Blog di Krugman

Memorie di economisti che si comportano male (1 agosto 2013)

 

August 1, 2013, 7:38 am

Economists Behaving Badly, Redux

Brad DeLong asks why the left views Larry Summers as a right-wing hyena. I think that’s a straw man, or maybe a straw hyena. What is true is that a lot of people even on the moderate left don’t trust Summers, even though much of his commentary over the years has been very much center-left — and since leaving office he has become one of our most prominent fiscal doves.

 

Where does this mistrust come from? Well, let me give you an example: Jackson Hole, 2005, a conference dedicated to celebrating the record of, ahem, Alan Greenspan. Raghuram Rajan had presented a paper warning that the risks of financial instability were much higher than most people were acknowledging. (I think Rajan has been wrong on many issues since then, but that was certainly a prophetic paper). And the response, in general, took the form of ridicule.

The principal discussant was Don Kohn (pdf), who was (barely) polite but completely wrong-headed, celebrating financial innovations such as “the growing ease of housing equity extraction”:

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Leading off on the rest of the discussion (pdf) was Larry Summers, who wasn’t polite, dismissing Rajan for being “slightly Luddite” in questioning the value of financial innovation, which he compared (in a really bad analogy) to technological progress in transportation.

Now, lots of people got this stuff wrong — although you want to bear in mind that we’re not talking about the 1990s now, we’re talking about 2005. And we all make mistakes. But have either Summers or Kohn ever acknowledged that they got it wrong, and explained why?

And you can see, I think, why “the left” — while not, in fact, viewing Summers as a hyena — is a bit upset that the only people President Obama has mentioned as alternatives to Janet Yellen are Summers and Kohn.

 

Memorie di economisti che si comportano male

 

Brad DeLong chiede perché la sinistra consideri Larry Summers come una iena di destra. Penso che si tratti di un diversivo, diciamo una iena di paglia, piuttosto che un uomo di paglia. Quello che è vero è che molte persone persino della sinistra moderata non si fidano di Summers, anche se molti dei suoi commenti nel corso degli anni sono stati effettivamente di centrosinistra – e dal momento in cui ha lasciato il suo incarico è diventato una delle nostre più illustri colombe, in materia di finanza pubblica.

Da dove viene questa sfiducia? Ebbene, fatemi avanzare un esempio: anno 2005, Jackson Hole, conferenza dedicata a celebrare  le prestazioni, nientedimeno, di Alan Greenspan. Raghuram Rajan aveva presentato uno studio che metteva in guardia sul fatto che i rischi di instabilità finanziaria fossero molto maggiori di quanto si stesse riconoscendo (penso che Rajan abbia avuto, da quel momento, torto su molte cose, ma quello fu certamente una saggio profetico). E, in generale, le risposte si risolsero in ironia.

Il principale interlocutore nel dibattito fu Don Kohn (disponibile in pdf) che fu (abbastanza) corretto ma del tutto pervicace nell’errore, e celebrò le innovazioni finanziarie come “la crescente comodità del prelievo dei valori immobiliari” [1]:

“La dottrina Greenspan ritiene che questi sviluppi, a bilancio, migliorino il funzionamento dei mercati finanziari e delle economie reali che sorreggono. Consentendo agli istituti di diversificare i rischi, più precisamente di scegliere i loro profili di rischio, e di migliorare la gestione dei rischi assunti, essi rendono tali istituti più robusti. Rendendo più robusti gli intermediari e dando a coloro che si indebitano una maggiore varietà di prestatori da cui attingere i finanziamenti, questi sviluppi hanno anche reso il sistema finanziario più reattivo e flessibile – più capace di assorbire gli shocks senza aumentare gli effetti di tali shocks sull’economia reale. E facilitando il flusso dei risparmi attraverso i mercati ed i confini nazionali, questi sviluppi hanno contribuito ad una migliore allocazione delle risorse ed hanno promosso la crescita.”

Larry Summers diede avvio al successivo dibattito (disponibile in pdf) e non fu altrettanto corretto, liquidando Rajan come “leggermente luddista” per aver avanzato obiezioni sul valore delle innovazioni finanziarie, che egli paragonò (con una analogia davvero pessima) al progresso tecnologico nel settore dei trasporti.

Ora, una gran numero di persone hanno compreso che questa era roba sbagliata – sebbene si debba ricordare che in questo momento non stiamo parlando degli anni ’90, bensì del 2005. E tutti noi facciamo errori. Ma Summers o Kohn hanno mai riconosciuto di aver fatto quegli sbagli, ed hanno spiegato per quali ragioni?

Così, penso, ci si possa rendere conto del motivo per il quale “la sinistra” – seppure, in realtà, non considerando Summers come una “iena” – sia un po’ imbarazzata dal fatto che le uniche persone che il Presidente Obama ha menzionato in alternativa a Janet Yellen siano Summers e Kohn.


[1] In economia, il “mortgage equity withdrawal” (che suppongo si possa tradurre con: “prelievo di valore da un bene ipotecato”) è la decisione del consumatore di prendere a prestito denaro a fronte del valore reale della propria abitazione. Per valore reale si intende il valore della proprietà dedotte tutte le passività accumulate (ipoteche, mutui etc.). Alcuni autori usano anche il termine “equity extraction” – che ha praticamente lo stesso significato – ed includono i pagamenti netti che si ricevono al momento della vendita di un alloggio. In questo caso l’uso tradizionale di una “equity extraction” è quello dell’acquisto di una nuova abitazione (Wikipedia in lingua inglese).

In sostanza si tratta della abitudine, assai in uso all’epoca, di passare da un debito ad un nuovo debito, utilizzando come garanzia la parte del precedente bene del quale si è divenuti proprietari.

A proposito di pennuti (31 luglio 2013)

luglio 31, 2013

 

July 31, 2013, 7:01 am

For The Birds

Neil Irwin urges us to stop talking about inflation hawks and doves. Tim Duy agrees that the terminology is misleading, but admits that it’s not going to change, so that we should focus on clarifying what the distinction really means. And I’d liketo second that.

For the hawks/doves divide at the Fed, and more broadly, isn’t really about inflation tolerance. Nor is it about toughness, about being willing to do what needs to be done. It’s about economic models.

First, a word on inflation tolerance: the truth is that nobody at the Fed is advocating a significant rise in the inflation target. At most, some players want to turn 2 percent into a true target, with deviations on either side regarded as equally bad; this would actually represent a change in behavior, since the Fed has in practice treated 2 percent as a ceiling. But there’s nothing like Abenomics, an effort to boost the economy by fundamentally changing inflation expectations, on anyone’s agenda — at least not yet. (Give us a lost decade or two, and that may change).

So if there isn’t a big divide on the inflation target, what is the difference? The answer is that the hawks believe in immaculate inflation — they believe that a large Fed balance sheet can translate into an inflation surge even with the economy depressed.

It’s not clear how they think this would work; who, exactly, is going to raise prices in the face of all that economic slack? At some level, however, I think the hawks view what we’re going through as a supply-side phenomenon; they don’t really believe that we are suffering from a demand shortfall, and they also don’t seem to think that the zero lower bound makes any difference.

And the crucial point is that they have been wrong every step of the way, but keep demanding monetary tightening anyway.

So the hawks aren’t people willing to do what needs to be done; they’re people with a strange compulsion to do what doesn’t need to be done. And that’s why we need more doves at the Fed.

 

A proposito di pennuti

 

Neil  Irwin ci sollecita a smetterla di parlare di falchi e di colombe. Tim Duy concorda che si tratti di una terminologia inopportuna, ma riconosce che non è destinata a cambiare, cosicché dovremmo concentrarci nel chiarire che cosa quella distinzione realmente significhi. Che è quello che vorrei cercar di fare.

Perché la divisione tra falchi e colombe alla Fed, e più in generale, non riguarda in verità la apertura mentale verso l’inflazione. Né ha a che fare con la durezza, con il voler fare quello che deve essere fatto. Riguarda i modelli economici.

In primo luogo, una parola a proposito della  apertura mentale verso l’inflazione: la verità è che alla Fed nessuno sta sostenendo una crescita significativa dell’obbiettivo di inflazione. Al massimo, alcuni protagonisti vorrebbero passare da un obbiettivo del 2 per cento ad un obbiettivo effettivo, considerando le deviazioni in ogni verso da quell’obbiettivo come egualmente negative; questo in effetti rappresenterebbe un cambiamento nella condotta della Fed, dal momento che essa ha in pratica considerato il 2 per cento come un tetto. Ma non c’è alcunché, sulla agenda di nessuno,  che assomigli alla politica economica di Abe, ad uno sforzo per incoraggiare l’economia attraverso mutamenti di fondo nelle aspettative di inflazione – almeno non ancora (dateci un decennio o due, e questo magari cambierà).

Dunque, se non c’è una grande distinzione sull’obbiettivo di inflazione, quale è la differenza? La risposta è che i falchi credono nella ‘immacolata inflazione’ – credono che un grande bilancio patrimoniale della Fed si possa tradurre in una crescita dell’inflazione anche in una economia depressa.

Non è chiaro come essi pensino che questo funzioni; chi, esattamente, alzerà i prezzi, a fronte di quel rallentamento dell’economia? In qualche modo, tuttavia, io credo che i falchi  ritengano che stiamo attraversando un fenomeno dal lato dell’offerta; non credono realmente che stiamo soffrendo di una caduta della domanda e neanche sembra che pensino che il ‘limite inferiore di zero’ faccia alcuna differenza.

E il punto cruciale è che hanno avuto torto ad ogni passaggio, ma insistono nel chiedere in ogni modo una restrizione monetaria.

Cosicché i falchi non sono persone che vogliono fare quello che è necessario fare; sono persone con uno strano impulso a fare quello che non c’è bisogno di fare. E questa è la ragione per la quale abbiamo più bisogno di colombe alla Fed.

