Blog di Krugman

Creare ed utilizzare i modelli (dal blog di Krugman, 2 gennaio 2016)

 

Making And Using Models

January 2, 2016 10:07 am

Larry Summers, Brad DeLong, and yours truly are having a bit of a three-cornered dialogue about the role of models in policy, set off by Larry’s initial post about why he believes the Fed is making a mistake in raising rates. We’re now in round two – and before I get to the specifics, let me ask: Don’t you wish real life were like this? (Let me pull John Maynard Keynes out from behind this sign.)

I mean, we’re having a serious discussion by people who have thought hard about these topics, and more than that, have a long history of hard thinking about economics. To the extent that the three of us differ, it’s not based on knee-jerk ideology, or simplistic slogans. Oh, and on the immediate question of whether the Fed should raise rates, we’re all agreed that it should not.

Compare this with what mainly happens in economic debate. Oh well.

Anyway, Larry now comes back with an assertion that his case against a rate hike rests largely on supply-side uncertainty, where I think textbook demand-side economics is already enough; and also with a statement that he’s OK in principle with policy judgments that aren’t based on models, and a critique of my Mundell-Fleming lecture arguing that policymakers’ fears that deficits can cause a disastrous loss of confidence don’t make sense. Brad responds by wondering exactly how the policymakers could be right in this case.

And that really gets at my point, which is not that existing models are always the right guide for policy, but that policy preferences should be disciplined by models. If you don’t believe the implications of the standard model in any area, OK; but then give me a model, or at least a sketch of a model, to justify your instincts.

What, after all, are economic models for? They are definitely not Truth. They are, however, a way to make sure that the stories you tell hang together, that they involve some plausible combination of individual behavior and interaction of those plausibly behaving individuals.

Take, for example, the famous open letter to Ben Bernanke demanding that he call off quantitative easing. The signatories declared that “The planned asset purchases risk currency debasement and inflation, and we do not think they will achieve the Fed’s objective of promoting employment.” OK, how is that supposed to work? What model of the inflation process do you have in which an expansion of the Fed’s balance sheet translates into inflation without causing an overheating of the labor market first? I’m not saying that there is no possible story along those lines, but spell it out so we can see how plausible it is.

What I said in my Mundell-Fleming lecture was that simple models don’t seem to have room for the confidence crises policymakers fear – and that I couldn’t find any plausible alternative models to justify those fears. It wasn’t “The model says you’re wrong”; it was “Show me a model”.

The reason I’ve been going on about such things is that since 2008 we’ve repeatedly seen policymakers overrule or ignore the message of basic macro models in favor of instincts that, to the extent they reflect experience at all, reflect experience that comes from very different economic environments. And these instincts have, again and again, proved wrong – while the basic models have done well. The models aren’t sacred, but the discipline of thinking things through in terms of models is really important.

 

Creare ed utilizzare i modelli

É in corso tra Larry Summers, Brad DeLong ed il sottoscritto una specie di dialogo triangolare sul ruolo dei modelli nella politica, avviato da un post iniziale di Larry sui motivi per i quali egli ritiene che la Fed stia facendo un errore nell’alzare i tassi di interesse. Siamo adesso al secondo giro – e prima che passi al merito, fatemi porre questa domanda: non vorreste che la vita reale fosse così? (fatemi tirar fuori John Maynard Keynes da dietro questo pretesto [1]).

Voglio dire, è in corso una discussione seria tra persone che hanno ragionato a fondo su queste tematiche, e oltre a ciò, hanno una lunga storia di pensieri approfonditi sull’economia. Nelle misura in cui i tre hanno opinioni diverse, ciò non dipende da una ideologia impulsiva o da banali slogan. Inoltre, sulla domanda immediata se la Fed dovrebbe elevare i tassi, tutti e tre concordano che non dovrebbe.

Confrontate tutto questo con quello che principalmente avviene nel dibattito economico. Lasciamo perdere.

In ogni modo, Larry adesso ritorna con un giudizio secondo il quale la sua tesi contraria ad un rialzo dei tassi si basa ampiamente su una incertezza dal lato dell’offerta, laddove io penso che l’economia da libro di testo dal lato della domanda sia già sufficiente; ed anche con una affermazione secondo la quale egli sarebbe favorevole in via di principio a giudizi politici che non siano basati su modelli, e con una critica alla mia conferenza in occasione del Mundell-Fleming [2], dove sostenevo che i timori degli operatori pubblici che i deficit possano provocare una disastrosa perdita di fiducia non hanno senso. Brad replica chiedendosi per quale mai ragione gli operatori pubblici dovrebbero in questo caso aver ragione.

E ciò si avvicina realmente alla mia opinione, che non è quella per cui i modelli esistenti siano sempre la guida giusta per la politica, ma che le preferenze della politica dovrebbero essere disciplinate da modelli. Potete non credere nelle implicazioni del modello standard in una qualsiasi area; ma datemi un modello, o almeno uno schizzo di modello, che giustifichi i vostri istinti.

Dopo tutto, a cosa servono i modelli? Chiaramente, essi non sono la verità. Tuttavia, sono un modo per accertare che le storie che raccontate stanno insieme, che esse riguardano una qualche plausibile combinazione di comportamenti individuali e l’interazione di tali plausibili comportamenti individuali.

Si prenda, ad esempio, la famosa lettera aperta a Ben Bernanke che chiedeva che egli annullasse la facilitazione quantitativa. I firmatari dichiaravano che “Gli acquisti programmati di asset rischiano di provocare una perdita di valore del dollaro e l’inflazione, e noi non pensiamo che realizzeranno l’obbiettivo della Fed di promuovere occupazione”. Va bene: come si pensa che tutto questo funzioni? Quale modello di inflazione avete per il quale una espansione degli equilibri patrimoniali della Fed si traduca in inflazione, senza provocare anzitutto un surriscaldamento del mercato del lavoro? Non sto affermando che non esista alcuna possibile spiegazione lungo queste linee, ma ditela in dettaglio, in modo che si possa vedere quanto è plausibile.

Quello che io dicevo nella mia conferenza al Mundell-Fleming era che non sembra esserci spazio per le crisi di fiducia che gli operatori della politica temono – e che non sapevo trovare alcun plausibile modello alternativo che giustificasse quelle paure. La mia posizione non era “Il modello dice che avete torto”; era “Mostratemi un modello”.

La ragione per la quale sto procedendo con ragionamenti del genere è che a partire dal 2008 abbiamo ripetutamente visto gli operatori della politica rigettare o ignorare i modelli macroeconomici di base a favore di istinti che, nella misura in cui riflettono davvero una esperienza, riflettono una esperienza che proviene da contesti economici molto diversi. E questi istinti si sono mostrati, in continuazione, sbagliati – mentre i modelli di base hanno operato correttamente. I modelli non sono sacri, ma la disciplina di ragionare in termini di modelli è davvero importante.

 

 

[1] In connessione appare una scena con Woody Allen che dovrebbe appartenere al film Annie Hall (in italiano, Io e Annie), scena che si conclude con un curioso incontro nientemeno che con Marshall McLuhan, che all’epoca (morì nel 1980) era un filosofo canadese, studioso degli effetti prodotti dalla comunicazione sulla società e sugli individui. La cancellazione e la sua sostituzione di una parola (Keynes al posto di McLuhan), in genere, è una tecnica ironica. Sarebbe come dire, suppongo, che Krugman sta chiedendosi se il genere di dibattito tra i tre economisti non indichi il valore civico potenziale del keynesismo nella vita reale, chiamando a testimoniare un grande esperto come McLuhan, preso a prestito da un film di Woody Allen.

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[2] Si tratta della conferenza dei 27 ottobre 2013 dal titolo “Regimi valutari, flussi dei capitali e crisi”. É qua tradotta, nella sezione ‘Saggi ed articoli su riviste’.

 

 

 

Radicalismo rispettabile (30 dicembre 2015)

gennaio 4, 2016

 

Dec 30 2:58 pm

Respectable Radicalism

Brad DeLong, riffing off Larry Summers, asks about what is driving the Fed – and argues that Larry has it wrong, that the Fed’s problem is not an “excessive commitment to existing models.” On the contrary, the Fed seems to hold beliefs that are very much at odds with Macroeconomics 101, whose basic Hicksian models do not at all support the Fed’s eagerness to hike rates.

Indeed. This is a thesis I’ve tried to argue for a number of years; back in 2011 I noted that

[S]upposedly sober, serious people are actually radicals insisting that we can make the economy work in ways that it has never worked in the past … Meanwhile, the irresponsible bearded professors are actually the custodians of traditional wisdom.

