Blog di Krugman

Ridateci la macroeconomia di una volta (25 luglio 2013)

 

 

July 25, 2013, 8:14 am

Gimme That Old-Time Macroeconomics

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Historical Statistics of the United States, Millennial Edition; Bureau of Labor Statistics

Both Steve Benen and Ed Kilgore get annoyed at fellow journalists complaining that there aren’t any “new ideas” in Obama’s latest. But why should there be?

It was clear early on that this was a crisis very much in the mold of previous financial crises. Once you realized that financial instruments issued by shadow banks — especially repo, overnight loans secured by other assets — were playing essentially the same role as deposits in previous banking crises, it was clear that we already had all the tools we needed to make sense of what was going on. And we also had all the tools we needed to formulate an intelligent policy response — all the tools we needed, that is, except a helpful economics profession and policymakers with a good sense of whose advice to take.

As Mark Thoma memorably remarked, new economic thinking appeared to consist largely of rereading old books. Brad DeLong says that it was all in Walter Bagehot; I think that this is true of the financial crisis of 2008, but that to understand the persistence of the slump we need Irving Fisher from 1933 and John Maynard Keynes from 1936. But anyway, this is not new terrain.

True, there have been some sort-of new ideas in the crisis: the idea that cutting spending is actually expansionary (although Herbert Hoover was all over that), the notion that there is a magic anti-growth cliff at 90 percent debt/GDP. But these new ideas were wrong, and have collapsed in the face of the evidence.

Maybe we need new ways to phrase our arguments; that’s what Obama was doing yesterday, and I’m still trying to figure out whether his new take is useful. But the amazing thing about this slump has been how utterly comprehensible it is — and the absolute refusal of so many people, economists and not, to accept a framework that has worked just fine.

 

 

Ridateci la macroeconomia di una volta

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Statistiche Storiche degli Stati Uniti, Edizione del Millennio; Bureau of Labor Statistics [1]

 

Sia Steve Benen che Ed Kilgore si sono irritati con colleghi giornalisti per la lamentela sulla assenza di “nuove idee” nell’ultimo discorso di Obama. Ma perché dovrebbero esserci?

Era chiaro sin dagli inizi che questa fosse una crisi molto sul modello delle precedenti crisi finanziarie. Una volta che si era compreso che gli strumenti finanziari emessi dalle ‘banche ombra’ – specialmente i repo e i prestiti overnight garantiti da altri assets – stavano giocando esattamente lo stesso ruolo dei depositi nelle precedenti crisi bancarie, era chiaro che avevamo già tutti gli strumenti di cui c’era bisogno per afferrare quello che stava accadendo. Ed avevamo anche tutti gli strumenti necessari per formulare una risposta politica intelligente – tutti gli strumenti di cui avevamo bisogno, cioè, a parte una disciplina economica che aiutasse ed uomini politici capaci di intendere a quali consigli affidarsi.

Come Mark Thoma notò in modo memorabile, in nuovo pensiero economico pareva in gran parte consistere nella rilettura di vecchi libri. Brad DeLong dice che era tutto in Walter Bagehot; io credo che questo sia vero per la crisi finanziaria del 2008, ma per capire la persistenza della recessione abbiamo bisogno dello Irving Fisher del 1933 e di John Maynard Keynes del 1936. Ma in ogni caso non è un terreno nuovo.

E’ vero, ci sono state nella crisi alcune specie di nuove idee: l’idea che tagliare la spesa pubblica sia effettivamente espansivo (sebbene Herbert Hoover non era altro), il concetto che ci sia un magico precipizio contro la crescita al 90 per cento del rapporto debito/PIL. Ma queste nuove idee erano sbagliate e sono saltate dinanzi ai fatti.

Forse abbiamo bisogno di modi nuovi per esprimere i nostri argomenti; è quello che Obama stava facendo ieri, ed io sto ancora cercando di immaginare se il suo nuovo tentativo sia utile. Ma la cosa sorprendente a proposito di questa recessione è stata quanto essa fosse totalmente comprensibile – ed il rifiuto assoluto di così tante persone, economisti e no, di accettare uno schema che aveva proprio ben funzionato.



[1] Il diagramma confronta l’andamento del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti nei sei anni della crisi del 1892-1898 e nei sei anni della crisi 2007-2013, che, come si vede, è identico (si parte da una analoga condizione di ‘piena occupazione’, con un tasso al 4,5%, rapidamente si arriva oltre il 9% con i primi due anni della crisi, molto lentamente si scende nei secondi quattro anni, per collocarsi attorno  all’8 per cento ancora al sesto anno).

Un copione già visto, nella versione della politica monetaria e della finanza pubblica (24 luglio 2013)

luglio 24, 2013

 

July 24, 2013, 1:21 pm

Been There, Done That: Monetary and Fiscal Policy Edition

Noah Smith has a nice takedown of Martin Feldstein’s latest, which is the claim that the reason a vast expansion of the Fed’s balance sheet has produced no inflationary effect at all is the 0.25 percent — that’s right, 0.25 percent — rate of interest the Fed is paying on excess reserves.

Even if this were right, wouldn’t it suggest that the Fed’s expansion poses no inflationary risk? I mean, if all that alleged pressure can be completely contained with a 1/4 percent interest rate, how big a problem can it be?

But it’s not right, as Noah shows logically; and of course the example of Japan, which did massive QE without paying interest on reserves, and saw nothing happen, reinforces the point.

The remarkable thing is the desperation with which inflationistas keep conjuring up new explanations for a result –the failure of large increases in the monetary base to have an inflationary impact — that was fully predicted, in advance, by simple economic models. Instead of saying that a simple IS-LM framework, or a New Keynesian analysis along the same general lines, has worked very well — and that whatever other model they were using failed the test — they keep coming up with excuses. It’s Obamacare! It’s interest on reserves! It’s the decline of traditional marriage! OK, they haven’t used that last one yet, but give them time.

And let me admit that I’m especially exasperated — actually, about the fiscal as well as monetary arguments — because I went over all this ground fifteen years ago.

Look, please, at my Brookings Paper on the liquidity trap (pdf), especially pp. 155-159. (Those are pages in the volume — the paper isn’t that long). You’ll find me explaining that once you’re up against the zero lower bound:

1. Changes in government spending are still effective, with a multiplier of 1, even with full Ricardian equivalence.

2. Unless you break that equivalence, it doesn’t matter how government spending is financed; “helicopter money” makes no difference.

3. Even very large increases in the monetary base will have no effect if seen as temporary.

4. Large increases in the base are likely to show up partly in increased cash holdings, partly in a large rise in excess bank reserves; this rise in excess reserves tells you nothing about whether the problem lies in the banking system, since it will happen even if the banks are perfectly OK.

So you can see why it was so frustrating to see reputable economists get all of these things wrong in the early years of the crisis; and some of them seem determined to keep getting them wrong even now.

Look, we have a framework here that has been a stunning success in practice. Why won’t you guys admit it?

 

Un copione già visto [1], nella versione della politica monetaria e della finanza pubblica.

 

Noah Smith ha una bella annotazione sull’ultimo articolo di Martin Feldstein, che è la tesi per la quale la ragione della totale mancanza di effetti inflazionistici   da parte dell’ampia espansione del bilancio patrimoniale delle Fed è il tasso di interesse dello 0,25 per cento – è corretto, 0,25 per cento – che la Fed sta pagando sulle riserve in eccesso.

Anche se questo fosse giusto, non suggerirebbe che l’espansione della Fed non costituisce alcun rischio inflazionistico? Voglio dire, se tutta quella pretesa pressione può essere interamente contenuta con un tasso di interesse di ¼ di punto percentuale, come può trattarsi di un gran problema?

Ma non è giusto, come Noah mostra logicamente; e naturalmente l’esempio del Giappone, che mise in atto una massiccia “facilitazione quantitativa” senza pagare interessi sulle riserve, e non vide accadere niente, rafforza quel punto.

L’aspetto considerevole è la disperazione con la quale gli inflazionisti continuano a congetturare nuove spiegazioni per un risultato – il fatto che gli ampi incrementi nella base monetaria non abbiano avuto impatti inflazionistici – che era stato ampiamente previsto in anticipo, da semplici modelli economici. Piuttosto che ammettere che un semplice schema IS-LM [2], od una analisi neokeynesiana lungo la stessa generale falsariga, abbia funzionato molto bene – e che qualsiasi altro modello sia stato da loro utilizzato abbia fallito la prova – continuano a venir fuori con scuse. È la riforma della assistenza di Obama! Sono gli interessi sulle riserve! E’ il declino del matrimonio tradizionale! Va bene, quest’ultima non l’hanno ancora usata, ma dategli tempo.

E fatemi dire che sono in particolar modo esasperato – in effetti, sugli argomenti relativi alla spesa pubblica come su quelli monetari – perché considerammo tutte queste cose quindici anni orsono.

Si guardi, per favore, il mio Brookings Paper [3]sulla trappola di liquidità (in connessione in pdf), particolarmente alle pagine 155-159 (sono la pagine dentro quel volume, il saggio non è così lungo). Ci troverete la spiegazione per la quale, una volta che si finisca contro il limite inferiore dello zero [4]:

1 . i cambiamenti nella spesa pubblica sono ancora efficaci, con un moltiplicatore pari ad 1, anche in condizioni di piena equivalenza ricardiana [5].

2 . A meno che non si rompa quella equivalenza, non ha importanza come è finanziata la spesa pubblica: buttar giù soldi da un elicottero non fa alcuna differenza.