Yellen/Summers ed il crepuscolo delle Persone Molto Importanti (31 luglio 2013)

luglio 31, 2013

 

July 31, 2013, 6:31 am

Yellen/Summers and the Twilight of the VSPs

Whatever happens with the Fed succession — and boy, did Obama’s inner circle make a gratuitous mess of this one — it’s been one heck of a revealing episode, and not just because of the sexism on display, which started out with thinly-veiled talk of “gravitas” and eventually went into full-blown masculinity panic.

Incidentally, during the gravitas phase I found myself remembering this old passage by Garry Wills:

Movies about the Roman Empire often give us senators mincing about in togas. Actually, Rome’s leaders—roving the city with their gangs of clients and armed dependents—probably carried themselves more like “home boys” on MTV. A man who forswore such an entourage, like Cato of Utica, was more than once cudgeled in public and was constantly threatened with violence. Gravitas meant something more like throwing your weight around than like having a steady ballast.

Anyway, it’s also clear that Summers made some pretty big mistakes in his campaign. Neil Irwin points to his silence on monetary policy, which was supposed to be cagey but ended up looking slippery; John Cassidy points to his failure to offer any kind of mea culpa for past errors, which arguably was about preserving gravitas but ends up making him seem unreformed.

But why did Summers make these errors? In part because he is a whip-smart academic, the terror of the seminar room, who likes to play political operator — and as a political operator, he’s a great academic. But there is, I’d argue, a larger issue: Summers did not recognize the extent to which the political world has changed. He’s been carefully cultivating an image as a Very Serious Person, in a world where VSPness has gone from a source of cachet to being a liability on both right and left.

Think about it. Carefully cultivating a reputation for Seriousness does you no good on the right in a world where the Republican Party is more or less officially committed to crank economic doctrines, and where the GOP’s universally acknowledged intellectual leader is an obvious flimflam man.

Meanwhile, many if not all Democrats are well aware that the VSPs have been wrong about everything for the past decade or more, from the risks of financial deregulation to the fear of nonexistent bond vigilantes. Coming across as the return of Robert Rubin may have seemed savvy back in, say, 2008; it’s worse than useless now.

I suppose Summers might still get the job — but if so, it would be purely because the president is willing to spend a substantial amount of political capital on his behalf. The point is that behavior that was supposed to make Summers a safe choice has actually ended up making him unappealing to both sides.

 

Yellen/Summers ed il crepuscolo delle Persone Molto Serie

 

Qualsiasi cosa succeda con la successione alla Fed – e, ragazzi, il gruppo più ristretto attorno ad Obama ha proprio fatto un casino gratuito su questa faccenda – esso è stato un episodio singolarmente rilevante, e non solo a causa del sessismo [1] in bella mostra, che ha avuto il suo esordio con l’appena velato parlare di “spessore” ed alla fine è diventato un vero e proprio ‘panico mascolino’ [2].

Incidentalmente, durante la fase dello ‘spessore’ mi è capitato di ricordare questo vecchio passaggio di Garry Wills [3]:

“Le pellicole sull’Impero Romano spessi ci offrono senatori che concionano in toga. In effetti, alcuni capi di Roma – che vagabondavano con le loro bande di clienti e di dipendenti armati – è possibile che si presentassero più come gli “adolescenti casalinghi” delle serie televisive  della MTV [4]. Un uomo che aborriva tali accompagnamenti era Catone di Utica, che più di una volta venne bastonato in pubblico ed era costantemente minacciato con la violenza. La ‘gravitas’ significava qualcosa che aveva più a che fare con il far mostra della propria imponenza che col dare un senso di solido fondamento.”

In ogni modo, è anche chiaro che Summers ha fatto alcuni errori piuttosto rilevanti nella sua campagna. Neil Irwin li indica nel suo silenzio sulla politica monetaria, che era parso essere guardingo ma ha finito coll’apparire evasivo; John Cassidy li indica nel suo non saper offrire alcuna autocritica per gli errori passati, che probabilmente aveva lo scopo di salvaguardare il proprio ‘spessore’ ma ha finito col dare l’immagine di un individuo incapace di correggersi.

Ma perché Summers [5] ha fatto questi errori? In parte perché è il  genere dell’accademico ‘tagliente’ [6], il terrore delle aule da seminari, a cui piace giocare all’operatore politico – e come operatore politico, egli è un grande accademico. Ma c’è, direi, un tema più ampio: Summers non ha riconosciuto la misura in cui il mondo politico è cambiato. Egli ha scrupolosamente coltivato una immagine di Persona Molto Seria, in un mondo nel quale l’essere Persone Molto Serie da un segno di distinzione è diventato un disvalore, sia a destra che a sinistra.

Ci si rifletta. Coltivare una reputazione di Seriosità non vi aiuta a destra, in un contesto nel quale il Partito Repubblicano è più o meno impegnato in stravaganti dottrine economiche, e dove il leader intellettuale del Partito Repubblicano è universalmente riconosciuto come un evidente ‘sparaballe’ [7].

Nel frattempo, molti se non tutti i Democratici sono ben consapevoli che le Persone Molto Serie, nel passato decennio ed oltre, hanno avuto torto su ogni cosa, dai rischi della deregolamentazione finanziaria alle paure degli inesistenti ‘guardiani dei bonds’. Essere percepito come il nuovo Robert Rubin [8] poteva sembrare una cosa furba, diciamo, nel 2008; è una cosa peggio che inutile ai nostri giorni.

Io suppongo che Summers potrebbe ancora ottenere l’incarico – ma in questo caso, sarebbe puramente a seguito della volontà del Presidente di spendere un notevole capitale politico sul suo conto. Il punto è che la condotta che si pensava facesse si Summers una scelta sicura ha finito effettivamente per farlo diventare non attraente ad entrambi gli schieramenti.


 


[1] Naturalmente perché è in ballo anche una candidatura femminile, quella di Janet Yellen, attuale VicePresidente:

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[2] Il riferimento è ad un articolo di ricostruzione delle varie posizioni, apparso di recente con il titolo “Paura di una Presidente femmina alla Fed”. L’articolo, tra l’altro, ricorda la posizione apparsa in un editoriale del Wall Street Journal, dove l’argomentazione è in un certo senso invertita (il timore deriverebbe dal fatto che ambienti ‘liberal’ ne starebbero facendo una questione di genere …) e dove si dà anche notizia di un esplicito forte sostegno alla candidatura della Yellen da parte di Nancy Pelosi.

[3] Garry Wills è un prolifico scrittore, giornalista e storico americano, esperto di storia della Chiesa cattolica.

[4] MTV è la denominazione di una canale televisivo che sta per “Musica Televisiva”, ma che in seguito si è specializzato in ‘reality shows’ indirizzati ad un pubblico adolescenziale.

[5] Lawrence Henry “Larry” Summers (New Haven, 30 novembre 1954) è un politico, economista e accademico statunitense, direttore del Consiglio Economico Nazionale dal 2009 al 2010.

Vincitore della John Bates Clark Medal nel 1993 per i suoi studi macroeconomici, è stato Segretario al Tesoro degli Stati Uniti per l’ultimo anno e mezzo della presidenza Clinton e rettore dell’Università di Harvard dal 2001 al 2006. Summers è nipote dei celebri economisti Paul Samuelson e Kenneth Arrow (Wikipedia)

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[6] Come si noterà, questa traduzione è piena di divertenti passaggi complicati. “Whip-smart” significa letteralmente “frusta intelligente”. Ovvero, dice UrbanDictionary, “come una frusta schiocca e schianta ….così qualcuno che è ‘whip-smart’ e capace di venir fuori in modo succinto con risposte molto dirette”.

[7] Letteralmente “Uomo Fandonia” (etichetta a suo tempo appiccicata da Krugman a Paul Ryan, se non sbaglio).

[8] Robert Rubin (New York, 29 agosto 1938) è un politico statunitense. È stato il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti tra il 1995 e il 1999 durante il primo e il secondo mandato dell’amministrazione Clinton.

Prima del suo mandato governativo ha trascorso ventisei anni alla Goldman Sachs, dove è stato membro del consiglio di amministrazione e dove ha ricoperto il ruolo di Co-Presidente dal 1990 al 1992.

Negli anni che sono seguiti al suo impegno di governo, Robert Rubin è stato Direttore di Citigroup dove ha anche ricoperto temporaneamente il ruolo di Presidente da novembre a dicembre 2007. Il 9 gennaio 2009 Citigroup ha annunciato il suo esonero dall’incarico per le deludenti performance durante la sua direzione.

L’andare a tentoni sul caso Fed (30 luglio 2013)

luglio 30, 2013

 

July 30, 2013, 9:04 am

The Fed Fumble

Over at FT Alphaville, Cardiff Garcia says the right things about the Yellen affair:

Politics really isn’t our thing, but more believable for now is simply that the White House didn’t do its homework, failed to anticipate the backlash, and is now clumsily trying to figure out how to handle it.

The politics is unavoidable, of course. But we would just emphasise again that strictly on the merits, you hardly need to make an anti-Summers case to prefer Yellen.

One does have the sense that economic policy discussion in the WH has grown dangerously insular; just about anyone outside, if asked, could have told them what a mess they’d make by floating the idea of choosing Summers over Yellen. But they seemed blissfully unaware of what was coming.

 

L’andare a tentoni sul caso Fed

 

Su FT Alphaville, Cardiff Garcia dice cose giuste sull’ ‘affare Yellen’:

“In realtà la politica non è il nostro pane quotidiano, ma per il momento la cosa più credibile è semplicemente che la Casa Bianca non abbia fatto i suoi compiti a casa, non sia riuscita a prevedere una reazione fortemente negativa, ed ora stia goffamente cercando di capire come gestire la faccenda.”

