attualmente in nostro possesso.
É degno di nota che non stiamo parlando soltanto di un problema della cultura neoclassica anglo sassone. Nessuno padroneggia agevolmente i temi della distribuzione personale. Marx si occupa interamente del fattore della distribuzione – il titolo del suo libro è Il Capitale, non L’uno per cento – e non c’è niente che aiuti a dare una senso agli ultimi trenta anni.
Potreste però dire: non dovreste studiare temi importanti anche se non avete modelli precisi? Ebbene, sì, ma la capacità di dire qualcosa di interessante in effetti influenza i temi della ricerca, e fino a un certo punto questo è anche giustificato. Si ricordi Raymond Chandler [3]:
“A parità delle altre condizioni, il che non accade mai, un tema più potente provocherà una prestazione più potente. Tuttavia, sono stati scritti alcuni libri molto noiosi su Dio, ed alcuni molto belli su come guadagnarsi da vivere restando abbastanza onesti”.
É vero, a questo punto gli economisti si stanno dando molto di più da fare sulla distribuzione personale dei redditi; principalmente si tratta di lavori empirici, che sono un aspetto della rivoluzione dei dati nella disciplina. Ed è una buona cosa. Ma essi hanno una scusante per non aver fatto di più in precedenza, migliore di quello che potreste pensare.
[1] “r” è il tasso di rendimento degli asset: “g” il tasso di crescita generale dell’economia.
Questi temi sono spiegati, tra l’altro, nel post di Krugman del 14 marzo 2014 qua tradotto, dal titolo “Note su Picketty (per esperti)”.
[2] Per ‘coda destra o sinistra’ dei dati sulla distribuzione dei redditi, si intende la alterazione o inclinazione dei diagrammi relativi, che possono allungarsi nella parte iniziale o in quella finale del diagramma.
[3] Famoso scrittore statunitensi di romanzi gialli e polizieschi.
gennaio 14, 2016
Jan 5 4:35 pm
Josh Marshall has a great term for what is happening in Oregon: white privilege performance art. We have people engaging in armed insurrection over the vast oppression of being asked to pay a small fee when grazing their animals on public land; surely an important part of the story is the fact that the perpetrators know that they won’t face the consequences that would follow if, you know, some nonwhite group pulled a similar stunt — and they’re be Fox News heroes forever after.
Something that strikes me, however — and which I don’t fully understand — is that when people like this turn to angry rhetoric, with at least a hint of violence, the trigger events tend to be trivial. There are plenty of real grievances that could be motivating working-class whites; but what sets them, or their would-be spokesmen, off are things like the belief that Obama is giving debt relief to Those People (which basically never even happened), or this. Here’s Erick Erickson engaged in what could be considered an incitement to violence:
At what point do the people tell the politicians to go to hell? At what point do they get off the couch, march down to their state legislator’s house, pull him outside, and beat him to a bloody pulp for being an idiot?
So what motivated this rage? Regulations banning phosphate in dishwasher detergent, which Erickson believed was causing his dishes to get inadequately cleaned.
There has to be some significance in the awesome triviality of the things that induce rage. But I don’t understand it.
Irritazioni fatali
Josh Marshall conia una grande espressione per quello che sta accadendo in Oregon [1]: performance d’arte [2] del privilegio bianco. Abbiamo individui che si danno all’insurrezione armata per l’immenso abuso di essere tenuti a pagare una piccola multa quando pascolano le loro bestie su terreni pubblici; di sicuro una parte importante della storia è che i suoi autori sanno che non dovranno fronteggiare le conseguenze che, come sapete, seguirebbero se qualche gruppo di persone non bianche se ne uscissero con una trovata del genere – e in seguito diventeranno per sempre eroi di Fox News.
Quello che tuttavia mi stupisce – e che non capisco pienamente – è che quando persone come queste ricorrono alla retorica arrabbiata, con almeno un cenno di violenza, gli eventi che l’innescano tendono ad essere banali. Ci sono una quantità di torti reali che potrebbero motivare la classe lavoratrice bianca; ma quello che sembra metta in moto costoro, o i loro aspiranti portavoce, sono cose come la convinzione che Obama stia offrendo una attenuazione dei debiti a Quella Gente (il che fondamentalmente non è ancora mai successo), oppure questo [3]. Ed ecco Erick Erickson in quello che potrebbe essere considerato un incitamento alla violenza:
“Quand’è che la gente dice ai politici di andare al diavolo? Quand’è che si smuovono dal loro sofà, si mettono in marcia verso l’abitazione del legislatore del loro Stato, lo tirano fuori e lo riducono ad una poltiglia sanguinolenta per la sua idiozia?”