I suspect that Larry is talking about hysteresis, which is indeed a departure from standard models. But the case that the risks of hiking too soon and too late are deeply asymmetric comes right out of IS-LM with a zero lower bound – which is basically the framework I used in the paper Brad addresses.

I think I understand how being an official, surrounded by men (and some but not many women) who seem knowledgeable in the ways of the world, can create a conviction that you and your colleagues know more than is in the textbooks. And that may even be true in normal times, when recent experience counts a lot. But in a world of zero-lower-bound macroeconomics, which is a world nobody not Japanese experienced for three generations, theory and history are much more important than market savvy. I would have expected current Fed management to understand that; but apparently not.

 

Radicalismo rispettabile

Brad DeLong, prendendo a prestito Larry Summers, si chiede cosa sta guidando la Fed – e sostiene che Larry ha torto, che il problema della Fed non è un “eccessivo affidamento ai modelli esistenti”. Al contrario, la Fed sembra abbracciare convinzioni che sono molto agli antipodi di un testo di base di macroeconomia, i cui modelli fondamentalmente hicksiani non sono affatto di supporto all’entusiasmo della Fed nell’innalzare i tassi.

Proprio così. Questa è una tesi che ho cercato di sostenere per un certo numero di anni; nel passato 2011 osservavo:

“Persone serie, in apparenza sobrie, sono per la verità come radicali che ripetono che possiamo far funzionare l’economia in modi che non hanno mai funzionato nel passato … Nel frattempo, irresponsabili professori barbuti sono gli effettivi custodi della saggezza tradizionale”.

Io sospetto che Larry stia parlando dell’isteresi, che è in effetti una deviazione dai modelli consueti. Ma l’argomentazione secondo la quale i rischi di alzare troppo presto o troppo tardi i tassi sono profondamente asimmetrici, deriva proprio dal modello IS-LM con un limite inferiore dello zero nei tassi – che è fondamentalmente lo schema che io utilizzavo nel saggio a cui Brad si rivolge [1].

Penso di comprendere come essendo un dirigente, circondato da uomini (e da qualche donna, seppur non molte) che sembrano intendersi delle strade del mondo, possa creare la convinzione di saperne di più, assieme ai propri colleghi, di quello che è scritto nei libri di testo. E ciò può essere persino vero in tempi normali, quando l’esperienza recente conta molto. Ma in un mondo di una macroeconomia al limite inferiore dello zero (nei tassi di interesse), che è un mondo che nessuno che non sia giapponese ha conosciuto da tre generazioni, la teoria e la storia sono molto più importanti della astuzia del mercato. Mi sarei aspettato che l’attuale dirigenza della Fed lo comprendesse; ma non sembra.

 

[1] Un lavoro di Krugman del 1999 dal titolo “Ragionare sulla trappola di liquidità”.

 

 

 

I Presidenti e l’economia (30 dicembre 2015)

gennaio 4, 2016

 

Dec 30 9:49 am

Presidents and the Economy

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Congressional Budget Office

After I put up my post comparing private-sector jobs under Obama and Bush, a number of people asked me whether I believe that presidents have a large effect on economic performance. My answer is no — but conservatives believe that they do, which is why this kind of comparison is useful.

To expand on my own views, in normal times the economy’s macroeconomic performance mainly depends on monetary policy, which isn’t under White House control. Now, we’ve been in a liquidity trap for the whole Obama administration so far, giving fiscal policy a much more central role — and the initial stimulus did help quite a lot. Since 2010, however, fiscal policy has been paralyzed by GOP obstruction, so we’re back to a situation where the WH has little influence.

The point, however, is that the right has insisted non-stop that Obama was doing terrible things to the economy — that health reform was a job-killer (one of the dozens of House votes repealing Obamacare was called the Repealing the Job-Killing Health Care Law Act.) The tax hike on the top 1 percent in 2013 was also supposed to destroy the economy (much as the same people predicted disaster from the Clinton hike 20 years earlier.) Financial reform was similarly supposed to be hugely destructive. And there was constant invocation of the “Ma, he’s looking at me funny” doctrine — the claim that Obama, by not praising businessmen sufficiently, was scaring away the confidence fairy.

Given all that, the fact that the private sector has added more than twice as many jobs under that job-killing Obama as it did under pre-crisis Bush is important, not because Obama did it, but because it shows that there is no hint that the important things he did do had any negative effect at all, let alone the terrible effects right-wingers predicted. You can, it turns out, tax the rich, regulate the banks, and expand health insurance coverage without punishment by the invisible hand.

I Presidenti e l’economia

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Ufficio del Bilancio del Congresso [1]

Dopo aver pubblicato il mio post che confronta i posti di lavoro nel settore privato sotto Obama e sotto Bush, un certo numero di persone mi ha chiesto se credo che i Presidenti abbiano un ampio effetto sulle prestazioni economiche. Io non lo credo – ma i conservatori credono che lo abbiano, e questa è la ragione per la quale quel genere di confronti è utile.

Per ampliare le mie considerazioni, in tempi normali la prestazione macroeconomica dell’economia dipende principalmente dalla politica monetaria, che non è sotto il controllo della Casa Bianca. Ora, siamo stati sinora in una trappola di liquidità per l’intero periodo della Amministrazione Obama, il che dà alla politica della finanza pubblica un ruolo molto più centrale – e le iniziali misure di sostegno aiutarono parecchio. Tuttavia, a partire dal 2010, la politica della finanza pubblica è stata paralizzata dall’ostruzionismo del Partito Repubblicano, e dunque siam tornati ad una situazione nella quale la Casa Bianca ha avuto modesta influenza.

Ciononostante, il punto è che la destra ha insistito non finire che Obama stava facendo cose terribili all’economia – che la riforma sanitaria era uno sterminio di posti di lavoro (una delle dozzine di votazioni per l’abrogazione delle riforma della assistenza di Obama fu chiamata Abrogazione della Legge di riforma sanitaria che distrugge posti di lavoro). Anche il rialzo delle tasse sull’1 per cento dei più ricchi nel 2013 si suppose distruggesse l’economia (nello stesso modo in cui le stesse persone avevano previsto un disastro dal rialzo da parte di Clinton di 20 anni prima). Analogamente, la riforma del sistema finanziario si riteneva fosse ampiamente distruttiva. E ci fu la costante invocazione del “Mamma, mi prende in giro!” [2] – la pretesa che Obama, non incensando a sufficienza gli impresari, stesse scacciando la fata della fiducia.

Tutto ciò considerato, il fatto che il settore privato sia cresciuto di più del doppio nell’occupazione sotto lo sterminatore di posti di lavoro Obama, rispetto al Bush di prima della crisi, è importante, non perché sia stato merito di Obama, ma perché mostra che non c’è assolutamente alcun segno che le cose importanti che egli ha fatto abbiano avuto alcun effetto negativo, per non dire degli effetti terrificanti che avevano previsto a destra. Si scopre che si può mettere le tasse sui ricchi, regolare le banche ed ampliare la copertura della assicurazione sanitaria senza essere puniti dalla mano invisibile [3].

 

 

[1] La tabella mostra l’andamento delle aliquote fiscali medie dal 1980 al 2013 (queste ultime sono quelle previste). Gli andamenti sono suddivisi per le varie categorie di reddito e, come si può vedere, l’1 per cento dei redditi più ricchi (linea più scura) hanno avuto un incremento delle aliquote con Obama che li ha riportati ai livelli dell’epoca di Clinton. Abbastanza stazionari, pur in lieve crescita, gli altri scaglioni di reddito.

[2] Un’altra invenzione giornalistica di Krugman, che definì in alcuni articoli e post la infantile suscettibilità dei conservatori e delle imprese alle critiche di Obama (che avevano riguardato in particolare la condotta di alcune società del sistema finanziario) alla stregua di un bimbetto che si lamenta con la propria madre.

[3] Ovvero, dal mercato, secondo la definizione di Adam Smith.

 

 

Efficacia della politica, a partire dal 2008 (dal blog di Krugman, 29 dicembre 2015)

gennaio 4, 2016

 

Dec 29 12:37 pm

Policy Effectiveness Since 2008

I came down pretty hard on Tim Taylor yesterday, but with reason. There is simply no reason any reputable economist should, at this late date, be saying things like “We tried huge stimulus, but it didn’t work, so maybe fiscal policy is ineffective.” This just flies in the face of the facts. Three points:

  1. Actual stimulus was only modest-sized and short-lived, as I documented in my previous post.
  2. Since 2010, the distinguishing feature of fiscal policy has been how contractionary it has been compared with previous experience. That’s not just me talking; it has been repeatedly documented by the IMF and others. Here’s the simplest indicator, government employment after the last two recessions:

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That spike in 2010, by the way, is temporary hiring for the Census.