La politica, ovviamente, è inevitabile. Ma noi vorremmo ancora dare rilievo al fatto che, strettamente dal punto di vista del merito, non c’è alcun bisogno di trasformare la preferenza per la Yellen in un caso anti Summers.

Si ha proprio l’impressione che il dibattito di politica economica alla Casa Bianca si evolva in modi pericolosamente angusti; se richiesti, praticamente tutti fuori da là li avrebbero avvertiti del casino nel quale si sarebbero messi mettendo in giro l’idea di scegliere Summers sulla Yellen. Ma sono apparsi beatamente inconsapevoli di quanto ne sarebbe derivato.

La paura della schiuma (29 luglio 2013)

luglio 29, 2013

 

July 29, 2013, 7:04 am

Fear of Froth

Carola Binder parses President Obama’s big interview with the Times, and thinks it hints at a Summers, or anyway non-Yellen appointment. Maybe; in any case, can I say just how really stupid it is for the White House to have allowed this show even to get started? Here we have Obama trying to reboot his economic message, and much of the reporting is instead focused on palace intrigue.

Anyway, the passage in question is striking; whatever it says about the Fed succession, it does give us a sense of how the people Obama listens to talk. And it’s not good:

And what I’m looking for is somebody who understands the Fed has a dual mandate, that that’s not just lip service; that it is very important to keep inflation in check, to keep our dollar sound, and to ensure stability in the markets. But the idea is not just to promote those things in the abstract. The idea is to promote those things in service of the lives of ordinary Americans getting better.

And when unemployment is still too high, and long-term unemployment is still too high, and there’s still weak demand in a lot of industries, I want a Fed chairman that can step back and look at that objectively and say, let’s make sure that we’re growing the economy, but let’s also keep an eye on inflation, and if it starts heating up, if the markets start frothing up, let’s make sure that we’re not creating new bubbles.

So, here we are with inflation at a long-term low, many economists arguing that we need higher inflation expectations, and unemployment the overwhelming problem we face. Yet Obama appears if anything to give more emphasis to inflation-fighting than to unemployment reduction, and throws in stuff about bubbles; basically, he has a definite tight-money lean. I don’t know who it’s coming from.

And this has, by the way, been true all along. Back in the fall of 2009 the word I got was that senior Administration officials believed that we were in a Treasury bubble,and that long-term interest rates — then around 3.5 percent — might soar any day now. This in turn was partly behind the disastrous “pivot” away from unemployment to deficits.

The bad news from that Times interview is that it suggests that the president is still listening to the people who were telling him, four years ago, to be afraid of surging rates unless we turned to fiscal austerity. Not good.

 

La paura della schiuma

 

Carola Binder elogia la importante intervista del Presidente Obama con il Times e pensa che essa alluda ad una nomina di Summers, comunque non della Yellen. Può darsi: in ogni caso, posso semplicemente dire quanto sia stato davvero stupido per la Casa Bianca aver consentito questo spettacolo prima ancora di cominciare? Ecco che abbiamo un Obama che cerca di rinforzare il suo messaggio sull’economia, e gran parte della stampa si concentra sugli intrighi di palazzo.

In ogni modo, il passaggio in oggetto è impressionante; qualsiasi cosa significhi sulla successione alla Fed, ci dà proprio il senso di come parla la gente che Obama ascolta. E non è una bella sensazione:

“E quello che sto cercando è qualcuno che capisca che la Fed ha un mandato duplice, che non è solo una promessa di facciata; che è molto importante tenere l’inflazione sotto controllo, mantenere sano il dollaro ed assicurare la stabilità sui mercati. Ma l’idea non è solo quella di promuovere queste cose in astratto. L’idea è promuovere queste cose al servizio di un miglioramento della vita degli americani comuni.

E quando la disoccupazione è ancora troppo alta, ed è troppo elevata la disoccupazione di lungo periodo, e c’è ancora una domanda troppo debole in una quantità di industrie, io voglio un Presidente della Fed che sappia fare un passo indietro e guardare a tutto questo obiettivamente e dire, assicuriamoci di far crescere l’economia, ma teniamo anche un occhio sull’inflazione, e se essa comincia a riscaldarsi, se i mercati cominciano a far schiuma, assicuriamoci che non stiamo creando nuove bolle.”

Dunque, a questo punto noi siamo con un’inflazione a lungo termine bassa, con molti economisti che sostengono che abbiamo bisogno di più alte aspettative di inflazione, e con una disoccupazione che è di gran lunga il più grave problema che abbiamo dinanzi. Tuttavia Obama appare piuttosto porre maggiore enfasi nella lotta all’inflazione che non nella riduzione della disoccupazione, e ci aggiunge questa roba sulle bolle: fondamentalmente, mostra una chiara inclinazione a favore di una restrizione monetaria. Non capisco da chi la tiri fuori.

E questo, per inciso, è stato così da sempre.

Nel passato autunno del 2009 quello che potevo dire era che i dirigenti  della Amministrazione credevano che fossimo in una bolla del Tesoro, e che i tassi di interesse a lungo termine – allora attorno al 3,5 per cento – avrebbero potuto schizzare in alto in ogni momento. A sua volta, questo in parte contribuì al disastroso “spostamento di attenzione” dalla disoccupazione ai deficit.

La cattiva notizia che viene dall’intervista al Times è che essa indica che il Presidente sta ancora ascoltando la gente che, quattro anni orsono, gli diceva di preoccuparsi  dei tassi in crescita se non si fosse passati alla austerità della finanza pubblica. Non è bene.

Questa è fantastica (28 luglio 2013)

luglio 28, 2013

 

July 28, 2013, 6:12 am

That Is Cool

Greg Sargent finds Marco Rubio trying to redefine the nature of budget blackmail, declaring that it’s not about Republicans threatening to shut down the government unless Obama defunds heath reform; it’s about Obama threatening to shut down the government unless he gets to implement the law. No, really. Rubio:

I think the real question is: Is Barack Obama willing to shut down the government over ObamaCare? In essence, I think we should pay our military. I think we should fund the government. I just don’t think we should fund ObamaCare. And what the President is saying is we either fund ObamaCare or we don’t fund anything. And I think that’s an unreasonable position. And that’s the position he’s taken and the Democrats have taken.

So, where have I heard that before? In Lincoln’s Cooper Union address, in which he talks of slave interests declaring that they will break up the Union if Northerners vote in a Republican, which will make secession the fault of … anti-slavery forces:

That is cool. A highwayman holds a pistol to my ear, and mutters through his teeth, “Stand and deliver, or I shall kill you, and then you will be a murderer!”

Old Abe would have recognized today’s Republicans — and would probably have been saddened that this modern equivalent of the people he fought against bear the name, though none of the spirit, of his party.

 

Questa è fantastica

 

Greg Sargent ritiene che Marco Rubio [1]stia cercando di ridefinire la natura del ricatto sul bilancio, dichiarando che esso non consisterebbe nella minaccia dei Repubblicani di interrompere le funzioni del Governo a meno che Obama non elimini i finanziamenti alla riforma sanitaria, ma piuttosto nella minaccia di Obama di interrompere le funzioni di governo se non ottiene i finanziamenti alla legge. In realtà non è così. Rubio:

“Io penso che la domanda vera sia: vuole Barack Obama interrompere ogni funzione governativa sul caso della sua riforma della assistenza? In sostanza, io penso che noi dovremmo pagare il nostro esercito. Io penso che dovremmo finanziare le funzioni di governo. Io semplicemente non penso che dovremmo finanziare la riforma della assistenza sanitaria di Obama. E quello che il Presidente sta dicendo è che o finanziamo quella riforma o non finanziamo niente. Io penso che quella sia una posizione irragionevole, e quella è la posizione che hanno assunto lui ed i Democratici.”

Dunque, dove l’avevo già sentita in precedenza?  Nel discorso di Lincoln alla Cooper Union [2], nel quale egli parlava degli interessi degli schiavi a dichiarare che avrebbero fatto saltare l’Unione se i Nordisti avessero scelto col voto un repubblicano, con il che la secessione sarebbe stata colpa …. delle forze contrarie alla schiavitù:

“Questa è fantastica. Un brigante mi punta la pistola all’orecchio, e mi biascica attraverso i denti: “Alzati in piedi e dammi quello che voglio, o ti ammazzerò, dopodiché tu sarai un assassino!”

Il vecchio Abe avrebbe riconosciuto i repubblicani di oggi – e probabilmente sarebbe stato rattristato che questo moderno equivalente delle gente contro la quale aveva combattuto porti il nome del suo Partito, per quanto non conservi niente del suo spirito.



[1] Marco Rubio è il più giovane Senatore repubblicano della Florida.

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[2] La Cooper Union for the Advancement of Science and Art (più comunemente chiamata Cooper Union) è un’università privata a Manhattan, New York City. La Cooper Union, fondata nel 1859 da Peter Cooper, creò un modello nuovo e radicale per l’educazione universitaria in America. La sua missione riflette la convinzione fondamentale che l’educazione della massima qualità debba essere “libera e gratuita come l’aria e l’acqua” e debba essere disponibile a tutti indipendentemente della propria razza, religione, sesso o classe sociale. Per centocinquant’anni l’università ha ammesso studenti in base esclusivamente al merito e garantito una borsa di studio comprendente l’intero costo della scuola (Wikipedia).

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Il Paradiso ancora perduto di Milton (27 luglio 2013)

luglio 27, 2013

 

July 27, 2013, 8:33 am

Milton’s Paradise, Still Lost

Robert Skidelsky has an interesting note asking why quantitative easing has received so much stress in recent economic debates. Its effectiveness is, after all, questionable — whereas there is overwhelming evidence that fiscal policy works as advertised.