3 . Persino incrementi molto ampi nella base monetaria non avranno alcun effetto se saranno considerati temporanei.

4 . Ampi incrementi nella base monetaria è probabile che si manifestino in parte come aumentate disponibilità di contante, in parte come ampia crescita di riserve in eccesso da parte delle banche; questa crescita delle riserve in eccesso non ci dice niente sul fatto che il problema sia nel sistema bancario, dal momento che ciò accadrà anche se le banche sono interamente a posto.

Potete dunque constatare perché sia stato così frustrante vedere economisti rispettabili fare tutti quegli errori nei primi anni della crisi; ed alcuni di loro paiono determinati a continuare a farli anche adesso.

Vedete, abbiamo uno schema che in pratica ha avuto un successo impressionante. Perché mai, cari signori, non lo volete riconoscere?


[1] Questo è il senso di “been there, done that”, da non confondersi con “detto, fatto” che è tutt’altro significato. Vedi WordRefrence Forum del novembre 2006.

[2] Vedi le note sulla traduzione.

[3] Il saggio sulla serie dei “Brookings”, che è il nome di una Fondazione culturale e penso derivi da un nome proprio.

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[4] Per !zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

[5] Anche per questo, vedi le note sulla traduzione.

Ancora sul ciglio (24 luglio 2013)

luglio 24, 2013

 

July 24, 2013, 9:18 am

To The Brink, Again

If John Boehner is to be believed — which, admittedly, is a real question — Republicans are once again willing to push America into default and/or shut down the government if they don’t get their way. As Greg Sargent points out, this is amazing — and what’s equally amazing is how this is being treated as normal. Politics ain’t beanbag; but “I’ve got a bomb strapped to my chest, and the whole room gets it if you don’t hand over the money” is not normal tactics, especially if pursued repeatedly.

What adds to the awesomeness of the whole phenomenon is the absence of any halfway plausible rationale. To the extent that there ever was an economic justification for this brinksmanship — the claim that we were on the verge of a debt crisis, the claim that slashing spending would boost the economy — that justification has collapsed in the face of declining debt projections and overwhelming evidence that austerity has large negative impacts in a slump. True, as David Firestone notes, leading Republicans seem to have a hearing problem; they are so deep into their worldview that when, say, Ben Bernanke refutes that view they simply hear him saying the opposite of what he actually said.

Still, how can the GOP be acting this crazy again? This time around, it’s hard to see Obama caving in. So why the brinksmanship?

Well, my guess is that despite being drenched in reality-repellent, Republicans are beginning to suspect an inconvenient truth: Obamacare is not going to be a self-destroying train wreck. Instead, it’s going to work — not perfectly, not as well as it should, but well enough to help far more people than it hurts. And if that’s how it turns out, it will be irreversible. So here comes a last-ditch effort to stop it, at all costs.

But think about that for a moment: the cause for which the GOP is willing to go to the brink, breaking all political norms, threatening the US and world economies with incalculable damage, is the cause of preventing people with preexisting conditions and/or low incomes from getting health insurance. Apparently, the prospect that their fellow citizens might receive this help is so horrifying that nothing else matters.

 

Ancora sul ciglio

 

Se si deve credere a John Boehner – la qualcosa, ammettiamolo, è una questione non da poco – ancora una volta i Repubblicani sembrano aver voglia di spingere l’America al default e/o abbattere il Governo se non hanno quello che vogliono. Come Greg Sargent mette in evidenza, questo è stupefacente – e quello che è egualmente stupefacente è che la cosa venga presentata come normale. In politica non si usano i cuscini; ma dire “ho una bomba legata con una cinghia al mio torace e se non mi passate il malloppo salta tutto” non è una tattica normale, in special modo se è perseguita in continuazione.

Quello che si aggiunge di impressionante all’intero fenomeno è la assenza di una qualsiasi anche parziale plausibile spiegazione. Nella misura in cui ci sia mai stata una giustificazione economica per questa politica del rischio calcolato – la pretesa per la quale saremmo sull’orlo di una crisi da debito, la pretesa che abbattendo la spesa pubblica si incoraggerebbe l’economia – quella giustificazione è franata a fronte delle declinanti previsioni sul debito e della schiacciante testimonianza che l’austerità ha vasti impatti negativi in una recessione. In verità, come nota David Firestone, il gruppo dirigente repubblicano sembra avere un problema di ascolto; essi sono così sprofondati nella loro visione del mondo che quando, ad esempio, Ben Bernanke confuta il loro punto di vista, essi semplicemente intendono l’opposto di quello che effettivamente ha detto.

Eppure, come può il Partito Repubblicano impegnarsi una volta ancora in questa follia? Sarà difficile che in questo caso Obama possa ancora capitolare. Perchè dunque il calcolato arrischiato?

Ebbene, la mia impressione è che, nonostante siano immersi in una sostanza repellente alla realtà, stiano cominciando a sospettare una verità spiacevole: la riforma sanitaria di Obama non sembra somigliare ad un autodistruttivo deragliamento di una treno. Piuttosto sembra destinata a funzionare – non perfettamente, non così bene come dovrebbe, ma bene a sufficienza da aiutare molte persone, piuttosto che colpirle. Ecco dunque in arrivo uno sforzo all’ultimo respiro per fermarla, costi quello che costi.

Ma si pensi per un attimo a tutto ciò: la causa per la quale il Partito Repubblicano ha intenzione di giungere all’estremo limite, rompendo tutte le regole politiche, minacciando con incalcolabile danno l’economia americana e mondiale, è la stessa causa dell’impedire che le persone con preesistenti problemi sanitari e/o con bassi redditi ottengano l’assicurazione sanitaria. In apparenza, la prospettiva che i loro concittadini possano ricevere un tale aiuto è talmente spaventosa che niente altro ha importanza.

La morte dell’alta inflazione (23 luglio 2013)

luglio 23, 2013

 

July 23, 2013, 6:41 pm

The Death of High Inflation

Back home, although I got a bit worried when the gate agent in Edinburgh announced a delay. At least I think that’s what she announced. The truth is that I couldn’t understand most of what she said. Ah, Scotland.

Anyway, blogging may be limited by various real-life responsibilities. But I thought I’d post a quick calculation that might be of some interest.

As a number of people have been reminding us lately, talk of high inflation, nay hyperinflation, has been widespread ever since the Fed began trying to fight the Great Recession. And the failure of the predicted high inflation to appear has done nothing to shake their conviction that they have the truth, and that those of us who have been right are nonetheless wrong.

So, one thing I wonder about is the extent to which this attitude is reinforced not just by the usual crank tendencies, right-wing leanings, and so on, but also by the fact that economists love — looooove — to talk about runaway inflation, precisely because it’s something that’s so easy to explain: you run the printing presses to cover your deficits, and off you go.

Yet this is getting awfully stale.Not only has the promised high inflation failed to appear here in America, but high inflation has largely vanished everywhere.

I did a quick calculation using the IMF’s World Economic Outlook Database, which runs back to 1980. Year by year, how many countries had triple digit inflation in any given year? It looks like this:

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Basically, there was a wave of hyperinflations caused by the chaos following the breakup of the Soviet Empire, much like the wave after World War I; since then, Zimbabwe and nobody else.

Even double-digit inflation has become quite rare:

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There’s a brief spike around 2008; if you look at it, it turns out to be mainly small commodity-exporting countries pushed into big devaluations by the crisis, leading to one-time jumps in consumer prices. But then it was back to the downward trend.

There are, I think, a couple of morals here. One is that economics textbooks probably talk too much about high inflation; it’s a nice pedagogical set-piece, but not something that’s a real issue in today’s world. Another is that high inflation doesn’t happen just because a country’s rulers are spendthrifts or don’t know about the Emperor Diocletian or something; it is always associated with severe political and social disruption. To stand Milton Friedman on his head, high inflation is never and nowhere a merely monetary phenomenon.

 

La morte dell’alta inflazione

 

Di nuovo a casa, sebbene mi sia un po’ preoccupato quando la agente al gate di Edimburgo ha annunciato un ritardo. Almeno ho pensato che lo stesse annunciando. La verità è che non capivo granché di quello che stava dicendo. Ah, la Scozia!

In ogni caso, scrivere sul blog può ora essere limitato da alcune incombenze domestiche. Ma ho pensato che avrei pubblicato un rapido calcolo che potrebbe essere di un qualche interesse.

Come un certo numero di persone ci ha recentemente ricordato, parlare di alta inflazione, o meglio di iperinflazione, ha avuto una certa diffusione sin da quando la Fed cominciò a cercare di combattere la Grande Recessione [1]. E il fatto che quella elevata inflazione non si sia materializzata non ha scosso in nessun modo il  convincimento di possedere la verità da parte di chi la prevedeva, ed anche il convincimento  che quelli tra noi che avevano avuto ragione, nondimeno avessero avuto torto.

Dunque, la cosa che mi chiedo riguarda la misura in cui questa attitudine non sia semplicemente rafforzata dalle consuete stravaganze, dalle simpatie verso la destra o cose simili, ma anche dal fatto che gli economisti amino – intendo proprio amare! – parlare di inflazione fuori controllo, precisamente perché è una cosa semplice da spiegare: si va in stampa per coprire le proprie mancanze, e via!

Tuttavia questo sta diventando stantio. Non solo la promessa elevata inflazione non è apparsa qua in America, ma l’alta inflazione è in gran parte svanita dappertutto.