  1. There has been quite a lot of empirical work on fiscal policy since 2009, and the preponderant conclusion of that work is that fiscal multipliers are larger, not smaller, than under pre-crisis conditions. If you want to disagree with that work, OK, but explain why — a tossed-off remark won’t cut it.

The thing is, this matters — a lot. If fiscal policy is as effective as ever, if not more so, then austerity policies did immense damage, and we really need to be ready to do stimulus in the next downturn. But that has no chance of taking place if even economists who should be well-informed just make up a policy history that never happened.

 

Efficacia della politica, a partire dal 2008

Me la sono presa un po’ aspramente con Tim Taylor ieri, ma per un motivo. Semplicemente non c’è nessuna ragione per la quale un economista rispettato dovrebbe, ad un punto così avanzato, dire cose come: “Abbiamo provato con ampie misure di sostegno, ma non ha funzionato; dunque forse la politica della finanza pubblica non è così efficace”. A fronte dei fatti, questa è solo una menzogna. Tre punti:

1 – Le misure di sostegno sono state soltanto di dimensione modesta e di breve durata, come ho documentato nel mio post precedente.

2 – A partire dal 2010, la peculiarità distintiva della politica della finanza pubblica è stata la dimensione del suo effetto contrattivo a confronto con l’esperienza precedente. Non lo dico soltanto io; è stato ripetutamente documentato dal FMI e da altri. Ecco l’indicatore più semplice, l’impiego pubblico dopo le due recessioni:

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Quel picco nel 2010, per inciso, sono le assunzioni temporanee per il Censimento.

3 – Ci sono stati molti lavori empirici sulla politica della finanza pubblica a partire dal 2009, e la conclusione preponderante di quei lavori è che i moltiplicatori della finanza pubblica sono più grandi, non più piccoli, che nelle condizioni precedenti alla crisi. Se non concordate con quei lavori, va bene, ma spiegate i motivi – una osservazione casuale non li elimina.

Il punto è che questo è molto importante. Se la politica della finanza pubblica è efficace come sempre, se non di più, allora le politiche dell’austerità hanno fatto un danno immenso, ed avremmo veramente bisogno di essere pronti ad operare misure di sostegno al prossimo declino. Ma questo non avrà alcuna possibilità di accadere se persino gli economisti che dovrebbero essere bene informati semplicemente si inventano una storia politica che non è mai accaduta.

 

Il distruttivo ragionare sul lungo termine (dal blog di Krugman, 28 dicembre 2015)

gennaio 4, 2016

 

Destructive Long-Termism

December 28, 2015 4:27 pm

One of my long-running gripes about much discussion of current economic issues is about what I consider the long-run dodge. By this I mean the attempt to change the subject away from unemployment and inadequate demand toward supposedly more fundamental issues of education and structural reform. Such efforts to change the subject seem to me to be both wrong and, to some extent, cowardly. After all, if the clear and present problem is inadequate demand, then we should have policies to deal with that problem — I don’t care how important you think the long run is, we should deal with the crisis at hand.

And it’s often obvious that a large part of the reason some people want to change the subject is that they don’t want to take a stand on austerity versus stimulus and all that, because taking a stand on either side will cause some people to yell at you. Well, yes — because these are important debates, and refusing to take sides is a dereliction of responsibility.

So I was quite unhappy to see Tim Taylor, whose work I normally find admirable, taking a version of the long-run dodge in the secular stagnation debate. I was especially annoyed at this paragraph:

In the past, I have called this the problem of “snowbank macroeconomics:” just as a driver of a car stuck in a snowbank can press the gas pedal as hard as they want and not make much progress, it seems to me that we are in a situation where monetary and fiscal stimulus that has been extremely high by historical standards since about 2008 has had a much smaller effect on output and inflation than would have been expected before the Great Recession. I’ve come to believe that in a financial crisis and its slow-growth aftermath, the basic tools of monetary and fiscal policy face real limits on what they can accomplish. Thus, I’d argue that the growth-based agenda should focus on a different list of issues: expanding education and training; expanding research and development spending; tax and regulatory reform; expanding international trade; and investments in energy and infrastructure.

What’s wrong with this? Let me count the ways.

First, where on earth does Taylor’s claim that fiscal stimulus has had much less effect than expected come from? First of all, we did not, repeat not, have massive stimulus. Here’s the ARRA as a percent of potential GDP:

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So in response to the worst financial crisis in three generations, we briefly provided stimulus of a bit more than 2 percent of potential GDP, which quickly went away. Should we be surprised that this effort proved inadequate — exactly as predicted?

Furthermore, at this point there is overwhelming evidence that fiscal policy has strong effects — that the multiplier is well above one. I’ve seen nothing suggesting that fiscal policy has lost traction, and have no idea why Taylor thinks that.

Monetary policy has indeed had difficulty gaining traction. But that’s exactly what anyone who thought through the implications of the liquidity trap — which, you know, some us did long before the 2008 crisis — expected to happen. And what such analysis suggests is that the right solution to this problem, if you can get it, is higher inflation expectations. Where does anyone get the notion that it’s a problem requiring structural reform, or even necessarily a problem structural reform can solve?

Again, I have nothing against structural reform; some of my best friends are structural reforms. But if you have a persistent problem of inadequate demand — which is the secular stagnation argument — then find things that will boost demand. Don’t throw up your hands and whine that you can’t, and/or use demand-side problems to argue for other stuff that has no obvious relevance to the problem. You may think you’re being wise and judicious, but you’re actually engaged in an act of evasion.

 

Il distruttivo ragionare sul lungo termine

Una delle mie consuete lamentele su gran parte del dibattito sugli attuali temi economici riguarda quello che io considero ‘l’espediente del lungo termine’. Con questo mi riferisco al tentativo di spostare il tema dalla disoccupazione e dalla domanda inadeguata, verso le problematiche reputate più essenziali dell’istruzione e delle riforme strutturali. Tali tentativi di cambiare il tema mi sembrano sia sbagliati che, in qualche misura, pusillanimi. Dopo tutto, se il problema chiaro ed attuale è la domanda inadeguata, allora dovremmo avere politiche che si misurano con quel problema – non mi interessa quanto si pensa che sia importante il lungo periodo, noi dovremmo misurarci con la crisi che abbiamo davanti agli occhi.

E spesso è evidente che una larga parte della ragione per la quale alcune persone vogliono cambiare tema è che non vogliono prendere posizione sulla alternativa tra austerità e sostegno all’economia e tutto il resto, perché prendere posizione per una cosa o l’altra comporterebbe l’essere sgridati da qualcuno. É proprio così – giacché questi sono dibattiti importanti, e rifiutare di prendere posizione è come abdicare ad una responsabilità.

Dunque sono rimasto scontento nel constatare Tim Taylor, il cui lavoro normalmente trovo ammirabile, scegliere una versione dell’espediente del lungo termine nel dibattito sulla stagnazione secolare. Mi ha in particolare disturbato questo paragrafo:

“Nel passato, l’ho definito il problema della ‘macroeconomia del cumulo di neve’: proprio come un guidatore di un auto bloccato dinanzi ad un cumulo di neve può spingere sull’acceleratore quanto si vuole senza fare grandi progressi, mi pare che siamo in una situazione nella quale il sostegno monetario e della finanza pubblica che è stato, per le esperienze storiche, estremamente elevato, ha avuto un effetto più piccolo sulla produzione e sull’inflazione di quello che ci si sarebbe aspettati prima della Grande Recessione. Arrivo a credere che in una crisi finanziaria e nelle sue conseguenze di lenta crescita, gli strumenti di base della politica monetaria e della finanza pubblica si trovano di fronte a veri e propri limiti su quanto possono conseguire. Quindi, direi che un programma ispirato alla crescita dovrebbe concentrarsi su un elenco diverso di priorità: ampliare l’istruzione e la formazione; ampliare le spese per ricerca e sviluppo; riforme fiscali e normative; espandere il commercio internazionale e investimenti in energia e in infrastrutture”.

Cosa c’è di sbagliato in questo? Fatemi elencare i vari aspetti.

In primo luogo, cosa mai fa sostenere a Taylor che le misure di sostegno della finanza pubblica hanno avuto molto minore effetto di quello che ci si aspettava ne derivasse? Prima di tutto, non abbiamo avuto, non abbiamo avuto ripeto, massicce misure di sostegno. Ecco l’effetto della Legge per la Ripresa ed il Reinvestimento come percentuale del PIL:

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Dunque, in risposta alla peggiore crisi finanziaria da tre generazioni, noi abbiamo brevemente fornito uno stimolo di un po’ di più del 2 per cento del PIL potenziale, che è rapidamente svanito. Dovremmo essere stupiti che questo sforzo, esattamente come previsto, si sia mostrato inadeguato?