Cosa era all’origine, in fondo, di questa rabbia? Regole che mettono al bando i fosfati nei detergenti della lavastoviglie, a seguito delle quali Erickson credeva che i suoi piatti fossero insufficientemente puliti.
Ci deve essere un qualche senso in questa incredibile trivialità delle cose che inducono alla rabbia. Ma io non lo capisco.
[1] In Oregon sembra ci sia stata di recente l’occupazione di un ufficio federale da parte di un gruppo di individui armati che protestavano contro la presenza stessa di tale ufficio o rifugio in un ambiente naturale, nonché forse per unq questione di multe sgradite. Una immagine dell’evento:
[2] La performance art, resa in italiano come performance d’arte o performance d’artista, è un’azione artistica, generalmente presentata ad un pubblico, che spesso investe aspetti di interdisciplinarità. Una performance o azione può essere scritta seguendo un copione o non scritta, casuale o orchestrata attentamente, spontanea o pianificata, con o senza coinvolgimento di pubblico. (Wikipedia)
L’espressione viene usata da Marshall in un breve articolo sul blog TMP.
[3] Nella connessione, un articolo del sito repubblicano Red State, nel quale ci si lamenta per regole più restrittive per i detergenti nelle lavastoviglie.
gennaio 14, 2016
Jan 5 4:24 pm
Martin Sandbu has a summary of the three-cornered discussion over models and policy; Brad DeLong has excerpts for those without FT Premium access. I have some quibbles, basically amounting to “But I’m right in the end!” But never mind.
One important meta-thing to note, however, is that discussions like this are basically only a possibility thanks to the internet. Getting three well-known policy-oriented economists in the same room with time for a substantive discussion is, as Brad notes, very hard. And to-and-fro discussions in the journals are (a) relatively stiff and formal, (b) v-e-r-y s-l-o-w compared with what just went down.
In effect, the web has recreated in a virtual way the kind of coffee house discussions out of which the modern scientific journals emerged, without the necessity of all of us being in London and drinking incredibly terrible coffee.
Riassumendo il trialogo
Martin Sandbu fornisce una sintesi di questo dibattito a tre voci sui modelli e la politica: Brad DeLong offre estratti per coloro che non hanno l’accesso Premium al Financial Times. Io avrei qualche cavillo, in sostanza del tipo “Ma alla fine ho ragione io!”. Ma non è importante.
Un importante aspetto ulteriore da notare, tuttavia, è che dibattiti come questo sono fondamentalmente possibili solo grazie ad internet. É molto difficile, come osserva Brad, mettere insieme tre economisti assai noti nella stessa stanza con un tempo a disposizione per un dibattito sostanziale. E i dibattiti che vanno e vengono sulle riviste sono: (a) relativamente rigidi e formali, (b) molto lenti a confronto di quello che si è appena svolto.
In effetti, il web ha ricreato in modo virtuale il genere di dibattiti da caffetterie dai quali si sono sviluppate le moderne riviste scientifiche, senza la necessità di star tutti a Londra e di sorbirsi caffè incredibilmente cattivi.
gennaio 7, 2016
Jan 4 7:52 pm
OK, one more round in this models versus instincts go-round. As Robert Waldmann points out over at Brad’s place, there’s a bit of bait-and-switch going on at this point; my Mundell-Fleming claim — that countries in a liquidity trap borrowing in their own currencies shouldn’t fear Greek-style confidence crises — is being transmuted into the claim that confidence never matters, and the Blanchard result that is being cited has little bearing on that assertion.
Maybe it will help to make this specific. In the original memo on stimulus sent to Obama by his economic advisers we find this caution:
“An excessive recovery package could spook matkets or the pubblic and be counterproductive. Given where the public discussion is moving and given the “flight to treasuries” present in markets at this point, we do not believe this should deter escalation well above $600 billions – a view shared by senior Federal Reserve officials. It does speak to the importance of accompanying recovery actions with strong measures to reinforce mediun term fiscal credibility.”
So, was it reasonable to worry about an excessive package spooking markets, and was it essential to combine stimulus with measures to produce “medium term fiscal credibility”?
My answer was and is no – that such concerns didn’t reflect a level of insight deeper than the models, but rather a gut feeling insufficiently disciplined by models.