Ho fatto un rapido calcolo utilizzando il database dello World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, che risale al 1980. Anno dopo anno, quanti paesi hanno avuto in ogni specifico anno una inflazione a tre cifre? Viene fuori questo:

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Fondamentalmente, ci fu un’ondata di iperinflazioni provocata dal caos successivo al crollo dell’Impero Sovietico, proprio come dopo la Prima Guerra Mondiale; da allora, lo Zimbabwe e niente altro.

Persino l’inflazione a due cifre è diventata abbastanza rara:

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C’è stato un breve picco attorno al 2008: se lo si osserva, si scopre che è consistito principalmente nei piccoli paesi esportatori di materie prime che furono spinti dalla crisi a grandi svalutazioni, determinando balzi irripetibili nei prezzi al consumo. Ma poi si tornò al trend al ribasso.

In questo caso, penso, si possano trarre un paio di morali. Una è che i libri di testo di economia probabilmente parlano troppo di alta inflazione; è un comodo scenario pedagogico, ma non qualcosa che corrisponda ad un problema reale nel mondo di oggi. Un’altra è che l’alta inflazione non si manifesta solo perché i governanti di un paese sono spendaccioni, o perché non conoscono la storia dell’Imperatore Diocleziano, o qualcosa del genere; essa è sempre associata con gravi sconvolgimenti sociali e politici. Per stare al modo di ragionare di Milton Friedman, l’elevata inflazione non è mai e da nessuna parte un fenomeno meramente monetario.



[1] Come abbiamo notato altre volte, Krugman per Grande Recessione intende la crisi che ha avuto inizio nel 2007-8; dato che la crisi degli anni Trenta viene definita la Grande Depressione.

Questa volta era prevedibile (23 luglio 2013)

luglio 23, 2013

 

 

 

 

July 23, 2013, 4:04 am

This Time Was Predictable

Bruce Bartlett continues his interesting series on inflation panic, this time focusing on the economists and politicians who keep predicting runaway inflation year after year after year, and never seem to acknowledge having been wrong. I thought his analogy between Shadowstats and the “unskewed” polls predicting a Romney victory was especially apt.

But I do have a slight quarrel with Bartlett, who despite everything, I think, gives the inflationistas too much credit. First,he writes:

When the most recent recession began in December 2007, there was no reason at first to believe that it was any different from those that have taken place about every six years in the postwar era.

Actually, there was. Long before Reinhart and Rogoff circulated their piece on the aftermath of financial crises — an excellent piece of work, not to be confused with their unfortunately influential debt paper — it was already obvious to many people that we were looking at a “postmodern” recession like 1990-91 or 2001, which was likely to be followed by an extended jobless recovery. That is, this was not going to be a Fed-generated slump like 1981-82, which would be followed by a quick rebound once the Fed relented; it was a case of private-sector overreach, and was likely to go on for a long time.

Bartlett then goes on to say

During the inflation of the 1970s, most economists became convinced that if the Fed adds too much money and credit to the financial system it will inevitably cause prices to rise. Since the increase in the money supply in 2008 and 2009 was unprecedented, many economists reacted fearfully to the Fed’s actions.

Given the order of magnitude of the increase in bank reserves, from virtually nothing to more than $1 trillion almost overnight and now to more than $2 trillion, it was not unreasonable to be concerned about the potential for Zimbabwe-style hyperinflation.

Yes, it was unreasonable. If you had paid any attention to Japan, or to the revived theory of the zero lower bound (starting here) inspired by Japan’s experience, you knew full well that the Fed’s expanded balance sheet was mainly going to just sit there.

And that, in turn, gets at the true sin of the inflationphobes. They were wrong; well, that happens to everyone now and then. But the question is what you do when events prove your doctrine wrong — especially when they unfold almost exactly the way people with a different doctrine predicted. Do you admit that maybe your premises were misguided? Do you admit that maybe those other guys were on to something? Or do you just keep predicting the same thing, never admitting your past mistakes?

Guess what the answer turned out to be.

 

Questa volta era prevedibile

 

Bruce Bartlett continua la sua interessante serie sulla “inflazionefobia” [1], questa volta concentrandosi sugli economisti ed i politici che continuano a prevedere inflazione fuori controllo anno dopo anno e non sembrano mai riconoscere di aver avuto torto. Ho pensato che la sua analogia con Shadowstats [2] e con i sondaggi “non distorti” che prevedevano una vittoria di Romney fosse particolarmente appropriata.

Ma ho un leggero dissenso con Bartlett, penso che, nonostante tutto, dia troppo credito agli inflazionisti. All’inizio, egli scrive:

“Quando ebbe inizio la più recente recessione nel Dicembre del 2007, non c’era inizialmente alcuna ragione per credere che ci fosse una qualche differenza con quelle che erano avvenute quasi ogni sei anni nel periodo postbellico.”

In effetti, c’era. Molto prima che Reinhart e Rogoff mettessero in circolazione un loro pezzo sulle conseguenze delle crisi finanziarie – un eccellente lavoro, da non confondersi con il loro sfortunatamente influente saggio sul debito – era già evidente per molti che avevano osservato le recessioni “postmoderne” come quella del 1990-91 o del 2001, che fosse probabile che venissero seguite da prolungate riprese senza posti di lavoro. Ovvero, quella non era destinata ad essere una crisi del genere di quelle provocate dalla Fed nel 1981-82, che venivano seguite da un rapido rimbalzo una volta che la Fed si ammorbidiva; era un caso di eccessi nel settore privato, ed era probabile che proseguisse per un lungo periodo.

Bartlett poi prosegue dicendo:

“Durante l’inflazione degli anni ’70 gran parte degli economisti si vennero convincendo che se la Fed avesse aggiunto troppo denaro e credito nel sistema finanziario, ciò avrebbe inevitabilmente provocato un aumento dei prezzi. Dal momento che l’incremento nell’offerta di denaro nel 2008 e nel 2009 fu senza precedenti, molti economisti reagirono con paura alle azioni della Fed.

Dato l’ordine di grandezza delle riserve bancarie, virtualmente da zero sino a più di quasi mille miliardi di dollari ‘overnight’ [3]ed ora a più di duemila miliardi di dollari, non era irragionevole essere preoccupati di una iperinflazione sul modello dello Zimbabwe.”

Si, era irragionevole. Se aveste prestato una qualche attenzione al Giappone, od alla resuscitata teoria del ‘limite inferiore di zero’ (che parte da lì [4]) ispirata dall’esperienza del Giappone,  avreste compreso perfettamente che l’espansione degli equilibri contabili della Fed era principalmente destinata a fermarsi a quel punto.

Con il che, a sua volta, si arriva al vero peccato degli “inflazionofobi”. Essi sbagliarono, ed in effetti questo talvolta succede. Ma la domanda è cosa si fa quando i fatti provano che la vostra teoria è sbagliata – in particolare quando quei fatti quasi esattamente si svolgono nel modo in cui le persone con una diversa teoria avevano previsto. Si ammette che forse le vostre premesse erano fuorvianti? Si ammette che forse quelle altre persone parlavano con un certo fondamento? Oppure si continua a prevedere le stesse cose, senza mai riconoscere gli errori passati?

Immaginatevi la risposta.


[1] E’ il titolo dell’articolo in più puntate apparso sul New York Times. Bruce Bartlett è stato consulente nei Governi Reagan e Bush (padre), nonché collaboratore del congressista repubblicano Ron Paul.

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[2] Un sito di analisi economiche e statistiche; autore John William.

[3] Un deposito bancario è overnight se deve essere estinto il primo giorno lavorativo successivo a quello in cui è stato costituito, sicché la sua durata è di una sola notte. I depositi overnight sono uno dei tipi principali di depositi interbancari, quei depositi che, anziché essere fatti da un cliente ad una banca, sono fatti da una banca ad un’altra o alla banca centrale. Le banche che effettuano tali depositi investono a brevissima scadenza le loro eccedenze di liquidità, mentre le banche che li ricevono possono supplire a temporanee carenze, le une e le altre derivanti da squilibri nella distribuzione delle riserve libere. Attualmente queste operazioni avvengono per lo più nell’ambito di appositi mercati telematici organizzati, ma possono avvenire anche in base ad accordi bilaterali diretti tra gli operatori (over the counter). L’italiano e-MID, creato nel 1990 e privatizzato nel 1999, è stato il primo mercato telematico organizzato per i depositi interbancari ed è tuttora il mercato monetario di riferimento in Europa (Wikipedia, edizione italiana).

[4] Nella connessione un post del 2010 di Krugman, con il riferimento al suo studio del 1998. Per la teoria dello ‘zero lower bound” vedi le note sulla traduzione.

L’età delle nuove ferrovie (23 luglio 2013)

luglio 23, 2013

 

July 23, 2013, 3:47 am

The New Railway Age

I’m surprised that the econoblogosphere hasn’t taken much notice yet of Keith Bradsher’s interesting piece on the revival of the Silk Road — now not consisting of camels carrying Chinese silk, but of huge freight trains carrying Chinese electronics.

But really, if you’re interested in globalization, this should be of great interest. Transportation technology matters, a lot; container shipping revolutionized the world.

And the revival of trains is an interesting story. In the United States, freight rail bottomed out in the 1970s, and has since been carrying a rising share of ton-miles — around 40 percent these days. Now it’s starting to play a role in long-distance international trade.