Inoltre, a questo punto ci sono prove schiaccianti che la politica della finanza pubblica ha forti effetti – che il moltiplicatore è assai maggiore di una unità. Non mi sono accorto di niente che indichi che la politica della finanza pubblica abbia perso la sua capacità di traino, e non ho idea del motivo per il quale Taylor lo pensi.

La politica monetaria ha in effetti avuto difficoltà nell’ottenere capacità di traino. Ma ciò è esattamente quello che chiunque avesse ragionato delle implicazioni di una trappola di liquidità – cosa che, come sapete, alcuni di noi fecero molto prima della crisi del 2008 – si aspettava accadesse. E quello che una tale analisi suggerisce è che la soluzione giusta a questo problema, se lo si vuole risolvere, sono più alte aspettative di inflazione. Da cosa si capisce che questo è un problema che richiede riforme strutturali, o anche che è necessariamente un problema risolvibile con le riforme strutturali?

Aggiungo che io non ho niente contro le riforme strutturali [1]; alcune delle cose che prediligo sono riforme strutturali. Ma se avete un problema persistente di domanda inadeguata – che è il tema della stagnazione secolare – allora vi imbattete in oggetti che promuoveranno la domanda. Non mettetevi le mani nei capelli e non piagnucolate che non è possibile, e/o non usate i problemi dal lato della domanda per discutere di altra roba che non ha alcuna evidente attinenza al problema. Potete pensare di essere saggi e giudiziosi, ma in effetti state sfuggendo al problema.

 

 

 

[1] Traduco sempre al plurale, come mi pare richiesto dal nostro linguaggio politico consueto. Nei testi in lingua inglese si si trova più frequentemente il singolare, ma non mi pare che denoti un concetto diverso.

 

 

Una controllata sulla riforma sanitaria di Obama (23 dicembre 2016)

gennaio 2, 2016

 

Dec 23 1:34 pm

Checking Up On Obamacare

One of the remarkable aspects of the politics of health reform is the way conservatives — even relatively mild, seemingly informed conservatives — have managed to keep believing that Obamacare is unraveling, despite the repeated failure of disaster predictions to come true. Part of the way this works is that captive media and the right’s pet “experts” hype every bit of bad news, but go silent when the news is good (and, often, when the bad news turns out to have been a false alarm.) How many will even hear about the news that enrollments are once again running above expectations, and the pool is getting younger?

Anyway, it’s really helpful to have this new report from the Commonwealth Fund comparing actual performance with pre-implementation predictions. Premiums came in far below expectations; part, but only part, of this positive surprise was given back by 2016 premium hikes, with overall costs still looking very good.

On enrollments: fewer people than expected signed up for the exchanges, but an important reason was that fewer employers than expected ended coverage and moved their employees into the individual market. Meanwhile, Medicaid expanded more than expected — and the overall reduction in the number of uninsured was pretty much in line with forecasts:

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So the program is achieving its goals, albeit with a somewhat different mix of kinds of insurance than predicted, and doing so more cheaply than expected. That’s a big success story — and remember, the critics scoffed at those expectations and predicted utter disaster.

 

Una controllata sulla riforma sanitaria di Obama

Uno degli aspetti rilevanti della politica della riforma sanitaria è il modo in cui i conservatori – anche quelli moderati e apparentemente informati – hanno operato per far credere che la riforma di Obama stesse andando in fumo, nonostante il ripetuto non avverarsi delle profezie di sventura. In parte il modo in cui opera questa tendenza è che i media asserviti e gli esperti ‘prediletti’ della destra fanno un gran chiasso per ogni briciolo di cattiva notizia ma stanno zitti quando la notizia è buona (e, spesso, quando si scopre che la cattiva notizia era un falso allarme). Quante volte dovremo ancora sentire la notizia che le iscrizioni stanno proseguendo sopra le aspettative e che la massa degli iscritti sta diventando più giovane?

In ogni modo, è davvero utile avere questo nuovo rapporto da parte del Commonwealth Fund che confronta l’andamento attuale con le previsioni prima della entrata in funzione. I costi delle polizze sono finiti molto sotto le aspettative; parte, ma solo parte, di questa sorpresa positiva è dipesa dalla ricollocazione dei rialzi dei prezzi al 2016, con i costi complessivi che appaiono ancora molto buoni.

Sulle iscrizioni: un numero minore di persone di quello che ci si aspettava si sono iscritte alle ‘borse’ sanitarie, ma una importante ragione è stata che un numero minore di datori di lavoro rispetto al previsto hanno interrotto la copertura e spostato i loro impiegati nel mercato individuale [1]. Nel frattempo, Medicaid è cresciuta più di quello che ci si aspettava – e la riduzione complessiva del numero dei non assicurati è stata abbastanza in linea con le previsioni [2]:

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Il programma, dunque, sta realizzando i suoi obbiettivi seppure con una combinazione un po’ diversa dei tipi di assicurazione che si prevedevano, e lo sta facendo in modo più economico di quello che ci si aspettava. Una grande storia di successo – e si ricordi, i critici sbeffeggiavano quelle aspettative e prevedevano un disastro completo.

 

[1] Ovvero, il fenomeno della riduzione del tipo di assicurazione sanitaria fornita dalla impresa nella quale si lavora – che pure è in atto – è risultato inferiore di quello che si prevedeva; dunque ci sono stati un po’ meno di assicurati per iniziativa personale, ma ne sono rimasti un po’ di più a carico delle imprese.

[2] La tabella mostra il confronto tra risultati effettivi – al 2014 – e le previsioni di vari istituti ed agenzie.

 

 

 

Oggi sulla Trumpenfreude (23 dicembre 2015)

gennaio 1, 2016

Dec 23 1:17 pm

 

Today in Trumpenfreude

You know what I’m talking about, of course — that feeling of glee mixed with fear as one watches the cynical race-baiting of the Republican establishment finally come home to roost, confirming that you were right to be shrill (and the centrists were naive), but with the slight admixture of panic because one of these guys might actually become president.

Anyway, as I’ve said, the prediction markets basically distill conventional wisdom; and what they’re now saying must be striking terror into the hearts of the orthodox conservative movement:

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Oggi sulla Trumpenfreude[1]

Sapete naturalmente di cosa sto parlando – quella sensazione di piacere mista alla paura quando si osservano i cinici pronunciamenti razzisti del gruppo dirigente repubblicano che finalmente gli si ritorcono contro, che confermano che si aveva ragione ad essere fuori dal coro (mentre i centristi erano ingenui), ma con un leggero accompagnamento di panico, dato che uno di questi soggetti potrebbe effettivamente diventare Presidente.

In ogni modo, come ho detto, i mercati delle previsioni [2] fondamentalmente distillano le sensazioni prevalenti; e quello che adesso stanno dicendo dovrebbe risuonare terrificante nei cuori del movimento conservatore ortodosso:

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[1] “Freude” dal tedesco: gioia, allegrezza, piacere. Ovvero, la gioia un po’ cinica per il fenomeno Trump, che potrebbe rendere più semplice la partita per i Democratici.

[2] I mercati delle previsioni sono dei veri e propri mercati virtuali nei quali si vendono e si comprano ‘prodotti’ che sono creati allo scopo di commerciare i possibili risultati degli eventi. In sostanza, scommesse che sono indicative delle probabilità degli eventi, ma certamente limitate dalla particolarità dei partecipanti, che si riducono a coloro che possono permettersi di usare denaro in quel modo.

E quella che segue è una tabella che mostra le previsioni più recenti di quei mercati delle scommesse. Come si vede i due candidati estremisti (Cruz e Trump) realizzano più del doppio di quello che è rimasto dei candidati più moderati (Rubio).

 

 

 

Finn de Siecle (22 dicembre 2015)

gennaio 1, 2016

 

Dec 22 8:55 am

Finn De Siecle

Bloomberg: Finland Should Never Have Joined Euro, Foreign Minister Says.

Indeed:

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Until recently, Spain was the quintessential euro crisis country — a nation that basically did nothing wrong on policy, but was whipsawed by huge capital inflows that then came to a sudden stop., leaving it with the need for extremely costly internal devaluation. Lately Spain has picked up somewhat, both because it has stopped imposing ever harsher austerity and because its relative deflation has finally started to produce some results. But it has been an immensely costly process.