Skidelsky is right, I think, to downplay the idea that it’s all welfare for the financial service sector. After all, many of the most bitter critics of QE come from Wall Street.

He argues that the affection for QE comes, instead, from the alluring prospect — to some conservatives, at least — of getting economic stabilization without any need for activist government outside the narrow sphere of monetary policy. What he doesn’t say clearly, at least in this piece, is that this was the allure of old-fashioned monetarism too. Just stabilize the money supply, declared Milton Friedman, and we don’t need any of this Keynesian stuff (even though Friedman, when pressured into providing an underlying framework, basically acknowledged that he believed in IS-LM). Why, if only the Fed had stabilized M2, there would have been no Great Depression!

Friedman’s money supply rule soon proved itself inadequate, but a more flexible kind of monetarism — one that still left no role for fiscal policy — did end up ruling conventional wisdom from the mid-80s to 2007, the era of the Great Moderation. Then came the Great Recession, the Fed funds rate came up against the zero lower bound, and we were banished from the monetarist paradise. In fact, as I’ve written on a number of occasions, recent experience pretty conclusively shows that Friedman’s claims about how easy it would have been to avert depression were all wrong.

Still, QE, in the eyes of its most enthusiastic advocates, can return us to Milton’s Eden. And they are determined to read the evidence as confirming that hopeful notion.

Yet there are many economists, myself included, who regard this view as highly unrealistic, yet support more aggressive Fed action all the same. Why? First, because it might help and is unlikely to do harm. Second, because the alternative — fiscal policy — may be of proven effectiveness, but is also completely blocked by politics. So the Fed’s efforts are all we have.

 

Il Paradiso ancora perduto di Milton [1]

 

Robert Skidelsky scrive una interessante nota chiedendosi perché la “facilitazione quantitativa” abbia ricevuto tante pressioni nei dibattiti recenti. Dopo tutto, si può dubitare della sua efficacia – mentre ci sono prove schiaccianti che la politica della spesa pubblica [2] funziona proprio come si dice.

Skidelsky ha ragione, penso, a minimizzare l’idea secondo la quale tutto dipenda da una forma di assistenza verso il sistema finanziario. Dopo tutto, molti delle critiche più aspre della FQ [3] vengono da Wall Street.

Egli sostiene che l’attaccamento alla FQ derivi, piuttosto, dalla allettante prospettiva – almeno per alcuni conservatori – di ottenere la stabilizzazione economica senza alcun bisogno di attivismo da parte del Governo, fuori dalla sfera ristretta della politica monetaria. Quello che egli non dice chiaramente, almeno in questa nota, è che questa era l’attrazione anche del monetarismo che andava di moda nel passato. Si stabilizzi semplicemente l’offerta di moneta, sosteneva Milton Friedman, e non avremo bisogno di questa roba keynesiana (anche se Friedman, quando veniva sollecitato a fornire il suo schema implicito, fondamentalmente ammetteva di credere nel modello IS-LM). Perché, se la Fed avesse solo stabilizzato l’aggregato monetario M2 [4], non ci sarebbe stata la Grande Depressione!

La regola dell’offerta di moneta di Friedman si mostrò rapidamente inadeguata, ma un tipo di monetarismo più flessibile – che pure continuava a non prevedere alcun ruolo per la politica della spesa pubblica – finì con l’imporsi sulla saggezza convenzionale dalla metà degli anni ‘80 al 2007, il periodo della cosiddetta Grande Moderazione. Poi venne la Grande Recessione, il tasso di sconto della Fed si scontrò con il limite inferiore di zero, e venimmo messi al bando dal paradiso monetarista. Di fatto, come abbiamo scritto in un certo numero di occasioni, l’esperienza recente dimostra abbastanza definitivamente che le tesi di Friedman su quanto fosse facile evitare la depressione fossero tutte sbagliate.

Eppure, la FQ, agli occhi dei suoi sostenitori più entusiasti, può tornare all’Eden di Milton. E sono determinati a leggere i fatti come se confermassero tale confortante concetto.

Tuttavia ci sono molti economisti, incluso il sottoscritto, che considerano questo punto di vista come altamente irrealistico, ma contemporaneamente sostengono una azione più aggressiva da parte della Fed. Perché? In primo luogo, perché  essa può dare un aiuto ed è improbabile che sia dannosa. In secondo luogo perché l’alternativa – la politica attiva della finanza pubblica – può essere di collaudata efficacia, ma è anche bloccata da scelte di natura politica. Cosicché gli sforzi della Fed sono ciò che abbiamo.


[1] Il Paradiso perduto (titolo originale: Paradise Lost), pubblicato nel 1667, è il poema epico in versi sciolti (blank verse) di John Milton, che racconta l’episodio biblico della caduta dell’uomo: la tentazione di Adamo e Eva a opera di Satana e la loro cacciata dal giardino dell’Eden.

[2] Come si spiega nelle note sulla traduzione, preferiamo non tradurre “fiscal policy” con “politica fiscale”, per la semplice ragione che “fiscale” in lingua italiana è qualcosa che attiene alle tasse (si veda, ad esempio, Devoto-Olli), mentre in lingua inglese è qualcosa che attiene in generale alle finanze pubbliche. Qualcuno potrebbe ritenerla una soluzione un po’ testarda, visto che il termine ormai sta entrando nel nostro linguaggio nel senso che ha nella lingua inglese. Il punto è che, anche se questo avvenisse, resterebbe una contraddizione. Mentre, infatti, in inglese la “fiscal policy” non è mai la “politica della tassazione” – perché il riferimento alle tasse avviene di norma con i termini “tax, tax rate, tax policy  etc.” – in italiano “politica fiscale” finirebbe con l’avere due significati, l’uno diverso dall’altro.

Quando poi il termine “fiscal policy”, come sopra, si riferisce con evidenza ad una “politica attiva ed antidepressiva” della finanza pubblica, possiamo talora tradurlo direttamente con il termine “politica della spesa pubblica”.

[3] Facilitazione Quantitativa.

[4] Per “M2” si intende l’aggregato di offerta di moneta che aggiunge al contante (M1) i depositi connessi, i depositi dei risparmi ed i finanziamenti non istituzionali del mercato monetario.

Le cose sono andate a pezzi (26 luglio 2913)

luglio 26, 2013

 

July 26, 2013, 9:32 am

Things Fell Apart

Ezra Klein has a good piece urging journalists to stop talking about the “center” — unless they first explain what they mean, which in practice would mean acknowledging that what they call the “center” isn’t at the center of anything, except maybe the prejudices of a self-referential elite.

Now, this wasn’t always true. There was a time when, as Ezra said, you could more or less define the center as the set of policy ideas that could gain bipartisan support and pass Congress — say, the early 80s Social Security fix or the 1986 tax reform. But that era ended in 1994, when the Gingrich brigades took over Congress. When you have a GOP so radical that Norm Ornstein feels compelled to clarify that its actions — its attempts to sabotage the law of the land — don’t quite rise to the standard of treason, the old notion that equated centrism with practical politics is utterly outdated.

So what do journalists mean when they talk about centrism? Today the term “centrist” is used for things like Simpson-Bowles, which are both desperately unpopular and impossible to enact as legislation. Meanwhile, extremely popular ideas, like breaking up big banks and raising taxes on high incomes, are treated as somehow radical.

This is not a helpful form of political analysis, and is all the worse because its unreasonable assumptions are kept implicit.

 

Le cose sono andate a pezzi

 

Ezra Klein scrive un buon articolo per spingere i giornalisti a smetterla di parlare di “centro” – senza anzitutto spiegare cosa intendono, il che in pratica significherebbe riconoscere che quello che chiamano “centro” non è al centro di nulla, se non forse dei pregiudizi di una classe dirigente autoreferenziale.

Ora, questo non è stato sempre vero. Ci fu un tempo nel quale, come dice Ezra, potevate più o meno definire il centro come un complesso di idee politiche che potevano guadagnare il sostegno bipartizan ed essere approvate dal Congresso – diciamo, la correzione della Previdenza Sociale nei primi anni ’80 o la riforma fiscale del 1986. Ma quell’epoca finì nel 1994, quando le brigate di Gingrich [1] si impossessarono del Congresso. Quando avete un Partito Repubblicano così estremista che Norm Ornstein [2] si sente costretto a chiarire che le sue iniziative – il suo tentativo di sabotare le leggi della nazione – non hanno esattamente le caratteristiche del tradimento, la vecchia idea che equiparava il centrismo ad una concreta politica diventa completamente superata.

Cosa intendono, dunque, i giornalisti quando parlano di centrismo? Oggi il termine “centrista” è utilizzato per cose come le posizioni di Simpson-Bowles, che sono disperatamente impopolari ed anche impossibili ad essere deliberate come legislazione. Di contro, idee estremamente popolari, come mandare a pezzi la grandi banche e alzare le tasse sugli alti redditi, sono considerate in qualche modo radicali.

Questa non è una forma utile di analisi politica, e tutto è anche peggio perché i suoi irragionevoli assunti sono ritenuti impliciti.


 


[1] Newton Leroy Gingrich (Harrisburg, 17 giugno 1943) è un politico statunitense, dirigente nazionale del Partito repubblicano.

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[2] Norman J. Ornstein è un politologo americano e ricercatore presso l’ American Enterprise Institute di Washington. Scrive frequentemente sul “centrista” Washington Post.

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Stiglitz, Minsky ed Obama (25 luglio 2013)

luglio 25, 2013

 

 

July 25, 2013, 2:56 pm

Stiglitz, Minsky, and Obama

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Household debt as % of personal disposable income

 

I haven’t commented so far on the president’s economic speech, except to mock the journalists demanding “new ideas” for a very old-fashioned economic crisis. And as many people have pointed out, there weren’t any actual policy proposals.