It comes down, of course, to time and money. Air freight is expensive, especially in what is looking — despite fracking — like an era of sustained high fuel costs. So, to a lesser extent, is trucking, which in any case isn’t a realistic option for long-range international trade. Shipping is cheap but slow. So there’s an important niche for rail — a niche that probably hasn’t been fully exploited, because people forgot for a while about a technology that seemed old-fashioned.

All aboard!

 

L’età delle nuove ferrovie

 

Sono sorpreso che l’econoblogosfera non ha preso affatto nota dell’interessante pezzo di Keith Bradsher sulla rinascita  della Via della Seta – che oggi non consiste in cammelli che trasportano sete cinesi, ma in grandi treni merci che trasportano elettronica cinese.

In realtà, però, se siete interessati alla globalizzazione, la cosa dovrebbe essere di grande interesse. La tecnologia dei trasporti conta parecchio; il trasporto via mare dei containers ha rivoluzionato il mondo.

E la rinascita dei treni è una storia interessante. Negli Stati Uniti i treni merci toccarono il fondo negli anni ’70, da allora hanno trasportato una percentuale di miglia per  tonnellata  [1] crescente – circa il 40 per cento di questi tempi. Ora sta cominciando a giocare un ruolo nel commercio internazionale di lunga distanza.

Alla fine si tratta, ovviamente, di tempo e di denaro. Il trasporto merci aereo è dispendioso, specialmente in quella che appare – nonostante la tecnologia della fratturazione delle rocce scistose – un’epoca di prolungati alti costi del carburante. In una misura minore, la situazione è simile per il trasporto su camion, la quale in ogni caso non è una opzione realistica per i commercio internazionale di lunga distanza. Le spedizioni via nave sono più economiche ma lente. Si apre dunque una nicchia importante per il treno – una nicchia che probabilmente non è stata pienamente sfruttata, perché per un certo periodo la gente si era dimenticata di una tecnologia che sembrava passata di moda.

Tutti  a bordo!


[1] “Ton-mile” è un’unità di trasporto merci equivalente ad una tonnellata di merce mossa per un miglio.

Atlanta al confronto di Boston (22 luglio 2013)

luglio 22, 2013

 

July 22, 2013, 12:00 pm

ATL v. BOS

Still playing around with sprawl and all that. As many people have pointed out over the years, the most obvious comparison among major US metro areas is between Boston, still relatively traditional in urban structure, and Atlanta, the Sultan of Sprawl; not long ago the cities were about the same population, although Atlanta is growing much faster. A comparison looks like this:

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where the CO2 number comes from Glaeser and Kahn (pdf). In brief, incomes are lower in dollar terms in Atlanta, but people are moving there all the same for the cheap housing. This sounds like a win, but you can argue that it actually reduces national income. Also, the Atlanta model — with only about 1/4 Boston’s weighted population density — arguably leads to substantial external costs: more greenhouse gas emissions, in part because of slightly longer commutes, in part because of much lower use of public transit. And maybe lower social mobility, because sprawl leaves low-income workers stranded away from the jobs.

Of course, if you believe with George Will that the only reason liberals like public transit is because it diminishes individualism and makes us ripe for collectivism,and if you believe climate change is a gigantic hoax, and if you believe that social mobility is entirely about individual virtue as opposed to the economic environment, you won’t see this as problematic at all.

 

Atlanta al confronto di Boston

 

Sto ancora giocando con la dispersione e cose del genere. Come molte persone hanno sottolineato nel corso degli anni, il confronto più ovvio tra le importanti aree metropolitane degli Stati Uniti è quello tra Boston, ancora relativamente tradizionale nella struttura urbana, ed Atlanta, la Regina della dispersione; non molto tempo fa le due città avevano la stessa popolazione, sebbene Atlanta stia crescendo molto più rapidamente. Un confronto mostra questi dati:

 

Atlanta Boston
Crescita della   popolazione 24 4
Reddito familiare   medio 57.783 71.865
Prezzo medio di una   abitazione 101,4 351,2
Pendolari al di sotto   dei 30 minuti 51,5 53,6
Utilizzo del   trasporto pubblico 3,3 13,1
Costi emissioni CO2 1.313 1.058
Mobilità verso l’alto 4 9,8

 

dove i dati relativi alle emissioni di anidride carbonica vengono da Gleaser e Kahn (disponibili in pdf). In breve, i redditi in termini di dollari sono più bassi in Atlanta, ma la gente si sposta comunque per i prezzi più convenienti delle abitazioni. Parrebbe una cosa positiva, ma in effetti si può sostenere che essa riduce il reddito nazionale. Inoltre, il modello di Atlanta – con una densità di popolazione ponderata che è solo ¼ di quella di Boston – probabilmente porta a rilevanti costi esternalizzati: maggiori emissioni di gas serra, in parte a causa di un pendolarismo leggermente più lungo, in parte a causa di un minor uso del trasporto pubblico. Ed una minore mobilità sociale, forse perché la dispersione tiene i lavoratori a basso reddito lontani dai posti (luoghi) di lavoro.

Naturalmente, se si crede con George Will che l’unica ragione per la quale i progressisti sono a favore del trasporto pubblico è perché esso deprime l’individualismo e ci predispone al collettivismo, e se credete che il cambiamento climatico sia una balla gigantesca, e se credete che la mobilità sociale riguardi per intero il valore degli individui anziché l’ambiente economico, non ci troverete niente di problematico.



 

La dispersione ha ammazzato Horatio Alger? (22 luglio 2013)

luglio 22, 2013

 

July 22, 2013, 8:07 am

Did Sprawl Kill Horatio Alger?

Honest truth: I wrote yesterday’s post suggesting that sprawl may have killed Detroit without knowing either about David Leonhart’s forthcoming article on how sprawl seems to hurt social mobility or the study on which it is based — a study, by the way, not yet available at David’s link, although the underlying data are there.

What Leonhart suggests, and apparently the still unavailable study also suggests, is that sprawling cities that put the poor far away from job opportunities tend to have low upward social mobility. I did a bit of data-crunching here. I took my favorite measure of sprawl, population-weighted density in thousands per square mile, versus the new study’s measure of upward mobility, the probability of children born in the bottom quintile making it into the top quintile; the data points are the top ten metro areas by population, not including New York, which is so much denser than anyone else that including it would scrunch everyone into the lower left corner:

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Yep, there’s a pretty strong correlation, although not perfect. What’s the matter with Chicago?(And what’s not the matter with Houston?) And as Leonhart suggests, Atlanta is the real poster child here: massive sprawl and very low social mobility.

Is the relationship causal? You can easily think of reasons for spurious correlation: sprawl is associated with being in the sunbelt, with voting Republican, with having weak social safety net programs, etc.. Still, it’s striking.

And the William Julius Wilson “spatial mismatch” theory of urban ills is looking pretty good, isn’t it? (Actually, the emergence of “underclass” problems among low-opportunity whites points in the same direction).

Great stuff. Now, can I have the full study, please?

 

La dispersione ha ammazzato Horatio Alger [1]?

 

Diciamo onestamente la verità: ho scritto il post di ieri suggerendo che la dispersione potrebbe aver ammazzato Detroit senza conoscere né l’imminente articolo di David Leonhart su come la dispersione sembra danneggiare la mobilità sociale né lo studio sul quale esso è basato – uno studio, per inciso, non ancora disponibile al link di David, sebbene i dati sottostanti si trovino là.

Quello che Leonhart suggerisce, e che a quanto sembra l’ancora indisponibile studio anche suggerisce,  è che le città disperse, che tengono i poveri lontano dalle opportunità di lavoro, tendono ad avere una bassa mobilità sociale verso l’alto. Ho masticato un po’ di dati a questo proposito. Ho utilizzato la mia misura favorita della dispersione, la densità media ponderata della popolazione espressa in migliaia per miglio quadrato, a fronte delle nuove misurazioni della mobilità verso l’alto dello studio, la probabilità che i bambini nati nell’ultimo quintile si trasferiscano nel quintile più elevato; i dati a forma di punti sono le dieci maggiori aree metropolitane per popolazione, esclusa New York, che è talmente più densa che includendola si schiaccerebbero tutti gli altri nella parte più bassa dell’angolo sinistro [2]:

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Come no? C’è una correlazione abbastanza forte, sebbene non perfetta. Qual’è il problema con Chicago? E come mai non c’è lo stesso problema con Houston? E, come nota Leonhart, Atlanta in questo caso fa proprio la parte di un cartellone pubblicitario [3]: dispersione massiccia e mobilità sociale molto bassa.

La relazione è di natura causale [4]? Si possono facilmente pensare ragioni di una correlazione spuria: la dispersione è associata con l’essere nelle regioni del Sud e del Sud est, con il votare repubblicano, con l’avere deboli programmi sulle reti della sicurezza sociale, etc. Eppure è impressionante.

E la teoria del “negativo abbinamento spaziale” dei guasti urbani sembra abbastanza buona, non è così? In effetti, l’emergenza di problemi da “classe inferiore” tra i bianchi con basse opportunità suggerisce lo stesso senso.

Roba importante. Posso ora prendermi un po’ di tempo  per studiare a fondo, per favore?