Finland, however, is the kind of problem euroskeptics always worried about: a country hit by an idiosyncratic hit to its exports, a combination of Nokia losing its mojo and weak demand for forest products. The last time Finland faced that sort of hit, from the collapse of the Soviet Union, it was able to stage a strong recovery through devaluation. This time, that wasn’t an option.

So the foreign minister is quite right: Finland shouldn’t have joined. Unfortunately, leaving is a lot harder than never having entered.

 

Finn de Siecle

Da Bloomberg: “Il Ministro degli Esteri dice che la Finlandia non avrebbe mai dovuto aderire all’euro”.

In effetti:

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Sino a non molto tempo fa, la Spagna era per antonomasia ila paese della crisi dell’euro – una nazione che fondamentalmente non aveva fatto niente di sbagliato nella sua politica, ma era stata schiacciata da vasti flussi di capitali ai quali aveva fatto seguito un blocco improvviso, lasciandola nel bisogno di una svalutazione interna estremamente costosa. Di recente la Spagna è un po’ cresciuta, sia perché ha smesso di imporre una austerità ancora più aspra e perché la deflazione relativa alla fine ha cominciato a produrre qualche risultato. Ma si è trattato di un processo estremamente costoso.

La Finlandia, tuttavia, è il genere di problema che ha sempre preoccupato gli euroscettici: un paese colpito da una peculiare crisi delle sue esportazioni, una combinazione delle perdita da parte di Nokia della sua buona sorte e della debole domanda per i prodotti forestali. L’ultima volta che la Finlandia affrontò una simile avversità, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, essa fu capace di organizzare una forte ripresa attraverso la svalutazione. Ma stavolta non era una opzione possibile.

Dunque, il Ministro degli Esteri ha abbastanza ragione: la Finlandia non avrebbe dovuto aderire. Sfortunatamente, venirne fuori è assai più difficile che non esserci mai entrati.

Dov’è lo slancio di Rubio? (dal blog di Krugman, 21 dicembre 2015)

dicembre 22, 2015

 

Dec 21 5:41 pm

Where’s The Rubiomentum?

I’m not a political scientist, man. But I am someone who follows politics, and likes to keep track of conventional wisdom. So I paid a lot of attention when Marco Rubio was elevated to perceived front-runner status for the GOP nomination, basically because on paper he seemed like the natural replacement for the fatally charisma-lacking Jeb!

And maybe it will still happen. But Rubio hasn’t gotten a flood of high-level endorsements, and hasn’t shown any signs of a breakthrough in the polls. I’m not a huge believer in prediction markets, which seem more to reflect conventional wisdom than to offer profound insights, but it’s noteworthy that they are less and less convinced that Rubio is really a front-runner, and now take both Trump and Cruz seriously:

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So what’s going on? Insiders may dislike Rubio because he has a habit of abandoning his allies when the going gets at all tough; or maybe there are personal-life things we don’t hear about. Meanwhile, voters don’t see anything much about Rubio that gives them a positive reason to support him.

The thing is, if Rubiomentum doesn’t surface soon, it’s hard to see why it ever will. And I must say, it will be fun watching supposedly moderate Republicans explain why Trump or Cruz are, in the end, better than Hillary.

 

Dov’è lo slancio di Rubio?

Ragazzi, io non sono uno scienziato della politica. Ma sono qualcuno che segue la politica, e gli piace osservare l’evoluzione del senso comune. Ho dunque prestato molta attenzione quando Marco Rubio è stato innalzato alla condizione di supposto favorito per la nomina del Partito Repubblicano, fondamentalmente perché sulla carta egli sembrava il naturale rimpiazzo per il fatalmente sprovvisto di carisma Jeb.

E forse può ancora accadere. Ma Rubio non ha avuto un’ondata di sostegni di alto livello, e non ha mostrato alcun segno di una svolta nei sondaggi. Io non mi affido granché ai mercati delle previsioni [1], che mi sembrano più riflettere i punti di vista convenzionali che non offrire intuizioni profonde, ma è degno di nota il fatto che essi siano sempre meno convinti che Rubio sia un favorito, e adesso prendono sul serio sia Trump che Cruz:

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Cosa sta succedendo, dunque A coloro che sono addentro alle cose, Rubio può non piacere perché ha l’abitudine di abbandonare i suoi alleati quando il percorso si fa davvero difficile; o forse ci sono aspetti della vita personale dei quali non siamo al corrente. Contemporaneamente, gli elettori non vedono granché in Rubio che dia loro una buona ragione per sostenerlo.

Il punto è che se lo slancio di Rubio non verrà presto a galla, è difficile vedere perché debba mai accadere. E devo dire che sarà divertente osservare i presunti repubblicani moderati spiegare perché Trump o Cruz siano, in fondo, migliori di Hillary.

 

 

 

[1] Il riferimento nel link è ad un gruppo di ricerca (PredictWise) che opera per conto di Microsoft Research di New York City, autore del rilevamento illustrato nella tabella. Ma i mercati delle previsioni sono dei veri e propri mercati virtuali nei quali si vendono e si comprano ‘prodotti’ che sono creati allo scopo di commerciare i possibili risultati degli eventi. In sostanza, se non sbaglio, scommesse che sono indicative delle probabilità degli eventi, ma certamente limitate dalla particolarità dei partecipanti, che si riducono a coloro che possono permettersi di usare denaro in quel modo.

A proposito della tabella, può sembrare strano che Rubio abbia comunque i consensi prevalenti, dato che tutti i sondaggi effettivi dei quali si sente parlare non lo indicano così forte. E dunque può sembrare strano che Krugman scriva di un atteggiamento sempre meno favorevole a quel candidato. La cosa, credo, si spiega proprio considerando la particolarità della fonte dei ‘mercati delle previsioni’. Quella fonte non indica gli orientamenti degli elettori comuni, ma le previsioni degli ‘insiders’ che operano su quei mercati. Gente che suppone di avere conoscenze speciali per fare previsioni, che talora risultano piuttosto difettose. E in effetti, come mostra la tabella che pubblichiamo di seguito, anche in quegli ambienti il favore per Rubio in realtà sta scemando con il tempo:

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Il periodo dei rilevamenti va dal 18 di novembre al 22 di dicembre; la linea rossa in discesa è quella di Rubio; le altre grigie sono – nell’ordine – di Cruz, di Trump, di Jeb Bush e di Chris Christie. Si noti comunque che anche ambienti vicini ai punti di vista più ‘istituzionali’ come quelli dei mercati delle previsioni, ad oggi danno la somma dei candidati più ‘ortodossi’ (Rubio, Bush e Christie) al 50 per cento, esattamente come la somma dei due ‘estremisti’ Cruz e Trump.

 

 

 

Disprezzo in Spagna (dal blog di Krugman, 20 dicembre 2015)

dicembre 22, 2015

 

Dec 20 6:48 pm

Disdain In Spain

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Defenders of austerity have lately taken to citing Spain as a success story; actually, as I and others have argued, Spain’s recent growth reflects the combination of a leveling off of austerity and the slow effects of very painful internal devaluation. David Rosnick and Mark Weisbrot offer further analysis here.

Furthermore, if you look at levels rather than rates of change, the situation is still terrible — as shown in the chart above. And whaddya know, Spanish voters don’t seem enthused about the situation.

I have no clue how this works out; apparently every possible structure for a new government is impossible, except in comparison with all the others. And meanwhile the euro effectively imposes a straitjacket whatever voters say. But anyway, those getting ready to toast the vindication of austerity after all might want to put the cava back in the fridge.

 

Disprezzo in Spagna

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I difensori dell’austerità hanno di recente preso a citare la Spagna come una storia di successo; effettivamente, come io ed altri abbiamo sostenuto, la recente crescita della Spagna riflette la combinazione di una stabilizzazione dell’austerità e del lento effetto di una svalutazione interna molto dolorosa. David Rosnik e Mark Weisbrot offrono in questa connessione una analisi ulteriore.

Inoltre, se guardate ai livelli anziché ai tassi del cambiamento, la situazione è ancora terribile – come mostrato dalla tabella sopra [1]. E per quello che si sa, gli elettori spagnoli non sembrano essere entusiasti della situazione.

Non ho idea di come si risolverà: in apparenza è impossibile ogni composizione di un nuovo Governo, se non in confronto con tutte le altre. E nel frattempo l’euro di fatto impone una camicia di forza a qualsiasi cosa dicano gli elettori. Ma in ogni modo, coloro che dopo tutto sono pronti a fare un brindisi al risarcimento dell’austerità, sarebbe meglio rimettessero il vino spagnolo nel frigorifero.