What we got instead was a narrative, which is no small thing, since it was very much not the narrative that has been dominating Washington discourse — including Obama’s own pronouncements — for three and a half years. Gone was the deficit/Grand Bargain obsession; instead, this was about a depressed economy, suffering mainly from inadequate demand, and how to fix it.

Within the demand-side camp there is, however, a somewhat subtle and polite but non-trivial divide; Obama mainly came down on one side of that divide, although whether this reflects conviction or political strategy (or simply the vagaries of speechwriting) is less clear.

What we all agree on is that this crisis was a-building for a long time, especially through rising household debt, as shown above. But why was household debt rising?

The president came down pretty much for what we might call a Stiglitzian view (although it’s widely held): debt was driven by rising inequality. The rich were taking an ever-larger share of the pie, but not spending to match, while working Americans took on ever more debt to make ends meet.

 

What’s the alternative? Minsky: debt exploded because the Great Depression was receding into the mists of forgetfulness, and both lenders and borrowers — enabled and encouraged by financial deregulation — forgot the dangers of leverage.

 

Personally, I’m more of a Minskyite than a Stiglitzian, although not 100%; although things like subprime lending were, I believe, mainly about forgetting the past, Elizabeth Warren’s old work on bankruptcy pretty clearly shows that at least some families took on excess debt as a result of rising inequality. But I’m inherently suspicious of any story that makes economics a morality play in which all bad results come from things you consider bad for other reasons too; making soaring inequality the cause of our macro woes too is a bit too, well, comfortable for us liberals.

Also, there’s a danger in the Stiglitzian approach, namely that people might conclude that fixing the short-run shortfall in demand must wait until we fix the long-run problem of inequality, which is going to be very hard and a long time coming. We need stimulus, or at least an end to austerity, now, even if restoring a middle-class society isn’t going to happen any time soon.

I wouldn’t make too much of these differences; in practice Stiglitzians and Minskyites agree on what should be done,and it’s good to see the president finally talking about the right things. Still, it is interesting to see where he put his emphasis.

 

Stiglitz, Minsky  ed Obama

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Debito delle famiglie come % del reddito personale disponibile

 

Non ho sinora commentato il discorso economico del Presidente, se non per ironizzare con i giornalisti che chiedono “nuove idee” per una crisi economica con caratteri molto antichi. E, come hanno sottolineato in molti, non ci sono state effettive proposte politiche.

Quello che abbiamo invece avuto è stato un racconto, che non è una piccola cosa, dal momento che si è trattato di un racconto del tutto diverso da quello che ha dominato il dibattito politico a Washington per tre anni e mezzo – inclusi i pronunciamenti di Obama. Uscita di scena l’ossessione sul deficit e sulla Grande Intesa; questo racconto ha piuttosto riguardato una economia depressa, principalmente sofferente per una domanda inadeguata, e sul modo in cui farvi fronte.

All’interno dello schieramento dal lato della domanda, tuttavia, appare in qualche modo una divisione sottile e garbata ma non banale; Obama fondamentalmente si schiera da un lato di quella divisione, sebbene sia meno chiaro se questo rifletta una convinzione od una strategia politica (o semplicemente le stravaganze di chi scrive i discorsi).

Quello su cui tutti concordiamo è che quella crisi è stata una costruzione di lungo periodo, specialmente attraverso una crescita del debito delle famiglie, come mostrato nel diagramma sopra. Ma perché quella crescita del debito delle famiglie?

Il Presidente si colloca in buona misura su quello che potremmo chiamare un punto di vista “stiglitziano” [1](per quanto sia fatto proprio da molti): il debito è stato spinto dalla ineguaglianza crescente. I ricchi venivano facendo propria una fetta sempre più larga della torta, ma non spendevano conseguentemente, mentre gli americani che lavorano si impegnavano in  un debito sempre maggiore per tirare avanti in qualche modo.

Quale è l’alternativa? E’ Minsky [2]: ovvero il debito è esploso perché la Grande Depressione era arretrata nelle nebbie del dimenticatoio, e sia i prestatori che i creditori – autorizzati ed incoraggiati dalla deregolamentazione finanziaria – avevano dimenticato i pericoli di un crescente rapporto di indebitamento.

Personalmente, io sono più un “minskyano” che non uno “stiglitziano”, sebbene non al 100%; per quanto creda che cose come i prestiti subprime abbiano principalmente a che fare con il dimenticare il passato, il vecchio lavoro di Elizabeth Warren sulla bancarotta mostra chiaramente che almeno qualche famiglia si è affidata ad un debito eccessivo come conseguenza di una diseguaglianza crescente. Ma io sono intimamente sospettoso di ogni storia che faccia diventare l’economia una specie di racconto morale, nel quale tutti i cattivi risultati derivano da cose che si considerano deplorevoli anche per altre ragioni; diciamo così, far diventare il picco dell’ineguaglianza la causa dei nostri guai economici è un po’ troppo facile per noi progressisti.

Inoltre, c’è un pericolo nell’approccio stiglitziano, e precisamente che la gente potrebbe concludere che riparare la caduta nel breve termine della domanda possa attendere, nel mentre ci applichiamo a riformare i problemi di lungo periodo dell’ineguaglianza, la qual cosa sarebbe destinata ad essere assai difficile ed a chiedere tempi lunghi. Noi abbiamo bisogno adesso di misure di sostegno, o almeno di porre fine all’austerità, anche se ripristinare una società della classe media non è cosa destinata ad accadere nel breve periodo.

Non vorrei dare troppa importanza a queste differenze; in pratica gli “stiglitziani” ed i “minskyani” sono d’accordo su quello che si dovrebbe fare, ed è bene vedere che il Presidente finalmente parla di queste cose giuste. Eppure, è interessante vedere dove ponga la sua enfasi.


 

 


[1] Joseph Eugene Stiglitz (nato I 9 febbraio del 1943) è un economista Americano e professore alla Columbia University. Ha ottenuto il Premio Nobel in Scienze economiche nel 2001. E’ stato vicepresidente anziano e capoeconomista alla Banca Mondiale e Presidente del Consiglio dei Consulenti economici durante la Presidenza Clinton. Nel 2009 venne nominato dal Presidente delle Nazioni Unire come presidente di una commissione per la riforma del sistema monetario e finanziario internazionale. E’ il caso di aggiungere che questa biografia è assolutamente sintetica (un esempio per molti: dal 2003 è anche membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali).

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[2] Hyman Philip Minsky (Chicago, 23 settembre 191924 ottobre 1996) è stato  un economista statunitense, collocabile vicino al filone dei post-keynesiani, noto per la sua teoria dell’instabilità finanziaria e sulle cause delle crisi dei mercati. Nel suo libro principale (Keynes e l’instabilità del capitalismo, 2008) ha studiato i processi di finanziarizzazione dell’economia, della creazione di bolle speculative e delle successive crisi, come fenomeni caratteristici delle società capitalistiche, alla luce di una lettura keynesiana del funzionamento dei meccanismi economici. Probabilmente è la figura principale di economista keynesiano degli ultimi decenni, ampiamente sottovalutato, sino almeno alla crisi finanziaria del 2008. Un economista italiano che sottolineò la sua importanza fu Silvano Andriani, nel suo importante  “L’ascesa della finanza”, del 2006. Krugman stesso ha varie volte scritto di questa sottovalutazione, in un certo senso per il passato ammettendola anche da parte sua. In occasione del Convegno di Berlino uno dei principali esponenti di questo neo-minskysmo, Steve Keen, polemizzò abbastanza aspramente con Krugman, provocando alcuni suoi interventi (“Minsky e la metodologia”, post del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario”, post sempre del 27 marzo 2012; “Misticismo bancario. Continuazione”, post del 30 marzo 2012).

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Deficit e tassi di interesse – La storia (25 luglio 2013)

luglio 25, 2013

 

July 25, 2013, 8:46 am

Deficits and Interest Rates — The History

I occasionally see people arguing that the historical association — that is, pre-crisis — between budget balances and interest rates presents some kind of challenge to conventional macroeconomics. (Oddly, you see this from both left and right; the Wall Street Journal, for example, was very much for deficits before it was against them). But is there really any problem?

Let’s start in the mid-1980s; huge changes in expected inflation make it harder to parse what went before. Here’s what you see (the fiscal balance is shown so that an upward movement is a fall in the deficit or a rise in the surplus):

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Clearly, the association goes the “wrong” way: bigger surpluses (lower deficits) are, on average, associated with higher, not lower, interest rates. Macroeconomics is all wrong!

Or maybe not. Look at the recession bars — and bear in mind that each recession over this period was followed by an extended “jobless recovery” that felt like a continuing recession, and was met with further Fed easing. What’s really going on here is that the business cycle is driving both deficits and interest rates. The recession of 1990-91 (driven by the S&L crisis and a burst bubble in commercial real estate) drove up the deficit, and also led to Fed easing; the recession of 2001 (dotcoms and telecomms) did the same; the recession of 2007-9 (end of the world, basically) did it on a scale that pushed the deficit to record levels and interest rates down to zero.

There isn’t a puzzle here unless you insist on believing that budget deficits are events that have nothing to do with what is going on in the larger economy.

 

Deficit e tassi di interesse – La storia

 

Occasionalmente ho osservato persone sostenere che la associazione storica – cioè, nel periodo precedente alla crisi – tra equilibri di bilancio e tassi di interesse contiene una sorta di sfida alla macroeconomia convenzionale (stranamente, è una cosa che si osserva sia a destra che a sinistra; il Wall Street Journal, ad esempio, era assai favorevole ai deficit prima di essere contrario). Ma c’è qua sul serio un qualche problema?