[1] Horatio Alger Jr. (13 gennaio 1832 – 18 luglio 1899) è stato uno scrittore statunitense. Molte tra le sue opere sono descritte come storie che narrano il passaggio da una vita di miseria a una di opulenza, mostrando come giovani squattrinati riescono a realizzare il sogno americano e a raggiungere la ricchezza e il successo per mezzo di duro lavoro, coraggio, risolutezza e preoccupazione per gli altri. È tuttavia più esatto dire che i tipici personaggi di Alger non conseguono una ricchezza estrema, ma piuttosto una condizione di sicurezza, stabilità e buona reputazione caratteristica della classe media; in altre parole, i loro sforzi sono ricompensati con l’ottenimento di un posto nella società, e non con una posizione dominante in essa (Wikipedia) Ed eccolo:

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[2] Tanto più la collocazione del punto-area metropolitana è in alto, tanto più c’è mobilità verso l’alto (espressa dalla quantità di individui che nascono nell’ultima delle cinque fasce di reddito e si ritrovano nella prima fascia di reddito). Tanto più il punto-area metropolitana è verso destra, tanto più c’è densità di popolazione.

[3] “Poster child” è il ragazzo-sandwich …. Inteso qua come “caso emblematico”.

[4] Ovvero, l’una cosa provoca l’altra?

Un racconto di due città del ‘comprensorio della ruggine’ (21 luglio 2013)

luglio 21, 2013

 

 

July 21, 2013, 12:23 pm

A Tale of Two Rust-Belt Cities

Here’s a question: is the crisis in Detroit simply a function of the industrial decline of the U.S. heartland, or is it about internal developments within the metro area that have produced a uniquely bad outcome? I think a useful comparison can be made with Pittsburgh, another city that once had an iconic monoculture economy — based on steel, not autos — that also took a terrible hit, but seems to be in a much better position now.

This divergence is fairly recent, at least at the aggregate metro level. The 80s were terrible for both cities; we have comparable employment data (again, this is for the metropolitan areas, not the city proper) since 1990:

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As late as 2005 or 2006 — that is, until the eve of the Great Recession — you could argue that there wasn’t a whole lot of difference in aggregate performance between greater Pittsburgh and greater Detroit. Obviously, however, Detroit’s central city has collapsed while Pittsburgh has had at least something of a revival. The difference is really clear in the Brookings job sprawl data (pdf), where less than a quarter of Detroit jobs are within 10 miles of the traditional central business district, versus more than half in Pittsburgh.

At this point, as the chart above makes clear, Pittsburgh is showing a lot of resilience; it seems to have managed to diversify its economy, and in fact is more than matching national employment performance. Detroit, despite the auto rescue, isn’t — and, of course, its center did not hold.

It’s hard to avoid the sense that greater Pittsburgh, by taking better care of its core, also improved its ability to adapt to changing circumstances. In that sense, Detroit’s disaster isn’t just about industrial decline; it’s about urban decline, which isn’t the same thing. If you like, sprawl killed Detroit, by depriving it of the kind of environment that could incubate new sources of prosperity.

 

Un racconto di due città del ‘comprensorio della ruggine’ [1]

 

Ecco qua una domanda: la crisi di Detroit è semplicemente un aspetto del declino industriale del cuore degli Stati Uniti, oppure ha a che fare con gli sviluppi interni dell’area metropolitana che hanno sortito un esito straordinariamente negativo? Penso che un confronto utile possa essere fatto con Pittsburgh, un’altra città che un tempo aveva una economia monoculturale per antonomasia – basata sull’acciaio, non sulle auto – che anch’essa ha preso un colpo terribile, ma oggi pare in una situazione assai migliore.

Questa divergenza è abbastanza recente, almeno al livello aggregato metropolitano. Gli anni ’80 furono terribili per entrambe le città; noi abbiamo dati confrontabili sull’occupazione a partire dagli anni ’90 (ancora, questo vale per le aree metropolitane, non per le città in senso stretto):

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Ancora nel 2005 o 2006 – ovvero, sino all’epoca della Grande Recessione – si poteva sostenere che non vi fosse quella grande differenza negli andamenti aggregati tra l’area metropolitana di Pittsburgh e quella di  Detroit. Chiaramente, tuttavia, la città centrale di Detroit ha subito un collasso mentre Pittsburgh ha avuto almeno un inizio di rinascita. La differenza è veramente chiara nelle statistiche sulla diffusione dei posti di lavoro di Brookings [2] (disponibili in pdf), nelle quali meno di un quarto dei posti di lavoro di Detroit sono entro le dieci miglia dal tradizionale distretto economico centrale, contro più della metà in Pittsburgh.

A questo punto, come il diagramma sopra chiarisce, Pittsburgh sta mostrando molta più flessibilità; essa sembra essere riuscita a diversificare la sua economia, e di fatto sta più che eguagliando l’andamento nazionale dell’occupazione. Detroit, nonostante il salvataggio dell’auto, non è in quella situazione – e, naturalmente, il suo centro non ha tenuto.

E’ difficile evitare la sensazione che l’area metropolitana di Pittsburgh, prendendo miglior cura del suo centro, abbia anche migliorato la sua capacità di adattarsi alle mutevoli circostanze.  In quel senso il disastro di Detroit non riguarda solo il declino industriale; riguarda il declino urbano, che non è la stessa cosa. Se preferite, l’estensione ha ammazzato Detroit, privandola di quel genere di ambiente che potrebbe funzionare da incubatore di nuove fonti di prosperità


[1] Il “Rust-belt” è un termine che ha avuto molta notorietà negli Stati Uniti a partire dagli anni ’80; descrive in modo informale una enorme regione industriale (o post-industriale, come suggerisce il termine “ruggine”) che sta a cavallo tra gli Stati del NordEst e gli Stati centrali della parte settentrionale dell’East). Il termine venne inizialmente coniato da Stefen Gallucci, un industriale di Rochester (new York). Praticamente la “rust-belt” comincia da alcune traverse della città di New York e finisce nella parte settentrionale dell’Illinois ed in quella orientale del Wisconsin, passando attraverso la Pennsylvania, il West Virginia, l’Ohio, l’Indiana, e includendo un’area del Michigan.

 

[2] E’ in Istituto di ricerche sociali.

Il grande spavento delle pensioni (21 luglio 2013)

luglio 21, 2013

 

 

July 21, 2013, 5:18 am

The Great Pension Scare

OK, this is quite amazing: Dean Baker catches the WaPo editorial page claiming that we have $3.8 trillion in unfunded state and local pension liabilities. Say it in your best Dr. Evil voice: THREE POINT EIGHT TRILLION DOLLARS. Except the study the WaPo cites very carefully says that it’s $3.8 trillion in total liabilities, not unfunded; unfunded liabilities are only $1 trillion.

I’ll be curious to see how the paper’s correction policy works here.

But how big is that $1 trillion anyway? It still sounds like a big number, doesn’t it? Dean tries to compare it with projected GDP, which is one way to scale it. Here’s another.

You see, the Boston College study doesn’t just estimate assets and liabilities; it also estimates the Annual Required Contribution, defined as

normal cost – the present value of the benefits accrued in a given year – plus a payment to amortize the unfunded liability

And it compares the ARC with actual contributions.

According to the survey, the ARC is currently about 15 percent of payroll; in reality, state and local governments are making only about 80 percent of the required contributions, so there’s a shortfall of 3 percent of payroll. Total state and local payroll, in turn, is about $70 billion per month, or $850 billion per year. So, nationwide, governments are underfunding their pensions by around 3 percent of $850 billion, or around $25 billion a year.

A $25 billion shortfall in a $16 trillion economy. We’re doomed!

OK, there are some questions about the accounting, mainly coming down to whether pension funds are assuming too high a rate of return on their investments. But even if the shortfall is several times as big as the initial estimate, which seems unlikely, this is just not a major national issue.

So, why is it being hyped? Do I even need to ask?

 

Il grande spavento delle pensioni

 

Va bene, questa è proprio incredibile: Dean Baker sorprende la pagina editoriale del Washington Post che sostiene che noi abbiamo 3 mila e 800 miliardi di dollari di passività scoperte in materia di pensioni, da parte dello Stato e delle comunità locali.  Ditelo con la vostra migliore voce da Dottor Male [1]: TREMILA PUNTO OTTOCENTO MILIARDI DI DOLLARI. A parte il fatto che lo studio che il WaPo [2] cita molto scrupolosamente dice che 3 mila ottocento miliardi di dollari sono le passività totali, non quelle prive di copertura; mentre le passività scoperte sono soltanto mille miliardi.

Sono curioso di vedere come in questo caso funzionerà la politica della correzione.

Ma, in ogni caso, quanto è grande la somma di mille miliardi di dollari? Sembra ancora un gran numero, non è così? Dean prova a confrontarlo con il PIL previsto, che è un modo per relativizzarlo. Eccone un altro.

Dovete sapere che lo studio del Boston College [3] non stima soltanto gli attivi e le passività; esso stima anche il Contributo Annuale Richiesto, definito come:

“il normale costo, ovvero il valore contingente dei sussidi maturati in un determinato anno, più una somma necessaria ad ammortizzare le passività scoperte”.

Ed esso confronta tale CAR con le contribuzioni effettive.

Secondo lo studio, il CAR è attualmente circa il 15 per cento dell’ammontare delle retribuzioni; in realtà, lo Stato e le comunità locali stanno mettendo solo l’80 per cento dei contributi richiesti, c’è dunque un ammanco del 3 per cento dell’ammontare delle retribuzioni. Tale ammontare totale dello Stato e delle comunità locali, a sua volta, sono circa 70 miliardi di dollari al mese, o 850 miliardi di dollari all’anno. Dunque, per l’intera nazione, i governi stanno sottofinanziando le loro pensioni per circa il 3 per cento di 850 miliardi di dollari, vale a dire per 25 miliardi di dollari all’anno.