 

 

 

 

[1] La tabella mostra l’andamento del tasso di disoccupazione spagnolo, che in pratica è passato dall’8/9 per cento di prima della crisi, al 26 per cento del 2013, al 22 per cento di oggi.

 

 

 

Follie della Fed (16 dicembre 2015)

dicembre 22, 2015

 

Dec 16 4:01 pm

Fed Follies

No, I don’t mean the decision to raise rates, although nothing I’ve seen changes my view that it’s a bad idea. I mean the desperate efforts to say something new about today’s move. I understand that there are strong journalistic incentives here, but it really is trying to squeeze blood from a stone.

After all, this move was completely telegraphed in advance; I guess there was some small chance that the Fed would wait, but really very little. Longer-term bond rates barely moved, showing that there was very little news.

And it will be quite some time before we have any evidence about whether the Fed’s judgement of the economy’s trajectory was right. (I think this was an ex ante mistake even if it turns out OK ex post, but it’s still interesting to see how it goes.) We’re talking months if not quarters, and it may take years.

I guess even the fact that the Fed succeeded in communicating its intentions is a kind of news story. But it’s pretty thin gruel.

 

Follie della Fed

No, non intendo la decisione di alzare i tassi, sebbene niente di ciò che ho visto cambia la mia opinione che si sia trattato di una cattiva idea. Mi riferisco agli sforzi disperati di dire qualcosa di nuovo sulla mossa di oggi. Capisco che in questo caso ci siano forti incentivi giornalistici, ma davvero è come cercare di spremere sangue dalle rape.

Dopo tutto, questa mossa era stata completamente telegrafata in anticipo; suppongo che ci fosse una piccola possibilità che la Fed aspettasse, ma davvero molto piccola. I tassi dei bond a più lungo termine si sono appena mossi, mostrando che la novità era minima.

E ci vorrà un po’ di tempo prima che si abbia qualsiasi prova se il giudizio della Fed sulla traiettorie dell’economia era giusto (io penso che sia stato un errore ex-ante anche se si scoprirà giusto ex-post, ma sarà comunque interessante vedere come va). Stiamo parlando di mesi se non di trimestri, e ci potrebbero volere anni.

Penso che persino il fatto che la Fed abbia avuto successo nel comunicare le sue intenzioni sia materia da articolo di cronaca. Ma è praticamente un brodino [1].

 

[1] “Thin-gruel” è la minestra dei poverissimi. Praticamente acqua.

 

 

 

‘Il Donald’ e il fattore della dabbenaggine (15 dicembre 2015)

dicembre 22, 2015

 

Dec 15 4:12 am

The Donald and the Chump Factor

I suppose there are still some people waiting for Trump’s bubble to burst — any day now! But it keeps not happening. And it’s becoming increasingly plausible that he will go all the way. Why?

One answer — probably the most important — is what Greg Sargent has been emphasizing: the majority of Republican voters actually support Trump’s policy positions. After all, he’s just saying outright what mainstream candidates have implied through innuendo; how are voters supposed to know that this isn’t what you do?

I would, however, add a casual observation: at this point Trump has been the front-runner for long enough that it’s very hard to imagine his supporters suddenly losing faith, because it would be too embarrassing.

Bear in mind that embarrassment, and the desire to avoid it, are enormously important sources of motivation. Consider, as a weird, self-aggrandizing, but I think relevant observation, what has happened to supposedly smart guys who predicted soaring interest rates and runaway inflation 6 or 7 years ago. Almost none of them have conceded that they were wrong, and should have done more homework. Instead, many of them — especially the academics — have become ever more obsessed with claiming that they were somehow right, and/or trying to tear down the reputations of those of us who were in fact right. Nobody likes looking like a chump, and most people will go to great lengths to convince themselves that they weren’t.

Now think about someone who has been supporting Trump since the summer. For the Trump bubble to burst, many people like that would have to slap their foreheads and say, “Wow, he’s not a serious person! What was I thinking?”

And very few people ever do that sort of thing. Someone who has spent months supporting Trump despite establishment denunciations — which means something like a third of Republicans — will go to great lengths to avoid conceding that he has been foolish. At this point such people will insist that any negative reports about Trump are the product of hostile mainstream media; Trump’s very durability so far is likely to make him highly resilient looking forward.

To make another analogy, it’s a “When Prophecy Fails” sort of situation.

And this also suggests that even if Trump does finally decline, his support is likely to flow not to an establishment candidate but to another outsider figure. Everyone who knows Ted Cruz well hates him; in this environment that probably enhances his appeal.

The general election will, of course, be quite different. But it’s getting really hard to see how the GOP establishment reasserts control.

 

‘Il Donald’ e il fattore della dabbenaggine

Suppongo che ci sia ancora qualcuno che aspetta che la bolla di Trump scoppi – questione di giorni! Ma continua a non succedere. E sta diventando sempre più plausibile che egli arrivi sino in fondo. Perché?

Una risposta – probabilmente la più importante – è quella sulla quale Greg Sargent sta mettendo l’accento: la maggioranza degli elettori repubblicani effettivamente sostiene le posizioni politiche di Trump. Dopo tutto, egli sta solo dicendo apertamente quello che i candidati convenzionali sottintendono con allusioni; come si può supporre che gli elettori sappiano che non è questo che intendono?

Vorrei aggiungere, tuttavia, una osservazione casuale: a questo punto Trump è stato favorito da tanto tempo che è molto difficile immaginare che i suoi sostenitori smettano di essergli fedeli, perché sarebbe troppo imbarazzante.

Si ricordi che l’imbarazzo, e il desiderio di evitarlo, sono fattori di motivazione enormemente importanti. Si consideri, può sembrare una osservazione bizzarra e in sé esagerata, ma penso sia attinente, quello che è accaduto a individui che si supponevano intelligenti che, 6 o 7 anni orsono, avevano previsto tassi di interesse alle stelle ed una inflazione fuori controllo. Quasi nessuno tra loro ha riconosciuto che avevano avuto torto e che avrebbero dovuto prepararsi meglio. Piuttosto, molti di loro – specialmente gli accademici – si sono ancor più intestarditi nel sostenere che in qualche modo avevano ragione, e nel cercare di demolire la reputazione di quelli che, tra di noi, avevano avuto davvero ragione. A nessuno piace fare la figura di un babbeo, e la maggioranza delle persone fa l’impossibile per convincersi di non esserlo.

Si pensi adesso a qualcuno che abbia sostenuto Trump sin dalla scorsa estate. Nel caso che la bolla di Trump scoppiasse, molte persone del genere si darebbero uno schiaffo in fronte e direbbero: “Per la miseria, non è una persona seria! A cosa stavo pensando?”.

E sono molto poche le persone che fanno quel genere di cose. Chi ha speso mesi nel sostenere Trump nonostante le condanne del gruppo dirigente – ovvero circa un terzo dei repubblicani – faranno l’impossibile per evitare di ammettere di essere stati sciocchi. A questo punto quelle persone insisteranno nel sostenere che ogni resoconto negativo è il prodotto della ostilità dei media convenzionali; guardando avanti, la notevole tenuta di Trump sino ad oggi è probabile lo renda molto forte.

Per fare un’altra analogia, questa è una situazione del genere di “quando crolla una profezia”.

E questo indica anche che se persino Trump avesse alla fine un declino, il suo sostegno è probabile che non si riversi su un candidato del gruppo dirigente ma su un’altra figura fuori dai giochi. Chiunque conosca bene Ted Cruz lo odia; in questo contesto è probabile che tutto ciò accresca la sua attrattività.

Le elezioni generali, ovviamente, saranno un’altra cosa. Ma sta diventando davvero difficile vedere come il gruppo dirigente del Partito Repubblicano possa riprendere il controllo.

Correzioni nell’area euro (dal blog di Krugman, 14 dicembre 2015)

dicembre 15, 2015

 

Dec 14 5:03 am

Adjustment in the Euro Area

The crisis in the euro area — as opposed to the broader global financial crisis — began in late 2009. It’s still far from over. But some of the hard-hit peripheral economies, notably Ireland and Spain, are finally growing again. So how should we think about such recoveries, and how do they fit into an overall picture of the single currency’s performance? I thought it might be useful to walk through how I understand the situation, illustrating the argument with data from Spain, which I think of as the quintessential euro-crisis country — a country that didn’t commit any obvious policy sins, but was whipsawed by huge inflows of capital that suddenly reversed. (All data are from the IMF World Economic Outlook database.)