Partiamo dalla metà degli anni ’80; grandi cambiamenti nella inflazione attesa rendono più difficile analizzare quello che era successo in precedenza. Ecco quello che si nota (il bilancio finanziario pubblico è mostrato in modo che un movimento verso l’alto è una caduta del deficit od una crescita del surplus [1]):

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Chiaramente, la associazione va nel modo “sbagliato”: surplus più grandi (o deficit minori) sono, in media associati con tassi di interesse più elevati, non più bassi. La macroeconomia è tutta sbagliata!

O forse no. Si guardi alle barre delle recessioni [2] – e si tenga a mente che ogni recessione in questo periodo è stata seguita da una prolungata “ripresa senza posti di lavoro” che è stata ‘sentita’ come una prosecuzione della recessione, ed è stata affrontata con ulteriori facilitazioni monetarie da parte della Fed. Quello che qua sta realmente accadendo è che il ciclo economico sta spingendo sia i deficit che i tassi di interesse. La recessione del 1990-91 (guidata dalla crisi delle banche locali e dallo scoppio di una bolla nel settore commerciale immobiliare) spinse in alto i deficit, e indusse la Fed a facilitazioni; la recessione del 2001 (società informatiche e delle telecomunicazioni) fece lo stesso; la recessione del 2007-2009 (uno schianto, fondamentalmente) lo ha fatto in una dimensione che ha spinto il deficit a livelli record ed i tassi di interesse vicini allo zero.

In questo non c’è alcun mistero, a meno che non si insista a credere che i deficit di bilancio siano eventi che non hanno niente a che fare con quello che sta succedendo nell’economia più in generale.


[1] Inoltre, la riga verde indica i tassi di interesse dei buoni del Tesoro e quella blu i surplus o i deficit del bilancio federale espresso come percentuale sul PIL.

[2] I segmenti verticali grigi, che hanno diversa ampiezza in dipendenza dalla durata temporale dei periodi di effettiva recessione, intesa in termini tecnici, ovvero come il periodo di effettiva riduzione del PIL per alcuni trimestri successivi.

Ridateci la macroeconomia di una volta (25 luglio 2013)

luglio 25, 2013

 

 

July 25, 2013, 8:14 am

Gimme That Old-Time Macroeconomics

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Historical Statistics of the United States, Millennial Edition; Bureau of Labor Statistics

Both Steve Benen and Ed Kilgore get annoyed at fellow journalists complaining that there aren’t any “new ideas” in Obama’s latest. But why should there be?

It was clear early on that this was a crisis very much in the mold of previous financial crises. Once you realized that financial instruments issued by shadow banks — especially repo, overnight loans secured by other assets — were playing essentially the same role as deposits in previous banking crises, it was clear that we already had all the tools we needed to make sense of what was going on. And we also had all the tools we needed to formulate an intelligent policy response — all the tools we needed, that is, except a helpful economics profession and policymakers with a good sense of whose advice to take.

As Mark Thoma memorably remarked, new economic thinking appeared to consist largely of rereading old books. Brad DeLong says that it was all in Walter Bagehot; I think that this is true of the financial crisis of 2008, but that to understand the persistence of the slump we need Irving Fisher from 1933 and John Maynard Keynes from 1936. But anyway, this is not new terrain.

True, there have been some sort-of new ideas in the crisis: the idea that cutting spending is actually expansionary (although Herbert Hoover was all over that), the notion that there is a magic anti-growth cliff at 90 percent debt/GDP. But these new ideas were wrong, and have collapsed in the face of the evidence.

Maybe we need new ways to phrase our arguments; that’s what Obama was doing yesterday, and I’m still trying to figure out whether his new take is useful. But the amazing thing about this slump has been how utterly comprehensible it is — and the absolute refusal of so many people, economists and not, to accept a framework that has worked just fine.

 

 

Ridateci la macroeconomia di una volta

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Statistiche Storiche degli Stati Uniti, Edizione del Millennio; Bureau of Labor Statistics [1]

 

Sia Steve Benen che Ed Kilgore si sono irritati con colleghi giornalisti per la lamentela sulla assenza di “nuove idee” nell’ultimo discorso di Obama. Ma perché dovrebbero esserci?

Era chiaro sin dagli inizi che questa fosse una crisi molto sul modello delle precedenti crisi finanziarie. Una volta che si era compreso che gli strumenti finanziari emessi dalle ‘banche ombra’ – specialmente i repo e i prestiti overnight garantiti da altri assets – stavano giocando esattamente lo stesso ruolo dei depositi nelle precedenti crisi bancarie, era chiaro che avevamo già tutti gli strumenti di cui c’era bisogno per afferrare quello che stava accadendo. Ed avevamo anche tutti gli strumenti necessari per formulare una risposta politica intelligente – tutti gli strumenti di cui avevamo bisogno, cioè, a parte una disciplina economica che aiutasse ed uomini politici capaci di intendere a quali consigli affidarsi.

Come Mark Thoma notò in modo memorabile, in nuovo pensiero economico pareva in gran parte consistere nella rilettura di vecchi libri. Brad DeLong dice che era tutto in Walter Bagehot; io credo che questo sia vero per la crisi finanziaria del 2008, ma per capire la persistenza della recessione abbiamo bisogno dello Irving Fisher del 1933 e di John Maynard Keynes del 1936. Ma in ogni caso non è un terreno nuovo.

E’ vero, ci sono state nella crisi alcune specie di nuove idee: l’idea che tagliare la spesa pubblica sia effettivamente espansivo (sebbene Herbert Hoover non era altro), il concetto che ci sia un magico precipizio contro la crescita al 90 per cento del rapporto debito/PIL. Ma queste nuove idee erano sbagliate e sono saltate dinanzi ai fatti.

Forse abbiamo bisogno di modi nuovi per esprimere i nostri argomenti; è quello che Obama stava facendo ieri, ed io sto ancora cercando di immaginare se il suo nuovo tentativo sia utile. Ma la cosa sorprendente a proposito di questa recessione è stata quanto essa fosse totalmente comprensibile – ed il rifiuto assoluto di così tante persone, economisti e no, di accettare uno schema che aveva proprio ben funzionato.



[1] Il diagramma confronta l’andamento del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti nei sei anni della crisi del 1892-1898 e nei sei anni della crisi 2007-2013, che, come si vede, è identico (si parte da una analoga condizione di ‘piena occupazione’, con un tasso al 4,5%, rapidamente si arriva oltre il 9% con i primi due anni della crisi, molto lentamente si scende nei secondi quattro anni, per collocarsi attorno  all’8 per cento ancora al sesto anno).

Un copione già visto, nella versione della politica monetaria e della finanza pubblica (24 luglio 2013)

luglio 24, 2013

 

July 24, 2013, 1:21 pm

Been There, Done That: Monetary and Fiscal Policy Edition

Noah Smith has a nice takedown of Martin Feldstein’s latest, which is the claim that the reason a vast expansion of the Fed’s balance sheet has produced no inflationary effect at all is the 0.25 percent — that’s right, 0.25 percent — rate of interest the Fed is paying on excess reserves.

Even if this were right, wouldn’t it suggest that the Fed’s expansion poses no inflationary risk? I mean, if all that alleged pressure can be completely contained with a 1/4 percent interest rate, how big a problem can it be?

But it’s not right, as Noah shows logically; and of course the example of Japan, which did massive QE without paying interest on reserves, and saw nothing happen, reinforces the point.

The remarkable thing is the desperation with which inflationistas keep conjuring up new explanations for a result –the failure of large increases in the monetary base to have an inflationary impact — that was fully predicted, in advance, by simple economic models. Instead of saying that a simple IS-LM framework, or a New Keynesian analysis along the same general lines, has worked very well — and that whatever other model they were using failed the test — they keep coming up with excuses. It’s Obamacare! It’s interest on reserves! It’s the decline of traditional marriage! OK, they haven’t used that last one yet, but give them time.

And let me admit that I’m especially exasperated — actually, about the fiscal as well as monetary arguments — because I went over all this ground fifteen years ago.

Look, please, at my Brookings Paper on the liquidity trap (pdf), especially pp. 155-159. (Those are pages in the volume — the paper isn’t that long). You’ll find me explaining that once you’re up against the zero lower bound:

1. Changes in government spending are still effective, with a multiplier of 1, even with full Ricardian equivalence.

2. Unless you break that equivalence, it doesn’t matter how government spending is financed; “helicopter money” makes no difference.

3. Even very large increases in the monetary base will have no effect if seen as temporary.

4. Large increases in the base are likely to show up partly in increased cash holdings, partly in a large rise in excess bank reserves; this rise in excess reserves tells you nothing about whether the problem lies in the banking system, since it will happen even if the banks are perfectly OK.

So you can see why it was so frustrating to see reputable economists get all of these things wrong in the early years of the crisis; and some of them seem determined to keep getting them wrong even now.

Look, we have a framework here that has been a stunning success in practice. Why won’t you guys admit it?

 

Un copione già visto [1], nella versione della politica monetaria e della finanza pubblica.

 

Noah Smith ha una bella annotazione sull’ultimo articolo di Martin Feldstein, che è la tesi per la quale la ragione della totale mancanza di effetti inflazionistici   da parte dell’ampia espansione del bilancio patrimoniale delle Fed è il tasso di interesse dello 0,25 per cento – è corretto, 0,25 per cento – che la Fed sta pagando sulle riserve in eccesso.

Anche se questo fosse giusto, non suggerirebbe che l’espansione della Fed non costituisce alcun rischio inflazionistico? Voglio dire, se tutta quella pretesa pressione può essere interamente contenuta con un tasso di interesse di ¼ di punto percentuale, come può trattarsi di un gran problema?

Ma non è giusto, come Noah mostra logicamente; e naturalmente l’esempio del Giappone, che mise in atto una massiccia “facilitazione quantitativa” senza pagare interessi sulle riserve, e non vide accadere niente, rafforza quel punto.