The story as people were telling it then, and still are telling it, is that fears about US fiscal soundness would lead to capital flight; that this would drive up interest rates; and that this would be contractionary. That is, after all, what happened in Greece. But Greece doesn’t have its own currency, and as I pointed out in my Mundell-Fleming lecture, the effect of the Greek confidence crisis was a sharp fall in the monetary base, which wouldn’t happen here.
Instead, I argued, doubts about U.S. finances would be reflected in higher inflation expectations and a weaker dollar – both of which would be expansionary, not contractionary. That was, after all, what happened in the only historical case I was able to find that looked anything like the scenario being described, the attack on the French franc in the 1920s.
So let’s focus on this specific question: Were people worrying about a loss in confidence from excessive stimulus in 2009 right to be so worried? Or were they simply not thinking it through?
Giochi di fiducia
Dunque, un altro giro in questa giostra sui modelli a fronte degli istinti. Come mette in evidenza Robert Waldmann sulla posizione di Brad, sta andando avanti un certo equivoco su questo punto; il mio argomento alla conferenza Mundell-Fleming – che i paesi in una trappola di liquidità che prendono prestiti nella loro valuta non dovrebbero temere crisi di fiducia sul genere della Grecia – viene tramutato nella pretesa che la fiducia non sia mai importante, e la conseguenza di Blanchard che viene citata ha poca attinenza con quel giudizio.
Forse può aiutare restituire questo aspetto con precisione. Nella nota originaria inviata ad Obama sulle misure di sostegno dai suoi consiglieri economici, troviamo questo ammonimento:
“Un eccessivo pacchetto di misure per la ripresa potrebbe intimorire i mercati o l’opinione pubblica ed essere controproducente. Considerato dove si sta spostando il dibattito pubblico e considerata la “fuga verso i buoni del tesoro” presente a questo punto sui mercati, noi non crediamo che questo dovrebbe scoraggiare da un incremento assai al di sopra dei 600 miliardi di dollari – un punto di vista condiviso dai dirigenti più esperti della Fed. Esso attesta l’importanza di accompagnare azioni per la ripresa con forti misure per rafforzare la credibilità della finanza pubblica a medio termine”.
Dunque, era ragionevole preoccuparsi su un eccessivo pacchetto che avrebbe intimorito i mercati ed era essenziale combinare azioni di sostegno con misure che producessero “la credibilità nel medio termine della finanza pubblica”?
La mia risposta era ed è negativa – tali preoccupazioni non riflettevano un livello di intuizione più profonda del modelli, ma piuttosto una sensazione emotiva insufficientemente disciplinata dai modelli.
La spiegazione per come in molti la raccontavano allora, e continuano a raccontarla, era che i timori per la salute finanziaria degli Stati Uniti avrebbero condotto ad una fuga di capitali; questo avrebbe spinto in alto i tassi di interesse ed avrebbe avuto effetti di contrazione. Questo fu, dopotutto, quello che avvenne in Grecia. Ma la Grecia non aveva la sua propria valuta, e come misi in evidenza nella mia conferenza al Mundell-Fleming, l’effetto della crisi di fiducia greca fu una brusca caduta nella base monetaria, che in questo caso non avrebbe dovuto aver luogo.
Piuttosto, sostenevo, i dubbi sulle finanze degli Stati Uniti si sarebbero riflessi in aspettative di inflazione più elevate e in un dollaro più debole – entrambi aspetti che sarebbero stati espansivi, non restrittivi. Dopo tutto, quello fu il solo caso storico che fui capace di trovare che aveva qualche somiglianza con lo scenario che veniva descritto, l’attacco al franco francese del 1920.
Concentriamoci dunque su questa domanda specifica: avevano ragione le persone che nel 2009 si preoccupavano di misure di sostegno eccessive ad essere così preoccupate? Oppure semplicemente non ci rifletterono a fondo?
gennaio 7, 2016
Jan 4 7:44 am
Via Noah Smith, an interesting back-and-forth about the political leanings of professors. Conservatives are outraged at what they see as a sharp leftward movement in the academy:
But what’s really happening here? Did professors move left, or did the meaning of conservatism in America change in a way that drove scholars away? You can guess what I think. But here’s some evidence. First, using the DW-nominate measure — which uses roll-call votes over time to identify a left-right spectrum, and doesn’t impose any constraint of symmetry between the parties — what we’ve seen over the past generation is a sharp rightward (up in the figure) move by Republicans, with no comparable move by Democrats, especially in the North:
So self-identifying as a Republican now means associating yourself with a party that has moved sharply to the right since 1995. If you like, being a Republican used to mean supporting a party that nominated George H.W. Bush, but now it means supporting a party where a majority of primary voters support Donald Trump or Ted Cruz. Being a Democrat used to mean supporting a party that nominated Bill Clinton; it now means supporting a party likely to nominate, um, Hillary Clinton. And views of conservatism/liberalism have probably moved with that change in the parties.