First, a reminder of just how bad it has been, and how far we still are from full recovery:

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Notice that at this point Finland — which is suffering from an idiosyncratic shock to its export industries rather than a sudden stop in capital inflows — is doing as badly as much of southern Europe. This is a reminder that the euro system creates huge problems for adjustment everywhere, that this isn’t a one-time problem.

But how would we expect countries to respond to adverse shocks? Contrary to what many people seem to believe, Keynesian-type analysis doesn’t say that countries can never recover without devaluation and/or fiscal stimulus; on the contrary, as I pointed out more than three years ago, it predicts a gradual recovery through internal devaluation — that is, a depressed economy will cause low or negative inflation, gradually improving competitiveness against other members of the currency union, and rising net exports should drive growth as long as they’re not offset by ever-tighter austerity.

Spanish experience since the euro was created in 1999 does indeed suggest that a depressed economy holds down inflation:

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And internal devaluation has slowly improved competitiveness (as measured by relative GDP deflators) against the European core:

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What about austerity? Spain did a lot of tightening in the first few years of the euro crisis, but not much since then:

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So we would expect, other things equal, to see Spain experiencing faster growth than the rest of the euro area at this point, as internal devaluation improves competitiveness while fiscal policy is no longer tightening the screws.

The question then is, does this constitute any kind of vindication of either the euro or the austerity regime? As you might guess, I’d say that the answer is a clear no. Yes, adjustment can take place even with a single currency; but it’s a very slow and painful process. Yes, growth can resume once you stop imposing ever-harsher austerity; also, if you repeatedly hit yourself on the head with a baseball bat, you will feel better when you stop.

What is true is that the single currency isn’t totally unworkable. It’s just extremely costly.

And on an intellectual level, basic macroeconomics continues to account pretty well for European developments. There’s nothing in recent experience that should shock a Keynesian or cause deep self-doubt.

 

Correzioni nell’area euro

La crisi nell’area euro – diversamente dalla più generale crisi finanziaria globale – cominciò sulla fine del 2009. Ed è ancora lontana dall’essere superata. Ma alcune delle economie periferiche duramente colpite, in particolare l’Irlanda e la Spagna, stanno finalmente tornando a crescere. Cosa dovremmo dunque pensare di tali riprese, e come dovremmo collocarle in un quadro generale di andamento della moneta unica? Ho pensato che poteva essere utile ripercorrere passo a passo quello che capisco della situazione, illustrando il ragionamento con i dati della Spagna, che penso sia il paese tipico della crisi dell’euro – un paese che non ha commesso alcun peccato politico evidente, ma che è stato esposto all’effetto congiunto di ampi flussi di capitali che all’improvviso si sono rovesciati (tutti i dati provengono dal database World Economic Outlook del FMI).

In primo luogo un promemoria di quanto il fenomeno sia stato negativo, e di quanto si sia ancora lontani da una piena ripresa [1]:

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Si noti che a questo punto la Finlandia – che sta soffrendo di un peculiare shock nella sua industria delle esportazioni, piuttosto che di un blocco improvviso nei flussi dei capitali – sta andando altrettanto male dell’Europa meridionale. Questo ci ricorda che il sistema dell’euro crea vasti problemi di adeguamento dappertutto, che questo non è un problema irripetibile.

Ma come ci dovremmo aspettare che i paesi reagiscano agli shock negativi? Contrariamento a quello che molti sembrano credere, una analisi di tipo keynesiano non dice che i paesi non possano mai riprendersi senza una svalutazione e/o misure di sostegno della finanza pubblica; al contrario, come misi in evidenza più di tre anni orsono, esso prevede una graduale ripresa attraverso la svalutazione interna – ovvero, un’economia depressa provocherà una inflazione bassa o negativa, gradualmente migliorando la competitività rispetto ad altri componenti dell’unione monetaria, e l’aumento delle esportazioni nette dovrebbe guidare una crescita purché esse non siano bilanciate da una austerità sempre più severa.

L’esperienza spagnola a partire da quando venne creato l’euro nel 1999 ci suggerisce proprio che una economia depressa mantiene l’inflazione bassa [2]:

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E la svalutazione interna ha lentamente migliorato la competitività (come misurata dai deflatori del PIL) rispetto al centro Europa [3]:

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Cosa dire dell’austerità? La Spagna operò molta restrizione nei primi pochi anni della crisi dell’euro, ma non molta a partire da allora [4]:

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Dunque, a questo punto ci dovremmo aspettare, a parità delle altre condizioni, che la Spagna stia sperimentando una crescita più veloce, dal momento che la svalutazione interna migliora la competitività mentre la politica della finanza pubblica non sta più stringendo le viti.

La domanda è dunque se questo costituisca una qualche forma di risarcimento sia della scelta dell’auro che del regime di austerità. Come vi potete aspettare, la mia risposta è chiaramente negativa. É vero, la correzione può aver luogo anche con una singola valuta; ma è un processo molto lento e doloroso. É vero, la crescita può riprendere nel momento in cui si cessa di imporre una austerità sempre più dura; anche se vi battete ripetutamente una mazza da baseball in testa, vi sentite meglio quando smettete.

Quello che è vero è che la moneta unica non è completamente impossibile che funzioni. É solo estremamente costosa.

E, da un punto di vista intellettuale, la macroeconomia continua a spiegare abbastanza bene gli sviluppi europei. Non c’è niente nella recente esperienza che dovrebbe impressionare un keynesiano o provocargli profonde crisi di coscienza.

 

 

 

 

[1] La Tabella mostra i mutamenti nel PIL reale procapite dal 2007 al 2015.

[2] La tabella è un grafico a dispersione, ovvero un grafico con due variabili e la disposizione delle due variabili mostra i grado di correlazione tra di esse. Quanto scrivo di seguito è solo in mio personale esercizio di comprensione (dunque potrebbe contenere errori).

In questo caso una variabile (linea verticale) sono i mutamenti nel deflatore del PIL, l’altra (linea orizzontale) mostra il divario nella produzione. Il deflatore del PIL è uno strumento che consente di misurare la crescita del PIL depurandola dall’aumento dei prezzi. Indirettamente, dunque, essa consente anche di comprendere l’evoluzione della competitività, che è positiva tanto più i prezzi crescono meno dei paesi concorrenti. Il divario di produzione, invece, indica la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale, ovvero quello che si avrebbe se l’economia potesse esprimere interamente il suo potenziale produttivo.

I punti all’interno del grafico a dispersione indicano le (doppie) rilevazioni annuali, per ognuna delle variabili suddette. I puntini riguardano dunque la Spagna, e indicano quindici doppie rilevazioni annuali a partire dal 1999. Non sono indicati i singoli anni che ogni puntino rappresenta, mi pare perché quello che interessa nel grafico non è tanto una ricostruzione del processo storico, ma una analisi delle caratteristiche del fenomeno complessivo nel tempo. Tale analisi si evince dalle zone del grafico dove si mostrano i maggiori addensamenti di valori simili o quasi simili. Nel nostro caso, si notano due principali ‘addensamenti’: quando la variabile del deflatore del PIL è vicina allo zero (ovvero, il PIL depurato dall’inflazione non cresce), il divario di produzione è sempre in area negativa (da -2,5 a -6). Quando il deflatore del PIL sale ad un valore tra 3 e 4 (ovvero il PIL cresce in tale percentuale, anche depurato dall’aumento dei prezzi), si nota uno scarso divario o un divario positivo della produzione. Nel caso della Spagna, mi pare che si possa dedurne che la produzione è nel primo caso al di sotto delle sue potenzialità (crisi, dunque); mentre è in equilibrio in cinque degli altri casi, ed è anche troppo positiva in tre altri casi (il che dovrebbe significare che le risorse sono utilizzate al di sopra della loro potenzialità (bolla, dunque).

In conclusione, è dunque probabile che i puntini della parte alta del grafico indichino la situazione dell’economia spagnola nei primi anni dell’euro, dopo il 1999, caratterizzati da forti flussi di capitali franco-tedeschi. Quelli della parte bassa dovrebbero indicare gli anni della crisi.

In conclusione, la tabella mi pare soprattutto interessante proprio perché mostra questa polarizzazione, o addensamento, delle due caratteristiche dell’economia spagnola nell’ultimo quindicennio. E, come Krugman scrive, essa mostra anche che un’economia depressa “mantiene bassa l’inflazione”.

Aggiungo che non capisco il ‘titolo’ della Tabella (forse è un riferimento alla ‘curva di Phillips’).

[3] Il tasso di cambio reale tra Spagna e Germania, ovvero (credo, almeno, che si possa dire così) l’evoluzione del potere di acquisto di un euro spagnolo rispetto ad un euro tedesco, cha appare caratterizzata da un processo di svalutazione dal 1999 al 2008 e da un processo inverso negli anni della crisi.