L’aspetto considerevole è la disperazione con la quale gli inflazionisti continuano a congetturare nuove spiegazioni per un risultato – il fatto che gli ampi incrementi nella base monetaria non abbiano avuto impatti inflazionistici – che era stato ampiamente previsto in anticipo, da semplici modelli economici. Piuttosto che ammettere che un semplice schema IS-LM [2], od una analisi neokeynesiana lungo la stessa generale falsariga, abbia funzionato molto bene – e che qualsiasi altro modello sia stato da loro utilizzato abbia fallito la prova – continuano a venir fuori con scuse. È la riforma della assistenza di Obama! Sono gli interessi sulle riserve! E’ il declino del matrimonio tradizionale! Va bene, quest’ultima non l’hanno ancora usata, ma dategli tempo.

E fatemi dire che sono in particolar modo esasperato – in effetti, sugli argomenti relativi alla spesa pubblica come su quelli monetari – perché considerammo tutte queste cose quindici anni orsono.

Si guardi, per favore, il mio Brookings Paper [3]sulla trappola di liquidità (in connessione in pdf), particolarmente alle pagine 155-159 (sono la pagine dentro quel volume, il saggio non è così lungo). Ci troverete la spiegazione per la quale, una volta che si finisca contro il limite inferiore dello zero [4]:

1 . i cambiamenti nella spesa pubblica sono ancora efficaci, con un moltiplicatore pari ad 1, anche in condizioni di piena equivalenza ricardiana [5].

2 . A meno che non si rompa quella equivalenza, non ha importanza come è finanziata la spesa pubblica: buttar giù soldi da un elicottero non fa alcuna differenza.

3 . Persino incrementi molto ampi nella base monetaria non avranno alcun effetto se saranno considerati temporanei.

4 . Ampi incrementi nella base monetaria è probabile che si manifestino in parte come aumentate disponibilità di contante, in parte come ampia crescita di riserve in eccesso da parte delle banche; questa crescita delle riserve in eccesso non ci dice niente sul fatto che il problema sia nel sistema bancario, dal momento che ciò accadrà anche se le banche sono interamente a posto.

Potete dunque constatare perché sia stato così frustrante vedere economisti rispettabili fare tutti quegli errori nei primi anni della crisi; ed alcuni di loro paiono determinati a continuare a farli anche adesso.

Vedete, abbiamo uno schema che in pratica ha avuto un successo impressionante. Perché mai, cari signori, non lo volete riconoscere?


[1] Questo è il senso di “been there, done that”, da non confondersi con “detto, fatto” che è tutt’altro significato. Vedi WordRefrence Forum del novembre 2006.

[2] Vedi le note sulla traduzione.

[3] Il saggio sulla serie dei “Brookings”, che è il nome di una Fondazione culturale e penso derivi da un nome proprio.

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[4] Per !zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

[5] Anche per questo, vedi le note sulla traduzione.

Ancora sul ciglio (24 luglio 2013)

luglio 24, 2013

 

July 24, 2013, 9:18 am

To The Brink, Again

If John Boehner is to be believed — which, admittedly, is a real question — Republicans are once again willing to push America into default and/or shut down the government if they don’t get their way. As Greg Sargent points out, this is amazing — and what’s equally amazing is how this is being treated as normal. Politics ain’t beanbag; but “I’ve got a bomb strapped to my chest, and the whole room gets it if you don’t hand over the money” is not normal tactics, especially if pursued repeatedly.

What adds to the awesomeness of the whole phenomenon is the absence of any halfway plausible rationale. To the extent that there ever was an economic justification for this brinksmanship — the claim that we were on the verge of a debt crisis, the claim that slashing spending would boost the economy — that justification has collapsed in the face of declining debt projections and overwhelming evidence that austerity has large negative impacts in a slump. True, as David Firestone notes, leading Republicans seem to have a hearing problem; they are so deep into their worldview that when, say, Ben Bernanke refutes that view they simply hear him saying the opposite of what he actually said.

Still, how can the GOP be acting this crazy again? This time around, it’s hard to see Obama caving in. So why the brinksmanship?

Well, my guess is that despite being drenched in reality-repellent, Republicans are beginning to suspect an inconvenient truth: Obamacare is not going to be a self-destroying train wreck. Instead, it’s going to work — not perfectly, not as well as it should, but well enough to help far more people than it hurts. And if that’s how it turns out, it will be irreversible. So here comes a last-ditch effort to stop it, at all costs.

But think about that for a moment: the cause for which the GOP is willing to go to the brink, breaking all political norms, threatening the US and world economies with incalculable damage, is the cause of preventing people with preexisting conditions and/or low incomes from getting health insurance. Apparently, the prospect that their fellow citizens might receive this help is so horrifying that nothing else matters.

 

Ancora sul ciglio

 

Se si deve credere a John Boehner – la qualcosa, ammettiamolo, è una questione non da poco – ancora una volta i Repubblicani sembrano aver voglia di spingere l’America al default e/o abbattere il Governo se non hanno quello che vogliono. Come Greg Sargent mette in evidenza, questo è stupefacente – e quello che è egualmente stupefacente è che la cosa venga presentata come normale. In politica non si usano i cuscini; ma dire “ho una bomba legata con una cinghia al mio torace e se non mi passate il malloppo salta tutto” non è una tattica normale, in special modo se è perseguita in continuazione.

Quello che si aggiunge di impressionante all’intero fenomeno è la assenza di una qualsiasi anche parziale plausibile spiegazione. Nella misura in cui ci sia mai stata una giustificazione economica per questa politica del rischio calcolato – la pretesa per la quale saremmo sull’orlo di una crisi da debito, la pretesa che abbattendo la spesa pubblica si incoraggerebbe l’economia – quella giustificazione è franata a fronte delle declinanti previsioni sul debito e della schiacciante testimonianza che l’austerità ha vasti impatti negativi in una recessione. In verità, come nota David Firestone, il gruppo dirigente repubblicano sembra avere un problema di ascolto; essi sono così sprofondati nella loro visione del mondo che quando, ad esempio, Ben Bernanke confuta il loro punto di vista, essi semplicemente intendono l’opposto di quello che effettivamente ha detto.

Eppure, come può il Partito Repubblicano impegnarsi una volta ancora in questa follia? Sarà difficile che in questo caso Obama possa ancora capitolare. Perchè dunque il calcolato arrischiato?

Ebbene, la mia impressione è che, nonostante siano immersi in una sostanza repellente alla realtà, stiano cominciando a sospettare una verità spiacevole: la riforma sanitaria di Obama non sembra somigliare ad un autodistruttivo deragliamento di una treno. Piuttosto sembra destinata a funzionare – non perfettamente, non così bene come dovrebbe, ma bene a sufficienza da aiutare molte persone, piuttosto che colpirle. Ecco dunque in arrivo uno sforzo all’ultimo respiro per fermarla, costi quello che costi.

Ma si pensi per un attimo a tutto ciò: la causa per la quale il Partito Repubblicano ha intenzione di giungere all’estremo limite, rompendo tutte le regole politiche, minacciando con incalcolabile danno l’economia americana e mondiale, è la stessa causa dell’impedire che le persone con preesistenti problemi sanitari e/o con bassi redditi ottengano l’assicurazione sanitaria. In apparenza, la prospettiva che i loro concittadini possano ricevere un tale aiuto è talmente spaventosa che niente altro ha importanza.

La morte dell’alta inflazione (23 luglio 2013)

luglio 23, 2013

 

July 23, 2013, 6:41 pm

The Death of High Inflation

Back home, although I got a bit worried when the gate agent in Edinburgh announced a delay. At least I think that’s what she announced. The truth is that I couldn’t understand most of what she said. Ah, Scotland.

Anyway, blogging may be limited by various real-life responsibilities. But I thought I’d post a quick calculation that might be of some interest.

As a number of people have been reminding us lately, talk of high inflation, nay hyperinflation, has been widespread ever since the Fed began trying to fight the Great Recession. And the failure of the predicted high inflation to appear has done nothing to shake their conviction that they have the truth, and that those of us who have been right are nonetheless wrong.

So, one thing I wonder about is the extent to which this attitude is reinforced not just by the usual crank tendencies, right-wing leanings, and so on, but also by the fact that economists love — looooove — to talk about runaway inflation, precisely because it’s something that’s so easy to explain: you run the printing presses to cover your deficits, and off you go.

Yet this is getting awfully stale.Not only has the promised high inflation failed to appear here in America, but high inflation has largely vanished everywhere.

I did a quick calculation using the IMF’s World Economic Outlook Database, which runs back to 1980. Year by year, how many countries had triple digit inflation in any given year? It looks like this:

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Basically, there was a wave of hyperinflations caused by the chaos following the breakup of the Soviet Empire, much like the wave after World War I; since then, Zimbabwe and nobody else.

Even double-digit inflation has become quite rare:

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There’s a brief spike around 2008; if you look at it, it turns out to be mainly small commodity-exporting countries pushed into big devaluations by the crisis, leading to one-time jumps in consumer prices. But then it was back to the downward trend.

There are, I think, a couple of morals here. One is that economics textbooks probably talk too much about high inflation; it’s a nice pedagogical set-piece, but not something that’s a real issue in today’s world. Another is that high inflation doesn’t happen just because a country’s rulers are spendthrifts or don’t know about the Emperor Diocletian or something; it is always associated with severe political and social disruption. To stand Milton Friedman on his head, high inflation is never and nowhere a merely monetary phenomenon.

 

La morte dell’alta inflazione

 

Di nuovo a casa, sebbene mi sia un po’ preoccupato quando la agente al gate di Edimburgo ha annunciato un ritardo. Almeno ho pensato che lo stesse annunciando. La verità è che non capivo granché di quello che stava dicendo. Ah, la Scozia!