Furthermore, if your image is one of colleges being taken over by Marxist literary theorists, you should know that the political leanings of hard scientists are if anything more pronounced than those of academics in general. From Pew:
Why is this? Well, climate denial and hostility to the theory of evolution are pretty good starting points.
Overall, the evidence looks a lot more consistent with a story that has academics rejecting a conservative party that has moved sharply right than it does with a story in which academics have moved left.
Now, you might argue that academics should reflect the political spectrum in the nation — that we need affirmative action for conservative professors, even in science. But do you really want to go there?
Docenti universitari e politica
Per il tramite di Noah Smith, una interessante disputa sugli orientamenti politici dei docenti. I conservatori sono indignati per quello che considerano un brusco spostamento a sinistra negli ambienti accademici:
Ma cosa sta realmente accadendo, in questo caso? I docenti si sono spostati a sinistra, oppure in America è cambiato il significato del conservatorismo, a tal punto da allontanare gli accademici? Quello che penso io ve lo potete immaginare. Ma ci sono alcune testimonianze. Anzitutto, utilizzando il sistema di misurazione definito “DW-Nominate” – che utilizza i voti di lista nel corso del tempo allo scopo di identificare uno spettro sinistra-destra e non impone alcun condizionamento di simmetria tra i due partiti – quello che osserviamo nel corso della generazione passata è un brusco spostamento verso la destra (in alto nella figura) da parte dei repubblicani [1], con nessun paragonabile spostamento da parte dei democratici, soprattutto a Nord:
Dunque, al giorno d’oggi identificarsi come repubblicani significa associarsi ad un partito che si è spostato bruscamente a destra a partire dal 1995. Se preferite, essere repubblicani era solito significare il sostegno ad un partito che candidò George W. Bush, ma ora significa sostenere un partito nel quale la maggioranza degli elettori delle primarie sostiene Donald Trump o Ted Cruz. Essere democratici significava sostenere un partito che candidava Bill Clinton; ora significa sostenere un Partito che probabilmente candiderà, ehm, Hillary Clinton.
Inoltre, se il vostro riferimento è uno dei collegi nei quali sono subentrati teorici marxisti della letteratura, dovreste sapere che le tendenze politiche degli scienziati puri sono semmai ancora più pronunciate di quelle degli universitari in generale. Da Pew [2]:
Schieramento e ideologia
Perché questo? Ebbene, il negazionismo sul clima e l’ostilità verso la teoria dell’evoluzione sono, per cominciare, due aspetti piuttosto utili.
Il generale, le prove sembrano più coerenti con una spiegazione per la quale i docenti universitari stanno rigettando un partito conservatore che si è spostato fortemente a destra, piuttosto che con una spiegazione per la quale i docenti si sono spostati a sinistra.
Ora, si può sostenere che i docenti dovrebbero riflettere lo spettro politico della nazione – che ci sarebbe bisogno di una azione positiva a favore dei docenti conservatori, persino nel settore della scienza. Ma volete davvero arrivare a quel punto?
[1] Si consideri che la linea verticale (progressisti-conservatori) indica, appunto, il grado di progressismo o di conservatorismo nei vari partiti (o, nel caso dei democratici, anche delle loro articolazioni nel nord e nel sud del paese). Come si legge, la tabella riguarda un andamento più che secolare; ad esempio, i democratici al Sud erano spostati a sinistra sino agli anni ’20, e si spostarono sensibilmente a destra a partire dagli anni ’30, sino agli anni ’90. Per i repubblicani, il netto spostamento a destra inizia con la metà degli anni ’70 e diventa molto netto con la metà degli anni ’90.
[2] Un Istituto di ricerche statistiche e sondaggi. (Alcuni passaggi li traduciamo sulla base di una lettura dell’intero articolo relativo al sondaggio, che chiarisce alcuni significati della tabella).
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