25 miliardi di dollari di ammanco in una economia di 16 milia miliardi di dollari. Siamo spacciati!

E’ vero, ci sono alcune domande sulla contabilità, che principalmente convergono sul punto se i fondi pensionistici stiano assumendo tassi di rendimento troppo elevati sui loro investimenti. Ma anche se l’ammanco fosse alcune volte superiore alla stima iniziale, il che sembra improbabile, questa non è proprio una questione prioritaria a livello nazionale.

Dunque, perché viene ingigantita? C’è proprio bisogno che lo chieda?


[1] Il Dottor Male (nell’originale inglese Dr. Evil) è il diabolico e spietato personaggio delle serie di film basati sulle avventure del fotografo ed investigatore britannico Austin Powers:

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[2] Come è chiaro, è la sigla per Washington Post.

[3] Boston College (in latino, «collegium bostoniense», sigla BC) è un’università privata fondata nel 1863 e ubicata a circa 10 km. dal centro di Boston in Massachusetts negli Stati Uniti. Conta 15.000 studenti. BC fa parte dell’associazione delle università gesuite (AJCU), l’associazione delle 28 università che la Compagnia di Gesù possiede negli Stati Uniti.

 

Orwell, la Cina e il sottoscritto (20 luglio 2013)

luglio 20, 2013

 

 

July 20, 2013, 12:47 pm

Orwell, China, and Me

I saw that some commenters were puzzled by my throwaway reference, in the context of the Chinese Ponzi wall-hitting bicycle, to the fascist octopus singing its swan song. But that came, of course, from George Orwell’s Politics and the English Language, which anyone who cares at all about either politics or writing should know by heart.

And it occurs to me that the essay is also relevant to a complaint I’ve been getting from a few people, to the effect that I’m being too snide about the Chinese regime. Now first of all, I’m snide about lots of governments, very much including my own — and with reason; nobody has the right to be exempt from deserved ridicule.

But also, folks, while the current leaders of China may not be bad men — I really have no idea — the fact remains that we’re talking about a dictatorship, and one that by all accounts enables epic corruption too. You may say that yes, but look at the economic achievements; but Orwell got there first:

Consider for instance some comfortable English professor defending Russian totalitarianism. He cannot say outright, “I believe in killing off your opponents when you can get good results by doing so.” Probably, therefore, he will say something like this:

“While freely conceding that the Soviet regime exhibits certain features which the humanitarian may be inclined to deplore, we must, I think, agree that a certain curtailment of the right to political opposition is an unavoidable concomitant of transitional periods, and that the rigors which the Russian people have been called upon to undergo have been amply justified in the sphere of concrete achievement.”

Happily, the current Chinese government isn’t that bad; but “not as bad as Stalin” is not, exactly, an inspiring slogan.

 

Orwell, la Cina e il sottoscritto

 

Ho visto che alcuni commentatori sono rimasti perplessi a fronte del mio riferimento buttato un po’  là alla piovra fascista che intona il suo canto del cigno, nel contesto della bicicletta cinese alla Ponzi che va a toccare il fondo. Ma esso deriva, come è evidente, da “La politica e la lingua inglese” di George Orwell, che tutti coloro che si occupano sia di politica che di scrittura dovrebbero conoscere a memoria.

E mi viene in mente che il saggio è anche rilevante per una rimostranza che sto ricevendo da poche persone, riguardo al fatto che sarei troppo beffardo a proposito del regime cinese. Ora anzitutto, io sono beffardo con una quantità di Governi, compreso a pieno titolo anche il mio – e con ragione; nessuno ha il diritto di essere esentato da una meritata derisione.

Ma se anche, cari miei, gli attuali leaders della Cina non fossero persone cattive – davvero io non ne ho idea – resta il fatto che stiamo parlando di una dittatura, a detta di tutti anche capace di una corruzione epica. Potete dire che va bene, ma si guardino i risultati economici; ma si passi prima da Orwell:

“Si consideri ad esempio qualche rassicurante professore di Inglese che difende il totalitarismo russo. Egli non può dire fuori dai denti: ‘Credo nella giustezza di ammazzare  i vostri oppositori se, così facendo, potete ottenere buoni risultati’. Probabilmente, di conseguenza, dirà qualcosa di questo genere:

‘Mentre si può apertamente ammettere che il regime sovietico mostri alcune peculiarità che un individuo umanitario può essere incline a deplorare, noi dobbiamo,  io penso, riconoscere che una certa decurtazione della opposizione politica della destra sia inevitabilmente connaturata ai periodi di transizione, e che i rigori ai quali gli individui in Russia sono stati  invitati a sottoporsi sono ampiamente giustificati nell’ambito delle concrete conquiste’ ”.

Ci si può rallegrare che l’attuale Governo cinese non sia così cattivo; ma “non così cattivi come Stalin” non è esattamente uno slogan confortante.

La irrecuperabile ottusità degli uomini della moneta-forte (20 luglio 2013)

luglio 20, 2013

 

July 20, 2013, 12:30 pm

The Unredeemable Opaqueness of the Hard-Money Men

Noah Smith notes, correctly, that the current position of the hard-money coalition — now that it seems, after many years of failure, to have mostly given up on predicting runaway inflation — involves a remarkable repudiation of an idea that one might have expected them to hold dear, namely that of efficient financial markets. But I think he fails to convey the full incoherence of the current hard-money position.

Let’s go back to my favorite line from Maestrodamus:

Today’s competitive markets, whether we seek to recognise it or not, are driven by an international version of Adam Smith’s “invisible hand” that is unredeemably opaque. With notably rare exceptions (2008, for example), the global “invisible hand” has created relatively stable exchange rates, interest rates, prices, and wage rates.

The first part of that quote actually conveys pretty well the common creed of all the anti-interventionists out there: the invisible hand is out there, and it knows what it’s doing. Even if you think it looks as if markets are way off, you are a mere mortal who cannot understand the market’s wisdom, which is “unredeemably opaque”. It’s not so much that the market is always right — although “with notably rare exceptions” it is — as that economists and government officials cannot possibly second-guess the market in any useful way.

And yet, you must also believe that this wise market, guided by the invisible hand, can be sent wildly off course if the central bank prints too many pieces of green paper; and not just that, you have to believe that it can be sent wildly off course in a predictable direction.

This contradiction has always been a core peculiarity of the Austrians; but now it is shared by a wide spectrum of right-leaning economists.

Some economists, like Antonio Fatas, demand to see the model that produces such results. But I really think you need to understand this in terms of backward induction. First comes the answer: government action of any kind to fight a slump is bad. Then the search is on for a story to justify that answer, and it really doesn’t matter if the story is inconsistent with everything else you’ve said. (Surely the financial stability argument should lead one to demand very strong bank regulation, and also a highly activist monetary policy to correct those flighty, unreliable markets with their predictable errors).

All in all, we are continuing to learn a lot from this slump, not just about how the economy works, but about how many economists work. Unfortunately, none of the news is good.

 

La irrecuperabile ottusità degli uomini della moneta-forte

 

Noah Smith osserva, correttamente, come della attuale posizione della coalizione della moneta-forte – ora che sembra, dopo molti anni di fallimenti, che abbiano in gran parte rinunciato alla previsione di una inflazione fuori controllo – faccia parte un considerevole ripudio di una idea che ci si sarebbe aspettati avessero a cuore, vale a dire quella dei mercati finanziari efficienti. Ma io penso che egli non riesca ad esprimere la piena incoerenza della attuale posizione dei sostenitori della moneta-forte.

Torniamo alla mia frase favorita di “Maestradamus” [1]:

“I mercati competitivi odierni, che lo si voglia riconoscere o meno, sono guidati da un versione internazionale della “mano invisibile” di Adam Smith che è irrimediabilmente densa [2]. Con eccezioni notevolmente rare (il 2008, ad esempio) , la “mano invisibile” globale ha creato tassi di cambio, tassi di interesse, prezzi e salari  relativamente stabili.” 

La prima parte di quella citazione esprime in effetti abbastanza bene il credo comune di tutti gli antiinterventisti in ogni dove: la mano invisibile è dappertutto e sa quello che sta facendo. Anche quando credi che i mercati siano lontani, sei un semplice mortale che non può conoscere la saggezza del mercato, che è “irrimediabilmente denso”. Non si tratta solo del fatto che il mercato ha sempre ragione – per quanto “con notevolmente rare eccezioni” ce l’abbia – quanto del fatto che gli economisti ed i dirigenti dello Stato non possono in nessun modo mettere in discussione il mercato in un qualsiasi modo utile.

E tuttavia, devi anche credere che questo saggio mercato, guidato dalla mano invisibile, può finire completamente fuori strada se la banca centrale stampa troppe banconote verdi; e non solo quello, devi credere che esso possa essere spedito fuori strada in una direzione prevedibile. Questa contraddizione è sempre stata una peculiarità centrale degli “Austriaci” [3]; ma ora essa è condivisa da un ampio spettro di economisti che simpatizzano per la destra.

Alcuni economisti, come Antonio Fatas, chiedono che sia esibito il modello che produce tali risultati. Ma io penso che in realtà la cosa debba essere intesa nei termini di una induzione retroattiva. Prima di tutto viene la risposta: l’azione di ogni genere dello Stato per combattere le recessione è negativa. Poi viene la ricerca di un racconto che giustifichi quelle risposta, e in realtà non conta se il racconto sia incoerente con ogni altra cose che si è detta (sicuramente l’argomento della stabilità finanziaria dovrebbe portare a chiedere una regolamentazione bancaria molto rigida, ed anche una politica monetaria assai attiva per correggere quei mercati volubili ed inaffidabili, con i loro errori prevedibili).