In ogni caso, scrivere sul blog può ora essere limitato da alcune incombenze domestiche. Ma ho pensato che avrei pubblicato un rapido calcolo che potrebbe essere di un qualche interesse.

Come un certo numero di persone ci ha recentemente ricordato, parlare di alta inflazione, o meglio di iperinflazione, ha avuto una certa diffusione sin da quando la Fed cominciò a cercare di combattere la Grande Recessione [1]. E il fatto che quella elevata inflazione non si sia materializzata non ha scosso in nessun modo il  convincimento di possedere la verità da parte di chi la prevedeva, ed anche il convincimento  che quelli tra noi che avevano avuto ragione, nondimeno avessero avuto torto.

Dunque, la cosa che mi chiedo riguarda la misura in cui questa attitudine non sia semplicemente rafforzata dalle consuete stravaganze, dalle simpatie verso la destra o cose simili, ma anche dal fatto che gli economisti amino – intendo proprio amare! – parlare di inflazione fuori controllo, precisamente perché è una cosa semplice da spiegare: si va in stampa per coprire le proprie mancanze, e via!

Tuttavia questo sta diventando stantio. Non solo la promessa elevata inflazione non è apparsa qua in America, ma l’alta inflazione è in gran parte svanita dappertutto.

Ho fatto un rapido calcolo utilizzando il database dello World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, che risale al 1980. Anno dopo anno, quanti paesi hanno avuto in ogni specifico anno una inflazione a tre cifre? Viene fuori questo:

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Fondamentalmente, ci fu un’ondata di iperinflazioni provocata dal caos successivo al crollo dell’Impero Sovietico, proprio come dopo la Prima Guerra Mondiale; da allora, lo Zimbabwe e niente altro.

Persino l’inflazione a due cifre è diventata abbastanza rara:

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C’è stato un breve picco attorno al 2008: se lo si osserva, si scopre che è consistito principalmente nei piccoli paesi esportatori di materie prime che furono spinti dalla crisi a grandi svalutazioni, determinando balzi irripetibili nei prezzi al consumo. Ma poi si tornò al trend al ribasso.

In questo caso, penso, si possano trarre un paio di morali. Una è che i libri di testo di economia probabilmente parlano troppo di alta inflazione; è un comodo scenario pedagogico, ma non qualcosa che corrisponda ad un problema reale nel mondo di oggi. Un’altra è che l’alta inflazione non si manifesta solo perché i governanti di un paese sono spendaccioni, o perché non conoscono la storia dell’Imperatore Diocleziano, o qualcosa del genere; essa è sempre associata con gravi sconvolgimenti sociali e politici. Per stare al modo di ragionare di Milton Friedman, l’elevata inflazione non è mai e da nessuna parte un fenomeno meramente monetario.



[1] Come abbiamo notato altre volte, Krugman per Grande Recessione intende la crisi che ha avuto inizio nel 2007-8; dato che la crisi degli anni Trenta viene definita la Grande Depressione.

Questa volta era prevedibile (23 luglio 2013)

luglio 23, 2013

 

 

 

 

July 23, 2013, 4:04 am

This Time Was Predictable

Bruce Bartlett continues his interesting series on inflation panic, this time focusing on the economists and politicians who keep predicting runaway inflation year after year after year, and never seem to acknowledge having been wrong. I thought his analogy between Shadowstats and the “unskewed” polls predicting a Romney victory was especially apt.

But I do have a slight quarrel with Bartlett, who despite everything, I think, gives the inflationistas too much credit. First,he writes:

When the most recent recession began in December 2007, there was no reason at first to believe that it was any different from those that have taken place about every six years in the postwar era.

Actually, there was. Long before Reinhart and Rogoff circulated their piece on the aftermath of financial crises — an excellent piece of work, not to be confused with their unfortunately influential debt paper — it was already obvious to many people that we were looking at a “postmodern” recession like 1990-91 or 2001, which was likely to be followed by an extended jobless recovery. That is, this was not going to be a Fed-generated slump like 1981-82, which would be followed by a quick rebound once the Fed relented; it was a case of private-sector overreach, and was likely to go on for a long time.

Bartlett then goes on to say

During the inflation of the 1970s, most economists became convinced that if the Fed adds too much money and credit to the financial system it will inevitably cause prices to rise. Since the increase in the money supply in 2008 and 2009 was unprecedented, many economists reacted fearfully to the Fed’s actions.

Given the order of magnitude of the increase in bank reserves, from virtually nothing to more than $1 trillion almost overnight and now to more than $2 trillion, it was not unreasonable to be concerned about the potential for Zimbabwe-style hyperinflation.

Yes, it was unreasonable. If you had paid any attention to Japan, or to the revived theory of the zero lower bound (starting here) inspired by Japan’s experience, you knew full well that the Fed’s expanded balance sheet was mainly going to just sit there.

And that, in turn, gets at the true sin of the inflationphobes. They were wrong; well, that happens to everyone now and then. But the question is what you do when events prove your doctrine wrong — especially when they unfold almost exactly the way people with a different doctrine predicted. Do you admit that maybe your premises were misguided? Do you admit that maybe those other guys were on to something? Or do you just keep predicting the same thing, never admitting your past mistakes?

Guess what the answer turned out to be.

 

Questa volta era prevedibile

 

Bruce Bartlett continua la sua interessante serie sulla “inflazionefobia” [1], questa volta concentrandosi sugli economisti ed i politici che continuano a prevedere inflazione fuori controllo anno dopo anno e non sembrano mai riconoscere di aver avuto torto. Ho pensato che la sua analogia con Shadowstats [2] e con i sondaggi “non distorti” che prevedevano una vittoria di Romney fosse particolarmente appropriata.

Ma ho un leggero dissenso con Bartlett, penso che, nonostante tutto, dia troppo credito agli inflazionisti. All’inizio, egli scrive:

“Quando ebbe inizio la più recente recessione nel Dicembre del 2007, non c’era inizialmente alcuna ragione per credere che ci fosse una qualche differenza con quelle che erano avvenute quasi ogni sei anni nel periodo postbellico.”

In effetti, c’era. Molto prima che Reinhart e Rogoff mettessero in circolazione un loro pezzo sulle conseguenze delle crisi finanziarie – un eccellente lavoro, da non confondersi con il loro sfortunatamente influente saggio sul debito – era già evidente per molti che avevano osservato le recessioni “postmoderne” come quella del 1990-91 o del 2001, che fosse probabile che venissero seguite da prolungate riprese senza posti di lavoro. Ovvero, quella non era destinata ad essere una crisi del genere di quelle provocate dalla Fed nel 1981-82, che venivano seguite da un rapido rimbalzo una volta che la Fed si ammorbidiva; era un caso di eccessi nel settore privato, ed era probabile che proseguisse per un lungo periodo.

Bartlett poi prosegue dicendo:

“Durante l’inflazione degli anni ’70 gran parte degli economisti si vennero convincendo che se la Fed avesse aggiunto troppo denaro e credito nel sistema finanziario, ciò avrebbe inevitabilmente provocato un aumento dei prezzi. Dal momento che l’incremento nell’offerta di denaro nel 2008 e nel 2009 fu senza precedenti, molti economisti reagirono con paura alle azioni della Fed.

Dato l’ordine di grandezza delle riserve bancarie, virtualmente da zero sino a più di quasi mille miliardi di dollari ‘overnight’ [3]ed ora a più di duemila miliardi di dollari, non era irragionevole essere preoccupati di una iperinflazione sul modello dello Zimbabwe.”

Si, era irragionevole. Se aveste prestato una qualche attenzione al Giappone, od alla resuscitata teoria del ‘limite inferiore di zero’ (che parte da lì [4]) ispirata dall’esperienza del Giappone,  avreste compreso perfettamente che l’espansione degli equilibri contabili della Fed era principalmente destinata a fermarsi a quel punto.

Con il che, a sua volta, si arriva al vero peccato degli “inflazionofobi”. Essi sbagliarono, ed in effetti questo talvolta succede. Ma la domanda è cosa si fa quando i fatti provano che la vostra teoria è sbagliata – in particolare quando quei fatti quasi esattamente si svolgono nel modo in cui le persone con una diversa teoria avevano previsto. Si ammette che forse le vostre premesse erano fuorvianti? Si ammette che forse quelle altre persone parlavano con un certo fondamento? Oppure si continua a prevedere le stesse cose, senza mai riconoscere gli errori passati?

Immaginatevi la risposta.


[1] E’ il titolo dell’articolo in più puntate apparso sul New York Times. Bruce Bartlett è stato consulente nei Governi Reagan e Bush (padre), nonché collaboratore del congressista repubblicano Ron Paul.

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[2] Un sito di analisi economiche e statistiche; autore John William.

[3] Un deposito bancario è overnight se deve essere estinto il primo giorno lavorativo successivo a quello in cui è stato costituito, sicché la sua durata è di una sola notte. I depositi overnight sono uno dei tipi principali di depositi interbancari, quei depositi che, anziché essere fatti da un cliente ad una banca, sono fatti da una banca ad un’altra o alla banca centrale. Le banche che effettuano tali depositi investono a brevissima scadenza le loro eccedenze di liquidità, mentre le banche che li ricevono possono supplire a temporanee carenze, le une e le altre derivanti da squilibri nella distribuzione delle riserve libere. Attualmente queste operazioni avvengono per lo più nell’ambito di appositi mercati telematici organizzati, ma possono avvenire anche in base ad accordi bilaterali diretti tra gli operatori (over the counter). L’italiano e-MID, creato nel 1990 e privatizzato nel 1999, è stato il primo mercato telematico organizzato per i depositi interbancari ed è tuttora il mercato monetario di riferimento in Europa (Wikipedia, edizione italiana).

[4] Nella connessione un post del 2010 di Krugman, con il riferimento al suo studio del 1998. Per la teoria dello ‘zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

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