[4] La tabella mostra l’evoluzione dell’equilibrio strutturale del bilancio spagnolo. L’equilibrio strutturale del bilancio, secondo la definizione dell’OCSE, rappresenta la situazione nella quale entrate e spese sono quello che debbono essere quando la produzione è al suo livello potenziale. In questo caso, l’equilibrio strutturale dovrebbe corrispondere al livello 0. Negli anni immediatamente successivi alla crisi, c’era uno squilibrio negativo pari a quasi l’8% del PIL, per effetto della crisi e delle misure di austerità. Ma, come si vede, a partire dal 2011 la restrizione della finanza pubblica si è gradualmente molto attenuata.

 

 

 

I fatti, come si sa, tendono a …. beh, lo sapete (13 dicembre 2015)

dicembre 15, 2015

 

Dec 13 1:13 pm

The Facts Have A Well-Known, You Know

Somehow there seems to be a pattern in this chart from the editor of PolitiFact, but I can’t quite put my finger on it:

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I fatti, come si sa, tendono a …. beh, lo sapete [1]

In qualche modo sembra esserci uno schema in questa tabella a cura dell’editore di PolitiFact [2], ma non ci metterei completamente la mia mano sopra [3]

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[1] Tendono alla sinistra, alla posizioni progressiste. É un modo di dire frequente di Krugman.

[2] É il nome di una associazione di ricercatori che si sono specializzati nel compiere scrupolose ‘analisi di verità’ sui discorsi, le interviste, gli articoli degli uomini politici; distinguendo quello che è vero, che è in parte vero e in parte no, che è falso, in varie gradazioni.

La tabella deve essere letta in questo modo: ci sono 6 suddivisioni – in parte indicate nella parte superiore e in parte in quella inferiore: il marrone indica il settore delle bugie assolute, consapevolmente ingannevoli (il ritornello “liar, liar, pants on fire” significa “bugiardo, bugiardo, i pantaloni ti vanno a fuoco” ed è un modo di dire in uso tra i bambini per indicare le bugie più gravi); il marrone chiaro indica le affermazioni false, il giallo le affermazioni in gran parte false; il grigio le affermazioni mezze vere e mezze false; il viola chiaro le affermazioni in gran parte vere; il viola scuro quelle vere.

I primi dieci che inclinano verso le falsificazioni sono repubblicani passati o recenti; gli ultimi 6, che inclinano verso una maggiore verità, sono invece tutti democratici, con l’eccezione di Jeb Bush (che ha una prestazione leggermente migliore del ‘peggiore tra i democratici, il Vicepresidente Joe Biden).

[3] “I can’t put my finger on sth” significa ‘non posso stabilire l’identità, non riesco bene a spiegarmelo, c’è qualcosa che mi sfugge’. Penso che si possa anche aggiungere “non ci giurerei”.

 

 

 

Il debito e le spirali demografiche del debito (12 dicembre 2015)

dicembre 13, 2015

 

Dec 12 5:06 am

Debt and Demographic Debt Spirals

I’m in Portugal — sorry, too jet-lagged to post music this week — where I am attending a conference in memory of Jose da Silva Lopes. (No, I’m not doing interviews — I’m spending my spare time with friends.) And I have been doing some homework about the terrible times Portugal has recently suffered. What especially caught my eye was this:

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We used to think that high labor mobility was a good thing for currency unions, because it would allow the union’s economy to adjust to asymmetric shocks — booms in some places, busts in others — by moving workers rather than having to cut wages in the lagging regions. But what about the tax base? If bad times cause one country’s workers to leave in large numbers, who will service its debt and care for its retirees?

Indeed, it’s easy conceptually to see how a country could enter a demographic death spiral. Start with a high level of debt, explicit and implicit. If the work force falls through emigration, servicing this debt will require higher taxes on those who remain, which could lead to more emigration, and so on.

How realistic is this possibility? It obviously depends on having a sufficiently large burden of debt and other mandatory expenditure. It also depends on the elasticity of the working-age population to the tax burden, which in turn will depend both on the underlying economics — is there a strongly downward-sloping demand for labor, or is it highly elastic? — and on things like the willingness of workers to move, which may depend on culture and language.

Portugal, with its long tradition of outmigration, may be more vulnerable than most, but I have no idea whether it’s really in that zone.

One thing you might wonder is whether currency union makes any difference here. Can’t adverse shocks produce emigration and a death spiral regardless of currency regime? Yes, but. With a flexible exchange rate, adverse shocks will cause depreciation and a fall in real wages; under a currency union, they will produce unemployment for an extended period, until the grinding process of internal devaluation restores competitiveness. And everything I’ve seen says that migration is much more sensitive to unemployment than to wage differentials.

Now, it’s true that emigration in an economy with mass unemployment doesn’t immediately reduce the tax base, since the marginal worker wouldn’t have been employed anyway. But it sets things up for longer-run deterioration.

Oh, and Lisbon is really lovely despite all — and seems, justifiably, to be attracting a lot of tourists, which surely helps.

Now off to my friends’ house.

 

Il debito e le spirali demografiche del debito

Sono in Portogallo – spiacente, troppa differenza di fuso orario per mettere il post musicale di questa settimana [1] – dove sto presenziando ad una conferenza in memoria di Jose da Silva Lopes [2] (no, non sto concedendo interviste – passo con amici il mio modesto tempo libero). E sto facendo alcuni miei compiti sui tempi terribili che il Portogallo ha di recente sofferto. Quello che mi è balzato agli occhi è stato questo [3]:

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Eravamo abituati a pensare che una elevata mobilità del lavoro fosse una cosa buona per le unioni valutarie, perché avrebbe permesso all’economia di una unione di correggere gli shock asimmetrici – grandi espansioni in alcuni posti, crolli in altri – spostando i lavoratori anziché tagliare i salari nelle regioni rimaste indietro. Ma cosa accade alla base fiscale? Se il tempi cattivi in un paese inducono i lavoratori in gran numero ad andarsene, che provvederà al debito di quel paese e chi si curerà dei suoi pensionati?

In effetti, è facile osservare come un paese potrebbe entrare in una spirale fatale demografica. Si parta da un alto livello del debito, in termini assoluti e relativi. Se la forza lavoro scende per via dell’emigrazione, assistere questo debito richiederà tasse più elevate per quelli che restano, la qualcosa potrebbe portare ad una emigrazione maggiore, e così via.

Quanto è realistica questa possibilità? Ciò ovviamente dipende dall’avere un ampio peso di debito e di altre spese obbligatorie. Dipende anche dalla elasticità della popolazione in età lavorativa ai carichi fiscali, la qualcosa a sua volta dipende sia dalla sottostante economia – c’è una domanda di lavoro che inclina fortemente verso il basso, oppure è assai elastica? – sia da cose come la disponibilità dei lavoratori a spostarsi, che può essere condizionata dalla cultura e dal linguaggio.

Il Portogallo, con la sua lunga tradizione di emigrazione, potrebbe essere più vulnerabile della maggioranza degli altri, ma non ho idea se essa sia realmente tale in quell’area.

In questo caso, una cosa che ci si potrebbe chiedere è se una unione valutaria faccia qualche differenza. Gli shock negativi, non possono produrre emigrazione e spirali fatali a prescindere dai regimi valutari? Sì, ma … Con un tasso di cambio flessibile, gli shock negativi possono provocare una svalutazione ed una caduta dei salari reali; sotto una unione valutaria essi produrranno disoccupazione per un periodo prolungato, sinché il pesante processo della svalutazione interna non ripristina la competitività. E tutto quello che ho visto dice che l’emigrazione è molto più sensibile alla disoccupazione che ai differenziali di salari.

Ora, è vero che l’emigrazione in una economia con la disoccupazione di massa non riduce immediatamente la base fiscale, dato che il lavoratore marginale non sarebbe stato in ogni modo occupato. Ma essa dispone le cose per un deterioramento nel più lungo periodo.

Inoltre, Lisbona è proprio amabile nonostante tutto – e pare che comprensibilmente stia attraendo molti turisti, il che certamente aiuta.

Ora vado a casa dei miei amici.

 

 

 

 

[1] Ogni venerdì Krugman dedica un breve post ad eventi musicali, con relativi video ed audio.

[2] Un economista portoghese che Krugman conobbe nel 1976, quando faceva pratica in quel paese con altri studenti del MIT. É scomparso nell’aprile di quest’anno.

[3] La Tabella mostra l’andamento della popolazione portoghese in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni) nel periodo dalla fine degli anni ’90 ad oggi.

 

 

 

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