Comunque sia, stiamo continuando ad imparare molto da questa crisi, non solo a proposito di come funziona l’economia, ma anche di come funzionano molti economisti. Sfortunatamente, in nessun caso di tratta di buone notizie.


[1] Ovvero, Alan Greenspan. Vedi post del 17 luglio 2013.

[2] Ripeto la nota al post del 17 luglio, ovvero penso che il senso sia quello di una realtà talmente ‘compatta’ da non consentire alcun dubbio (interpretazione, mi pare, stavolta avvalorata dalla spiegazione nel testo). Nel titolo, invece si preferisce attribuire al termine “opaqueness” l’altro possibile significato di “ottusità”; è evidente l’ironia del gioco di parole.

[3] Vedi per “Austrian” le note sulla traduzione.

Quanto dovremmo preoccuparci di uno shock cinese? (20 luglio 2013)

luglio 20, 2013

 

July 20, 2013, 5:44 am

How Much Should We Worry About A China Shock?

Suppose that those of us now worried that China’s Ponzi bicycle is hitting a brick wall (or, as some readers have suggested, a BRIC wall) are right. How much should the rest of the world worry, and why?

I’d group this under three headings:

1. “Mechanical” linkages via exports, which are surprisingly small.

2. Commodity prices, which could be a bigger deal.

3. Politics and international stability, which involves some serious risks.

So, on the first: this is what many people immediately think of. China’s economy stumbles; China therefore buys less from the rest of the world; and the result is a global slump. Or, maybe not so much.

Some quick, rough, but I think useful math: In 2011, the combined GDP of all the world’s economies not including China was slightly over $60 trillion. Meanwhile, Chinese imports of goods and services were about $2 trillion, or around 3 percent of the rest of the world’s GDP.

Now suppose that China has a slowdown of 5 percent relative to trend. Imports would fall more than this; typical estimates of the “income elasticity” of imports (the percentage change from a 1 percent change in GDP, other things equal) are around 2. So we could be looking at a 10 percent fall in Chinese imports — an adverse shock to the rest of the world of one-tenth of 3 percent,or 0.3 percent of GDP. Not nothing, but not catastophic.

And even this is arguably an exaggeration, because a significant part of China’s imports are components for its exports,and don’t depend on Chinese domestic demand.

As I said, then, the mechanical links through trade flows are relatively small, although they could bulk much larger for some of China’s neighbors (but would be smaller for the United States).

Commodity prices are a potentially bigger story. China is a major consumer of raw materials — for example, about 11 percent of world oil consumption. And because the supply and demand of commodities tend to be relatively unresponsive to prices in the short run, a sharp drop in Chinese demand could lead to sharp falls in commodity prices. So the Ponzi bicycle shock could be a bigger deal for countries that sell raw materials, whether they sell to China or not, than it is to China exporters.

Finally, politics and international relations. I am obviously no kind of expert here. But it’s obvious, first, that China’s political regime is remarkable, even given the annals of history, for the hypocrisy of its position: officially it’s building the socialist future,in practice it’s presiding over a crony capitalist Gilded Age. Where, then, does the regime’s legitimacy come from? Mainly from economic success. Let that success falter,and then what?

And if you really want to get nervous, think about what cynical governments trying to distract their populace from domestic failures have often done in the past. Saber-rattling over some islands somewhere, anyone?

No particular bottom line here, except that you probably want to focus much more on the indirect effects than on the direct export multiplier.

Oh, and a curious aside. Of course I’ve been reading Michael Pettis, who has been making many of the points I’ve raised for some time. But I’ve had a bit of trouble accessing his work in the past couple of days; as of this morning, I get this:

Consider all jokes about Chinese corruption, stimulus, etc.made.

 

Quanto dovremmo preoccuparci di uno shock cinese?

 

Supponiamo che abbiano ragione quelli tra noi che oggi sono preoccupati che la “bicicletta Ponzi” della Cina vada a sbattere contro un muro (oppure, come alcuni lettori hanno suggerito, che il muro riguardi tutti i paesi  BRIC [1]). Quanto dovrebbe preoccuparsi il resto del mondo, e perché?

Raggrupperei (le risposte) sotto tre titoli:

1 – Connessioni “meccaniche” per il tramite delle esportazioni, che sarebbero sorprendentemente modeste;

2 – Prezzi delle materie prime, che potrebbero essere una faccenda più seria;

3 – Stabilità politica ed internazionale, che includerebbe alcuni rischi seri.

Dunque, quanto al primo: questo è quello a cui molte persone pensano immediatamente. L’economia della Cina fa un passo falso; di conseguenza la Cina acquista di meno dal resto del mondo; e il risultato è una crisi globale. Ebbene, non è detto ….

Alcuni conti, rapidi, rozzi ma penso utili: nel 2011 il PIL complessivo di tutte le economie del  mondo, esclusa la Cina, fu leggermente superiore ai 60 mila miliardi di dollari. Nel frattempo, le importazioni cinesi in beni e servizi furono attorni ai 2 mila miliardi di dollari, ovvero circa il 3 per cento del PIL del resto del mondo.

Ora, si supponga che la Cina abbia un rallentamento del 5 per cento  in relazione al suo trend. Le importazioni cadrebbero maggiormente; le stime consuete sulla “elasticità del reddito” delle importazioni (il cambiamento percentuale derivante da un mutamento dell’1 per cento del PIL, fermi gli altri fattori) sono attorno a 2. Dunque dovremmo assistere, con una caduta del 10 per cento delle importazioni cinesi, ad uno shock negativo per il resto del mondo pari ad un decimo del 3 per cento, ovvero dello 0,3 per cento del PIL. Non sarebbe niente, ma non catastrofico.

E persino questa sarebbe probabilmente una esagerazione, perché una parte significativa delle importazioni della Cina sono componenti delle sue esportazioni, e non dipendono dalla domanda interna cinese.

Come ho detto i collegamenti meccanici tra i flussi commerciali sono relativamente piccoli, sebbene essi potrebbero crescere in modo più significativo per alcuni paesi vicini alla Cina (ma sarebbero più piccoli per gli Stati Uniti).

I prezzi delle materie prime sarebbero una storia potenzialmente più grande. La Cina è un importante consumatore di materie prime – ad esempio, circa l’11 per cento del consumo mondiale di petrolio.  E poiché l’offerta e la domanda di materie prime tendono ad essere relativamente insensibili nel breve periodo ai prezzi, una brusca caduta nella domanda cinese potrebbe portare a brusche cadute nei prezzi delle materie prime. Dunque la “bicicletta Ponzi” potrebbe costituire un problema serio per i paesi che vendono materie prime, che essi vendano o meno alla Cina, più di quanto non sarebbe per coloro che esportano in Cina [2].

Infine, la politica e le relazioni internazionali. In questo caso, ovviamente, non ho alcun genere di competenza. Ma è evidente che, in primo luogo, il regime politico cinese è notevole, persino considerati gli annali della storia, per l’ipocrisia della sua posizione: ufficialmente sta costruendo il futuro socialista, in pratica è ben insediato in un’ Età dell’Oro di un capitalismo clientelare. Da dove proviene, dunque, la legittimazione del regime? Principalmente dal successo economico. Se essa vacilla, cosa accadrà dopo?

E se per davvero volete diventare nervosi, pensate a quello che hanno spesso fatto nel passato i governi che cinicamente cercano di distrarre la loro popolazione dai fallimenti interni. Magari, un tintinnare di sciabole su qualche isola da qualche parte? [3]

In questo caso non c’è alcuna morale finale, a parte il fatto che probabilmente vorreste concentravi maggiormente sugli effetti indiretti, piuttosto che su quelli diretti del moltiplicatore delle esportazioni [4].

Infine, un’ultima digressione. Naturalmente, stavo leggendo Michael Pettis [5], che si è occupato per un po’ di tempo di molti temi che io ho sollevato. Ma negli ultimi due giorni ho avuto qualche problema per accedere sl suo lavoro; come questa mattina, quando mi sono trovato dinanzi a questa pubblicità …. [6]

Si considerino tutti gli scherzi che si possono fare sulla corruzione cinese, sullo ‘stimulus’ etc.


[1] Brasile, Russia, India e Cina.

[2] Ovvero, più di quello che è stato considerato al primo punto, come conseguenza di una diminuzione delle importazioni cinesi.

[3] Se non capisco male, il riferimento potrebbe essere a tentazioni del Giappone di Shinzo Abe.

[4] Per il concetto di “multiplier” vedi le note finali della traduzione.

[5] Michael Pettis è docente alla Guanghua School of Management della Università di Pechino, dove è specializzato sui mercati finanziari della Cina. Dal 1992 al 2001 ha insegnato alla Columbia University. E’ anche membro di una società finanziaria sino-francese con sede in Shanghai.

 

[6] Nel testo compare a quel punto questa curiosa inserzione pubblicitaria, che offre a Krugman l’estro per una battuta sullo ‘stimulus’ !

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La successione alla Fed (19 luglio 2013)

luglio 19, 2013

 

July 19, 2013, 5:57 pm

The Fed Succession

Rumors flying all over; supposedly it’s between Janet Yellen, the obvious choice, and Larry Summers, with totally unsubstantiated claims that LS’s star is rising. So I guess that, despite an intense desire to stay out of the whole thing (I know and admire both players), I need to say something — not an endorsement, but some sense of how I and others I talk to see this.

First of all, what do we need in a Fed chair? Above all, a committed dove — someone who will not succumb to the pressure to tighten policy too soon, and almost equally important, someone who will be seen by investors as resistant to this temptation. We’ve just seen how much damage even a hint of Fed hawkishness can do; it’s really critical to not follow the far worse step of making an appointment that gives the wrong signal.

As it happens, both Janet and Larry have good credentials on those grounds, at least in terms of what they’ve said in recent years.

Beyond that, you need someone who can be effective at bringing the rest of the Fed along — but that’s a bit of a mysterious quality. Ben Bernanke has been far better at that than one might have expected from an academic. Looking forward, which is better: someone who has already demonstrated an ability to get along with her Fed colleagues, or someone who has a reputation as a tough guy but also a reputation for raising hackles?

And then there’s the question of what kind of signal the appointment would send. Appointing Yellen — the first woman Fed chair, and one with utterly unquestioned credentials — would be an evidently historic act. If it’s Summers, you know what everyone will bring up: his pro-deregulation stance of the 1990s.

So what we have here are two highly qualified candidates, head and shoulders above anyone else I’ve heard mentioned and inconceivably better than the men who might have been in contention if that guy who ran with Paul Ryan had won. But if the final choice isn’t Janet Yellen, I think the president is going to have to offer a very good explanation of why not, or face a lot of grief from people who want to think the best of his administration.

 

La successione alla Fed

 

Le voci si rincorrono dappertutto; sembra che la scelta sia tra Janet Yellen, la soluzione naturale, e Larry Summers, con pretese del tutto prive di riscontri secondo le quali quest’ultimo sarebbe la stella ascendente. Dunque, suppongo che, nonostante il forte desiderio di starmene fuori dall’intera faccenda (conosco e stimo entrambi i protagonisti), sia necessario dire qualcosa – non un appoggio ufficiale, ma qualche sensazione su come la vediamo io egli altri con cui parlo.

Prima di tutto, di cosa abbiamo bisogno sullo scranno della Fed? Soprattutto, di una colomba impegnata – qualcuno che non ceda alla spinta per una troppo rapida restrizione della politica (monetaria) e, egualmente importante, qualcuno che sia visto dagli investitori come capace di resistere a questa tentazione. Abbiamo appena visto quanto danno può fare anche solo un cenno di sostegno alla linea restrittiva; è realmente fondamentale non assistere all’estremo passo falso del dare un appuntamento che fornisca il segnale sbagliato.

Per come le cose stanno, sia Janet che Larry per questi aspetti hanno buone credenziali,  almeno per quanto essi hanno affermato in anni recenti.

Oltre a ciò, c’è bisogno di qualcuno che possa essere efficace nel portarsi dietro il resto della Fed – ma questa è una attitudine un po’ misteriosa. Ben Bernanke è stato molto migliore di quanto ci si sarebbe aspettati da un accademico. Guardando avanti, cosa sarebbe meglio: qualcuna che ha già dimostrato una capacità di andare d’accordo con i suoi colleghi della Fed, oppure qualcuno che ha la reputazione di un individuo duro ma anche la reputazione di perdere facilmente la pazienza?

E poi c’è la questione di quale genere di segnale dovrebbe venire da quella scadenza. Nominando la Yellen – la prima presidentessa della Fed, ed una le cui credenziali sono completamente indiscutibili – sarebbe evidentemente un atto storico. Se fosse Summers, si sa quello che direbbero tutti: la sua posizione a favore della deregolamentazione negli anni ’90.

Dunque, abbiamo in questo caso due candidati altamente qualificati, di gran lunga superiori a tutti gli altri che ho sentito ipotizzare ed enormemente migliori degli uomini che si sarebbero contesi l’incarico se quel tizio che ha corso alle elezioni con Paul Ryan avesse vinto [1]. Ma se la scelta finale non fosse quella di Janet Yellen, penso che il Presidente dovrebbe un’ottima spiegazione sul perché no, e fare i conti con un bel po’ di insoddisfazione da parte delle persone che vogliono poter pensare il meglio della sua amministrazione. [2]


[1] Ovvero, Mitt Romney, ironicamente espresso con il nome del suo aspirante vicepresidente.

[2] Vorrei notare come questa noterella sia in perfetto stile krugmaniano. Si tratta di candidati intellettualmente ‘amici’, ma tutto è caratterizzato da una assoluta franchezza ed anche da una piuttosto ostentata e ironica ruvidezza (egli è amico e  quasi-estimatore di entrambi i candidati, ma, alla fine, se non passasse la Yellen sarebbe inspiegabile!) Un po’ all’opposto della consueta “captatio benevolentiae” che si userebbe da noi per un posto di tale prestigio ….

La bicicletta di Ponzi della Cina sta andando a sbattere contro un muro di mattoni (19 luglio 2013)

luglio 19, 2013

 

 

 

July 19, 2013, 9:26 am

China’s Ponzi Bicycle Is Running Into A Brick Wall

In this morning’s session, I found myself using various metaphors to explain pretty much the same points I made in today’s column.

One of them was that in a way, China’s low-consumption high-investment economy was a kind of Ponzi scheme. Chinese businesses were investing furiously, not to build capacity to serve consumers, who weren’t buying much, but to serve buyers of investment goods — in effect, investing to take advantage of future investment, adding even more capacity. Would there ever be final buyers for what all this capacity could produce? Unclear. So, a kind of Ponzi scheme.

Also, my worries are that China doesn’t know how to slow down — that it’s a bicycle economy that falls over if it stops moving forward.

And of course I’ve argued that running out of peasants creates a wall.

So, the Chinese Ponzi bicycle is running into a brick wall. Also, the fascist octopus has sung its swan song.

Still not sure I’m living up to the world’s worst sentence, however.

 

La bicicletta di Ponzi della Cina sta andando a sbattere contro un muro di mattoni

 

Nella sessione di stamane, mi sono ritrovato a utilizzare varie metafore praticamente gli stessi punti che ho avanzato nell’articolo odierno.

Una di esse riguardava il modo in cui l’economia cinese basata sui bassi consumi e su alti investimenti fosse una specie di “schema Ponzi” [1]. L’economia cinese è consistita nell’investire furiosamente, non per dotarsi di una capacità produttiva per servire i consumatori, che non acquistavano granché, ma per servire gli acquirenti di beni di investimento – in effetti investendo per avvantaggiarsi di futuri investimenti, sommando una capacità produttiva anche maggiore. Ci sarebbero stati gli acquirenti finali per tutto ciò che questa capacità produttiva avrebbe prodotto? Non è chiaro. Dunque, una specie di schema Ponzi.

Inoltre, le mie preoccupazioni sono che la Cina non sappia come rallentare, che essa sia una economia della bicicletta [2] che inciampa se smette di muoversi in avanti.

E naturalmente ho sostenuto che quell’esaurimento della forza lavoro agricola crea un muro.

Dunque, la bicicletta cinese di Ponzi sta andando a sbattere in un muro di mattoni. Per giunta, la piovra fascista ha intonato il suo canto del cigno.

Non sono ancora sicuro, tuttavia, di essere in sintonia con la peggiore condanna del mondo [3].


[1] Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi “investitori”, a loro volta vittime della truffa. La tecnica prende il nome da Charles Ponzi, un immigrato italiano negli Stati Uniti che divenne famigerato per avere applicato una simile truffa su larga scala nei confronti della comunità di immigrati prima e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo a usare questa tecnica, ma ebbe tanto successo da legarvi il suo nome. Con la sua truffa coinvolse infatti 40 000 persone e, partendo dalla modica cifra di due dollari, arrivò a raccoglierne oltre 15 milioni.

Lo schema di Ponzi si è sviluppato nel tempo in varianti più complesse, pur mantenendo la stessa base teorica e continuando a sfruttare l’avidità delle persone. Lo schema di Ponzi è tornato alla ribalta internazionale il 12 dicembre 2008, a causa dell’arresto di Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e uomo molto famoso nell’ambiente di Wall Street. L’accusa nei sui confronti è di aver creato una truffa compresa tra i 50 e i 65 miliardi di dollari (una delle maggiori della storia degli Stati Uniti) proprio sul modello dello schema di Ponzi, attirando nella sua rete molti fra i maggiori istituti finanziari mondiali. Il 12 marzo 2009 Bernard Madoff si dichiarò colpevole di tutti gli undici capi d’accusa a lui ascritti e fu condannato a 150 anni di carcere (Wikipedia).

Ed ecco il nostro connazionale, in una quasi sorridente fotografia carceraria:

Ponzi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[2] Di recente di intende per “economia della bicicletta” una variante di un modello economico di tipo ecologico, capace di prestazioni importanti sotto i profili della salute e della riduzione dell’inquinamento ed anche di nuove forme di consumo equilibrato.

[3] Interpreto in questo modo “ I’m living up to …”, che più letteralmente sarebbe “soddisfare (una aspettativa, un obbligo, un principio”), ovvero essere all’altezza. Il link, infatti, è con l’articolo di questi giorni sul NYT, che si conclude con il dubbio che, preoccupati sono ad ieri della competizione cinese, oggi ci si debba preoccupare dei guai della Cina. Quanto al fatto che la Cina venga definita “piovra fascista”, per chi lo ritenesse un po’ semplicistico, una spiegazione viene fornita nel successivo post del 20 luglio dal titolo “Orwell, la Cina e il sottoscritto”. .

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